Francesca Castellino

Le belle maniere


A FANNY AMORETTI DA ONEGLIA IN CUI DI BUON TRONCO COMPIUTAMENTE RALLIGNA LA CASTA E VIVIDA GENTILEZZA LIGURE NEL MIRACOLO DELLA GIOVINEZZA PENSOSA, DELLA BELLEZZA PUDICA DELLA GRAZIA IMMACOLATA PREFAZIONE Belle maniere e gentilezza d'animo - La maschera dell'etichetta - Urbanità schietta - Pericoli della finzione - Potenza della cortesia - La seconda bellezza. O giovinette, figliole mie, - anche a costo di sembrare più matura, amo chiamarvi così - voglio mettermi súbito d'accordo con voi sopra un punto principale: non parlerò alla vostra ambizione, ma al vostro cuore. Perchè io credo che non si possa riuscire veramente simpatici per le nostre "belle maniere", se queste non sono ispirate dalla gentilezza stessa dell'anima, se il sorriso è una semplice contrazione dei labbri, se la dolcezza della voce è dovuta a uno sforzo dell'ugola, se la mollezza dei movimenti nasconde a stento un brusco rattrappimento dei muscoli. Chè, se tale finzione apparisse in voi, fareste desiderare da chi vi circonda un migliore contrasto: quello fra la rozzezza dei modi e la bontà del sentimento. Mille volte è meglio bucare con la ruvidezza della nostra scorza che sorridere co' labbri amari di fiele. E purtroppo quel genere di correttezza che si chiama etichetta non è che una specie di mimica, una maschera per coprire la nullità del pensiero e del sentimento, una falsariga per coloro i quali non trovano nel proprio intimo la sicura guida al ben comportarsi e al ben trattare con altri, un mezzo per supplire alla mancanza di belle maniere o, meglio ancora, una contraffazione di esse. L'urbanità, se non è schietta, non attrae, non commuove: deve avere, come lo stile, un carattere particolare, non essere una volgare imitazione; deve spargere il profumo proprio della vostra persona, non quel profumo di moda ch'è adoperato da tutte e che confonde le signore vere con l'altre... men vere. Se non è cosa tutta vostra, vi potrà accadere, figliole mie, di non saperne fare buon uso, che so? di maneggiarla come un manicotto o una borsetta imprestata per un'occasione, di ritornar voi in un momento d'assenza mentale, di tralasciare qualche particolare, di ribellarvi a un tratto volontariamente, eccedendo in senso contrario. Perchè non corriate questi brutti rischi, mie care, voglio darvi consigli così semplici, che vi costerà poca fatica seguirli, ma ve ne resterà grande sodisfazione. La cortesia è la dote che meno costa e più frutta. A qualunque classe sociale voi apparteniate, potrete servirvene e farvene come una seconda bellezza, come una veste leggiadra che v'adornerà assai meglio dell'altre e non sarà di sgomento ai vostri genitori. Anche se sarete costrette a guadagnarvi da vivere con lavori manuali, non sarà per voi meno necessaria questa cortesia di modi, che v'attrarrà il rispetto e la simpatia altrui e vi renderà la vita più piacevole, procurandovi l'intimo compiacimento di sentirvi dappertutto a vostro agio e di vedervi attorno, dovunque, persone con cui vi sentite in perfetta cordialità. Credetemi, se non sono avviluppati da questa esteriore veste di grazia e di cortesia, la vostra virtù e il vostro sapere saranno manchevoli, come pietre preziose che la mano dell'uomo non abbia lavorate, palesandone tutto lo splendore e il pregio nascosti. Sarei tentata di paragonare la grazia che deve colorare le vostre azioni al sale, senza di cui il cibo più squisito non ha sapore alcuno. Da piccina, mi piaceva tanto una novella, la quale raccontava d'un re che aveva scacciata a sua figlia, perchè gli aveva detto d'amarlo come il sale, ma che la perdonò quando fu da lei costretto a gustare le pietanze più prelibate senza quel semplice condimento. Ora penso che quella figlia voleva molto bene a suo padre. Dev'essere prodigiosa la potenza di questa squisitezza di modi, se spesso, pur ricoprendo un'anima corrotta, riesce a dare un'immagine, benchè fugace, di bene e ad attrarre simpatia sulla persona stessa che se ne vela ipocritamente! Non solo, figliole; ma se vi sforzate d'acquistare a ogni costo quella semplice cortesia ch'è un'emanazione spontanea dell'anima, ch'è il risultato d'un accordo pieno di tutte le buone intime qualità, voi finirete col perdere lentamente per via i piccoli difetti che non se la dicono affatto con l'affabilità e la gentilezza. Non potrete conservare la cattiva abitudine di non far mai le cose a tempo, se la creanza più elementare consiglia d'essere sempre puntuali nel fare quanto s'è promesso o nel ritrovarsi in un luogo prefisso; nè potrete coltivare il vostro malinteso orgoglio, se l'educazione vuole che siamo umili e dimentichiamo un po' noi per gli altri; dovrete buttar giù le arie, poichè la semplicità è la prima dote necessaria alle belle maniere, e gettar molt'acqua sui vostri spiriti ardenti quando, durante le discussioni, il galateo v'ammonirà di non alzar la voce e di non eccedere nelle parole. Ma non voglio scoprir troppi altarini, per non esser guardata in tralice da voi fin da principio: anzi desidero incoraggiarvi con la stessa speranza ch'io nutro sull'opera vostra. Ogni passo verso la perfezione che voi vi prefiggete segnerà una piccola vittoria sull'anima, e il carattere sarà fortificato da questi sforzi continui, che via via vi sembreranno più leggeri e spontanei: e, quando l'abitudine del ben comportarsi sarà diventata per voi indispensabile come il nutrimento, quante occasioni di peccare eviterete, quante momentanee debolezze fisiche e morali vincerete! Perchè, via, se voi fate un rapido esame di coscienza, finirete col confessare che spesso non rendete a un'amica un servizio per non scomodarvi, non dite una parola buona a chi ne ha sete perchè sotto sotto intorbida la vostra naturale generosità un rimasuglio di boria, rinunziate a procurarvi un'intima sodisfazione per falso rispetto umano, e fate magari le scortesi per semplice pigrizia o per sciocca vanità. Vedete quanti brutti vizietti dovete scuotervi di dosso? Quando vi siete presa una gastrica co' fiocchi, non basterà inghiottire una medicina, care mie; bisognerà mangiare più moderatamente, per togliere le cause del male. Vero? Ebbene, nel nostro caso le cagioni sarebbero le cattive abitudini; la medicina, le regole ch'io verrò ammannendovi amorevolmente, come una buona mamma al bimbo malato porge ... aspersi di soave licor gli orli del vaso. Succhi amari ingannato intanto ei beve, e dall'inganno suo vita riceve. FONTI DI BELLEZZA Bellezza esterna e bellezza interna - Questa compensa quella, e più durevolmente avvince i cuori - La fisionomia - Il portamento. MA no, Giulietta mia, non devi metterti quelle idee in testa! Non devi rintanarti in un cantuccio con quel chiodo fisso nel cervello: che tu sei brutta e che non vuoi farti vedere. Ammettiamo, per un momento, che la natura non sia stata generosa con te, che non t'abbia donato quelle grazie che appaiono a prima vista, che sono indiscutibili per ciascuno. E tu per così poco ti credi perduta? Tutt'altro! Il desiderio che tu hai di non sembrare brutta, di offrire all'occhio altrui qualcosa di piacevole t'aiuterà a trovare un mezzo per compensare adeguatamente questa tua manchevolezza. Eccolo: tu, dentro il corpo che disprezzi, possiedi un'anima, e quest'anima, se risplende di bontà e di gentilezza, diffonde attorno la sua luce, come fiaccola nascosta dietro un cristallo trasparente. E non c'è armonia di forme che regga al paragone di questa grazia esteriore, ch'è riflesso dell'interiore bellezza, e parla, più che agli occhi, al cuore di chi la contempla. Giulietta, io so che sei buona, d'una bontà attiva che vibra a ogni richiamo, che cerca un rimedio a ogni male e gode d'ogni bene; so che soffri per chi soffre, compatisci chi pecca, e hai il cuore aperto a ogni dolcezza, a ogni poesia. Non bastano queste doti per compensarne una che manca? Io ho conosciuto una bella signorina, dalla fronte candida e spaziosa, con gli occhi a mandorla e d'un bel colore grigiastro, col naso aquilino, la bocca ben arcuata, un ovale perfetto, il collo di cigno, il corpo meravigliosamente formato: una signorina, la cui bellezza era evidente per tutti, anche per le amiche, le quali erano costrette a confessare fra i denti "è bella", ma si rivendicavano poi largamente aggiungendo "ma è esosa". Quella fronte aveva la levigatezza del marmo, perchè non s'era mai corrugata a un triste pensiero; gli occhi avevano l'immobilità del vetro, perchè l'anima, di cui sono lo specchio, non vi aveva mai riflesso alcun generoso sentimento; le labbra sembravano dure come i due margini d'una ferita, perchè non le aveva ammorbidite il sorriso, e il viso e il collo parevano di stucco, tanto rigido n'era il contorno. Il corpo era quello d'una statua. Conclusione? Non ha mai avuto una amica vera, non s'è mai guadagnato un affetto, non ha trovato un marito: e ha, ora, trent'anni e mezzo milione di dote! La bellezza fredda, senza luce di vita, attrae fuggevolmente; mentre quella fisionomia particolare, che non deriva dalla perfezione delle forme, ma è piuttosto un velo gettato sopra nascoste e palpitanti e mutevoli grazie, ha la virtù d'avvincere durevolmente i cuori. E mentre quella prima bellezza, tutta esteriore, si palesa d'un tratto quasi sfacciatamente, la seconda prepara sempre nuove care sorprese a chi l'avvicina, sì che non ci stanchiamo di contemplare chi la possiede, e anzi gustiamo una vaga curiosità d'attesa, direi una meraviglia gradita. Non t'è capitato mai d'incontrare una persona, di cui, a prima vista, t'è venuto fatto d'esclamare: "Mamma mia, com'è brutta!"...? E poi di rivederla una seconda, una terza volta, e di trovare nel suo viso, nel suo aspetto qualcosa d'attraente che prima t'era sfuggito? E poi di notare sempre nuovi particolari d'una speciale bellezza, propria di quella sola persona? Sarà un volger d'occhi dolcissimo, un sorriso luminoso, una piega triste del volto, un atteggiamento soave del busto; ma è tale questa grazia scoperta, che tu muti la tua prima frase in un'altra: "Che incanto!" Giulia, non credi che di te possano dire lo stesso? Vedi che sono schietta! Ma tu aiùtati con le arti innocenti che tutti possediamo. Al viso basteranno a dar fàscino i buoni affetti che ispirano ogni tua azione: gli occhi sembreranno belli a chi ne ottenga uno sguardo benevolo e pietoso, le labbra acquisteranno grazia nella morbidezza d'un sorriso, e si modelleranno sulle amorevoli parole a cui di frequente si schiudono, la fronte si distenderà pura sui puri pensieri. Il portamento tu stessa abbellirai con la semplicità elegante de' tuoi gesti. La testa dev'essere ben eretta, ma senza esagerazione, sì che non sembri che tu sprezzi la terra o che t'attraggano le nuvole; il collo ben disteso, non stiracchiato; le spalle non rattrappite nè sollevate fino a nascondere il collo, ma piegate all'indietro, non in modo però che tu stia sull'impettito come una provinciale in giro per la capitale; le braccia arrotondate in una posa morbida e non ciondoloni lungo i fianchi o, se cammini, dondolanti come in atto di seminare. Stando seduta, non incrociare le gambe, chè, oltre la salute, danneggeresti l'estetica; non tentennare i piedi, ma tienti dritta e ferma, pur senza mostrare la necessità di puntellarti alla spalliera. Naturalezza ci vuole in ogni posa e in ogni movimento! Se cammini per la strada, non far il passo così corto da non sapere qual piede preceda l'altro, nè così lungo da sgangherarti le gambe; non tanta fretta da sembrare che tu fugga il nemico, nè tanta lentezza da far credere che ti venga male da un momento all'altro. Quella giusta dignità che tu devi sentire della tua persona e, d'altra parte, la fine educazione che tu ricevi ti daranno inconsciamente gli atteggiamenti migliori, che saranno pel corpo quello che per il viso è la fisionomia, e t'insegneranno le sfumature più delicate