Luigi Sturzo
I problemi del dopo guerra
OPERA OMNIA
DI
LUIGI STURZO
SECONDA SERIE
SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
VOLUME III
PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
LUIGI STURZO
IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
DALL'IDEA AL FATTO (1919)
RIFORMA STATALE
E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
ROMA 2003
EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
I PROBLEMI DEL DOPO GUERRA
Ancora non è spenta l'eco del plauso, degli inni, degli entusiasmi
per la immensa vittoria nostra, per la vittoria degli alleati:
ancora echeggiano dal piano alle valli, alle montagne che
seppero il tuono dei cannoni e le fiamme e il fuoco e i vapori
mortiferi, e videro stragi e morti, i cantici della gioia. Suonano
ancora le campane delle nostre chiese e ripetono all'Altissimo,
nei fremiti della commozione, il ringraziamento fedele di un
popolo, che vide le sue sorti elevate nel trionfo di una vittoria
oltre il prevedere umano, oltre le speranze nutrite di costante
fiducia nella causa di giustizia, nella difesa del diritto e della
civiltà, nel raggiungimento delle aspirazioni dei popoli.
Rapida come il fulmine, vasta come la tempesta, avvolgente
come l'uragano, venne la vittoria, premio alla costanza, virtù
di uomini, ragione di eventi, alta disposizione di Provvidenza;
— e abbiam visto Lucifero cader dal cielo come una folgore,
quando il tedesco, nel culmine delle sue speranze, dopo aver
quasi raggiunto Parigi e carpito il trionfo, cedeva, cedeva, nel
disfacimento di una forza titanica, immane; quel Lucifero che
peccò di superbia di fronte al mondo e di fronte a Dio.
Il cammino segnato ai popoli riceve un nuovo impreveduto
orientamento dai fattori accumulatisi ed esplicantisi nel giro di
pochi giorni: nei quali la storia compie cicli immensi, nel tumulto
di popoli, nel cader di regni, nel sorger di nazioni, mentre
ai valori spirituali la vita oggi vissuta dà fasci di luce nuova,
nei bagliori di sanguigni tramonti.
È possibile raccogliere il pensiero, ancora pieno di spasmodica
tensione, proiettarlo sul futuro che ci attende, non come
spettatori passivi e inerti, ma come attori, nel gigantesco risorgere
della patria all'alito benefico della pace, nel progresso
delle sue forze, pur nella crisi degli eventi, che gli uomini tentano
di correggere e guidare, mentre si sprigionano energie
novelle, dalle latebre della terra percossa, dal profondo ignoto
dell'anima umana, dall'abisso della coscienza collettiva?
Una sintesi che ne volessimo tentare non avrebbe che valore
effimero: domani, potrebbe dileguarsi qual nebbia al sole, evanescente
e leggera; un programma, formulato quando ancora
si è sotto l'incubo degli eventi, può divenire un vaniloquio sterile,
non appena la realtà sopraggiunga con la sua forza tiranna;
ma vi sono veri immutabili e profondi, che dominano gli eventi,
e che illuminano le coscienze; occorre riverberare sugli umani
eventi e sulla coscienza umana questi veri, perché una guida
pratica sia a noi segnata anche nel tumulto dei trionfi e delle
crisi.
A questi veri ispirerò il mio dire nel parlare dei nprogrammi
del dopo guerra oggi che la guerra è finita, e che nuovo cammino
è aperto ai popoli nelle trepide ore della pace che sorge.
La grande palingenesi.
Un fenomeno notevole si presenta ai nostri occhi come quello
che attira l'attenzione di popoli e di governanti, sia delle nazioni
già in guerra sia delle altre neutrali: il suolo della vecchia
Europa è percosso da profonde trasformazioni, delle quali conosciamo
la superficie turbata e impura. È naturale che il ribollimento
di plebi prima si senta in quegli stati che han subito la
sorte amara della guerra, la cui fine non è stata loro propizia.
La Russia, nella dissoluzione del tradimento, fermentò il bolscevismo,
come un prodotto legittimo di una tirannia centrale e
oligarchica, morale ed economica su di una massa ancora incolta
e primitiva. Sembrò solo reazione popolare contro i tormenti
di una guerra non sentita dal popolo e fu insieme rottura di
ogni vincolo sociale, nel delirio di un socialismo anarchico, al
quale ignara folla tende come rimedio violento e sommario ai
mali voluti e creati da una casta dominatrice e aggravati da
una tragica guerra.
Circa due anni di rivoluzione caotica, nell'inseguirsi di eventi
e di tumulti, di sedizioni e di stragi, nella applicazione di assurdi
principi e di false teorie, hanno condotto la Russia alla dissoluzione
statale e alla crisi morale e politica; mentre il bisogno
di appoggi internazionali e di giustificazione morale, la tendenza
al proselitismo e ragioni di parte, rendono i russi propagatori
delle agitazioni bolsceviche presso popoli neutrali e belligeranti.
L'abdicazione dello czar di Bulgaria e la caduta dell'impero
austro-ungarico sono effetti della guerra; così pure la fuga del
Kaiser e le deposizioni dei re teutonici, vero crepuscolo degli
dei, nella rovina di ordinamenti tradizionali di poteri quasi
assoluti, colpiti dalla nemesi della storia.
Ma più che semplice condanna di uomini, colpevoli più o
meno direttamente della guerra scatenata sul mondo, è follia
di popoli che fermenta, nell'esplodere di forze intime, agitate
dall'angoscia e dalla miseria, quando il velo dell'illusione è
caduto, e si vede nuda la realtà amara e tragica, le rovine accumulate,
la incertezza del presente, l'oscurità dell'avvenire.
Quella coscienza addormentata o costretta a tacere, che sopravvive
nelle generazioni che si inseguono, e che ha per base
la razza, la storia, la lingua, la religione, si risveglia all'urto
formidabile degli avvenimenti, e crea uno stato d'animo nuovo,
diffuso e valido, che tenta le sorti della vita con la forza
indomita e fatale del destino. Così risorge la Polonia, torna italiana
la Dalmazia, si ridestano i ceco-slovacchi della Boemia,
perfino la Jugoslavia tenta una grande esistenza: ruteni e
lituani, ucraini e rumeni levano la voce compressa della razza,
rivivono le antiche vicende patrie e creano le nuove sorti di
popoli affrancati.
La rivoluzione francese, seguita dalle guerre napoleoniche,
preparò il rinnovarsi dell'occidente europeo sulla base di libertà
invocate di fronte ai poteri assoluti e alle caste dominatrici;
allora le scosse di popoli e le agitazioni di plebi diedero il quarantotto,
la base costituzionale penetrò nei regni e s'impose.
Nei grandi rivolgimenti nazionali e politici prevalsero ancora
le concezioni imperialistiche e il sovrapporsi di popoli e di
razze; le nazioni armate maturarono il predominio della forza;
il 1871 preparò la grande guerra.
Perché dovevano ancora esservi nell'Europa civile nazioni
subordinate e popoli oppressi? Perché i tedeschi dovevano martoriare
la Polonia? E gli inglesi perché opprimere l'Irlanda?
Perché la Boemia e la Erzegovina dovevano essere trattate come
poderi da trasferirsi all'Austria per mene diplomatiche? E perché
il turco fino a ieri comandava in Bulgaria e in Grecia e l'Austria
fino ad oggi ha tenuto soggette Trento e Trieste, e l'Alsazia e
la Lorena vennero con la guerra strappate alla madre patria?
