Pietro Fanfani
I diporti filologici
I
DIPORTI FILOLOGICI
DI
PIETRO FANFANI
con altri opuscoli della materia medesima
FIRENZE
TIPOGRAFIA DI G. CARNESECCHI E FIGLI
Piazza d'Arno
1870
AVVERTIMENTO
La prefazione a questo libro la ho
lasciata fare a Carlo Dati con quel suo
mirabil Discorso Dell'obbligo di ben parlare
la propria lingua; ed a me riman
solo da avvertire, che questi Diporti, e gli
altri opuscoli miei, sono seconde o terze
edizioni, ritoccate qua e là e corrette: che,
il Dialogo del Prof. Di Giovanni, l'ho stampato
innanzi all'opera mia dei Diporti,
perché di essi parla ex-professo, e compie
con molta dottrina e con elegante dettato,
alcune proposizioni da me solo accennate.
La intenzione mia è stata quella di fare
un volume da trattarlo con profitto coloro
che amano e professano gli studj di lingua,
né credono oziose le quistioni sopra di
essa, anzi le reputano di gran momento
alla vera Italianità: e (absit arrogantia
verbo) mi conforto che, se il presente libro
si farà entrar nelle scuole, lo leggeranno
con utilità e non senza qualche diletto,
i giovani studiosi; ed i maestri ne piglieranno
spesso materia ad efficaci lezioni
nella soggetta materia.
PIETRO PANFANI.
DIALOGO VIII.
Pietro, Cesare, Antonio, e Fiore Fiore è a' nostri contadini abbreviatura di Ferdinando,
da loro pronunziato Fiordinando, perché, non entrando loro a
quel modo, e' se lo cucinano in quell'altro, immaginando che
nella sua composizione ci entri il fiore, e qui posandosi la
loro mente. contadino.
F. Le siegghin costì nello scrittojo, parte
ch'i' vo Parte e parte che, avverbio proprio a significare che
un'azione è fatta nello stesso tempo d'un'altra, e che vale in
quel medesimo tempo, nel tempo che, frattanto e simili: fu usitato
agli antichi, e a Dante stesso, benché, per poca notizia
di lingua, gli sia da alcuni commentatori, che vi fan su delle
solite prediche, negato sì fatto valore. E negato non gli si
sarebbe se que' tali fossero stati o venissero in Toscana a sentirlo
tutto giorno in bocca a' nostri contadini, ed anche a gente
di città. per ippadrone, ch'e' gli ha esser qui oiltre.
A. Bravo Fiore: ma non gli dir che ci
son io.
F. La 'un si dubiti.
C. Lesto! corri.
F. Gnorsì: i' golerò, non che corrire.
A. Vedi tavolino arruffato ch'e' tiene! o
come fa a ritrovarsi con tutta questa strage di
libri e di fogli? Guardiamo un po': Monosini,
Flos italicae linguae: Varchi, l'Ercolano: gli
Adagj del Manuzio: il Supplemento del Gherardini:
il Vocabolario del Manuzzi; i 7 fascicoli
della nuova Crusca: il Sogno di Fiorindo,
e poi e poi: e ogni cosa in combutta, mezzi
aperti e mezzi chiusi. E' mi par di vedere la
bottega d'un ferravecchio.
C. E qui tre o quattro lettere; e là un
pacco sigillato, che va, a chi? ah! al P. Sorio.
Ma sta: che foglio è quello che ha disteso costì
dinanzi a dove scrive?
A. E' c'è un diluvio di voci e di modi latini,
appuntati così secchi secchi.
C. Da' un po' qua...... Ecco lui, sta
fermo.
P. Oh! ben venuti questi galantuomini: a
questo tempo non vi ci facevo più.... Gua';
e io mi pensavo che fosse Gigi! che buon vento
ha portato quassù il mio dolcissimo Toníno?
A. Ho trovato qui Cesare ne' Fondacci di
S. Niccolò, e mi son lasciato condur fin quassù,
dacché era tanto che ruminavo di venirti a fare
una visita, e farti un po' disperare, come tu sai.
P. Bravo Cesare, non puoi credere quanto
ti son tenuto: ma di Gigi che n'è?
C. Gigi non è potuto venire per cagioni di
ufficio: verrà un di questi giorni.
P. Mettetevi a sedere.
A. Sì, e levaci intanto d'una curiosità: che
è quello scartafaccio che hai lì davanti?
P. Te lo dirò io: sono appunti di modi famigliari
latini, massimamente di Plauto, rispondenti
a modi famigliari nostri; e di tutti quelli
che tu vedi qui segnati ci ho gli esempj in contanti,
da poter far toccar la cosa con mano a
chi con mano toccar la volesse.
A. Se metterai in ordine tutta codesta roba,
ed esemplificherai, e discorrerai le ragioni di
ciascuna voce e maniera, tu farai un capo d'opera
di filología.
P. Non ci accadono le tue minchionature:
e, minchionare per minchionare, potrei farlo io
a te, per amore del gallicizzar che fai sempre
e parlando e scrivendo; e potrei aver colto la
gallina sull'uova con quel tuo capo d'opera che
ora t'è uscito di bocca.
A. Attenti! ecco il Flagellumdei de' gallicismi
e de' neologismi. Guarda la gamba!
P. Guarda la gamba, sì... che ti pare di
aver detto una bella cosa? sentiamo un po'.
L. (Ho capito, principiano a tipizzarsi).
A. Non dico appunto d'aver detto una bella
cosa, mai poi...
P. Ma poi, ma poi.... Lo so che era in
uso anche nel 500, e un esempio, di Veronica
Gambara per altro, si trova in una sua lettera
pubblicata di fresco dal conte Antonenrico Mortara;
ma perciò resta egli ch'e' sia il pretto
francese chef-d'-oeuvre, e che si abbia a scambiare
col più umano capolavoro, quando non si
abbia a dire opera più eccellente, o simile?
A. O bene via: tu a me e io a te. E anche
tu, che quell'amico che sai ti nominò giusto il
Flagellumdei de' francesismi e de' neologismi, anche
tu, a carte 546 della Etruria, poni lo sciocco
modo studj coscenziosi, usato e soprusato a
questi giorni così fuor di proposito: ché non
c'è il più vile arfasatto, sordo come un muro
alle voci della vera coscienza, il quale non ficchi
però questa bastarda coscienza per tutto,
e non faccia gli studj coscenziosi, l'esame coscenzioso,
non porti le più coscenziose cure nel
tale o tale affare e va discorrendo: modi strani
e svenevoli se altri ce n'è.
