Oscar Hecker

Il piccolo italiano: manualetto di lingua parlata


IL PICCOLO ITALIANO MANUALETTO DI LINGUA PARLATA AD USO DEGLI STUDIOSI FORESTIERI COMPILATO SUGLI ARGOMENTI PRINCIPALI DELLA VITA PRATICA E CORREDATO DEI SEGNI PER LA RETTA PRONUNZIA DAL PROF. OSCAR HECKER DOCENTE DI LINGUA ITALIANA ALL'UNIVERSITÀ DI BERLINO TERZA EDIZIONE RIVEDUTA 8°-14° MIGLIAIO FREIBURG (BADEN) J. BIELEFELDS VERLAG 1910 I. In Viaggio. Ci sono divèrsi mèzzi, per viaggiare per tèrra. Da gióvani, volèndoci godere, a nòstro agio, le bellezze di un paese pittoresco o in qualche_manièra interessante, agguerriti da contínue passeggiate da noi fatte fin da piccini, volentièri andiamo a pièdi. Sappiamo che le marce, non esagerate, fanno un gran bène alla salute, rinfrescando la mente e rafforzando tutta la mácchina. Partiamo per qualche gita, possibilmente in compagnia di uno o di due amici, la mattina al fresco, col bastone in mano, il binòcolo e la borraccia a tracòlla, e sulle spalle lo záino con dentro le provviste e la biancheria indispensábile. Camminando d'un passo giusto, né tròppo lèsti né tròppo adagio, potremo fare parecchi chilòmetri di fila, senza stancarci. Siamo di buòna gamba noialtri! Prenderemo di preferenza - di estate al sole è un brutto camminare - un viottolo ombreggiato, che ci risparmierà anche il polverone della strada maestra. Badiamo, però, di non allontanárcene tròppo, perché, a internarsi in un bosco, facilmente uno si pèrde. Se non fóssimo prátici del paese che attraversiamo, consultiamo, a buòn conto, oltre alla bússola, ogni tanto la carta topográfica, e, capitando a un crocícchio (dove la strada si biforca), non disprezziamo l'aiuto di qualche (palo) indicatore («Che c'è scritto? ci lèggi? A me non mi rièsce decifrarne un'acca!»). Nel dúbbio di avere smarrita la strada («Ma siamo nella buòna strada? Vi confèsso il vero, non mi ci raccapezzo più. È un affare sèrio!») non seguitiamo ad andare a casaccio, facèndo forse mille rigiri inútili, ma invece, potèndo, rivolgiámoci per informazioni a un passante. «Scusi, signore (scusate, galantuòmo; ehi, quella dònna!), vado bène di qua a N.?» Oppure: «è questa la strada per andare a N.?»; o ancora: «di dove si passa per andare a N.?» Ci risponderanno: «Sì signore; è questa; vada pur sèmpre a diritto.» Ovvero: «Nò signore, ha sbagliato, bisogna che ritorni addiètro fino al primo paesèllo, e pòi vòlti a dèstra; passando di qua, l'allungherèbbe parécchio.»«Non ci sarèbbe da prèndere una scorciatóia?»«Nò signore, la più corta è quella che le hò indicato.»«Ci abbiamo sèmpre da far molta strada?»«Piuttòsto!»«Quanto ci si mette, andando di buòn passo?»«Un'ora e mèzzo per lo meno.»«Grázie tante!»«Niènte!» Essèndo stracchi («Mi duòle la vita, i pièdi non me li sènto più, sono stanco mòrto!», faremo una sòsta per riposarci, sdraiati sull'èrba, e, nello stesso tèmpo, ci rifocilleremo con uno spuntino: «Buòno questo caffè, e come lèva la sete! E questo panino dice pròprio mángiami, mángiami! — — Òh èccoci ristorati. Su, via, non ci tratteniamo di più; il sole è basso, è l'ora di partire. E pòi quei nuvoloni laggiù non mi persuádono, c'è da èsser còlti dall' acqua. Avanti! Non vorrèi che, facèndo tardi, ci toccasse a passare la nòtte all'apèrto. — Ah! finalmente siamo giunti alla mèta. Quella accanto alla chièsa è la nòstra locanda. Che pò' pò' di camminata, duro fatica a règgermi in pièdi! Mi par mille anni di andare a lètto! Stanòtte, cari mièi, dormiremo senza culla. A domani l'ascensione di quel monte che ci sta dinanzi. Saliremo fino in cima, arrampicándoci a guisa di capre. Di lassù si dève godere una vista splèndida. Chi sa, che panorama! Speriamo di avere una bèlla giornata.» Mentre in un'ascensione sémplice, scevra di perícoli, si può fare a meno della guida, questa riuscirèbbe invece indispensábile, se si trattasse di una gita sulle nevi perpètue di un ghiacciáio. Lì anche l'alpinista provètto, per quanto svèlto di mèmbra e intrèpido d'ánimo, non contènto di èssersi munito di fortíssimo bastoncione ferrato, delle grappèlle acuminate da adattarsi alle scarpe, e del piccone (che dève servire a scavare gradini nel ghiaccio), ricorre per aiuto a una o due guide, alle quali, nei punti più árdui, si lega per mèzzo di una sòlida fune, onde evitare il tremèndo perícolo di precipitare (in un burrone oppure in un crepaccio), qualora sdrucciolasse o mettesse un piède in fallo. Assicurati a quella manièra, potranno felicemente cómpiere l'ascensione e la discesa, basta che, lontani da una capanna di rifugio, essi non vèngano sorpresi dalla tormenta, o — pèggio ancora — travòlti da una valanga, che, in un áttimo, li seppellirèbbe tutti senz'alcuna via di scampo. In questo caso a nulla varrèbbero gli sfòrzi di una squadra di soccorso, mandata dopo qualche tèmpo, con cani appòsitaménte addestrati, alla loro ricerca. Forse non arriverèbbe nemmeno a rintracciare i cadáveri di quelle disgraziate víttime dell'alta Montagna! Chi - come in generale gli italiani - tròva pòco gusto a viaggiare a pièdi, preferirà in luòghi dove non ci passi la fèrrovía, di andare in vettura, se la borsa glielo permette, ovvero di servirsi della diligènza, guidata dal postiglione, che, in Germánia, all'arrivo e alla partènza suòna allegramente il suo còrno. La diligènza (a cavalli), destinata a sparire forse in tèmpo non lontano, va, continuamente, perdèndo terreno per la concorrènza vittoriosa della fèrrovía, mèzzo di traspòrto cèrto meno poètico, ma, d'altra parte, assai più còmodo e, per la sua rapidità, cèrto più adatto ai bisogni dell' uòmo modèrno. E dire che ai nòstri vècchi pareva pure di viaggiare tanto velocemente in diligènza, quando, a ogni stazione postale, potévano concèdersi il lusso dei cavalli di ricámbio, e ricórrere al trapelo nei punti più árdui della strada in salita! Il primo tronco di fèrrovía costruito in Itália, fu quello da Nápoli a Pòrtici, il quale venne inaugurato il ventisèi settèmbre 1839. Le numerose, ma non ancora sufficiènti strade ferrate del continènte italiano, riunite in due gruppi, la Rete Adriática (R. A.) e quella Mediterránea (R. M.), e amministrate prima da società private, sono state riscattate da parte dello Stato, e dipèndono ora dirèttaménte da quello. È un fatto degno di nòta che, qualche anno fa, alla línea Milano-Gallarate è stato applicato il sistèma della trazione elèttrica, di cui cèrto è l'avvenire. Il traspòrto delle persone e dei bagagli si eseguisce mediante trèni (ossia convògli) che córrono sopra verghe di fèrro (dette rotáie), collocate a due parallèlaménte sull'árgine della fèrrovía. Gli scambi, servènti a far passare un convòglio da un binário a un altro, son manovrati da un deviatore (o barattáio), che òccupa un posto di grande responsabilità; la mínima negligènza da lui commessa può dar luògo a un deviamento («il trèno è deviato, è interrotta la línea») o ad uno scontro («due trèni si sono incontrati, ci sono tante víttime!») e comprométtere, così, la salute e la vita di chi viaggia. Siccome le disgrázie ferroviárie sono purtròppo tutt'altro che rare, c'è chi stima prudènte di contrarre un'assicurazione contro gli infortuni. Esístono non pòche varietà di trèni. Ci sono i trèni direttíssimi, detti anche trèni lampi, perché slanciati, almeno su parte del percorso, con rapidità vertiginosa; i trèni dirètti, che si férmano solo nei punti più importanti; i trèni accelerati, che non sono altro che trèni òmnibus con velocità alquanto aumentata; i trèni misti (per viaggiatori e mèrci); i trèni mèrci; i trèni speciali fatti partire fuòri d'orário, e i trèni di piacere, a prèzzi ridotti, concèssi dall'Amministrazione per qualche occasione straordinária (stagione de' bagni, esposizioni, pellegrinaggi ecc.). Un trèno complèto si compone della mácchina (o locomotiva) col suo tènder, del bagagliáio, del vagone postale (a cui spesso supplisce un compartimento solo, provvisto, al di fuòri, d'una cassetta da lèttere), e di un cèrto número di vetture destinate ai viaggiatori, le quali sono divise in tanti compartimenti di prima, seconda, e tèrza classe, contenènti dai sètte ai dièci posti. La seconda italiana, per eleganza e comodità, è inferiore a quella tedesca, e la tèrza, raríssima a trovarsi nei direttíssimi, tròppo lascia a desiderare riguardo all'indispensábile pulizia. In ogni compartimento ci sono due sportèlli (alla partènza riscontriamo se sono stati chiusi bène con la maniglia e la nòttola), due finèstre — è pericoloso spenzolarsi! — e quattro finestrini («mi fa il favore di chiúdere almeno in parte, ci hò vènto; mi permette di abbassare un pochino il cristallo, si sòffoca dal caldo e l'ária è guasta; le dispiace se tiro la tendina? mi dà nòia il sole»); c'è pure, in alto, da tutt'e due i lati, la rete per il bagaglio a mano, insufficènte quasi sèmpre a ricéverlo tutto («signori, favoríscano tirare un pò' da parte la loro ròba; ci dève entrare anche la valigia mia; vediamo, con un pò' di buòna volontà si accòmoda ogni còsa.»). Trattándosi di trèni dirètti, in nessún compartimento manca il segnale d'allarme, corrispondènte al freno a vapore, del quale, pena una fortíssima multa, non ci possiamo servire, per fermare il trèno, che nell'imminènza di un grave perícolo. Sotto i sedili nelle carròzze di modèllo più modèrno si tròvano i caloríferi a vapore («conduttore, qui si trèma dal freddo; che forse è guasto il riscaldamento?Nò signore, ma quest'è l'última vettura del trèno, il vapore ci arriva male; dirò al macchinista di dare un pò' più di pressione.»), ai quali nei vagoni più antichi supplíscono alla pèggio con cassette piène d'acqua bollènte, da ricambiarsi ogni tanto, a qualche fermata più lunga. L'illuminazione delle carròzze è tutt'altro che perfètta. Ciascún compartimento, durante la nòtte e quando s'attravèrsan gallerie (ossia tunnel) piuttòsto lunghe, è rischiarato da un lume - a gas nei dirètti, a petròlio o a òlio negli altri — che, puzzando quasi sèmpre, dà una luce così fiòca da rèndere impossíbile la lettura («Siamo al búio, s'è spènto il lume!Ábbiano paziènza un momento, manderò súbito qualcheduno per riaccènderlo.»). Non è permesso fumare nei compartimenti che non síano a tale uso destinati («Fumatori»). Chi avesse a nòia il fumo e preferisse — pare impossíbile! — l'ária pura a quella viziata, prenderà posto in un compartimento, dove, sulla faccia intèrna dello sportèllo, c'è scritto «Vietato (proibito) fumare». Ma anche lì non sèmpre saremo al sicuro dall'indiscretezza di tanti fumatori italiani che, quando non ci sono signore («Le dà nòia il fumo? permette ch'io fumi? - Faccia pure; si accòmodi! ovvero: Mi dispiace, signore, di doverla pregare a rinunziare al suo sígaro; il fumo mi fa male agli òcchi. - Quand'è così...»), pretenderèbbero di fare assolutamente il loro còmodo, rispondèndo talvòlta anche male a quello sciagurato che, fòrte del regolamento (ci vuòle l'unánime consènso dei viaggiatori!), insistesse, perché smettéssero di fumare. Per le signore che viaggian sole o con ragazzi piccini, ci sono in ogni trèno dirètto, almeno per la seconda classe, appòsiti compartimenti «Dònne (Signore) e ragazzi.». Nei trèni direttíssimi e a lunghe percorrènze, chi può spèndere, vedrà, con piacere, il vagone-ristorante, dove farà tutt'i suòi pasti con ogni còmodo; egli, per la nòtte, approfitterà, senza dúbbio, del vagone-lètto, nel quale su divani rifatti a uso lètto si dòrme discretamente. Rammentiamo però, che, nei vagoni-lètti italiani, sono ammessi i soli viaggiatori di prima classe, pagando, s'intènde, la rispettiva soprattassa. Fórmano il personale d'un trèno il capotrèno, che sovrintènde a tutto l'andamento, il macchinista e il fochista, addetti al servízio esclusivo della locomotiva, le guárdie (ossia conduttori), e alcuni frenatori. Per sorvegliare la línea, dando col disco e con la bandierina rossa i segnali del caso, e per chiúdere, a suo tèmpo, calando la barrièra, i passaggi a livèllo (assai meno sicuri di quelli sotto livèllo), sono adibiti numerosi cantonièri oppure cantonière, abitanti i casòtti che si védono sparsi sull'árgine lungo la línea ferroviária. Volèndo èssere ammessi a viaggiare in fèrrovía, bisogna munirsi