di questa seconda bellezza a cui tu devi aspirare. Tieni soprattutto a mente questo, Giulia: la giovinetta che ripone il suo unico tesoro nella perfetta simmetria del viso, nella perfezione delle forme, si prepara tristezza e disinganni per l'età critica delle rughe e della canizie. Giorno per giorno, ora per ora, si vedrà togliere qualcosa di caro, a cui null'altro potrà sostituire che una solitudine penosa e umiliante. La dolcezza, l'affabilità, la cortesia sono provviste che noi, da giovini, dobbiamo fare per la vecchiezza, la quale, se ci saremo preparati ad accoglierla, ci parrà dolce e serena come quegl'inverni miti pe' quali non ci siamo dimenticati di procurarci, nella primavera, viveri e panni e legna, che permettano soavi tepori e riposi tranquilli. LA NETTEZZA Una mano sulla coscienza - Vergogna! - A proposito de' forestieri Acqua! acqua! acqua! - Nelle campagne - Macchie esterne e macchie interne - Indolenza - Vantaggi della nettezza. - Salute, grazia, bontà e... fortuna! NON torcete la bocca, figliole mie! Questo capitolo era dedicato a un volume per la quarta elementare; ma non credo che stoni neppur in questo, ch'io scrivo per le giovinette. Intanto mettetevi una mano sulla coscienza, e rispondete - in cuor vostro, veh! ma con sincerità - alle domande che vi faccio. Quando v'alzate, la mattina, siete solite rinfrescarvi il corpo - non soltanto il viso, i lobi degli orecchi e un orlo del collo come i gatti - con spugnature fredde? Avete l'abitudine di pulirvi i denti almeno due volte il giorno, e di risciacquarvi bene le bocca prima d'andare a letto, la sera? Vi ricordate di lavarvi anche la testa, almeno una volta il mese? Le unghie delle vostre mani non portano mai, proprio mai, un po' di lutto al gatto? Non v'è capitato di lasciar invecchiare sul vostro vestito una macchia d'unto? Non siete mai uscite la mattina con le scarpe non lucidate? E i vostri quaderni o libri non lasciano apparire qua e là qualche sfumatura grigiognola, o alcune ditate, che farebbero perfino sospettare una vostra visitina fra i tegami della cuoca? No, non continuo. Vedo una, due, più testine chinarsi verso le mani, verso le sottane, le scarpe... Oh, come arrossiscono certi visetti rosei! Non vi tengo più sulle spine, e invece vi parlo come a figliole mie, sùbito alla buona, perchè m'ascoltiate meglio, senza soggezione, senza la voglia di scappar via e di sbatacchiar lontano il libro innocente. Mi rintronano ancora dure all'orecchio certe frasi udite qua e là a proposito della pulizia de' forestieri: brutto complimento per noi italiani, vero? Ho sentito dire: "In quella famiglia si fanno il bagno tutti i giorni: sfido, il padre è tedesco! - Sono stati qualche anno in America e si sono abituati a una pulizia rigorosa. - Sono esagerati quegl'inglesi nel consumo dell'acqua!" Santo consumo, figliole mie, ammirevole esagerazione! "Im Wasser ist Heil". Nell'acqua è la salute, ci ha predicato lo Kneipp. Sono ormai lontani, più per i progressi fatti che per gli anni passati, quei tempi ne' quali i manuali d'igiene consigliavano d'evitar l'acqua per il viso, con la scusa che ne sarebbe derivata troppa sensibilità alle variazioni di clima: quei tempi in cui di Sua Maestà Anna d'Austria si diceva, come d'una rarità, ch'era pulitissima, e a lei si contrapponeva Cristina di Svezia, della quale si asseriva che "aveva mani così untuose da rendere impossibile il trovarvi qualche bellezza". E grandi progressi si sono pur fatti dalla fine del secolo XVII, dall'epoca del primo trattato che mise in rivoluzione l'igiene e suscitò l'idea novissima d'una certa necessità "di non dar nausea alle persone che ci avvicinano", esponendo sulla nettezza ammonimenti così puerili che ora ci stupirebbero assai. Purtroppo in alcune campagne persiste ancora l'avversione all'acqua, il cui uso, specialmente nelle malattie, è considerato come letale; ma ci vuol tutta la salute del corpo di quei robusti contadini e tutto il benefico vantaggio del sole per uccidere i cattivi germi sviluppati, e per rimediare alla mancanza del bene che l'acqua dovrebbe dare. Del resto, voi non vorrete certo mettervi a pari con quelle persone, che l'ignoranza priva di sodisfazioni a voi conosciute! Non solo - v'ho detto - la faccia e la punta delle orecchie devono essere ricordate nella giornaliera abluzione. Che brutt'effetto fa un viso pulito, incorniciato da capelli arruffati e pieni di forfora, o che, sollevandosi, lasci vedere un collo rigato di nero, o su cui si posino mani di dubbio candore! Vien fatto d'immaginare sùbito tutta la vostra persona, tutto il vestiario, il letto, la camera vostra, e perfino, ahimè! la vostra animuccia. No, non alzate le spalle! E' proprio così. V'ho avvertite fin da principio, per evitare equivoci o sorprese: io sono di parere che l'esteriore abbia relazione con l'interno. L'abitudine dell'aborrire da ogni macchia sulla persona, o sul vestito, o sulle cose che vi circondano, vi condurrà a temere ogn'impurità della vostra anima; e, quasi per istinto, se sarete avvezze a lavarvi ogni più piccola ombra di sporco visibile, troverete pronto rimedio anche alle sfumature interiori. Ma guai, figliole, se vi lascerete prendere dalla tentazione di non pulirvi più in giù dell'orlo del colletto, o la cotenna de' capelli, o di non rispettare la nettezza de' vestiti scuri, o delle calze nere, soltanto perchè "lo sporco non si vede". Sono pensieri traditori che s'insinuano nella vostra coscienza e, volere o no, ci lasciano una macchia. Avviene della pulizia personale come della purezza de' discorsi, che sono un riflesso di quella dell'anima. Non mi prendete alla lettera in ogni caso, però! Ci sono abiti imbrattati di calcina, di pece, di vernice, di grasso; ma queste macchie sono l'insegna del lavoro, non della sporcizia di chi li indossa, e devono ispirare non il disgusto che si ha delle sozzure, ma l'ammirazione che si nutre per le modeste virtù. Confessate che a voi nuoce la pigrizia: su, scotete di dosso quella sonnolenza, ch'è nemica del vostro benessere e così spesso si oppone all'adempimento de' vostri doveri più semplici, all'osservazione costante di certe abitudini, che sembrano inezie, ma sono vere necessità. La pulizia dei denti vi eviterà molto male futuro e, per di più, l'umiliazione di mostrare, nel sorriso ancor giovine, diverse finestrelle; la risciacquatura frequente della bocca e i gargarismi della gola vi risparmieranno molti raffreddori e altre peggiori malattie; la nettezza della testa combatterà la caduta dei capelli, la forfora e altro. E l'acqua ch'entrerà abbondante in tutti i pori della persona vi rinfrescherà e rassoderà le carni, vi risveglierà un benefico calore, vi terrà lontana ogni pur lieve malattia della pelle e, per la reazione del sangue provocata dall'abluzione, vi rinvigorirà tutto il corpo e vi darà alle guance il bel roseo che vale ogni bellezza. Tutto questo per la salute, per la grazia, per il morale. E per la fortuna, nulla? Immaginatevi, tanto per dirne una, se vostra madre sceglierebbe come persona di servizio una che avesse un dito di ruggine sul collo, un altro d'unto sulle mani e frittelle sulla sottana. Con la debita differenza, immaginate di dovervi presentare voi come istitutrice, come maestra, o commessa o altro. Il vostro vestito, forse elegante, ma con un occhio di grasso proprio sul davanti della sottana, quel baffo nero dimenticato sulla fronte, quei guanti bianchi sfumati di grigio, saranno una meschina raccomandazione. Non temereste che l'esame del vostro esteriore v'attirasse uno scoraggiante: "Mi dispiace, signorina, ma per ora"...? IN CASA In casa e fuori - Polvere negli occhi - Con i genitori - Obbedienza spontanea - Con i fratelli - La sorella deve dare al fratello esempio di cortesia - Cortesia utilitaria e cortesia vera. TUTTE le mattine, uscendo per le mie spese, mi veniva fatto d'incontrare una giovinetta in punto e virgola, a cui nulla mancava per sembrare un figurino di moda. Camminava con passo elastico, misurato, con la testa in su, le braccia inchiodate contro la persona, il busto eretto, senza volgere gli occhi, senza scartare d'un centimetro dalla via retta, nè per l'urto d'un barrocciaio, nè per il trotto precipitoso d'un cavallo, nè per il frastornio di una automobile strombettante a mezzo metro di distanza. Così mi meravigliai un po' una mattina, vedendola uscire da una porticciola misera, che lasciava apparire una scaletta angusta, buia, sporca. "Chi sa? Ci sarà andata per qualche buona azione!" pensai. Ma dovetti entrare proprio io in quella porticciola, salire quella scala e sonare a un uscio per cercare d'una donna che andava a lavorare a giornata. Mi venne ad aprire proprio la giovinetta che avevo conosciuta per la via, la sorella della donna in questione: pareva una stracciona qualunque, di quelle del ghetto. Mi fece ribrezzo; le dissi che avevo sbagliato uscio, e scappai via. Ah, Enrichetta! E' proprio per te questo capitolo! Purchè tu non abbia molte seguaci! Hai un così bel garbino fuori di casa, un contegno quasi distinto, una gentilezza squisita nel parlare, una prontezza ammirevole nel prestare i tuoi piccoli servizi. E in casa? Ne sa qualcosa la tua sorellina quattrenne, a cui ti credi in diritto di comandare imperiosamente, affibbiandole un ceffone; lo sa tuo fratello, a cui rispondi sgarbatamente quando si rivolge a te per un piacere; e lo sa, ahimè! tua madre, a cui non usi alcuna di quelle premure che hai per gli estranei, nè risparmi fatiche. E lei ci soffre tanto, Enrichetta! Non solo; ma t'ho sorpresa, nelle mie frequenti visitine, in atteggiamenti di superdonna davanti alla cara e semplice donnina, cui sgomentano certe idee moderne un po' rischiose, non perchè ella abbia la mente chiusa al loro alito vitale, ma perchè ne vede derivare effetti disastrosi dentro la famiglia stessa. I nostri padri - per non andare più in là con gli anni - usavano il lei parlando con i genitori. Non so se questa abitudine sia da rimpiangere: forse no. Io credo che, in una semplicità maggiore di linguaggio, le fanciulle più facilmente lasciano sgorgare la piena delle loro confidenze, e ne ritraggono benèfici ammaestramenti. Ma se alcuni vantaggi derivano dalle mutate relazioni tra genitori e figli, c'è da temere purtroppo il rischio dell'esagerazione. E tu, Enrichetta, abusi veramente della bontà semplice e quasi timida di tua madre. T'ho sentita chiamarla "buona donna", dirle che lei "di certe cose non s'intende", rispondere con tono arrogante ad alcune sue osservazioni; t'ho veduta ascoltare con un'espressione d'uggia i suoi discorsi, rivolgerle perfino qualche occhiata di compatimento, accogliere con spallucce un suo mite comando, e mostrarti renitente nell'obbedirla. Questa è poi una cosa insopportabile, è - permettimi di dirtelo - una piccola viltà. Perchè, se finisci sempre col cedere alla volontà di tua madre, ci pigli gusto a ostentare la tua mala voglia? Credi che sia debolezza l'obbedire spontaneamente? No, cara, è anzi un atto di forza. Sembra un controsenso questo, e invece è la verità. Che fai tu, obbedendo? Se sacrifichi qualche volta la tua alla volontà altrui e padroneggi il tuo capriccio, che è - direi - una contrazione del tuo volere, ma non è forza volitiva, ti esèrciti intanto in quella gran virtù ch'è il saper vincere se stessi, e ti prepari un avvenire d'indipendenza vera. Perchè la libertà non consiste nel non cedere a nessun costo alle giuste esigenze, ma nel riuscire a far tacere la nostra ribellione a esse. E se tu non cominci a esercitarti nella famiglia, ch'è la tua vera scuola e dove l'obbedienza è più facile e conduce sempre a un bene immediato, ti legherai alla volontà altrui con un'insostenibile catena. Cara mia, non devi soltanto imparare a ricevere, ma anche a dare; non soltanto a comandare, ma anche a obbedire, e soprattutto a obbedire