Pietro Fanfani

Paolina: novella scritta in lingua fiorentina italiana


PAOLINA NOVELLA SCRITTA IN LINGUA FIORENTINA ITALIANA da PIETRO FANFANI Edizione di soli 300 esemplari FIRENZE TIPOGRAFIA ALL'INSEGNA DI S.ANTONINO Via del Castellaccio, N. 8 1868 Lettor mio, Bisognerà ch'io ti dica perché questa Novella ho scritto, e perché dico di averla scritta in lingua fiorentina italiana. Tu sai che a questi giorni si è rinfocolata la quistione della lingua tra noi, e che il Manzoni non dubitò di sentenziare, tra l'altre cose, noi Italiani non avere una lingua comune, e la povera patria nostra essere nel fatto della lingua una eccezione tra le nazioni culte, nè avere ALTRA RACCOMANDAZIONE che cinque secoli di dispute infruttuose; proponendo di riparare a tanto danno con un vocabolario della lingua fiorentina senz'altra mistura. Tu sai parimente che, dopo tal dura sentenza del valente Milanese, ci udimmo cantar dagli stranieri, e nominatamente nel Times, che è il più diffuso diario d'Inghilterra, come noi altri Italiani, mentre fummo popolo diviso e mancipio dello straniero, non facevamo altro che vantar la gloria della lingua, celebrandola per il più forte argomento di nazionalità; ed ora che nazione siamo, e che abbiamo acquistato la unità politica, confessiamo di non aver lingua, e lo confessiamo per bocca di colui, il quale, parlando d'Italiani di varie provincie, cantò: D'una terra son tutti, una lingua Parlan tutti. Il poco amorevol complimento immeritamente fatto dal Manzoni all'Italia Vedi la nota in fine della Novella., e le beffarde parole del Times, mi empierono il cuor d'amarezza, e fecermi venire i rossori sul viso; nè potei tenermi ch'io non mi mettessi a chiarirle false di fatto in un opuscolo, dove ho provato che la lingua comune c'è, e c'è stata da sei secoli in qua; al qual opuscolo volevo far seguitare la presente Novella, in cui non c'è parola che della lingua parlata in Firenze non sia, ma che non sia parimente della comune lingua italiana, intesa per conseguenza dall'un capo all'altro d'Italia. Ma ora che tale opuscolo si pubblica negli Atti di un'Accademia di Faenza, dove la Novella non parmi dovere star bene, questa io do fuori da se sola; ché sola può star senza sconcio, chi sappia il proposito col quale fu scritta; potendo poi coloro a cui piacesse di leggere il mio opuscolo apologetico della lingua, procacciarsi gli Atti di essa Accademia. Ho fatto una Novella, acciocché tu abbia tanto o quanto di diletto leggendola, e ho guardato bene che il buon costume non ci sia offeso minimamente, acciocché i giovanetti e le fanciulle di tutta Italia possano leggerla anch'esse alla libera, e accertarsi se c'è parola o modo che non intendano di primo tratto; ma come ho fatto una Novella, così potrei fare un libro, e due, e tre, e più, di materie diverse, e sempre con l'effetto medesimo; cioè che in essi non si leggesse parola che fiorentina non fosse, e che non fosse ad un'ora stessa italiana. PIETRO FANFANI. «Ma no, Paolina, codesta è delle tue solite; e non te la posso concedere Nella lingua fiorentina casalinga, si direbbe anche: Non te la posso menar buona. «Ecco, vedi, babbíno mio, qui tu sei troppo cattivo. O perché vuoi negarmi questa consolazione? Il desiderio di veder Firenze mi brucia per modo da un pezzo in qua, che sento proprio consumarmi. E poi è tanto che quel buon zio Giuliano e le due cugine m'invitano da loro!...» «Non lo vedi come sono tormentato dalla gotta? ti pare che possa arrischiarmi ad un viaggio così lungo e disagioso?» «Non importa mica, sai, che tu m'accompagni tu. Vo da me sola io «Ma che dici? È vero che tu sei franca come un uomo, ed hai piacere di mostrarlo; ma....» «O le signoríne inglesi non girano il mondo sole sole, senza ombra di sospetto? Ti ricordi quando Guido ci raccontò di aver trovato una di queste Inglesíne che, partitasi da Londra senza compagnía, se ne andava, e scusa se è poco!, in Australia? E io dovrei aver paura a andar sola di qui a Firenze? Le donne italiane hanno forse meno cuor delle Inglesi?» «No, Paolina, le Italiane non hanno meno cuor delle Inglesi; ma in Italia la educazione delle donne è diversa da quella che si dà loro in Inghilterra; nè certo è prudenza l'accettare una delle più strane costumanze della educazione inglese, chi non è venuta su in quel metodo educativo, e non ha, dirò così, respirato sempre quell' aria. E poi lo sai tu che cosa manca sventuratamente alle donne italiane? una patria libera, possente e temuta per tutto il mondo, come hanno le Inglesi. Non temono scherni, non temono soprusi, perché in qualunque parte del mondo par loro d'essere in casa propria; e sanno che guaj a quel popolo che fa villanía ad un cittadino inglese. Del rimanente poi, tu lo vedi, io