di appòsito biglietto (non trasferíbile a tèrzi). I ragazzi, in Itália, se di età inferiore ai tre (!) anni, sono trasportati gratuitamente; quelli d'età compresa fra i tre e i sètte (!) anni págano la metà del prèzzo ordinário, mèzzo biglietto, che, però, dà loro il diritto di occupare un posto per intero («Signora, quant'ha questo bambino?Ha due anni e mèzzo.Ah davvero? A vederlo, non parrèbbe!Eppure l'assicuro io che non ha di più; che ci hò che far io, se è grande per la sua età?!Va bène, va bène.»). Di biglietti ce ne sono divèrse spècie. Quelli sémplici, valévoli per una data corsa; quelli d'andata e ritorno, buòni solamente fino all'último trèno del giorno in cui vèngono rilasciati, se non che la validità di quelli distribuiti il giorno avanti a una fèsta riconosciuta dallo Stato, è protratta fino all'último trèno del giorno susseguènte (dunque, per esèmpio, sèmpre dal primo trèno di Sábato all'último di Lunedì); quelli d'abbonamento annuali, semestrali, e mensili, fatti a forma di libretto con la fotografia dell'abbonato. Ci sono finalmente i biglietti per viaggi circolari a itinerário fisso ovvero combinábile di vária durata (secondo l'entità del percorso), prorogábili una o più vòlte per un mínimo di dièci giorni. Per questi biglietti è bène tenere a mente che I° vanno firmati dal titolare 2° vanno ad ogni partènza esibiti (che pò' pò' di seccatura!) all'ufficio di distribuzione, affinché vi sia fatto appòsito visto per la destinazione scelta 3° vanno, quando a uno, dopo partito, venisse vòglia di fermarsi in una stazione intermèdia, presentati, súbito dopo l'arrivo, al capostazione, per ottenér da lui un attestato dell'avvenuto cambiamento di destinazione. Volèndo fare un viaggio piuttòsto lungo - facciamo conto di star fuòri un mese o due - cominceremo in tèmpo a occuparci dei preparativi necessari. A questo scòpo stabiliamo prima di tutto col mèzzo d'una guida stampata (Baedeker in Germánia, Trèves in Itália) il nòstro itinerário, che, via via, subirà chissà quante modificazioni e verrà, magari, più vòlte rifatto di sana pianta. Consultiamo pòi attèntaménte gli orari dell'Indicatore generale delle strade ferrate, per sapér con precisione le partènze e gli arrivi dei principali trèni delle línee da noi scelte. In último penseremo a méttere insième tutta la ròba (vestiário, biancheria, libri ecc.), di cui non potremo fare a meno in viaggio, tenèndo presènte, che il portár molto bagaglio non rièsce soltanto d'impiccio a chi viaggia, ma costituisce per di più una spesa tutt'altro che indifferènte, le fèrrovíe italiane non accordando ai viaggiatori nessuna franchigia di bagaglio. La nòstra valigia è pronta (e così il pòrtamantò); il nòstro baule è bèll'e fatto. Speriamo di averci messo ogni còsa. Una vòlta partiti, si rimèdia male alle dimenticanze! «E ora chiudiámolo bène, perché non ábbia ad aprirsi per la strada. Giù il copèrchio, pigiamo fòrte. Ècco fatto. Dio, come è peso! Sarà mèglio ammagliarlo, se nò, potrèbbe anche sfasciarsi. Per finire, arrotoliamo la copèrta, e, infilátici a mazza e l'ombrèllo, stringiámola nelle sue cigne. Manca il buco nel punto buòno? Pòco male! Col temperino se ne fanno quanti se ne vuòle. Ed èccoci lèsti. Non ci scordiamo di far portár giù nella strada anche la cappellièra e la sacchina, che, tra le altre còse d'uso contínuo, contiène un berretto di seta leggieríssimo e una spolverina.» Secondo il regolamento il viaggiatore può portare gratuitamente seco in carròzza còlli di bagaglio (a mano) non più lunghi di mèzzo mètro, e che, di peso, in complèsso non súperino i venti chili. Vèngono ad avvisarci che giù c'è il legno che dève condurci alla stazione. «Bène, andiamo! - Vetturino, caricate tutta questa ròba, e conducétemi alla stazione centrale. Ma bisogna córrere, hò fatto tardi, e non vorrèi pèrdere il trèno; c'è la mancia! Stia tranquillo, signore, faremo in tèmpo, il mio cavallo tròtta che è un piacere!Tanto mèglio; e ora addio a tutti, un bacio, un abbraccio. Arrivederci in buòna salute! - Buòn viaggio, divèrtiti, dacci prèsto le tue nuòve; non èssere avaro di cartoline illustrate! - Non dubitate, buòna permanènza a voi tutti!» Giunti alla stazione e affidata la nòstra ròba a un facchino — badiamo al suo número — andremo al finestrino della véndita dei biglietti della nòstra línea («Scusi, dove si pígliano i biglietti per Venèzia? - Al tèrzo finestrino a dèstra.Oh se è chiuso! - Già, c'è tèmpo alla partènza, non áprono che mèzz'ora avanti!»). Quanta mai gènte ferma lì, impaziènte e nervosa, ad aspettare sbuffando il suo turno, col pòrtafòglio o la borsa in mano! Bè', ci vuòl paziènza, mettiámoci alla fila. Intanto prepariamo il denaro corrispondènte su per giù al prèzzo del biglietto, ricordándoci che il bigliettináio non è obbligato a fare il cámbio, quando il rèsto superasse un quinto della valuta presentata («A cènto lire non ci hò da farle il rèsto.E allora?Pròvi un pò' al buffè, se gliele cámbiano; ma faccia lèsto!Dio mio, non sono neanche prático di questa stazione. Mi faccia la carità, sènta un pò' un suo collèga, se mi può far questo piacere; glie ne sarèi pròprio grato!»), pòi, coi fògli gròssi, cáusa la fúria, gli errori a danno dell'acquirènte (spècie se forestièro) sono tròppo fácili, e a nulla varrèbbe un reclamo non fatto immediatamente. «Òh ma qui non si va avanti, quell'impiegato ci mette un'eternità a sbrigár la gènte! Per cèrti trèni d'importanza bifognerèbbe si apríssero due sportèlli, ma andátelo un pò' a dire all'Amministrazione... Lo stesso che parlare al muro!». Meno male che, nei grandi cèntri, per agevolare al púbblico l'acquisto dei biglietti, mássime di quelli internazionali, ne è stata autorizzata la véndita (che bèl còmodo!) nelle così dette agenzie di città e in alcuni albèrghi primíssimo órdine. Finalmente tocca a noi. «Firènze, prima, andata sola (una seconda per Gènova, andata e ritorno; Mòdena, tèrza, mèzzo biglietto); quanto spèndo (quant'è)?»«Ventitré lire e cinquantacinque centèsimi?»«Ma qui c'è scritto cinquanta centèsimi?»«Il sòldo in più è per la tassa di bollo, signore.»«Ah va bène.» Accade che il forestièro pòco prático della lingua non capisca l'ammontár del prèzzo («quant'ha detto?»), neppure a fárselo ripètere adagio e scolpito. In questo caso egli pregherà il bigliettináio di mostrargli il prèzzo stampato sul biglietto o di scríverglielo sul marmo del davanzale. Avuto il biglietto, ci occupiamo del baule, che intanto dal nòstro facchino sarà stato portato all'ufficio di spedizione («dove si spedíscono i bagagli?»). Lì pésano il baule in presènza nòstra sulla basculla, e, applicátovi un bullettino col número d'órdine e il luògo di destinazione (verifichiamo, potèndo!), lo mándano su un carretto insième con altri al bagagliáio del nòstro trèno. A noi riméttono, all'atto della spedizione una ricevuta, chiamata scontrino, che ci conviène serbár gelosamente, per potér, appena arrivati, ritirare senza nòie il nòstro baule alla distribuzione dei bagagli. Chi avesse pèrso lo scontrino — sia detto a suo confòrto — può, tuttavia, contro regolare ricevuta, ottenere la consegna del suo bagaglio, sèmpre che gli rièsca dimostrare all'evidènza (dándone gli esatti connotati e producèndone la chiave) d'èsserne il proprietário. Se fosse prèsto, andiamo a far l'ora del trèno nella sala d'aspètto. «Non c'è ancora il trèno per Ravenna?» - «Nò signore, è in ritardo di quíndici minuti, ma dève arrivare a momenti, l'hanno bèll'e segnalato.» Ècco le pòrte si áprono. Entrando, bisogna presentare all'impiegato fermo sull'ingrèsso il nòstro biglietto, che viène da lui bucato e riscontrato per la data del timbro. In Itália nessuno (salvo gli addetti all'Amministrazione) è ammesso nel recinto delle stazioni se non munito di regolare biglietto o d'un biglietto d'ingrèsso (da dièci o venti centèsimi), vendíbile prèsso il bigliettináio ovvero da ritirarsi dal distributore automático, a meno che questo — fatto assai frequènte — non sia guasto. Passati sotto la tettóia, vediamo il trèno che entra sbuffando e strepitando, e viène a fermarsi a uno dei marciapièdi. «Per Firènze, Roma, Nápoli, signori, in vettura!» Spicciámoci, per trovare un posto buòno. Quelli di preferènza da tutti ricercati come più còmodi sono i posti negli ángoli (ai finestrini); perciò, volèndo accaparrársene uno, nelle stazioni capilínea occorre èsser fra i primi a venire. «Dove vanno, signori? A Nápoli? in fondo, c'è la carròzza dirètta!» Gira gira, c'imbattiamo in un compartimento tutto vuòto. Che fortuna! Ma è chiuso. «Conduttore, venite un pò' a aprire qui.» - «Signori, codesto è riservato, guárdino il cartellino; non ci pòsson montare.»«Ci hanno mandati in fondo, ma tutt'i compartimenti sono al complèto.»«Allora pròvino più avanti; qui non c'è mòdo di sistemarli.» E noi anderemo più avanti, e magari in capo al trèno (non dimentichiamo, però, che, in caso di scontro, le prime carròzze sono quelle più fácili a èsser danneggiate). Ma abbiamo un bèl cercare; avèndo fatto tardi, a tutti gli sportèlli dove ci presentiamo, siamo invariabilmente respinti con tanto di «complèto!», e, infatti, da una sommária ispezione parrèbbe risultare che tutt'i posti sono presi («mai qui c'è posto per òtto persone, e loro sono sèi; capisco, si sta male in tanti, ma, d'altronde, vòglio partire anch'io.»). A vòlte, ci troviamo di fronte a uno strattagèmma di qualche viaggiatore, che, per stare più còmodo, avrà oltre al suo occupato indebitamente un altro posto, mettèndoci parte della sua ròba e facèndo vista che essa appartènga a un signore sceso per un momento. Se ci balenasse tale sospètto, chiamiamo una guárdia (ferroviária), e la preghiamo di verificare il número dei viaggiatori del nòstro compartimento. In caso di simulata occupazione, l'Amministrazione è in diritto d'esígere dall' indivíduo còlto in flagrante l'acquisto di un secondo biglietto. Alla fine ci siamo potuti sistemare, non senza, però, dar luògo da parte dei nòstri compagni di viaggio a brontolamenti aspri, scusábili perché, in verità, indirizzati all'Amministrazione, che, d'estate come d'invèrno, spietatamente traspòrta i viaggiatori pigiati come le acciughe. I riguardi avuti in Germánia al púbblico nella stagione dei grandi caldi, purtròppo in Itália, dove maggiormente sarèbbero richièsti, non si sógnano neppure. Il posto toccátoci («È preso questo posto?Nò signore, non c'è nessuno» ovvero «sì signora, ci sta mio fratèllo, dève tornár súbito») non è, naturalmente, a un finestrino, ma, per fortuna, tale da andare all'indiètro (non in avanti), con le spalle cioè rivòlte alla mácchina («Le pòsso offrire il mio posto, signorina? ci starà mèglio.Tròppo gentile, davvero; se, per lèi, è lo stesso, accètto ringraziando»). Così, se non altro, avremo il vantaggio di non èssere esposti alle corrènti d'ária, e potremo fare a meno di seccare qualcheduno dei nòstri compagni di viaggio, esigèndo (autorizzati a ciò dal regolamento) che si tèngano chiusi i vetri dalla parte del vènto. Facèndo il riscontro del nòstro bagaglio, ci accorgiamo con spiacévole sorpresa, che la cappellièra non c'è. «O dove sarà andata? A casa non è rimasta di cèrto, mi ricòrdo beníssimo di averla avuta in carròzza; il facchino la dève avér lasciata nella sala d'aspètto. Il trèno sta per partire, non c'è più vèrso di farne ricerca. La potrò riavere? Basta non sia piaciuta a qualcheduno...» In ogni mòdo, rammentiámoci che gli oggètti trovati nelle stazioni (o nei trèni) e non reclamati entro sèi giorni sono spediti alla Direzione Generale, che, per due anni, li tiène a disposizione di chi ci potesse avér diritto. Qualche minuto avanti la partènza, gli sportèlli — attènti alle mani e ai vestiti! — son serrati dalla guárdia che viène a chièderci il biglietto. «Favoríscano i biglietti, signori.» - «Questo biglietto non è più buòno, signore.» - «Perché?»«È scaduto fin da ièri; bisogna che ne prènda un altro.»«Con questo biglietto, signora, non può andare col dirètto, le ci vuòle il supplemento.»«Quant'è la differènza»? - «Non glie lo sò dire esattamente; ora le mando il contròllo, è lui che rilascia i supplementi.» - «Il suo biglietto è di seconda, signore; quest'è la prima classe. Bisogna che cambi.»