C'è da disperare delle magnifiche sorti e progressive del
secolo XIX, nell'amarezza leopardiana del disinganno; c'è da
disperare della virtù delle grandi nazioni se fino ad oggi il turco
regna a Costantinopoli, e fino a ieri teneva la Terra Santa,
e mieteva le vittime in Armenia, come annuale raccolta di spighe
mature, cribrate dall'odio di razza.
Nuova èra di popoli, come quella della rivoluzione francese,
nuova concezione statale oggi segue la guerra, nuovo
fiotto di vitalità democratica; i popoli dicono la loro parola,
finché nell'acquetarsi di violente passioni scatenate fra le masse,
si rassodi un ordinamento che diventi sintesi concreta dei valori
maturati nella catastrofica vigilia delle armi.
Le popolazioni vincitrici avranno minori scosse politiche e
minori agitazioni di piazza, quanto più forti e radicati sono gli
ordinamenti e più salda la disciplina nazionale, e quanto minore
influenza vi si esercita dal di fuori; ma il rivolgimento
psicologico nella coscienza popolare avviene lo stesso e ancora
più intenso quanto più profonde sono le stigmate dei dolori di
guerra e delle sofferenze del dopo-guerra, e quanto più debole
è la compagine economica e morale di un popolo.
Nessuna nazione, presto o tardi, sfuggirà alla grande palingenesi:
tali scosse ha patito e patirà ancora il corpo sociale
vivente ed evolventesi; e la rivalutazione morale più che riflessa
volontà viene fatta nella elaborazione istintiva delle coscienze
singole e collettive, al contatto con la realtà dinamica della vita.
Non è semplice questione di forma di governo, se monarchica
o repubblicana, se oligarchica con l'apparenza democratica o
largamente popolare sia pure in regime monarchico: tali forme
risponderanno allo stato d'animo dei diversi popoli, nelle crisi
interne nelle quali gli eventi, così rapidamente precipitati, han
determinato gli elementi concreti e formali dei propri ordinamenti.
La questione è intima, nel crollo di tutte le vecchie concezioni
imperialistiche delle così dette grandi potenze, e nello
spostamento di attività, ricchezze e influenze anche collettive
e statali, dall'Europa all'America del Nord; e nel riflusso di
forze nuove che dall'America viene sul vecchio continente europeo,
come a ringiovanirlo — novello Fausto — al tocco delle
ingenue energie di popoli forti, che han saputo tendere alla più
larga conquista della libertà e al più notevole sviluppo della
democrazia politica e sociale.
I quattordici punti di Wilson, che ricordano tanta parte della
nota pontificia del primo agosto 1917, contengono gli elementi
palingenetici per l'avvenire dei popoli; e le precipitate
riforme, nella convulsione della grande sconfitta dei popoli centrali,
spazzano via quegli ordinamenti che nelle tradizioni di potenza
e di forza, ripetevano la vecchia parola di predominio.
Fra poco i governi si riuniranno a discutere della pace e del
disarmo. Mentre non è possibile e non sarebbe giusto invocare
una pietà di debolezza, e, imprevidenti, alimentare speranze
di riscosse nei popoli nemici; mentre è equo e doveroso far
sentire il peso dei delitti che hanno provocato e compiuto coloro
che la guerra prepararono e vollero; non deve dimenticarsi
che i popoli debbono vivere ed evolversi, che le nazioni Dio
fece sanabili, e che nel nuovo ordine tutti i popoli debbono avere
la giusta parte di restaurazione e di progresso.
Nell'incertezza dei partiti liberali e democratici in cerca del
punto di partenza di un programma valido nel rivolgimento
sociale che incombe, i socialisti oggi vedono cadere in frantumi
gli ideali e i congegni della società borghese, che dalle rivoluzioni
del secolo scorso riuscì dominatrice, nella concezione
liberale della società: e oggi credono che il loro avvento, o per
lo meno, un riordinamento sociale-politico da loro ispirato, sia
prossimo come conclusione della guerra mondiale, come logica
conseguenza degli eventi maturati, come bisogno psicologico
del popolo, che vuole la sensazione pratica che il passato sanguigno
e fumante sia per sempre scomparso.
Certo la grande internazionale rossa ha ora elementi nuovi,
creati dagli avvenimenti di guerra e dalle politiche convulsioni;
e niente da meravigliarsi se dalla Germania, oggi in mano ai
socialisti (certo migliori e più evoluti dei bolscevichi russi e
quindi più temibili) non venga il Carlo Marx del secolo ventesimo,
cui i socialisti italiani e francesi (per non parlare dei
socialisti dei regni neutrali) facciano omaggio di adorazione,
come al messia e redentore delle classi operaie; e che dopo il
fallimento della internazionale che non seppe e non poté impedire
la guerra, non solo, ma che divise anche politicamente i
socialisti delle nazioni combattenti, meno in parte gli italiani,
sotto le proprie bandiere nazionali, non si tenti una coalizione
immane fra tutte le forze proletarie socialiste per carpire il
potere alla borghesia e far crollare il resto degli ordinamenti
attuali, modificando le condizioni politiche ed economiche degli
stati.
Vigile su tante catastrofi e trasformazioni, secondando il
bene, incitando, guidando, illuminando sta la chiesa di Dio,
che può anch'essa essere agitata e combattuta da forze umane,
mai doma e vinta, sempre forte e pronta alle lotte, nelle alterne
vicende che creano la storia delle grandezze e delle miserie
umane. Essa sola ha bandito da venti secoli un verbo universale
che è verità e amore; e lo ripete attraverso la vita e le agitazioni
dei popoli. Anche oggi, nelle convulsioni delle nazioni
vinte, nelle gioie e nelle crisi delle nazioni vincitrici, sentiremo
la voce della verità e dell'amore realizzarsi nella nostra coscienza
e prospettarsi al di fuori negli eventi, anche indipendentemente
dallo stesso organismo della chiesa nel campo politico e sociale,
se sapremo maturarla questa voce con ogni cura assidua, e attraverso
dolori e sacrifici, come a novella missione; questa voce
che varia e si adatta ai tempi, si trasforma nelle contingenze pur
essendo una e perenne nella sostanza immortale.
Così le due concezioni, la spiritualista e la materialista,
nelle convulsioni dell'oggi, polarizzeranno le energie umane
disorientate e in crisi, preparando le forme esteriori nel nuovo
più largo conflitto morale.
Sarà bene quindi raccogliere in sintesi gli elementi vitali e
significativi di questo conflitto, i simboli e le ragioni della lotta,
e alimentare le forze di resistenza e orientarne le finalità nel
campo della vita degli stati e dei popoli.
Stato moderno e libertà.
Farà meraviglia certo, a spiriti superficiali e ai liberali dello
stampo classico, sentire che oggi il problema più significativo e
l'elemento di contrasto si basa sopra una ragione di libertà.
E non è certo di una libertà formale ed esteriore che intendo
parlare, ma di una libertà intima e sostanziale, che pervade e
informa tutto il corpo sociale.
Col crollo della Germania si è rivelato nella sua profonda
crisi l'assurdo pratico della concezione panteistica dello stato,
che tutto sottopone alla sua forza, il mondo interno ed esterno,
l'uomo e la sua ragione d'essere, le forze sociali e i rapporti
umani; nella deificazione di una forza e di un potere assoluto,
sostituito alle grandi ragioni di giustizia e alle grandi finalità
dello spirito.
