Costantino Rodella
Enrichetto, ossia il galateo del fanciullo
ENRICHETTO
OSSIA IL GALATEO DEL FANCIULLO
COMPILATO DAL PROFESSORE
COSTANTINO RODELLA
OPERETTA
premiata dal Municipio di Torino
(CONCORSO BARUFFI)
Prezzo Cent. 80.
1871
PRESSO G. B. PARAVIA E COMP.
ROMA - FIRENZE - TORINO - MILANO
ALL’EGREGIO PROFESSORE
CAVALIERE
G. F. BARUFFI
II nome del Professore G. F. Baruffi, a buona giustizia deve essere scritto sulla prima pagina di quest’operetta. Egli vi ha dato vita coll’istituire un concorso; egli vi diede autorità sottoponendola al giudizio di una Commissione dotta ed eminente, scelta perciò dal Municipio. Possa pertanto questo Galateo spargere ne’ cuori della gioventù quei semi di urbanità e di rettitudine, che si proponeva l’Istitutore del premio, che credettero riconoscervi i Giudici che lo premiarono, e che costantemente aveva in vista nel compilarlo il sottoscritto.
Torino, 15 Dicembre 1870.
COSTANTINO RODELLA
ENRICHETTO OSSIA IL GALATEO DEL FANCIULLO
Quantunque niuna pena abbiano ordinato le leggi alla spiacevolezza ed alla rozzezza dei costumi, noi veggiamo nondimeno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consorzio e della benevolenza degli uomini.
- GIOVANNI DELLA CASA.
Proemio
Enrichetto è un ragazzo garbato e gentile. I suoi genitori lo tengono come il più bel gioiello della casa, la più cara consolazione della loro vita; i maestri lo portano in palma di mano; e i compagni lo amano come fratello; perché in casa è rispettoso col padre e colla madre, amorevole coi fratelli e colle sorelle, affabile e tollerante coi servi, pulito e piacevole con tutti. Nella scuola eseguisce appuntino i suoi doveri, mostrandosi umile e docile verso i maestri, buono e manieroso coi compagni, in guisa che questi, ben lungi dall'esserne invidiosi, vanno a gara per istare vicino a lui e goderne l'amicizia.
Chissà perché Enrichetto è la delizia di tutti? – Ѐ egli di un gran casato, il cui nome sia in gran favore nella città? – No: perché il padre ha un modesto impiego nella via ferrata, e lo stipendio che riceve, appena basta a’ bisogni della famiglia. – Forse che è bello di aspetto, gagliardo di corpo e svelto sì che vinca ogni altro in destrezza? – Ohibò! se lo vedeste! mingherlino di persona, ha una faccetta tirata e magra, come si nutrisse di lucertole. Cammina impacciato, e come soffra di repentini stiramenti di nervi, scuote tratto tratto il capo, batte spesso le palpebre; inoltre è impedito un po’ nella lingua, sicchè la parola esce spesso a disagio e in due o tre spinte; onde le prime volte che andava a scuola, i compagni lo mettevano in canzonatura.
Ma egli era tanto paziente, tanto rispettoso, tanto riservato, e nello stesso tempo cortese verso ogni persona, che non andò guari che tutti i suoi compagni provavano un senso di pena che egli fosse così difettoso, e ben lontani dal farsene beffe, quelli stessi, che sul principio l’avevano deriso, sentivano rossore d’aver ciò fatto. E se per caso qualche imprudente si fosse ancora arrischiato di schernirlo o di ridere, mentre egli balbettava in dir qualche parola, veniva tosto da tutti aspramente ripreso.
Si deve però avvertire che Enrichetto, messo per tempo sulle tracce de’ suoi difetti, stava in sull’avviso, e si studiava di guardarsene e di correggersi il più che fosse possibile. Egli aveva inteso dal medico di casa, e più volte anche dal padre: che non c’è vizio di natura, il quale colla educazione non si possa di molto diminuire od emendare affatto. Per la qual cosa tanto s’ingegnò e con esercizi ginnastici e con assidue cure, che la sua persona, dopo non molto, si fece assai
svelta; il capo e le palpebre pigliarono un moto naturale e stabile, e le fattezze del volto divennero regolari e piuttosto graziose.
In quanto al balbettamento, ricordevole di quanto aveva inteso del grande oratore ateniese, Demostene, che vinse tale difetto col recitare un gran numero di versi in fretta e con sassolini in bocca, egli esercitò così la lingua, ora pronunziando forte e ben spiccate le sillabe e senza ripeterle, ora declamando in fretta poesie mandate a memoria, che nel giro di pochi anni nessuno più si accorgeva d’alcun impaccio di parola.
Era poi d’animo così liberale e generoso, che era sempre pronto a sacrificare il bene proprio a quello d’altri, in guisa che si poteva dire, che fosse regola del suo vivere: Nulla per sé, tutto per altrui. E siccome era amante de’ proverbi, ad ogni beneficio che rendeva, ripeteva: Piacere fatto non va perduto; ed anche: Chi beneficio fa, beneficio aspetti; oppure: Il servizio torna sempre a casa col guadagno.
E se taluno, dopo aver ricevuto da lui qualche favore, se gli mostrava ingrato, o lo ripagava di villania o peggio, soleva dire: Fa bene, e non guardare a cui.
Prese di buon’ora a frequentare la scuola, e mostrò subito grande avidità d’imparare. Come fu da tanto da poter leggere e intendere qualche libro, la lettura divenne il suo diporto, e quando incontrava esempi di generosità o di qualche bella e gentile azione, si sentiva un bollore nel cuore e gli occhi gli si accendevano, come segno visibile del proposito che faceva di imitarli. Laddove se s’imbatteva in qualche brutto vizio, in qualche inurbana azione, gli si corrugava la fronte e faceva dentro di sé un severo esame, se mai
trovasse ne’ suoi atti qualche germe di que’ difetti, per emendarsene tosto.
Un giorno, spolverando alcuni libri vecchi che erano sur una vecchia scancia di casa, trovò un libriccino che parlava di buona creanza: era il Galateo di Giovanni Della Casa; egli lo prese a leggere, e comecchè sul principio trovasse difficoltà a cavar fuori un senso lucido da quello strascico di periodi lunghi e contorti; nondimeno tale era il diletto che raccoglieva da quelle regole di ben vivere, che fece tanto che riescì a stamparselo bene nella memoria per intiero; perché colla piacevolezza e coll’urbanità voleva ricattarsi de’ difetti di natura, avendo a mente quel detto che: Onestà e gentilezza sopravvanza ogni bellezza.
Questo amore della bella creanza senza dubbio gli era stato infuso dal padre, il signor Carlo, uno dei più compiuti uomini che si conoscesse, ed era per questo ben accetto in tutte le compagnie. Oltre a ciò il signor Carlo era un intelligente e savio educatore della sua prole. Egli soleva dire a’ suoi figliuoli: Non potrò lasciarvi di molti beni di fortuna; ma vi lascierò in compenso un’ottima educazione, che vi gioverà assai più nella stima degli uomini.
Onde non fa meraviglia se Enrichetto crebbe il più garbato, il più ufficioso, il più caro giovane che si fosse mai riconosciuto.
Con questo però non bisogna mica credere che egli menasse vanto di tutte queste virtù, o ne provasse qualche senso di orgoglio, o montasse in superbia. Niente di tutto questo. Egli non si dava manco per inteso di possedere queste belle qualità, o per meglio dire, non aveva coscienza di esse; si pensava, che fosse dovere di ogni ragazzo mostrarsi e adoperare così. Quando sentiva di altri che si comportava con
boria o con alterigia soleva dire che: La superbia andò a cavallo e tornò a piedi; ovvero: La superbia è figlia dell’ignoranza.
Egli si studiava di andare il più che fosse possibile a’ versi degli altri. Desideroso di essere ben voluto da ogni persona, procurava di crescere sempre più nella stima e nella grazia di tutti; mostrandosi devoto al bene altrui.
Quantunque sapesse che ciascuno ha dei diritti e dei doveri da compiere verso ogni uomo; tuttavia operava come se egli avesse solo de’ doveri, onde non sollevava mai pretesa di sorta, sicchè era una soddisfazione l’avere a stare con lui. Egli si era messo per bene nella mente queste due massime, che diceva madri di tutta la costumatezza e del ben vivere:
1° Fare agli altri tutto quello che vorremo fosse fatto a noi; 2° Non fare agli altri quello che non vorremmo a noi fatto.
Si è per tutte queste care doti di Enrichetto, che mi sono invogliato di parlare di lui distesamente, e di esaminare punto per punto tutte le sue azioni, perché fosse ai fanciulli d’esempio e di scorta nel cammino della vita.
1. La levata.
Enrichetto s'alzava appena faceva dì; chi dorme grassa mattinata, va mendicando la giornata; oppure:il mattino ha la bocca d'oro, ripeteva spesso. Sapeva che alla salute torna dannoso tanto il troppo, quanto il poco dormire. Il medico di casa diceva, che i fanciulli debbono dormire non più di nove ore; non più di otto i giovani: e gli uomini non più di sette. Onde era sua regola andare a letto presto la sera per sorgere presto il mattino. La mattinata è la madre della giornata, diceva a chi lo mettesse su questo discorso; e si fa più il mattino a mente fresca, che in tutto il resto del dì. Rammentava con singolare compiacenza che Walter Scott, l’eloquente romanziere scozzese, scrisse le numerosissime sue opere letterarie quasi tutte di mattino, prima di andare all'ufficio, perché voleva che la vita dello scrittore punto nuocesse alla vita dell'impiegato. Onde Enrichetto come scorgeva un fil di luce trapelar per la finestra nella sua camera, balzava subito giù del letto e con atto così istantaneo, che non aveva tempo di avvertire la noia del levarsi; aveva sempre in mente quello, che a quando a quando ripeteva il padre: che covar il caldo delle lenzuola avvezza alla poltroneria, infiacchisce il corpo, ed addormenta lo spirito. In un batter d'occhi infilava le calze, e i calzoni; indi si dava alla pulizia del corpo; perchè il miglior modo per preservarlo dalle infermità e dai difetti, si è la cura che se ne ha, e la nettezza
in che si tiene. Onde non v’era mattino che lasciasse di pettinarsi per bene, e di ravviarsi acconciamente i capelli. Ma per non perdervi lungo tempo su, e per più agevolmente tenersi pulito il capo, usava portare i capelli piuttosto corti, e quindi con una spazzola prestamente si metteva in ordine; il che, oltre gli altri vantaggi, diceva che rafforzava meglio le radici de’ capelli, sicchè essi s’infittivano più, e più si conservavano.
Pettinato, si lavava ben bene con acqua fresca; e con ambe le mani se la gittava nel viso e negli occhi, dicendo che questo lo risvegliava, e gli rischiarava le idee. Per lavarsi le mani e il collo si serviva di sapone semplice, non profumato, e con spazzoletta acconcia si nettava ben le unghie, le quali non lasciava mai crescere tanto, che soverchiassero il polpastrello delle dita; chè così più agevole riesce tenerle pulite.
Aveva anco una singolar cura a’ denti; affermava di non aver mai provato mal di denti; e ciò era dovuto alla pulizia in che li teneva; imperciocchè il mal di denti, e il fiato fetido sono una conseguenza della poca cura della bocca. Tutte le mattine se li sciacquava con acqua limpida, e li strofinava con uno spazzolino morbidetto, per non scalzare le gengive. A quando a quando spruzzava l’acqua di limone o di aceto, il che li temperava e ne conservava lo smalto; e difatti egli aveva una bellissima dentatura, candida come alabastro.
Respingeva le acque nanfe e i profumi, comunque fossero; cose da lasciarsi alle donne o a’ zerbinotti.
Pettinato e lavato terminava di vestirsi. Nè bisogna mica darsi a credere che consumasse molto tempo in tutte queste faccende! Era un baleno: visto e non visto eccolo alzato e vestito.
La prima cosa che faceva appena s’era messo gli
abiti, era di sollevare la mente a Dio, come a colui, dal quale diceva di dover riconoscere ogni bene; epperciò lo ringraziava della buona notte concessagli, offerivagli tutte le azioni che stava per intraprendere nella giornata, e ne implorava l’assistenza. Nelle sue preghiere non dimenticava nessuno della famiglia; il babbo, la mamma, la nonna, i fratelli, le sorelle e perfino una sorellina, morta in sui primi anni della puerizia, alla quale si raccomandava sempre, come ad un angelo del paradiso: così l’Agnesuccia, il cui nome non si udiva più nella casa, e nessuno forse più ricordava che fosse mai esistita, tutti i dì veniva sul labbro dell’affettuoso Enrichetto.
Nella sua stessa camera in altro letticciuolo dormiva pure il fratello Sandrino, di un anno minore di lui. Ma quanto diverso! Era un volto da dipingere; bianco e vermiglio, come un fiore; due occhi cilestrini, vivissimi; capelli lunghi, biondi, come oro filato: ma poltrone, e quel che è peggio, ambizioso e spregiatore d’altrui a più non dire; i quali difetti gli s’erano abbarbicati; perché essendo il cucco della mamma, de’ falli aveva il più delle volte l’impunità; e del poco bene che faceva, venendo soverchiamente lodato, pigliava baldanza; difetti però che col crescere degli anni, sotto la scorta del padre e collo specchio del fratello, in gran parte scomparvero.
La mattina ci volevan gli argani a cavarlo di sotto le coltri.
Enrichetto lo svegliava, lo sollecitava. Masì; ci voleva dell’altro.
Ogni dì si ripeteva un dialogo su per giù in questa forma:
-Sandrino, Sandrino, gridava Enrichetto, destati; si fa tardi.
- Sei già così noioso? Non seccarmi che voglio ancora dormire: e cogli occhi tuttavia chiusi si volgeva dall’altra parte, tirandosi le lenzuola sul capo.
- Bada, Sandrino, che a momenti viene il babbo, e se ti trova ancora in letto guai a te!
- Ti dico di farla finita, sor tormentatore.
- Ma presto vien l’ora della scuola, e tu hai ancora da finire il còmpito, e.....
- O scuola, o còmpito, non rompermi il capo, brutto seccatore. Tutte le mattine così.... mi verrebbe voglia...! e in così dire si scopriva il capo, e si voltava dalla prima parte.
- Insomma, o t’alzi, o ti tiro le lenzuola di dosso, come mi dice sempre il babbo di fare.
- Provati, provati, brutto ceffo! Vedilo: pare una bertuccia... Vo’ dire alla mamma che mi tolga di questa camera; con te non ci si può reggere; sei un.... E tutto dispettoso si sedeva, brontolando sul letto, e cercava intorno i calzaretti, e s’arrovellava di non trovarli.
- Sei così ordinato, che non trovi più nulla! Veh uno stivaletto qui, l’altro in capo alla camera; il panciotto là, i calzoni giù in terra nella guardaroba de’ cani, il cappello sotto il letto...!
- Ma dov’è l’altra calza? dov’è? E così sotto le lenzuola s’infilava adagio adagio le calzette, e poi i sotto calzoni; ma così lentamente da far scappar la pazienza a Giobbe.
- Sei la pigrizia in carne ed ossa!... Bada che ti affoghi, vai troppo in fretta... adagino, adagino; veh che sei tutto sudato!... Poveretto! Ѐ uno sfinimento badar a te! Coraggio, giù del letto; chè stai a covar la poltroneria costì?
- Fai un bel dire tu, che sei bello e vestito; ma io ho freddo, io!
- E credi tu, tirando in lungo, come fai, di scansare il freddo? Ti vien addosso a poco a poco e t’alzi tutto ingranchito. Chè se in fretta ti buttassi giù, e in men che non ci pensi ti vestissi, il freddo non avrebbe presa.
- Sì, tu parli bene, tu, ma io non sono mica di ferro, io!... Che calzonacci, non vogliono infilarsi su; e questi occhielli non vogliono abbottonare!..... Ah sarto della malora! borbottando e bestemmiando scendeva del letto e si calzava gli stivalini. – E questi stivaletti non vogliono andar su! ahi, ahi, come mi dolgono i piedi!
- Ma insomma, non c’è nulla che ti vada! Sai tu che dice il proverbio? A cattivo lavoratore ogni zappa dà dolore.
- Va al diavolo tu e i tuoi proverbi!...
- Ah queste le son belle parole! Che? Te l’ha insegnate il maestro?.. Che stai lì pensieroso? Animo! Sandrino postosi alla catinella per lavarsi, metteva sospettoso un dito nell’acqua, e subito lo tirava fuori, esclamando: Ahi che è diaccia, Gesummaria! E quella Margheritona, Dio ne liberi dal farci scaldare un po’ d’acqua!...
- Veh che ti scotti! Non mettere così le mani nell’acqua! Ieri un ragazzo ha posto una mano nella catinella, e si gelò subito lì tanto forte, che non potè più distaccarla, e gli restò il catino attaccato.
-Sì, dà ancora la baia tu; ma se sentissi il freddo che ho io!...
- Ma se lo tiri co’ denti il freddo!... Se tu senza paura mettessi subito giù tutte due le mani e in fretta te le stropicciassi, e ti gettassi su l’acqua nella faccia e negli occhi, il freddo se ne andrebbe tosto via. Nel primo gitto certo v’è un po’ di ribrezzo, ma poi si
sta subito bene, anzi vien caldo; perché succede una reazione, come dice il dottore.
E così un po’ co’ motteggi, un po’ colle minaccie riesciva a farlo vestire; ma tanto lentamente che era un agonìa il vederlo.
II. Un utile lavoro a mattino.
Prima di uscire della sua camera, anzi prima quasi di essere compiutamente vestito, Enrichetto s’era imposto un lavoro volontario, che adempì sempre con rigorosa insistenza. Nelle prime classi elementari ebbe un maestro, il quale dava molto peso agli esercizi di memoria e soleva ripetere che un uomo tanto sa, quanto ritiene nella mente. Onde oltre le lezioni che a’ suoi alunni dava a studiare, loro raccomandava altresì di farsi un’abitudine ogni mattina, appena alzati di letto, di mandare a mente pochi versi di qualche poesia, che loro meglio fosse andata a genio. Il nostro Enrichetto, che non lasciava cader nulla a terra, e in ispecie quando si trattava di qualche utile consiglio, ci metteva dell’amor proprio nel porlo in effetto, prese l’abito, subito levato, di studiare sei versi di quelle brevi poesie che sono nell’Arpa della Fanciulezza, avuta in dono dal maestro stesso. Sei versi sono un nulla ed è opera di due minuti per dì, ma in capo ad una settimana sono quarantadue; in capo ad un mese cent’ottanta; in capo poi ad un anno vengono ad essere più di due mila versi che si hanno in capo, imparati, si può dire, senza fatica. Il poco, ma continuato,
diventa molto. E siccome, a differenza degli altri ragazzi, che a una buona pratica s’appigliano con ardore, ma poi se ne disamorano e dopo poco la smettono, egli era tenacissimode’ suoi propositi; persistè in questo lavoro per modo, che non era ancora uscito dalle scuole elementari, che già sapeva a memoria tutte le più belle poesie contenute nell’Arpa della Fanciulezza, e le declamava con grazia e con efficacia.
Come fu nelle classi superiori del ginnasio e cominciò ad intendere la Divina Commedia, prese impegno di impararne tre terzine al dì; e camminando di questo passo un po’ più di due canti al mese veniva a mettersi nel capo. E così prima d’aver compiuto le scuole ginnasiali e liceali aveva quasi tutte le tre cantiche dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso ben suggellate nella mente, apprese quasi senza studio.