spontaneamente. Ritornando a tua madre, Enrichetta, non sai, non hai capito ancora che tu, più che a chiunque altro, devi rispetto a lei? Che qualunque sgarbo a persona estranea ti sarebbe compatito, se ti si riconoscesse umile e affabile con la mamma? Ma che, se fai la prepotente con quella santa creatura, ti tiri addosso l'antipatia delle persone stesse a cui ti mostri cortese? La maschera di cui ti copri uscendo alla luce renderà più visibile la tua vera apparenza a chi ti conosce nell'ombra. Una bell'usanza esiste presso gli Arabi: che il figlio, entrando nella stanza ov'è sua madre, si tolga le scarpe. No, non è esagerazione! Quando sarai compresa veramente della santità dell'affetto materno, della necessità di mostrare alla tua mamma quanto più è possibile riconoscenza per le pene da lei sofferte, per i sacrifizi da lei fatti, capirai che nessuna espressione esteriore del tuo sentimento è adeguato compenso. Quell'atto gentile indica che davanti alla madre non bisogna portare sozzura o far rumore, perchè dov'è lei è luogo sacro. Tu invece non ti pèriti a stare in presenza de' tuoi genitori co' capelli arruffati, discinta, a entrare nella loro stanza portando di fuori polvere e fango. Ricòrdati che l'affettuosa confidenza che tu hai per loro non dev'essere mai scevra di rispetto, ma questo anzi deve rendere più facile la cordialità de' vostri rapporti. Se tu avessi sempre fisso nel cuore il ricordo di quanto hai ricevuto da tuo padre e da tua madre, se ogni volta che stai per mancare verso di loro ricorressi al pensiero ch'essi, dopo Dio, sono i principali fautori della tua vita corporale e morale, che l'idea di loro non puo' essere disgiunta da quella divina, ti morderesti le labbra su cui era salita la parola irriverente, ti batteresti il braccio ch'era pronto a un gesto scortese. Sentii dire da bimba: l'occhio che guarda torvo il padre o la madre merita d'essere beccato da un corvo. E questa frase mi s'era ficcata minacciosa nella mente, come una delle solite che si ripetono ai bimbi e che, se non sono tutta la verità, di verità hanno un fondo sicuro. Vorrei parlarti, Enrichetta, anche del rispetto che si deve ai buoni vecchi da cui la casa è benedetta, ma te ne dirò aparte, un'altra volta. Invece, lasciandoti, aggiungo ancora una parolina di sfuggita su cose già accennate. T'ho detto d'aver notato i tuoi sgarbi con tuo fratello, il quale, trovando in te - che dovresti rappresentare il sesso gentile - maniere tutt'altro che delicate verso di lui, te le ricambia con vera costanza. Tocca alla giovinetta d'attirarsi un certo rispetto col suo contegno garbato, paziente, qualche volta cedevole, tal altra pieno di ritegno e di dignità. Non può, la sorella, pretendere cortesia da parte del fratello, se a sua volta non è verso di lui dolce e compiacente, se non è pronta a divenire ora la sua amica, ora la sua confidente o la sua ammonitrice; se non sa offrirgli prudentemente il suo aiuto nelle piccole dispute col padre, impetrargli certe volte il perdono, trattenerlo in casa il più possibile con le sue piccole arti innocenti; se, infine, non sa fare in modo che il fratello benedica la provvidenza per avergliela data sorella. E, d'altra parte, non sai che tu hai molta responsabilità ne' rapporti con la tua sorellina che guarda a te come a un esempio da imitare, e che ripeterà con la mamma, col babbo, coi superiori, gli stessi gesti che vedrà fare da te? Eppure, t'è facile trattar bene i bambini che incontri nelle case delle tue amiche! Hai per loro parole affettuose, piccoli cari consigli, perfino saggi e miti rimproveri, che nel ricordo ti dovrebbero far arrossire, quando scacci scontrosamente la bimba ch'è figlia della stessa tua mamma! Chi è veramente cortese è tale dappertutto, e specialmente nell'intimità, e non dispensa le buone maniere secondo le fortune. È viltà mostrarsi garbati e ossequiosi con coloro da cui s'aspetta qualcosa o per lo meno si teme d'esser giudicati, e, al contrario, sgraziati con i miseri che non potranno giovarci mai, o con i semplici che non sapranno condannarci. Enrichetta, se tu acquisterai l'abitudine della perfetta civiltà, troverai più facile l'usar gentilezza agli estranei, e non correrai il rischio d'esser riconosciuta a un tratto, o al cader della maschera, o a un'improvvisa reazione del tuo essere, o a una sorpresa che altri ti voglia fare tra le pareti domestiche, quella che in realtà sei, scontrosa e prepotente. L'AVVOCATINO CHE LA SAPEVA LUNGA IO conobbi un giovane avvocato che cercava moglie. Fra lui e cinque o sei giovinette erano già corsi accenni a matrimonio; ma poi le candidate l'avevano veduto, a una a una, alzare il tacco, e ci avevano sospirato sopra invano. Belline, non c'è che dire, ricche, ammodino tutte... dunque? I comuni amici se ne stupivano: non era una farfallina l'avvocato, e un perchè ci doveva essere. Eccolo. Naturalmente, il giovinotto aveva chiesto informazioni, nè s'era fermato all'esteriorità. Quasi concordemente gli avevano risposto d'ognuna: "E' così ben educata! E' tanto gentile! Ha un tal garbino nel parlare! Oh simpatica!" Ma lui non si fidava, e, poichè la cosa gli pareva di non lieve importanza, volle vederci chiaro co' propri occhi. Un giorno ne seguì una di lontano, e la vide, non veduto, gettare con mal grazia una moneta nel cappello d'un povero; d'un'altra, entrando in un negozio appena lei n'era uscita, seppe che aveva fatto buttar in aria metà della merce, e poi se n'era andata senza una parola di scusa; d'una terza sentì parlare da una buona ragazza che andava a lavorare a giornata in casa di quella signorina, da cui appunto aveva ricevuto, la povera operaia, sgarbi e, perfino, insolenze. E così via... Dunque la gentilezza di queste "damigelle" si limitava a una parte del genere umano, alla parte forte e potente: l'altra, debole e inerme, non sembrava loro degna di riguardi. E l'avvocato, che la sapeva lunga, pensò: Se la tale tratta bene soltanto chi le ispira un po' di soggezione, la sua gentilezza non è che superficiale, non tocca il fondo dell'anima, non è bastevole a mantenere l'accordo perfetto nella famiglia, dove la domestichezza e la speranza che "non si venga a saper fuori" renderanno più possibile lo sgarbo e l'arroganza. Così le piantò tutte, e scelse, infine, una buona ragazza affabile, soave, umile con gli umili più che con i superbi. E fu contento. TIMIDEZZA Vero malessere fisico - Sforzi per combatterlo - Cause della timidezza: eccessiva modestia e orgoglio smisurato - Una lezione co' fiocchi. MI fai pena, Giuliana! Quel tuo improvviso arrossire e impallidire, quel tuo abbassar gli occhi, quel tuo rincincignare la carta che hai nelle mani, quel tormentarti la catena dell'orologio, quel balbettare un "no" quando devi dire un"si"e viceversa, quell'augurare "buona sera"in piena mattina e"buon giorno"sotto un cielo stellato, tutto il tuo contegno quando ti trovi fra gente estranea, o appena un po' fuori della tua usata intimità, mi dà l'impressione d'un vero malessere fisico. T'occorre una matassina di seta, e nel negozio ove tu sei solita a comprare non la trovi? Non osi entrar in un altro e disturbare per così poco. Sei invitata a partecipare a un'opera buona? Il cuore ti dice "corri", ma ti trattiene il pensiero di trovarti fra persone che non conosci e con le quali ignori come trattare. Sai perfettamente la lezione? il viso severo del professore, che so? quegli occhiali che dànno una certa durezza al suo sguardo, ti fan confondere le idee: tu chini la testa, pronunzi qualche monosillabo, balbuziando perfino, e poi ti fermi, in mezzo al silenzio stupito delle tue compagne. Devi fare due volte di séguito la stessa strada per esserti dimenticata qualche cosa? Svolti la prima cantonata e ti attardi in un lungo giro, affannandoti magari, per ritornare al negozio che t'era lontano pochi passi. Giuliana mia, quanti ostacoli ti prepari per l'avvenire, se non modifichi a tempo il tuo carattere! Non credere che ti possa convertire soltanto l'età; tu devi aiutare l'opera sua, tentare con ogni sforzo di superare la tua timidezza. E come? Entra in un negozio pieno di gente anche senza necessità, per una cosa da nulla; incàricati tu di chiedere a un estraneo un piacere per un'altra persona; pensa, quando parli a superiori, ch'essi potrebbero giudicarti una giuccherella o, peggio, una gattamorta; e infine, se proprio la tua timidezza dipende da eccessiva modestia, da troppo scarso sentire di te, da sfiducia nelle tue forze, allora cerca di metterti al tuo vero posto verso te stessa, riconosci i doni che t'ha dati natura, non crederti orribile mentre sei graziosa, non scipita se hai una certa intelligenza, non goffa se invece la tua personcina è svelta e ben fatta. Non bisogna però esagerare nella compiacenza del giudizio di noi stessi. Guai! Allora ci capiterebbe qualche disillusione. Io conosco una certa signorina, la quale si mostra timida, restia a farsi vedere, impacciata ne' modi, incerta nel discorso, proprio come te. Ma il suo contegno non ha le stesse cagioni del tuo:la sua modestia assomiglia alla tua come una perla falsa a una vera. Lei si crede intelligentissima e dubita di non mostrarlo abbastanza; s'attribuisce una bellezza meravigliosa e teme di velarla; ha la velleità di voter possedere una pronunzia infallibile, e ha soprattutto la sicurezza d'essere proprio lei il centro dell'universale attenzione. Pròvati, Giuliana mia, a cominciare un discorso fra molte persone, così alla buona, come parleresti in famiglia, e poi, a un tratto, immàginati che tutti stieno ad ascoltare te sola, che guàrdino te, che osservino la tua pronunzia, i tuoi gesti. Patatrac! Non saprai più azzeccarne una buona:le mani ti peseranno sulle ginocchia come un impaccio qualunque, ti si farà una confusione nella mente, e le parole ti s'appallottoleranno in una maniera pietosa. Questo avviene a quella signorina ch'io conosco, la quale ha pure la smania d'umiliarsi per essere esaltata. "Sono così sciocca! . . . vorrei esser bella, ma purtroppo. . . ". Ma una volta gliene capitò una carina davvero. Un signore, serio e schietto, a cui certe ipocrisie accartocciavano i nervi e quel fare melenso faceva venire il latte a' ginocchi, al sentirsi dire, con una voce smorente fra un pallore e un arrossamento repentini: - "Lei sa parlare così bene! Chi sa che cosa dirà di me, che non so spiccicar due parole come si deve! " - non potè trattenersi, e le spifferò il suo "te la do io! "lasciando scivolare tranquillamente la risposta: - Non è mica necessario essere degli oratori! Del resto lei è una donna, e certe deficienze può compensare con altre intime virtù che non appaiono a prima vista. Le ci voleva! La falsa modestia della signorina le suggerì di riparare alla sua sconfitta, dando una solenne smentita; ma le parole che le vennero sulle labbra uscirono con un gorgoglio di rabbia e di rancore, e sembrarono cincischii d'un balbuziente. Così a te, Giuliana, come a quella tal signorina, io vorrei insegnare un segreto efficacissimo a darci quella sicurezza spontanea ch'è di grande aiuto nelle nostre azioni e ne' nostri discorsi. Non ricordatevi troppo di voi, nè per pensare bene, nè per giudicarvi male; fate come l'ondina del mare, che si perde nell'infinita massa acquea, e talvolta trae dai raggi più vivo luccichìo e tal altra lo cede alla compagna vicina, e ora si solleva e ora ricade giù perchè un'altra la superi, e non s'illude che il sole debba illuminare lei sola o che sempre a lei tocchi d'innalzarsi su tutte. Perchè i vostri occhi sono sempre fissi su di voi, credete che tutti gli altri occhi debbano prendervi di bersaglio ma se cesserete di guardarvi con tanta compiacenza, vi libererete nello stesso tempo da quella stolta illusione che grava su di voi come un incubo e, con la semplicità spontanea, ritroverete la franchezza delle azioni, impacciata prima dalla