Tale concezione panteistica è penetrata, dove più dove meno,
in tutte le nazioni civili a base liberale e democratica e nel
pensiero prevalente della filosofia del diritto pubblico; e quelle
che hanno maggiormente contrastato le finalità religiose della
chiesa, hanno sostituito nella negazione di ogni problema spirituale
collettivo, una nuova religione laica, quella dello stato
sovrano assoluto, forza dominatrice e vincolatrice, norma e legge
morale, potere incoercibile, sintesi unica di volontà collettiva.
È evidente che doveva trovarsi una ragione ultima di questo
potere dello stato; mancando al laicismo politico la visione di
Dio, esso ha trovato nella parola popolo la giustificazione di un
potere, che oggi il popolo rivendica, poiché ne sente i vincoli
che in gran parte addebita al dominio della classe borghese;
confondendo così quel che natura pone da quel che è attuazione
pratica attraverso la realtà della vita, e quel che è elemento
di elaborazione e di specificazione nel dinamismo sociale.
Certo il complesso della vita economica e politica di una
nazione moderna è così denso di relazioni e di sviluppi, ha tali
compiti nel progredire delle ragioni sociali, che crea nuovi vincoli,
mentre presta nuovi utili servizi; onde nuovi organismi
e più sviluppati si impongono, leggi più complicate e ordinamenti
molteplici si approvano, pari al ritmo della vita moltiplicantesi
come onde che si accavallano e si dissolvono nella
tempesta dell'attività collettiva. Però, mentre ogni nuovo sviluppo
di vita crea vincoli di relazione, tende per questo stesso
alla liberazione da miserie e da deficienze morali o intellettuali,
politiche o economiche, secondo la natura specifica di ciascun
movimento; sicché è nel giusto ritmo della vita sociale mantenere
l'equilibrio tra lo sviluppo della personalità individuale e
quello della ragione collettiva, perché ogni vincolo porti una
elevazione, e ogni elevazione conquisti una libertà. Non vorrei
essere oscuro: l'elemento familiare dà il più luminoso esempio
al mio dire: l'uomo che si unisce ad una donna nel sacro vincolo
della società matrimoniale perde una parte della sua libertà
individuale e accetta le leggi e i patti coniugali ai fini specifici:
ma insieme passa in una condizione di liberazione dalle ragioni
di inferiorità quale era per lui la vita del celibe (nel senso naturale
della parola, a parte ogni concezione di abnegazione cristiana),
ottenendo l'aiuto della donna ai fini naturali, nel mutuo
amore, nella filiazione, per la continuità della specie. E tale
liberazione ed insieme elevazione determina in lui, con i nuovi
doveri e diritti, l'acquisto di libertà sociali, cioè la possibilità
di conquistare i fini della nuova società con atti di propria volontà
e sotto la propria ragione personale.
Della stessa libertà, in ordine spiritualmente più elevato,
parlava San Paolo quando, predicando il cristianesimo, mentre
annunziava la legge di Cristo, che è abnegazione e mortificazione,
che è giustizia e rispetto all'altrui personalità, proclamava
la liberazione da una società inferiore, la società del peccato,
e annunziava la libertà dei figliuoli di Dio: una libertà
psicologica rinnovatrice e vivificatrice, nel vincolo di una nuova
società cui si appartiene liberamente, la società cristiana. Così
è in tutto lo sviluppo della vita sociale, da quella domestica a
quella nazionale, da queste a tutte le forme di libere unioni:
la ragione sociale è insita nell'uomo, come ragione specifica
della sua esistenza; e ogni novello vincolo che egli accetta o
persegue per la sua elevazione e il suo miglioramento (e perciò
rispondente alle sue finalità naturali) è nuovo ausilio a superare
sé stesso e le proprie deficienze, e nuovo mezzo per la liberazione
da mali che si fuggono per beni che si vogliono raggiungere:
è insomma un elemento di libertà organica.
Ma quando l'organismo, perdendo le sue finalità liberatrici,
si trasmuta in tirannia personale e collettiva, in forza di inerzia,
in elemento di contrasti ai più elevati sviluppi, in ragione di
predominio, in mezzo di sopraffazione: in una parola quando
è rotto l'equilibrio tra la ragione sociale, che è vincolo, e la
liberazione soggettiva, che è il raggiungimento del bene personale
inteso e goduto: allora alla libertà diviene antagonistico
il vincolo sociale, che per ciò stesso deve essere ridotto all'equilibrio,
ovvero spezzato e infranto.
Ebbene, questo disquilibrio fra il vincolo statale e la libertà
individuale, nel godimento e raggiungimento dei beni comuni,
oggi c'è ed è grande; ed è acuito da tutte le crisi che si sono
avute in precedenza, ed è reso visibile e forte dai fenomeni della
guerra, ed ha la sua ragion d'essere nella concezione statale
assoluta e panteistica. C'è l'inversione dei termini: mentre il
vincolo sociale deve servire alla elevazione personale di ciascun
associato, nella concezione statale liberale, lo stato diviene fine
ultimo di ogni attività degli associati, legge a se stesso, principio
di ogni altra ragione collettiva.
È naturale che ciò avvenga: poiché non si riconosce socialmente
altro principio assoluto, che è Dio; e non si cerca il fondamento
morale del vivere umano in una legge eterna, e non si
rispetta la ragione finalistica ultima dell'uomo.
La libertà religiosa.
Il disquilibrio pertanto fra la ragione di vincolo e il principio
di libertà è una conseguenza naturale: ed è naturale che
si debba invocare la correzione di tale disquilibrio, cominciando
anzitutto dalle libertà che caratterizzano presso le razze latine
la ragione del contrasto, la libertà religiosa e la libertà d'insegnamento.
È il perno fondamentale del dualismo: di fronte a un organismo
assoluto panteista, si pone una ragione psicologica spiritualista:
e di fronte ad un assoluto concettuale, che è lo stato,
si eleva la forza di un assoluto sostanziale, che è Dio.
Non tutti arrivano ad afferrare nella sua realtà il contrasto
che agita menti e coscienze e che turba la vita umana, da quando,
in nome della libertà, si sostituì la ragione liberatrice di ogni
deficienza e manchevolezza, con l'organismo statale, mezzo e
non fine; molti vedono nelle apparenze la tolleranza religiosa
e anche la libertà, come concessione statale a una parte di cittadini,
che possono così soddisfare ai bisogni spirituali della
propria anima, secondo la fede che professano. Non è un regime
di tolleranza che si invoca, nella sconoscenza ufficiale di ogni
principio religioso; ma un regime di libertà nel riconoscimento
delle alte ragioni morali e sociali della religione, la cui esplicazione
non può dipendere dalla volontà di governi, che non
creano diritti, ma li riconoscono; né possono limitare quel che
è al disopra della ragione specifica della società statale.
Questo principio urta con tutta una tradizione laica, che ha
voluto ridurre la religione a semplice fatto individuale e di
coscienza, a rapporto interiore che nel ripercuotersi al di fuori
nel campo sociale, resta soggetto, come qualsiasi altro fenomeno
svolgentesi nella società, ai poteri dello stato sovrano.
Oggi al cader di governi, quali il russo e il tedesco, che
avevano concepito la religione come un mezzo di governo, di
cui si servivano nella ortodossia e nel luteranesimo per la soggezione
politica dei popoli; oggi al cader dell'Austria, che falsamente
fu ritenuta da alcuni il baluardo della chiesa cattolica
(ripetendo quel che di essa fu detto quando lottava contro il
mussulmano nelle gloriose guerre dei secoli XVI e XVII) e che
invece tentava e continuava l'asservimento della chiesa larvato
di privilegi e di rispetto, ultimo tentativo, dopo il veto per la
nomina del card. Rampolla a sommo pontefice, l'internamento
del vescovo di Trento; oggi, dico, viene attenuato uno dei problemi
più gravi dei rapporti fra stato e chiesa dopo i periodi
della riforma e del giurisdizionalismo, per cui la chiesa veniva
concepita come puntello di troni e forza di dominio, e accerchiata
da tentacoli in un amplesso, che voleva dire protezione
ed era servitù.