«Ma in seconda non hò trovato posto, mi sono messo qui per disperato.»«Vènga con me, glie lo tròvo io il posto, hanno attaccato un'altra carròzza.»«L'avévano a dire súbito che l'attacávano; ormai, all'último momento, non mi muòvo più, davvero!»«Questa pòi si starà a vedere, sarèbbe bèlla che tutti, col biglietto di seconda, pretendéssero di andare in prima, perché ci stanno più còmodi. Non vuòle scéndere? E io vado a chiamare il signór Capo, che la metterà fuòri senza tanti complimenti.»«Andate pure, ma ricordátevi che siète tenuto a usare mòdi urbani coi viaggiatori!» — — «Signore, favorisca scéndere, il posto in seconda c'è; non mi vorrà mica obbligare a ricórrere a mèzzi estrèmi.»«Va bène, signór capostazione, cèdo alla violènza, ma farò il mio bravo reclamo.»«Faccia come crede, signore, il libro dei reclami è a sua disposizione.» È una sodisfazione per mòdo di dire, il reclamare; si sa bène che, quasi sèmpre, i reclami lásciano il tèmpo che tròvano. Al momento fissato dall'orário tutto essèndo pronto («partènza!! — pronti!!»), il che sarà il caso di una vòlta su dièci, sonata l'última col campanèllo, il capotrèno dà, colla cornetta, al macchinista il segnale della partènza. Il sòlito stridènte e ripetuto físchio della mácchina ci fa rintronare la tèsta. Ècco che il trèno si muòve, e, aumentando gradatamente di velocità, si mette a divorare lo spázio a corsa sfrenata. «Si vola addirittura. Guardate, i pali del telègrafo scappan via in un baleno. Dio, come scuòte questa carròzza! Fa venire il mal di mare. C'è da cozzarsi uno con l'altro. A momenti vièn giù tutta la ròba...» È l'inconveniènte del trovarsi in coda al trèno. Meno male che questo ora rallènta, ci avrà da fare una curva o da passare su un viadotto. Ma cammina sèmpre più adagio è segno che è vicina una fermata. Infatti, il trèno si ferma, ed ècco la stazione. «Dove siamo? Come si chiama questo posto? Ma... È vero che i conduttori i nomi li úrlano, ma chi li capisce, è bravo!» Scendiamo, non fosse altro che per sgranchirci, un pò', le gambe, rimaste intormentite dal lungo tragitto. Non volèndo esporci al ríschio di rimanere in tèrra, domandiamo a una guárdia: «Quanti minuti di fermata (quanto si trattiène il trèno)?»«Non scenda, signore, si riparte súbito. Vuòle dell'acqua, signorina? Dia qua, glie l'émpio io codesta bottiglia. Stia tranquilla, ci darò, prima, una bèlla sciacquata.» (Diffidare in generale dell'acqua potábile delle città italiane di pianura!) — — «Ècco fatto, signorina.»«Grázie tante, tenete per il vòstro incòmodo.» — — «Ehi, per piacere, mi chiamate un pò' il giornaláio?»Giornaláio!! Èccolo servito, signore.» — — «Aprite! Mi dite, dov'è il buffet«Laggiù, in fondo, signore.»Farò in tèmpo?»«Può fare il suo còmodo, ci sono quíndici minuti di fermata.» Quando uno abbandona per tanto tèmpo il pròprio posto, è indicato marcarlo come occupato col lasciarvi della ròba; secondo il regolamento (bène a sapersi!) basta a questo scòpo un oggètto qualunque. «Ècco fatto; o il trèno dov'è? Non è mica partito?»«Nò signore, lo fanno manovrare per métterlo su un altro binário; a minuti tornerà qui.»«Non ritròvo il mio compartimento; hò dato un'occhiata di qua e di là, ma inutilmente.»«Non si ricòrda del número della vettura?»«Nò, purtròppo non hò pensato a stampármelo nella mente.»«Ora l'aiuto io. Dica, con chi èra?»«Con due signore anziane e con un prète bèllo grasso. — Aspètti, non ci vorrà mica tanto a trovarli! Èccoli, signore; sta bène?» Rimontando, troviamo il nòstro posto occupato. «Scusi, signore, codesto posto è mio. Tant'è vero che ci avevo lasciato questo libro.»Ábbia paziènza, è piccino, non l'avevo visto. Vuòl dire che mi cercherò un altro posto.» Non sèmpre in símile caso riceviamo così cortese risposta. Anzi, a vòlte, avèndo da fare con un indivíduo pòco educato, non ci riuscirà indurlo colle buòne ad andársene. Allora, senza tanti discorsi, ricorreremo al capostazione, a cui spètta l'última paròla nelle divergènze che pòssano náscere tra i viaggiatori ovvero tra questi e il personale. Ma è pur sèmpre una scèna disgustosa; e però, a scanso di seccature, si raccomanda marcare in ogni caso il pròprio posto con un oggètto gròsso che dia súbito nell'òcchio, come, per esèmpio, un pastrano o una copèrta. «Ma questa perdinci è una fermata etèrna! Altro che quíndici minuti! Benedetta la precisione... Mi dite, o perché non si parte?»«Perché la línea non è líbera (fuòri delle stazioni è a un binário solo); bisogna aspettare l'arrivo del dirètto che va nella direzione opposta; è in ritardo.»«Per mutare!» - «Caro signore, son còse di questo mondo; ci vuòl paziènza! Non mèrita il conto arrabbiarsi.» Finalmente entra il trèno che ci ha fatto tanto allungare il còllo, e il nòstro si rimette in cammino. Più noiose assai sono le fermate, non previste dall'orário, in apèrta campagna, quelle, cioè causate da un guasto sopravvenuto alla mácchina ovvero alla línea stessa. In questo caso l'Amministrazione fa operare il così detto trasbordo dei viaggiatori, per il quale, fermato il trèno, scéndono tutti e fanno a pièdi il tratto di strada impraticábile, per pòi montare e proseguire su un altro trèno che è lì ad attènderli. Il nòstro luògo di destinazione non sèmpre si tròva tra quelli toccati dalla línea, e allora, se nel trèno non ci fosse la carròzza dirètta o se noi non ci avéssimo trovato posto, a qualche stazione di diramazione siamo costretti a cambiár trèno. Di questa necessità verremo avvertiti da una guárdia che, aprèndo gli sportèlli, griderà, p. es.: «Per Sièna si cámbia!» E noi scenderemo ad aspettare la coincidènza, sèmpre che, per uno dei sòliti ritardi, non l'avremo pèrsa... Volèndoci fermare in qualche posto da un trèno all'altro oppure dalla mattina alla sera, lasceremo il píccolo bagaglio in depòsito («m'insegnate il depòsito?»), prèsso un impiegato che, contro ricevuta, lo custodisce mediante la tassa di un sòldo per ciascún còllo e per ogni ventiquattro ore, col mínimo, però, di dièci centèsimi, pagábili alla riconsegna. Se siamo dirètti all'èstero, ci tocca scéndere al confine, tutti dovèndo prestarsi alla vísita doganale, che, per il gròsso bagaglio, viène fatta in appòsita sala della stazione, mentre quello a mano è visitato alla lèsta nei vagoni stessi. Apèrti i bauli e le valige (ceste, casse ecc.), un doganière ci domanderà: «Ci ha niènte da dázio, signore; ci ha nulla da denunziare, signora?»«Nulla, signore, tutti effètti d'uso; ròba da viaggio, nient'altro.» A scanso d'ogni responsabilità, potremo anche dire: «Non saprèi davvero, guardi pure.» Págano un cèrto diritto i sígari, le sigarette, e il tabacco, quando oltrepássino una modèsta provvista destinata a uso personale (sèi sígari di número!). Sono pure soggètti a dázio i vestiari o capi di vestiário, le trine ecc., se nuòvi nuòvi, come pure le cioccolate, i biscòtti, i liquori ecc. in recipiènti di un cèrto volume non incignati. Terminata la vísita («hò finito, può chiúdere»), fatta dal doganière per gli indivídui non sospètti, in generale, con garbo, delicatezza, e cortesia (egli fruga un pò' di qua e un pò' di là, quasi pro fòrma), il nòstro bagaglio viène da lui contrassegnato col gessetto, e possiamo, dopo riapèrte le sale, andare liberamente a riprèndere il nòstro posto. Guai invece a chi venisse còlto sul tentativo d'introdurre ròba di contrabbando! Italiano, gli toccherèbbe pagare, in attesa del giudízio, una multa fortíssima; stranièro, egli verrèbbe facilmente accompagnato senz'altro in cárcere. - Dopo tante e pòi tante ore (abbiamo fatto il viaggio tutto d'un fiato), ècco che, con nòstra somma sodisfazione — saranno etèrne le nottate! - il tragitto vòlge al suo tèrmine. Il trèno passa strepitando sopra le piattaforme della stazione di arrivo, ed entra sotto la tettóia. Siamo giunti a destinazione («Bèn arrivati! avete fatto un buòn viaggio?» - Òttimo, grázie.»). Tirata giù dalla rete tutta la nòstra ròba, ci affacciamo al finestrino: «Facchino!»«Èccolo, pronto!»«Prendete questa ròba, sono quattro capi.»«Ci ha del bagaglio gròsso, signore?»«Sì, tenete lo scontrino; il vòstro número?»«Diciassètte; prènde una carròzza o va coll'òmnibus di qualche albèrgo?»«Con quello dell'Etrúria (Prèndo una carròzza).»«Va bène, signore, si avvii pure, le porterò ogni còsa all'òmnibus (Vuòl dire che, prima, l'accompagnerò alla carròzza, e pòi anderò a ritirare il suo baule).» «Uscita, signori! Di qua l'uscita!» Lasciamo all'impiegato il nòstro biglietto (se fosse d'andata e di ritorno, badiamo che egli ci rènda la parte non bucata!). Che sèrra sèrra, che pò' pò' di pigío; da far pèrdere il fiato addirittura! È pròprio questo il momento propízio per le gèsta di qualche borsaiòlo. Attènti dunque al pòrtafòglio e apriamo bène gli òcchi; le precauzioni non son mai tròppe, ché quei signori son di mano lèsta. E ora chiamiamo una vettura e aspettiamo il ritorno del facchino. E' ci mette un'eternità; ma non è colpa sua. La distribuzione dei bagagli, cáusa l'insufficènza del personale, è una faccènda lunghíssima, tale da far andár su tutte le fúrie un pòvero viaggiatore rifinito dalla stanchezza. Ècco finalmente il facchino col nòstro baule. «Quanto dovete avere?»«Faccia lèi (A piacere!)!»«Che volete che sáppia io, la tariffa quant'è?»«Sarèbbe mèzza lira, signore; ma spèro, mi vorrà dare anche un pò' di buòna mano.»«Diámine, tenete.» «Avanti, vetturino, andiamo!» Un'altra fermatina alla pòrta per il dázio consumo (paga gabèlla tutto quel che è ròba da mangiare o da bere, purché introdotta in cèrta quantità). Avèndoci riconosciuti per forestièri, ci rispármiano la seccatura della vísita, e ci lascian entrare liberamente in città. Agli stranièri intenzionati di viaggiare nel «Bèl paese» si raccomanda caldamente d'imparare un pò' a parlare l'italiano (così dolce, e così fácile per chi sa di latino o di francese). La loro lingua, fuòrché nei grandi cèntri, in Itália non è compresa che da pochíssimi o da nessuno. Stíano pur cèrti che, a sapersi esprímere in italiano alla pèggio, magari storpiando le paròle e dando un calcio alla sora Grammática (basta farsi intèndere!), godranno al dóppio nel loro viaggio, fuggiranno un monte di ammattimenti, e — argomento forse ancora più persuasivo degli altri — spenderanno la metà del danaro, perché sfruttati assai meno sfacciatamente da chi (tutto il mondo è paese!) campa sull'ignoranza dei forestièri. Sarà pure prudènza per loro munirsi, partèndo, di regolare passapòrto, vidimato dal cònsole italiano del posto o del distretto, il quale documento, oltre a potér tornár loro di grande utilità in casi non prevedíbili, riuscirà loro indispensábile prèsso gli uffici postali allo scòpo di farsi riconóscere, quando essi avéssero da riscuòtere qualche vaglia o da ritirare lèttere raccomandate o assicurate, giunte per loro ferme in pòsta. Il viaggiatore incapace di farsi riconóscere, va incontro a molti e non lièvi inconveniènti, che, se non altro, tròppe vòlte gli faranno pèrdere la paziènza e il buòn umore. Non occorre pòi aggiúngere per lo stranièro, venuto a stare qualche tèmpo in Itália, che, più egli cercherà di conformarsi agli usi del paese (spogliándosi di alcuni dei sòliti e, pare, inevitábili pregiudizi), e mèglio se ne troverà, per tutt'i riguardi. Pei viaggi in mare cèrto meno svariati ma tanto più salubri di quelli per tèrra, ci serviremo qualche vòlta di un bastimento a vela, specialmente per una gita brève; quando invece si tratti di un tragitto piuttòsto lungo, ricorreremo a un vapore, che fila tanti nòdi di più all'ora. I più modèrni e più potènti piròscafi raggiúngono in mèdia una velocità mássima d'una ventina di nòdi (45 km). Per l'imbarco ci recheremo in un pòrto di mare. Staccato il biglietto all'agenzia di una Società di navigazione, e assicurátaci una cabina, la nave non partèndo che il giorno dopo, approfittiamo della bèlla stagione, per visitare gli scali di cárico e di scárico, il cantière coi bastimenti in costruzione («a quando il pròssimo varo?»), il mòlo, dove vediamo tirár l'alzáia, e in último il faro, costruito a fine di servire, la nòtte, col suo fanale a luce intermittènte, di guida ai naviganti in