Non è a dire quanto in questa forma si fosse afforzata la sua memoria, che è una facoltà, che, ben coltivata, acquista virtù prodigiosa! La si era fatta così felice in lui, che bastavagli leggere un capo qualsiasi d’un autore, perché subito lo ritenesse e lo ripetesse pressoché alla lettera. Non farà quindi meraviglia se egli nelle scuole fu sempre il primo, e nella carriera che abbracciò poi spiccò di meriti rari e incontestati. E ciò lo doveva in gran parte alla felicità della sua memoria. Laonde sempre conservò una grande riconoscenza e speciale simpatia verso quel buon maestro, che gli aveva posto in cuore un sì utile esercizio.
III. Il saluto del mattino.
Una qualità che specialmente segnalava Enrichetto, era l’amore e la venerazione che portava a’ suoi genitori. Appena alzato gli pareva mill’anni d’essere dal padre e dalla madre; era così dolce vederli! Quando udiva di tali che non rispettavano i proprii parenti e loro cagionavano angosce, li credeva caduti nella maledizione di Dio e li stimava immeritevoli della vita, rammentando il precetto: Rispetta tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente su questa terra. E quando vedeva qualche orfano lo compiangeva dal profondo del cuore, poveretto, privo per sempre delle dolci consolazioni, che si provano nel seno de’ genitori! La lontananza o la perdita del padre o della madre la teneva come la massima delle sciagure in questo mondo. La preghiera più calda che facesse a Dio era che gli conservasse sempre i genitori. Per lui la pienezza della forza, del consiglio, del sapere era suo padre; la madre era il tipo della bontà, della grazia e della virtù. Egli non sentiva di star proprio bene se non quando era in loro compagnia; nel loro aspetto, se aveva qualche pena o affanno, non lo sentiva più. Quando assisteva a qualche divertimento, che gli andasse proprio all’animo, volgeva tratto tratto i suoi occhietti pieni di letizia ai genitori, e se non v’erano, provava come un vuoto nel cuore, e ripeteva: Oh ci fosse il babbo, oh ci fosse la mamma, come si divertirebbero!
Onde si può immaginare con che festa ogni mattina andava dal padre e dalla mamma a dimandar
loro se avevan avuto la buona notte, se avevan dormito, se stavan bene, e cento altre affettuose interrogazioni da riempirli di contentezza.
Indi entrava nella camera della nonna, una vecchietta che passava la settantina, ma vegeta e pulita, che rallegrava il vederla; essa voleva bene a’ suoi nipotini, come solo le nonne sanno volerne; loro dava cento regaluzzi, contava mille storie meravigliose. Enrichetto le correva incontro, l’abbracciava, la baciava, le faceva di ogni maniera carezze e la buona vecchia piangeva di consolazione!
E siccome a volte Sandrino la contristava con qualche burla sconveniente, o con qualche beffa, perché talora era un po’ brontolona, egli subito gli accennava di desistere, e qualche volta di celato ne lo ammoniva mettendogli innanzi considerazioni che aveva inteso dal padre o che aveva letto ne’ libri: e che non sta bene mettere in canzonatura i vecchi, e che già troppi incomodi debbono soffrire dagli anni, senza che loro si dia l’amarezza dello sfregio, e che l’invecchiare è un dono di Dio e non a tutti concesso. Oltracciò presentiva che anche qui nel mondo v’ha a essere una specie di diritto di reciprocità o di compenso, una non so qual vendetta o giustizia lontana, per cui, chi da giovane tratta bene i vecchi sarà ben trattato quando sarà nella vecchiaia; come per contra sarà bistrattato se non ne avrà avuto stima. E tutte queste cose metteva innanzi con tanta persuasione, che il fratello cambiava subito tuono e diveniva cortese colla nonna.
Povera nonna! un tristo giorno venne a mancare! Bastava che Enrichetto richiamasse alla mente quel brutto dì per tosto divenir serio, serio, abbandonare la compagnia, e ritirarsi cupo a meditare; tutta quella
scena gli veniva innanzi: la mamma coi capelli scarmigliati, abbandonata sur una seggiola in un angolo oscuro della camera, a forti singulti piangeva; il padre muto, cogli occhi rossi, colla fronte cupa andava e veniva a presti passi per la stanza; il fratello e le sorelle sopra scranne qua e là guardando la mamma a grosse lagrime singhiozzavano: le campane della vicina parrocchia suonavano a distesa; orfanelli, frati, preti processionalmente si sentivano per la via e su per le scale cantare il miserere; ed egli, sbalordito, fuor di sè, s’era accostato alla porta, e vedendo trasportare fuori una cassa coperta di nero: nonna, nonna, si pose a gridare, e dietrole rapidamente nonna, nonna, seguitava a chiamarla dal pianerottolo, mentre giù per gli svolti delle scale spariva la processione. Ma la nonna non rispose, nè più la vide ritornare se non ne’ sogni!
IV. La colazione.
Pigliato congedo dai genitori e dalla nonna, veniva nello studio a rifinir il lavoro, se la sera innanzi lo avesse lasciato incompiuto, a riveder la lezione e a mettere in ordine i cartolari e i libri occorrenti per la scuola. Intanto veniva l’ora della colazione. Prima di uscire di casa, tanto egli, quanto il fratello e le sorelle, intingevano un po’ di pane nel caffè e latte, per non stare a digiuno fino al mezzodì. Della parte che gli toccava, qualunque fosse, egli era sempre soddisfatto; punto badando a’ cibi, soleva dire che si mangia per vivere e non si vive per mangiare.
Sandrino invece non era mai contento; o il caffè era leggiero, o il latte poco caldo, o non era ben dosato di zuccaro; e lì sempre alle prese colla Margherita, buona donna, che era venuta fino a quarant’anni sempre servendo in quella casa, che considerava come sua; e quindi tollerava in pace e poco badava alle bizzarie di lui. Ma quelle sfuriate facevan male al cuor dilicato di Enrichetto, e ne lo ripigliava press’a poco in questo tenore: – E perchè insolentire così con una povera donna, che fa del suo meglio per contentarci? Perchè è una serva? O che, i servitori sono di altra pasta dalla nostra? Non hanno anch’essi un cuore, un sentimento come noi? Poveretti, non è già abbastanza misera la loro condizione? essere sempre lì sottomessi a’ cenni altrui, trangugiar tanti bocconi amari in silenzio! Quello è pan salato! E se noi dovessimo essere costretti a servire, e ci trattasse duramente!..... Che, ridi? Chi può leggere nel futuro? Un rovescio di fortuna, una disgrazia quale che sia, nostro padre perdesse l’impiego, il fiume portasse via quel po’ di podere che abbiam su nel Monferrato, che dovremmo fare? E chi ti dice che gli antenati di questa stessa nostra Margherita non fossero ricchi al pari e più anco di noi? e ora la vedi? È condannata a servirci e a patire le tue insolenze! Oh le umane vicende! non mediti tu mai sopra que’ casi che spesso ci conta il babbo?... Ah non ridi più ora! Dunque rispetta sempre tutti, e non guardare se sia padrone o servo. Sei ben contento che si parli di te sempre in bene, e non solo da’ signori, ma anche da’ poveri? E come vuoi che la fantesca possa dire che sei un bravo fanciullo tu, quando la carichi di villanie, come fai? Non posso soffrire que’ ragazzi che, credendosi di far atto di
padronanza o di mostrarsi che so io, comandano superbamente e sgridano le persone di servizio, e specie in presenza della gente. Hai inteso anche tu quello che diceva ieri il dottore. Volete conoscere il carattere d’una persona? dimandò. Guardate com’ella tratti i servi e come i servi la amino. E poi osservava che se è bene trattare con dolcezza colle persone di servizio, non bisogna però usar troppa domestichezza, nè discendere a scherzare e a motteggiare troppo famigliarmente con loro come a volte fai tu; perchè se ne abusano e si perde l’autorità di comandarle quando è necessario.–
Le sorelle anch’esse lodavano le parole di Enrichetto e l’aiutavano a tener segno il prepotentello di Sandrino.
V. L'andata alla scuola.
La scuola, che frequentavano i due fratelli, era lontana, anzi che no, dalla loro casa; epperciò il padre li faceva sempre accompagnare: e siccome sulla medesima strada si trovava pure l’istituto femminile, al quale intervenivano le sorelle, gli uni e le altre venivano accompagnati nello stesso tempo dalla medesima persona. Era questa un certo Toniotto, usciere dell’ufficio del padre, un veterano della guerra del quarantotto, un po’ zoppicante d’un piede, con un braccio intormentito, e cieco di un occhio. Figuriamoci le contraffazioni, che ne faceva Sandrino, e gli ammonimenti di Enrichetto e le risa qualche volta
delle sorelle! Però dopo un certo dì a Sandrino uscì il ruzzo di capo di mettere in celia il povero disgraziato d’usciere. Ecco come si passò la cosa. Erano in via per la scuola. Sandrino era in vena di ridere e stuzzicava il servo ora con parole, ora con gesti, contraffacendolo nell’andare e nel guardare. Enrichetto lo consigliava a smettere; ma egli seguitava; Toniotto taceva, ma era facile scorgere che masticava fiele. Dopo varii motteggi, così Sandrino continuava:
– Veh come Toniotto cammina spigliato stamane!
– Signor Sandrino, disse il servo finalmente; badi che non ho voglia di celiare io, dunque acqua in bocca e non ne faccia delle sue solite; se no, l’ha a vedere...!
– O che? gli è salita la senapa al naso, Toniotto? Dico che sta bene in gambe stamattina!
– Aspetti che abbia anch’ella sulle spalle i giovedì che porto io, e allora vedrà se camminerà sempre dritto; e se avrà gusto di canzonare!
– Via, Sandrino, prese a dire Enrichetto, smetti: un bel giuoco dura poco, lo sai?
– Non dico mica niente di male, io! Dico che Toniotto doveva essere un bel giovane!... un po’ quella gamba a ipsilon, ma...
– La non mi cimenti, riprese Toniotto, o ce ne dirò di quelle che non s’è mai sentite a dire, sa ella? Quando n’avrà passate tante, quante n’ho io, allora vedremo se farà ancora il galletto!
– Oh oh, temporale in aria stamane, di ripicco Sandrino, via non faccia quel viso scuro, che gli si chiuderà anche l’altra finestra, e allora....
– Oh insomma l’ha a sapere, signorino bello, ch’io della sua età era svelto e spigliato al pari e meglio di lei. Se fosse stato a Goito o a Santa Lucia, come sono stato io, e avesse sentito l’odor della polvere
del cannone, e inteso il fischio delle palle alle orecchie, non parlerebbe così! L’ha a sapere, signor impertinentello, che se questa gamba va un po’ a sghimbescio, è che una palla la volle visitare; lei sarebbe morto di spavento, ma io sono stato lì, fermo al fuoco, io: e se questo braccio non vuol più muoversi, è perchè sentì la carezza d’una piattonata di un Ulano; lei si sarebbe strutto solo a vederlo; ma io l’ho disarmato e fatto prigioniero: e se questa finestra è chiusa, è perchè l’aguzza punta d’una baionetta cosacca si provò ad entrarvi..... Oh, sa adesso quel che le vo’ dire? Che io qualche cosa di buono l’ho fatta, io, mentre lei non fa che mangiare il pane a ufo. Sa dunque quello che c’è di nuovo? Che io mi sono guadagnata questa brava medaglia d’oro, che mi fa portar alta la fronte, benchè abbia un occhio chiuso; e lei potrebbe baciare la mano, se in tutta la vita ne potesse ottenere una di rame: ma le medaglie, per dircene una, non son fatte pei dispregiatori, come lei. Dunque la faccia finita, che io non son uso di lasciarmene dire....
– Bravo! e ben ti sta, gridò Enrichetto, va quind’innanzi a stuzzicare il vespaio: hai trovato il pane pe’ tuoi denti sta volta.
– Oh non voleva mica offenderlo, io! disse Sandrino tutto vergognoso.
– Sei sempre così, riprese Enrichetto, gl’infelici che han difetti nella persona, sa Iddio se ne vorrebbero esser privi! pur troppo se li sentono sempre lì tutte le ore, tutti i minuti; senza che sia mestieri che altri gliene rinfacci! Anzi ho sempre inteso dire che l’uomo a modo dovrebbe ingegnarsi di non lasciarglieli sentire, di menomarne la durezza.
Da quel dì in poi Sandrino tenne sempre in certo rispetto il bravo Toniotto.
Per via Enrichetto voleva sempre che si andasse difilati alla scuola, senza fermarsi a far monellerie sui canti, o a levar gli ah e gli oh di meraviglia dinanzi alle vetrine delle botteghe. Se per caso incontrava qualche superiore, si scopriva rispettosamente il capo; se era qualche amico di casa, gli correva incontro a far festa; ma in fretta senza perdere tempo. Se scontravano compagni avviati alla stessa volta, si salutavano, e insieme facevano la strada; ma senza chiasso: nè lasciava, che s’attaccasse briga con alcuni d’altra scuola.
Sulla porta, che metteva nell’istituto delle sorelle, stava sempre un vecchio cieco a domandar l’elemosina a’ passanti; ed Enrichetto se l’era pigliato, a così dire, sotto la sua protezione. Ogni mattina serbava della sua colazione un pezzo di pane per lui; i soldi, che riceveva in dono per la sua buona condotta a lui erano riserbati; e il vecchio lo riconosceva, come si dice, all’odore, e lo raccomandava a Dio. Un mattino il povero cieco s’era scantonato, e, chi sa come, non poteva più orientarsi; i monelli, vedendolo lì in mezzo alla via impacciato, facevano le più grasse risa del mondo e lo beffavano in mille guise. In quella sopraggiunse Enrichetto; non si vide mai così sdegnato; sgridò a più non posso quella ragazzaglia, e pigliato il misero per la mano, commiserandolo, lo guidò al solito luogo. Toniotto sentì una lagrima negli occhi a questo fatto, e messo una mano sulla spalla al giovinetto proruppe: non una, ma dieci medaglie d’oro merita lei. Il nostro giovane sentiva profondamente la massima cristiana, che i poverelli sono l’immagine di Cristo; e chi lor fa del bene, apre un libro di credito con chi per uno rende cento.
VI. La scuola.
Non era peranco entrato nella sala d’ingresso all’istituto, che i compagni: Enrichetto, Enrichetto, lo chiamavano, e a lui si facevano attorno con festa; ed egli a salutarli con giubilo. Indi andava dal suo Maestro, e dagli altri superiori, e con rispetto e con grazia li salutava. Nè lasciava di rivivere anche i Maestri delle scuole inferiori alla sua, come fanno i più de’ ragazzi, che, avanzati di classe, credendosi non so che, tolgono il saluto agli insegnanti, appena si son sottratti alla loro disciplina, o peggio li guardando con un piglio beffardo, come se i maestri abbiano avuto un gran torto nell’addottrinarli: bella riconoscenza in vero, che conservano a chi loro ammannì il pane del sapere! Egli invece riguardò sempre con amorevolezza e con venerazione tutti i suoi Maestri, e dappertutto dove li incontrasse, loro dava segno di massimo rispetto.
Entrato poi nella scuola per la lezione, andava subito al suo posto, che aveva riguardo fosse sempre pulito. Dio ne liberi dal pur pensare che egli tormentasse i vicini! Aveva sempre in testa la massima latina: Age quod agis; (Bada a quel che fai); onde in ricreazione era tutto a divertirsi; in iscuola tutto nell’imparare. La sua regola era; rispettare ogni persona e ogni cosa; quindi nè col temperino si metteva a tagliuzzare di soppiatto il banco; nè venutogli alle mani un quaderno, o libro non suo, lo sciupava con figuracce strane, o stracciava. Il che è pur un brutto vezzo de’ fanciulli di guastar i banchi, lacerar quaderni o libri, sgorbiarli, senza alcun pro, solo spinti
da un brutto desiderio di distruzione. Chi non ha rispetto della roba altrui, gli predicava suo padre, non ne ha pure della sua, e fare sprezzo delle sostanze degli altri è lo stesso che farne ai padroni. Tenacissimo del segreto, si sarebbe fatto coscienza di accusare alcuno; nè avrebbe come si dice, fatto la spia per l’oro del mondo; anche quando doveva egli soffrir castigo in luogo altrui. Era poi franco e coraggioso a confessare i suoi falli. Una volta, per non so qual caso, mentre il maestro spiegava, inavvertentemente fece cadere un vocabolario, il che produsse un tal rumore, che tutta la scuola scoppiò in una gran risata. Il professore per non sapere chi avesse ciò fatto, e attribuendo questo ad arte per disturbare, diede un penso generale a tutta la scuola. Enrichetto, perchè i condiscepoli non avessero a sopportar castigo per lui, si alzò, e confessò, egli essere l’autore dello scandalo. Il maestro levò il penso agli altri e lodando la franchezza sua, perdonò pure a lui. Il che fu un bell’esempio, che fu lodevolmente seguito dai compagni in casi consimili.
Nella sua scuola v’erano alcuni giovani orgogliosi e superbi; perchè conoscendosi ricchi di molto, e di illustre casato, come se avessero carne ed ossa di materia diversa dagli altri, si pensavano di poter disprezzare tutti; ebbene costoro erano il ridicolo di tutto il collegio. Enrichetto pensava che nella scuola gli alunni si devono considerare tutti di una medesima condizione. Chi sa il futuro, gli diceva sempre il padre? Il povero figlio dell’operario, che avete lì al fianco nella scuola, potrà forse divenire ministro di stato, legislatore o generale d’armata. Chi avrebbe immaginato che il semplice della scuola di Aiaccio si sarebbe cinto il capo colla corona di Francia?
Nel suo quaderno di memoria aveva trascritto questi avvertimenti che il Giusti, dava a un suo nipotino.
«Ama i tuoi compagni, amali come ami te stesso. Se vedi taluno di loro o poco attento allo studio, o poco disposto ad intendere, compatiscilo, aiutalo se puoi, e sii sempre più grato alla natura, che t’ha voluto privilegiare del dono dell’ingegno e di quello della buona volontà. Guardati dal godere dei castighi, guardati dal far osservare ai superiori le mancanze degli altri. Tutti si manca, tutti possiamo trovarci nel caso di meritare un castigo. Ti sia sempre nella mente che compiacersi dei mali dei nostri simili è crudeltà, rilevarne i difetti è malignità, riportare i fatti, o i discorsi dell’amico per nuocergli è perfidia, no, no, tu non sarai nè maligno, nè perfido, nè crudele. Se vedrai taluni, portati o dalla loro cattiva vita, o da indole male avvezza, cadere in questi pessimi vizi, ne vedrai nello stesso tempo altri serbarsene esenti, tu va coi migliori, e da codesto piccolo mondo impara a vivere fra gli uomini e a distinguere i buoni dai cattivi.
»Se i tuoi superiori, contenti di te, ti faranno conoscere d’averti caro sopra gli altri, mostratene grato, ma non te ne insuperbire, non te ne approfittare mai per soverchiare i compagni.
»Se poi vedi che altri sia accarezzato più di te cerca di fare il tuo dovere e di meritare altrettanto, ma non invidiare mai nessuno. L’invidia, mio caro, è la passione più brutta, più tormentosa, più vergognosa che possa contaminare il cuore dell’uomo.
»L’invidioso, sentendosi turpe e meschino appetto agli altri e inetto nel medesimo tempo a togliersi di dosso e la turpitudine e la meschinità, vive in guerra e in angoscia continua con sè e con altrui.