P. Bravo Toníno: botta e risposta; e mi
sta meglio che 'l basto all'asino. La tua riprensione
per altro (chiunque te l'abbia imboccata,
ché non può essere erba del tuo orto) è giustissima,
e ti ringrazio mille e mille volte dell'avermi
fatto accorto di tal mio sproposito. Ma
chi sa quanti altri errori sì fatti ci sarà per i
miei scritti, benché mi studj al possibile di fuggire
tutto ciò che sa di nuovo e di forestiero.
Intanto mi correggo di quello scappuccio, e confesso
ch'io dovevo dire studj ben ordinati, o
fatti di proposito, o accurati, o diligenti, o
amorosi e simili: e mi raccomando che, se ti abbatti
in qualche altro fallo, leggiucchiando le
cose mie, che tu non lasci di riprendermene.
A. Non pensare, no: tu lo sai che tra me
e te, benché all'amichevole, c'è sempre qualche
battibecco.
C. Ma dite una cosa? quanto avete intenzion
di durare con codesto tu per tu? e' mi par
d'esser qui come la bietola ne' tortelli.
P. O chi ti para che tu non entri in quistione
anche tu? e dall'altra parte di qualcosa
s'ha a parlare.
C. Sì, o entra in quistione!.... e' state
per ingollarvi, e non date tempo al tempo, e vi
levate l'un l'altro la parola di bocca: è proprio
un bel volere entrare in quistione! Su, facci un
po' gustare alcuno di que' riscontri da modi latini
a italiani.
P. Ché Va pronunzianto come se fosse scritto ch'è con un poco di strascico; e anche al modo che fanno alcuni, cioè
come se tra l'h e la e ci fosse una i (chiè): ed è maniera che il popolo usa continuamente ad esprimere negazione. ... non ci può esser tempo:
e poi chi sa che non gli abbiate già notati voi
stessi, o veduti notati da altri? come che io non
abbia scelto se non quegli che in altre opere
non mi è venuto fatto di raccapezzare.
A. Ed avendogli veduti, che mal sarà a ripetergli?
e' potrebber dar anche materia a qualche
discussione, da cui ne succedesse pur qualche
utilità. Via: fuoco alla colombína.
P. Le saran bubbole: ma su. Voi udite ad
ogni poco tra 'l nostro popolo di sì fatti parlari:
La tal cosa l'ho fatta proprio da me, E' v'è salito
da sé, cioè Senza altrui ajuto, Con le sue
proprie facoltà; o in altre parole latine, Suo
Marte. E queste sono proprietà di lingua familiare
che, secondo la regolare sintassi, non istanno
a martello; ma che vagliono tant'oro nell'essere
accorciative e bene spieganti. Le avevano anche
i Latini; e Plauto fra gli altri dice Capt. 2. 3.
Facili memoria memini a me (sebbene altri
legga memini tamen). Rud. 2. 5. Nam haec litterata'
st: ab se cantat cuja sit.
A. Per la prima mi aspettavo di meglio:
qui veramente non c'è sfoggi.
P. O che t'aspettavi tu? qualche Sogno di
Scipione, o qualche capitolo delle Tusculane?
allora e' bisogna che tu parli da te a te, se vuoi
di codesta roba.
C. Toníno, chi ceca trova.
A. Mi sta bene: ma chi s'adira non si ricatta.
Son qui ad aspettare il porco alla ghianda.
C. Pietro, bada a me, e non dar retta alle
sue pazzie. Tira innanzi.
P. Bada a me? Lo vedi? anche i Latini
avevano la stessa formula, a noi sì comune, di
domandare altrui attenzione. Così Plauto, Capt.
3. 4. Sed quaeso, hercle, agedum, adspice ad me.
A. Eh! bada ve': c'è proprio da farne le
stímite. La cosa vien da sé, che a prestar attenzione
a ciò che altri dice, e' si guarda naturalmente
in viso.
P. Canta, canta!.... ma ricordati, un par
d'orecchi e' seccan cento lingue.
A. Codesto proverbio non sempre tiene: ed
anche tu hai fatto orecchio di mercante a' vituperj
di quel valentuomo tu m'intendi; e tuttavía
la sua lingua e de' suoi scherani non si è
ancora seccata, e t'odia più a morte che mai.
P Me autem odit, dice S. Matteo, quia
testimonium perhibeo de illo, quod opera ejus
mala sunt.
C. E batti con quella canaglia! tu se' tu
che gli fai parer da qualcosa col tuo sempre votartici
il capo. Ma che dicevi tu costà di stímite
e non istímite?
P. Egli ha voluto fare un po' del classico,
per ammenda del suo spropositare in lingua; e
ricordandosi che il Pulci usa la frase Fare le
stímite per Fare atti di maraviglia (ché fra gli
atti di maraviglia c'è pur quello di stender in
alto le braccia, come si dipinge S. Francesco in
sul ricevere le stigmate), e lui l'ha voluta ficcare
nel suo discorso. — Ha' visto, Cesare, chespallucciata
egli ha fatto al sentir dire che sproposita
in lingua?
A. O se è vero!... chi sa quel che ti pensi
d'essere con la tu' lingua! E pur tu lo sai: purus
grammaticus, purus asinus.
P. O chi ti dice di no? O chi ti dice d'esser
un dottore? Ma pensa che aliud est grammatice,
aliud latine loqui: ed io non fo il grammatico;
ma pongo solo tutto il mio studio nel
coltivare la filología, per impedire, quanto è da
me, che la nostra lingua si guasti affatto; e mi
ingegno di usarla il meno peggio che posso, lasciatomi
metter su da quella bestia di Cicerone,
che, parlando giusto della língua e della eloquenza,
gli scappò detto: Quamobrem quis hoc
non jure miretur, SUMMEQUE IN EO ELABORANDUM
ESSE ARBITRETUR, ut quo uno homines
maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis
antecellant? Se pure questo, che non è latinus
grossus, tu lo mandi giù netto e senza masticarlo.