vicinanza della còsta. E ora facciamo in barchetta a rèmi una passeggiata, scansando, per la strada, numerosi gavitèlli e spingèndoci fino al frangiflutti. I nòstri barcaiòli vógano che è un piacere. Quanti bastimenti éntrano nel pòrto e quanti altri ne èscono! È un andirivièni contínuo. Ècco un brigantino, seguito da una goletta, ècco un vaporetto che tira un gozzo a rimòrchio. Le navi ancorate sono, per lo più, mercantili; non manca, però, qualche vascèllo da guèrra. C'è, quindi, un transatlántico tedesco, un vero colòsso, misurante quasi dugèncinquánta mètri di lunghezza e capace di ricévere fino a duemila passeggièri. Esso primeggia non solo per la massa, ma anche per l'eleganza, a riguardo della quale non rèsta ecclissato neppure dall'yacht americano, quanto mai civettuòlo, fáttogli ormeggiare accanto. L'indomani, su un'imbarcazione qualunque, ci facciamo condurre al fianco del nòstro vapore, e saliamo a bordo per mèzzo della scaletta di mezzana. Pòco dopo, tutto essèndo pronto per la partènza, il capitano dà l'órdine di levár le áncore e di salpare. Urla la sirèna, l'acqua, sbattuta violènteménte dalle ali dell'èlica, scròscia e spumeggia, e la nave, scòssasi tutta, parte, mandando gròsse núvole di fumo dalle gole dei suòi fumaiòli e lasciando diètro a sé una lunga scia luminosa, símile ad un nastro d'argènto. Guidata dal pilòta sin fuòri della rada, essa s'avvia con velocità crescènte a prèndere il largo per la sua rotta; divènta sèmpre più piccina agli òcchi dei nòstri amici, rimasti in riva a sventolare i fazzoletti, e, finalmente, fáttasi addirittura un punto nero, va a confóndersi coll'orizzonte. Ècco le parti principali di un piròscafo: la carèna sommèrsa nell'acqua (esso pesca quattro o cinque mètri), alla quale di dentro corrisponde la stiva, destinata a ricévere il cárico e la zavòrra, più o meno grandi secondo il tonnellaggio della nave; la copèrta coi ponti e i castèlli; sul didiètro la poppa colla ruòta del timone e con la bússola; nel mèzzo, o quasi, il locale delle mácchine (che gròssi volani e che stantuffi enormi!), sormontato dal palco del capitano; sul davanti la prua (ossia pròra) col becco, provvista del bomprèsso; gli álberi di trinchetto e di mezzana (assicurati alle sartie), con le antenne ossia pennoni, e le vele, rètte dalle scòtte. L'álbero maestro in cima ci ha la gábbia per la vedetta. Le vele si spiègano, si brácciano (si scorcíscono), si ammaínano a seconda del vènto. La bandièra, issata in poppa, índica la nazionalità della nave, mentre le banderuòle dei pennoni lunghe e biforcate, dette fiamme, sèrvono d'ornamento e per far segnali. L'intèrno dei grandi vapori contiène un bèl salone, dei salòtti da conversazione, da lettura e da fumo, stanzini da bagno, un caffè-ristorante, e moltíssime cabine per dormire, il tutto bène illuminato, di giorno da numerose boccapòrte, di nòtte da tante lampadine elèttriche. In Itália, i battèlli della Società di Navigazione Generale, della «Veloce», e di Flòrio e Rubattino sono i migliori, offrèndo discrete comodità anche per i passeggièri di seconda classe. L'equipaggio si compone del capitano, che dirige tutto l'andamento della nave (impartèndo gli órdini a mèzzo del pòrtavóce), del secondo, che fa le sue veci, del timonière, che guida la nave (facèndola andare a diritto, o piegare a tribordo o a babordo, o virare sotto vènto o sopra vènto), del macchinista, dei fochisti, dei marinai (che dòrmono in cuccette o in amache), dei mozzi, che fanno il tirocínio, e pòi del mèdico dei cuòchi, e dei camerièri di bordo. Quando non tira vènto, il mare è calmo (liscio come uno spècchio, pare un òlio), e l'allegria regna tra i passeggièri, prodotta dall'incanto dell'ambiènte e alimentata dalle árie briose della banda, che suòna per divèrse ore il giorno. Ma ècco che il cièlo si annébbia, e si lèva una brezza, che va rinforzando. Il mare, fáttosi cattivo, comincia ad agitarsi, ingròssa; sórgono, sèmpre più minacciosi, i cavalloni dalla cresta spumeggiante. La nave che, prima, non faceva che dondolarsi dolcemente, ora, percòssa di fianco dai cavalloni, si mette a rullare, o, tagliándoli in due, beccheggia, alzándosi e abbassándosi a vicènda con ímpeto violènto. I passeggièri, sballottati in qua e in là, dúrano sèmpre più fatica a règgersi ritti, pur aggrappándosi al parapètto o a qualche còrda che cápiti loro fra le mani. Gli effètti di tale giuòco d'altalena sulla maggiór parte di essi son disastrosi. Giramenti di tèsta, travaglio di stòmaco, náusee — con quel che segue. Preso dal mal di mare, il pòvero viaggiatore, tutt'intènto a pagare il suo tributo a Nettuno, non gusta più lo spettácolo stupèndo e, nello stesso tèmpo, pauroso che gli si para dinanzi. Egli, dopo brève lòtta, disfatto, traballando scende sotto copèrta, dove, sdraiato su un divano, si sfogherà a imprecare alla sciènza mèdica che ancora non ha saputo trovare uno specífico per quel male davvero noiosíssimo. È bèn fortunato chi non lo patisce, potèndo così, indisturbato, godersi tutte le potènti attrattive di tale traversata col mare in burrasca. Però, questi viaggi non sono nemmeno scevri di veri perícoli, sebbène sui grandi bastimenti síano forse più sicuri dei viaggi per tèrra. Scatenátosi un uragano, quante navi non subíscono gravíssime avarie, quante non rimángono disalberate e si ridúcono carcasse, che, ribèlli al timone, vanno alla deriva in balia dei vènti e divèngono il ludíbrio del mare furioso! Su di esse a vòlte, apèrtasi sotto la línea d'immersione una gròssa falla (impossíbile a stoppare), risuòna lúgubre il comando del capitano: «tutti alle pompe!» Nonostante gli sfòrzi sovrumani dell'equipaggio, la nave, seguitando a fare acqua, lèntaménte si sommèrge (còsa difficilíssima nei modèrni piròscafi provvisti tutti di tante pòrtestágne). Il capitano, vedèndo che la sua nave è destinata ad andare, inghiottita, a picco, più non indugia a dar l'órdine di calare in mare i battèlli di salvataggio (che stanno sopra copèrta sospesi alle gru). Così c'è la speranza che l'equipaggio pòssa scamparla, sèmpre che la tèrra ferma non sia tròppo lontana o che, dopo pòco, i náufraghi, avvistato qualche bastimento e fatti segnali di soccorso, vèngano da quello pietosamente raccòlti. Ma tròppo spesso quei battèlli, in generale, sopraccárichi, colpiti da una ráffica, si capovòlgono o, sbattuti contro qualche scòglio subácqueo, si sfásciano, facèndo morire affogati coloro che non potéssero salvarsi a nuòto. Per facilitare tali salvamenti, nei piròscafi esístono moltíssimi salvagènte, ossia ciambèlle di súghero, atte a fare stare a galla chi se le infila. Più d'un marináio precipitato da un'antenna o travòlto da un colpo di mare («un uòmo in mare!») dève la sua vita a un salvagènte lanciátogli da mano sollécita e sicura. A dispètto di tali non infrequènti sinistri, migliáia e migliáia di viaggiatori s'imbárcano tranquilli anche su vapori piuttòsto píccoli e di modèllo antico, persuasi persuasíssimi che, il giorno fissato dall'orário, dopo un'òttima traversata, giungeranno senz'alcún inconveniènte all'appròdo del pòrto d'arrivo, e, amarrata la nave, sbarcheranno e scenderanno a tèrra sani e salvi. Diávolo, si sa bène che le disgrázie non tóccano che agli altri... Fortuna vuòl èssere! Più pericolosi assai dei viaggi in mare rièscono quelli aèrei, a tal segno che il número delle persone andate in pallón volante, quantunque vada crescèndo d'anno in anno, è sèmpre relativamente esíguo. Epperò, l'ascensione di un pallone líbero è uno spettácolo che, per la sua originalità, attira tuttora moltíssima gènte. Compiuta l'operazione della gonfiatura (col gas idrògeno), al pallone, trattenuto a tèrra a fòrza di braccia, viène attaccata la navicèlla, dove è stato collocato tutto l'occorrènte, tra le altre còse un paracadute, e la zavòrra consistènte in tanti sacchi pièni di rena. Tutto essèndo pronto per la partènza, l'aereonáuta, dà il segnale di lasciare le còrde, ed ècco il pallone si èleva maestoso al cièlo fra gli urrà entusiástici della fòlla accorsa, e prèsto, portato via dal vènto, va a dileguarsi tra le nébbie dell'orizzonte. Auguriamo all'ardito aereonáuta che faccia un buòn viaggio e cómpia felicemente la discesa, spesso irta di perícoli; basta, nel prènder tèrra, che l'áncora non pigli bène. Chi volesse provare, senza ríschio alcuno, almeno parte dell'emozioni d'un aereonáuta, può levarsi questo gusto, facèndo una ascensione in pallón frenato, quale non suòle mancare alle esposizioni aereonáutiche, che oramai vanno diventando sèmpre più frequènti. Cèrto non occorre èsser profèta per predire che il nòstro sècolo sarà quello del volo. Il gran problèma della dirigibilità degli aereòstati sembra ormai virtualmente risòlto. Sono notevolíssimi i progrèssi raggiunti negli últimi anni. Basti rammentare le aeronavi di Santos Dumont, di Lebaudy, di Parseval, e, specialmente, quelle gigantesche di Zeppelin del tipo rígido, che hanno fatto viaggi di lunga durata per tutta la Germánia, solcando l'ária con una velocità di circa cinquanta chilòmetri all'ora e sfidando, vittoriose, i vènti fortíssimi, se non le tempèste. Anche l'Itália possiède un dirigíbile (fusiforme), costruito sul lago di Bracciano dal Gènio militare, il quale, a giudicarne dalle importanti sue últime gite, pare non la cèda per nulla ai suòi fratèlli francesi. E che diremo dello sviluppo addirittura meraviglioso preso recènteménte dagli aeroplani, ossia mácchine più pesanti dell'ária? I voli trionfali eseguiti dal biplano dei Wright e dal monoplano di Blériot (celebèrrimo per la sua traversata della Mánica) hanno sbalordito ed entusiasmato il mondo intero. Ma ancora questi apparecchi ingegnosíssimi, chiamati cèrto a un avvenire glorioso, sono, dal lato della stabilità, tutt'altro che perfètti, e l'aviazione all'ora che corre, non costituisce altro che uno sport, nel quale la vita di chi vi si dèdica è posta a contínuo e gravíssimo cimento. Quanti di questi temerari aviatori, che muòvono intrèpidi alla conquista dell'ária, non muòiono miseramente sfragellati, pionièri e mártiri di un'èra novèlla, realizzatrice del sogno d'ĺcaro! II. Città. Un cèrto número di case riunite in apèrta campagna compóngono un villaggio; moltiplicándosi, col tèmpo, anderanno a formare prima un borgo, pòi una città, la quale, quando súperi d'importanza le altre vicine, potrà diventare il capoluògo di una provincia o, volèndo così la política, perfino la capitale d'un paese intero. La mia città natale, nòta per i suòi bellíssimi dintorni, stando all'último censimento, fa cèntomíla abitanti, non contati i sobborghi che rimángono fuòri della cinta daziária. Essa si suddivide in tanti quartièri, più o meno distanti dal cèntro, i quali si estèndono fino alle pòrte delle mura. Tutti comúnicano fra di loro per mèzzo di strade (larghe, strette, solitárie, quiète, rumorose, molto frequentate), che, a dèstra e a sinistra, ci hanno qualche (strada) travèrsa. Volèndo sapere la strada fatta da qualcheduno, gli domanderemo: «Di dove sèi passato?» oppure «che via hai preso?»