»Quando t’avvenisse di cadere in qualche errore, se questo tuo errore potesse nuocere agli altri, confessalo liberamente, anco senza esserne richiesto. Avresti piacere di soffrire per cagion di un altro? Non permettere che altri soffra per cagion tua. Sai che chi confessa un errore ha già cominciato a correggersi. Questa cosa ti costerà pelle prime, ma poi t’empirà l’anima di quella soddisfazione, che si prova a darci per quello che siamo e a procedere con lealtà».
Se a volte il maestro doveva lasciare per qualche minuto la scuola, era tanta la prevalenza che egli aveva acquistata sui compagni, che per la sua esortazione, si continuava a mantener il silenzio; osservando esser questo un bel segno di garbatezza e di civiltà, mantenersi in disciplina, quando avrebbero potuto romperla impunemente.
Se per caso per isbaglio il maestro l’avesse punito, egli non si levava mica subito con piglio arrogante a difendersi; ma aspettava che la scuola fosse finita; indi rispettosamente s’accostava a lui, e chiariva le sue ragioni. Ora vedete che cosa fa un buon esempio; la classe, dove era Enrichetto, era sempre una classe disciplinata, studiosa, e quella in cui fosse più cordialità e più delicatezza.
VII. La refezione del mezzodì.
A mezzodì terminava la scuola del mattino; e gli alunni si mettevano in ordina per la colazione. In quell’istituto gli allievi andavano il mattino, e vi stavano tutto il giorno; per la refezione del mezzodì ciascuno
si portava un canestro il bisognevole. Il signor Carlo però, perchè i suoi figliuoli erano piuttosto delicatelli, voleva che mangiassero qualche cibo caldo, massime nell’inverno; onde s’era messo d’accordo con un suo amico, che stava nella medesima casa, dov’era la scuola; perchè li pigliasse con sè per l’asciolvere; e così ogni giorno si praticava. Era a vedersi come si comportava Enrichetto; pareva un uomo fatto; non timido, non audace. Con grazia e con premura dimandava ai padroni di casa di loro nuove, appena era entrato; nè mai si sedeva a mensa prima che vedesse seduti gli altri. Non faceva lo schifiltoso punto punto; mangiava di tutto. Discretissimo nel servirsi, non voleva mai che si cominciasse da lui, e desiderava sempre che la sua parte gli fosse data dal padrone di casa; e quando ad ogni modo gli s’imponeva che si servisse da sè; aveva occhio a scegliere sempre la porzione più piccola, ed era sempre lì ad avvertire col gomito Sandrino, che era piuttosto ghiottioncello, quando lo vedeva ricercare il pezzo più grosso, o il boccone migliore. Una volta, che lo vide, senza riguardo di sorta, tirarsi giù una quantità di companatico, per modo che altri dovette restarne privo, divenne rosso in viso, e quasi nascondeva la faccia per vergogna; e appena si trovò a quattr’occhi con lui quella fu una ramanzina! E che bisogna star di riserbo, e servirsi in modo che ne rimanga per tutti; e che è indiscreto e sgarbato colui che bada solo a sè; ghiottone, che era tutto per il ventre, e che gli sapeva male di quel che sopravanzasse nel piatto; imitare le bestie le quali si strappan di bocca il cibo; se continuava così, egli non sarebbe più andato a far colezione dall’amico del padre.
Nel bere poi era moderatissimo, e temperava sempre il vino con l’acqua.
Appena aveva finito di mangiare, dimandava licenza, e subito si alzava, e salutata con rispetto la famiglia e ringraziatala, se ne ritornava all’istituto.
VIII. Ricreazione.
Alle dodici e mezzo cominciava la ricreazione che durava un’ora. In questo mezzo gli alunni venivano addestrati nel ballo, e in altri esercizi ginnastici. Enrichetto, come quegli che a queste esercitazioni doveva la salute, e la sveltezza e gagliardia del suo corpo, vi dava opera con tutta l’anima; non però da diportarvisi senz’ordine e moderazione. Non era impetuoso nè sbadato; non scorazzava senza consiglio quà e là, dando spintoni a dritta e a sinistra, calpestando i piedi, o rovesciando chi si trovava sul suo passaggio. Nè si compiaceva in burle inurbane, e che potessero recar danno, come dare il gambetto al compagno, per vederlo inciampare, barellare, e stramazzare a terra; o torre di dietro la sedia a chi si fosse alzato, per farlo andar a gambe in aria, quando avesse fatto per sedersi di nuovo; cose tutte villane e da cagionare chi sa che malanno, le quali non poteva patire, quando le vedeva da altri praticare. Non alzava mai le mani, neppur per celia, addosso chicchessia; avendo ognora presente il detto: giuoco di mano, giuoco da villano. Pensava che v’era modo a scherzare e a divertirsi senza ricorre a questi mezzi sconvenienti e contadineschi.
Ѐ brutto vezzo di alcuni, che per saluto e per dar segno di amicizia e intimità, picchiano maledettamente
sulle spalle, o pizzicano le braccia, o premono il naso, o chiudono fra due dita le guancie o le labbra a segno da cagionar acuto dolore; oppure strappano le orecchie o tirano dolorosamente i capelli; senza dire di colore che per far pompa della loro forza muscola stringono affannosamente per mezzo il corpo, o afferrano le braccia o le mani o le dita de’ più deboli, e le premono, godendosi di farli guaire; quasi con ciò dimostrino una grande virtù. Bella valentia davvero da far onore a un facchino!
L’Istitutore di ballo, era un ometto magro e stecchito, una specie di caricatura; portava un giubbino a falde lunghe della moda che fu; parlava un italiano grottesco – che stagano bravi – era suo motto d’ordine. Figuratevi se gli alunni non facevano un carnevale di costui! Uno lo stiracchiava per una falda, l’altro gli tirava fuori un pizzo della pezzuola di tasca, chi di dietro sotto il bavaro della giubba gli appiccava una lunga coda di carta; ed egli gridava – ma che stagano bravi – e si arrovellava.
Enrichetto per un po’ rideva pur egli, ma quando vedeva che la celia trasmodava, allora se ne sentiva dolere il cuore, e avrebbe dato sulla voce a’ compagni; ma se ne rimaneva per non darsi aria di maggioranza. Però a quando a quando con bei modi si intrometteva facendo conoscere che la facezia non deve diventare sfregio; che quando la burla eccede o fa danno, non è più pulitezza mantenerla, e che si doveva aver riguardo all’età.
Ebbene tanto seppe insinuarsi nell’animo de’ suoi compagni, che a poco a poco si disciplinarono pel ballo; e il povero maestro fu lasciato in pace, con grande sua meraviglia e contento; segnalando questa squadra a tutte le altre come modello.
IX. Il ritorno dalla scuola.
Dopo la ricreazione si rientrava subito in iscuola, terminata la quale, all’arrivo del veterano Toniotto, Enrichetto con Sandrino, messi i libri in ordine, dato il saluto al maestro, al direttore e agli altri superiori, congedatosi amichevolmente dai compagni, usciva dall’istituto con quella soddisfazione, che si sente in cuore, quando s’è compito il proprio dovere, e la coscienza ci dice: bravo!
Passavano a riprendere le sorelle colle quali si rivedevano sempre con una festa; con un’espansione di affetto, come se fosser mill’anni, che non si fosser veduti, e si avviavano lieti a casa, raccontandosi ciascuno le vicende della giornata; gli studi, i compagni, i maestri, scansando il più che era possibile la compagnia degli altri.
Schivavano le torme di discoli che sui crocicchi delle vie, e sui canti delle piazze in agguato aspettavano altre torme di non meno discoli, appartenenti ad altra scuola, per attaccar briga. E perchè? Perchè questi frequentavano la scuola di Borgonuovo, e gli altri quella di Monviso, o altra! Miserie di gare inveterate nel sangue italiano, nate all’ombra della servitù e dell’ignoranza, che dovrebbero scomparire al sole della libertà! E venivano alle prese davvero e ingaggiavano battagliole con sassi, da far gelare il sangue addosso a chi passasse per di là. Nelle vernate poi, quando le vie son coperte di neve, allora le battaglie son più frequenti, e non con sassi, ma con pallottole di neve, con noia e danno di tutti quelli, che transitano per le vie.
Quanto non s’affliggeva poi ai gusti fatti dalla ragazzaglia alle proprietà pubbliche e private! Le insegne e le facciate delle botteghe scalcinate, scrostate, o rotte; i muri bianchi delle case sgorbiati o insudiciati da brutte immagini, o da più brutte iscrizioni, tracciate, Dio sa come, col carbone, gli portavano una pena profonda nell’animo, e se ne doleva coi compagni e co’ suoi.
X. I ritagli di tempo.
La sera, ritornato da scuola, tutto giubilante andava dalla mamma e dalla nonna a dar loro il bacio dell’affetto. E siccome per padre, che lasciava tardi il suo ufficio, non si metteva in tavola pel pranzo prima delle sei; Enrichetto coglieva questo tempo per eseguire i suoi compiti scolastici, che faceva sempre con impegno e con diligenza. A volte compiuti questi lavori, e rimanendogli tuttavia un po’ di spazio prima della chiamata alla mensa, egli, invece di seguire Sandrino, che correva a trastullarsi colle sorelle o a far un chiasso di ca’ del diavolo in cucina, sapeva anche mettere a partito questi ritagli: sapendo che è trastullo, e divertimento cambiar di lavoro.
Già egli era nemico del far nulla, e non sapeva comprendere la vita di que’ disutilacci, che poltriscono tutto il dì dell’ozio.
Il dottore di casa, che era uomo operosissimo, e che parlando comunicava la sua attività agli altri, per cui Enrichetto aveva una specie di venerazione, soleva
dire: che se si sapesse tirar profitto de’ minuti e dei quarti d’ora che corrono da un lavoro all’altro, in capo all’anno si troverebbero compite opere da sgomentare al solo pensarvi su. Queste parole non erano dette a sordo. Il nostro giovinetto aveva scritto sopra, tutti i suoi quaderni per epigrafe: chi ha tempo non aspetti tempo; e occupava tutti i ritagli che gli sopravanzavano, in leggere libri, che gli venivan donati dal padre o dal maestro. E se, quando vi metteva mano, Sandrino lo sollecitava a venirsi a divertire con lui, adducendo che tanto gli restava poco tempo da leggere, rispondeva: due pagine oggi, quattro dimani, in fin della settimana son capitoli; in fin del mese libri interi, che passan per gli occhi nella mente.
In questo modo era difficile trovare uno che della sua età, avesse letti più libri di lui. Nè leggeva mica sbadato, o per la sterile ambizioncella di poter dire d’aver letti di molti libri, ma lo faceva attentamente da stamparsi bene nell’animo le idee, che trovava negli scritti: aveva anche pigliato l’abito di trascrivere sopra un quadernetto da ciò le frasi, le sentenze e i luoghi che gli andavano più a’ versi. Il che gli era di un aiuto mirabile nell’arte del comporre. Onde egli di gran lunga si lasciava addietro i compagni, sia per la copia dell’invenzione, sia per il gusto e per la giustezza della frase. La qualcosa senza forse si doveva a queste letture continuate.
XI. Pranzo.
Dimandato pel pranzo, lasciava lì di botto ogni cosa per non farsi aspettare, e senz’altro andava a pigliare il suo posto augurando buon appetito a tutti i commensali. Egli aveva tradotto in abito i seguenti precetti, che il padre aveva diligentemente raccolti e fatti imparare a memoria a’ suoi figliuoli.
1° Non sedetevi mai prima del capo di casa, fuori se egli stesso ve ne faccia insistente invito. Seduti state ritti sulla persona, non dondolatevi sulla seggiola; non stendete i gomiti sulla tavola da pigliarvi tanto di posto, e far stare a disagio i vicini. Che anzi quando vedete gli altri disagiati, fate di restringervi voi il più che potete, e ne sarete lodati.
2° Non incominciate nè a mangiare, nè a bere, prima de’ più provetti; nè incominciato che avrete, andate a precipizio, sì che visto, non visto, vi rimanga il piatto vuoto dinanzi, il che vi metterebbe in voce di affamati e di divoratori. Nè per contrario andate tanto a rilento da non aver mai più finito, costringendo gli altri ad aspettare la vostra comodità.
3° Non fate i bocconi troppo grossi da enfiare stranamente le gote masticando; nè mettetevi in bocca un boccone prima d’aver trangugiato il primo, se no, per la troppa fatica delle mandibole, per l’accumulamento del cibo nella bocca e nella strozza; s’arrossa il viso, le vene del fronte s’ingrossano, gli occhi lagrimano, gocciola il sudore, con nausea de’ commensali.
4° Non ispezzate il pane co’ denti, come fanno i villani, ma rompetelo colle mani o affettatelo col coltello.
5° Non soffiate sulla minestra se è troppo calda, perchè ciò, oltre al rumore sgradevole, sgarba alla fantasia di chi osserva.
6° Non intingete mai colle mani il pane nelle salse, nè toccate vivanda alcuna, fuorchè col coltello o colla forchetta.
7° Non forbitevi le mani, nè le labbra colla tovaglia da tavola, ma servitevi della tovagliuola vostra particolare; badate anche a non insudiciarla di troppo. Per amor del cielo, non succhiatevi le dita, nè leccatevi colla lingua le labbra, nè tampoco il piatto; il che, oltre al procacciarvi il nome di leccardo, vi assomiglierebbe a’ cani e a’ gatti!
8° State sempre in guardia per non lasciar cadere spruzzi di salse o vino sulla tovaglia, nè fate che cada nulla dalla bocca nel piatto, nè gittate sotto la tavola ossi o cibi che non vi vadano a genio, ma lasciateli nel piatto.
9° Non fiutate i cibi prima di metterveli in bocca, il che mostra diffidenza e sembra un rimprovero al padrone, quasi che v’abbia imbandite vivande insalubri; e se per caso fossero in fatti un po’ fracide, non sta bene l’avvertirlo A questo proposito il padre quando il destro si presentava, raccontava, che in casa di un tal Valerio Leoni essendo stato invitato Cesare a pranzo, venne un servito di sparagi condito con olio fracido. Cesare ne mangiò, senza dar segno d’essersi accorto del fatto, anzi censurò i suoi amici, che se n’eran mostrati offesi; dicendo che loro doveva bastare, non mangiarne, se ciò loro recava nausea: ma non farne vergogna all’invitante: e soggiunse, che chi di questa inciviltà lagnavasi, dava prova egli stesso di maggior inciviltà.
10. Quando vi si reca il piatto, perchè vi serviate, fatelo con discretezza; non cercate colla forchetta il pezzo più grosso o il boccone più ghiotto; come nè anco è buon modo star lì a spiluzzicare,
come nulla vi garbi. Non respingete tutte le vivande che vi si offrono, che sarebbe una tacita accusa della poca bontà del pranzo. Non servitevi due volte dello stesso portato, se non quando sarete vivamente sollecitati dal padrone.
11. Non adoperate il vostro cucchiaio o forchetta per prendere le vivande dal piatto comune, nè rimettete nel medesimo o presentate ad altri ciò che avrete già messo nel vostro piatto.
12. Non intingete i cibi nella saliera, ma colla punta del coltello, quando non v’è il cucchiarino da ciò, pigliate il sale e mettetelo sur un canto del vostro piatto.
13. Masticate senza rumore, senza batter le labbra, nè la lingua, nè i denti. Non stritolate gli ossi o i noccioli co’ denti, che fa ribrezzo. Nè sorbite la minestra, specie se è brodosa, imitando quel romore affannoso de’ cacchi nel truogolo. Non fate sgrigiolare le posate fra loro o contro i piatti, che guai alle povere orecchie!
14. Non frugatevi il naso o la bocca colle dita, nè stuzzicate i denti col coltello o colla forchetta. Non fregatevi i denti colla tovagliuola, nè tanto meno vi asciugherete il sudore colla medesima.
15. Prima di bere e dopo, forbitevi colla tovagliuola le labbra, nè datevi a bere colla bocca tuttora piena di cibo.
16. Non ricolmate di troppo il bicchiere con rischio di insudiciare la tovaglia, nè lasciatelo pieno di vino sulla tavola, quando vi levate di mensa. Non bevete ingordamente da perdere il fiato.
17. Guardatevi dal parlare o dal ridere a bocca piena o mentre bevete, con pericolo d’ingorgo, per cui destasi la tosse si gitta una spruzzaglia poco piacevole sul viso e sugli abiti degli astanti.
18. Se entrate in discorso fatelo a voce sommessa; non mettetevi in dispute serie e piccose, da scambiare la mensa in un’accademia; il che ingenera noia e fastidio ne’ commensali. I vostri discorsi non siano tali da richiamar la mestizia negli animi con memorie dolorose o con immagini laide, stomachevoli, come pur troppo alcuni malaccorti fanno, avvisando con ciò di far prova di animo forte e superiore. Rammentate che la mensa è luogo di allegro ritrovo e di piacevole conversare.
19. Non uscite mai in ischerzi sconvenienti, come dar del gomito nel braccio di chi porta il cucchiaio alla bocca, o accosta il bicchiere alle labbra, per farglielo rovesciare sullo sparato del petto e sugli abiti. Bel gusto in verità di sciupare la roba! Non seguite il brutto vezzo di gettar pallottoline di mollica di pane o frusti di cibo sull’uno o sull’altro de’ commensali.
20. Non abbandonate la tavola mai senza una conveniente ragione e dimandate il permesso quando lo dovete fare. Fino il pranzo aspettate ad alzarvi che n’abbia fatto cenno il capo della tavola.
21. Ѐ pur lodevole costume di chiedere a’ commensali se han pranzato bene.
XII. La passeggiata.
Dopo pranzo il signor Carlo il più delle volte aveva per uso di uscire a fare una passeggiata e conduceva con sè, secondo i meriti, ora l’uno, ora l’altro figliuolo, e il più spesso tutti e due insieme; alcune sere usciva anche la mamma colle figliuole. Prima di mettersi in via osservava ben bene i figli se erano puliti e spazzolati, perchè diceva che la pulitezza degli abiti è prova di ordine e di decoro nell’animo; non si bada se gli abiti siano costosi, ma si se convenienti e puliti. Nell’inverno davano una volta sotto i portici di Piazza Castello e di via Po. E qui Enrichetto camminava diritto allato al padre o due passi innanzi col fratello, se v’era anche la madre. Per lui tutto era educazione ed istruzione; ad ogni cosa dava un valore, epperciò la credeva degna di nota; dotato di uno spirito fine, e sottile di osservazione, in tutto scopriva subito il lato più rilevante e spiccato. Quindi non passavagli inosservati gli atti lodevoli e i brutti e sconvenienti; e il ragazzino, che, incaparbito e permaloso, si fa stiracchiare dalla mamma; e l’altro, che fermo dinanzi ad una vetrina di ninnoli e di giocattoli, manda grida di meraviglia e s’incapa di volerne uno, e stride e batte i piedi se non vien tosto soddisfatto; e quei che va a ritroso della folla inciampando in tutti ed arrestando la corrente; e il gruppo di giovani alto parlanti, fermi lì sul passaggio, costringendo la folla a pigliare un’altra direzione; e l’attillato vanerello, camminar in cadenza battendo i tacchi e ondulando la personcina come le cutrettole,
agitando il frustino o la mazzetta, con rischio di cavar un occhio ai vicini; vere caricature da giornali di mode; e l’orgoglioso dispregiatore che, camminando impettito, gitta le boccate di fumo negli occhi e sotto il naso de’ passanti; e il cinico incurante che, col capo basso, imbacuccato in sudicia guarnacca, urta colle spalle e coi gomiti quanti incontra sul suo passo. E queste cose veniva additando ora a Sandrino, ora al padre, il quale, contento che i suoi figli scoprissero le inurbanità negli altri, coglieva dalle loro osservazioni il destro di avvertirli sulle belle usanze nel camminare. Come ad esempio: non dover costringere persona alcuna ad abbandonare la sua diritta nella strada; i giovanetti aver a cedere sempre la via più comoda a’ vecchi, e specie alle donne; per istrada non correre, nè andar troppo lento; passeggiando coi compagni non appoggiarsi sulle spalle del vicino, nè, dando braccetto, far sostenere tutto il peso del nostro corpo sul braccio dell’amico; non dimenar le braccia a foggia di chi semina ne’ campi; nè doversi gesticolar troppo, nè discorrendo ad ogni piè sospinto fermarsi. Badare segnatamente nella calca dove si mette il piede, schivando di calpestare i piedi de’ vicini, e specie se vi son donne, perchè si rischia di strappare un abito di gran prezzo e di pigliarsi il nome di tanghero zoccolato; non si parli troppo ad alta voce, nè si zufoli o si canti, per non buscarsi il titolo di matto o di ubbricao; non essere troppo curiosi da cacciarsi nella folla per scoprir chi sa che ne’ tafferugli; fuggi i rumori, diceva spesso col poeta.