A. Aspetterò che tu me lo spieghi tu...
C. Ho capito via: e' va a finire che vo' fate
a' capelli. Ma a proposito: quel tuo Far una
spallucciata mi ha tornato in mente una cosa,
della quale volevo domandarti. L'altro giorno
leggevamo in una casa il primo torno del Davanzati
pubblicato dal Bindi, ed abbattemmoci
alla faccia 76, dove Libone va a uscio a uscio
da' suoi parenti raccomandandosi ch'e' lo difendano
da grave accusa; e vi si dice che tutti,
per non s'intrigare, si ristringono nelle spalle
con varie scuse. A questo luogo il Bindi fa una
nota, dicendo che il MS. servito alla ediz. giuntína
del 1600 leggeva Fanno spallucce, e che
fu cancellato, e correttolo sopra di sua mano
il Davanzati, Si ristringono nelle spalle: e pare
che si dolga della fatta cancellatura, dacché aggiunge
in quella nota: E sì che quello (Fanno
spallucce) è bel modo e vivo; e per volgarità
ce n'ha de' peggio. Chi: Sta bene la correzione;
chi: Stava meglio prima; ma non venimmo a
conclusione di nulla. Io non vedevo l'ora di poterne
domandare a te.
A. Attenti! l'oracolo soffia.
P. Raglia, raglia! — A me pare che la correzione
fatta dal Davanzati sia più che necessaria,
dacché varie frasi ci sono nella lingua,
per le quali, accennando atti diversi delle spalle
e della persona, si viene a significare diverse
cose. Per esempio dianzi ho detto Fare una
spallucciata: questa frase non è nel Vocabolario,
ma è dell'uso comune, e si dice quando
l'uomo fa uno scatto con una spalla, alzandola
con isdegno o stizza; col quale atto significa, o
che non gli cale di qualche cosa dettagli o fattagli
contro ; o che alcuno lo ha fradicio, e non
vuol più saper di lui. C'è il Fare spallucce,
che si fa ficcando il capo in seno, come suol
dirsi, e sollevando in alto ambedue le spalle;
ed è atto significativo di non sapere una cosa
onde altri ti interroga; o di domandare soccorso
o limosina comecchessía. C'è poi il Ristringersi
nelle spalle, che si fa ravvicinando l'una all'altra
le scapole, o palette che s'abbia a dire; e
questo atto è di chi rifiuta sotto un colore o
sotto un altro di porgere altrui il domandato
soccorso; ed alcuna volta anche di chi quasi
per forza si acconcia a fare l'altrui volontà: il
che è significato anche dal Chinare il capo. Gli
esempj vedigli nel Vocabolario, benché non
tutti spiegati a dovere. Da questo dunque puoi
raccogliere che il Fare spallucce sarebbe stato
il proprissimo di Libone, che a uscio a uscio
andava caendo soccorso; ma che a' parenti di
lui, i quali gliel negavano, sta sol bene il Ristringersi
nelle spalle; e il Davanzati corresse
consigliatamente.
A. O questa poi è stata una bella e una dotta
dicería, ecco! bravo Pietro. S'ha a fare stampare
con tanto di Frullone innanzi, e s'ha a riporre
nell'archivio dell'Accademia della Crusca, da
servire alla compilazione del Vocabolario; previa
però l'autorizzazione dell'Arciconsolo e di quegli
altri signori.
P. Previa la bestia che hai addosso. E' gli
dice a coppie: ora c'è il previo e l'autorizzazione!
A. Tu mi ci ha' colto. Ma sentiamo: come
avevo a dire?
P. Invece di previa potevi dire mediante,
o anche precedente, come leggesi nella Legge
del 1726 per il Taglio degli Appennini della
Montagna di Pistoja (nella qual Legge vi sarebbe
ricchissima e buona messe di voci proprie);
e invece di autorizzazione potevi dire
licenza, facoltà. E poi, volerne! così per l'una
come per l'altra. Ma, tanto, con te è buttato via
il ranno e 'l sapone.
C. Ma lo sapete che è? con le chiacchiere
ci siamo scordati del proposito nostro; e il ragguaglio
de' modi famigliari italiani co' latini è rimasto
nelle secche di barbería.
A. Guarda un po', Pietro, se tu lo levi co'
tuoi ammennicoli filologici.
P. O la guardi, la servo subito: non son
io quel che a sì fatto suono non entri in ballo.
E dacché ho usato questo modo famigliare Non
son io che faccia, di qui ripiglierò il corso, notando
che esso, e Non è che egli faccia o simili,
per il semplice Non fo, Non fa, eran pur
usitati a' Latini, ed a Cicerone massimamente.
Famil. 5. 21. Ego enim is sum, qui nihil unquam
mea potius quam meorum civium causa
fecerim: cioè Ego enim nil feci unquam. Ad.
Brut. ep. 14. Neque tamen is sum, ut me mea
maxime delectent. Acad. 1. Zeno nullo modo is
erat, qui, ut Theophrastus, nervos civitatis incideret.
E altri che potrebbono allegarsi a grappoli.
A. Posso dir anch'io la mia?
P. Palam mutire plebejo piaculum est; ma
pure, sentiamo.
A. E' mi pare che questo modo di dire sia
compagno a quel di Farinata là nell'Inferno:
Ma fui io sol colà, dove sofferto Fu per ciascun
di tórre via Fiorenza, Colui che la difesi
a viso aperto. Ci ho azzeccato?
P. Non è compagno compagno, ma certo lo
arieggia; ed in bocca tua questa osservazione
val qualcosa, che tanto di rado ti apponi in
opera di lingua, e co' Classici nostri ci vai un
poco grosso.
A. Oh! Laus Deo, disse suor Chiara: una
volta ho detto bene.
P. Usiamo a tutto pasto la preposizione
Di che segna relazione di tempo, come Di
giorno, Di notte, Di quaresima; e così articolata
Del tal anno, Del tal mese e simili. Anche
i Latini usavano il De in questo significato:
Plaut. Asin. 3. 1. 13. Ergo una pars orationis
de die dabitur mihi. Q. Curt. 8. 3. Ut jugulent
homines, surgunt de nocte latrones. Cicer.
ad Quint. Fratr. 2. 5. Fac ut considerate diligenterque
naviges de mense decembri. Ma guarda,
prima che m'esca di mente, vo' notare un'altra
cosa. Quando io diedi fuori i Conti di antichi
cavalieri, mi parve strano avverbio Antepría
per Innanzi, Prima, in significato di Piuttosto.