Ma la liberazione ancora deve raggiungere la sua mèta:
non sono scomparsi i nostri giuristi italiani, che tuttora mantengono
inviolati e inviolabili i diritti politici dello stato sulla
chiesa appoggiandosi a vecchi presupposti giurisdizionali di
regimi concordatari ed assoggettando la proprietà e i benefizi
ecclesiastici, vincolando nomine, regolando confraternite, impedendo
la costituzione di ordini religiosi, non consentendo lasciti
pii, legiferando in maniera come assoluto dominatore del soggetto
religioso, indipendentemente e al disopra della chiesa.
Non è cessata la persecuzione legale in Francia, che, denunziando
il concordato, volle impedire la legale esistenza della
chiesa, ne volle ufficialmente sconoscere il capo, infierì contro
ordini religiosi e gerarchia, indemaniò beni, ridusse le chiese
a cinematografi e magazzini, in una foga violenta di distruzione,
alla vigilia triste del conflitto mondiale, che della Francia tendeva
alla rovina.
Oggi dall'America viene un fiotto di libertà, che, se non è
il completo riconoscimento giuridico della posizione della chiesa
nella società, e non è neppure la posizione storica avuta nel
medio evo e nei primi secoli dell'evo moderno; è pure una
libertà che ammette tutte le conseguenze legittime di un principio
morale e religioso, riconosciuto come basilare, come essenziale
all'ordinamento degli stati.
Certo che noi, vecchia Europa, abbiamo una storia che non
si cancella; istituti umani e religiosi, innestati nel tronco secolare
e vivo della chiesa, sussistono anche là dove la riforma
anglicana e luterana credeva spazzare il papismo, là dove l'ortodossia
assiderava ogni attività cattolica e ne reprimeva ogni
manifestazione, là dove il giurisdizionalismo sopravviveva con
gli istituti dei placet e degli exequatur; e questa storia ci dice
che in tutte le forme di esteriore compressione e limitazione
della chiesa e nella sovrapposizione del potere politico, sopravvive
una virtù energetica incoercibile come le acque del fiume,
che non si può arginare, come la forza della terra che germina
nelle aridità e fra le rupi, come la luce del sole che penetra le
nubi e vince le tempeste. Ma non per nulla oggi la storia arriva
ad una svolta tragica e dinamica; non per nulla i popoli affrontano
i vecchi ordinamenti e ne cancellano le orme; anche oggi
i giuristi debbono rivedere i loro postulati, e nell'invocato regime
di libertà dar la sua parte alla chiesa.
Per noi in Italia c'è ancora un problema vivo, che risorge
ad ogni nuovo atteggiamento della storia con la forza di un fato:
il problema del romano pontefice. Gloria e fortuna italica, la
sua permanenza a Roma anche dopo il 1870, ha segnato un
periodo nuovo nei fasti della umanità. Quanti pregiudizi son
caduti da allora ad oggi; si credeva, e molti lo temevano, altri
l'auspicavano, che la caduta del potere temporale dovesse segnare
la fine della chiesa cattolica e specialmente del pontificato
romano, centro e simbolo di unità. Pio IX era per essi
l'ultimo papa. Dopo i trionfi mondiali di Leone XIII, arbitro di
popoli, mèta di pellegrini, oggetto degli inni del mondo; dopo
l'affetto di cui cattolici e non cattolici circondarono Pio X,
padre e pastore di fedeli; dopo l'omaggio reso alla pietà e alla
cura di Benedetto XV per lenire i mali della guerra e per
auspicare la pace dei popoli, nessuno oggi, dopo quarantotto
anni di pontificato romano, senza l'onore e il peso di uno stato
terreno, pensa che possa cadere e che sia un ingombro alla vitalità
della nazione tale indefettibile istituzione.
La terribile prova della guerra ha mostrato che può concepirsi
e rispettarsi un'autorità così elevata e grande, anche entro
uno stato belligerante, senza temerne scosse e traversie. Clero e
cattolici han potuto servire la patria, viverne i dolori e le gioie,
dalle trincee agli ospedali, dalle chiese alle città, dal parlamento
al ministero, senza venir meno all'ossequio di figli devoti
alla chiesa.
Eppure han sentito dolorare l'animo loro, quando han visto
che proprio al pontefice romano il governo del proprio paese
faceva un trattamento di diffidenza, introducendo nel patto di
Londra l'articolo 15 come a parare una offesa e a riserbarsi un
diritto da imporsi alla coscienza cattolica di tutte le nazioni.
Esiste ancora un problema, non certo politicamente lo stesso
di quello che poteva essere alla data del 21 settembre del 1870,
un problema religioso, spoglio delle sovrapposizioni storiche e
umane, reso più spirituale dal tempo e dall'atteggiamento conciliante
e paterno del Sommo Pontefice, che anche ieri parlava
con vivo affetto dell'Italia e dei suoi diritti storici su Trento e
Trieste, e che solo dall'Italia aspetta nell'amore dei suoi figli
(come disse il segretario di stato) il riconoscimento pratico del
diritto della libertà e indipendenza religiosa della chiesa.
Ebbene, questo problema oggi la guerra lo ha posto in forma
nuova: cadono vecchi regni, ancora legati diplomaticamente
alla Santa Sede; scompare quell'Austria dal veto del conclave
del 1903: non esiste più la Francia concordataria, quella che
poteva sfruttare all'occasione il problema della questione romana
contro un'Italia che ricordasse Tunisi e il Mediterraneo;
è finita quella Germania di Bismarck, che l'Italia sollecitò nella
triplice alleanza, per una base solida che avesse garantito eventuali
rivendicazioni; tutta quell'Europa insomma che, tra il
segreto diplomatico e le mene di gabinetto, nel farsi e disfarsi
di alleanze ufficiali e di intese amichevoli, tramava ai danni
dei diversi stati e a vantaggio ciascuno del proprio, nella ricerca
di un equilibrio instabile, e che fece pensare a uomini di stato
italiani, scioccamente, che il papa potesse essere in tale tramestio
pari ad un qualsiasi pretendente politico; quella Europa,
già trasformata in parte negli ultimi anni, oggi è caduta; e si
sentono ancora i passi della fuga del Kaiser, le vaganti ombre
dei re scoronati in cerca di rifugio. Così passa la gloria del
mondo!
Il problema della chiesa rimane più spiritualizzato nella
opinione pubblica, più sentito dai cattolici del mondo, più
vicino ai criteri di libertà, oggi invocata dai popoli; e noi italiani
dobbiamo augurarci che nelle sorti future si riconosca,
insieme alle benemerenze del romano pontificato, la supernazionalità
della sua posizione e la necessità di una effettiva
indipendenza riconosciuta dal mondo.
È nostro compito di italiani e di cattolici far cessare la falsa
tendenza di rappresentare il pontefice come nemico d'Italia: è
la vecchia borghesia, che non sa superare i pregiudizi creati
nel periodo del risorgimento e che confonde la concezione
politica di uno stato — allora garanzia giuridica e politica di
libertà per il pontefice — con l'essenza del principio religioso
della indipendenza pontificia. E più che mai oggi, che i vecchi
presidi umani, così compromessi, son caduti sotto il maglio
della storia, spetta ai popoli il compito di rifarsi una coscienza
morale, per rivalutare nella sua realtà l'essenza del problema
della libertà religiosa.