resterei qui a governo di gente venduta.» «O non c'è Guido? Tu vedrai ch'egli non nega di rimaner qui in casa mentre sto fuori io; e tu sai quanto egli ti ama e quanta cura ha sempre avuto di te. Andiamo, via, babbíno: se tu mi vuoi bene, se non mi vuoi fare ammalare, dimmi di sì Questo diverbio facevasi, un trent'anni sono, in casa di Alfredo Petrucci, ricco mercante di Arezzo, uomo di natura dolcissima, già avanzato negli anni Il fiorentino casalingo: Un pezzetto in là cogli anni., e gottoso. Vedovo di moglie diletta, questa figliuola era quanta consolazione avea più al mondo, e non vedeva per altri occhi che per i suoi. La ragazza dall'altra parte, che era bellissima Il fior. casal.: Era un occhio di sole., voleva un bene dell' anima al suo caro babbo; ma, sapendolo così buono, e conoscendo il suo debole per lei, lo sfruttava quanto mai poteva, per levarsi i suoi capriccetti, che non erano nè pochi nè lievi: ed ora che erasi messa in capo di far la gita di Firenze, non le pareva di poter aver bene finché il babbo non avessele detto di sì; e tanto seppe dire quel giorno, e tante carezze Il fior. casal.: Tante moine. gli seppe fare, che all'ultimo quel buon uomo dovè contentarla. Chi avesse allora veduto la Paolina, avrebbela tenuta per mezza pazza: trilli di gioja, salti, batter di mani, baci e parole dolci d'ogni maniera al babbo; e senza metter tempo in mezzo incominciare a prepararsi per il viaggio. Prima di tutto si fece promettere a Guido, il primo giovane di banco, che, mentre fosse stata fuori lei, egli non lascerebbe mai suo padre, e in casa starebbe a mangiare e dormire: poi si diede a metter da parte la roba per i bauli, studiandosi di scegliere tutte le galanteríe da poter figurare anche laggiù a Firenze: il babbo le diede ricchi regali per il zio e per le cugine, con un buon sacchetto di marenghi; e scritta una lettera ad esso zio della ragazza e cognato suo, ricchissimo mercante fiorentino, la mattina di poi misela in via. Allora da Arezzo a Firenze non v'era strada ferrata, ma solamente un discreto servizio di diligenza, che partiva la mattina presto ed arrivava la sera. Il Petrucci con Guido accompagnarono la Paolina all'ufizio della diligenza, raccomandandola al conduttore e ad un suo conoscente che pure andava a Firenze: di lì a poco i cavalli si mossero fra gli addii reiterati. Eravi tra' passeggieri un giovane assai elegante e di bella maniera, il quale cominciò tosto a entrare in parole con tutti i compagni di viaggio; e la Paolina, che voleva parere quella ragazza franca e accorta che si pensava d'essere, non lasciavasi morir le parole in bocca, anzi, come suol dirsi, faceva lei tutte le carte, e ben teneva bordone al giovane, che sedevale dirimpetto, e che era invidiabilmente facondo. «E la signorína viene a Firenze per trattenersi? vi è stata mai?» disse quegli, volgendo a lei il suo parlare. «No, a Firenze non vi sono mai stata; e vengo per trattenermi qualche giorno in casa di un mio zio, che sta in Via Larga.» «In Via Larga! Oh, la strada dove sto anch'io. E, se è lecito, il suo signore zio chi è?...» «Giuliano Belforti, fratello della mia povera mamma. Egli non sa nulla di questa mia visita, nè io ho mai veduto lui e le mie cugine, e quel tanto solo ne so, che me ne ha detto spesso il mio babbo. È un gran pezzo che mi pregano di venir da loro, e che io lo prometto: s'immagini dunque se avranno cara la visita che io fo loro Il fior. casal.: La celia che io fo loro; ché il fare una visita inaspettata si dice affettuosamente fare una celia.; tanto più che non vengo con le mani vuote E qui, levate dalla borsa da viaggio tre eleganti custodie, fece vedere a tutti un ricco orologio d'oro, e due paja di maravigliosi orecchini di brillanti. «Come!ripigliò il giovane, mostrando di non aver posto mente più che tanto a que' giojelli, — come! ella la nipote del sig. Giuliano? lo sa quante volte abbiamo parlato di lei!.... Io son familiare Il fior. casal.: Io son di casa. del signor Giuliano: anzi più che familiare, perché tra poco diventerò suo genero; e per conseguenza anche un po' parente di lei, gentilissima signorína E qui con elegante disinvoltura le strinse la mano. «Ma questo incontro è per me una vera fortuna! A proposito: quale delle due cugine sarà vostra, la maggiore o la minore?» «La minore.» «Bravo! di buon gusto: ho sempre sentito dire che la minore è veramente la più bella, e che è proprio una fanciulla di senno Il fior. casal.: È proprio un sennino. «Eh, ma anche la maggiore, ve', è una bella ragazza: ed è poi un fuoco lavorato; una figuretta Il fior. casal.: Un tomettino., vi so dir io, da stare alla barba al più sottile avvocato. Vedrete, vedrete. S'ha a stare allegri: feste balli, ritrovi; e le signorine Petrucci