manía di scambiare per giudice ogni vostro simile. Ma non vorrei che le mie fanciulle mi fraintendessero. Io son del parere che uno zinzino di timidezza nella donna, e specialmente nella donna ancora in boccio, non disdica affatto; anzi direi che una donna, senza quel certo granello di peritanza, è come un uomo senza forza, come un bimbo senza purezza. Il pronto affluire del sangue alle guance d'una fanciulla sorpresa nella sua ingenuità è naturale come lo scatto violento d'un uomo offeso nell'onore d'una cara persona. E io, mentre tento di riscuotere quelle di voi, fanciulle, che troppo si lasciano vincere dalla loro timidezza ammiro le altre che la limitano a un gentile riserbo, a un freno puramente fisico dell'animo ancora inesperto, ma consapavole di se stesso e della propria inferiorità di fronte ad altri, a una delicata titubanza, ch'è d'aiuto nel vigilare i propri atti e nel fortificare il proprio animo contro le cattive tendenze. Questo sia, o Giuliana, il tuo pudore; ma non eccessivo a tal punto da divenire dannoso. SCHIETTEZZA La favola del lupo - Cause della bugia: la celia, l'avidità di guadagno, la leggerezza - Bugie che non sono bugie - Bugie pietose. VI rammentate la favola del pastorello e del lupo? Eh, chi non la sa? Mentì la prima volta chiedendo soccorso contro un lupo immaginario, e quando, la seconda volta, gridò "Aiuto! aiuto! ", perchè il lupo c'era davvero, nessuno gli credette. Il fanciullo disse la bugia per celia, ma. . . la disse! Quanti, pur già arrivati all'età del giudizio, mentiscono parlando? Le cagioni sono molte e varie. La celia è soprattutto lo stimolo della bugia infantile. - La mamma è uscita - dice un bimbo settenne alla sua sorellina piccola per farla confondere; o alla mamma: - Sai? ho avuto tre in componimento! Ho perduto il resto della lira! - e così via. Bugie ingenue, ma che nuocciono sempre, perchè avvezzano il labbro e il cuore a qualche altra cosa, che non è la verità schietta. Si mentisce per avidità di guadagno - possono dirlo certi commercianti, che ingannano a faccia franca e vendono l'anima nelle parole - e per ottenere benefizi. In questo genere cominciano a essere esperti alcuni scolari co' loro maestri e via via co' loro superiori, che, se sono persone oneste, finiranno col prendere in uggia quegli striscioni e col far sì che le basse adulazioni sortiscano effetto ben diverso da quello sperato. Si mentisce per vanità: o avi non mai esistiti, o ricchezze e splendori morti prima che nati, o virtù non possedute mai! S'inventa per leggerezza: quante linguette guizzano come serpicelle tra mandibola e palato per un bisogno prepotente di moto! Quando gli argomenti reali sono esauriti è. . . naturale che si peschi fra quelli irreali; e allora chi più pesca più dà, e se ne sentono delle carine davvero! Anche, sì proprio, si mentisce senza mentire. Ne avete vedute di quelle belle sete cangianti che, nell'ondeggiare, luccicano variamente? Se fossero persone, potrebbero dire, secondo i momenti:"Sono turchina, sono verde, sono rossa, sono aranciata. "E non mentirebbero. Ebbene, fra le persone, d'anime cangianti ce ne sono almeno quante anime vane. Ora dicono quello che domani disdicono, o affermano cose che negavano ieri; ma, nel momento in cui parlano, manifestano realmente il loro pensiero, e sono in perfetta buona fede. Il carattere loro è come il fondo del mare, ch'esprime la sua mutevolezza in gemiti e gridi così multiformi, che neppur si direbbero usciti dallo stesso seno, se non si sapesse da secoli che il mare è fatto così. Alle bugie veramente malvage non voglio accennare: mi parrebbe d'offendervi, figliole mie. Ma mi raccomando, invece, di guardarvi dalla leggerezza, dalla vanità, dalla mutevolezza: tre difetti della vostra età, tre cagioni di bugia. Non acrificate la stima de' buoni o degli intimi al momentaneo desiderio di piacere, di trionfare, a una piccola, sciocca ambizione. Cedendo, offendete voi stesse, a cui mentite prima che agli altri, e vi macchiate l'anima:non solo, ma vi ficcate in un ginepraio, da cui non sapreste più uscire. Le bugie sono come le ciliege:una tira l'altra, e si finisce col fare indigestione. Il segreto per non essere mai obbligati a dir bugie è questo: far sì che la nostra anima, in ogni suo moto, sia tale che non dobbiamo temere di dimostrarla sempre, fuori, schiettamente, come in un limpido specchio; essere sempre mossi, nelle nostre parole e ne' nostri atti, da una retta intenzione. Ma. . . . . certe verità offendono! - appunto perchè offendono, son quasi necessarie. Quando vi capiterà l'occasione di dover riprovare un'amica per un'azione che a voi non par buona, fatelo francamente per il suo vantaggio. Sappiate, soltanto, dir bene quello che volete dire:qui sta la virtù. Urta più una lode mal detta, che un biasimo espresso con discrezione. ARIE! ARIE! Parere e non essere - L'altezzosa - La "figlia di papà„ - La pessimista - La saccente. TRA quel che volete parere e quel che siete c'è tanta differenza quanta tra l'arrosto e il fumo:e badate che certe volte il fumo mozza il respiro e annebbia la vista, mentre l'arrosto ha un saporino che solletica il palato. E' un mentire con le azioni invece che con le parole; ma è sempre un mentire. Elvira passa vicino alle persone con un'aria di "me n'impipo", tutta impettita, col collo stecchito che fa venir voglia di domandarle se ha inghiottito un palo. Ma io, che ficco un po' il naso dappertutto quando fiuto odor di gioventù, so ch'è una ragazza buona come il pane, e mi meraviglio di vederla prendere quell'atteggiamento altezzoso quando passa fra gente estranea, che giudica soltanto dalla forma. E Lina? È seria e giudiziosa ch'è un piacere starle insieme; ma non si dimostra tale per la strada, quando si volta qua e là, ride sguaiatamente, dà gomitate con un far di monella che urta la suscettibilità di molti. Nè mi piace la scorza ruvida con cui Gemma ricopre la sua gentilezza, e, meno ancora, mi garbano le smorfie di quella "figlia di papà" ch'è la Marietta, tutta piena di "mamma mia", di "per carità", sempre pronta ad arrossire, a impallidire, ad allungare la faccia e arrotondare gli occhi a punto interrogativo. E le sfumature sentimentali di Linda che, con quella faccia di luna piena e quelle spalle tarchiate, osa arieggiare alla Sakespeare, e tira in ballo la vanità delle cose, l'ineluttabilità del destino, la bellezza della morte? Poverina! Lei spera di farsi perdonare, con quel suo pessimismo all'acqua di rose, la materialità delle sue fattezze, e riesce invece a produrre un'impressione di ridicolo e di disarmonico, che svanirebbe súbito se Linda si mostrasse qual è veramente in fondo, una bonacciona senza troppe idee, con una sensitività superficiale, che le permette d'arrotondare le forme e di scoppiare in una schietta risata quando non è necessario posare. Ma non è mai necessario, figliole mie! La ragazza che vuol destare simpatia non deve farsi notare, non deve ambire a una qualunque originalità che la renda diversa dalla solita gente, nè darsi delle arie e forzare il proprio naturale. È così agevole farsi vedere come siamo! Siete buone, ingenue, e ammodino? E risplendano al sole queste belle qualità che, apparendo, daranno gioia e conquisteranno i cuori. La vostra intelligenza non è delle più acute? Il velo di saccenteria, sotto cui vorrete nascondere la vostra deficienza si ragnerà al minimo sforzo, si bucherà al passare d'una freccia lanciata contro di voi da un insofferente di finzioni. Care mie, l'ingegno schietto ha lo splendore d'un brillante vero; la saccenteria ha, tutt'al più, quello d'un brillante chimico; e la gente ha occhi per distinguere. Se avete qualche difettuccio, l'unico modo per non farlo apparire è di toglierlo di dosso a poco a poco. Se non siete ben nette, pulitevi, chè non basta gettare uno strato di cipria sullo sporco, per coprirlo:bisogna lavarci! LA "LUNA" La signorina ha "la luna" - Sono fatta così! - Dominio di sè - Pioggia d'umori maligni - Antidoto infallibile - Potenza trasformatrice - Come l'arpa. IN casa di Lauretta "la luna"si vede spesso, e con che faccia rotonda! Dalla mamma alla cameriera, tutti temono di sentirsela cadere sulle spalle e di subirne la catastrofe. "Perchè m'avete svegliata così tardi? - Ve l'ho ripetuto mille volte che non voglio le calze così spesse! - Il vestito turchino? nemmeno per sogno! - Ma dov'è ora il mio quaderno d'appunti? - - Siete tutti sordi? " Generalmente le frasi sono accompagnate da uno sbatacchío di porte, dal tonfo improvviso d'una scarpa o d'un libro che vola, dal rimbalzo sonoro d'un ceffone sulla guancia del fratellino, dal guaito del cane o dal miagolio del gatto che hanno assaggiato la punta delle scarpe di Lauretta. E questo si ripete almeno due volte la settimana, o per un voto scadente meritato alla scuola, o per una ramanzina del professore, o per il rifiuto del babbo a sodisfare un capriccio della signorina, o per qualche altra lieve cagione. Ne' momenti buoni, poi, la piccola dèspota riconosce il suo torto; ma si scusa dicendo:"Sono fatta così". Tutti, Lauretta mia, siamo fatti così! Credi che le persone che tu vedi sorridere e parlare tranquille, e usare sempre la stessa cortesia sieno tutte insensibili e fredde? T'immagini forse che ii loro sangue scivoli calmo nelle vene, e nessun flusso batta violento al cuore, o nessun nodo attanagli la gola? Un piccolo morso alle labbra, una strizzatina d'occhi, una contrazione di mandibole, una tossettina secca sono spesso l'unica prova esteriore d'una vittoria sull'interna lotta combattuta. Ma non tutti credono, come te, necessario far trasparire dal viso, come da una porta a vetro, quello che avviene nell'intimità della loro anima e, soprattutto, non dubitano nemmeno un attimo che gli altri, attorno, debbano essere vittime de' loro sentimenti. Ti par giusto che la stizza per il cinque affibbiato dal professore al tuo componimento debba sfogarsi su tua madre che ha già altre preoccupazioni maggiori, sul tuo fratellino che nel malanno del cinque non c'entra davvero, sulla tua cameriera che nel mucchio delle sue responsabilità non numera certo questa, sul cane e sul gatto che, tutt'al più, potranno rubarti la costoletta sotto il naso, ma, via, di cose di scuola non s'inteteressano proprio? Contro questa tua rabbia invadente io voglio offrirti un antidoto. Ma, sai, bisogna che tu la curi sùbito fin da' primi sintomi, altrimenti sarà come chiamare il medico in fin di vita. Non devi assolutamente lasciare che la pioggia degli umori malvagi invada tutta l'anima; che, allora, sarà quasi impossibile opporre un argine alla furia del rovescio:alle prime nuvole mettiti in guardia, alle prime gocce ripàrati. Come? Numera tutte le dolcezze che la natura ti ha date, e contrapponi a esse le sventure di migliaia di fanciulle che hanno un'anima come la tua per soffrire e godere. O pensa agl'innumerevoli sacrifizi di tua madre per te, e schièravi contro tutte le tue disubbidienze, gli sguardi, i capricci costosi, le caparbietà e il resto della falange; e poi ascolta il tuo cuore, che ti consiglia a gettarti fra le braccia della santa creatura e a chiederle un bacio. Il bacio sarà l'arcobaleno. Lauretta, noi, persone mature, aspettiamo da te, dalle tue coetanee il sorriso, la gioia; il privarcene è crudeltà. Noi abbiamo già molto vissuto; le speranze nostre, il nostro buon volere sono soffocate spesso dalle disillusioni, dalle amarezze, dai dubbi, sì che per vincere devono dare un crollo e sconquassare tutta la nostra anima, che ne resta tremante. Voi, no! Per un disinganno, quanto ridere di sogni! E' una nuvoletta di maggio che naviga in pieno azzurro:un lieve soffio di vento, e la nuvola fugge via e lascia al suo posto il sereno. Abbiano le vostre anime fresche la potenza de' fiori, che convertono in profumo il concime di cui è coperta la terra, in colori smaglianti