Ed è proprio il momento oggi: non è stato detto invano
che nella marea che monta, i liberali e i massoni, esponenti
politici della borghesia che tramonta, cercheranno di dare un
diversivo alle plebi, scatenando la canea anticlericale, come a
parare, rossa bandiera da circo, le furie del toro eccitato e
furente.
Può essere che il gioco, come altra volta, riesca: e che la
chiesa venga dipinta alle masse come l'alleata del potere assoluto,
come la difesa degli ordinamenti tramontati, come la garanzia
delle classi dominatrici; e che, nella tumultuante follia
della distruzione del presente, non sia neanche essa risparmiata.
Oggi nessuna previsione regge; ma certo si è che, a parte
la prova delle crisi gravi e spasmodiche, la rivalutazione dei
valori morali e religiosi della società, nella più larga tendenza
finalistica, si impone alla coscienza pubblica come un vero problema
di libertà.
La libertà d'insegnamento.
E non è il solo; il problema della libertà di insegnamento
è pari e in certo senso più sentito e più forte; e attinge alla
profonda concezione familiare e alla tutela delle coscienze
giovanili. Anche contro di essa si aderge lo stato moderno; lo
stato laico latino, lo stato di prima della guerra. Ciò avviene
per doppia conseguenza; una logica: dalla concezione dello
stato panteista, sorge e deriva il concetto dello stato unico
educatore e insegnante, che deve a sua immagine e somiglianza
creare i cittadini; l'altra politica: la difesa che lo stato laico
opera contro l'influenza religiosa, che esso si rappresenta come
potere nemico, nella gelosia di un predominio morale che non
gli spetta.
Tutta la nostra legislazione scolastica sull'insegnamento pubblico
e privato è tendenziosa, e mira a sopprimere o ridurre
all'impotenza le iniziative private, e ad imporre un tipo unico,
uniforme, meccanico di insegnamento e di programmi, e a centralizzare
ogni attività locale e individuale. È andato perduto
così il contatto effettivo, educativo, morale della scuola col
popolo; si è creato un ambiente professionale e di carriera dell'insegnante;
si è eliminato l'elemento religioso come estraneo
e ostile; si è spinta la tendenza, più che allo studio, alla conquista
del diploma, come un qualsiasi passaporto per la vita
civile ed economica, indipendentemente dalla formazione spirituale
e intellettuale della gioventù studiosa.
L'errore fondamentale deriva anche da una presunzione che
lo stato sia e possa essere un quid per sé stante, indipendente
dagli uomini che ne informano le istituzioni e che costituiscono
la maggioranza di fatto nella vitalità di un governo.
In Germania in genere e specialmente in Prussia esponente
dello stato era il militarismo, casta di predominio, concezione
antidemocratica di forza, contro la quale ha combattuto l'Intesa,
ha mosso in particolare tenzone l'America del Nord; nessuno
dei liberali italiani oggi dirà che il militarismo prussiano aveva
il diritto assoluto di foggiare le anime tedesche a quella concezione
della Germania über alles che ha scatenato la guerra.
Domani anche da noi potrà essere predominante nel governo
il partito socialista, quello che ieri, anche dopo la vittoria, gridava
evviva Lenin ed evviva la Russia; e neppure i liberali
statolatri, quelli che han compressa e annullata la libertà di
insegnamento, vorranno che le nostre scuole divengano monopolio
socialista. È troppo evidente l'argomento, per non poter
rimproverare a questi stessi liberali, governanti di ieri e di oggi,
dalla legge Casati in poi, di essersi asserviti alla sètta in materia
di insegnamento e di avere voluto creare un monopolio intollerabile
e assurdo, dalle scuole elementari semistatalizzate, alle secondarie
assoluto dominio governativo, alle universitarie, ove
perfino l'istituto della libera docenza è ridotto a una larva di
libertà, mentre non è dato a nessuno che non abbia la marca
governativa di potere insegnare, si chiami Socrate o sia un
novello Platone.
Ebbene, oggi, al confronto di un assurdo politico creato in
Europa, splende l'esempio americano che alla libertà vera di
insegnamento dà il fidente rispetto di governi e di partiti; e
non si preoccupa — come vanamente sognano i liberali e i
democratici di razza latina — della concorrenza o della prevalenza
della chiesa nel campo dell'istruzione, conoscendo quale
valore educativo abbia la religione nel plasmare il cuore del
fanciullo e nel formare le nuove generazioni agli ideali della
virtù e del bene, e al soffio vivificante dell'amor di patria congiunto
all'amor di Dio.
Mai come oggi, dopo tanti sacrifici di sangue, dopo tanta
unione di spiriti, cementata dal vivo soffio religioso, durante
quattro anni di guerra; mai come oggi in cui avviene il crollo
delle idee liberali del secolo scorso che informarono la società
europea fino a ieri; mai come oggi, che i popoli non sognano
ma esigono radicali riforme politico-sociali, la libertà di insegnamento
appare come matura nei destini della patria nostra, come
atto di pacificazione spirituale, come elemento di nuova forza
morale per i grandi destini d'Italia. E oggi viene affermata non
solo dai cattolici, come ragione ed elemento di coscienza e di
fede, ma da quanti han visto fallire una scuola ufficiale, che
nel suo ordinamento e nelle sue finalità è divenuta formula
burocratica, mezzo di guadagnare un diploma, oppressa da catene
centralistiche, nel dominio della incompetenza, elevata a
ragione di stato.
Lotta antiburocratica.
Già altre formule cadono e altre libertà sono mature per la
conquista: una delle cause del fallimento della pubblica istruzione
è stata la centralizzazione burocratica e monopolistica,
e ciò indipendentemente dalle ragioni ideali e di coscienza che
muovono i cattolici a proclamarla e volerla. Ebbene, questo
fenomeno di centralizzazione statale e di burocratizzazione della
vita nazionale si ripercuote in tutti i campi dell'attività sociale,
è divenuto l'assurdo sperimentale opprimente della vita politica
moderna.
La guerra ha per necessità di cose accentuata questa tendenza
statale; ma come il paradosso fa rilevare meglio l'errore
ammantato di verità, come la caricatura svela meglio il difetto,
così nell'eccesso della congestione oggi, dopo guerra, si va ridestando
più forte la coscienza di una libertà organica delle forze
statali, di una rivalutazione dei centralismi necessari, di un
decentramento amministrativo, a larghissima base, di un rispetto
fatto di fiducia e di speranze nell'esplicarsi delle forze
individuali e della iniziativa privata. Questa ultima, dal campo
economico al campo intellettuale, dall'attività tecnica allo sviluppo
amministrativo del paese, deve poter rendere grandi servigi,
se lanciata nell'agone delle libere forze trova la molla del
progresso nella convinzione che possa raggiungere il fine senza
vincoli esagerati e senza ostacoli fittizi.