O che leggendo Plauto non trovai proprio l'Ante
prius? non come avverbio di elezione è vero,
ma di tempo: il che per altro non fa nulla,
trattandosi qui della sua forma e non del significato.
Ecco l'esempio: Trin. 5. 17. Nec qui esset
noram, neque eum ante usquam conspexi prius.
A. Costì non c'è Ante prius, ma c'è Ante
da sé, e prius da sé.
P. Tu, che t'era riuscito infilarne una bene,
non avevi più aprir bocca; se no, co' tuoi spropositi,
fai credere che quel che ha' detto bene
dianzi tu l'abbia detto a caso. O non lo sai, bel
frate, che in questo mondo e' c'è una razza di
figura grammaticale che si chiama Tmesi, per la
quale una parola composta, e anche una semplice,
si spezza in due, e ci si pianta tramezzo altre
parole; e che pure quella smezzata è virtualmente
come se fosse intera? Per te dunque in
Massili portabant iuvenes ad litora tana, non
c'è più il Massilitana: in Septem subiecta trioni
non c' è più il Septemtrioni: in Saxo cere comminuit
brum, non v'è più il Cerebrum: in Acciò
solamente che conosciate, non v'è più l'acciocché
(entrando anche nelle Tmesi italiane):
in Non dovevi di meno conoscere, non v'è di
più il Nondimeno; e così il dico di sei o di
sette come di millanta che tutta notte canta,
dolcissimo il mio Ferondo. Te l'avevo detto:
Palam mutire plebejo piaculum est.
A. E io ero venuto quassù per far disperar
lui! la mula mi par che si rivolti al medico. Ma,
bada ve', non si può azzardar proprio nulla alle
tue mani.
P. Peggio palaja! uno non aspetta l'altro:
ora c' è l'Azzardare.
A. Oh! sai com'è? da ora in là tu m'ha'
fradicio. Va' al diavolo tu e la tu' pedantería
dell' uggia.
C. Guarda com'è tinto! lo sapevo che il
cappello tu l'avevi a pigliar tu alla fine.
A. Non ho preso cappello io; ma se è
vero..... non si può aprir bocca, subito e' dà
il répete. Non si sa chi gli par d'essere! E stata
una gran bestemmia l'Azzardare? come s'ha a
dire? Sentiamo.
L. Magari! Arrischiare, Avventurare, e altri
a diecine. Ma vedo che tu incocci; e non fiato più.
C. Bravo! continua il tuo raffronto.
P. Sì, rompiamo il tempo. È frase elegante
italiana il Dar bere, e Dar mangiare; e da preferirsi
al Dar da bere e Dar da mangiare, come
sa chi ha l'uso de' Classici italiani, e come
sa per conseguenza anche il nostro Toníno.
A. E batti.....
C. Andiamo via, non attizzare il fuoco.
P. Quella frase è tale quale nel latino: in
Plauto, in Terenzio, in Livio, dove tale quale si
trova Dare bibere: dell'altra sorella però Dar
mangiare non se ne ha esempio latino, benché
lo insegni l'analogía: Plaut. Pers. 5. 2. 40. Age,
circumfer mulsum, bibere da usque plenis cantharis.
Cicer. Tusc. 1. 26. Homerum audio qui
Ganimedem a Diis raptum ait propter formam,
ut Jovi bibere ministraret, cioè porgesse bere.
Livius 4.° 47. Jussit sibi dare bibere. Terent.
Andr. 3. 2. 4. Quod jussi, date ei bibere, et
quantum imperavi date. La qual frase, come è
ora proprietà di nostra lingua, e' fu già della
latina, la cui regolar costruzione non patisce
l'unir così due infiniti: il perché nega, ma
a torto, il Goveano potersi dir latinamente; e
il Giovenale vi appone nel suo bel commento
questa nota: Hoc dicendi genus DATE EI BIBERE
consuetudine magis quam ratione dictum est,
nam duo verba, sic una juncta, male cohaerent
sine nomine aut pronomine, ut si dices: Dic
facere.
A. Guarda che lago d'erudizione ch'e' ci
ha fatto! chi non sapesse che mestiere agevole
è il far l'erudito..... Là, polvere negli occhi:
«Avanti, avanti, signori: io sono il primo medico
che vada ora per il mondo: guardino bellezza
di matricole e diplomi: il mio specifico...». E
così tu col tuo scialacquare erudizione e citazioni.
P. Sì, povero Toníno, sfogati: purga un po'
la bile.
C Ma dimmi un po', Pietro, quel Bibere,
piuttosto che per infinito, non potrebbe stare in
quegli esempj come per sostantivo?
P. Eh! bada ve' che tu non abbia ragione....
Sicuro, alcuni voglion dire che gl'infiniti per
sostantivi, come gli ha la lingua greca, la italiana,
ed altre per avventura, la latina non gli
ha: ma è egli poi vero? A me mi par d'esser
più che certo d'averne notati assai esempj; che
ora non so dove me gli pescare: ma sta.....
uno mi torna a mente, ed è quel d'Orazio nella
Poetica: Scribendi recte sapere est et principium
et fons: dove il sapere è certo il soggetto
della proposizione.
C. Così mi pare che si contenti il Goveano,
e che si tolga via lo sconcio de' due infiniti allegato
dal Giovenale.
P. S'ha a dir così? diciamolo. In ogni caso
per altro resta sempre che il nostro dar bere
è fratello del dare bibere.
A. Ohe! amico, Scribendi recte sapere est
principium, hai inteso? e tu, che pretendi di
scriver bene, dove l'hai il tuo sapere?
P. Te lo dicevo io? ha preso il Sapere
d'Orazio per il Sapére nostro: ci corre, mio
dolcissimo Toníno, ci corre: Sapere non vuol
dir la dottrina, o la sapienza, ma il buon senno,
il buon giudicio: vuol dir quello che non hai
tu, e che mai non avrai.
A. E che tu hai a sacca, non è vero? Sicuro
un filologo distinto come te.....
P. Dàgli: ora c'è il Distinto! ma che diavol
hai oggi? tu non apri bocca come non dici uno
sproposito; volevi forse dire valoroso, singolare,
cospicuo.
C. Pietro, non ti confonder più con lui, e
tira via.