non mancano mai; e si contano tra le più spiritose ed eleganti di tutta Firenze.» «E anch'io m'ingegnerò; ché stordita, grazie a Dio, non sono nè anch'io; e in quanto al non far trista figura con le cugine ho pensato a tutto: gioje, ornamenti assai ricchi, vesti, trine, ho portato ogni cosa; e al rimanente, pover'uomo! ci ha pensato il mio babbo, che mi ha messo nel segreto del baule un buon sacchetto di napoleoni d'oro. Ma ora che ci penso: o come fanno a star così allegre le cugine, con la spina che debbono aver al cuore per amor del loro fratello, che volle andar co' Francesi ad Algeri, e di cui non hanno più saputo altro?» «Ah, ah, mia bella cugina (oramai posso chiamarvi così), ma voi siete troppo addietro. Del fratello ne ebbero ampia e lieta notizia assai tempo fa; e vi dico anzi che egli sino da ier l'altro debb'esser tornato, nè altra cagione che il correre ad abbracciarlo mi ha fatto lasciar la mia villa a Cortona, e venire a Firenze. Immaginate bella serata che passeremo stasera in casa Belforti con la doppia letizia del fratello tornato di fresco, e della cugina tanto desiderata e non aspettata! Anzi mi viene un pensiero, da rendere la cosa anche più lieta e gioconda. Quaggiù a Figline la diligenza cambia cavalli, e il conduttore si ferma quasi un'oretta per mangiare: io vo' lasciarvi; ed appena poi arrivate a Firenze vedrete l'effetto del mio disegno.» Intanto di un ragionamento in un altro, a cui di rado pigliavan parte gli altri viaggiatori, i quali però erano tutti persuasi della parentela onde parlava l'elegante giovane, la diligenza faceva gran cammino, ed all'ultimo giunti a Figline, si staccarono i cavalli; ed egli, salutati con bel garbo tutti i compagni di viaggio, e stretta la mano alla cugina con un grazioso addio a più tardi, prese tosto un legger calessíno a vettura, e via fulminando a Firenze, dove giunse una buona ora e mezzo prima della diligenza, per modo che ebbe tutto l'agio di ordinare ogni cosa, e di ritornare a Porta alla Croce prima che la Paolina arrivasse. Eccola, eccola: ed eccoti farsi innanzi il nostro giovane con un signore attempato e due belle ragazze, i quali, imposto al cocchiere di fermare, domandarono della signorina Petrucci, mentre essa, riconosciuto il compagno di viaggio, e indovinando che quell'altro era il zio con le figliuole, detto addio a' viaggiatori, e salutato, ringraziandolo, l'Aretino a cui era stata raccomandata, saltò giù, e le ragazze furonle subito al collo opprimendola da' baci e dalle carezze: e fattosi poi innanzi il vecchio, e domandato minute novelle del padre di lei, ed abbracciatala e baciatala parentevolmente: «Eh poco giudizio! le disse, ma chi t'insegna a metterti in viaggio così sola? E anche quel benedett'uomo del mio cognato si vede proprio che ha perduto il cervello «Oh, caro zio, non son mica una bambina nè una stordita, sai! e poi, guarda, eccomi qui tutta d'un pezzo, senza che nessuno mi abbia mangiato. È bene, è vero, cugine mie, che anche le ragazze italiane vincano i pregiudizj, e s'avvezzino a viaggiar sole, come fanno le ragazze inglesi. Lo sapete? giorni sono ne vidi una io, che sola sola se ne andava, dite un po' dove? all'Australia!!» Questo fatto della Inglesína che andava sola in Australia avea ferito la fantasía alla povera Paolina, e ogni volta che capitava l'occasione Il fior. casal.: Capitava il bello. il metteva in tavola. E le cugine approvando e carezzandola, e lodando e ammirando tanta di lei franchezza, fu fatta venire una carrozza, caricatovi bauli e valigie, e tosto entrati in Firenze. Ella domandò subito del cugino d'Algería; a che fulle risposto che lo troverebbe a casa, dove era rimasto affin di ordinare qualcosa di buono e d'allegro per festeggiar l'arrivo del suo amico aspettato, e della non aspettata cugina: quando eccoci a casa, disse il vecchio, appena la carrozza fu svoltata di poco da Piazza a Santa Croce in Borgo de' Greci. Smontati tutti, trovarono ad aspettargli sull'uscio un bel giovane, che si diè tosto per il cugino d'Algería, il quale, anch'egli, fece alla bella cugina un monte di carezze e al suo aspettato amico altrettante; e saliti al secondo piano, in assai elegante quartiere, che alla Paolina parve elegantissimo e sontuoso, avvezza com'era alla modestia aretina, le cugine condusserla subito nella camera preparata per lei; e si misero tutte insieme a sciorinare le robe dei bauli, parecchie delle quali fecero meravigliar le cugine, tanto erano ricche e galanti, parlando poi strette strette fra loro di mille cose, di mode, di gioje, di ornamenti, come sogliono far sempre le donne quando trovansi insieme. La Paolina, sopraffatta da tante carezze, da tante chiacchiere, e dalla gioja di essere a Firenze; col pensiero a tanti