Chiunque consideri lo sciupio e la perdita di energie che occorre,
nell'attrito quotidiano e infinito di ruote stridenti e di
pesanti ingranaggi creati dalla manìa regolamentatrice della nostra
vita pubblica, chiunque consideri lo spezzettamento di competenze
e di uffici che entra in gioco per la pratica più semplice
e più insignificante; chiunque consideri come si renda
ogni giorno più stanca la macchina statale, mentre il mondo
è in corsa, nel tumulto delle energie frementi, nel ritmo di
una vita che trascorre moltiplicata da sempre nuovi crescenti
punti di relazione, che a loro volta moltiplicano i rimbalzi del
pensiero e degli affari per quanti sono gli individui che cercano
o tentano le sorti del proprio miglioramento, dalle officine ai
campi, dai commerci alle industrie, dalle scuole ai comizi, alle
assemblee, alle borse, alle società, ad ogni manifestazione di
attività umana; chiunque consideri la realtà e la confronti con
il regno degli schemi e delle circolari, dell'addensarsi di carta
scritta, dovrà ammettere di trovarsi di fronte a un regno di
sogno e di ombre e di morte il quale intenda regolare la vita
che pulsa e che freme: tale è il distacco fra i due mondi.
Gli esempi della mobilitazione agraria e della mobilitazione
civile durante la guerra sono là a provare la impossibilità pratica
di regolare la vita nazionale attraverso formule centralizzatrici
e livellatrici; la realtà si ribella con la propria forza incoercibile,
e reclama i suoi diritti a chiunque la voglia costringere
al martirio del letto di Procuste.
Decentriamo, si grida da molti, liberiamo la vita da vincoli
assurdi, semplifichiamo la burocrazia, elemento di coordinazione
e non tirannico predominio sopra qualsiasi attività statale
nella inerzia di ordinamenti fossilizzati e nell'ipertrofia dei
centri ordinatori.
Ma contro a questo grido di liberazione, che parte dai chiaroveggenti,
vi sono due tendenze del pari dannose, la statolatra
e la socialista, le quali forse prevarranno, se la parte sana del
paese non sa vincere la battaglia.
I socialisti tendono ad una organizzazione di socialismo di
stato, e tutti gli sforzi fatti durante la guerra per monopolizzare
a vantaggio delle proprie organizzazioni i vari provvedimenti
statali riguardo ai consumi e alla mano d'opera della mobilitazione
industriale; e tutti gli sforzi che si van facendo per fissare
il monopolio statale-socialista per i problemi della smobilitazione
operaia e della emigrazione, sono indici visibili di una
tendenza a rafforzare l'accentramento burocratico di stato a
vantaggio di una organizzazione di parte. Già tutta la costruzione
del consiglio e dell'ufficio del lavoro, tutto il piano delle
assicurazioni operaie e agricole contro gli infortuni, le malattie
e la disoccupazione, risente insieme del formalismo burocratico
centralizzato e dell'asservimento statale al partito socialista,
come forza unica degli elementi operai, che attraverso la monopolizzazione
politica di stato tendono a creare il proprio predominio
nella vita pubblica sociale.
Come la massoneria e il liberalismo anticlericale hanno la
roccaforte nel ministero della pubblica istruzione, così i socialisti
hanno conquistato largamente le posizioni nei ministeri dei
lavori pubblici e dell'agricoltura, industria e lavoro, sfruttandone
le crescenti e invadenti funzioni.
Così il centralismo di stato si riduce a forme di tirannia di
partiti e di organismi extra-statali, operanti all'ombra propizia
della burocrazia, che pervade le fibre del corpo sociale come
un bacillo, che attenua le forze e toglie le energie libere e
operanti.
Pur ieri l'on. Cabrini, in una lettera diretta all'on. Orlando,
denunziava la frenesia che ha invaso la burocrazia dei ministeri,
per accaparrarsi e indemaniarsi quelle funzioni transitorie
e coercitive assunte dallo stato durante la guerra. Ciascuna
direzione o divisione tende ad accrescere funzioni e attività,
divenendo onnisciente e onniprevidente; arrogandosi la infallibilità
pratica e l'autorità assoluta di regolare le sorti dei miseri
mortali, che non debbono avere più né cervello per giudicare,
né volontà per agire nel nuovo mostruoso falansterio a cui si
vuol ridurre l'attività e la vita statale.
Decentramento amministrativo.
È evidente che il passaggio dallo stato di guerra a quello di
pace porta gravi compiti allo stato, e una necessaria graduazione
nel ritorno a regimi di libertà più evoluta e più rispondente
ai bisogni collettivi; ma occorre avere un programma da
attuarsi gradualmente, un programma pratico e di larghe vedute.
Il decentramento amministrativo anzitutto: insieme con la organicità
e autonomia degli enti locali e con il riconoscimento
giuridico delle classi organizzate.
È un programma vecchio e nuovo; vecchio, perché ritorna
alle origini dello stato moderno atomistico e liberale, che ha
dovuto dichiarare il fallimento, ricorrendo per legge di compensi
agli estremi del centralismo e della burocratizzazione;
ma è nuovo perché, rivalutato alla luce dei fenomeni dell'oggi,
si presenta come un progresso in avanti nella società vasta e
molteplice che la stessa guerra ha rifatta, lanciandola verso
nuovi orizzonti.
Certo la palingenesi operata in questi quattro anni è immensa;
come nel campo delle industrie ha mostrato a noi italiani
la soggezione all'estero e la necessità di affrancarci; come
ha mostrato la necessità di produrre ancora più grano e di intensificare
l'agricoltura tesoreggiando le nostre energie; come
la guerra ha provato la necessità di tenere salda la famiglia
(i divorzisti e i neo-maltusiani oggi sono degli sconfitti); come
la guerra ha provato all'Italia il dovere e l'interesse di farsi
una marina mercantile pari alle nostre gloriose tradizioni marinare,
se vogliamo sul serio possedere i mari e rifarci una nuova
economia produttrice; così ci ha ripresentato i problemi del
decentramento amministrativo, delle libertà comunali e della
organizzazione di classe, non come terreno sterile di lotte nominalistiche
e di sovrapposizioni politiche, non come mezzo a
governi e a partiti di predominio volgare, non come formula
asfissiante per la vacuità delle lotte elettorali; ma come mezzi
di vitalità nuova, come ambiente adatto allo sviluppo di sane
energie, come novella ragione di attività sociale, per tutte quelle
riforme economiche e produttrici, che debbono risolvere la crisi
fortissima del dopoguerra.
Durante la guerra quante prove si sono avute della necessità
di tali riforme! Come ad ogni passo si riproduce il problema,
visto e sentito da quanti seguono l'alternarsi di provvedimenti
e l'esplicarsi di nuove esigenze! Si sono dovute abolire formule
e alleggerire regolamenti, nel campo della vita comunale, e si
sono chiamate le organizzazioni operaie a nuove rappresentanze
e a partecipare a organismi di interesse statale nel campo del
lavoro.
Ma spesso ad ogni nuova esigenza di stato si è ricorso a
nuovi organi decentrati, sicché la moltiplicazione di enti e di
comitati ha reso così confusa e intralciata la vitalità locale, che
occorrerebbe la guida del perfetto cittadino, per potersi orientare
nella selva selvaggia degli ordinamenti locali. Ebbene tutto ciò
è riprova che bisogna ricostituire l'organismo fondamentale,
l'ossatura della nazione.
Organizzazione di classe ed autonomia comunale.
La natura ci insegna la semplicità e la complessità degli
organismi; essa aborre da qualsiasi forza inutilizzata o da qualsiasi
sperpero di energie; tutto è coordinato a finalità organiche:
così deve essere la società; come il primo nucleo fondamentale,
dato dalla natura, è la famiglia, che deve rimanere
integra e forza basilare della società, e che deve predominare
nella nuova organizzazione sociale; così la classe organizzata
sulla base del lavoro umano — retaggio e forza e vita, che
eleva e nobilita, che ricostituisce le intime energie spirituali
e morali dell'individuo, — deve avere il suo pieno riconoscimento
nella libertà dell'associazione e nella unità sindacale
delle forze operaie, senza monopolio di partiti.