Certe sere il padre conduceva la famiglia al caffè e nuova messe qui si presentava alle osservazioni di Enrichetto: ragazzi sdraiati poltronescamente sui di-
vani, inzaccherando cogli stivaletti i sedili; una mano di giovinotti, schiamazzanti di politica scapigliata, senza badare a’ segni d’inquietudine che danno alcuni uomini più posati, che non possono leggere con attenzione la gazzetta; un altro che tiene eternamente in mano un giornale, che è aspettato dal vicino. A questo proposito il padre raccontava che ad una parete d’un gabinetto di lettura stava scritto: Le persone che imparano a compitare sono invitate a non prendere che i fogli di ieri; nuvole di fumo di zigaro da levar il respiro; ragazzi strepitanti che vogliono ora questo ora quello. Ammirava invece quelli che si comportavano con rispetto e con dignità, avendo riguardo di non incomodare nessuno; quelli che s’affrettavano di scorrere il giornale e concederlo tosto, quando sentivano esser ricercato; quelli che entrando od uscendo facevano col cappello cenno di saluto.
XIII. I giardini pubblici.
Se i pubblici giardini sono un dilettevole svago e conferiscono di molto alla salubrità delle città, sono altresì una bella e buona educazione per il popolo, il quale, rapito dall’ordine e dalla disposizione delle aiuole e degli alberi, e rallegrato dalla fragranza de’ fiori, s’avezza, per un intimo e inconscio lavoro, all’armonia, alla grazia e al rispetto. Oltracciò i monumenti, le statue che li adornano, i fiori e gli alberi stranieri, che richiamano l’attenzione, sono una scuola continua. Onde sarebbe desiderabile che ogni città e
paese avesse un colto giardino pubblico, dove s’accogliesse la cittadinanza nelle ore di riposo.
In ciò convien confessare che la città di Torino per la molteplicità, per la varietà e per l’eleganza de’ pubblici giardini, non sta addietro a nessuna d’Italia, se non entra innanzi alle più cospicue.
E il padre di Enrichetto, nell’estate specialmente, non tralasciava ogni sera di condurre i suoi figliuoli ora sull’uno, ora sull’altro de’ passeggi pubblici. Oh le belle ed incantevoli ore trascorse passeggiando o sedendo sotto gli ombrosi viali che fiancheggiano piazza d’arme! La gente a onde che vanno e tornano a lenti passi, col riposo e coll’allegria sul viso, sotto il verde fogliame delle alberelle e degli ipocastani. Briose pariglie traggono superbi cocchi, su cui leggiadramente stanno adagiate eleganti signore, accanto a cui fanno la trottata cavalieri, che fan mostra di sè nell’imbrigliare generosi cavalli. La pianura ubertosa e verdeggiante che si stende largamente e va a terminare nelle alpi lontane, aguzze e continuate a scogliera, che torno torno chiudono l’orizzonte come stupendi scenarii d’un immenso teatro. Il disco del sole va scomparendo dietro la vetta del Cenisio; i suoi raggi però, come dardi acuti e smaglianti, si slanciano tuttavia sull’azzurro del cielo e dipingono a cento svariati colori le vette de’ monti, e le cime degli alberi, e i tetti delle case sparse per tutta la vallea.
Ma più geniale riesciva ancora la passeggiata sul nuovo giardino lungo il Po, uno de’ più belli che vanti l’Italia, perchè, oltre la sua estesa, l’occhio, leggiadramente ingannato, abbraccia, a formare un solo e immenso giardino, e il vicino orto botanico, e il castello del Valentino dalle sue quattro punte acute e bizzarre,
e il maestoso serpeggiamento del Po, dentro le cui acque liscie e chete, come d’un lago, cento graziose barchette volteggiano, liete di care brigatelle, che su e giù vanno a godere quelle gentili e sottili brezze, che vengono dal Monviso, la cui vetta, quale piramide colossale, si vede giganteggiare lontana; e la interminata collina, delizia de' Torinesi, disseminata di cento casette bianche e gialle, spiccanti fra il verde cupo degli alberi, come fiori tra le erbose rive de’ ruscelli; e sulla punta più eminente della medesima ritta la superba basilica di Soperga, quasi sentinella avanzata a vegliare la bella città, o quasi mediatrice tra il cielo e la terra, tra Dio e l’uomo.
Enrichetto, quando era più ragazzino, insieme col fratello si metteva a saltar la funicella o a ballare cogli altri fanciulletti della sua età sulla piazzuola, che si spiana presso la casina svizzera, che serve da caffè. Ma fatto più adulto, stava raccolto col babbo e colla mamma e con loro si sedeva: diceva che in quelle sere beate i più dolci sentimenti si raccoglievano nel suo cuore, e le più care fantasie rallegravano la sua anima! e ritornato a casa col cuore traboccante d’affetti, e colla mente piena di serene idee, non era raro che non si sedesse allo scrittoio a versare sulla carta la pienezza del suo animo!
Ma se era rapito da così belle e graziose scene, avveniva anche spesso, che profondamente si addolorasse; come quando vedeva ragazzi così discoli e viziati, che distaccatisi dai parenti, saltavano nelle aiuole a calpestare le erbe, a desertare i nascenti germogli, a strapparne i fiori, e i padri e le madri comportare questo! oppure qualche stuolo di giovinastri, ottusi a ogni senso di bellezza, schivando a studio la vigilanza delle guardie, sferrar sassi contro gli alberi, o
contro i pubblici monumenti per l’insensato e barbaro talento di recar qualche guasto; a tali atti si sentiva il sangue montare al viso, e chiudeva gli occhi per non vedere.
Così pure gli sanguinava il cuore quando vedeva qualche gruppo di bravacci cacciarsi in mezzo a quelle semplici ragazzine, che danzavano sulla spianata del caffè e con mal garbo, facendo le viste di ballare pur essi, dare calci qua, gombitate là, spintoni in ogni senso; per ismania brutale di disturbare un innocente sollazzo.
XIV. Il teatro.
Qualche volta il signor Carlo in premio della buona condotta de’ suoi figliuoli, li conduceva al teatro. Oh il teatro era il trasporto più bello di Enrichetto! Non c’era pericolo che dormisse, no: faceva sue le situazioni drammatiche; pativa co’ buoni oppressi e li commiserava; si sdegnava contro i tristi; lodava le belle azioni, vituperava le malvagie; il riso e il pianto s’allertavano sul suo volto animato e aperto. Il maggior suo dispiacere era quando qualche saccentello voleva raccontargli il dramma prima che si recitasse; oppure, se era all’opera, quando qualche vicino si metteva a canticchiare o a zufolare tra i denti il motivo, che si cantava sulla scena: lo diceva una sconvenienza insopportabile codesta.
Una volta assisteva alla Traviata del Verdi nel teatro Carignano; e mentre la gentile Piccolomini cantava il brindisi, un tale presso di lui si pose a modularlo,
sotto voce, ma con noia de’ circostanti. Un signore lì presso si pose a zittire; e quegli con stizza gli chiese: – A chi zittisce? – Alla Piccolomini, rispose ironicamente l’altro, che non mi lascia sentire la vostra voce!– Una risata de’ vicini accolse la risposta, e quegli per liberarsi dal rossore dovette lasciar il posto.
Quando andava Enrichetto all’opera, quelle note gli rapivano l’anima, che rimaneva come trascinata da un’onda di armonia. Finito lo spettacolo ritornava a casa pieno di vita, pieno d’un desìo di far qualche cosa, che potesse essere utile alla società, che potesse raccomandare il suo nome al tempo; gli pareva di non aver a morire mai.
Provava però anche delle grandi disillusioni. Se era al teatro regio, un chiasso ne’ palchetti, un chiacchierio da non lasciar guastare a mezzo le melodie del canto! Non valeva a comprendere come un siffatto scandalo si potesse tollerare tra la gente più civile e più colta della città. Perchè venire in teatro, se non ascoltano un ette di quel che si fa sul palco scenico? E se loro poco va a genio la musica; perchè disturbare chi n’ha vaghezza? Cose così ovvie, così chiare come non entrano in gente, che pur deve far mostra della più perfetta educazione!
Negli altri teatri poi, come il Vittorio Emanuele; il Gerbino, era un’altra la pena. S’attruppavano a volte stuoli di giovani, animati solo dal talento del disordine; sicchè certe fiate era un finimondo, prima un gran baccano per far suonare la musica; e quando questa suonava, un baccano maggiore per farla tacere. Ma dunque che si vuole? E poi, secondo il ghiribizzo, battimani da sfondare il teatro, quando recita un attore; una sfuriata di fischi da passar le orecchie,
quando recita un altro meno simpatico. Per lui non avrebbe mai voluto che si fischiasse. Non piace una commedia, o un attore? non applauditelo; quel ghiacciato silenzio gli è già abbastanza di punizione. Ma un poveretto che viene lì, e fa il possibile per divertirvi, voi lo colmate di villanie? Non so che sorta di creanza sia codesta! Tornerebbe il medesimo, come se altri s’affannasse per rendervi un favore e voi lo compensaste con un rimprovero o con una ceffata.
Gli piangeva poi maggiormente il cuore, quando sapeva che fra gente così sgarbata vi fossero studenti, e studenti negli ordini più elevati di studi! Aveva egli un’idea così alta della classe di quei che frequentavano le scuole, alla quale egli apparteneva, che avrebbe voluto che tutti i loro atti fossero più che lodevoli, da ripetersi da tutti colla maggior ammirazione. Poveretto, quante volte non ebbe ad arrossire, e chiudersi gli occhi! Chè pur troppo v’ha di tali, che credono d’aver acquistato il privilegio delle insolenze, e delle impolitezze, appunto perchè sono studenti. Il signor Carlo faceva notare l’impolitezza di coloro che giunti tardi, si pongono a pigiare la folla, tanto si sforzano, che si mettono innanzi a quelli arrivati prima, e quel che è peggio si tengono il loro cappello in testa da impedire la vista a quei di dietro.
XV. Le serate.
Il signor Carlo usava raccogliere una sera per settimana i parenti e gli amici a piacevole convegno in sua casa, dove si discorreva, si cantava, suonava e
si giuocava. Come i figli si trovarono un po’ grandicelli, perchè meglio s’avvezzassero alla vita, loro permetteva che vegliassero in tali serate. Ma con che avvisi e consigli preparatorii! Si diportassero col massimo rispetto verso tutti i convenuti; si guardassero bene dal dar noia ad alcuno; non menassero troppo la lingua, in ispecie le ragazze: dover i giovani parlar poco, e pensato: aspettar a parlare d’essere richiesti; non alzar di soverchio la voce, quasi si creda persuadere assordando: quando s’è interrogati, non rispondere un duro e sgarbato no, o sì; ma con grazia soddisfare alla domanda. Ove si facessero servire i convitati di rinfreschi, e di confetti, badassero bene di non farsi scorgere ghiottoni; non imitassero que’ ragazzi, che attorniano il servo e si riempiono le mani di dolci; ma aspettassero che tutti fossero serviti, e allora si pigliassero una pasta o il più due. Avvertiva pure essere riprovevole colui che assiste sempre muto alle conversazioni; ma a quando a quando essere debito intromettere qualche parola, come esca e sostegno del discorso comune. Chi nel conversare fa la parte del muto, mostra o ignoranza, o incuria dei discorsi altrui, o arte per non lasciarsi riconoscere; perchè è vero il detto: parla, perchè ti possa conoscere; e chi non apre mai bocca mette diffidenza negli altri. Consigliava di non entrare in discorsi troppo vani o troppo difficili; nè tampoco parlare di cose religiose o di politica; dove i giovani difficilmente sanno comportarsi con moderazione. Li ammoniva di non dir male di nessuno nè presente, nè assente, di non contraffare o metter in caricatura qualche difettoso, di non trascorrere troppo leggermente a censurare o libri, o opere, od azioni, nè di fare allusioni che feriscano l’amor proprio di chicchessia; nè punto di
lasciarsi vincere dall’ira: chi va in collera ha sempre torto. Badassero di non ammiccar cogli occhi o di bisbigliare all’orecchio del vicino, mentre altri parla o legge; come altresì di non far rumore o colla sedia o comechessia, o di parlare o di ridere quando qualcuno o suona o canta. Cattivo costume esser pure quello di mettersi ad ascoltare quando qualcheduno parla in confidenza.
Certo si deve a questi avvisi se Enrichetto ne’ ritrovi non era di quelli che vogliono sempre parlare, e che, appena uno incomincia un discorso, subito gli tolgon di bocca la parola, e ad ogni costo vogliono tirar innanzi essi: e peggio è quando intrattengono tutta la compagnia sopra cose frivole di nessun momento. Ma egli aspettava il suo torno. Aveva cura che i suoi discorsi fossero meno noiosi, che potesse, e li condiva di motti e di sali piacevoli; sfuggiva dal menar vanto delle sue azioni, dal parlar di sè o di cose che riguardassero la sua famiglia: chè dà fastidio il sentir sempre io qui, io là. Nè quando altri parlava, egli si metteva a conversar col vicino, o dava segno di noia collo sbadigliare o col dondolarsi sulla seggiola; nè interrompeva tratto tratto con qualche domanda estranea al soggetto; nè si studiava di torcere le parole altrui al ridicolo. Sentiva pena al cuore, quando alcuno contrastava chi raccontasse col dire: – no, la cosa non sta così, come la dice lei, ma così e così – Ella non sa. – Modi scortesi e fastidiosi. In quelle serate qualche volta si declamavano componimenti poetici: Enrichetto, se veniva pregato di esporne qualcheduno, subito veniva innanzi con aria modesta e in pari tempo franca e disinvolta, nè si faceva pregare e strapregare, come alcuni fanno per affettata umiltà.
Se egli doveva narrar qualche fatto, prima di esporlo, badava di averlo ben raccolto tutto nella mente, per non essere costretto tratto tratto d’interrompersi, e di tornar addietro, o di servirsi di modi generali e indeterminati; come quel coso, quel tale, sapete voi? aiutatemi a dire, come si chiama? to' l’ho sulla punta della lingua! Che non si può reggere a udirli.
Così pure nel favellare stava sull’avviso per non offendere chicchessia, e se doveva manifestare qualche opinione contraria a qualcuno non faceva uso di quelle frasi irritanti, come non è vero – ella sbaglia – ha pigliato un granchio a secco. Ma temperava il suo dire con queste altre: non mi pare – forse la cosa sta altrimenti – qualcuno l’ha tratta in errore. Cercando quasi di scolparli.
Nè manco per sogno gli veniva in mente di fare discorsi scostumati e disonesti; e quando altri parlava male di qualcuno, cercava di lasciar cader il discorso: perchè quantunque generalmente piaccia la maldicenza, tuttavia si sfugge il maldicente; giacchè ciò che oggi dice di altri, domani lo dirà di te.
XVI. Il giuoco.
Qualche volta in quelle serate si giuocava: ma il signor Carlo aveva cura che i giuochi non fossero rovinosi ed incentivi al guadagno; ma sì un sollazzo, e un modo di onesto e piacevole passatempo. Tratto tratto permetteva anche ai figli di farne parte, ma quando vedeva che essi si lasciavano troppo traspor-
tare dall’invidia del guadagno, allora li faceva cessare, perchè diceva che il giuoco deve essere un ricreamento e non un travaglio dell’animo. Quando perdevano e si mostravano di cattivo umore o facevano qualche atto di stizza, egli cercava di metterli bellamente in ridicolo; perchè voleva che la gaiezza non mai si scompagnasse da chi giuoca, anche quando uno perde. Quando s’era lì attorno a giuocare, e sopraggiungeva qualcheduno faceva smettere i figli; perchè cedessero il posto al nuovo venuto; e ciò volentieri praticava, prima perchè in questo modo li avvezzava a quest’atto di gentilezza, che è il cedere il posto a chi giunge; secondo perchè aveva in mente, che in questa maniera i suoi figliuoli si sarebbero accostumati a considerare il giuoco con indifferenza. E per meglio premunirli contro questa peste della società, non cessava quando gli si presentava il destro, di riferir di illustri famiglie cadute in rovina, per far loro toccar con mano a quali terribili eccessi porti il giuoco, allorchè diventa passione.
XVII. Le facezie e le burle.
Non vorrei che alcuno si desse a credere, avendo visto il nostro Enrichetto così savio e circospetto in ogni cosa, che egli fosse poi uno di que’ giovani sempre ingrugnati, di quelle faccie di gesso senza espressione, che ci vogliono tutti gli sforzi per farli vivi e dire una parola. Tutt’altro: era la più cara fisonomia, e la più piacevole persona che si vedesse
mai; segnatamente emendato che si fu di que’ certi difettuzzi, che abbiam accennato sul principio. Ogni cosa a suo tempo, diceva: quindi serio in iscuola, devoto in chiesa, piacevole e festoso in ricreazione. Infatti nessuno era più allegro e brioso di lui nel conversare. Aveva mille partiti da proporre, mille ripieghi da intromettere, non mai impacciato in nulla; faceto e burlevole ne’ giuochi, facile ed acuto ne’ motteggi, ma motteggi senza fiele, che non offendono nessuno, e solo provocano il riso della brigata, senza che altri ne risenta rancore. Chè stando agli avvisi del padre, procurava che la facezia non trascorresse, nè si volgesse troppo per punta contro nessuno. Il signor Carlo consigliava anzi di motteggiare il manco possibile, perchè a volte da un motto da nulla nascono disordini e gravi inimicizie: in generale diceva cattive quelle facezie o burle, che mettono allo scoperto i difetti della persona, come il contraffare i gobbi, i zoppi, gli scilinguati. E da questa Enrichetto si guardava, come dalla morte; e sfuggiva pure quelle burle che possono recar danno, quali sono ad esempio dare lo sgambetto ad uno che cammini, tòr la sedia di dietro a chi s’alza da sedere: perchè potrebbe stramazzare e farsi del male assai. Aveva inteso rimproverarsi aspramente dal padre il fatto d’un giovane sconsiderato, che per burlarsi di sua sorella, che era troppo paurosa, una notte le comparve nella camera al buio, vestito di bianco, gettando non so che fiamme in aria; dal che la sorella scossa, fu presa da tanta paura, che mandò un grido e svenne; e ritornata per le molte cure della madre ne’ sensi, fece una malattia lunghissima. Burle siffatte sono delitti!