«Non sapete la strada? venite, ve l'insegno io» ovvero: «non la sò nemmén io, non son prático di queste parti.» Uno stradone, fiancheggiato da álberi, si chiama viale; non di rado sbocca in una piazza, abbellita da giardinetti púbblici, da una fontana con lo zampillo o senza («òggi non butta»), e da un monumento, erètto in onore di qualche glòria paesana o pátria («ci lèggi qui? come dice l'iscrizione?»). Per di più, ci sòglion èsser tante panchine, un'edícola per la véndita dei giornali, detta anche chiòsco, e, a vòlte, un baracchino di méscita. Il nome della strada («Scusi, come si chiama questa strada? Non è il Corso Vittòrio Emanuèle? E allora dove rimane?») si lègge alle cantonate, inciso in lastre di metallo o di marmo, p. es.: Via Garibaldi, Via Roma, Via de' Tintori, Via XX Settèmbre. Le cantonate sono, in gran parte, copèrte di manifèsti, di cartèlli, o cartelloni per púbblici avvisi e allo scòpo di réclame, in Itália non usando ancora le colonnette che, a tale ufficio, con tanto maggiór pulizia si adòprano in Germánia e altrove. Così, chi vuòle che la facciata della sua casa non vènga in basso sporcata dagli attacchini con l'appiccicatura dei fògli variopinti, bisogna che faccia scrívere sul muro a lèttere cubitali: «È proibita l'affissione!». Le case son numerate in manièra che i númeri pari si tròvino tutti da una parte, e i díspari dall'altra. Ignorando un indirizzo, e non avèndo a chi chièderlo («dove sta il signór N.? sta sèmpre nella medésima strada? non ábita la palazzetta in fondo a quel viale?»), per una grande città, consulteremo l'Indicatore Generale, contenènte — più o meno complètaménte, s'intènde — gli indirizzi degli abitanti («Ci avrèbbe l'Indicatore novíssimo; sò che quella signora ha cambiato casa, ma non mi rammento dove sia tornata.»). Non trovándoci l'indirizzo da noi cercato, per último potremo ricórrere all'Anágrafe, ufficio municipale, il quale, contro una tenuíssima tassa, ci fornirà le indicazioni precise di cui abbiamo bisogno. Le vetture, i carri (carretti, carrettoni), i baròcci (a due ruòte), i velocípedi, insomma tutt'i veícoli, scansándosi, per lo più, a sinistra, pássano nel mèzzo della strada, lastricata ovvero selciata. L'asfalto che dà una superficie pari pari, non usa in Itália, non potèndo resístere a lungo all'azione del caldo intènso. Quando si rifà il lástrico di una strada, questa, spesso con grave molèstia del púbblico, rèsta impedita («da quella strada non si passa, è tutta all'ária»); della qual còsa c'informa un cartèllo con tanto di «É vietato il passo (il tránsito)!» Ai pedoni sono riservati i marciapièdi, costruiti un pò' in rialto a fianco delle case, per salvare i passanti dal perícolo di èssere arrotati, di rimanere sotto qualche legno («attènti! bádino!»), di èsser rovesciati da un cavallo, o di venire schiacciati dai tram e dagli òmnibus. «Che movimento di carròzze in questa strada! Traversiamo! È prèsto detto, ma come si fa? Pòver'a noi, c'è da ammazzarsi! Teniámoci sèmpre dalla dèstra. Ècco, hò inciampato una signora. Scusi, ve', non l'ho fatto appòsta. Che fòlla, madre mia! Mi par di soffocare! Raccomandiámoci alle gómita, per farci largo. Signori, per favore, mi láscino passare; hò fúria!». Lungo i marciapièdi si tròvano le zanèlle, destinate a ricévere le acque di tutta la strada e a scaricarle nelle fogne. Le strade (súdice, fangose) vèngono dalla Nettezza púbblica spazzate, e, quando, nella stagione calda, la pólvere divènta sèmpre più molèsta, annaffiate divèrse vòlte al giorno («sta attènto, ècco una botte; scansiámoci, se nò, ci schizza tutti!»); di nòtte sono illuminate da lampioni a petròlio, a gas sémplice o a incandescènza (accesi e spènti dal lampionáio), o anche da lámpade elèttriche ad arco. «Che bèlla illuminazione in questa piazza, ci si vede come di giorno; invece in quel vícolo dal quale son passato ora, c'èra tanto mai búio che non vedevo dove mettevo i pièdi; tant'è vero che son entrato in una pozzánghera.»). Molte città sono poste su un fiume, le cui rive son congiunte da ponti (a una o più arcate), provvisti tutti di parapètti, onde impedire le disgrázie. Ciò nonostante succède a vòlte che qualche ragazzetto sbarazzino, spenzolátosi tròppo in fuòri, vada di sotto ad affogare, se non ci sia chi lo soccorra in tèmpo e lo ripeschi all'último tuffo. Trattándosi di una grande città o, magari, di una capitale, ci sarà un número straordinário di botteghe, di negòzi, e di magazzini, uno più bèllo dell'altro e con splèndide vetrine artisticamente accomodate. Vi abbonderanno gli edifizi púbblici, tra i quali importantíssimi il Município, la Cámera dei Deputati, il Senato, i ministèri, le chièse cattòliche e protestanti, la Borsa, il mercato, la Pòsta, l'Università, i musèi, le gallerie d'arte, i teatri, gli ospedali, l'orfanotròfio, il tribunale, le prigioni, il palazzo della questura, qualche casèrma militare e quella dei pompièri. Il servízio di púbblica sicurezza in una città è dirètto dal delegato, che ha alla sua dipendènza non pòchi questurini e guárdie (in uniforme o travestite), ed è coadiuvato dall'arme dei carabinièri, che — a cavallo o a pièdi — fórmano un còrpo militare scelto. Le guárdie, in generale, sono assai cortesi e premurose nel dare le informazioni chièste loro da qualche forestièro («scusi, la più corta per andare alla stazione, quale è?»; «mi saprèbbe indicare un tabaccáio?»; «c'è una cassetta postale per qui?»; «dove potrèi trovare un legno?»; «passa di qua l'òmnibus che pòrta al camposanto?»; «a che ora si apre questo musèo?»; «è chiusa questa chièsa; come si fa, per entrare?»). La púbblica sicurezza, che avanti il 70 lasciava tanto a desiderare, ora è, generalmente, bène organizzata, cosicché le tristi gèsta del brigantaggio (sequèstri di persone perpetrati allo scòpo di estòrcere una bèlla somma per il riscatto) sono finite per sèmpre. Òggigiórno in Itália le aggressioni, le rapine, ed i furti non sono più frequènti che altrove. Numerosíssimi invece sono sèmpre i fatti di sangue, chè nella decisione delle liti tra la bassa gènte tròppa parte prènde ancora il famigerato coltèllo. Specialmente da Roma ingiù, quante gióvani vite troncate, tutti gli anni, da quell'iniquo strumento di vendetta! La casèma dei pompièri nelle grandi città è collegata telefònicaménte alle stazioni di minore importanza. Per avvertire i pompièri dello scòppio d'un incèndio («un bruciamento! dove brucia?»), in tanti punti della città si tròvano impiantati i chiamapompièri elèttrici utilíssimi quanto le bocche da incèndio, sparse per le vie e messe in qualche locale púbblico (teatri, musèi, scuòle ecc.). Il male è che, tròppe vòlte, l'allarme per un incèndio («al fuòco, al fuòco!») vièn dato tardi, di mòdo che i pompièri, accorsi a precipízio con le pompe a mano e a vapore, tròvano lo stábile in un mar di fiamme e le scale invase tutte da dènso fumo. Allora penseranno, prima di tutto, a salvare la gènte in perícolo a mèzzo della scala aèrea; oppure se questa non ci fosse, spiegheranno i lenzuòli di salvataggio, dove raccòlgono incòlumi quasi sèmpre le persone che, preclusa ogni altra via di scampo, si búttano dalle finèstre o dai terrazzini. In séguito i pompièri daranno mano all'òpera dell'estinzione, e, domato l'incèndio, ai lavori di sgombro. Spesso i danni, prodotti dal fuòco e dall'acqua, sono notevolíssimi. Che disastro per il proprietário del fabbricato, se, da uòmo pòco previdènte, non ha pensato ad assicurarlo! Chi, dopo avér girato parécchio per una città, visitando quel che mèrita d'èsser visto, sentirà il bisogno di ristorarsi, entrerà o in un caffè o in una birreria o in una trattoria, o, volèndo, anche in un'osteria, dove, però, non bázzica altro che la gènte del pòpolo. Nei caffè — come l'índica il nome — la bevanda che si piglia di preferènza, è il caffè, nero quasi sèmpre, a vòlte mescolato con latte e detto allora cappuccino, ovvero caffè e latte separato; c'è, però, chi si fa portare un thè (con panna ghiaccia e biscòtti), una cioccolata (con la panna montata e qualche pasticcino), un pònce, un vèrmut coll'acqua di Seltz, un bicchierino di liquore, e, nei mesi di gran caldo, molti prèndono una granita (di limone, d'arancio, di caffè) oppure un gelato di crèma (alla vainiglia), di cioccolata, o di frutta. «Camerière, mi ripulite un pò' questo tavolino? Il marmo è frádicio. Giornali tedeschi, ce ne avete? È in lettura il Berliner Tageblatt? allora dátemi della ròba illustrata, le Fliegende Blätter, o la Jugend, se c'è»; «hò da scrívere una lèttera, mi portate tutto l'occorrènte? anche qualche cartolina con vedute della città!» Nelle birrerie, che, da un ventènnio in qua, vanno moltiplicándosi in Itália, si beve, per lo più, birra di Viènna o di Mònaco, servita in bicchièri o in gòtti. Una grande contiène circa mèzzo litro. La birra, quando è ghiaccia e spillata da una botte incignata di fresco, è una bíbita squisita e che lèva la sete. Nelle trattorie invece non si beve che il vino, che còsta pòco ed è, in generale, di òttima qualità. S'intènde che, per gustarlo, i forestièri, avvezzi a' vini francesi più amábili e più passanti, bisognerà che ci fácciano un pò' la bocca. Per il sòlito, si méscola coll'acqua, perché, bevuto puro, facilmente dà alla tèsta e ubriaca. Tra i vini da pasto (sono quasi tutti neri) priméggiano il Barbèra, il Baròlo, il Grignolino, e il Valpolicèlla dell'Itália settentrionale; il Chianti, il Montepulciano, il Pomino, il Rúfina, il Carmignano della Toscana; il vino d'Orvieto, quello dei Castèlli Romani, e il Montefiascone (del Lázio); il Gragnano, il Capri, il Falèrno, e il Lácrima Christi del Mèzzogiórno; questi últimi, bianchi, e, come pure il Marsala, piuttòsto gravi si bévono in fondo al pranzo. Il vino, in molte parti dell'Itália, si consèrva in cèrti recipiènti di vetro panciuti e rivestiti di sala, detti fiaschi. Questi, perché il vino non pigli l'aceto, sono abboccati con un dito d'òlio, che, incignandoli, va levato con un pò' di stoppa. Un fiasco intero tiène due litri o giù di lì; la misura fissa non c'è. Per còmodo del consumatore esístono, almeno nelle fiaschetterie toscane, anche i mèzzi fiaschi, i quarti, e gli ottavini; dove questi non usássero, si paga a peso il vino bevuto. Si mangia a prèzzo fisso («quanto si spènde?»), o, forse più spesso, alla carta, sceglièndo in questo caso i piatti che più corrispóndono al nòstro gusto. Non tutti saranno pronti o da farsi lì per lì («per il risòtto ci vuòl venti minuti, signore»), e così, chi avesse fretta, farà bène a prèndere il piatto del giorno. Entrati in una trattoria e accomodátici a un bèl posticino («a questo tavolino nò, è fissato, ci dève venír qualche assíduo»), ci faremo dare dal camerière («Buòna sera, signore; che còsa prènde? Hanno ordinato, signori?») la lista de' vini e la carta, e, possibilmente, gli ordineremo súbito tutto quel che vogliamo mangiare («portátemi prima una minèstra sul bròdo, pòi una costoletta di vitèllo con pisèlli per contorno, e, per finire, cacio olandese e un pò' d'uva»), per non avere ad aspettare tanto fra un piatto e l'altro («Quanto mi fate allungare il còllo, è mèzz'ora che aspètto!Ábbia paziènza un altro minutino solo, signore; la sèrvo súbito.»). Per lo più, siamo serviti con attenzione e alla svèlta. Caso mai, per eccezione, il servízio lasciasse a desiderare («ma che razza di servízio è questo? guardate questo piatto, è súdicio, questo bicchière è sbocconcellato, manca il cucchiaino per il dolce, e non c'è un solo stecchino da dènti!»), faremo chiamare il padrone e ci risentiremo con lui. Quando abbiamo finito («Camerière, il conto!Pronto, signore!»), paghiamo (il pane non è gratis), lasciando, se siamo rimasti contènti, per ogni lira un sòldo o due di mancia al camerière che ci ha serviti.Vedi anche il capitolo XV. Pasti; a távola. Per dormire, i forestièri vanno in qualche locanda o albèrgo, raccomandato dalla Guida o da amici, dove li avrà portati il respettivo òmnibus, che si tròva alla stazione all'arrivo di tutt'i trèni importanti («Dove siète alloggiati?Siamo scesi alla Croce di Savòia»). Giunti all'albèrgo, domanderemo una cámera all'albergatore o al primo camerière, dicèndo, p. es.: «Ci avrèbbe una cámera con un lètto? La vorrèi sul davanti (sul didiètro), esposta a mèzzogiórno. Se ce ne avesse una non tròppo in alto... Mi hanno detto che è tutto pièno, ma, forse, c'è posto nella succursale.»«Ci abbiamo una cámera al secondo piano; favorisca salire.» Pòi (al camerière che ci ha accompagnati su): «Questa è tròppo piccina, non mi ci rigiro; la nòtte ci si dève soffocare dal caldo. Mai più! Fátemene vedere un'altra più grande e più sfogata. Non ce ne sono altre líbere? Male... Bè', ci vuòl paziènza; per una nòtte, mi adatterò. Il lètto è piuttòsto duro, e pòi non ci ha nemmeno lo zanzarière; c'è da èsser mangiato vivo con questa stagione! Vuòl dire che mi porterete uno zampirone (un fídibus insetticida). Il piumino lo potete levare, non sò che fármene; guardate invece, se pòsso avere un guanciale di crino. Il prèzzo di questa cámera? Cinque lire? Non è pòco, davvero! Ma tutto compreso, èh (Quasi sèmpre il servízio e, d'invèrno, il riscaldamento sono da sé!)