Sembra, in questo quarto d'ora dopo la guerra, nelle convulsioni
delle masse, che solo la tendenza socialista rappresenti
e regoli le ragioni del lavoro degli operai organizzati, e si
assida assoluta signora delle sorti dei popoli. Può essere che
tale forza abbia la prevalenza politica oggi o domani, nell'avvicendarsi
dei partiti sul terreno elettorale legittimo o illegittimo;
ma non deve vincere il pregiudizio, non deve permanere
l'equivoco che l'organismo di classe rappresenti il passato delle
corporazioni fossilizzate, soppresse allora per rivendicare la
libertà di lavoro; mentre oggi si tollerano o si blandiscono le
camere del lavoro secondo il fluttuare degli eventi, ponendo
ostacoli a quel riconoscimento giuridico che affranchi le stesse
masse dall'asservimento ad una parte politica preponderante.
Più che fenomeno politico è ragione organico-sociale; tale
ragione noi rivendichiamo oggi, perché proprio alle masse e
sotto l'angolo visuale del lavoro si fa appello nella grande riforma
delle nazioni. Il riconoscimento giuridico della organizzazione
di classe darà un assetto organico al movimento del
lavoro, orienterà verso forme e ragioni tecnico-economiche le
associazioni operaie, toglierà una condizione di disparità e di
lotta fra le diverse tendenze proletarie; e darà modo al razionale
decentramento dello stato nella politica del lavoro.
Dalle classi salendo agli enti locali si ripresenta in tutta la
sua interezza il comune, non certo il comune politico del medio
evo, ma il comune amministrativo moderno, centro di attività
e di vita locale per sé stante, autonoma e coordinata insieme,
ma espressione delle classi organizzate e delle famiglie raggruppate
attorno al campanile e al torrione civico.
In mezzo a tutte le deficienze, in parte inevitabili, in parte
dovute ad assiderante centralizzazione e in parte per difetto di
uomini e di organismi locali, durante la guerra i comuni han
potuto e saputo rispondere ai loro molteplici compiti, nel quotidiano
contatto con il pubblico, nell'assillante problema del giorno
per giorno. Quante formalità si sono superate, abbattendole
senza che le vigili oche del potere politico e del controllo amministrativo
potessero opporsi, anch'esse assorbite dalla imponenza
dei fenomeni della rapida e doverosa provvidenza civica.
La guerra certo ha dato la sensazione che occorre una migliore
organizzazione di servizi, una unione di forze locali più vasta
facente capo a comuni capoluoghi o a provincie per un più
utile scambio di energie e attività; ma ha fatto comprendere
ancora di più che la vita degli enti locali deve essere alimentata
da una reale libertà amministrativa, da una più rapida e vivace
organizzazione, da un senso più profondo e reale di responsabilità;
deve essere elevata al disopra di ripercussioni politiche,
che creano l'asservimento della vita locale, e rendono il comune
campo chiuso di lotte sterili, mezzo di predominio governativo,
sfruttando tutte le passioni della misera vita
di quei che un muro ed una fossa serra.
Il contenuto della riforma amministrativa e quindi finanziaria
degli enti locali non è semplicemente negativo, ma anche altamente
positivo e ricostruttivo; e mentre una commissione reale
ne affronta lo studio, è da augurarsi che cessi la preoccupazione
che il governo possa essere spogliato dei poteri quasi assoluti
e quindi della influenza decisiva che oggi esercita nella
vita locale; e mentre inneggiamo alla unione di Trento, Trieste
e Fiume alla nostra Italia, ricordiamo che gli ordinamenti di
quei comuni in forma autonoma alimentarono e custodirono
sotto il ferreo giogo austriaco la italianità dei nostri fratelli
all'ombra del palazzo di città, come sacra unione morale con
le vecchie città italiane, che nel comune mantennero gloriose
le loro sorti attraverso i secoli.
Riforme costituzionali.
Questo programma di libertà potrà essere attuato dalla borghesia
liberale dominante? è da essa sentito come naturale portato
della evoluzione formata nell'intimo delle nostre coscienze
e nell'esplicarsi dei bisogni collettivi? e saranno adatti gli organi
elettivi attuali a tradurlo in atto o almeno a iniziarne l'attuazione
nel complesso dei provvedimenti che oggi impone il passaggio
dallo stato di guerra allo stato di pace?
Certo che i problemi urgenti immediati assorbono buona
parte dell'attività di governanti e di organismi centrali e locali,
e può a molti sembrare inopportuna logomachia quella di volere
imporre problemi ideali nell'assillante e tumultuante dopoguerra.
Forse continuerà nella nostra vita nazionale il sistema
del caso per caso, senza indirizzi ideali e senza mète sicure e
lontane; e sarà un errore che si sconterà presto e gravemente.
Tutti riconosciamo che i problemi gravissimi del momento
assorbono il complesso di energie direttive ed esecutive; ma
nessuno può mettere in dubbio che anche nella scelta dei mezzi
e nello studio dei provvedimenti immediati dovrà esservi una
direttiva lungimirante e ideale, che coordini e che crei il movimento
di larga e di vasta riforma.
Lo stesso problema della emigrazione dopoguerra, della smobilitazione
operaia, dell'aumento delle forze produttive agrarie
e industriali del paese, il problema delle terre incolte, la riforma
tributaria, l'orientamento delle attività commerciali, non
possono non guardarsi attraverso pochi e saldi elementi programmatici,
che guidino con sicurezza la nazione ai suoi destini.
E non può affatto trascurarsi il complesso dei punti prospettati
or ora alla luce di una sostanziale rivendicazione di libertà; che
noi vogliamo non nella licenza bolscevica, ma nello sviluppo
della vita organica.
Tale sviluppo non sarà possibile se la stessa rappresentanza
politica non tenta coraggiosamente la propria riforma. Abbiamo
bisogno, tutti i partiti e tutte le correnti del paese, di avere la
sensazione di una salda riorganizzazione delle forze sociali, così
logorate e svalutate nel periodo della grande guerra. Non voglia
fanciullesca di distruggere il giocattolo dopo essersi divertito,
per conoscere quel che c'è dentro e poi buttarlo fra i rottami di
casa; ma è necessità di rinsaldare le forze organiche del paese.
Da tempo i pochi e i più illuminati han sostenuto la rappresentanza
proporzionale, come espressione reale ed efficiente della
volontà popolare; altri si sono accontentati del collegio plurinominale
a larga base, con la rappresentanza della minoranza;
lo spirito che pervade queste invocate riforme, delle quali i cattolici
da un lato e i socialisti dall'altro sono da tempo fautori,
contro l'atomismo del collegio uninominale, espressione di maggioranze
locali spesso fittizie, irose e pettegole nelle quali s'incanaglisce
la piccola vita paesana, lo spirito, dico, che pervade
queste riforme risponde al bisogno di avvicinare alla realtà
vissuta la rappresentanza del paese. Per questo s'invoca anche
la riforma del senato parzialmente elettivo di secondo grado,
a numero limitato, con la facoltà di nomina del proprio presidente:
perché valga a essere organo vitale e controbilanciante
della politica della camera dei deputati, nel dinamismo delle
forze rappresentative e vitali del paese.