Una volta Sandrino venne a casa vantandosi di certe burle fatte sulla fiera, così detta, di Gianduia,
negli ultimi giorni di carnevale, in via di Po. E fra le altre diceva, che accozzatisi molti amici in lunghe file di cinquanta o sessanta, l’uno dietro l’altro tenendosi le mani sulle spalle, con un naso finto in viso, s’eran posti a saltare in mezzo alla folla, e la dividevano urtando questo nel petto, spingendo quello ne’ fianchi, calpestando tutti, nel mentre che, dando fiato ciascuno a corni, a trombe, a zufoloni d’ogni maniera, stracciavano le orecchie; e finalmente pigliata di mira una signora, che mostrava di non poter tollerare quelle strida, se le eran messi attorno con tutti que’ fischi nelle orecchie, in modo che la ridussero alla disperazione e la fecero uscire dalla fiera. E codeste son le belle spiritosità, gli disse Enrichetto, che sapete trovare voi altri? Infatti ci vuol molto studio e singolare acutezza per immaginare burle così sublimi! Ma a parte la sublimità del trovato: pensa un po’ se tu fossi stato in compagnia della mamma e delle sorelle, proprio là in mezzo alla folla; e questi tuoi garbatissimi compagni, levato il trotto, avessero fatto la cortesia di regalare uno spintone nel petto alla mamma, un urto nei fianchi alle sorelle, e poi per maggiore galanteria vi avessero accompagnati con quella gentilissima serenata nelle orecchie, in modo da costringervi tutti ad allontanarvi dalla fiera; che avresti detto e pensato tu?
– Ma essi, rispose cocciuto Sandrino, non vadano nella folla, se non vogliono sentirsi urtare.
– E chi ha dato il diritto a voi altri di occupare da soli la via, di escludere ogni galantuomo? Ѐ lecito divertirsi, ma che i nostri divertimenti non nuocciano altrui; che le nostre celie non cagionino noia o danno ad alcuno.
Insomma voleva che le burle facessero ridere e non
irritassero gli animi. Soleva dire che la burla non è altro che un inganno amichevole di cose che non offendono. Di tale specie erano quelle che egli usava fare; come una, che un dì fece in villa ad un suo zio, vecchietto allegro e di natura molto faceto. Era venuto un contadino per parlare allo zio; Enrichetto, che si trovava in vena di celiare, gli disse, che l’andava ad annunziare, ma ne lo avvertiva che badasse a parlare bene ad alta voce, perchè al padrone era venuto un sì forte mal di capo, per cui era rimasto sordo. In pari modo andò dallo zio dicendo, esservi un contadino che desiderava venire da lui, ma che era tanto sordo, che ci voleva un cannone per farlo sentire. Introdotto che fu il contadino si pose a gridare a squarciagola, e nel medesimo tuono rispondeva il padrone; in modo che si cominciava una conversazione singolare; quando lo zio disse: – Parlate pure piano, che io non son sordo io; – Neppur io, rispose il contadino. E si venne a riconoscere essere stata una burletta del nipote; per la quale lo zio non rifiniva mai di ridere.
Che se poi biasimava quelli che celiando offendono l’amor proprio dei compagni, non lodava neanco coloro che sono così permalosi, che per un nonnulla levano il broncio e si tengono oltraggiati, sicchè è una pietà lo starvi insieme.
XVIII. Il giornale della vita.
La sera, prima di andar a dormire, Enrichetto aveva contratto l’abito d’un lavoro, che aveva visto raccomandato dal Tommaseo in un libro educativo;
ciò era di scrivere sopra un cartolaro, da tenersi nascosto agli occhi di tutti, ogni azione della giornata, il bene e il male operato, le nozioni acquistate, le cose lette, le impressioni, i giudizi. Questo era il suo confidente più intimo, il giornale della sua vita. Nè lo tralasciò mai; alcune volte scriveva sol due linee, ma qualche cosa lo scriveva ogni dì, per non perdere l’abitudine; perchè la tenacità e la persistenza nei propositi erano un carattere suo particolare. Con tale esercizio affermava quanto avea scritto il Tommaseo, che cioè si prende abito ad osservare le cose, ad osservare noi stessi, e a dire con ordine e con semplicità quel che si sente.
Diceva inoltre che questo lavoro lo giovava moltissimo nel perfezionamento morale e intellettuale; chè studio continuo di ogni persona dev’essere quello di avanzare sempre più nel bene. Il rifarci così sulle nostre azioni avvezza lo spirito alla riflessione, e dall’altro canto spinge la mente a trovar quelle voci intime e confidenti che esprimono le interne sensazioni, onde si acquista uno stile facile, chiaro e pieghevole. Senzachè rivocando le cognizioni acquistate, meglio queste s’imprimono nella mente. E il vantaggio morale? Questo ritorno su noi a mente pacata, questo riveder l’azione da sè, slegata dalle passioni e dalle circostanze che l’han fatta compiere, è come mettersi dinanzi ad un giudice spassionato e severo, che ci condanna o ci premia.
XIX. Il giovedì.
I giorni di vacanza erano aspettati, come da tutti gli scuolari, anche da Enrichetto con grande avidità. Però convien dire che non se ne serviva a male; come a trastullarsi tutto il dì e metter la casa sossopra. In tali giorni dava assetto migliore a’ libri e a’ quaderni. Se nel corso della settimana avesse tralasciato di scrivere qualche compito sulla bella copia o trascurato come che sia un dovere, il giovedì veniva in acconcio per tenersi in ordine sempre: e questa era l’occupazione del mattino. Dopo mezzodì la mamma soleva uscir di casa e condursi i figliuoli con sè; e ciò era tenuto come premio e de’ più segnalati. A volte andavano a far qualche visita a parenti o ad amici. E qui vale il pregio notare il contegno del nostro Enrichetto. Egli stava sempre accanto della madre, entrava nelle case altrui nè troppo timido e ritroso, nè punto sfacciato e impudente; salutava modesto e disinvolto in pari tempo; messo in parole discorreva rispettosamente e con parsimonia, non occupava i seggi migliori, ma anzi cercava i più modesti; non stava sdraiato sulle sedie o sui divani; non appoggiavasi colla schiena alla spalliera della scranna tanto da far l’altalena; nè metteva una gamba sopra l’altra pigliandosi i piedi in mano; non si frugava colle dita nelle narici o nelle orecchie, nè si poneva le mani in bocca a rosicchiarsi le unghie, nè si grattava il capo; che sono cose spiacevoli e fanno stomaco a chi le vede; badava di non passar innanzi alle persone, e se lo doveva fare a ogni modo, ne dimandava licenza.
Come pure si guardava bene dal dirugginare i denti, dal suonare il tamburrello colle dita, dallo zufolare o canticchiare tra le labbra, dallo stropicciare le unghie sopra pietre aspre, cose tutte che sgarbano. Ascoltava il padre che tacciava d’impulitezza chi sbadiglia in società, e peggio chi sbadigliando urla o ragghia, volendo colla bocca ancora aperta parlare; come chi soffiandosi il naso suona la tromba, o tossendo e starnutendo fa uno strepito da assordare. Sentiva insomma di non dover fare nessuno di quegli atti che sono di noia ad alcuno de’ sensi.
Come diverso a volte si comportava Sandrino! Entrato in una casa, non stava mai fermo un momento, ora si alzava, ora si sedeva, ora girava per tutti i canti, a toccare ogni cosa colle mani! Onde doveva sempre essere richiamato dalla madre.
I dì di vacanza erano anche destinati alle provviste; e quindi una volta si andava dal sarto, un’altra dal calzolaio e così via, via, da questo e da quel negozio. Enrichetto, che s’era avvezzato a rispettare tutti, dicendo che ogni uomo è stimabile, quando attende ad un onesto lavoro, si mostrava oficioso tanto verso i padroni, quanto verso i fattorini e verso i lavoranti; salutava con garbo entrando nei negozi, parlava con cortesia; nè mai si metteva ad avvilire e disprezzare o la stoffa o il lavoro.
Una volta che Sandrino si gloriava d’aver fatto uno sfregio qualsiasi al garzone del suo calzolaio, egli lo rimproverò fortemente e nel rimproverarlo così ragionava: perchè egli è un povero lavorante lo credi inferiore a te, epperciò tu ti reputi in diritto di metterlo in ridicolo a tua posta e dirgli villania, e ancora in casa sua! Ora immagina un po’ per un momento che venga qui da noi una persona autorevole, un superiore,
e si ponga lì a dirti delle ingiurie; che diresti di lui? Che è un ineducato, un villano, non è vero? Pensa ora che potrà dire di te quel calzolaio! Io ho sentito dire, soggiungeva, che uno quanto più è in alto stato, tanto più è in debito di essere cortese ed affabile cogl’inferiori.
Un giovedì il padre condusse i figli a visitare le officine delle strade ferrate; quella fu una festa per Enrichetto! Egli era già nelle scuole liceali, e quindi atto a conoscere e ad apprezzare la grande potenza della meccanica. Macchine infinite e di ogni maniera, tutte messe in moto da una sola ruota e da una sola forza motrice. Tutto ammirava e specialmente notava questo, che gli uomini lì non erano condannati a grandi sforzi materiali, ma solo guidavano e dirigevano la forza prodotta dalle macchine; onde gli pareva sollevata la dignità umana. Si compiaceva degli stupendi trovati della moderna civiltà. Presso gli antichi gli uomini erano allo stato di macchina condannati a lavori di forza incomportabile; presso di noi invece la forza bruta è nel giro d’una ruota, nell’ingegno d’una leva, e l’uomo, da essere intelligente, dirige e ordina. Meraviglia della potenza umana, dinanzi a lei cedono i monti e i mari; e danno libero il passo alla civiltà, che corre colla virtù del vapore e sulle ali dell’elettrico!
Mentre che Enrichetto esultava dinanzi al lavoro di tante macchine, non gli passava inosservata un’altra cosa. Erano là molti operai di ogni età, vecchi, giovani e ragazzi, colle maniche rimboccate, col viso affumicato, colle mani callose, e a misura che egli e il padre, o qualche altro s’accostavano e passavano, tutti rispettosamente si levavano il berretto e stavano con bel contegno, che era una soddisfazione a vederli.
Se eran dimandati di alcun che, rispondevano pronti e con garbo. Onde non potè a meno di rilevare la differenza che correva tra costoro, che pur non poterono ricevere una grande educazione, e certe società di giovani sfaccendati, che hanno avuto ogni maniera d’istruzione, e si mostrano così inurbani e così impuliti! E qui fece plauso alla conclusione che ne tirò il padre: cioè che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende costumato.
XX. I dì festivi.
In Enrichetto, come in tutti i giovani di cuore, poteva grandemente il sentimento religioso; ma senza simulazione e senza bacchettoneria. Già abbiam veduto il mattino, appena sorto di letto, volgersi a Dio ed offerirgli le sue azioni, lo stesso faceva alla sera prima di andare a dormire.
La domenica poi e gli altri giorni festivi egli col fratello e colle sorelle, accompagnato dalla madre, andava in chiesa. Appena entrato camminava quasi in punta di piedi per timore di rompere quel senso di religiosità, così solenne nel silenzio; indi si metteva in un banco, e tirato fuori di tasca il suo libricciuolo, accompagnava su quello la messa e gli altri uffizi che vi si facevano; non alzava mai gli occhi, se non per vedere a che punto si trovava il Sacerdote. Non era mai sbadato, non si volgeva indietro a vedere chi usciva e chi entrava; non gli cadeva neppure in pensiero di ciarlare o di ridere col fratello o colle sorelle, nè di spargere il ridicolo sulle cerimonie religiose.
La maestà e lo splendore degli uffizi della chiesa eran tali, che gli eccitavano grandemente la fantasia ed il cuore. Sotto quelle vôlte, che nel chiaro scuro sembrano prendere proporzioni gigantesche, tanta gente di diversa età e condizione raccolta in una sola preghiera, in una sola adorazione; gli altari ardenti di mille fiammelle; quei canti gravi e solenni formati da tante voci; le armonie dell’organo, che misteriosamente si spandono per quegli spazii, impregnati d’incenso, che a nuvole s’alza per l’aria, come profumo di preghiera che sale al trono di Dio, gli rapivano l’anima e la sollevavano in un mondo ricco d’ogni maniera di bellezza, dove giubilavano cori d’angeli, in mezzo ai quali discerneva l’Agnesuccia, il cui nome pronunciava mane e sera, e la diletta nonna che non ebbe mai a dimenticare. Si sentiva una serenità di mente, una pacatezza d’animo, che mai la maggiore; ed usciva con una segreta contentezza in cuore come se avesse guadagnato un tesoro, cui nessuno potesse togliere. Soleva ripetere che le più nobili risoluzioni, i più arditi propositi, gli caddero sempre nell’animo dopo alcuni di questi solenni uffizi religiosi.
La religione è pure una potente molla educativa! Enrichetto fin da ragazzo amava sprofondarsi colla sua poca mente negli abissi de’ misteri della religione; ed anche dopo, pieno di anni e ricco di sapere, quando si fermava innanzi ai grandi problemi della vita e della morte, del bene e del male, dell’anima e di Dio, di contra al dubbio impotente e alle negazioni audaci del secolo tutto occupato in materiali interessi, finiva sempre per ricorrere, come a porto salvatore, alle serene ispirazioni religiose della sua gioventù. E comecchè seguisse ansiosamente le ricerche della scienza negli ultimi suoi responsi, dovette però sempre riconoscere
nell’uomo un principio intelligente direttivo della materia dalla materia diverso, e un Dio infinitamente buono e potente. Ed era lieto di potersi acquietare in queste verità, acquistate dalla scienza, la quale veniva a ribadire nella sua anima il credo recitato da bambino. Togliete di mezzo l’idea religiosa, esclamava poi, sostituitevi pure quella del dovere, e la società non sarà lontana dal perdersi: nulla potrà più sollevarla a’ sublimi slanci dell’ispirazione, all’entusiasmo del sacrifizio.
Per contra qual potenza sui cuori l’idea viva d’un Dio presente sempre, che vi vede in tutte le azioni, che legge nel più intimo de’ vostri pensieri, d’un’anima che non compie il suo cammino in questa terra! E il fanciullo trepida all’idea del male, e s’arresta anco quando potrebbe impunemente consumarlo; perchè sa che, se occhio umano non lo scorge, se nessuna forza del mondo lo può punire, v’è un occhio invisibile che lo sorveglia, una potenza soprumana che lo aspetta. Estirpate dai cuori questo sentimento, e poi ditemi quale sarà il ritegno della plebe, quando si trova sicura dalla forza pubblica. Onde conchiudeva essere somma civiltà inculcare i sentimenti religiosi nell’educazione popolare.
XXI. Le vacanze autunnali.
Nelle ferie d’autunno la famiglia d’Enrichetto usava andare a villeggiare in un paesucolo dell’alto Monferrato. Possedeva essa una graziosa villa sur un poggio aperto, non troppo discosto dal paesello, in mezzo di
graziosi vigneti. Quivi Enrichetto, come quegli che aveva per massima di non sciupar il tempo, soleva divider la giornata in modo che a ciascun’ora rispondesse un’occupazione. Egli non usava, come il più degli scuolari, lasciar crescere la polvere sui quaderni e sui libri nelle vacanze, per darsi tutto alla vita dissipata della campagna; in guise che al riaprirsi delle scuole ci vuol l’opera di qualche mese per rimettersi a segno; ma per non dare indietro, ogni dì egli ripigliava i libri stessi commentati nell’anno, e riandava le osservazioni fatte dal professore, richiamando le difficoltà spiegate e le regole chiarite. Molto tempo lo dava anche alla lettura, e qui, poichè ne aveva agio, faceva compendi di libri, la qual cosa, nel mentre che meglio gli ribadiva in capo il contenuto in quelli, lo esercitava nell’arte del comporre. In questo modo la Gerusalemme del Tasso, i Promessi Sposi del Manzoni ed alcune altre opere, raccomandate dai maestri, aveva ridotte a sommario in tanti quadernetti, che aveva cura di conservare belli e puliti.
La mattina per tempissimo, e la sera sul calar del sole, andava in volta pei boschi e pei vigneti. Prendeva piacere di accompagnarsi a’ contadini, di sentirli discorrere delle seminagioni e de’ ricolti, delle loro speranze e paure; quella vita semplice e confidente, gli andava a’ versi. Non gli veniva manco in mente di ridersi di alcune loro credulità, e de’ pregiudizii ed ubbie, che’ mai potessero dimostrare, come del canto della civetta, della paura delle streghe; nè loro dava la baia contraffacendone la parlata rozza, o gli usi troppo grotteschi, come fanno i più de’ ragazzi: se poteva cercava di correggerli in bella maniera, e loro faceva vedere la fallacia delle superstizioni. Onde que’ contadini lo vedevano di buon occhio, e lo portavano in palma
di mano; a quando a quando gli dicevano: «lei non è di quelli che sprezzano le brache di tela, e non ha paura di sporcarsi a stare coi contadini; con lei si vive e si può parlare; ed aiuta i poveri campagnoli». E veramente cercava di far del bene in quel che poteva.
Un figliuolo del suo castaldo era sordo-muto. Poveretto, aveva una faccia intelligente, due occhietti furbi e penetranti, ben fatto di persona, ma sordo-muto! era zimbello di tutta la ragazzaglia del paese! Oh i campagnuoli, han tanto di cuore, ma a volte sono terribili nelle burle! Nelle feste si attruppavano per via dietro lui, e chi gli tirava il giacchetto, chi gli riempiva le tasche di sassi; a volte con molle, palette, zappe e badili gli facevano una musica d’inferno nelle orecchie; nè era raro che gli sferrassero qualche sasso addosso, meravigliandosi che lo sentisse, così sordo com’era; il poveretto infuriava, faceva per difendersi, ma tutti contro, nessuno pigliar le sue parti! piangeva e si disperava, poverino! Enrichetto se lo pigliava sotto la sua protezione, e nelle vacanze il misero sordo-muto si sentiva rinascere. Con che cuore l’aspettava al cominciar dell’autunno!
Giorni prima il mutolino andava a dar l’assetto alla camera di lui, la ornava di fiori, che pareva un giardino; gli andava incontro, gli portava un mazzetto, e lo pigliava per le mani, e gliele stringeva nelle sue, e una lagrima tremolante sul ciglio gli diceva quello, che non gli poteva dire la bocca. Tutte le mattine lo aspettava sulla porta, e il suo saluto era o una rosa, o una viola, che gli metteva in mano; lo seguiva passo passo nelle sue scorse per la campagna, e indovinava cogli occhi tutti i pensieri suoi; onde ratto come un baleno lo serviva di quello che egli desiderasse.
Per la qual cosa sapeva male ad Enrichetto, che rimanesse così il bersaglio de’ monelli del paese; e tanto lo raccomandò al padre, che ottenne di farlo entrare nella scuola de’ sordo-muti di Torino, dove imparò un mestiere, e potè così non solo provvedere onestamente a sè, ma ancora aiutare il padre ed i fratelli.