il nero delle zolle:e non sieno così fiacche da non saper trasformare la materia grigia che le circonda in sorriso e in fragranza. L'anima ha bisogno di qualche lieve contrarietà per invigorire, ma deve assorbire i succhi amari che le scivolano vicini, come fa il fiore del fimo, e non lasciare ch'essi colino fra le pieghe del viso o salgano ad annebbiare la limpidezza dello sguardo. Abituatelo, il vostro cuore, fin da questi primi anni della vostra vita cosciente, quand'è, direi, ancor molle, a sentimenti buoni; fate che il suo dolore - inevitabile anche alla vostra età - si converta in grande benevolenza e in compassione infinita per gli altri:e allora tutta l'anima vostra non scatterà stridendo a un rozzo contatto, e la vostra fisionomia si distenderà in un'espressione di pace, che saprà conservare per l'abitudine contratta. Avverrà come d'un'arpa da cui una mano gentile abbia tratto per anni note sottili e delicate: le corde sue sono disposte fra loro in tal modo, che canteranno soavemente anche al tocco d'una mano inesperta. M'avvedo che ho incominciato a parlare di Lauretta e ho finito col rivolgermi a tutte le fanciulle. . . Eh, chi sa mai che in altre case, dov'io non sono penetrata, non tondeggino altre "lune", e non vi sieno altre "cuffie per istorto", altri "nervi scoperti", altre signorine "fatte così" IL TATTO Da "toccare" - Il tatto morale - Chi non l'ha deve acquistarlo per non far male - Quali virtù chiede il tatto - In che consiste. NON posso dimenticarmi della prima volta ch'io ebbi a ricevere il compenso d'alcune lezioni impartite a una giovinetta, figlia d'un ricchissimo pizzicagnolo. . . a riposo. Sua madre, quel giorno, s'era piantata a sedere vicino al tavolino, e ogni tanto interrompeva le mie spiegazioni con una domanda. Io sudavo freddo; ma mi sentii addirittura gelare quando, terminata l'ora, la signora, sogghignando e tirando fuori un portamonete, m'annunziò: - Dunque aggiustiamo i conti. Da quel donnone, che sembrava tagliato con la scure, che aveva gli occhi da bove fuori della testa e un riso forte che le sgangherava la bocca, non dovevo aspettarmi di meglio. Si mise a snocciolarmi i soldi sulla faccia, e m'invitò a ricontarli. - Mi basta che l'abbia fatto lei in mia presenza - le risposi, e, preso in mucchio il denaro, chinai frettolosamente la testa, e uscii. Per la strada feci proponimento di non ritornare più in quella casa; ma poi mi vinsi, pensando che, col mostrarci troppo infiammabili, invitiamo gli altri ad accenderci. Ebbi il coraggio di continuare sino alla fin dell'anno a sopportare quell'oltraggio mensile, per sentirmi dare il colpo di grazia. Poichè io non ero riuscita a trar sangue da una rapa, e la sua figliola era stata sonoramente bocciata alla licenza ginnasiale, di cui la madre voleva adornarla come d'un finimento di lusso, quella mastodontica donna ebbe la cortesia d'accompagnare l'ultimo salario con queste parole: "Li darei più volentieri se la mia Silvia fosse passata". La risposta che mi venne sulle labbra era troppo audace, perchè io la dicesse, e me la stritolai co' denti in un morso furioso. Nè dissi altro. Morale? Quella signora non aveva tatto. È una virtù, questa, che ci bisogna troppo spesso, perchè noi la trascuriamo. Troppi sono i dolori umani, troppa l'umana suscettibilità, troppo diversi i caratteri, e infinite quindi le cure ch'essi richiedono. La parola"tatto"è per se stessa espressiva. Fra i cinque sensi ce n'è uno che si chiama appunto così, ed è quello che prova impressione per mezzo della pelle, e distingue una scorza ruvida da una tenera buccia. Ebbene, come le cose materiali, ci accade di dover toccare gli affetti, le sofferenze, le debolezze morali; anche per queste bisogna crearci un tatto vero e proprio, e bisogna educarcelo per non pigiare dove già duole, o per non produrre nuovo dolore. Che direste d'un medico che calcasse la mano sopra una piaga aperta, o strappasse via ruvidamente una benda di sopra una ferita sanguinosa? Dio ci salvi dal provare! Il male s'incrudisce, la piaga si slabbra ancor più, e torna a gemere:il paziente maledice al curante. Con le stesse precauzioni con cui un medico s'accosta a un malato, noi dobbiamo accostarci a ogni anima umana, cercarne la parte dolente e toccarla con dolcezza. Se ci saremo ammaestrati in quest'arte che richiede esperienza del cuore umano, penetrazione per leggere in quello degli altri, generosità per vietarci le parole che offendono, prudenza per non oltrepassare i confini, avremo pronta la parola che conforta, il gesto che soccorre, il silenzio che salva. Non ci capiterà, allora, di parlare di ricchezze a chi non ha pane, di dolcezze domestiche a chi ha in casa l'inferno, d'affetto materno a chi è orfano, di tombe ai malati, di corse a uno zoppo, di begli orizzonti a un cieco; non ci schizzerà sulla bocca un'esclamazione dolorosa davanti a una persona amica ridotta in pessimo stato dopo lunga assenza; non spiattelleremo, nudo e crudo, il suo difetto a chi ci preme di correggere, ma l'avvolgeremo, come in un velo, in buone parole atte a propiziarci l'anima di chi ci ascolta; non consoleremo chi piange per un lutto recente con frasi inconsiderate: "Era così vecchio... Piuttosto che penar tanto... Devi pensare a te che sei vivo..." E così di séguito. Nè imiteremo quella signora che gettava i soldi davanti a un'insegnante come aveva fatto comprando i maiali de' cui salami s'era arricchita, e che non riusciva a farsi perdonare con un po' d'accortezza la cretinaggine di sua figlia, per la quale io avevo dovuto sprecare tanto fiato:e il fiato buttato via non c'è moneta che lo paghi! DISCREZIONE Nel parlare - Il segreto di Pulcinella - Il tempo e le cose degli altri - La visita di Sant'Elisabetta - Abuso delle offerte - Confidenze forzate. LA signora Zaira, non avendo figli e potendo permettersi il lusso di due domestiche, dispone di molto tempo anche per gli affari degli altri. Le sue conoscenti, quando vogliono far sapere qualche cosa a una persona, a cui in un altro modo non potrebbero dirla, la spifferano in forma di assoluto segreto alla signora Zaira e le fanno promettere di tacere con tutti, ma specialmente con la tale; così sono perfettamente sicure che appunto la tale, il giorno dopo, magari la sera stessa, saprà tutto. Come le confidenze, così non rispetta le cose degli altri; è sempre all'uscio delle sue casigliane per farsi prestare ora questa ora quella cosa, e spesso, col pretesto di chiedere uno spicchio d'aglio, s'intrattiene a chiacchierare tre quarti d'ora sul pianerottolo, senz'accorgersi neppure che la sua interlocutrice freme d'impazienza. Ma amiche vere non ne ha. Anche le pochissime che sulle prime, attratte da' suoi modi affettatamente blandi e affabili, le s'erano affezionate, ora si son ritirate a poco a poco; se la ravvisano di lontano per la strada, cercano di sfuggirla alla chetichella, e, se dalla finestra la scorgono avvicinarsi alla casa, si propongono di non aprir l'uscio quando sentiranno sonare il campanello. Non c'è difetto più odioso dell'indicrezione così nelle parole, come nei fatti. Immaginate, figliole, che voi, in un momento d'espansione, aveste offerto a un'amica di prestarle la vostra musica, il vostro piccolo telaio, la vostra macchina a mano; niente di più naturale tra amiche! Ma quella a cui voi avete fatta l'offerta ha, in germe, il difetto della signora Zaira:i vostri cari oggetti corrono il rischio di perdere in giro il profumo della vostra anima, di cui s'erano impregnati. Spesso voi scappereste alla macchina per un'impuntura, ma dovete farla a mano perchè la macchina è dall'amica; quel fiorellino verrebbe meglio col telaio, ma per andarlo a prendere mettereste più tempo che a sbrigarvela senz'altro aiuto che le vostre dita. Ah, se aveste lo spartito della Norma, o quella bella canzone norvegese, così suggestiva! Vi mettereste al piano, e quel certo momentaneo malessere scomparirebbe. Ma la vostra amica s'è presa quel che avevate di meglio, e non v'ha lasciato che poche sonatine scolorite. Le cose vostre non sono più vostre. Chi è indiscreto non rispetta nemmeno il tempo degli altri. Vi sarà capitato di sentir la mamma lagnarsi d'aver perduta la giornata per una visita d'una sua conoscente, che ripeteva ogni dieci minuti il ritornello: "ora me ne vado" e non si risolveva mai ad alzarsi. Vi serva di norma, figliole! Spesse volte vi si fa buon viso in una casa al vostro apparire; ma, se fate tanto di trattenervi più del giusto, notate una cert'aria di scontento sui visi, sentite un certo raffreddamento attorno a voi, e v'accorgete che i discorsi smuoiono sulle labbra, che a stento si riempiono le pause con monosillabi insulsi. Ebbene, andatevene, prima che il freddo diventi gelo. Ma, anche senz'essere addirittura sfacciati, c'è un modo d'essere indiscreti ch'è proprio delle donne e vostro specialmente, figliole. Quando vi par di scorgere nel viso d'una vostra amica o compagna un'espressione diversa dal solito, v'immaginate che ci sia qualcosa, e allora l'avvicinate, la circondate, la stancate, la forzate a parlare. - Come sei pallida, stamattina! - Già, non sto bene! - Sembri così di cattivo umore! - Ho mal di testa. - Eh, via, per il mal di testa non si sta così imbronciate! - E se non ho voglia di ridere, debbo fingere per farti piacere? - Ci dev'essere una ragione. - Oh, bella! che vuoi che ci sia? - Lo saprai tu, ma non vuoi dirlo. . . E così di séguito, finchè il segreto, se c'è, deve scappar fuori. Neppure è prudente il diffondere una notizia, prima che sia data come ufficiale:il fidanzamento d'un'amica, il fallimento del tale, la partenza del tal altro. Discrezione! discrezione, figliole! Le confidenze, chi vuol farvele, ve le fa senza che voi le chiediate; ma se le tirate fuori a forza, lasciate, in chi ve l'ha fatte, uno scontento che si cambierà in malumore verso di voi. Se volete mantenere un'amicizia o riuscir gradite a chi vi conosce, non abusate mai dell'offerte, che a volte sono sincere, ma spesso son fatte a fior di labbra, senza che il cuore c'entri per nulla; non dite mai più di quel che dovete, ma piuttosto meno; non obbligate a parlare chi non ne ha voglia; non andate in casa d'altri nell'ora del pranzo, o quando sapete che vi sono ospiti, o che si dà una festicciuola alla quale voi non siete state invitate; fate insomma di non assomigliare alla signora Zaira, che, se ha molte conoscenti fabbricate dalla smania di voler ficcare il naso dapperturto, non ha però alcun'amica. CURIOSITÀ L'eccesso del desiderio di sapere - La ficcanaso - Chi ascolti agli usci... - Bocca amara. NO, non voglio essere fraintesa! Il giusto desiderio di sapere non solo è permesso, me è lodevole:l'innocente "perchè? "della bimba trova la sua naturale continuazione nella brama che la giovinetta ha di sapere la causa d'un fenomeno, l'effetto d'un altro, il modo di fabbricare la tal cosa, i mezzi che s'adoperano per distruggere la tal altra. Se la giovinetta osserva, ne viene di conseguenza che le s'affacciano alla mente molte incertezze, a cui corrispondono altrettante domande. No, non questa curiosità io deploro in voi, o figliole: ma quella, per esempio, della Cesira, che tutti nel vicinato chiamano "ficcanaso", perchè la si vede sempre spiare fra le stecche delle persiane, o scivolare nell'ombra del pianerottolo, o affacciarsi alla porta di casa, se dalle scale giungono le voci di due o tre persone, o far combriccola colla portinaia per sapere gli affari di questo e di quello. Prima di tutto, vien fatto di pensare che Cesira non abbia un briciolo di dignità, poi che non conosca affatto il valore del tempo, della cui stoffa è tessuta la vita; in terzo luogo, che non abbia nel cervello un pensiero serio da sostituire a tutti quelli vani che le frullano dentro, sodisfatti di trovare tanto spazio vuoto a loro disposizione:in quarto luogo, che darà