? Va bène, fate portár su il bagaglio. Che c'è ancora? Ah, la schèda per il registro dei forestièri. Ècco, tenete, ci hò messo nome, cognome, professione, e pátria; penserete voi a aggiúngere la data e il número della cámera. Òh, all'altra me ne scòrdo... Domani mattina vòglio èsser chiamato alle quattro, ma dite al facchino di picchiár fòrte; hò il sonno duro!» Per risparmiare ai viaggiatori la fatica di fare le scale, negli albèrghi di lusso c'è l'ascensore, che, in un momento, li traspòrta da un piano all'altro. In ogni cámera c'è il suo campanèllo (a còrda o elèttrico), che si suòna una, due, o tre vòlte, secondo che si vuòle il camerière, la dònna, o il facchino. «Ha sonato, signore?Sì, mi portate un caccao con due biscòtti inglesi?»; «Che còsa desídera, signora?Non ci hò acqua per lavarmi, e máncano i fiammíferi.Scusi, porterò súbito ogni còsa.»; «Comandi, signore! — Portate giù tutta questa ròba, e dite al bureau che mi prepárino il conto; fra mèzz'ora parto. - Va bène, signore.» I pasti non c'è l'òbbligo di farli all'albèrgo (facèndoli in cámera, si paga una soprattassa molto fòrte); ma, volèndo, si può mangiare a távola rotonda. («Signore, verrà a table d'hôte?A che ora si pranza? alle sèi? ritenete un posto per me» ovvero: «Nò, hò bèll'e desinato.» Uscèndo per una passeggiata, diremo al portináio: «se qualcheduno venisse a domandare di me, dítegli che alle cinque sarò di ritorno.» La sera, andando a lètto, mettiamo all'uscio le nòstre scarpe, perché síeno ripulite e lustrate, e attacchiamo a un gancio la nòstra ròba, affinché vènga dalla servitù scòssa e spazzolata. L'indomani, ripartèndo, ci faremo fare il conto in tèmpo, per poterlo riscontrare, e, se non tornasse, rimediare all'errore incorso («Questo conto non sta bène; c'è uno sbaglio; guardi, la somma è fatta male; e pòi ci hanno messo una colazione di più.Ha ragione, signore; ábbia tanta paziènza!»). L'albergatore, o chi per esso, dopo riscòsso il danaro, annulla il conto, scrivèndoci il suo bravo «saldato» attravèrso la marca da bollo. Nel caso che intendéssimo trattenerci più a lungo in una città, andremo, per maggiore economia, a cercare di una pensione, la cui rètta, in Itália, vária dalle 35 alle 70 lire la settimana, secondo le pretese di cámera e di vitto. Stando così a dozzina, si fanno tutt'i pasti in comune cogli altri pensionanti (ossia dozzinanti), còsa che allo stranièro, quando si tròvi fra Italiani, òffre òttima occasione, per impratichirsi nella lingua del paese. Usa pagare la rètta settimana per settimana. Saltando, per una circostanza qualunque, una colazione o un desinare, non si ha, salvo accòrdi speciali, diritto a nessún rimborso. Ricordiámoci anche di non lasciár passare il tèmpo útile per disdire la nòstra cámera. Chi volesse avere la sua libertà (a tanti le legature rièscono antipátiche), farà bène a pigliare in affitto una cámera ammobiliata, che durerà pòca fatica a trovare, esaminando a uno a uno gli appigiónasi attaccati sopra o accanto ai portoni delle case. In generale, non si può fissare per meno di un mese. La pigione quando si paga anticipata, e quando posticipata; è una còsa da convenirsi e da méttersi insième con le altre sul contratto di locazione, al quale non rinunzieremo in nessuna manièra, tròppo fácili essèndo i malintesi negli accòrdi presi a voce. In tutte le città di una cèrta importanza, per agevolare le comunicazioni, si tròva impiantato un servízio regolare di tranvai (a cavalli oppure elèttrici), che círcolano nell'intèrno e condúcono alle pòrte o ai dintorni. In Itália i tram, all'opposto di quel che usa in Germánia, non hanno che pòche fermate fisse, cosicché, volèndo montare o scéndere, bisogna far cenno al fattorino, il quale, col fischietto o col campanèllo, avvisa il conduttore di fermare. In ogni vettura ci sono dei posti nell'intèrno, e, per chi preferisce star ritto, anche sulle due piattaforme («signorina, posti da sedere non ci sono più, se vuòle star in pièdi...»). Nell'intèrno dei tranvai chiusi è proibito fumare. Non esístono in Itália le bèlle carròzze coll'imperiale, che úsano altrove, così còmode e prátiche specialmente per i forestièri desiderosi di vedere, girando, più che sia possíbile. Appena ci siamo seduti, pregando, se occorre, la gènte di ristríngersi un pò' («Scusi, signore, mi farèbbe un pò' di posto?Vènga, vènga!»), il conduttore viène a domandarci: «Lèi, signore, dove va?All'accadèmia delle bèlle arti; fátemi il piacere di avvertirmi, quando dèvo scéndere», e ci rilascia un bigliettino, che conserveremo, per poterlo presentare a ogni richièsta del contròllo. Il prèzzo della corsa vária da dièci a trenta centèsimi («Quanto è?Tre sòldi, signora»). Quando tutt'i posti son presi, il fattorino, alla piattaforma posteriore del tram, mette fuòri una lastra metállica con l'iscrizione «Complèto», il che fa còmodo a chi, altrimenti, gli sarèbbe corso diètro inutilmente. Gli òmnibus, quasi sèmpre a due cavalli, differíscono in questo dai tram, che non scórrono sopra rotáie, e non hanno piattaforma anteriore. I legni (le vetture, le carròzze) destinati al púbblico sono tutti, o quasi, a un cavallo solo; sono copèrti e scopèrti, e, per lo più, c'è posto per tre persone. Si tròvano fermi nei viali e nelle piazze. Volèndo sapere, se una carròzza, che ci viène incontro per la strada, è líbera o nò, domandiamo al vetturino: «Siète impegnato?». Avútane risposta negativa («nò signore, dove lo dèvo accompagnare?»), montiamo; essèndo in cinque, tre di noi, o bène o male, si metteranno in fondo (nei primi posti), uno sul sederino, e uno bisognerà che stia a cassetta. Se minacciasse di piòvere, per non bagnarci, faremo tirare su il mántice, che faremo ributtare giù, appena il sole rifarà capolino. «E ora avanti, ma non mi frustate tanto il cavallo, cèrte còse non le pòsso vedere.» — — «Fermate, il número settanta è bèll'e passato.Ora torno addiètro súbito, signori, avevo capito male.» La tariffa, redatta in italiano e in francese, che il vetturino è obbligato a far vedere diètro domanda, e che, quasi sèmpre, si tròva rimpiattata sotto un cuscino dei sedili, vária secondo i regolamenti municipali da città a città, ma il prèzzo d'una corsa non interrotta, purché non si èsca dalle pòrte, di giorno, non súpera mai una lira. Prendèndo la vettura all'ora («facciamo a ore; che ora avete?»), si paga — nòta bène! — in ogni mòdo un'ora intera, pòi si conteggia a quarti d'ora. Caso mai, per il prèzzo, non ci trovássimo d'accòrdo col vetturino, ce ne rimetteremo a una guárdia («Quanto dovete avere? Quattro lire? o che dite mai, vi dèvo dare tre lire, neanche un centèsimo di più.Ma lèi sbaglia, signore, non le chièdo mica più del giusto.Questo lo vedremo súbito, vado a sentire quella guárdia.Vada pure.»); se una guárdia non ci fosse, imporremo al vetturino, senza stare a bisticciare, di condurci alla sezione di questura più vicina. Quasi sèmpre, strada facèndo, il vetturino, vedèndoci duri, verrà a più miti consigli. Purtròppo in Itália ancora non è venuto l'uso dei contatori automátici, che altrove hanno messo fine a tutte le controvèrsie incresciose, tanto fácili a náscere, per via del prèzzo, tra i vetturini sfacciati e il forestière diffidènte perché ammalizzito. Quanti arrabbiamenti di meno! Le vetture di piazza in generale non si pòsson davvero dire eleganti, ma in qualche città (come Firènze), ne esiste un cèrto número che sono addirittura civettuòle e hanno perfino le gomme alle ruòte. I cavalli, sebbène per la maggiór parte piuttòsto sparuti, tròttan discretamente, guidati dai vetturini con grande abilità, mentre fra i loro collèghi tedeschi tròppi sono sèmpre quelli che, mèzzi addormentati, arruòtano vetture e persone, e, a svoltare, non rispármiano nemmeno uno dei paracarri delle cantonate. In qualche gran cèntro, da pòco tèmpo in qua, si va introducèndo l'uso degli automòbili púbblici (elèttrici o a benzina), nei quali, còmodi, quasi silenziosi, e velocíssimi, ci si va che è un desio. C'è un guáio solo, ma gròsso: son cari! Eppòi le «panne» a cui vanno soggètte anche le carròzze mèglio costruite e guidate dai chauffeurs più espèrti... Il più líbero e il più popolare fra gli attuali mèzzi di locomozione è, senza dúbbio, il velocípede. Il triciclo è adibito più che altro al traspòrto di mèrci; qualche vòlta, però, lo móntano signori anziani, che hanno paura delle cadute. La mácchina maggiormente adoperata è la bicicletta (da uòmo, da dònna; da viaggio, da corsa; tandem, quella da due persone), che, avèndo due ruòte pòco alte, unisce la praticità alla sicurezza. Se è munita d'un motore, si chiama motocicletta. Di biciclette ormai le strade formícolano, migliáia d'indivídui gióvani e vècchi dei due sèssi e di tutte le classi sociali sceglièndo questo mèzzo di traspòrto còmodo, sollécito, ed econòmico, il quale, per di più, fa tanto bène alla salute di chi è costretto a fare una vita sedentária. Nell'último ventènnio la bicicletta è andata d'anno in anno perfezionándosi, e ora si può dire, che è arrivata a èssere un mirácolo di stabilità, di leggerezza, e di velocità. Le sue parti principali sono il teláio, formato da canne d'acciáio vuòte, con davanti il manúbrio, munito di freno, e, di diètro, il sellino; le due ruòte, intorno alle quali sono applicati i pneumátici, cioè i fascioni di gomma, contenènti ciascuno una cámera d'ária; e, finalmente, il congegno motore con la catena ed i pedali. Fra gli accessòri notiamo la borsa (con dentro qualche utensile come la chiave inglese, l'oliatore, un cacciavite); una pompa ad ária, un píccolo lume a òlio o a gas acetilène, e un campanèllo o una cornetta d'avviso. Che ci vuòle a imparare a andare in bicicletta? Bástano i consigli di qualche amico ciclista o del biciclettáio (dal quale piglieremo a nòlo una mácchina usata) e pòche settimane di prática, che c'insegneranno a montare e a scéndere, a mantenerci in equilíbrio, e a dirígere bène la nòstra mácchina, scansando le carròzze e le persone. Novizi, cascheremo più d'una vòlta, ma, con un pò' di giudízio, sarà diffícile che ci facciamo male sul sèrio, uscèndone invece sèmpre con qualche sbucciatura o gráffio da nulla. Le passeggiate in bicicletta (non lasciamo a casa la nòstra tèssera!) ci procúrano un godimento straordinário, basta che, strada facèndo, non sopravvènga qualche guasto alla nòstra mácchina. Che seccatura, quando una delle cámere d'ária, bucata da una bulletta o da un pèzzo di vetro, improvvisamente comincia a pèrdere, per pòi sgonfiarsi addirittura! A nulla allora válgono i brontolamenti, bisogna scéndere, e, se non conosciamo l'arte delle tòppe da applicarsi sul punto danneggiato, ci tocca pigliare in mano la bicicletta, e, con la coda fra le gambe, spíngerla paziènteménte, passo passo, fino al paese più vicino... IV. Compre e véndite. Ècco ora alcune delle frasi più usate fra compratori e venditori: Compratore. Venditore. 1. Entrando in una bottega. Buòn giorno; buòna sera. Buòn giorno, signore (signora, (Mentre, in Germánia, signorina), che i signori nelle botteghe, còsa desídera? o Comanda? per lo più, si lèvano il o In che pòsso cappèllo, in Itália è l'uso servirla? di tenerlo in capo.) 2. Il compratore chiède quel che gli occorre. Mi fa vedér delle fotografie Èccogliene una buòna collezione; con vedute della può scégliere a città o qualche album? suo gusto, si véndono anche separate. Mi favorisce un ombrèllo Lo vuòle ricopèrto di seta da acqua? o di mèzza seta? Eppòi volevo una mazza, Come la desídera? col mánico andante, da spènder ovvero col pomo? pòco. Ci avrèbbe una guida inglese Èccola servita; quest'è dell'Alta Itália? quella più richièsta. Mi occorre una penna Guardi, se le fa questa; il stilográfica. pennino è d'òro buòno. Mi hanno detto, che da L'hanno indirizzato bène; lèi avrèi trovato un hò pròprio ciò che lèi tagliacarte d'avòrio, rilegato desídera. Guardi, è una in argènto. bellezza! Ci avrèbbe da darmi un Non ne tèngo, signore. bocchino d'ambra? Dove lo potrèi trovare? Pròvi un pò' di faccia. Mi dà un pánama? Mi dispiace, li hò terminati. Scusi, il calamáio di mosáico Quello più grande è da esposto in vetrina a venti lire; quello più dèstra si può sapere, píccolo glie lo pòsso quanto còsta? dare per dódici. Questo libro lo comprai ièri Faccia un pò' vedere, signore. da lèi, senz'accòrgermi Già, ha ragione. che, nell'última página, Ora glie lo cámbio súbito. c'è una brutta mácchia. Ècco qua un'altra Avrèbbe la compiacènza còpia pulitíssima; e ábbia di cambiármelo? paziènza! Si figuri! Son còse che Di nulla! La riverisco. succèdono; grázie. 