spassi; o che la sera già avanzata non avessele lasciato discernere ogni cosa così per l'appunto; non badò che la strada ove scesero era ben altro che larga, benché sapesse che il suo zio stava in Via Larga; e dall'altra parte non le fu dato tempo da pensare a troppe cose, essendosele messi tutti attorno con mille diceríe, chi esaltando la sua bellezza, chi la ricchezza, chi il brio e la disinvoltura; mentre il cugino d'Affrica si mise a raccontar novelle di quella guerra con avventure stranissime; il zio a parlarle della propria sorella, mamma di lei, e da lei non conosciuta, perché era sempre in fasce quando le morì; e le cugine a parlar sempre di mode, di giojelli, di feste, di mascherate, di matrimonio, finché venne il tempo d'andare a cena. La Paolina fu messa in capo di tavola, ed accanto le sedè da una parte il zio, dall'altra il cugino d'Algería, che aveva gli atti e la cera del primo bell'umore dell'universo mondo. La cena fu veramente signorile, e abbondante sopra tutto di vini generosissimi: l'allegría ed il chiasso senza misura; e la Paolina, un poco per non parer fredda e novizia, un altro poco per esser continuamente istigata Il fior. casal.: Messa su. dal cugino, si lasciò ire a bere senza riguardo; ma quando poi, venuto il fumoso Sciampagna, si cominciò a brindisare, a cantare, a fare ogni sorta di baccano, la Paolina non badava più a quel che diceva o faceva, e quanti bicchieri empievale il cugino, che di mescere non restava mai, tanti ne tirava giù ad un fiato, di sorte che all'ultimo perdette affatto il discorso, ed oramai oppressa dalla più grave ebbrezza, cadde giù come un cencio. Povera Paolina! era rimasta colta ad un orribile laccio. Il giovane elegante, suo compagno di viaggio, tirandola accortamente a palesar le sue cose Il fior. casal.: Tirandole su accortamente le calze., aveane raccolto quant'era sufficiente al proposito suo: avevala conosciuta vana e presuntuosa di conoscere il mondo, mentre di fatto erane al tutto ignorante: si era accertato ch'ella aveva e gioje e denari in gran quantità; ed aveva ordito in carrozza, e tessuta a Firenze, la scelleratissima tela: ché le due cugine non erano altro che due donne di mala vita: lo zio e il cugino d'Affrica due perduti, i quali facevano parte di una congrega di bari e di truffatori, onde il giovane viaggiatore era il capo; e la casa dove avean cenato era una delle non poche, i cui padroni tengono di mano ad ogni sorta di ribalderíe. Veduta per tanto quegli scellerati la povera fanciulla in quello stato che la volevano, si gettarono tosto a' bauli; e ghermitone gioje, denari, ed ogni altra cosa di pregio, lei spogliarono tutta, rinfagottandola alla peggio in un camiciotto bigio di lana, ed in capo una cuffiaccia pur che fosse; e come già era passata di un pezzo la mezza notte, ed il bujo fittissimo per il nuvolo, mandato innanzi uno di loro, se forse passassero guardie, la Paolina strascicarono alla meglio sino al Ponte alle Grazie senza intopparsi in un'anima, e lasciatala appiè della cappellina, quelle fiere rimbucarono, chi qua chi , nelle loro tane. Quella sventurata era già stata parecchie ore senza dar segno di vita, non veduta da nessuno; o che niuno non passasse di , o che, passando, a niuno fosse data nell'occhio, quando si risentì, ed a mala fatica potè rizzarsi a sedere. I fumi del vino erano in gran parte svaniti, forse per l'azione possente del freddo; ma svanita era del pari gran parte della sua mental facoltà: a un tratto si pensò di essere a letto, ma non poteva raccapezzarsi. Come presa da subita paura: Zio, Giulia, Carolina, si diede a gridare; ché tali erano i nomi delle cugine: silenzio di morte. Guardasi attorno smarrita; e laggiù lontano lontano scorge un fioco lumicino, quello d'una immagine dagli Uffizj: dietro a sè ode il tocco di una campana, quella di S. Niccolò, che dà il cenno dell'alba: stende le mani, e palpa; per tutto il freddo della pietra. Era già rientrata bene in sè, e si accorse allora di essere nel mezzo di una strada, abbandonata da tutti: conobbe tutto quanto l'orrendo suo stato, e vinta dall'angoscia e più dal terrore spaventoso, ricadde bocconi, e singhiozzando amaramente, perdè ben tosto ogni sentimento. Dio l'aveva voluta punire terribilmente della sua leggerezza e de' suoi capricci; ma ora apparecchiavale dolce conforto. In una modesta casa di quell'ultimo Lungarno, abitava con la vecchia sua madre, un giovane artista, il quale aveva per costume di alzarsi ogni mattina all'alba, pigliare il caffè da Doney, dove trovava altri amici, per andar poi, dopo le usate chiacchiere ed a giorno fatto, allo studio. Uscito di casa ed acceso il suo sigaro, parendogli quella mattina assai più freddo del solito, quando fu vicino alla