Sono riforme che si invocano oggi, come quando nel 1848
si domandavano le libertà costituzionali pur nello stesso periodo
in cui si affrontavano, sotto la pressione dell'idea liberale predominante
e sotto la direttiva di quel programma, le grandi
riforme economiche e politiche, attuate per convinzione di statisti
e per volontà di popoli.
Non è la borghesia dominante nel gioco dei partiti parlamentari
che desideri e invochi piccoli ritocchi all'elettorato e
che da buon cavaliere prometta il voto alle donne nei piccoli
e vivaci ambienti femministi, che oggi si muove; oggi è la
coscienza popolare che fermenta in cerca di orientamento. Dopo
quattro anni nei quali il parlamento ha mostrato di essere impari
al suo compito, ed ha creato i poteri assoluti non solo per
le cause di guerra, ma per potere arrivare ad ottenere rapidamente
la più piccola riforma e la più opportuna leggina; dopo
quattro anni di insinceri raggruppamenti di partiti borghesi,
che han cercato invano di aver fuori del parlamento una ripercussione
qualsiasi nella coscienza del popolo per le loro logomachie
e per i loro specifici atteggiamenti, mentre l'anima collettiva
tendeva ansiosa e convergeva gigante verso i nostri confini
contrastati dal nemico, e si moltiplicava nelle opere di
resistenza per impedire che insana propaganda o facile stanchezza
rendessero noi pari alla Russia nella dissoluzione nazionale;
oggi il parlamento deve cercare di rifarsi l'organismo e
la forza vitale, al contatto, novello Anteo, con la madre terra,
con il popolo, e ritornare a guidare le sorti della nazione. Guai
se la piazza da un lato, se i fascisti dall'altro, nel rinfocolare
di passioni, superassero la ragione e la vita organico-parlamentare:
l'inversione dei poteri vorrebbe dire la rivoluzione, con
le conseguenze di una dissoluzione di forze nell'anarchismo di
tragiche ore.
Ma i rivolgimenti organico-politici prescindono dalle condizioni
e dagli stati d'animo di una folla agitata da capi popolo,
avvengono solo, quando sono maturi, con la forza di un fato:
oggi si sente il brivido dei rivolgimenti: ad essi occorre imprimere
le direttive di un pensiero forte e maturo; ed è compito
dei dirigenti, dei responsabili, degli organizzatori.
Azione e pensiero.
Però a questi rivolgimenti ideali molto contribuiscono pensatori
e studiosi, coloro che anche senza saperlo o senza volerlo
intenzionalmente, creano o rilevano dai fatti le grandi correnti
di pensiero, che fermentano l'azione.
Quando si riannoda il potere e l'enorme sviluppo tedesco
alla filosofia kantiana, quando la politica militarista prussiana
è simboleggiata dal Treitschke, non si fa della sintesi fantastica
per comodo delle unificazioni ideali, delle quali abbiamo bisogno
per appoggiare le nostre categorie mentali; si fa insieme
della sintesi reale e vivente. Il popolo è intuitivamente logico,
e la legge ferrea dei fatti è insieme legge ferrea delle idee.
La ripercussione dell'azione sul pensiero collettivo non è che
identica nell'ordine delle cause, benché specificamente diversa
nell'ordine degli effetti, a quella unità spirituale che c'è in noi
tra il nostro pensiero e la nostra azione individuale. La somma
collettiva delle ripercussioni tra pensiero e azione dà un risultato
specifico, dinamico, pari alla forza logica e alla convergenza
reale dei bisogni sentiti.
Per questo i valori ideali sono immense leve nella vita dei
popoli; per questo il programma di Wilson ha potuto avere
un'ora di eco nella coscienza delle nazioni, anche presso i
popoli nemici e in guerra, ed è divenuto l'esponente di uno
stato d'animo collettivo.
La teoria del materialismo storico cade insieme alla costruzione
panteistica dello stato; tutte e due concezioni tedesche
che hanno impregnato istituti, tendenze e partiti del loro malvagio
influsso: e si ripercuotono oggi i principi di libertà e di
giustizia nel fondo delle coscienze, nel valore del pensiero,
come realtà vive e balzanti nel concreto degli eventi, come mèta
di attività e di sacrifici, come riflusso di energie e di valori.
Non sono spente e non cadono invano le forze del pensiero;
ad esse facciamo appello in questi difficili momenti, come lo
abbiamo fatto durante la guerra, nella quale ci hanno assistito
nella fiducia del trionfo del diritto, nella ragione di giustizia
e di civiltà, nella valutazione delle aspirazioni dei popoli e
della libertà delle nazionalità oppresse; anche quando gli eventi
bellici erano a noi sfavorevoli, e tutti i materialisti della vita,
con a capo i socialisti, ci assillavano col pessimismo della loro
piccola anima.
Oggi dobbiamo questi valori morali realizzarli in noi, ciascuna
nazione secondo le condizioni particolari interne, secondo
la propria potenzialità e forza, secondo la propria missione.
Non può l'Italia dimenticare oggi la grande missione che
essa ha nel mondo e che deve realizzare in se stessa, per averne
le forze vive propagatrici; sede del diritto, fonte della storia
vivente, per oltre due millenni, centro del pensiero vivo nel
mondo, questa umile Italia, con forze finanziarie e con influenze
politiche limitate, è entrata non invano nell'agone delle grandi
nazioni, non invano è a fianco di quelle potenze che decidono
delle sorti del mondo.
Ma se forze e ricchezze sono in copia nelle mani dell'Inghilterra
e degli Stati Uniti, e se la Francia esce salva e grande
dalla prova del ferro e del fuoco, l'Italia rivalorizza le proprie
energie spirituali al lume della realtà vissuta dai popoli nelle
angoscie e nei sacrifici della guerra, non come museo di bellezze
naturali e artistiche, ma come storia vivente e centro fatale
del pensiero del mondo.
Qui convergeranno popoli e regni in cerca di fede e di verità,
a Roma, nome fatidico millenario, dove un pensiero non
fossilizzato ma vivente, al disopra delle umane lotte penetra
nelle coscienze, anche quando non ne sentono il tocco mistico
e diretto; qui affrancate dalle servitù politiche di molti secoli
le nuove nazioni rifaranno la loro cultura al tocco delle bellezze
della fede, della natura e dell'arte, insieme sposate; qui le
onde del Mediterraneo, mare storico per eccellenza, grande
tramite di civiltà e di ricchezza, incontreranno i loro flussi
rinnovellanti.
E la nostra gente che di tanti tesori ideali è come custode e
altrice, non può non rifarsi la vita di pensiero alimentata da
tante bellezze, nell'innato senso dell'equilibrio italico, nella
virtù di una tradizione gloriosa, nella libertà di istituzioni
adeguate, nello sviluppo di mezzi sufficienti, perché sia ripresa
la via del progresso nelle pacifiche sorti dei popoli.
A questa nostra futura Italia dedichiamo anche noi le nostre
piccole e modeste forze, quando tanti e tanti nostri fratelli vi
han dato il sangue e la vita nelle tragiche ore di una enorme
guerra; quando il risveglio dei nuovi ideali e delle nuove tendenze
ci deve rendere convinti di un dovere che non cessa sol
perché la lotta cruenta è cessata; ma che ci chiama alle lotte
del pensiero, alle lotte civili e politiche, con la stessa voce suadente
della madre che fa appello alle virtù dei figli.
E noi con lo stesso amore rispondiamo all'appello, se l'Italia,
il cui nome oggi desta ancora i fremiti della vittoria, se l'Italia
in cima ai nostri affetti, ci trova preparati a contribuire in
ogni campo, ai suoi grandi rinnovellati destini.