P. Mangiare o dormir fuori, dice il nostro
popolo, non per significare all'aria scoperta, ma
per Mangiare e dormire in altra casa dalla
sua; e modo simile tu lo trovi in Plauto: Mostell.
2. 2. 53. Ego dicam, ausculta, ut foris
coenaverat Tuus gnatus, postquam rediit a coena
domum ec.
C. Guarda! a conto di questo dormir fuori
mi torna a mente un garbato lazzo d'uno scolare
di medicina. Aveva comandato il Rettore
di uno Spedale che i giovani di medichería non
dormissero fuori a patto niuno, affinché per sorte
non dovesse mancar cura agli ammalati; e tra
que' giovani ve n'era uno che, senza badare a
tal comandamento, non v'era notte che la dormisse
nello Spedale. Il Rettore era uomo di
sangue ben rosso, e non si domanda se la mosca
saltassegli al naso. Chiama il giovane: — O non
avevo dato ordine che i giovani di medichería
non dormissero fuori? — Sì signore. — Sì signore, eh?
e lei, a farl'apposta, tutte le sere
dorme fuori. — Non è vero. — Non è vero? e
con che faccia lo nega! c'è mille che glielo
possono mantenere a faccia. — Vengano questi
mille. — Eccoti venir su, chiamati dal Rettore,
e pappíni e guardie, cum gladiis et fustibus
contro il povero giovane. Ed il Rettore: — Dite,
è vero che il signore lì dorme quasi tutte le
notti fuori? — Illustrissimo sì — tutti in coro. —
Lo sente, che ne dice? — Io dico, e ridico, che
non ho per niente disubbidito, rispose il giovane:
ella comandò che niuno di noi dormisse
fuori, e fuori non ho dormito mai; ché sono
stato tutte le notti in casa del mio amico Sempronio,
e ho dormito in un bravo letto. — La
cosa finì in una risata; e gli ordini furono dati
per innanzi con parole chiare e lampanti, senza
ombra di figure grammaticali o rettoriche e di
sintassi irregolari.
A. Tu ha' fatto bene a rallegrare questa
seccaggine con la novellína dello scolare: un
altro po' m'addormentavo dall'uggia.
P. E io, per farti dispetto, vo' continuare.
Ma, prima ch'io me ne scordi, vo' chiarire un
luogo di Dante, sul quale altra volta ho discorso,
ma, che non finì di persuadere alcuni
letterati. In quel verso «Per la dannosa colpa
della gola» fu primo lo Strocchi a dire che
dannosa valeva dispendiosa, che manda in rovina
per il troppo che costa; e che viene dal
latino, dove damnosus ha lo stesso significato,
confortando il suo detto con un esempio d'Orazio.
Io scrissi dovecchessía (che ora non l'ho a
mente) parermi giusta la interpretazione dello
Strocchi, e la confortai con altro esempio parimente
d'Orazio, dove è un damnose bibamus,
che vale beviamo tanto da mandare in rovina
chi ce lo dà, perché lo dice uno, che, invitato
a cena, e trovatoci poco e mal da mangiare,
e' voleva ricattarsi almeno col bere. Ma la cosa
tuttavia non entrò ad alcuni, i quali nel dannosa
di Dante voglion solo intendere dannosa all'anima,
senza considerare che qui Dante vuole
applicare questo aggiunto per particolare alla
Gola, il che sta bene a intenderla come lo Strocchi;
dove, nel modo che essi vogliono, sarebbe
comune a tutti i vizj e peccati capitali. Per vedere
ora se si convertono questi ritrosi, vo' citare
altri esempj dove damnosus sta per sumptuosus,
e damnosus homo sta per prodigus,
sumptusque nullius rationem habens. Plaut.
Truc. 1. 1. 63. Eadem, postquam alium repperit,
qui plus daret, Damnosiorem, me exinde
amovit loco cioè, spiegato a modo nostro:
Trovatone un altro che le dava di più, e
che non aveva il granchio alla tasca, la mi
diede l'erba cassia. E innanzi aveva chiamato
damnosos homines i lenoni e le bagasce, perché
in essi si spendono molti danari. E damnosus
per fonditore di sue facoltà, o macinone come
dice il nostro popolo, lo usa Plauto medesimo.
Pseud. 1. 5. 1. Si de damnosis, aut de amatoribus
Dictator fiat nunc Athenis atticis, Nemo
antecedat filio, credo, meo. Il tutto ribadito e
confermato da Seneca, il quale esclamava, sdegnosamente
garrendo gli scialacquatori de' suoi
tempi : Quid est coena sumptuosa flagitiosius, et
equestrem censum consumente?
A. Avanti avanti, signori! Compratelo, compratelo,
ché a poco ve lo do.
P. Síe, dammi del ciarlatano: vada per
quando tu mi portavi alle stelle con lodi tanto
smaccate che facevano afa anche a me. Ci sono
avvezzo a queste celie: e non puoi credere che
spasso è per me il patirle, e il leggere tante
lettere scrittemi anni sono da coloro che adesso
dicon di me ogni peggio del mondo. E come tiro
avanti con loro, così tiro avanti con te; che per
altro da loro sei ben diverso, dacché la tua
stizza e la tua ruggine dura tanto solamente
quanto duran le nostre botte risposte, e poi
vóltati in là non è altro, e siamo più amici di
prima. O senti frattanto un altro pochino della
mia cantafavola filologica. É comunissimo fra 'l
popolo questo proverbio Dare il pane e la sassata,
per significare che altri fa ad altrui buon
servigio, e nel tempo medesimo gli fa un mal
garbo: il qual proverbio non è nel Vocabolario;
con tutto che se ne trovi la origine nella Aulularia
di Plauto, dove Euclione dice: Altera
manu fert lapidem, panem ostentat altera.
C. Dimmi un po' ora, mutando discorso, che
significato pensi tu che abbia il verbo Aemmare?
P. Aemmare? non lo so io: non l'ho mai
trovato.
C. O non l'hai letto il Centiloquio del Pucci?
P. Sì. a pezzi e a bocconi: ma poi lo buttai
via, perché mi seccava.
C. Il verbo Aemmare dunque è lì: e siccome
la Crusca novella ne reca esempio, e la
sua dichiarazione non mi quadra, così volevo
sentir te.