cappellina delle Grazie si avvicinò alla spalletta del fiume per affacciarsi a vedere se fosse diacciato, quando gli venne percosso assai forte il piede in un fagotto di roba, cui egli non aveva veduto. «Che cosa è mai questa?» E chinandosi: «Dio mio! un morto!» E tale di fatto pareva quel corpo, così era perduto dei sensi e intirizzito dal freddo: ma, per meglio chiarirsi, postale una mano dalla parte del cuore, sentì nel tempo medesimo essere e femmina e viva, e di forme, quanto potea discernere a quel fioco lume, maravigliose. Lasciando star dunque il pensare a come potesse esser ita la cosa, e chi potesse esser ella, ascoltò solo la compassione, pensando a levarla subito di mezzo alla strada, e usare verso di lei quelle cure che a tanto estremo si richiedevano; e come la sua casa era pochi passi discosto, così più soavemente che potè ve la trasportò; e chiamata sua madre, ad essa la raccomandò, che preparassele un bel letto caldo, e si ingegnasse di trovar qualche cosa da confortarle il cuore e lo spirito; al quale ufficio la buona donna, che amorevolissima era, si diede con tutto l'animo; nè andò molto che quella povera creatura ebbe ripreso i sentimenti e la conoscenza. «Oh Dio! ma dove sono?» furono le prime parole. «Ma qui c'era pietra» soggiunse palpando attorno a sè. «E lo zio, e le cugine?... Povero mio babbo! O lei buona signora, chi è? per l'amor di Dio abbia misericordia di me: non ho più mamma io: volli disubbidire il babbo, e il Signore m'ha punito Da queste idee e parole così spezzate la buona donna non comprendeva Il fior. casal.: Non raccapezzava. nulla; e però, innanzi tratto rassicuratala ch'ell' era in casa di persone di garbo e cristiane, le cominciò a dimandare dell'esser suo, e chi mai l'avesse lasciata così sconciamente in mezzo alla strada. Intanto era rientrato in camera il giovane artista; e come alla Paolina, per le cure e per i conforti a lei usati, non pure si erano ricomposti i tratti del volto, ma, per la vergogna forse di dover raccontare le sue leggerezze, erasele acceso di un certo rossore, così fu preso di meraviglia da tanto rara bellezza, che, mista alla pietà, lo infiammò di subito amore; nè la fanciulla guardò lui senza tutta sentirsi commuovere; ché di aspetto e di maniere era gentilissimo. Pregata per tanto anche da lui, incominciò, non senza lacrime dei due ascoltatori, a raccontare il suo caso pietoso, fino all'ubriachezza, facendosi qui più rossa che mai, e coprendosi il volto con le lenzuola: del rimanente non sapeva più altro. La conducessero a casa dello zio, e avrebbe aspettato che vi arrivasse il babbo, e così toglierebbe il disagio a' suoi buoni ospiti. Lo zio della Paolina per altro, che io vi diedi sul principio di questo racconto per mercante ricchissimo e banchiere onesto, appunto tre giorni addietro avevalo colto grave sventura di commercio, onde era stato forzato a fallire; ed egli con tutta la famiglia erasi ritirato ìn una casetta di campagna assai lontana da Firenze, lasciando commissione ai suoi agenti di vendere ogni suo bene per dare il tutto a' suoi creditori. La disgrazia dello zio, della quale sonava tutto Firenze, non volle il giovane palesarla alla Paolina, per non darle un'altra coltellata in quel cuore già sanguinente di tante ferite; ma dissele solamente che a casa dello zio era impossibile andarvi, perché egli, che di lui era buon servitore, non più che iersera era stato a dirgli addio mentre partiva per la campagna con tutta la famiglia: «Pensate dunque, gentil signorina, a rimettervi; ché la mia buona mamma vi tratterà come sua figliuola; e intanto datemi il recapito di vostro padre, acciocché gli scriva che tosto venga quaggiù; e ditemi ancora se vi sentite in grado di rispondere al ministro del commissariato, che io pregherò di venir qua per vedere se può mettersi sulla traccia de' vostri assassini.» E dettogli la Paolina che risponderebbe al ministro, e datole il ricapito del babbo, l'artista scrisse tosto la lettera, e senza indugio andò al commissariato a riferire il caso della ragazza trovata dal Ponte alle Grazie: nè il commissario fu lento a spedire un suo ufficiale per far l'interrogatorio, e studiarsi tosto di scoprire gli autori del grave misfatto. La Paolina per altro, nuova com'era di Firenze, non seppe dare indizio veruno nè delle persone nè delle strade; il perché nè allora nè poi fu possibile alla polizia il venire a capo di nulla. Il rimanente della giornata fu passato dalla fanciulla assai quietamente: la buona donna mai non uscivale dattorno Il fior. casal.: Di torno. al letto; ed anche il suo figliuolo capitava spesso spesso in camera, ed allora negli sguardi e nel volto di ciascuno de' due, anche il più mal pratico, avrebbe scorto che già si erano