XXII. Le elezioni comunali.
Un anno, nel tempo che il signor Carlo colla famiglia era in ferie nel suo paesello, caddero le elezioni de’ Consiglieri comunali. Quel villaggio, come il più degli altri, era tanto travagliato dalle discordie, che riusciva disgradevole l’abitarvi. Gli animi erano così inaspriti, che quello d’un partito vedeva. un nemico in quel del partito contrario; si scansavano per via, o se si passavano vicino voltavan la faccia altrove. Codesti rancori mal repressi, per un nonnulla scoppiavano in vendette, in busse, in litigi, in guerricciuole, che miseramente consumavano le forze del, paese. A volte si dava il guasto ai frutti de’ campi e, si tagliavano le viti, i gelsi, gli alberi, fruttiferi di questo o di quello, e così gli astii concorrevano anche ad impoverire le famiglie.
Il che cagionava non poca noia al signor Carlo, il quale, quantunque come estraneo fosse di nessun partito, tuttavia, se faceva buona cera all’uno, era guardato di mal occhio dall’altro. Onde per non venire in urto con nessuno, aveva pigliato il ripiego
di non praticare alcuna casa, e di viversi appartato nella sua villetta colla famigliuola. Ma non poteva fare a meno di deplorare la miseria de’ tempi. Povero paese, esclamava, è già tanto piccolo, e ancora si dividono gli abitanti! E correva colla memoria a’ tempi della sua gioventù: una concordia, un’allegria in tutti, una fratellanza da non potersi spiegare!
Quell’anno per le elezioni comunali gli umori erano ancora più accesi, e i partiti più disegnati. Era un agitarsi, un muoversi per ogni dove de’ soliti faccendieri; non perdonandosi nè a ingiurie, nè a spesa. Già alcuni articoli erano comparsi sulla gazzetta della provincia, così ingiuriosi e così bassamente infamatori, che mostravano in che fogna possa tuffarsi, chi disconosce il severo mandato della pubblica stampa; sulle cantonate del paese, e sui muri bianchi delle case si alternavano i viva e i muoia sgorbiati col carbone. Le quali cose venivano severamente riprovate dal signor Carlo, e facevano peso all’animo gentile d’Enrichetto. E a che giovano queste ingiurie, e questi imbratti? Già le insolenze e le malignità, conchiudevano, non convincono mai nessuno, servono solo ad attizzare sempre più l’odio negli animi.
Alcuni contadini, ai quali punto non andava a genio quel brutto arrabbattarsi di partito, andavano a consigliarsi col signor Carlo, e mostravano piuttosto desiderio di astenersi di dar il voto, che di mettersi in quelle malaugurate brighe. Ma il signor Carlo ne li distoglieva, facendo loro conoscere l’importanza delle elezioni comunali, ed essere conveniente che tutti se le piglino a cuore, perchè da un buon Consiglio amministrativo dipende tutto l’andamento del paese; e se gli onesti si astengono dal votare, il Comune presto viene in mano degli intriganti e de’ raggiratori.
Venuto il dì delle elezioni il signor Carlo, come estraneo a ogni partito, fu eletto Presidente. Nell’aula elettorale, che era una chiesa, si accalcavano i contadini, in tutti i canti era un parlar sommesso, un bisbiglio, un promettere, un minacciare.
Enrichetto era entrato anch’egli colà per recare una lettera al padre, e mentre ne aspettava la risposta, col suo spirito di osservazione si pose a guardare.
Vecchi contadini coll’antica giubba di festa entravano nella chiesa, e con un cipiglio arcigno venivano a dare il voto, come dipendesse da quello la vita o a morte di qualcheduno; altri con aria di maligno sarcasmo affettavano l’andare, come a dire: ora siam noi i padroni! Altri più giovani con far da bravaccio passeggiavano per la sala col berretto sull’orecchio, battendo le borchie delle scarpe sul pavimento e mandando boccate di fumo da un mozzicone di sigaro; venivano poi a consegnare la scheda con quell’atto sgarbato che dice: me n’impipo. S’accozzavano in più s’incantucciavano, parlavan alto e minaccioso, con atti di goffa millanteria, e di disprezzo.
Il signor Carlo consegnando un biglietto al fìglio, non potè contenersi dal dire sotto voce: tanto l’uomo di villa piace, quando riconoscendo la sua ignoranza, si mostra peritoso e modesto, altrettanto disgusta e diventa ridicolo quando credendosi chi sa che, s’impenna e mostra burbanza e superbia. – Fortuna che nessuno l’udì.
Raccolte finalmente tutte le schede, e fattone lo spoglio, si proclamò l’esito della votazione; per la quale sorsero smanie e gridi all’ingiustizia da una parte, voci di giubilo, e segni di esultanza dall’altra. E il signor Carlo si partì stomacato di quel procedere
dicendo che sarebbe di molto necessario compilare un galateo ad uso speciale de’ contadini, insistendo nel medesimo che il rispetto de’ luoghi, delle persone e degli uffizi, è la più bella dote di tutti, e segnatamente della gente di campagna.
XXIII. Scampagnate.
La famiglia di Enrichetto soleva a quando a quando, per rompere la monotonia del vivere, fare qualche scampagnata. Se erano in villa ora andavano a far una merendella sul poggio più scoperto ne’ dintorni; ora si recavano a visitare i paesetti vicini. Era cura del signor Carlo, che i suoi figliuoli rispettassero non solo le persone, ma i luoghi stessi dove si trovavano: proibiva che si tagliasse il ramoscello per fare il bastoncino, che si sferrasse il sasso contro gli alberi fruttiferi, che si valicasse la siepe per andar a pigliare una pera, o un grappolo d’uva; che si mettesse il piede nel seminato, che si scalpitasse l’erba, e simili cose, a cui sul generale poco si bada; ma indica poco rispetto della proprietà. Se si era in qualche paese voleva che piuttosto si trovasse argomento di lode che di biasimo, perchè ciascuno tiene in gran conto il suo luogo nativo, e sente come fatta a sè l’ingiuria scagliata contro quello.
Nella primavera godevano di far passeggiate ne’ dintorni di Torino, ora alla Sacra di S. Michele, ora a Soperga, ora all’Eremo, ora in altri luoghi. L’allegria schietta era il condimento di quelle corse e il signor
Carlo voleva che fosse bandito ogni rimbrotto, ogni menzione, che potesse velar la fronte di melanconia. Anche quando casualmente occorreva qualche inciampo, o contrattempo, voleva che non ci si badasse, anzi pensava sempre di rivolgerlo a bene; o che si fosse colti dal mal tempo, o sopraffatti da stanchezza, o le gite fossero più lunghe e disagevoli di quel che si fossero previste, o i luoghi riescissero meno ameni e dilettevoli del creduto, non si doveva muovere lagnanza di sorta contro chi ne avesse dato la spinta; ma si cercasse di mettere in vista il lato lodevole e men brutto. Vituperava coloro, che non trovano mai niente di bello, che avversano ogni proposta, che appena si mette innanzi un giuocherello, subito vanno in cerca dell’inconveniente che potrà avere. Costoro non s’avveggono, che se loro si desse retta, non si farebbe mai niente e si resterebbe immobili in casa, per paura di metter il piede in fallo. La compagnia, la buona voglia, la letizia dell’animo bastano di per sè a rendere bella e gioconda ogni scampagnata. Nelle feste alcune volte il signor Carlo andava presso qualche amico, villeggiante sui vaghi colli di Torino o di Moncalieri; ed allora era un continuo ricordo ai figli e alle figlie di mostrarsi e giulivi e contenti di checchessia loro venisse offerto; non lasciassero mai scorgere noia di sorta, il che sarebbe stato uno sfregio ed un’accusa al padrone di non saperli divertire: non toccassero i fiori, gli alberi e i frutti del giardino; e se invitati a coglierne, lo facessero con moderazione. Una volta, che Sandrino di soppiatto aveva spiccato un arancio da un vaso, dinanzi a tutti gli invitati lo costrinse a confessare il suo fallo e a dimandarne perdono, quantunque il padrone non volesse. In cose di delicatezza era inesorabile.
Se si doveva andare in calesse il signor Carlo ammoniva i figli di lasciar salir prima le signore e contentarsi essi del posto più disagiato; essere atto di squisita pulitezza, dare sempre in ogni cosa e in ogni luogo il vantaggio alle donne, prima perchè esse, di fibra più delicata, sono più sensibili agli incomodi; poi perchè è da generoso, potendo pigliar per noi ogni comodità, spogliarcene per darla a’ più deboli. Qualunque posto è buono per gli uomini, non così per le donne.
Se si era in via ferrata erano altri i consigli del signor Carlo. Trovarsi con sconosciuti di ogni paese, primo avviso è di non arrischiare lì per lì giudizi o sentenze assolute: perchè non è raro il caso che si parli di persona, che sia lì presente in uno di quegli ignoti; o si discorra di cosa che tocchi da vicino qualcheduno di quelli; doversi rispettare ogni suscettività e ogni pregiudizio. Diceva: comportarsi male coloro che erigono cattedra e trinciano giudizi inappellabili sull’indole delle nazioni, delle provincie, delle classi sociali, delle città e che so io; v’è chi non la rifinisce di dar addosso alla nobiltà, a’ preti; senza pensare che in tutti gli ordini v’ha il suo bene e il suo male. Peggio poi quando vi sono ragazze o bambini snocciolare racconti scurrili e scostumati.
Una volta la famiglia di Enrichetto veniva per vapore da Moncalieri in Torino in una vettura di seconda classe. Non v’era il signor Carlo; la madre aveva cercato di mettersi dove fossero persone tutte di suo genio; onde si era entrati in uno scompartimento, dove era solo un vecchio con una signora. Ma per mala sorte nello scompartimento vicino v’era una brigata di giovinastri, che per aver forse alzato di troppo il gomito, facevano un baccano d’inferno. I
due scompartimenti erano solo divisi da un sottile assito, nè manco totalmente; perchè un buon tratto in alto rimaneva aperto, in guisa che stando in piedi dall’uno si vedeva nell’altro. La madre di’ Enrichetto si pentì tosto d’esservi entrata, ma non si poteva altro; la macchina aveva già mandato il fischio della partenza.
Finchè quella mano di giovialoni si tenne negli scherzi e nelle sciocchezze di nessun senso, meno male; ma fu ben altro quando si posero in descrizioni di scene svenevoli e spudorate, e a cantare canzonaccie scandalose! La povera madre s’ingegnava di distrarre l’attenzione de’ suoi figli; e diveniva di tutti i colori nella faccia. Il buon vecchio, che lì era, e che pure si doleva di ciò, s’alzò, e col miglior garbo, che seppe, avvertì que’ giovani, che qui eran ragazze, che meritavano qualche riguardo. Non l’avesse mai fatto! Que’ disgraziati, che pur avevano aspetto di persone civili, si diedero a motteggiarlo, a schernirlo, il meglio che potessero. E che non erano in un convento di frati, e chi non vuol sentire le loro parole si tappi le orecchie, e chi ha tema d’essere scandolezzato resti in casa, e faccia murar le porte e le finestre; e che un vecchio peccatore, non aveva diritto di venire a far la morale in un treno di via ferrata: e tirarono giù fino a Torino con mille insolenze; e bazza a chi le diceva più grosse.
Enrichetto si legò all’orecchio quella disgustosissima scena, rammentandola sempre con raccapriccio: ed esclamava: quando saremo a quel grado di coltura civile, in cui si terrà l’onore de’ ragazzi e delle donzelle inviolabile, come un santuario?
XXIV. Il tribunale.
Un anno la famiglia di Enrichetto con altri amici andò alla festa di Soperga il dì 8 settembre. L’aria sottile e pura di quel colle e la passeggiata mattutina avendo messo sul dente la lieta brigata, non potè essa far di meno, che sedersi ad un modesto deschetto che a mala pena, per la grande affluenza, potè rinvenire all’albergo della volpe, che è al fondo di quel po’ di caseggiato, che forma il borgo di Soperga. Quando s’alzarono per uscire, una signora della brigata, si trovò alleggerita del paniere e dell’ombrellino. Cerca di qua, fruga di là, non si ritrovano. Il sospetto cadde su due donnaccie, che eran sedute lì accanto, e che un po’ prima eran scomparse. Alcune guardie di pubblica sicurezza che si trovaron presenti, accolsero i sospetti, si misero attorno, e agguantarono le donne. Si allestì il processo, e la causa si portò al pubblico dibattimento. Onde tutta la famiglia di Enrichetto fu citata in giudizio.
Era un giorno di giovedì ed Enrichetto e Sandrino, pulitamente vestiti in compagnia della madre e del padre s’avviarono al tribunale.
La citazione era per le ore otto, e alle otto in punto entravano nell’uffizio: ma con loro meraviglia non trovarono nessuno; e dovettero attendere un buon pezzo prima che vedessero venir un usciere, il quale disse: che avrebbero ad aspettare fin alle nove. – Ma l’ordine è per le otto, fece il signor Carlo, – Sì, rispose quegli con piglio altezzoso; ma fino alle nove, ed anche più là non cominciamo. – In Italia, osservò
il signor Carlo, il tempo non è moneta; ed uscì colla famiglia. Ritornato alle nove, dimandò all’usciere se era in tempo; ed ebbe in risposta: si che è sollecito lei!
Passato innanzi negli uffici di segreteria si fece presso uno scrivano, e il richiese a che ora sarebbe il dibattimento, per cui era citato; e s’ebbe un ma secco, secco; s’avvicinò ad un altro e n’ebbe un’alzata di spalle; intanto una voce più acerba, e stizzita fece udire: stia attento e sentirà quando sarà chiamato. Onde il signor Carlo, perduta un po’ la solita flemma, disse volto ad Enrichetto: costoro hanno imparato la cortesia dagli sbarazzini di piazza!
In quella un signore, di modi gentili, venne a lui, era il cancelliere, il quale, o per aver conosciuta la sgarbatezza degli impiegati, o per aver intese le parole del signor Carlo, o per naturale pulitezza, con bel garbo sì fece mostrare la cedola di citazione, indi si diede a scorrere un libraccio, che era aperto sur un leggìo, poi disse: la causa, in cui essi son testimoni, vedremo di metterla per la prima, onde non abbiano ad indugiar troppo. Indi accortosi che le signore erano nella sala d’ingresso confuse coi tagliaborse e simile genìa, le fece cortesemente passare nel suo gabinetto. Onde il signor Carlo se gli mostrò di molto obbligato, e volse in bene quella bizza, che gli era montata contro quell’uffizio. Tanto è vero che un piatto di bella cera fa dimenticar ogni dispetto; come basta uno sgarbato per mettere in discredito tutta una società.
Finalmente come Dio volle s’aprì il dibattimento; eran le dieci ben ribattute! Uditi i testimoni pro e contro, l’avvocato, rappresentante il Pubblico Ministero, fece un’aringa provando la colpevolezza delle due donne. L’avvocato difensore invece protestò con
modi, sdegnosi contro l’avvocato fiscale; perchè aveva dato del ladro alle sue clienti, che dimostrò innocenti come colombe. Onde ne venne un battibecco, piuttosto accanito fra i due oratori.
Enrichetto a sentirli scagliarsi parole, che non erano punto elogi, li credè nemici giurati; ma quale fu il suo stupore nel vederli dopo la causa escir a braccetto ridendo e scherzando, come amici di lunga data! Fra sè pensava, perchè investirsi con tanta furia? Non potrebbero esporre a modo e con decoro le proprie ragioni, senza discendere ad atti e a parole che si direbbero insulti belli e buoni?
Ed uscì colla persuasione che anche un galateo per i tribunali non giungerebbe a sproposito.
XXV. Scelta d’uno stato.
Enrichetto avendo compiuti gli studi liceali, e trovandosi perciò sulla soglia dell’Università, doveva chiarirsi intorno alla carriera che intendeva abbracciare.
La scelta dello stato, diceva il padre, è la faccenda più importante della vita, come quella da cui dipende il carattere e tutto l’avvenire dell’uomo, e pur troppo s’ha a confessare che in ciò si procede colla massima leggerezza. Senza punto badare alla condizione, all’indole, alle spinte dell’animo, alle facoltà fisiche, morali e, intellettuali, altri si lascia far forza dai genitori o dagli amici, altri cercando solo il tornaconto s’appiglia a quello che gli promette maggior lucro;
altri borioso si lascia adescare dalla vanità di un nome, e così accade non di rado che uno si trovi in tale tenor di vita, al quale riesce del tutto disadatto, e quindi continui ripetii, malcontenti, contrasti; quindi quel cambiar di professione e di mestiere, senza mai trovarne uno che gli vada, pari a quegli infelici di Dante, condannati a volgersi continuamente senza posa mai. La maggior parte poi di costoro finisce per far niente.
Ripeteva il signor Carlo che tutti debbono avere una occupazione, dal ricco sfondolato all’ultimo operaio, secondo la condizion loro e facoltà; rammentava la professione del Cardinal Federico Borromeo nel Manzoni, che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni; ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto. Quindi ben a riprendere devono essere coloro che dicono: «tant’e tanto sono ricco, e non ho bisogno di lavorare; non ho mestieri di prendere una carriera per vivere; oppure io prendo così una professione per aver un titolo; ma non voglio punto esercitarla».
E chi sei tu, esclamava egli, essere privilegiato che vai esente dal lavoro? Dunque a te inutili strumenti sono e le braccia e le mani e l’intelletto che ti diè la Provvidenza? La società umana è una grande macchina che per volgersi si richiedono le mani di tutti i viventi, e tu vorrai negare le tue, vorrai essere un attrito, un inutile ingombro al girarsi di quella? Il re sul trono, i magistrati ne’ tribunali, l’operaio nelle manifattorìe, il contadino ne’ campi, concorrono tutti nella grand’opera della civiltà.
Ogni uomo venne su questa terra per portare il suo sassolino al grande edifizio sociale; chi viene solo per comparsa, è come l’albero che solamente dà foglie
il quale aduggia e reca danno a’ fruttiferi; o meglio sono piante crittogame che incagliano la maturanza de’ frutti.
Ogni professione è buona ed onorata, purchè onesta e onestamente si eserciti; l’avvocato, il medico, il legnaiuolo, il ciabattino sono egualmente degni di rispetto, quando nell’esercizio dell’arte loro si mostrino capaci e virtuosi. Laddove per alta che sia la tua carica, tu riuscirai biasimevole e brutale, ove ti mostri inetto, o la deturpi colle tue nequizie.
A questo proposito nel giornale di Enrichetto si leggevano le seguenti considerazioni, tratte da Silvio Pellico. «Entra in quella carriera, a cui sei chiamato e t’innoltra, ma portandovi le virtù che richiede. Mediante tal virtù ogni stato è eccellente per chi v’inclina. Il sacerdozio che spaventa chi l’ha abbracciato per leggerezza e con cuore avido di divertimenti, è delizia e decoro ad uomo pio e ritirato.... La toga che molti portano quasi enorme peso, per le pazienti cure che esige, è grata all’uomo in cui prevale lo zelo di difendere col senno i diritti del suo simile. Il nobile mestiere delle armi ha un incanto infinito per chi arde di coraggio, e sente non esservi più glorioso atto che l’esporre i suoi giorni per la patria. Mirabil cosa! tutti gli stati, dal più sublime, sino a quello d’umile artigiano, hanno la loro dolcezza ed una vera dignità! Basta voler nutrire quelle virtù che in ciascuno stato son dovute. Solo perchè pochi le nutrono s’odono tanto maledire la condizione che hanno abbracciata. Ogni via della vita ha le sue spine, dacchè ponesti il piede in una, prosegui, retrocedere a fiacchezza. Il persistere è sempre bene, fuorchè nella colpa. E solo chi sa persistere nella sua impresa può sperare di divenire alcun che di segnalato».