P. Umh! guardiamo la Crusca novella, e riscontriamo
nel Centiloquio. La Crusca eccola
qui: quell'altro piglialo, ché ecco là le Delizie
del P. Ildefonso.
C. Ecco ogni cosa. O guarda la Crusca come
dice: «AEMMARE. Esser d'avviso, Stimare.
Voce usata dal Pucci, Centil. 61. 58. « Perocché
a' Fiorentin diè poi gran danno; E questo è vero
come qui s'aemma». Ora il Pucci vuol accertare
il lettore che ciò che racconta è vero: c'è
egli ma' dubbio che per premere di suo concetto
il suco volesse dire: è vero come qui si stima
o come qui siam d'avviso, essendo il verbo Stimare
e il modo Esser d'avviso significativi di
Avere la tale o tal opinione, la qual può esser
anche falsa, e non punto atti per conseguenza a
significare certezza? tanto più poi se si considera
che il Pucci è semplice raccontatore, e non ha nell'allegata
narrazione dichiarato esser la sua opinione
piuttosto una che un'altra, ché allora solo ci
starebbe bene il come qui si stima o siam d'avviso.
P. Anche a me mi pare quel medesimo che
a te; ma vediamo l'esempio in fonte.
C. To', ecco libro e carta, leggi.
P. Messer Guglielmo fu accomiatato,
E fe' vista d'andarne per maremma,
E con Castruccio si fue accozzato:
E fu a lui come all'anello gemma,
Perocché a' Fiorentin diè poi gran danno,
E questo è vero come qui s'aemma.
Castruccio fece cavalcare a 'nganno
D' intorno a Prato, per quel ch'io ne creda,
Per liberare Altopascio d'affanno.
C. Che te ne pare?
P. E' mi pare che non ci cada in verun
modo lo Stimare, o L'esser d'avviso, per le ragioni
che hai allegato tu: le quali sono confortate
da ciò, che due versi sotto l'autore usa tal
formula (Per quel ch'io mi creda), e la usa non
ad accertare il raccontato da lui, ma a significare
qual'è la sua particolare opinione rispetto
al fine che aveva Castruccio cavalcando intorno
a Prato. Chi mi domandasse per altro che cosa
vuol dire quel Come qui s'aemma, io crederei
d'accertare dicendo che importa Come qui si
scrive: e chi mi domandasse la ragione di tal
verbo, io risponderei, ma non certo di dare nel
segno, che tal verbo può esser formato dalla
lettera emme, che agevolmente si adatta a tal
formazione, la qual lettera, per sineddoche considerata
per tutto l'abbiccì, si sia esso verbo
tirato a significare lo scrivere, come scrivere
non è altro che segnare lettere di esso abbiccì.
O potrebbe anche dirsi, che, essendo il poema
del Pucci annali in poesía, e solendosi dire, invece
del tal anno del secolo, il tal millesimo; e
il millesimo essendo significato dalla lettera
emme; potrebbe anch'essere dico, che il Come
qui s'aemma fosse scritto dal Pucci per Come
si registra qui in questo millesimo. Io dico così
per trovar pure una ragione di questo verbaccio;
ma anche queste bisogna tirarcele co' denti.
Circa poi allo Stimare o Esser d'avviso della
Crusca non accade parlarne, dacché né il contesto
lo patisce, né ragione se ne trova alcuna.
Molte sono le osservazioni che potrebbero farsi
di questo genere, e le farei, se tanto non fossi
assediato di faccende quant'io sono da un pezzo
in qua.
A. Oh! le gran faccende! Il Ministro degli
Affari esteri dell'Impero francese non c'è per
nulla.
P. Ecco un'altra bestialità. Quel Ministro
degli affari esteri non è ben detto in buon italiano.
A. Intanto e' c'è anche nella Crusca novella
con due esempj.
P. Ed è appunto un gran fatto che nella
Crusca novella ci abbia a esser tanto spesso
degli attaccagnoli da reggere gli scerpelloni
de' tuoi pari. E di chi sono i due esempj? son
del Botta. In molti altri luoghi si veggon tirate
fuori voci e modi non buoni, ed autenticati poi
con esempj di scrittori non autorevoli in ogni
cosa, ed in questa massimamente meno che mai;
e fatti poi buoni, che è peggio, dagli stessi compilatori
in quel tanto che nel Vocabolario ci
pongon di suo. Esempio dannoso e pestilente
quanto non si può dire, e che potrebbe, se altri
argomenti non vi fossero, riuscire a perdizione
della lingua. Così non adopraron mica gli Accademici
della prima impressione, la quale (fatta
ragione del poco che fin'allora s'era fatto da
altri in opera di filologia italiana) è senza fallo
la migliore; e te lo mostrerò col confronto
un'altra volta che tu venga quassù. Vedi? tornando
al proposito, questi affari esteri son riprovati,
non che da altri, dal canonico Basi, che
pura è Accademico, nella sua Arte oratoria: ma
non bastano gli affari esteri; ché, nella dichiarazione
di questo parlare non buono, si usa pure
la voce Diplomazia pretta francese, che è ripresa
dall'Ugolini e dal Puoti, il quale dice:
«E comeché amendue sien voci nuove, pur non
«Diplomazia, che è di forma tutta francese, ma
«DIPLOMATICA vorremmo si usasse, italiana d'indole
«e di forma, quantunque nel sentimento
«proprio valga Scienza de' Diplomi.»
C. Bada ve', se t'ho a parlar chiaro, mi
pari di maniche troppo strette: e rammentati che
chi troppo tira la corda si strappa.
P. Piano, a' ma' passi, dicevano i nostri
vecchi: intendimi sanamente. Io non dico che
le due cose qui da me riprovate sien da scomunicar
chi le usasse; ma volli dir solamente
che non istà bene il vederle autenticate ed usate
da chi della lingua dovrebbe esser geloso custode;
perché ne' così fatti è peccato e scandalo
ciò che in altri è a mala pena da riprendersi:
come sarebbe scandalo e peccato grave ne' sacerdoti
ciò che ne' secolari è lievissimo, perché
i sacerdoti delle cose sacre sono custodi, e debbono
essere altrui specchio di purità e di santità.
E fosse almeno una sola, o fosser tre o
quattro le mancanze di questo genere! e non
fosse vero pur troppo che le lingue si vanno
alterando, ed anche spegnendo per questa via!
e che spenta la lingua è spenta pur la nazione!