intesi. Quando però venne la sera, una orribil gravezza di capo assalì quella povera ragazza, la quale ben tosto prese forma ed aspetto di pericolosa malattía, non avendo potuto quel corpo delicatissimo restar vincitore di tanti assalti, della crapula, del gelo notturno, dello spavento, e dell'accoramento. Quanto amorose fossero le cure dell'artista e della buona sua madre non si potrebbe significare a parole: quello che avrebbe potuto farsele nella propria sua casa, quello e più le si fece da' buoni suoi ospiti. Ma torniamo un poco ad Arezzo; ché la Paolina resta in buone mani. Il padre di lei, tre giorni dopo che essa era partita, una mattina avviavasi verso la posta per vedere se vi fosser lettere, quando gli si fa incontro non so chi, dicendogli di aver letto nella Gazzetta di Firenze il fallimento del suo cognato. Non morì e non rimase vivo: «Oh Dio! e la mia Paolina? Per l'amor di Dio, correte alla posta, se c'è lettere per me. Aspetto qui nel caffè.» E riparatosi nel caffè prossimo, un suo conoscente volò alla posta, e tornò quasi subito con una lettera in mano. Il Petrucci la prese tutto lieto nel volto; ma quando alla soprascritta vide non esser della sua Paolina, incominciò a tremare come una foglia, nè si attentava di aprirla. All'ultimo, fattosi coraggio, apre e legge: Signor Alfredo, Alla ricevuta della presente parta subito per Firenze: si tratta della sua signorina: non c'è nulla di grave, ma è necessario che ella sia qua. Smonti nel Lungarno delle Grazie al n.° 247. FABIO ROBERTI pittore. Al povero Alfredo non rimase sangue nelle vene e fu per cader tramortito; poi, ondeggiante in gran tempesta di pensieri, l'uno più orrendo dell'altro, benché malaticcio a quel modo II fior. casal.: Malazzato, cagionoso, acciaccoso., senza metter tempo in mezzo ordinata una carrozza di posta, e tolto seco il suo Guido, non posò finché furono al ricapito segnato nella lettera. Udito fermare un legno all'uscio, e sonare il campanello, la madre dell'artista indovinò che cos'era, e fattasi in cima alla scala, accolse il signor Alfredo, che l'avea quasi salita tutta, con queste parole: È ella forse il signor Petrucci d'Arezzo? Ed egli, quasi nel tempo medesimo, senza badare ad altro: La Paolina?...Favorisca, soggiunse la donna; ed entrati in un piccolo salottíno, fattasi dall'un de' capi, gli raccontò tutta quanta la infelice storia della sua figliuola, aggiungendo altresì, ch'ella avea dato timore di mortalmente ammalarsi, ma che, grazie a Dio, ogni timore erasi dileguato, benché ammalata fosse tuttora. E come Alfredo si alzò da sedere, bramoso di tosto vederla, così la buona donna, mostratogli il grave pericolo che ci sarebbe in un subito commovimento d'animo, lo indusse ad aspettar tanto che ce la preparassero, il che si cominciò a fare quando di lì a poco tornò il pittore, dicendole che il babbo avea scritto, e che non poteva star molto ad arrivare egli stesso. Nè tardò molto di fatto, ché tra un'ora venne Fabio ad annunziare, com' egli era giunto a Firenze, ed era qui dietro pochi passi. La Paolina, tuttora oppressa da febbre ardentissima, benché non vedesse l'ora di riabbracciare il suo amato ed amoroso padre, tuttavía fieramente la combattevano il timore e la vergogna; e mentre stava pensando che accoglienza fargli, e che cosa avrebbe detto per sua discolpa, eccoti spalancarsi l'uscio di camera, e correre a braccia aperte verso il letto quell'ottimo vecchio, che non restava di baciarla, dando ambedue in uno scoppio di pianto. «Babbíno, sono stata tanto cattiva! ma mi vuoi sempre bene?....» «Povera bambina, più di prima, se fosse possibile. Non pensare a quel che è stato; pensa solamente a guarire, e che io non ho al mondo altro bene che te.» «Povero babbíno mio, quanto sei buono! Ma anch'io sarò buona, sai, se Dio mi fa guarire. La lezione è stata terribile; ma, credimi, fruttuosa. Vedi però, se io campo da tanto pericolo, è tutto per bontà di questa adorabil famiglia. Il signor Fabio mi tolse proprio di bocca alla morte, ed alla vergogna; nè resta mai un momento di usarmi ogni più amorevole cura.» E queste parole disse con tale accento, e guardò Fabio con tale atto, che il padre non ebbe molta fatica a indovinare ogni cosa. «E la signora Teresa?, — continuò la Paolina. Credi, babbo, che, se fosse stata viva la mia mamma, non mi sarebbe stata più amorosa di lei. Non mi uscirà mai dal cuore tanto affetto con tanta cortesía.» Durava già da qualche tempo il colloquio, e la inferma dava segno di esserne aggravata; però fu cercato di troncarlo più presto che si poteva, per non peggiorare la condizione della malattía, già grave da sè, ma che pure procedeva regolarmente e senza sintomi paurosi. Il Petrucci rimase in Firenze, alloggiato alla Nuova-York, per