Enrichetto per altro non ebbe molto a riflettere sulla scelta dello stato. Egli fin da ragazzino era preso d’ammirazione per il medico di sua casa, da cui aveva appreso tante buone massime, e tante profittevoli abitudini, e più cresceva negli anni e più apprezzava la bontà, l’onestà, la scienza, l’operosità, la tenacità nel bene di lui; onde la medicina, che vedeva in figura nella persona di quello, gli pareva la più bella professione che potesse abbracciare. Senza che l’arte salutare, l’andar per le case ad asciugar lagrime, a sollevare dolori, meglio rispondeva a quel bisogno istintivo dell’animo suo di far del bene a ogni persona.
XXVI. Studi universitari.
Il più degli studenti pare che non per altro anelino di por piede nell’università, che per darsi bel tempo. Lo studio si direbbe che sia l’ultimo pensiero per la massima parte degli universitalisti; loro basta far un giro pei loggiati dell’università, entrar di quando in quando nelle scuole, far una visita alla biblioteca a chiaccherar con qualche compagno, per divenir dottori; come sia un privilegio degli studi universitari quello d’apprendere senza studiare? Guai il contraddirli, essi son uomini fatti, capaci a tutto; le scienze, le lettere, le arti, son roba comune e casalinga per loro; essi disputano e sentenziano di ogni cosa, non v’ha fama solidamente costituita, che non sia chiamata a discussione, e ti danno patente di asinità e di dottrina con una sicumera da disgradarne il primo cerretano di piazza!
In quanto al tenor di vita poi, quegli che più si dà al gioco, a’ divertimenti, agli stravizzi, pare che abbia il diritto di superiorità. Ogni cosa è lecita ad un universitalista; disordinare caffè e teatri, far il chiasso dappertutto con pochi riguardi e agli uomini e alle cose, par suo distintivo.
Quanti giovani si sono perduti in questo mare magno delle università!
Fanciulli studiosissimi, costumati, verecondi, ne’ ginnasi e ne’ licei, allegra speranza di onorati genitori, dopo un anno o due di università, eccoteli come a dire stregati, perduti nel giuoco e in vizi di ogni fatta, guasti d’animo e di corpo, ritornare nelle caste mura domestiche inetti e valetudinari!
Bisogna anche dire che i1 mondo a loro riguardo passa su troppe cose, essi sono i beniamini, i guastatelli della società; gli stessi uomini seri e austeri dicono: son giovani, si correggeranno. Onde si concede loro, per così dire, l’impunità del vizio e anche della sgarbatezza.
Ma di questo qualunque siasi diritto non volle punto valersi il nostro Enrichetto; egli pensava che quanto maggiore è la cultura e più alti sono gli studi, più gentili e più corretti debbono essere i costumi. Studiando le statistiche, egli aveva trovato che non tutti i ragazzi compiono gli studi elementari, pochi poi percorrono le scuole tecniche o ginnasiali, pochissimi entrano ne’ licei o negli istituti tecnici, e affatto singolari poi si possono dire quelli che hanno il vantaggio di praticare le università; ondecchè gli universitalisti devono essere l’aristocrazia dell’ingegno e della fortuna, l’essenza più pura della gioventù, epperciò devono maggioreggiare non solo per studi, ma ancora per contegno e per gentilezza di tratto, e come essi
sono il fiore della società, ne devono anch’essere la grazia.
Egli aveva notato, che que’ giovani che tenevano il loro posto, non timidi, non presuntuosi, nè smargiassi; senza pretenderla a dotti cogli uomini, e senza bamboleggiare scipitamente co’ ragazzi, che non trinciano giudizi a vanvera sulle opere e sugli uomini, che badano a farsi onore negli studi, a cui si sono dati, che rispettano quelli che son più innanzi cogli anni, e che venerano gli uomini di merito, erano quelli che riescivano più accetti all’universale; si fece perciò uno studio di essere più che mai cauto e riserbato; non però chiuso e senza espansione, anzi allegro e brioso coi compagni, rispettoso co’ più vecchi, amorevole co’ bambini e piacevole con tutti; onde non solo riuscì caro a’ suoi condiscepoli, ma in qualunque luogo si fosse trovato, lasciava un bel desiderio di sè.
I sei anni che Enrichetto passò nell’università, chè tanti ne richiede la Medicina e la Chirurgia, furono anni di studi seri, profondi e coscienziosi. Avido della scienza per far paga la sua mente, e desideroso di tradurla in pratica a pro dell’umanità, egli non solo seguiva scrupolosamente e faceva compendi delle lezioni de’ professori; ma ancora aiutavasi degli autori, e cercava in essi gli ultimi perchè.
Nè i suoi studi erano circoscritti solo alla medicina, uso questo della maggioranza degli studenti, i quali applicatisi ad una disciplina, si ritengono esonerati dal conoscere alcunchè del resto dello scibile; onde non raro accade, che un buon avvocato, o medico, o ingegnere, appena esce della cerchia della sua professione, pare non sappia più formare alcun costrutto che valga; o se parla dice i più madornali
sfarfalloni del mondo; ma Enrichetto, avvezzo come abbiam visto a far sparagno del tempo, (e ne’ corsi universitari del tempo ce n’è a fusone) s’ingegnava di entrare anco ne’ segreti delle scienze affini alla medicina; e la fisica, e la storia naturale, e la chimica, e fino la meccanica, occuparono delle belle ore al paziente investigatore del sapere. Egli cercando di scendere ne’ penetrali delle dottrine, trovava un nesso maraviglioso tra le diverse scienze, e si doleva della poca durata della vita dell’uomo, e della limitazione dell’ingegno umano, che nel breve giro d’un’età non può giungere alla superba sintesi dello scibile.
Negli anni universitari fece anche acquisto delle lingue tedesca e inglese, avendo già imparata la francese durante i tre anni liceali; le quali lingue straniere gli vennero poi di molto in acconcio nella pratica della sua professione.
Ma quello che non trascurò mai, furono gli studi letterari, i quali diceva, convenire a tutte le discipline e a tutti gli uomini in qualsiasi stato sociale; la parola ornata ed elegante si fa strada dappertutto.
In questa guisa adoperando s’addottorò in medicina e chirurgia con plauso di tutti gli amici e con trasporti di gioia de’ genitori.
XXVII. Esercizio della professione.
Enrichetto, conseguita la laurea, fu ben lungi dal credersi medico fatto. Troppo era persuaso che gli studi che si fanno nelle università non danno la scienza, e quel che è più l’uso e la pratica della
scienza; egli soleva dire che le scuole tracciano la via, sono una guida nello studio, o come a dire un indice del gran libro che resta pur a studiare. Onde riescirebbe ben ingannato chi uscito dell’università si pensasse di non aver più bisogno di studio per esercitare la sua professione!
L’avvocatino che novello entra nel foro, alla prima causa che gli si presenta, è poco men che cieco, non sa da qual capo rifarsi, e se non vien diretto da chi sa, non ne cava costrutto; lo stesso dicasi del matematico, del medico e di tutti.
Dopo la laurea resta il più, che è tradurre l’idea in fatto, la scienza dell’intelletto in vita pratica; il che in verità riesce la cosa più malagevole
«Perchè a risponder la materia è sorda».
Convinto di ciò Enrichetto continuò ancora per un pezzo a seguire negli ospedali i suoi professori. Nello stesso tempo il dottore della famiglia, del quale più volte abbiam fatta menzione, essendo vecchio, ed avendo preso ad amare il giovane, che vedeva così animosamente entrare nella sua carriera, ben lungi dall’ingelosirne come fanno gli spiriti leggieri e di poco valore, che paventano la concorrenza, volle pigliarselo con sè, raccomandandolo nelle case, facendone rilevare lo studio, la buona volontà, e la precocità dello spirito. Ad Enrichetto parve toccare il cielo col dito, quando si vide a maestro nella pratica un uomo, che sopra ogni altro stimava.
E qui mi corre obbligo di far notare che se Enrichetto già per abito rispettava ogni persona, e segnatamente i più provetti, ora nell’esercizio della sua professione se ne fece una legge. Si guardava bene dal metter come che sia in dubbio la scienza de’ suoi colleghi o dallo screditare i vecchi.
Giacchè pur troppo in tutte le professioni ed arti, per maligna natura, per egoismo mal inteso, l’uno tenta di schiacciare l’altro, e specialmente i vecchi s’industriano di soffocare gli ingegni crescenti, recando in mezzo, che i giovani mancano di esperienza, non conoscono le complessioni, sono novatori senza guida, pieni di vane teorie, e che la pratica val più che la grammatica.
Di ripicco i giovani si ricattano sui vecchi dicendoli pieni di ubbie e di pregiudizi, senza studi; adducono gl’immensi progressi fatti dalle scienze, a cui quelli rimangono affatto stranieri; e quindi vanno innanzi a tastone, buona se viene; e cose siffatte. Pettegolezzi e viltà che, svelando una gelosia di mestiere, indicano pochezza di mente e tristizia di cuore; vermi che vivono di scoli; chè il vero ingegno, la vera dottrina non ricorre a queste miserie per farsi strada.
In questo mezzo il Municipio di Torino bandì un concorso per un medico de’ poveri, al quale presentatosi pure Enrichetto, ne vinse la prova. Questi medici sono distinti per parrocchie e vi compiono il servizio de’ poverelli. Egli, che esercitava la sua professione per la scienza e per il bene che credeva di portare a’ suoi simili, non fece mai distinzione fra ricco e povero, se dorate fossero le sale in cui entrava, o affumate e deserte; anzi, assecondando un certo impulso dell’animo suo, quanto più vedeva la miseria stringere il letto del malato, egli raddoppiava di cure, come se volesse rendere meno amara la vita a questi diseredati della società.
Nel contatto dei diversi gradi sociali, fine osservatore qual era, s’ebbe a convincere sempre più di una certa scambievolezza tacita di affetti nel genere umano,
di una specie di compenso, anche lontano, per cui uno tale dà, tal riceve; quale si comporta con altrui, tale viene dagli altri trattato; onde, sei orgoglioso e superbo? sarai ripagato di sprezzo; sei amorevole e gentile? amore e gentilezza troverai per tutto. Per il che scrisse sul suo giornale: «è giusta quella sentenza che dice: Se vuoi essere amato, ama». E a comprovarla vi scrisse sotto il seguente racconto:
XXVIII. L’Operaia benefica e l’Usuraio egoista.
Bettina è una donna da’ trenta a’ quarant’anni; fanciulla, aveva conosciuta l’opulenza; ma disgrazie sopraggiunte la privarono delle ricchezze, e con esse del padre e della madre, che, non potendo sopravvivere all’infortunio, la lasciarono sola a lottare colla miseria. Pure essa non si sgomentò della vita; piena di confidenza in Dio, che non abbandona le sue creature, si pose al lavoro con serena rassegnazione. Appigionatasi una soffitta, vi cuciva tutto il dì, e qualche volta eziandio la notte, camicie per conto di un grosso negoziante; e come non era nè ghiottona, nè ambiziosa, del guadagno ne aveva d’avanzo; e così potè formarsi una certa agiatezza intorno a sè.
Cresciuta alla scuola del dolore, aveva cuore per tutte le tristezze della vita, onde la sua soffitta era il ricapito di tutte quelle famiglie, che abitavano lì presso; e della miseria lassù ve n’era da impietosire le bestie! Famiglie cariche di ragazzi viventi sulle braccia del padre o della madre; infermi senza modo
di sussistenza; donne abbandonate senza pane da’ mariti giuocatori e scioperati! eran lacrime in tutte quelle case! Ma la Bettina s’adoperava per renderle meno amare; teneva d’occhio i ragazzi di questa, che andava a opera tutta la giornata; portava un po’ di brodo a quella, una minestra a quest’altra, e per tutto una parola di conforto; pareva l’angelo tutelare di quelle soffitte.
Quando, poveretta, cadde essa malata! Era sola, nessuno poteva badare a lei, nessuno accenderle un po’ di fuoco; onde voleva farsi portare all’ospedale. Ma i vicini: o che! Noi non siam buoni da nulla noi? O sì che vogliamo veder questa, lasciarci portar via di qui il nostro buon genio! Che volete andar a confondervi in un ospizio? là in mezzo a tutti quei letti siete di nessuno! E tutta quella buona gente si divise le cure e non le si lasciò mancar nulla. Era cosa che consolava l’animo veder quella donna, che non aveva più nessuno al mondo, fatta oggetto di tante premure!
Enrichetto, chè egli era il medico fatto chiamare, in quella soffitta si sentiva come in un ambiente caldo di amore, e n’era riconfortato. Ogni volta che volgeva qualche parola di lode alle assistenti, si sentiva rispondere: o che, la Bettina faceva ben più per noi; se non fosse di lei tanti e tanti non potrebbero più tirar innanzi; la si pensi che ella era capace di passare le intere notti a’ nostri letti; e i suoi guadagni dove se ne andavano? Essa avrebbe potuto far la signora, e ora non ha manco un soldo; tutto consumato in queste soffitte a nostro vantaggio.
Proprio sotto la stanza di Bettina, come se Dio avesse voluto mettere a riscontro il buono e il cattivo cuore, cadde malato, quasi nello stesso tempo, un
uomo, conosciuto col nomignolo di Raffa. Posto sotto la cura de’ poveri, Enrichetto l’andò a visitare. Che differenza dalla ordinata, pulita e tiepida cameretta della Bettina! Una stanzaccia senza mobili, da una tavola sdruscita in fuori e un lettuccio di legno tarlato; le pareti nude e sgretolate, senza fuoco acceso e senza legna per accenderlo; si sentiva un ambiente freddo, uggioso, opprimente. Il medico s’accostò al letto, e sur un guanciale sudicio e mal disposto vide una testa calva, del color dell’avorio ingiallito dal tempo, due occhietti grigiognoli, spenti, sprofondati in occhiaie cave del color del piombo; i zigomi sporgenti davano una conformità alla faccia come se l’avarizia vi avesse impresso su il suo ritratto; e veramente del color del rame ne era la pelle tirata sugli ossi, che si potevan contare.
Nessuno intorno al letto, la portinaia che l’aveva accompagnato era subito scomparsa; onde Enrichetto, mosso a pietà, veniva interrogando l’infermo, il quale con voce fioca e stenta esclamava: brutta cosa la miseria; tutti s’allontanano! Il medico lo confortò, e visto che il male non era prodotto che da mancamento di cibo e da prostrazione di forze, gli fece coraggio e cercò di aiutarlo come meglio sapeva.
Andò di sopra e si volse ad una di quelle donne che vide tanto caritatevole verso la Bettina, e la pregò a voler anche dar un’occhiata a quell’infelice di Raffa.
– A chi, rispose quella con sdegno mal represso, a quel brutto mostro d’usuraio, che, ricco sfondato, lascia morir di fame i suoi parenti, nè farebbe limosina d’un soldo se fosse per morire?
A queste parole restò meravigliato Enrichetto, e più ancora quando venne a sapere come quel miserabile dal nulla, a forza di usure e di ruberie, fosse
venuto ad ammassare un ricchissimo capitale. – E con tanti denari, continuava la donna, cada il mondo, non spende un soldo; vive di radiche d’erbe e pan muffito. Aveva preso con sè una nipotina perchè gli governasse la casa, ma perchè mangiava troppo, subito la rimandò. Non vuol veder nessuno intorno a sè, sospettoso, malfidente se v’e n’è uno.
La Bettina quanto aveva era nostro, seguitava essa, ci aiutava, ci vuol un bene a tutti.... è giusto che non la dimentichiamo nemmeno lei, ma quello lì non che aiutarci, ci avrebbe spogliato di questi pochi cenci che abbiamo attorno! È malato, nessuno l’accudisce? Dio è giusto, viva nel deserto che s’è fatto intorno a sè.
Che ne seguì? Bettina dopo poco fu pienamente ristabilita in salute; Raffa, a cui nulla potevano giovare le prescrizioni del medico, perchè per non spendere non n’eseguiva alcuna, poco appresso morì. Nessuno lo pianse, nessuno ebbe una parola di compassione per lui.
I denari, gli osservava Enrichetto per spingerlo a servirsene, non sono beni, ma solo rappresentanti de’ beni, sono non il fine, ma il mezzo e lo stromento per soddisfare a’ nostri bisogni; ma era un dir a sordo.
I nipoti colla più schietta allegria, ne fecero i funerali, e l’oro con tanti stenti accumulato, in breve sfumò.
È il caso di riferire il detto del Vangelo: male parta male dilabuntur; che si può tradurre nel volgare proverbio: La farina del diavolo va tutta in crusca, od anche in quest’altro: Quel che vien di ruffa raffa, se ne va di buffa in baffa.
XXIX. Le società operaie.
Enrichetto per la sua benevolenza verso le classi più infime del popolo, venne scelto medico della società degli operai. Egli era così sollecito del miglioramento della plebe, aveva così fede nelle associazioni, chiamate da lui la Provvidenza de’ poverelli, che persuadeva tutte le famiglie del popolino, come si dice, a iscriversi nelle società operaie. E a chi gli s’opponesse rispondeva: qual è il maggior male che possa venirvi addosso? La mancanza di lavoro, una malattia, la vecchiaia; ed ecco che con un po’ di risparmio vi assicurate il vivere per quando non potete lavorare, vi procurate il medico e le medicine senza costo di spesa in caso di malattia, e un pane non limosinato nella vostra vecchiezza.
Portava poi a cielo le società di consumazione. «Tu ora, così qualche volta pigliava a convincere chi non volesse capire i vantaggi di tali associazioni, per quel po’ di danaro che guadagni ogni dì, appena è che tu possa comperare gli oggetti di prima necessità al minuto; e il vivere al minuto, caro mio, è troppo costoso. Fa provviste all’ingrosso ed a suo tempo, e avrai roba migliore ed il vantaggio del 40 o 50 per cento.
«Te ne darò una prova più evidente. Tu nel verno per riscaldarti e per far cuocere le vivande, vai dal rivenditor di legna e la paghi da 50 a 60 centesimi il miria; or bene fanne incetta nell’estate di quanto ti basti per tutta l’annata, e ne avrai il buon mercato di 25 o 30 centesimi il miria; e della miglior qualità, e ben stagionata.
«Non dirò del vino; tu al minuto lo paghi 60, 70, e 80 centesimi il litro; fanne la provvigione nell’autunno, e appena è che ti venga 25 centesimi; e che vino!
«Ma due cose ti mancano per far ciò: la scorta del capitale, e i magazzeni. Il tuo padrone ti paga dì per dì, o settimana per settimana, a lavoro finito, e non puoi avere in anticipazione il costo del vitto d’un’intiera annata; senza che il caro delle pigioni non ti permette di affittare una camera di più solo per la legnaia e per la cantina.
«Ebbene dà il tuo nome ad una di queste società di consumo, ed essa farà incetta a tempo opportuno di quelle merci, che t’abbisognano, e te le venderà poi giornalmente al prezzo dell’ingrosso».
A questo proposito egli aveva registrato le seguenti considerazioni di Edmondo About. «Le società di consumazione rispondono ad un bisogno reale. Il povero ha sempre pagato tutto più caro del ricco, perchè non ha mai potuto comprare le merci che al minuto in nona o in decima mano. Gli oggetti di prima necessità venduti al proletario subiscono in certi paesi un aumento del 38 al 50 per %; in altri termini esso paga sette lire quello che pel ricco non ne varrebbe che cinque. Questo accrescimento di valore è esorbitante e non pertanto logico. L’operaio non ha nè il tempo, nè il modo di comprar le merci all’ingrosso; egli non è alloggiato in maniera da poter fare provviste di qualche entità, egli deve restringere le sue compre quotidiane al suo consumo personale.