3. L' artícolo non piace al compratore. Per dir la verità, mi piace Ora le pòrto súbito quel pòco; non ci avrèbbe che c'è di più fine in nulla di mèglio? questo gènere. Questo cappèllo non è di Creda, signora mia, codesto mio gusto. Mi ci vorrèbbe modèllo è di última mòda, qualcòsa di più venuto fresco fresco elegante, di più da Parigi. chic. Questi guanti mi sémbrano Faccia pure... Hò bèll'e tròppo larghi; me li visto, le ci vuòle un pòsso provare? número sotto. I bottoni son pòco fòrti, Se vuòle, glie li pòsso hò paura che verranno rinforzare, sarà l'affare di via súbito. un minuto. Mi pare che questa stòffa Anzi, signorina, l'assicuro mi stia pòco a viso. che le dona moltíssimo. Questa valigia mi ha tutta Mi rincresce; l'última l'hò l'ária d'èsser pòco stábile. venduta stamani. Se Ce n'ha di quelle vuòle, glie ne pòsso ordinare più sòlide? una. Grázie, ne hò bisogno Allora mi dispiace di non súbito. poterla servire. Non tròvo il gènere che Ma che le pare, signore! desideravo. Scusi l'incòmodo. Vuòl dire che sarà per un'altra vòlta. 4. Del prèzzo Quanto còsta? Tre lire e mèzzo, Signore. Quanto lo fate, Non glie lo pòsso dare a quest'artícolo? meno di dièci lire. Quanto vuòle di questa La vendo a 75 centèsimi. ròba? Il prèzzo di questo qui? Glie lo lascierò per dièci sòldi. Quant'è il mio dare? Ora le fò la noticina... Sono diciassètte lire e venticinque centèsimi. Quanto spèndo in tutto? Lèi spènde trédici lire precise. 5. Il compratore e il venditore non si tròvan d'accòrdo per il prèzzo. Non vòglio spènder tanto. Quanto ci metterèbbe? Se sarà possíbile contentarla... È caro, le darò òtto lire. Mi dispiace, signore, sono prèzzi fissi. Còsta tròppo! Come tròppo?! Che dirà mai? Per la qualità, è pochíssimo. O se prima ne chiedévano Che vuòle, signora mia; dièci sòldi! in òggi tutt'è rincarato. Tre lire e mèzzo il mètro? Non pòsso, davvero! Guardi, Mai più! Faremo due farò tre lire e venticinque, e mèzzo. perché è lèi. Ma che, le dò tre lire, Non dirèi; anzi, faccio un nemmeno un centèsimo magro affare, ma non di più, e credo di averla vòglio disgustare un antico pagata anche bène. cliènte come lèi! È un prèzzo esagerato! Tutt'altro! Ci avrèi di rimòrso a chièderle un sòldo più del giusto. Dica súbito il ristretto; non Ècco, l'último prèzzo sono mi piace stare a tirare. quattórdici lire; non ci guadagno neppure un centèsimo. Già... Tutti i negozianti Impossíbile! Non l'hò mai dícono la stessa còsa; venduto a meno di quattórdici se non me lo dà a dièci, lire; creda, ci rimetterèi non se ne fa di nulla. un tanto. Allora dividiamo la Ebbène, sia; farò pròprio differènza. un'eccezione per lèi. Cinque lire di questo Ma lèi mi offènde, signore. mazzo di fiori? Che mi fa Non sono uso davvero cèlia? O per chi mi a cambiare i mièi prèzzi piglia? È vero che son secondo il compratore. forestièro, ma non son Vada da un altro, e mica un minchione! vedrà, che nessuno le farà spènder meno. 6. Il compratore prènde l'artícolo. Ebbène, lo prèndo. Vuòle che glie l'incarti? Piglierò questo e quello lì. Glie li dèvo mandare a casa? Grázie, non impòrta; è un Come vuòle, signora. Ovvero: fagottino piccino, e stò Stia tranquilla, signora, per qui. Ovvero: Mi fra mèzz'ora lèi farèbbe piacere; Via avrà la sua ròba in casa; Nazionale, 6. Ma ne hò glie la mando súbito per bisogno per stasera. il galoppino. Mi sono deciso per questo Va beníssimo, le occorre capo. altro? Niènte, per il momento. Quando avrà bisogno... Mi potrèbbe spedire tutta Sicuro, signorina; basta che questa ròba frágile in mi dica a chi e dove Germánia? la dèvo spedire. Guardi, l'indirizzo è Si lègge beníssimo. Faremo questo. Glie l'hò scritto dunque un pacco bèllo chiaro; così postale; parte òggi stesso, capirà mèglio. la spesa è di I lira e 75 centèsimi. E se passasse il peso? Allora lo spediremo per la fèrrovía a grande velocità. Mi raccomando che Non dúbiti, non si m'imbállino tutto a mòdo! romperà nulla. 7. Il compratore paga. Pago súbito? Faccia questo favore, ché, qui non si dà la ròba che a pronti contanti. Se è contènto, vorrèi Volentièri, signore. Può aprire con lèi un conto. pagare a còmodo. Segnerò, vòlta per vòlta, quel che piglierà, e ogni tre mesi le manderò il suo conticino. Ècco il suo avere. La ringrázio, signore. Ci avrèbbe da cambiarmi Ora guardo... Sì, la pòsso cènto lire? Non ci hò accomodare. Èccole il spíccioli. suo rèsto, signore. Tènga un fòglio da Mi dispiace, signora, non cinquanta. ci hò da farle il rèsto. E allora come si fa? Se vuòle, pòsso mandare il garzone a cambiare. Che non fanno lo sconto Signora mia, lo sconto è a chi paga súbito? già conteggiato nel prèzzo modicíssimo. Buòn giorno (buòna sera). A rivederla. VI. Vísite. Le vísite in Itália, si fanno generalmente da Novèmbre a Maggio, perché, negli altri mesi, per via del caldo, c'è pòca o punta vita di società. Contrariamente all'uso tedesco, la Doménica non è punto indicata, per fare le vísite. Quasi tutte le signore hanno il loro giorno fisso, del quale sarà bène informarsi, essèndo fácile passár da maleducati a non rispettarlo. Le ore di ricevimento váriano secondo il gusto di ciascuna signora, ma sono prescelte quelle dalle tre alle cinque pomeridiane. In quanto all'ábito, trattándosi di vísita di cerimònia a persona di riguardo, per l'uòmo il soprábito e il cappèllo a cilindro, almeno nelle grandi città, son di rigore. Conversando, si mancherèbbe a non dare a chi appartiène il respettivo títolo di Altezza. Eccellènza, Marchese, Conte ecc.Cavalière come pure Commendatore sono titoli inerènti ad un'onorificènza, conferita dal Re. Dei cavalièri, in Itália, ce n'è un visibílio, e però se ne fa pochissimo caso; il titolo di Commendatore invece, per èsser molto meno frequènte, è desiderato e ricercato dalla gènte ambiziosa. Ai deputati si dà dell'Onorévole, e sèmpre diciamo sig. Professore, sig. Avvocato, sig. Pretore, sig. DottoreQuesto títolo comunemente non si dà altro che ai mèdici., sig. Ingegnère, sig. Capitano ecc., quando non siamo con loro in istretta relazione. Nell'intimità invece, si lascia la paròla «signore», dicèndo, p. es.: «Buòna sera, dottore; vènga qua, professore: sènta, avvocato.» Va pòi notato, che le dònne, in Itália, non pòrtano il títolo del marito, salvo, però, quello di nobiltà (dunque «signora baronessa, signora duchessa ecc.»). Avèndo da rivòlger la paròla a più persone dell'uno e dell'altro sèsso, diremo: «Signore e Signori.» Agli amici, discorrèndo, daremo quasi sèmpre del tu, riserbando il lèi alle persone di riguardo e il voi alla servitù ed alla bassa gènte. Per far vísita a una data persona, andiamo nella strada e al número dove essa sta di casa, e avuta dalla portináia («Chi vuòle, signore?»«La signora Orsini.»«Al tèrzo, a dèstra, signore») l'indicazione del piano — in Itália pòchi méttono all'uscio una lastra col nome —, soniamo il campanèllo. Alla dònna di servízio o al servitore che ci verrà ad aprire («hanno sonato, andate a vedere, chi è»), domanderemo: «Riceve la signora N.?» o «Ci sarèbbe la signora?» o «È in casa la vòstra padrona?» o ancora: «Avrèi da parlare col padrone; dítegli che è per un affare urgènte, e che lo tratterrò un minuto solo.» Ci risponderanno, p. es.: «La signora non è in casa; è uscita, saranno dièci minuti; ritornerà fra un'oretta; le dèvo fare qualche imbasciata?; la signora non riceve, è incomodata; il signore non c'è, è in viaggio, starà fuòri tutt'il mese; il padrone è occupatíssimo, e la prèga di ripassare domani alla stessa ora»; ovvero affermativamente: «Sì signore, c'è, riceve; passi pure. Chi dèvo annunziare? Se mi volesse ripètere il suo nome... Mi favorisce il suo biglietto?» - «Tenete, portate alla vòstra padrona anche questa lèttera di presentazione.» - «Vado súbito a avvertire i padroni; si accòmodi intanto un momento in questo salòtto.» Nel caso che non conosciamo il sig. N., quando entra dopo pòchi minuti, gli domanderemo, inchinándoci: «Hò l'onore di parlare col sig. N.?» E lui risponderà: «Sì signore, per servirla; stia còmodo; scusi se l'hò fatta aspettare, ci avevo gènte.» - «Ma le pare, signore.» E súbito dopo: «A che dèbbo il piacere della sua vísita?» oppure: «In che pòsso servirla?» E noi: «Non vorrèi abusare della sua cortesia; ècco dunque in due paròle di che si tratta». E gli spiegheremo la ragione della nòstra vísita, ossia ciò che ci ha spinto a portarci da lui. Raggiunto il nòstro scòpo, ci alzeremo dicèndo: «E con questo le lèvo l'incòmodo; la ringrázio tanto della sua garbatezza (dell'accogliènza gentile), e la prègo di scusarmi del disturbo.»«S'immágini! Hò piacere di averla potuto servire. Quando le occorrerà...» Essèndo andati a vedere un amico, di sull'uscio gli domanderemo: «È permesso, dò nòia?» o «Non ti disturbo mica? Sta' còmodo, se ci hai da fare, me ne ritorno via súbito!» E lui: «Anzi, tutto al contrário! Figúrati, son pròprio contènto di vederti (sèi gentile tanto di venire, mi fai un vero regalo!). È un sècolo che non ti vedo! Ti rèndi prezioso, caro mio. Qua, prèndi questa sèggiola (méttiti a sedere).» - «Scusa, se hò tardato parécchio a rènderti l'última tua vísita. Che vuòi, hò tanto di quel daffare per le mani, che, difficilmente, tròvo un'ora di libertà. Così hò mancato anche con te.»«Ma ti prègo, o che, tra amici, si fanno di questi complimenti?! Ti compatisco e ti scuso di cuòre». Pòi domanderà della nòstra salute e di quella dei nòstri: «Che fai, stai bène? A casa tua tutti bène?» E noi: «Grázie, benone (non c'è male), e tu, come stai? Tua moglie s'è rimessa?» Dopo, passeremo a far due chiácchiere («che c'è di nuòvo?» oppure: «che notízie mi pòrti?» Introducèndo qualcuno prèsso un nòstro amico, lo presenteremo súbito, dicèndo: «Mi permetti di presentarti un mio compagno di studi, il sig. B.? Desídera tanto di fare la tua conoscènza.» E l'amico garbatamente, per lo più, gli stringerà la mano con un «Tanto piacere (oppure: Fortunato) di conóscerla, signore!» Se, durante la conversazione («di che discórrono, se è lécito?»), non abbiamo capito bène quel che ci hanno detto, domanderemo: «Scusi, signora, non hò capito; le dispiacerèbbe di ripètere?» oppure «Come diceva?» Nel linguaggio familiare possiamo dire anche «Come?» e magari «Còsa?», il quale último mòdo, però, è tutt'altro che fine. Un forestièro che duri fatica a comprèndere, farà bène a pregare chi convèrsa con lui, di parlare meno lèsto e, possibilmente, più scolpito: «La capisco molto mèglio, quando discorre adagio e spicca un pò' le paròle. Che vuòle, son pòchi mesi che stúdio l'italiano.» - «Ha ragione, scusi, m'èro scordato che lèi è forestièro; a sentirla discórrere, non si dirèbbe neppure...» (In Itália, i complimenti còstano anche meno che altrove; adagio, però, a insuperbirti, amico studioso!). Chi prática molta gènte, avrà da fare lungo l'anno parécchie vísite, di cui più e divèrsi pòssono èssere i motivi. Sono frequentíssime quelle di congratulazione, per le quali si useranno secondo i casi le fòrmule seguènti: «Buòn giorno, mio caro, e mille sincèri auguri di felicità, per il tuo natalízio. Cènto giorni come questo!» ovvero: «Mi rallegro tanto di cuòre per il tuo fidanzamento. Tu hai fatto un'òttima scelta. Pòssa tu èsser veramente felice! A quando le nòzze? (Quando si mangeranno questi confètti?)» ovvero: «Divido con voi la giòia e la felicità che vi ha portato la vòstra creaturina. Che Iddio ve la faccia créscere buòna, sana, e fòrte!» ovvero: «Non puòi crédere quanto io gòda nel vederti così perfèttaménte rimessa. Hò soffèrto tanto, sapèndoti malata. Come ti èri ridotta! Meno male che ora e affár finito» ovvero: «Caro signore, mi congrátulo con lèi per la sua nòmina a Commendatore. Onore al mèrito!» ovvero: «Magnífico il suo discorso, dènso di concètti e forbitíssimo! Gradisca le mie più vive congratulazioni!» Nelle vísite di condoglianza, si adopreranno, su per giù, mòdi come questi: «Sincère condoglianze; riceva le mie più vive condoglianze; mi