istarvi finché durasse la malattía della figliuola, che da lui ogni momento era visitata, trovandola sempre maternamente assistita dalla madre di Fabio, il quale dal canto suo studiava tutte le vie da renderle men grave il suo stato, e indovinava, non dico ogni bisogno, ma ogni desiderio di lei: perché, sebbene non fossersi aperti l'uno all'altro, tuttavía si erano intesi senza parlare, e già l'uno si tenea per cosa dell'altro: come il tutto aveano compreso e la madre di lui ed il padre di lei; il quale, trovandosi così a Firenze, volle andar sino al luogo dove erasi riparato il cognato con la famiglia, e poi si diede a trattar di proposito co' creditori di lui, che si accordarono finalmente a dargli luogo di tornare al commercio sotto la ditta comune di lui e di suo cognato: dacché questi in cuor suo aveva bell'e proposto di tornare a Firenze, dove pur troppo vedeva che sarebbe dovuta tornare la sua Paolina, alla quale non avrebbe mai contradetto di sposare il giovane Fabio, di cui la conosceva innamoratissima. Ma già la bella fanciulla era in piena convalescenza, ed alla giornata rifiorivano in lei tutte le più rare bellezze; già usciva in carrozza col babbo, già si parlava di ritornare ad Arezzo: ed ogni volta che parlavasene, ella chinava il capo sospirando, e Fabio arrossiva e impallidiva al tempo stesso Il fior. casal.: Diventava di mille colori.. Un giorno che il Petrucci, solo in camera con la figliuola, toccò questo tasto, ella, posato il capo sul petto di lui: «Babbo; ma il cuore lo lascio a Firenze.» «Lo sapevo, sai, lo sapevo: ma ci torneremo presto, e ci staremo per sempre La risposta della Paolina fu un dirotto pianto di gioja dolcissima, e un diluvio di baci all'ottimo padre. In un'altra stanza frattanto il povero Fabio, doloroso a morte per la vicina partenza della sua diletta, confessava alla mamma quel che la mamma sapeva meglio di lui; e mentre essa cercava di confortarlo, consigliandolo a levar il cuore da tale affetto, perché troppa disparità vi era tra lui e la ragazza, cui il signor Petrucci non avrebbe mai consentito di sposare ad un povero artista; eccoti lo stesso Petrucci chiamare a sè la Teresa, e senz'altre parole, rimasti soli, incominciare: «Signora Teresa, io sono per lasciare Firenze; ma sonmi accorto per altro che la Paolina sta troppo volentieri qui «Anch'io, signor Alfredo, mi sono accorta di tutto; e stavo appunto consolando mio figlio, dolorosissimo per questa partenza, esortandolo a levar il cuore da tale affetto, a lui povero artista troppo dispari. — Ma ella, spero, non mi farà il torto di credere che il mio Fabio abbia usato artifizj di seduzione, o che io gli abbia in qualche modo secondati.... Ella non ci conosce; ma io son donna onesta, e mio figlio non è capace di niun atto men che nobile e generoso.» «So chi siete ambedue; e so di quanto vi sono debitore. La povera Paolina mi ha detto che, partendo, lascerebbe il cuore qui: se ella partisse, che sarebbe del cuore del vostro Fabio?» «Gli uscirebbe dal petto per volar dietro alla sua Paolina.» «A me non mi basta l'animo di vedere infelici due così dilette persone. Piacerebbe a voi il vedere uniti que' due cuori?» «Oh, signor Alfredo, che domanda mi fa ella? Ne morrei dalla consolazione.» «Promettetemi di non morire; e dite a Fabio che volentieri gli do per isposa la mia figliuola «Fabio, Fabio gridò tosto la donna. E Fabio, che stava tutto doloroso, pensando che il signor Petrucci avesse chiamato sua madre per prendere commiato, ma parendogli pure che nell'accento di lei ci fosse qualche cosa di lieto, corse tra la speranza e la paura; nè prima ebbe posto il piè sulla soglia, che ella disse, tutta piena di gioja: «Fabio, la Paolina sarà tua: ecco il signor Petrucci.» Quel povero giovane rimase come sbalordito da sì grande e insperata contentezza, nè trovò modo di articolar parola: solo prese la mano del signor Petrucci, che era seduto su una poltrona, e inginocchiatosegli dinanzi baciògliela convulsamente, e rimase alquanto col capo posato sulle ginocchia di lui. Rialzollo il buon Alfredo, e presolo per mano, il condusse dalla Paolina più morto che vivo, la quale, come prima il vide, corsagli incontro, si strinsero amorosamente la mano, dandole Fabio un bacio castissimo sulla fronte, e rimaser muti ambedue, mentre a' due vecchi piovevano dal volto lacrime di consolazione. Come prima si furono tutti riscossi dall'abbondanza dell'affetto, cominciarono a parlar di proposito delle cose loro: il signor Alfredo palesò il partito da esso preso di tornar in Firenze, e di far tutta una famiglia, per non dividersi dalla sua Paolina: fisserebbe intanto un quartiere conveniente, e poi andrebbe ad Arezzo, affine di dar sesto alle cose sue; ed a maggio tornerebbe per