«L’operaio sarebbe più felice, se potesse sottrarsi a questa imposta del 40 per %. Una riduzione del 40 per % su tutto ciò che compra equivarrebbe ad un aumento corrispondente sul suo salario. Procurategli
il modo di comperare al minuto al prezzo dell’ingrosso, e la giornata di tre lire salirà a cinque, senza che il padrone sborsi un centesimo di più, senza che il prezzo di costo dei prodotti manufatti cresca un centesimo».
XXX. La Domenica e il Lunedì dell’operaio.
Enrichetto, che ogni dì più s’affezionava alle classi operaie, s’affaticava il più che poteva per far smettere la brutta abitudine, che i più hanno, di godersi la domenica in ubbriachezze, in orgie, e in giuochi; non che il malvezzo di far vacanza il lunedì. E a quelli che gli domandavano: o che, non abbiam a divertirci, noi? Sì, rispondeva, ma in que’ modi moderati e da uomo onesto, che non sciupa in un dì il guadagno di una settimana. Guarda, continuava egli, se v’è ombra di ragionevolezza, ti cavi la pelle dalle ossa, mangi pessimamente sei giorni, per scialarla un giorno solo, la domenica! Bella soddisfazione! Non dico di non far un po’ d’allegria la festa; ma quando sei pieno come l’uovo, perchè vuoi ancora mangiare, che non senti manco più il gusto del cibo? Dopo che hai bevuto e bene, perchè continui a far la processione da una bettola all’altra? per ubbriacarti e divenir peggio delle bestie? E allora risse e giuochi, e perdite rovinose; perchè v’è sempre il truffatore che ti tende la trappola per spillarti il danaro. Conseguenza di ciò tu e la tua famiglia siete costretti a vivere di lagrime, mal calzati e mal vestiti, con deperimento della salute, senza parlare
del mal morale, la tua abbiezione, la prostrazione dello spirito e il cattivo esempio a’ tuoi figliuoli.
Se per contra smetti le orgie domenicali, quello, che sciupavi in esse, lo puoi ripartire in tutti i giorni della settimana, e così migliorerai di molto la tua mensa quotidiana, e tosto se n’avvantaggieranno le forze del tuo corpo, sarai più atto al lavoro, meno soggetto a malattie, ed anche la tua intelligenza si farà più acuta e più vigorosa, e meglio ti potrà giovare nell’arte che pratichi, e crescerti il salario.
Veniamo ora al lunedì, in cui si continua la baldoria e lo sciupìo della domenica. Ragioniamola un po’ insieme. Ora la tua settimana si riduce a cinque dì di lavoro soltanto; se tu v’aggiungesti anche l’opera del lunedì, tu accresceresti il tuo guadagno settimanale di un giorno di lavoro, vale a dire d’un sesto, e leveresti dall’altra parte un dì di consumo senza produzione. Per la qual cosa se fin qui il guadagno di cinque giorni di lavoro bastava a’ tuoi bisogni, (e meglio ti deve bastare, perchè ora vivi moderato anche la domenica) il vantaggio del lunedì ti sarà un soprappiù, un danaro che potrai mettere in disparte, un capitale insomma.
Spieghiamoci in cifre. Qual è il tuo salario giornaliero? Due lire? Bene; porta queste due lire alla cassa di risparmio ogni settimana, e co’ suoi interessi alla fine dell’anno riesciranno più di cento. Segui quest’abitudine, e in pochi anni diverrai possessore di un buon capitaletto, che potrai investire in fondi, in merci, insomma in che ti tornerà più giovevole. Ed ecco che da povero operaio, meschino e vizioso; sei divenuto capitalista, proprietario onesto e intraprendente.
Io ti potrei nominare di molti capi-fabbrica, ricchi
negozianti, che vent’anni fa non erano che semplici operai, come te; e che lasciando stare le bettole e il giuoco, risparmiando sui guadagni, ora li vedi nella città onorati e rispettati da tutti. Ecco quindi il segreto per far scomparire la miseria dalle case, per togliere di mezzo il proletariato: lavoro e temperanza.
Questi ed altri ammonimenti Enrichetto li faceva sempre che si presentasse il destro, ed era tanta la virtù persuasiva del suo dire, che molti s’appigliavano a' suoi consigli, e divenivano sobrii, operosi ed anche più costumati. Perchè il lavoro avviva la coscienza de’ proprii doveri; e così viene a dare dignità all’operaio, onde sente più rispetto verso i capi, più riguardi agli uomini autorevoli, più devozione alle leggi, più amorevolezza verso la famiglia, e dirò anche più religione, la quale da volere o no, è l’ambiente, in cui ogni uomo respira, è il condimento di tutta la vita, è il freno e il conforto della plebe; il petulante, che cerca di accasciare in sè la presenza di Dio, non ha più rispetto di nessuno, nè de’ suoi capi, nè di sua moglie, nè de’ suoi figli, vive come fuori della società.
XXXI. Lo sciopero.
Un mattino il dottor Enrichetto andando in visita de’ suoi malati, allo svolto d’una via intese un trambusto, un rumore confuso che andava via via crescendo, una tempesta insomma di voci, di urla, di canti; quindi vide una sfuriata di uomini, di donne, di ragazzi mal vestiti, agitanti pezzuole e bandiere sgualcite e lacere, correre per la via facendo un baccano d’inferno. Chiese
e seppe che erano operai in isciopero. Trattatosi in un canto, si pose a guardare se mai vi riconoscesse qualcheduno, e tosto ne raffigurò due, a cui aveva già prestati i servigi dell’arte sua, che conosceva per ubbriaconi, e ora lì pareva fossero dei capi della baraonda. Enrichetto in bella maniera accennatili li ebbe a sè, e benchè con difficoltà, riescì finalmente a indurli a seguirlo in una farmacia, che era lì presso; mentre gli altri scioperanti continuavano la loro marcia disordinata e chiassosa per le vie della città.
Alla domanda di che si volessero colle loro grida, quelli dopo molte imprecazioni e avvolgimenti di parole risposero:
– Vogliamo aumento di paga e diminuzione di lavoro.
– Ecco due cose che si contraddicono, disse il dottore. Più paga suppone più lavoro, e voi volete per l’appunto il contrario: sarebbe come chieder ozio e salario.
– Ma ella non sa, riprese uno di quelli, che noi lavoriamo dieci ore per dì, per guadagnarci la bella grazia di una lira e cinquanta centesimi! Dunque noi vogliamo una lira a sessanta centesimi, e nove ore solo di lavoro al giorno, come si pratica nelle migliori fabbriche.
– Io non so, ripigliò Enrichetto, quello che si faccia nelle altre fabbriche, ma quando il vostro principale vi pigliò a servizio della sua fabbrica, vi ha fatto i patti chiari, e sulle ore e sul salario? Voi eravate ben liberi di accettare e di lasciare? Voi dite che gli altri pagan di più e fan lavorar meno; bene, abbandonate questa fabbrica, e andate là. Questo è mezzo legale: e quando il vostro padrone vedrà disertare la sua manifattorìa, penserà meglio a’ casi suoi.
– Ma il nostro principale, saltò su il primo, ha fatto i milioni col nostro lavoro; è una solenne ingiustizia lui in feste, e noi mancar fin di polenta.
– Ebbene, di ripicco Enrichetto, seguite pure nello sciopero, che pro ne avrete? Il vostro principale cercherà altri operai, e ce n’è a iosa, e voi resterete sul lastrico con un palmo di naso, e colle vostre grida in gola, e dopo una settimana andrete di nuovo a domandare per carità, che vi si accetti a qualsiasi condizione.
E poi, quanto tempo è che lavorate a tali patti? Siete sempre stati contenti, e ora..... Sapete perchè v’inalberate? Perchè qualcheduno, cui torna a conto che si facciano scandali, vi venne a sobillare; e voi siete ciechi stromenti di non so qual ambizione.
Ragioniamo qui alla grossa fra noi, col semplice buon senso. Ora voi avete disertata la fabbrica, e continuerete così una settimana. Voi siete ben lungi dal calcolare i danni che portate a voi e all’industria nazionale. Le macchine non vanno più, il lavoro non si finisce, il fabbricante compera tanto di meno di seta, di lana e via; le materie prime perdono un tanto di valore, e il povero contadino, il bracciante s’affatica invano. Oltreciò l’opera mancata fa sì che il consumatore si volga altrove e anche a fabbricanti stranieri, e quindi minore ricchezza e minore prosperità nella nazione.
– Ma intanto, interruppero gli operai, mettiamo in impaccio il fabbricante, e avrà somma grazia di far buon viso alle nostre domande.
– Adagio, miei cari. E se il vostro fabbricante, stizzito dalle vostre pretese, si appagasse della già fatta fortuna, e chiudesse la sua fabbrica, e vendesse le macchine?.... Ma facciamo che questo non accada, il vostro principale però sapete che è ricco, che ha scorte;
può dunque aspettare. Ma voi, voi non avete scorte, perdete una settimana, son nove lire di meno, che entrano nella vostra casa, mentre dovete pur mangiare e quindi consumare senza produzione; anzi stando in ozio e in isciopero, consumate ancora di più, le taverne se ne consolano. Ora mettiamo pure che il vostro principale faccia ragione alle vostre domande, e paghi dieci centesimi in più le vostre giornate, sapete quanti giorni dovete lavorare per compensare il perduto? Tre mesi, capite?
Dunque conchiudiamo, invece di dar retta alle subornazioni, che vi han posti sulla mala via, dovevate venir a questo partito: eleggere tre o quattro fra i vostri compagni, quelli che hanno una certa autorità per condotta e per intelligenza, mandarli al padrone ad esporre le vostre ragioni con dignità e con calma. I padroni, se sono prudenti, e vedono una domanda equa, la prenderanno in esame, è del loro interesse accondiscendervi. In questo modo voi senza perdere tempo, senza fare uno scandalo, senza dare cattivi esempi a’ vostri figli venivate nel vostro intento.
– Ma se il padrone avesse fatto orecchie da mercante? Obbiettarono gli altri.
– Allora pazienza, riprese Enrichetto; ciascheduno di voi doveva aspettare il suo bello, continuare a lavorar in pace, e nello stesso tempo cercare dove le paghe fosser maggiori, e appena venuto il colpo piantarlo lì.
– Lei, signor dottore, parla bene; ma intanto le par giusto che noi ci leviam la pelle dalle mani per ingrassare il nostro padrone? Perchè sono i nostri sudori che fan crescer le casse del principale; senza di noi non potrebbe far nulla; e noi siam nella mseria, fino agli occhi, e lui va in carrozza. Bella giustizia!
le son cose che urtano il senso comune. Al diavolo lui e tutti i fabbricanti del mondo.
– Acquietatevi, voi vi lasciate ingannare dalle apparenze. Ma se non vi fossero i fabbricanti, se non vi fossero i ricchi, chi farebbe lavorare i poveri, chi li pagherebbe?
– Oh, è qui che lo vogliamo, risposero con aria di trionfo gli operai, se non ci fossero ricchi, non ci sarebbero più poveri; tutto quel danaro, tutte quelle proprietà che hanno usurpato a danno degli altri si distribuirebbero ugualmente fra tutti; chè tutti in fin de’ fini siamo uguali. E da quand’in qua due o tre dovranno essere felici e tutti gli altri diseredati? Abbiamo sentito ripetere da quei che sanno, che il guadagno, che i padroni fanno sul nostro lavoro, a buona giustizia dovrebbe essere spartito fra noi operai...
– Già, i padroni dovrebbero star paghi di procurare a voi lavoro senza punto di lucro per sè; loro deve bastar la gloria!
– Ma lei non bada che se si spartissero le ricchezze non vi sarebbero più padroni.
– E allora come fondar laboratorii, come comprar macchine senza capitale?...
– Il capitale è il nostro lavoro.
– Sentite qui: voi, da quel che intendo, vi siete lasciati imbeccherare da qualche cervello balzano, che ha studiato il diritto commerciale e le dottrine sociali alla carlona per confondere le teste che non han studiato. Ora, sapete voi che cos’è il capitale? È il risparmio sul guadagno del proprio lavoro, e non il lavoro, come voi dite. Ora ascoltatemi bene, il vostro padrone, ad esempio, come venne ricco? Trent’anni fa, me lo disse egli stesso più volte, era semplice operaio, come voi adesso; ma lavorando con buona volontà
e non sciupando il danaro, come tanti che conosco io, nelle taverne a ubbriacarsi, fece qualche risparmio, e in questo modo incominciò a raccozzare un po’ di capitale, che investì nella fabbrica. Appresso il padrone suo, per premiare e l’intelligenza e lo zelo suo nell’adempiere al proprio dovere, lo fece direttore della fabbrica. Quando poi quegli volle ritirarsi dall’industria, il vostro principale aveva già tanto di capitale, che acquistò egli la fabbrica. Dunque vedete, che se ora egli è ricco è una ricchezza procacciata col santo sudore, della sua fronte. E adesso voi vorreste senza fatica di sorta andar a dividere con lui i suoi risparmi? Ditemi se la è giustizia!
– Lei ha ragione, risposero un po’ confusi i due lavoranti; ma chi nasce ricco senza punto aver faticato?
– Costui, interruppe Enrichetto, eredita il risparmio de’ guadagni del lavoro di suo padre e de’ suoi maggiori.
– E questa cosa par giusta a lei? Passi che uno goda i suoi guadagni, ma chi non ebbe altro merito che di nascere, pare...
– Ah, ora siete proprio fuor di cervello, scappò fuori con impazienza il dottore. E per chi lavora il padre se non per la famiglia, per lasciar un po’ d’agiatezza a’ suoi figliuoli? Voi avete figli tutt’e due; e se ora col lavoro poteste far risparmio d’una trentina di mille lire, vorreste voi risparmiarle per i figliuoli degli altri? I figli nostri sono una continuazione di noi, sono noi, sangue nostro.
I due operai si guardarono in faccia e si dissero: pare che il dottore dica bene. Ma poi stati lì ancora un poco pensosi, scossero finalmente il capo e proruppero: ora che lo sciopero è incominciato si debbe
tirar innanzi. E fuggirono di lì senza dar tempo ad Enrichetto, che stava per offrirsi conciliatore tra gli scioperanti e il padrone; onde non potè che stringersi nelle spalle e profferir tra i denti:
«E veggo il meglio ed al peggior m’appiglio».
XXXII. Conclusione.
Giovinetto, qualunque tu sia, o nato di plebe, o discendente di illustre prosapia, vuoi tu aver un nome onorato nel mondo? Mettiti sulle orme del mio Enrichetto. Egli non era nobile, non ricco, non bello; l’educazione e l’istruzione gli fecero largo nel cammino della vita, ed ora può vantare uno de’ più bei nomi del suo paese. Ma operosità e benevolenza era scritto sulla sua bandiera. Onde ama e lavora, e nessuna porta ti sarà chiusa; e soprattutto tieni a mente che l’ossequio alle convenienze sociali fa passar sopra molti difetti. Bada però che gli usi variano col variarsi de’ paesi e delle condizioni delle persone, ed è savio colui che sa piegarsi alle diverse costumanze. Paese che vai, usanza che trovi, dice l’adagio. Alcibiade era mobile in Atene, severo in Sparta, sfarzoso in Persia. Onde segui le mode del paese in cui dimori, quando non offendano l’onestà, per non renderti singolare. In quanto alle persone, se tipiccherai di forbitezza trattando col tuo servo, tifarai ridere in faccia; e il fare scherzoso e libero, che ti renderà accetto ad una schiera d’amici, male ti converrebbe in una società di uomini serii. Studiati d’essere cortese
sempre, affettato non mai. Bada che le soverchie cerimonie e la compassata etichetta finiscono per annoiare. «Non renderti incivile per troppa civiltà, nè importuno per eccessiva cortesia» scrive Melchiorre Gioia.
E poichè ho citato questo erudito filosofo, vorrei che ti stampassi in mente un altro suo consiglio, che così egli stesso espone:
«Non sarai che mediocremente pulito se non conoscerai che mediocremente gli usi, i costumi, le passioni; le convenienze, e ciò che in linguaggio volgare mondo si appella. Va dunque nei crocchi sociali e gentili onde spogliarti a poco a poco di quella rozzezza che è la veste dell’uomo solitario. Vi imparerai a frenare l’impazienza, che vorrebbe interrompere l’altrui discorso, ed ascoltar senza dar segno di noia, a non irritarti per uno sgarbo irreflessivo, a regolare i tuoi difetti giusta il carattere delle persone e la situazione del loro animo; diverrai meno ostinato nel tuo parere, presterai maggior attenzione alle idee altrui, contraddirai con minor calore, ti guarderai dalle censure pedantesche, e non farai dei nemici alla verità con tuono presuntuoso e dogmatico. Ricordando quante volte t’ingannasti, tollererai facilmente gli altrui errori, e lascierai agli imbecilli il diritto di credersi infallibili».
Guardati dal crederti senza difetti; la troppa perfezione non garba agli uomini. Aristide fu bandito di Atene perchè dava noia quel sempre sentirlo chiamar giusto. Colui che vuol sempre aver ragione, che crede di non errar mai, che a qualunque successo esclama: l’ho detto io che così doveva accadere, e il più delle volte avrà detto il contrario, viene deriso da ogni persona. Chi pretende di regolar tutti colla sua volontà,
che solo le sue proposte siano accettate, che trova a ridire su tutto quel che vien dagli altri, che insomma s’impone a tutte le brigate e ne vuol essere, come si dice, il factotum, è un tiranno, la cui compagnia aduggia, e raffredda quell’allegra ed onesta baldanza onde s’aggrazia un ritrovo di amici; e perciò vien sfuggito da tutti, perchè la libertà è il più bel pregio onde torni cara la vita.
E per ultimo ti voglio dare ancora questa norma per comportarti convenientemente per tutto: in ogni tuo atto pensa: che direbbe mio padre se mi vedesse? che mia madre?
FINE
INDICE DELLE MATERIE
DEDICA Pag. 3
PROEMIO » 5
I. La levata » 8
II. Un utile lavoro a mattino » 13
III. Il Saluto del mattino » 15
IV. La colazione » 17
V. L'andata alla scuola » 19
VI. La scuola » 23
VII. La refezione del mezzodì » 26
VIII. Ricreazione » 28
IX. Il ritorno dalla scuola » 30
X. I ritagli di tempo » 31
XI. Il pranzo » 33
XII. La passeggiata » 37
XIII. I pubblici giardini » 39
XIV. Il teatro » 42
XV. Le serate » 44
XVI. Il giuoco » 49
XVII. Le facezie e le burle » 50
XVIII. Il giornale della vita » 53
XIX. Il giovedì » 55
XX. I dì festivi » 58
XXI. Le vacanze autunnali » 60
XXII. Le elezioni comunali » 63
XXIII. Scampagnate » 66
XXIV. Il tribunale » 70
XXV. Scelta di uno stato » 72
XXVI. Studi universitari » 75
XXVII. Esercizio della professione » 78
XXVIII. L'operaia benefica e l'usuraio egoista » 81
XXIX. Le società operaie » 85
XXX. La domenica e il lunedì dell'operaio » 87
XXXI. Lo sciopero » 89
XXXII. Conclusione » 95