C. Sta: è picchiato. (Ringraziamo Dio, se
no chi sa dov'andava a parare!)
P. Chi è? Avanti.
F. Signori, le scusino: i' son io. Sior padrone,
e' c'è quissignore Cioè quel signore. I contadini e la gente del volgo
cambia in simili casi l'e di quel in i; e per comodo di pronunzia
non fa sentire la l, ma ci mette in suo scambio la
consonante onde comincia la voce seguente. Cosi quiccane,
quillibro, quibbastone e simili per quel cane, quel libro, quel bastone. dell'aittro giornaccio,
con quella palandrana grigia, che ha bisogno
in tutti i mo' di parlagghi. I' ghiel'ho ditto che
la ci àa Aveva. gente di fora, e che la unn' arrebbe La unn' avrebbe. La non avrebbe.
potucho abbadagghi: ma lui duro! e' stavea Stavea e Davea dicono comunemente alcuni contadini per S'ava e Dava.
lì 'mpalato che parea un boto, e dicea:
I' l'aspetteróe. I' mi pensáo che, statoci un pezzo,
e' si 'olesse uggire e andassene: ma síe!.....
Allora per la megghio e' m'è parso di vienilla
a chiamare e addio, perché la se lo levi di torno
lie' signoría da sene.
P. Digli che ora vengo.
F. Gnor sì.
P, Scusate, amici, vi lascio un momento
soli.
C. Fa' fa' pure il tuo comodo: noi intanto
andremo qua verso l'uccellare, dacché il tempo
è un poco allargato.
P. Sì, bravi; verrò a trovarvi là. Addio a
or ora.
DIALOGO XI. Questo Dialogo fu messo per Prefazione al volume di Rime burlesche di eccellenti autori, Firenze, Le Monnier, 1856.
Don Sughero Pesamondi e il Raccoglitore.
S. Ma che son tempi da ridere questi? ma
che noi altri Italiani non s'ha mai a metter
giudizio? non ci abbiamo a occupar di qualcosa
meglio che queste Raccolte, e queste bambocciate
di lingua e non lingua? Come si fa a venir
fuori adesso con le Poesie burlesche? Sentite,
caro Fanfani, avevo un concetto assai migliore
del vostro giudizio.
R. Non vada in collera, signor Sughero riveritissimo;
e faccia un po' più piano, che non
si levi tanta polvere. Che vuole? io so assai di
tempi e non tempi: piuttosto che al pianto e al
fare il sornione, la natura mi ha fatto inchinevole
al ridere e allo stare allegro: sono stato
sempre appassionatissimo per gli studj di lingua:
son sempre andato matto de' nostri scrittori berneschi:
mi è parso che, essendo pur tristi i
tempi, non sia obbligo il rattristirgli anco di più,
stando sempre a frignare; ma che sia invece una
carità fiorita il cercare di disacerbargli con qualcosa
di piacevole; e però ho messo insieme questo
libretto.
S. Belle ragioni! ma non potevate spender
il vostro tempo un po' meglio? e chi leggera codeste
baggianate, non potrebbe leggere invece
qualche altra cosa che gli educhi la mente e il
cuore, che gli ispiri alti sensi, che lo renda cittadino
degno della patria sua?
R. Eh! eh! signor Sughero, per carità non
entriamo in questi venticinque soldi. Ma le par
egli ch'io possa porre la mira tanto alta, e tanto
possa correre il mio cavallo? è gala se abborraccio
qualcosa attorno agli studj di lingua. Altre
opere pregiate tocca agli ingegni grandi suoi
pari il farle: da voi soli può aspettare gloria ed
onore la patria: voi soli potete ajutarla col senno
e con l' opera: noi, poveri pedantucoli linguajuoli,
non possiamo far altro che battervi le
mani; e ci contentiamo che le nostre bazzecole
servano come di scuro al chiarissimo delle opere
vostre; e ci contentiamo di essere come manovali
che portino i sassi e la calcina a quegli
splendidi edificj che voi avete architettato; se
pure è vero, come parmi, che anche la lingua
in una nazione c'è per qualcosa.
S. O che seccatura! siamo al solito: e codesta
musica l'avrò sentita mille volte. Ma che
accade perdercisi tanto attorno la lingua? che
importa che le parole sieno un po' più o un
po' meno belle, quando sono ottime le cose, e
quando di cose ci è tutto il bisogno, e di parole
non ce n'è punto?
R. Che vuol ch'i' le dica, ella avrà ragione
da vendere; ma io e i miei pari ci lasciamo
sopraffare da certi cotali, che il mondo chiama
uomini sommi, a' quali saltò il grillo di dire che
la lingua è vera gloria di una nazione, ed anzi
è cosa tanto congiunta colla nazione, che ne' più
grandi libri del mondo, la Bibbia e la Divina
commedia, lingua e nazione suonano spesso quel
medesimo: che lo studio di essa è nobilissimo
e santissimo: che la lingua è come uno specchio
nel quale cadono i concetti di tutti i pensanti
di una nazione, e dal quale si riflettono i
pensieri di tutti nella mente di ciascuno: che
essa è mezzo da insegnare le ottime discipline,
e da esprimere acconciamente i pensieri dell'animo,
e però tanto più l'oratore e lo scrittore
otterrà il suo fine, quanto più saprà pigliar
l'animo di chi lo ascolta o lo legge con la eleganza
e con le grazie della elocuzione: che il
giudizio e l'intelletto sono ajutati in gran maniera
dal retto uso dei vocaboli più proprj, e
che intelletto e linguaggio vivono quasi una vita
comune: che la lingua in fine è ciò che ne
disferenzia dai bruti, ed è la cagione per cui
siamo umani e civili; e degna per questo che
ciascuno l'ami, la coltivi, la difenda.
Síe síe, le solite intemerate; lo so che Platone,
Cicerone, Dante e alcuni altri grandi uomini
han detto queste e simili cose.
R. Ecco, appunto codesti: e non alcuni, ma
molti altri lor pari.
S. O se vi dico lo so; ma anch'essi avevano
in questo la lor parte di pedante.
R. Eh! sarà: lo dice lei.....
S. E poi a' loro tempi non c'erano le nobili
e generose idee che son venute su a' nostri
giorni: non aveano le loro patrie i bisogni che
ha ora la nostra: ora, vi ripeto, ci vogliono cose
e non parole.