molto da fare a sua madre, la quale dovrà perdere tempo e fiato per correre dietro alle sue fantasie; in quinto... Via, non finirei più, se seguitassi! Ma verrà il momento in cui qualcheduno si vendicherà della sua smania di tenere occhi e orecchi sempre spalancati sulle cose altrui, spiattellandole il fatto suo, come se nulla fosse, attraverso la serratura d'una porta, o spalancandole addirittura l'uscio sulla faccia mentre meno se l'aspetta. E, a poco a poco, tutti s'allontaneranno da lei come da un pericolo. Io non voglio che accada così anche a voi. E allora, datemi retta: curatevi soltanto di quanto avviene a casa vostra, e lasciate che gli altri sbrighino da sè i loro affari. Due o tre compagne parlano fra di loro? Non gettate occhiate di traverso, non mostrate di star sulle spine per timore che si pronunzi il vostro nome: le invogliereste a interessarsi per forza di voi. Non perdete il sonno per la smania di sapere chi sposa la tale, quanta dote porterà la tal altra, perchè una terza è partita improvvisamente, senz'avvertire. Se v'incamminate per questa via, mie care, vi mettete da voi stesse un laccio al collo, e vi togliete il respiro. Sodisfatta una curiosità, vi resterà sempre un certo disgusto, un non so che amaro, da cui crederete di liberarvi cercando di sapere qualche altra cosa che odora di mistero, ripagandovi con lo scoprire ciò che si velava davanti ai vostri occhi. No, no! Quello che voi aspettavate, quello che vi fingevate con la fantasia era sempre migliore; e, dopo, non vi rimane che la disillusione e perfino un po' di rimpianto... Era dunque meglio il mistero? Ma il disinganno provato non v'impedirà di voler togliere un altro velo e d'oltrepassare nuovamente i limiti di quanto v'è concesso; di voler leggere in un libro messo all'indice per voi, o cogliere a frullo un discorso appena sussurrato, o forzare una confidenza, o impacciarvi in tutto ciò che non vi riguarda. "Une âme livrée à la curiosité est comme les flots de la mer, livrée a tous les vents" ha detto il Fénelon. Figliole mie, provvedete a tempo, se amate la vostra tranquillità, che sarebbe eternamente turbata dalla smania di sapere ciò che non bisogna o è malsano sapere, e se desiderate di piacere al vostro prossimo, che generalmente rifugge dai pettegoli e dai curiosi. IL RIDICOLO "Tutti mi riderebbero dietro" - Tutto fumo e niente arrosto! - In che consiste il vero ridicolo. "NO, no, mamma! Tutti mi riderebbero dietro!" E la signorina pianta in asso sua madre, o pesta i piedi, o frigna come una bimba. Sicuro! a imbracciar la rete per fare qualche spesuccia; a indossare la cappa di tre anni fa; a scappare dal vicino bottegaio con una sciarpa in testa, a portare, ben rimpaccato, un tegamino o un cavolo: a fare, non del male, ma qualcuno de' suoi giusti comodi, la giovinetta moderna si vergogna. "Tutto fumo e niente arrosto!" dicono a Firenze. In certi casi, questa sciocca vergogna farebbe piangere, non ridere, care le mie figliole, se si potesse dare un'occhiatina dietro le quinte. Il babbo sgobba da mattina a sera all'ufficio o alla fabbrica, la mamma si scarnisce sul lavoro, si paga il pane con tanta perdita di sonno, e non ci bada, lei, alla gente che la vede per la strada carica come un facchino; ma la figlia ha il fiocchetto in testa, se non il cappellino, ha la borsetta, ha le scarpine di vernice e un'aria di "lasciatemi passare" che stòmaca davvero. Il ridicolo? È ridicola una contadina col cappello, una signora col cagnolino al guinzaglio, un vecchio con pretese di giovinotto, un damerino impalato nel goletto e striminzito nei pantaloni e nelle scarpe, una ragazza sformata con le sottane attillate fra cui le gambe sgangherate inceppano malamente; è ridicolo chiunque esca fuori da' limiti fra cui la sua condizione sociale, la sua età, le sue abitudini dovrebbero costringerlo. Ma chi segue imperterrito la voce del cuore e della retta coscienza, sordo alle chiacchiere vane della gente, non è mai ridicoloqualunque cosa faccia. Tenete a mente, figliole, che non riuscirete mai a far nulla di buono con questi falsi timori, con queste reticenze dannose. Come? Se a un povero vecchio, per la strada, si sparpagliassero le patate da un sacco che gli curva le spalle, voi vi guardereste intorno sottecchi prima di chinarvi, e vi tratterreste dal farlo, se vi capitasse di sorprendere un'occhiata curiosa o un ironico sorriso? Vergogna, figliole! Credete, forse, che, se i grandi inventori avessero temuto le risa e gli scherni della gente, noi avremmo il benefizio delle loro scoperte? A costo d'essere lo zimbello di tutti, essi proseguivano irremovibili nell'opera che doveva umiliare con la sua grandezza, beneficando que'medesimi che ne avevano deriso l'autore. Portate alta la fronte, anche se dal braccio vi pende la rete carica di patate o di cipolle. Forse la signora che vi passa vicino squadrandovi insolentemente deve il suo lusso ai sacrifizi del marito; la giovinetta che vi ostenta i suoi fronzoli, guardandovi d'alto in basso, ha fame; i monelli che vi urtano sghignazzando non ne sanno nemmeno il perchè. Ma, in compenso, quante mamme penseranno vedendovi: "Oh, se la mia bimba diventasse così assennatina!". E quanti poveri padri sospireranno"Se la mia figliola fosse come questa, non m'andrebbe metà dello stipendio in una domestica, e non mi sentirei così spesso quel certo languore". Verità sante, ragazze mie, verità da piangerci sopra: altro che ridicolo! RISPETTI UMANI Apparenze e realtà - Opinioni degli altri - Rispetti umani e rispetto degli altri. MA come fate voi a saper sbrigare tante cosette? Che? Anche la camicetta vi cucite? Rammendate voi il bucato? Le scarpe. . . ? Ma il fumo che esce dalle cazzeruole guasta la carnagione! Ah, io non sono proprio buona a nulla! Non so tener l'ago in mano! Le calze? Che roba uggiosa! A me le rammenda sempre la nonna. Non so nemmeno dove sia la paniera dei cotoni... Non escono che di queste frasi dalla bocca di Sofia, la quale, per di più, piglia in giro quelle sue conoscenti che s'ammattiscono a imparare le dosi d'una pietanza, o s'affaticano attorno a una rete di punti per coprire i buchi della biancheria. Le persone più sensate s'accigliano, quelle più alla buona si congratulano con se stesse perchè si riconoscono capaci a qualcosa, superiori almeno a quella grullina; ma c'è qualche scioccherella che pretenderebbe d'imitarla, e intanto l'invidia. La verità è, invece, ben lontana da quelle parole vane che si sforzano di fabbricare un'opinione assai poco lusinghiera di chi le pronunzia. Sofia aiuta in casa sua madre malaticcia, non teme di sciuparsi le mani col carbone e neppure di screpolarsele rigovernando; più volte risparmia garbatamente il lavoro noioso de' rammendi alla nonnina, che ci si leva gli occhi; avvolta in un grembiulone di rigatino, s'inginocchia e consuma olio di gomito sui pavimenti; e, con la stessa disinvoltura, copia da' figurini la foggia d'un abito, per adattarselo con le proprie mani sulla graziosa personcina. Ma, per falso rispetto umano, non vuol palesare queste sue abilità, e fa come l'avaro che nega la vista delle sue ricchezze alla curiosità del prossimo, e gode di possedere quel che lui solo conosce. Sofia danneggia se stessa: con le proprie mani allontana da sè la stima del prossimo; anzi, il prossimo lo urta manifestando idee contrarie al buon senso e disprezzando ciò ch'è degno di rispetto. ORDINE Prima della scuola - Parole del Pestalozzi - Ordine esterno e ordine interno - - La disordinata - La sua persona - La sua camera - I suoi racconti - Esempio della natura - Alti e bassi - Piccole abitudini. DOV'ho cacciato lo scartafaccio? Dove è andata a ficcarsi la Divina Commedia? Chi m'ha preso il temperino? Non trovo più i guanti! In quante case, la mattina, prima dell'ora della scuola, si ripetono queste interrogazioni in tutti i toni, dal più timido - che dimostra in chi lo esprime un'intima coscienza del proprio torto - al più rude e arrogante! La madre sospira, i fratellini pigliano in giro, la domestica, se c'è, sogghigna e canterella fra' denti. Corrono intanto minuti preziosi, quarti d'ora, e quell'utilissima ripassatina alla lezione studiata la sera avanti è trascurata, la colazione è fatta in fretta e furia, col pericolo d'ingozzarsi e, a scuola, di slogarsi le mascelle in interminabili sbadigli. Male, malanno e uscio addosso! A questo ci penserà il professore. Esagerazione? No, figliole mie. L'ordine è una piccola virtù, ma dà frutti dolcissimi e reca benessere e buonumore a voi e a chi vi circonda. E, allora, direste che sono addirittura un paradosso le parole che il Pestalozzi, nel suo romanzo "Leonardo e Geltrude", fa dire da un ladro già sotto la forca al suo giustiziere: - Ah, sol che mio padre m'avesse insegnato ad attaccare i miei abiti esattamente al loro posto, oggi non sarei qui! - Sante parole, invece, che rivelano tutta una serie di piccole tristi abitudini contratte e divenute attaccaticce e contagiose. Parlandovi della pulizia, vi dissi che l'insofferenza delle macchie esterne vi rende anche insofferenti di quelle interne; così vi debbo dire dell'ordine, che dalle cose esteriori si comunica alle interiori, e da queste a quelle. Fate un po' d'esperienza:mettetevi a studiare, una mattina, quando ancora non vi siete ravviate, la vostra camera è in aria, il letto è sfatto, i mobili sono polverosi, le seggiole non sono al loro posto. Non provate difficoltà a raccogliere le idee? Non sentite addosso un po' d'agitazione, un'uggia che v'impedisce di fermare la vostra attenzione e d'afferrare bene il senso di certi periodi, che la sera prima, benchè con la mente più annebbiata, comprendevate? Fate lo stesso esperimento la mattina seguente, dopo esservi lisciate in testa, ravviate addosso, dopo aver dato una spazzatina e una spolverata co' fiocchi nella vostra cameretta, rifatto a modo il letto, riordinato sui mobili e serrata la fila de' vostri libri, ch'erano un po' sparpagliati. Come v'attrae quel tavolino pulito, con un bello spazio vuoto per voi! Come fa piacere sentirsi la fronte e le tempie libere da quelle noiose ciocche di capelli, i panni ben accostati alla persona! Come si riposa l'occhio su que' mobili lucidi, su que' libri riordinati! Le cose vi rendono le cure da voi ricevute; ma se non vi compiacete nel carezzarle, nell'abbellirle, esse si vendicheranno di voi. Ora potete leggere, studiare; voi troverete ne' libri la stessa chiarezza che v'è attorno, e nella mente le idee non saranno accatastate come la mattina avanti, quando la camera era sossopra. A suo tempo il cappello, il cappotto, i guanti vi balzeranno sott'occhi, perchè voi saprete dove guardare, nè avrete bisogno di sacrificare nella ricerca affannosa que' dieci minuti destinati alla prima colazione. La mamma, che avrete lasciata in pace, vi compenserà col suo più chiaro sorriso, e voi v'avvierete alla scuola ben disposte e serene. Non così accade a quell'arruffona della Gigetta, ch'entra in classe sempre in ritardo, tutta scalmanata, co' capelli penzoloni sugli occhi arrotondati, e si butta nel banco come un cencio, dopo aver cincischiato una scusa qualunque. Oggi le manca la penna, domani il quaderno degli appunti; ora non a potuto risolvere il problema, perchè soltanto la sera tardi s'era accorta d'aver perduta l'intestazione scarabocchiata su un foglietto; un'altra volta le tocca farsi imprestare una matita per il disegno; e sempre nella sua persona è un arruffío disgustoso. E m'immagino la sua camera. Vestiti, cappelli, guanti, scarpe gettati giù alla rinfusa, non importa dove; un guazzabuglio di libri, di quaderni, di penne, di matite sul tavolino e sul cassettone, e, in mezzo, gettati a casaccio, gomitoli, forbici, ganciascarpe. Dio ce ne liberi, se improvvisamente càpita a un'amica! Per un passeggero falso pudore, un mucchio di cenci - forse avvolgenti un foglio, un