dispiace tanto della disgrázia che vi ha colpiti; non hò paròle, per confortarvi; inútile ch'io ti dica tutta la parte che prèndo al tuo dolore; io lo sènto pròprio come se fosse mio; poveretto, quanto dèvi soffrire!; guarda di farti coraggio più che puòi; pènsa a chi ti vuòl bène e ha bisogno di te.» E via discorrèndo, ché il cuòre e il tatto soli pòssono suggerire i tèrmini adattati alle persone e alle circostanze particolari. Ringraziando, diremo, secondo i casi: «Grázie; grázie davvero; grázie tante, mille, infinite; ti son grato; la ringrázio (tanto); la ringrázio infinitamente; gradisca i mièi più vivi ringraziamenti; ma lèi mi confonde, non mèrito tanto io; la sua bontà mi commuòve, non hò paròle per esprímerle tutta la mia gratitúdine.» Le persone educate, schermèndosi, risponderanno cortesemente: «Di nulla (niènte); di che?; prègo prègo; ma che le pare?; lèi non ha da ringraziare, hò fatto semplicemente il mio dovere.» Se avéssimo da scusarci, diremo: «Abbi paziènza (non te ne avere a male); scusate; mi scusi; chièdo scusa; domando perdono; sono dispiacentíssimo; mi rincresce pròprio!» «Ma di che?; ma la prègo; non c'è mal di nulla!» Quando ci troviamo costretti a chièdere un piacere, più saremo brèvi, e mèglio sarà. «Ti prègo scusarmi, se vèngo a darti una seccatura, ma non ne pòsso fare a meno. Ècco qua il favore che mi occorrerèbbe da te: ..... Ti sarò veramente grato di quel che vorrai fare per me.» E lui: «Non dubitare, conta su di me; farò di tutto, per contentarti» ovvero: «Figúrati, se ti contenterèi volentièri, ma non sò, se mi sarà possíbile; insomma, non te lo pòsso prométtere, ma, in ogni mòdo, sta' pur cèrto, che farò del mio mèglio.» E noi: «Grázie della tua gentilezza. Spèro che mi darai prèsto l'occasione di contraccambiarti; in qualunque còsa ti potrò èssere útile...» Prendèndo congèdo, possiamo fare uso di una di queste fòrmule, le prime familiaríssime, le últime piuttòsto cerimoniose: «Addio; addio a prèsto (a domani, a pòi ecc.); a rivederci a stasera; a rivederla, stia bène; la saluto; la riverisco; i mièi rispètti, signora ecc.», e inchinándoci ancora: «Nuòvaménte...» Quando avéssimo fatto una nuòva relazione, diremo: «Signore, hò avuto tanto piacere (hò avuto caro) di fare la sua conoscènza», ricevèndo per risposta un cortese: «Il piacere è stato mio, signore.» Lasciando un amico (che cercherà di trattenerci: «O sta' un altro pò'; che fúria hai d'andár via? Ah ti aspèttano? Quand'è così, non insisto, ma prométtimi almeno di tornár prèsto.» - «Più prèsto che potrò, non dubitare!), spesse vòlte l'incaricheremo di saluti: «Salútami tuo fratèllo; ramméntami ai tuòi; tante còse a tua moglie; la prègo dei mièi rispètti alla sua mamma; i mièi ossèqui (complimenti) alla sua signora!» E lui: «Grázie, caro, non mancherò»; oppure: «presenterò; o ancora: sarà servita, signorina!» VIII. Stagioni e tèmpo.Cioè condizioni ammosfèriche. Frasi riguardanti il tèmpo. Che tèmpo fa? Come è il tèmpo? a) Fa bèllo (fa bèl tempo); è tèmpo buòno; il tèmpo è bellíssimo, splèndido, magnífico, stupèndo; che bellezza di giornata!; una giornata di paradiso! b) È tempuccio; è tèmpo cattivo; è tempaccio; il tèmpo è pèssimo, orrèndo, scellerato; fa un tèmpo indiavolato; è una giornata da cani! c) C'è il sole, un bèl solicino, un sole da spaccár le piètre; è sereno; il cièlo è limpidíssimo, non c'è una núvola; il cièlo è copèrto (nebbioso); c'è la nébbia, una nébbia che s'affetta; la nébbia si dirada, si dilegua; il tèmpo è brusco, pesante, afoso, non si respira; c'è una grand'afa. d) Fa caldo, fa un gran caldo, è un caldo soffocante; si cuòce, si scòppia (si schianta), si muòre dal caldo; si suda, si va in sudore; son sudato mezzo, sono in un mar di sudore; che bèl frescolino!; è un fresco delizioso; la temperatura è mite (dolce); comincia a far piuttòsto fresco; l'ária si fa rígida; fa (un gran) freddo, un freddo pungènte, indiavolato, un freddo da lupi, un freddo che fa cascár la coda ai cani; gèla; i vetri son ghiacciati tutti, e ai tetti che bèi ghiacciòli!; stamani è meno freddo; a mèzzogiórno ci avremo il disgèlo; dimòia; che pantano! e) Il tèmpo è secco, costante, variábile, non règge, cámbia (è cambiato), è bèll'e guasto, si butta al cattivo, si rannúvola, si rabbrusca; si rischiara (si rasserena), fa un pò' d'òcchio, il sole rifà capolino, il tèmpo si rimette, si mette al bèllo; il tèmpo ha ròba, è a piòggia (a momenti avremo l'acqua), è a neve, a burrasca; vuòl piòvere, grandinare, nevicare, far burrasca; tèmpo úmido. f) Sprízzola, piovíscola, piòve, (fòrte, a dirotto), vièn giù l'acqua a catinèlle (come Dio la manda), dilúvia; è venuto una bussata, un'acquata, un rovèscio, un acquazzone (ci ha presi l'acqua; non c'èra da ripararsi, ci siamo bagnati tutti); non piòve più, è spiovuto; è venuta la brina; névica (fitto fitto, a larghe falde); che nevicata!; guarda i fiòcchi mulinati dal vènto!; ha smesso di nevicare; la neve alza, si strugge (dimòia); grándina; che pò' pò' di scòssa!; vèngon giù chicchi di grándine che sembran noci (pòvera campagna desolata, che strage!); viène su, scòppia un temporale (una gròssa burrasca), tuòna, lampeggia (balena); che pò' pò' di fúlmine!; dève èsser cascato per qui; è venuta una scárica di fúlmini da far paura, pareva il finimondo; è bèll'e passata la burrasca; lampeggia a secco; son lampi di caldo; ha dato il terremòto; è stata una scòssa fortíssima; avete sentito la romba?; ha fatto danni, qualche vècchia casa crollata, ma niènte disgrázie di persone; non ci sono víttime. g) Le strade sono asciutte, polverose (s'affonda nella pólvere); sono frádice, bagnate (quante pozzánghere!); sono fangose, c'è una gran mòta per la strada, una poltiglia che ci si va a mèzza gamba! Le strade son allagate, perché è straripato il fiume. Le vie sono ghiacciate, ci si sdrúcciola come sul sapone (attènti a cascare!). h) L'ária è calma, non álita vènto; si lèva vènto, fa vènto, il vènto rinfòrza, tira un gran vènto, un vènto che pòrta via; sollèva la pólvere che bisogna vedere; impervèrsa una bufèra; il vènto si calma, è cessato, è cambiato. Che vènto è? È vènto di mare, è vènto d'entro tèrra, vièn da ponènte, è a levante; è vènto di mèzzogiórno (S.); tira tramontana (N.), grecale (N.O.), maestrale (N.W.), sciròcco (S.O)., libeccio (S.W.). i) È luna nuòva; (non) c'è la luna; è luna crescènte, calante, pièna (la luna è in quintadècima); che bèl lume di luna!; c'è un lume di luna che incanta; è stellato, è uno stellato di paradiso!; fila una stella cadènte. X. Salute e malattie. Frasi sulla salute. Domande. Risposte. 1° Fra due persone. Notízie buòne. Come sta, signore, signora, Bène, grázie, signore ecc., signorina? e lèi? E la salute? Òttima sèmpre! Come va (la salute)? Egrègiaménte, e a te? Di salute ti tròvi bène? Beníssimo. Come si sènte ora? Mèglio, se Dio vuòle. O il suo stòmaco? Non ci hò più nulla. Stai mèglio Parécchio, son quasi guarito. dell'infreddatura? Notízie più o meno sfavorévoli. Che fai? Come va la Non c'è male, mi contènto; salute? così, così; passabilmente; discretamente; pòco bène; mi sènto male. Che hai, poveretto, Ora più, ora meno; patisci molto? moltíssimo, non hò mai pace. Si sènte mèglio? Sèmpre al sòlito; pèggio che mai; nò, davvero, anzi hò paura di ammalarmi sul sèrio. 2° Domande intorno a persona assènte. Informazioni favorévoli. Come sta suo padre, sua Grázie, sta pròprio bène; madre ecc.? La sua sta benone; non è mai signora (Sua moglie) stato (stata) bène come come sta? ora. A casa tua tutti bène? Tutti a meraviglia. Come sta il signór Paladini? Va migliorando; sta benino; Mi hanno detto che èra sta molto mèglio; non incomodato (indisposto). ha più nulla; s'è rimesso perfèttaménte. È sèmpre a lètto? Nò, è alzato, ma si règge male in gambe. Come sta òggi la nòstra È fuòr di perícolo; riprènde cara ammalata? le fòrze; è entrata in convalescènza; è in via di guarigione, e si spèra, che sia affár finito. La nòtte come è stata? Benino. Non risènte più della sua Affatto! è tornata quella malattia? di prima. Informazioni sfavorévoli. Sta tutt'altro che bène; nonostante tutte le cure e premure, il suo stato s'è aggravato; pèggiora di giorno in giorno; purtròppo cala a occhiate; la scamperà difficilmente; è in perícolo di vita; non c'è più speranza; ce n'ha per pòco; non passa la nottata; i mèdici l'hanno spacciato (l'hanno fatto spedito); s'è chiamato il prète; è all'òlio santo; la sua ora è venuta; è agli estrèmi; ha pèrso i sènsi; la catástrofe è imminènte; è entrato in agonia; muòre; è per rènder l'último sospiro; è mòrto (spirato); s'è spènto dolcemente; ha finito di soffrire; sia pace all'ánima sua! Frasi d'índole generale. Come sta bène! Ha l'aspètto flòrido. Che viso di salute si ritròva! Tu sembri la salute in persona! Ma sarai ingrassato! Tu pari un carnevale! Come sèi andato a male! Che viso che ha fatto! Com'è sbiancata! È giù giù; si règge ritto coi fili. O che ti metti a fare? Tu hai un gran visuccio. Riguárdati! Da' rètta, va' a lètto súbito. Se fossi in lèi, manderèi per il mèdico. Mi dispiace tanto che lèi non si sènta bène. Come mi rincresce di vederti in questo stato! Speriamo non sia altro! Non stare in pensièro; sta' tranquillo, non è niènte; vedrai che domani non avrai più nulla. Su, coraggio! Oh che ti abbatti in codesta manièra? Così, non puòi migliorare davvero. Ci vuòl paziènza, caro mio, la malattia dève fare il suo corso. A rivederla, guarisca prèsto! Mi áuguro di vederla prèsto ristabilita. XV. Pasti; a távola A távola. Domande. Risposte. Mi permette di servirla, Mi favorisca un pezzetto di signora? Che còsa desídera prosciutto crudo, non di questo affettato? tanto grasso, sor Gigi.Per gli accorciativi dei nomi pròpri vedi l'appendice del mio dizionário, rammentato a página 64.) Pòsso offrirle di questa Grázie, sì; ne prèndo maionese? volentièri. Fa venír l'acquolina in bocca. Su, Cèncio, non ti far Figúrati, altro; non è ch'io pregare! Che non ti tènta faccia complimenti, ma questo pasticcio di Strasburgo? è ròba gravetta; dámmene pochino pochino. Beppina, che te ne pare di Sono squisiti, non li avevo questi pisellini? Sono mai mangiati così tèneri una primízia. e dolci, cara Bice. Èccole il limone e il sale, Moltíssimo, non potrèbbe signora Lena. Le piace èsser più fresco. È una questo pesce? vera delízia! Sora Tina, le mesco un altro Mi farà piacere; pièno a pò' di questo vino metà, basta così, grázie! leggieríssimo? E ora mi ci vèrsi anche dell'acqua. Mi passeresti il pepe? Tièni, Mèmmo. Che ti manca, Maso? Vorrèi un pò' di mostarda francese, non la sènapa, frizza tròppo. Non c'è in távola, ora dico Sta' còmodo, per carità; che te la pòrtino. ne fò a meno, Gino. Vorrèbbe un altro pèzzo Mi dispiace rifiutare, ma di questo rosbiffe? mi è impossíbile. Ci ritorni a questo pollo, Sì, davvero, è il mio piatto caro Gianni? predilètto; ne vò matto. Gradisce un pò' d'insalata, Nò, grázie, non ne prèndo signora Linda? mai; mi fa male. Ma, Gegina, il tuo appetito, Già; non mi ci va più nulla. dove l'hai messo? Tu m'hai dato tròppa Che hai che non mangi? ròba, non la pòsso finire. Sèi bèll'e arrenata? Son pròprio sázia. Vuòta un pò' il tuo Adagio, caro mio, non bicchière, Nando; il vino corriamo tanto; hò già è la poppa dei vècchi. bevuto più del sòlito. Via, fatti cuòre, di' un'altra Per farti piacere, cara Bita, parolina a questo dolce, ne prenderò un'altra tu, che sèi tanto ghiotto. cucchiaiata, ma credi, Non ti far pregare. gli avevo già fatto onore. Una susina, Lèlla. Sì, ma una sola. Ma che, una per òcchio! Basta, basta; dammi Sono piccoline. piuttòsto lo schiaccianoci. E ora muòia l'avarízia e viva l'allegria! Ècco una bottiglia d'Asti, messa in ghiaccio. Guardate, com'è appannata! Qua il tiratappi, che io la stappi! Avete sentito lo schianto? Che bèlla spuma, e come brilla il vino ne' bicchièri! Amici, io non fò bríndisi, perché non ci hò gamba, ma dico soltanto: alla salute de' mièi cari òspiti! Evviva! — E noi, battèndo i bicchièri alla tedesca, brindiamo con tanto di cuòre alla tua salute e a quella di tua moglie, ringraziando della gentilíssima accogliènza fáttaci e della geniale serata passata in vòstra compagnia! Evviva!