far subito lo sposalizio, e veder contenti, come diceva egli, que' poveri ragazzi. E come disse così fece. I tre mesi che corsero di mezzo parvero tre secoli a' due amanti; ma il tempo è galantuomo, e il giorno desiderato arrivò. Furono sposi. e sposi felici per lunghi anni; ché la Paolina, ammaestrata da tanto dura lezione, fu per innanzi tal donna, che per esempio di lei soleva provarsi, non solo la beltà, ma ogni più rara dote dell'animo: Fabio, amante sempre di sì cara creatura come nei primi tempi del loro amore, diventò famoso nell'arte, e visse vita riposata e contenta, se non quanto l'amareggiò per lungo spazio di tempo la morte della buona sua madre; e il signor Petrucci, che arrivò all'ultima decrepità, potè vedere la sua Paolina e il suo Fabio lieti di gentile ed onorata figliolanza. NOTA Il Manzoni non nega assolutamente che ci sia la lingua italiana; ma dice esserci solo a Firenze, e non averla l'Italia come nazione, e doversi la parlatura fiorentina pigliare per unico regolo della lingua comune, la quale bisogna formare. I pochissimi difensori di lui dicono per iscusarlo: Il Manzoni non tratta la quistione da letterato, ne parla da cittadino: non parla d'una società scrivente, ma parla d'una società parlante; non vuol formare dei letterati, ma vuole che i cittadini parlin tutti ad un modo: vuole per esempio che il calzolajo di Torino, di Milano, di Genova, di Napoli e via discorrendo, parli come il calzolajo di Firenze; e così tutti gli altri mestieranti: e fin che non saremo a questo, lingua italiana, civilmente parlando, non si può dir che ci sia. A costoro si risponde: 1. Che tal separazione delle due lingue non si può proporre sul serio, nè sul serio accettare, perché bisognerebbe inferirne dover essere la lingua parlata una cosa, un'altra la lingua scritta. 2. Che il calzolajo e altri mestieranti di Torino e delle altre città, tanto o quanto istruiti, parlano la lingua comune al bisogno; e solo chiamano in modo diverso alcuni arnesi del loro mestiere; come i popoli delle varie provincie chiamano con voci diverse varii oggetti di uso domestico. Ma questa, se mai, è la minima parte della lingua, e il non esserci conformità non basta a inferirne che non c'è lingua comune, dacché la lingua non la fanno le sole parole, ma sì la fanno le forme grammaticali; e se il mancare una quantità di parole, o l'esserci varietà, fosse cagione sufficiente da negare la lingua, non avrebbe lingua veruna nazione di Europa. Qui si tratta dunque non di dover fare una lingua, ma di rendere uniforme una parte piccolissima di una lingua, togliendo via le troppe varietà: si tratta non di seminar un nocciolo, acciocché nasca l'albero; ma di potare il troppo rigoglio di un albero nobilissimo e ben ramoso. 3. Che non è vero, l'intenzione del Manzoni esser quella di non trattar la quistione della lingua letterariamente; dacché propone libri di testo scritti in buona lingua (e qui non c'entrano nè calzolaj nè sarti); propone maestri fiorentini; propone lettura di libri, perché vi si notino gli arcaismi e i neologismi; propone altre cose tutte letterarie. E se non avesse parlato della lingua letterariamente, quando gli fu fatto carico di non aver citato il libro del Volgare eloquio perché sta contro alla sua dottrina, invece di ridursi a negare che Dante in quel libro non parlò della lingua italiana, cioè invece di ridursi a negare una cosa più chiara della luce del sole, avrebbe risposto a que' ficcanaso (uso una voce manzoniana) de' suoi contradittori: «Il Volgare eloquio non fa per me: io parlo di lingua civile e non letterata; le Signoríe loro dicano le loro ragioni altrove, ché qui esse non hanno luogo». 4. Se il Manzoni non avesse negato esserci la lingua, e l'avesse sottintesa come esistente, nella sua tesi non vi sarebbe nulla di nuovo; dacché il rimanente son tutte quistioni fritte e rifritte, già abburattate sapientemente tra il Varchi con tutti i Fiorentinisti dall'una parte, ed il Muzio e il Castelvetro con tutti gl'Italianisti dall'altra. Tanto basti per una nota: tutti questi punti ed altri che si tacciono, potranno trattarsi distesamente ove ne accada il bisogno. PIETRO FANFANI. AVVERTENZA Pietro Fanfani per ajutare la diffusione del linguaggio domestico fiorentino, pubblicherà tra pochi giorni un libretto, dove sarà descritta minutamente una casa fornita di tutto punto, con tutti gli oggetti che vi si possono trovare; ed un vocabolarietto alla fine, nel quale si abburatteranno le parole significative di essi oggetti, lasciandovi una colonna in bianco, acciocché i maestri delle varie provincie vi possano fare scrivere a' loro discepoli le parole corrispondenti de' varii dialetti, o notare quelle che in tali dialetti son simili alle fiorentine.