R. Lo dice lei..... Ma, e pure anche uomini
sommi del tempo nostro, e che ben conoscono
le condizioni nostre, ed amano la gloria
della nostra patria, anch'essi, guardi, ripetono
quelle medesime dottrine, e col precetto e con
l'esempio ajutano efficacissimamente gli studj di
lingua, e lodano i coltivatori di essi.
S. E anche loro sono in questo pedanti: ci
vuol poco! — Ma già, siamo usciti dal proposito:
io dicevo delle poesie burlesche, e voi mi siete
entrato in lingua.
R. Abbia pazienza, signor Sughero, ma è
stato lei il primo a entrarci: e poi la quistione
all'ultimo è tutt'una, perché le poesie burlesche
le ho date fuori principalmente per gli studiosi
della lingua.
S. Oh! mancava roba da dar fuori per
esempio di lingua, senza ricorrere a quelle buacciolate,
e in questi tempi.
R. Ecco, le dirò: a me, così idiota, mi parve
che, per imparare un poco di lingua andante e
nervosa, ed efficace ad un tempo, giovino più
simili letture che qual altra si voglia, perché
qui più che altrove si vedono que' modi familiari
così vispi e calzanti, e quel fare semplice ed alla
mano, che manca generalmente negli scritti dei
nostri barbassori, e che è il vero cinto di Venere
in opera di scrivere.
S. Síe, o se lo dico; si vuol ciance canore:
si vuol la veste bella, senza badare alla sposa.
R. Eh no, signor Sughero: si vuol bella la
sposa: ma le si vuol mettere una veste dicevole
alla sua bellezza: perché anche un bel corpo
mal vestito e sucidamente, perde ogni pregio:
dove per contrario anche un corpo non al tutto
bello, ma acconciamente e semplicemente vestito
e adorno, piglia dell'attrattivo, e non solo piace,
ma si fa anche amare. La lo sa: vesti un ciocco,
pare un fiocco.
S. E io vi dico invece che l'abito non fa il
monaco.
R. Codesto proverbio va inteso per il suo
verso, e non letteralmente; perché l'abito, mio
buon signor Sughero, non solo fa il monaco, ma
fa il prete, fa il vescovo, fa il capitano, fa il re,
fa ogni cosa; e questo non ha bisogno di prova.
Ma torniamo a Cam, come disse quel predicatore.
Non solo ho creduto utili queste poesie per
lo studio della lingua, ma ho creduto ancora che
quelle argute invenzioni, quelli accorti partiti,
quelle ingegnose maniere di significare in modo
singolare i concetti più comuni, dovessero giovar
molto a far prendere la facilità di verseggiare,
a lisciare le menti un po' ruvide, a svegliare
gl'ingegni un po' sonnolenti.
S. E a fare il buffone. Noi abbiamo bisogno
di Tirtei, e non di Burchielli, né di Berni.
R. Oh! per l'amor di Dio, signor Sughero,
che vuol far dei Tirtei dove mancano i Greci?
Io come io, dico che abbiamo piuttosto bisogno
di Persj o di Lucilj: e questo genere di poesía
può essere il casissimo a formare un buon
satirico, dovendo appunto il satirico usare lingua
popolare e pedestre.
S. Ma che ci ha che fare la satira ora?
R. E' ci ha che fare, se non m'inganno; perché
la satira, onesta e urbana, ma severa, e' mi
par che abbia un fine nobilissimo e santo: e mi
pare che un buon satirico sia da riverirsi e da
ammirarsi da tutta una nazione, come quegli che
ha il mandato di ritrar gli uomini dal vizio ed
eccitargli virtù; ed è il vero poeta della civiltà.
Veda: a' nostri giorni è vissuto, e tutti e due
noi ci abbiamo avuto amicizia, il povero Giusti:
egli si studiò con le sue poesíe di combattere
tutti i vizj e tutti gli abusi della nostra patria;
e, salvo alcune cose che non vengono da tutti
approvate, le sono eccellenti così per la forma,
come per la materia, ed egli è salutato per il
vero poeta civile: e come è l'idolo poetico di
lei, così è di tutti coloro che hanno vero sentimento
del buono e del bello. Eppure, la lo sa,
il Giusti aveva sempre in mano i nostri poeti
berneschi, e non si vergognava di chiamargli
suoi maestri: e se lei, signor Sughero, volesse
tanto chinarsi che buttasse gli occhi su questo
volume, parecchie volte si troverebbe ad esclamare
in leggendo: Guarda! qui pescò il Giusti.
S. Mi fate ridere: datemi una testa come
quella del Giusti.... Già l'ho presa anche con
lui, perché è stato cagione che si leggano le
pazze balordaggini de' suoi imitatori.
R. Questi sciocchi non meritano neppure di
esser nominati; e sono debito lor premio le risate
di scherno e di compassione che i savj
fanno alle stolte lor cantafavole.
S. Come dire che non c'è ancora chi le
loda....
R. Va bene; ma la lode tanto ha valore
quanta ha autorità e senno chi la dà. Essi fanno,
tra loro poetastri e scribacchianti, quell'inverecondo
palleggio di lodi, onde parla il Giusti medesimo;
ma quel palleggio accresce il riso e la
compassione di chi ha un po' di senso comune.
S. Sta tutto bene, ma non mi persuadete.
R. Che vuol ch'i' le dica? All'ultimo non
tutti saranno del suo pensare: non tutti saranno
uomini gravi come lei, signor Sughero: tra tanti
ci sarà pur qualcheduno che ami lo studio della
lingua: qualcuno che ami di ridere e di spassarsi
un poco: qualcuno che non tenga le poesíe
burlesche per una buffonata affatto, e creda anzi
che a qualche cosa possa giovare il leggerle: e
fra tutti questi qualcuni, si metteranno insieme
tanti compratori del libro, che Le Monnier non
avrà buttato via il suo a stamparlo. Il mondo è
bello perché varia, e varj sono gli umor, varj
i cervelli, a chi piace la torta a chi i tortelli.
S. È vero; ma io, per me, non lo leggo. Addio
Fanfani, Dio vi dia buon giudizio.
R. A rivederla, signor Sughero: e a lei gli
mantenga quello ch'ell'ha.