libro - è cacciato nel comodino, le scarpe nell'armadio in mezzo ai vestiti, un pacco di libri nel primo cassetto sbadigliante di traverso, il cappello, dove? Ah! nel cestello del lavoro, là nel cantuccio. L'amica entra. - Scusa il disordine, sai... - Eh, mi pare che sia tutto a puntino! Ma lo dice un po' sogghignando, perchè dalla stanza vicina, nell'attesa, ha udito il tramestio rivelatore, e, poi, nella camera stessa, qualcosa fa sempre la spia. Quella trina che esce dal cassetto del comodino! Quella stringa ciondoloni dalla fessura del guardaroba! Figuratevi poi le idee in quella povera testa sventata. Sono la perfetta immagine delle cose esteriori; e i sentimenti lo stesso:un caos! Se le domanderete di raccontarvi un fatto a cui ella ha assistito, Gigetta comincerà dal fondo; poi, per arrivare al principio, dovrà ripetere, disdire, aggiungere, inventare. Chi non è sincero dimostra di non rispettare il limite delle cose. Non sapendo distinguere il valore delle parole, ignorerà anche quello degli oggetti ch'esse rappresentano; non essendo avvezzo a separare il vero dal falso ne' discorsi, trasporterà tale abitudine nelle azioni, nelle quali violerà i confini. Ecco che, senza volere, ritorniamo alle parole del Pestalozzi, che, a tutta prima, sembrano un paradosso. Quel ladro avrà cominciato col non aver un posto distinto per ogni cosa sua, e avrà finito col non averlo per ogni sua idea, per ogni sua sensazione e, peggio, col mescolare giusto e ingiusto, lecito e illecito, bene e male. La natura ci dà il sublime esempio dell'ordine, ch'è fratello della puntualità; guai se il cammino degli astri, l'alternarsi del giorno e della notte e quello delle stagioni non fossero soggetti a determinate leggi! Guai se alla terra saltasse il ticchio di cambiar strada, agli astri di mutar posto, e così via! Allora sì che le nostre povere teste avrebbero diritto d'essere un po' sossopra. Su, su, figliole mie! Cominciate dalle piccole cose, e arriverete alle grandi senz'accorgervene! Ma non seguite il vizio di certe sventatelle, che si scalmanano un giorno per buttar all'aria la casa e ridurla uno specchio; e poi, per due settimane, lasciano ammucchiare la bambagia sotto e la polvere sopra i mobili, e riducono cassetti e guardaroba veri portaspazzature; sareste come certe donne che, lungo la settimana, vanno in giro sciatte e sbrendolate, e la festa sfoggiano abiti pieni di pretese e di "stammi a vedere". Appena arrivate a casa, deponete ogni vostro indumento d'uscita al suo posto; il cappello nell'armadio, il cappotto sull'attaccapanni in attesa d'essere spazzolato, i guanti nel solito cassetto, l'ombrello nel portombrelli, e così via. E, la sera, non mettetevi a letto senz'aver dato un'assestatina al tavolino da studio, e aggiustato bene i vostri indumenti sulla seggiola. Via via le piccole buone abitudini verranno da sè, una chiamata dall'altra; e vi saranno di dolce compagnia e d'aiuto, più che se voi vi moltiplicaste. Quanta sodisfazione vi daranno! E la contentezza di sè rende alacri e leggeri. Quanto risparmio di tempo! Ne guadagnerà il lavoro, che sarà meno affrettato, e il riposo, a cui potrete concedere qualche quarto d'ora di più. LA CAMERETTA Nitore verginale - Semplicità e armonia - L'anima delle cose - L'abitazione e l'abitatrice. FUI chiamata una volta dalla famiglia d'una diplomanda, per dare a questa alcune lezioni. La madre era malata, e mi fete pregare di passare io stessa un momento a casa sua. Una bimba decenne m'introdusse in una piccola camera da letto e mi tenne un po' compagnia, facendomi un mondo di scuse:la mamma s'era assopita proprio in quel momento, e la sorella maggiore - la mia futura allieva - era dovuta scappare in farmacia per una medicina. Mentre la piccina cinguettava come un'allodola, io mi sentivo invadere da un senso di benessere che hon mi sapevo spiegare; mi pareva che perfino la pelle della faccia mi si spianasse, che i nervi si distendessero, che il corpo tutto s'allentasse in un benefico sopore. Mi guardai attorno. I muri della camera erano imbiancati di fresco, e nulla su di essi interrompeva il nitore luminoso, se non due piccoli ritratti alla destra e un crocifisso alla sinistra del lettuccio, ch'era semplice, ma con la coperta nitida distesa, senza una grinza e con le due lettiere di ferro ammorbidite da una tela bianca. Davanti alla finestra, che aveva tende di mussola candida, era una tavola ricoperta d'un tappeto chiaro e abbastanza ampia per contenere una bella allineatura di libri, schierati all'orlo con ordine e perfino con una certa armonia di colori, e per lasciare un largo spazio libero alla studiosa. Un quaderno di sunti, su cui forse la giovinetta scriveva prima d'uscire, era restato aperto; e dalle sue pagine limpide, senz'orecchie e sgualciture, una scrittura rotonda, uguale, chiara m'invogliava a leggere. Lo stile piano, uniforme corrispondeva alla nitidezza del quaderno. Alla parete a mancina della finestra era appesa una scansia, dalle cui assicelle pendeva una lista di tela iuta ricamata in lana celeste:e non si sapeva s'essa abbellisse i libri o ne fosse abbellita. Sotto la scansia, un tavolino sosteneva una macchina da cucire a mano e un cestello, dove i rocchetti bianchi e neri sembravano tanti soldatini schierati gli uni contro gli altri, in mezzo a cui scintillavano, armi innocue, le forbici, il ditale, l'uncinetto e un agoraio di metallo. Dall'altra parte della finestra c'era il cassettone di noce con marmo candido, su cui era posato uno specchio a bilico. Nel corsello del letto, da un attaccapanni di legno, pendeva un grembiulone a quadretti bianchi e turchini; al fondo un portacatino di ferro lucido, con la sua catinella e la sua brocca di porcellana e il suo asciugamano ripiegato a striscia e ben disteso. Un raggio di sole, entrando per lo spiraglio delle tende, ravvivava un mazzolino di mammole pioventi da un alto vasetto di cristallo. Era in ogni mobile una semplicità quasi rudimentale; ma ogni mobile aveva una sua fisionomia particolare, pur non stonando affatto con quella degli altri; c'era, fra essi, una specie d'affiatamento, c'era, direi, l'aria di famiglia. Tutte queste cose materiali parevano avere un'anima che togliesse loro la superficiale banalità per renderle strumento di gioia, di tenerezza, di melanconia, di poesia, di raccoglimento. La padroncina a quegli oggetti doveva aver dato molto di sè; tanto che in essi io ci vidi molto di lei. E l'intuizione mia s'ingannava così poco che, quando una voce dall'uscio mi riscosse con un timido "mi scusi", nella giovinetta che m'apparve davanti credetti di vedere una mia conoscenza antica, di cui que' pochi minuti scorsi nell'attesa m'avessero risvegliato il ricordo. La mia allieva era veramente come la sua cameretta me l'aveva rivelata:anche nella sua mente le idee avevano il loro posto, la stessa chiara limpidità di que' semplici oggetti, e, com'essi, erano puri e senza macchia i sentimenti della candid'anima giovanile. PUNTUALITÀ Con la vettura Negri - La sorellina del D'Azeglio - Mancanza di rispetto - Egoismo - Ogni cosa a suo tempo e il suo tempo per ogni cosa - L'orario per la giornata della giovinetta - Gli scampoli di tempo - Piccole occupazioni - La lancetta lunga dell'orologio - La misura del tempo - Puntualità e ordine. CHI manca? Eh, la Rina! C'era da aspettarselo! E sempre così! Arriva finalmente, tutta trafelata, col cappello sulle ventitrè, le ciocche de' capelli sugli occhi, il cuore in gola. - Se sapeste! me n'è capitata una bella... Lasciatemi prender fiato. Non ne posso più! E così via: ne spiattella una, la prima che viene in bocca, tanto per dare un po' di polvere negli occhi e acquetare sommariamente la propria coscienza, che del resto non è molto agitata. Tant'è vero che un'altra volta è la stessa storia. A scuola arriva con un quarto d'ora di ritardo e perde la prima parte della spiegazione; al desinare lascia sempre il tempo a' suoi di vuotare la scodella della minestra e, spesso, anche il piatto che segue; a un appuntamento giunge sempre con la vettura Negri, e a chiunque ha bisogno di lei porta immancabilmente il soccorso di Pisa. Io non so come professori, genitori, amiche, conoscenti non abbiano ancora perduto la pazienza e pensato d'affibbiarle una bella lezione alla D'Azeglio:come capitò appunto alla sorellina del gran patriota, che, ritornata a casa in ritardo per il pranzo, si vide portar davanti la minestra ghiacciata e con un dito di neve sopra. Nell'attesa, l'avevano tenuta in caldo sul terrazzino. La mancanza di puntualità è anche mancanza di rispetto verso gli altri, che obblighiamo a sottostare ai nostri comodi; è una specie di disprezzo del tempo e delle occupazioni altrui; è una forma, più o meno velata, d'egoismo, e, come qualunque altra manifestazione di quest'odioso eccessivo amore del nostro io, indispone gli altri verso di noi, li rende impazienti, aspri, ingiusti forse. Piuttosto che trascurarla questa semplice, ma grande virtù, è meglio esserne schiavi, servirla fedelmente; è meglio, per ubbidirla, sacrificare un lavoro incominciato, interrompere il riposo, far i sordi a un piccolo malessere, non procurarsi una grande sodisfazione. Ma la lettera aspettata dev'essere scritta, ma all'appuntamento dato si deve giungere senza un minuto di ritardo, ma ciò che s'è convenuto per quella tale ora, a quell'ora precisa si deve fare. Ogni cosa a suo tempo, e il suo tempo per ogni cosa:questa è la regola fissa, a cui ogni eccezione è vietata. Io vorrei consigliare a ogni giovinetta un orario per la sua giornata, e vorrei con dolcezza obbligarla a osservarlo scrupolosamente: pena, la privazione del bacio materno alla più lieve in esattezza. La mattina, intanto, ci dovrebbe essere l'ora precisa della levata:unica eccezione una malattia riconosciuta da giudice scrupoloso. - Che danno sarebbe sgusciar fuori de' lenzuoli venti minuti più tardi? - mi domanda una monella di quindici anni. Intanto, signorina mia, lei non potrà ripassare la lezione studiata - immagino - la sera prima tra sonno e stanchezza, sarà obbligata a sacrificare la nettezza personale, a ingozzarsi per tirar giù la colazione, a scalmanarsi per giungere a scuola, se pure ci giungerà a tempo. Chè, se no, le conseguenze cattive si moltiplicheranno. Eh? ne sa qualcosa? e allora non sto ad aggiungere altro, per non farla arrossire. Vorrei che ogni giovinetta tenesse conto degli scampoli di tempo, che sono utili come quelli di stoffa:costano poco e rendono molto. Co' dieci minuti sparpagliati fra le occupazioni maggiori si formano delle ore destinate per le minori; anche i soldi buttati qua e là impensatamente, senza scrupolo, compongono le lire e... lasciano le tasche vuote. Un piccolo lavoro facile a lasciarsi e a riprendersi, la lettura d'alcune massime o di libri già noti, ma degni d'esser più noti, una breve lettera da scrivere, un'assestatina all'armadio, due punti per riattaccare la spighetta della sottana scucita qua e là, o per fermare due bottoni penzolanti, una lustratina alle scarpe:quante, quante cosette! E che sodisfazione, poi, non trovarsi tutto il lavoro così ammucchiato che vi soffoca come bocconi gettati giù in fretta un dietro l'altro e fermi in gola, in modo che non si sa qual cacciare giù prima. Vorrei che s'abituassero presto le fanciulle a tener d'occhio la lancetta più lunga dell'orologio e a sapere il tempo che ci vuole per la tale faccenda, o per andare nel tal luogo, o per scrivere una pagina, o per fare - che so io? - una soletta. Allora non accadrebbe a una nostra figliola di riserbarsi un'ora per assestare la casa e preparare la colazione, o d'illudersi di arrivare in venti minuti in un luogo distante un'ora di cammino, e così via. Lasciatemelo confessare, benedette ragazze:c'è dell'indolenza bell'e buona nel vostro modo d'agire. Se sapeste di dover prendere il treno alla tal ora per recarvi nel paese della Cuccagna, non manchereste certo di trovarvi a tempo alla stazione; anche - oh, piccola viltà! - perchè il signor treno non aspetta i comodi vostri. La puntualità è sorella dell'ordine: questo vuole ogni cosa a suo posto, quella a suo tempo. E' questione d'avvezzarsi; ma l'abitudine ci sarà di grand'aiuto nelle nostre occupazioni, che scivoleranno via come le ruote nel binario, senza deviazione, senz'incertezza. Pensate un po', se il lattaio, il fornaio, l'ortolano e tutti i vostri fornitori non fossero puntuali nel servirvi, qual danno ne deriverebbe; riflettete - ahimè! - se al sole saltasse il ticchio di dormire un'ora di più la mattina, e gli altri seguissero il suo esempio. Mamma mia, che disastro! PICCOLE MANIE Lisetta "Toccatutto" - Ogni abitudine puo' degenerare in mania - Non bisogna oltrepassare i limiti. "LASCIA star quelle nappe, benedetta figliola!" La mamma ha un bel ripeterglielo, ma Lisetta non può resistere più di cinque minuti senza mettere le sue mani a servizio delle cose che la circondano:o stuzzica le frange del tappeto o rincincigna la tenda, o strappa una pagliuzza ritta della seggiola, o ne graffia la spalliera. Se è a tavola, arrotonda co' polpastrelli i minuzzoli del pane, o con la punta del coltello riga la tovaglia; se un'amica discorre con lei, deve rassegnarsi ad avere sgualcita la trina del goletto, strappata una sfilacciatura del vestito, tormentata la catena dell'orologio. È un supplizio! Se Lisetta, ora ch'è giovane, comincia con queste piccole mancanze d'osservazione, di sorveglianza su se stessa, finirà - divenuta donna matura con l'esagerare ogni sua abitudine e far sì ch'essa degeneri in mania. Conosco una zitellona, a cui la passione dell'ordine rende insopportabile la minima infrazione alla sua regola fissa: una seggiola spostata, uno stoino sgusciato fuori dal suo rettangolo, un tappeto penzolante da una parte più che dall'altra, un filo caduto a terra nel cucire le dànno un'oppressione vera e propria. Quando una conoscente va a trovarla, deve subire un esame su tutta la linea. Se si muove sulla poltrona, la zitella sussulta; se col gomito preme il bracciolo, quell'anima in pena non smette di fissare il gomito colpevole, almeno finchè è costretta a ficcar gli occhi sul panchetto stropicciato da' piedi della visitatrice; e tanto fa che questa, per non stare e far stare sulle spine, si risolve ad andarsene. Allora lei l'accompagna fino alle scale con eccessiva premura, che troppo sa di riconoscenza, e si spiccia a chiuder la porta con un certo sbatacchío per correre a raddrizzare la poltrona, a lisciarne la copertina, a spazzolare il panchetto, a strofinare il pavimento su cui la visitatrice è passata. Soltanto allora respira. Tutte le care virtù di cui ci dobbiamo circondare possono divenire manie, tali da rendere esosa la virtù stessa da cui derivano. Il risparmio si muta in avarizia, la generosità in scialacquio, la franchezza in sfacciataggine, la prudenza in viltà. Ora, nei nostri rapporti con gli altri, oltrepassare i limiti significa uscire dalla virtù per entrare nel difetto contrario: ma, quando la nostra abitudine sarà divenuta mania, il contegno del nostro prossimo ci metterà in avviso. Appena ci accorgeremo d'annoiare, di far in qualche modo soffrire chi ci avvicina, torniamo su' nostri passi e rientriamo ne' confini del giusto. L'ANTIPATIA IN BALLO SIAMO d'accordo! La signorina Filomena è antipatica. Basta guardarne l'andatura compassata, l'impettitura da tacchino che fa la ruota, l'impassibilità del viso adorno di grossi occhiali a stanghetta, la durezza della testa, che sembra messa lì apposta per sostenere il cappello stracarico di teste e d'ali di vari uccelli. Quella voce poi! E' disgraziata come la persona e dà una sgradevolissima impressione all'orecchio. Ma sapete voi se l'antipatica quadratura della faccia e del corpo deriva dall'abitudine delle qualità che sono esose generalmente, oppure è l'effetto d'un frequente corrugarsi della fisionomia, d'un rattrappirsi delle membra per dolori sofferti, per mancanza di sodisfazioni? Il suo aspetto esteriore conserva forse le cicatrici del male patito. E più voi, monelle spensierate, dimostrate alla poveretta la vostra avversione, più la sua scorza diverrà ruvida, più s'irrigiderà il suo corpo contro l'insulto visibile. Immaginate un poco, o piccole tiranne, quel che provereste voi, se al vostro apparire vedeste un accigliarsi di volti, un alzare di spalle, un volgere obliquo d'occhi, un sommesso brontolare. Quant'amarezza, figliole mie! Ebbene, abbiate compassione dell'angosciosa melanconia che ogni persona priva di simpatiche attrattive deve sentire; compensatela voi con la vostra benevolenza. Non vi consiglio di fingere, perchè non è finzione, sotto qualunque suo aspetto, la carità; e voi siete caritatevoli nell'atto d'offrire un sorriso, una parola buona a chi ne soffre la miseria, come sareste porgendo il vostro borsellino al mendico che non ha da sfamarsi. Forse più ancora! E, d'altra parte, non tutti i momenti della nostra vita sono quali noi li vorremmo, non tutti i bocconi adatti al nostro palato; ma anche a quelli che non ci gustano noi non dobbiamo fare boccacce. Non c'è merito a sorridere ai visi belli, freschi, simpatici, a trattenersi in conversazione con chi ha la voce melodica e la pronuncia gradevole:il merito sta nel far buon viso a chi non ci attira con alcuna grazia d'aspetto o di maniere, con chi è brutto, sciancato, disprezzato dagli altri; il dovere nostro è di dare a chi ne manca un po' dell'amore che noi riceviamo. Perchè dovremmo anche noi concorrere a commettere un'ingiustizia? E grande ingiustizia è quella di schierarsi tutti dalla parte di chi è lieto e sereno o per natura o per circostanze favorevoli, e lasciare sole nell'ombra le creature disprezzate, senza gioia, senza sorriso. Badate, figliole mie, che vi potrà accadere, se voi non avrete compatimento, di divenire un giorno voi stesse antipatiche e di non ottenere dagli altri quella benevolenza ch'io vi consiglio. SUA ECCELLENZA BUON GUSTO "Se avessi soldi, il gusto ce l'avrei! - Madamigella Buon Gusto - Vetrina ambulante - Brune e bionde; grasse e magre - Esagerazione e buon gusto - Scappatoie della moda - Ordine e armonia - Il bello e l'appariscente - Le sfumature - In che si rivela il buon gusto - Niente di superfluo. "SE avessi soldi, il gusto ce l'avrei anch'io!" E con queste parole chi ha pochi soldi, ma ancor meno gusto, spera di cavarsela. L'ho sentita dire, questa frase, anche pochi giorni fa, da una giovinetta in mezzo a un crocchio d'amiche: istintivamente la guardai, e dovetti sorridere. La testa reggeva una specie di paralume di color rosso con un cordone giallo; il vestito, meschino davvero, aveva delle pretese di lusso, contrastate vivacemente da un cozzo di tinte varie, da pizzi, nastri, ciondoli appesi alla catena; le calze verdi davano il colpo di grazia. Io m'immagino la cameretta di quella ragazza: i mobili sopraccarichi d'aggeggi inutili, le pareti bucherellate da chiodi sostenenti quadretti da dozzina, cartoline illustrate dalle figure in rilievo, alternate con i cartoncini del Liebig, il tavolino ricoperto da un tappeto a piccoli rettangoli di stoffe diverse e qua e là, svolazzante, qualche ballerina o angioletto di cartavelina multicolore. Se quella ragazza avesse de' soldi, resterebbe soffocata dagli effetti del suo buon gusto, e sembrerebbe una vetrina ambulante. No, figliole mie, chi possiede questa dote innata, la rivela nelle azioni più umili come nelle più rare:nel modo di tenere libri, d'apparecchiare la tavola, nel gesto con cui accompagna un piccolo dono, nell'andatura, nella confezione d'un pacco, nell'economia severa di quanto è superfluo, così sulla persona come nella camera, dalla quale dev'essere escluso ciò che non serve quotidianamente, ma anzi urta l'estetica e la salute, raccogliendo polvere e togliendo aria. Il buon gusto, soprattutto, voi dovete dimostrarlo nel perfetto accordo della vostra condizione col vostro abbigliamento. Su questo punto non insisterò mai abbastanza, figliole mie! Quanti fronzoli ch'io vedo indosso a giovinette appena agiate racconterebbero storie dolorose! Si può essere semplici e, aiutandoci con mille piccole arti note soltanto a noi donne, sembrare eleganti. Un'acconciatura modesta e graziosa, non deturpata da pettinini con coste auree o brillantate o da altri ninnoli inutili, un vestitino di mussola di poche lire sotto la vostra faccetta sorridente e rosea possono inspirare il pennello dello stesso pittore che arriccerebbe il naso davanti a un accozzo di tinte vivaci, a una rappezzatura di stoffe finissime, ma inadatte alla carnagione, alle fattezze, al sorriso. Una giovinetta dalle forme audaci si guarderà dall'indossare un abito celeste molto increspato, che invece donerà a una magra; la bruna sceglierà per una sua camicetta una sfumatura canarina o un bel porpora; mentre capelli biondi e carnagione bianca spiccheranno sopra un viola o un rosa pallido o sulle tinte scure. Le sfumature sono il gran segreto dell'eleganza; e vi ripeto che io per eleganza non intendo "lusso", ma "ciò che è scelto;" nè scambio il bello coll'appariscente. A chi sa questo segreto riuscirà l'accordare anche i colori che a prima vista ci sembrerebbero più cozzanti:il cielo ha talvolta certi effetti di lute che, a chi li osservi, possono servire di guida. Tutte, brune e bionde, si guarderanno dalle fatture complicate, pesanti di guarnizioni, esagerate nella ricerca della moda. L'esagerazione è nemica giurata del buon gusto; nè la moda è così tiranna da non lasciar sempre una scappatoia. Immaginatevi una faccia da luna piena, sul cui centro si posasse, come trasportato lì dal vento, un cappellino microscopico; sembrerebbe di vedere una ghianda madornale scappar fuori dal suo minuscolo calice. E nemmeno una piccola e tozza figurerà con sulla testa un areoplano di quelli che si usavano due o tre anni fa, chè parrebbe un fungo porcino. L'ordine e l'armonia sono fratelli del buon gusto, figliole mie: perchè voi siate vestite esteticamente bene, bisogna che formiate un tutto armonico dalla cima del cappello alla punta delle scarpe. M'è accaduto di giudicare sprecato un grazioso cappellino sopra un abito trasandato e viceversa, e, soprattutto, di condannare a morte l'eleganza d'una signora, perchè la calzatura lasciava molto a desiderare sotto il lusso della toeletta. Ma vorrei che vi persuadeste di questo:che il buon gusto nell'abbigliamento - come nel resto - consiste non in un qualunque accozzo di oggetti separatamente belli, ma nella sapiente unione di parti che formino quel dato complesso, direi, proporzionato e, specialmente, nel raggiungimento del fine col minimo dei mezzi. Così è bella una pittura che ci comunichi immediatamente una particolare commozione, senza che noi siamo costretti a cercarla in mezzo alla confusione di colori e di forme; è bello uno stile conciso, da cui il pensiero balzi nitido e non si perda in un labirinto di frasi e d'immagini; è bello un gesto della persona, che sia la rapida espressione del sentimento e ottenga l'effetto voluto. Conclusione? Se non possedete un buon gusto istintivo, acquistato da natura, per uno speciale temperamento o per eredità, formàtevelo procurandovi delle senzazioni estetiche per mezzo, specialmente, della vista e dell'udito, che dovete tener ben aperti alle bellezze naturali e artistiche che vi circondano. Per voi, generalmente, la vista non è che un mezzo meccanico d'accogliere l'immagine puramente esteriore delle cose; ma deve, invece, trasformarsi via via in un mezzo cosciente e pel quale gli oggetti acquistino ai vostri occhi un valore particolare, personale, e vi comunichino una sensazione non completamente estranea alla vostra sensibilità, alla personalità vostra. Non abituatevi, insomma, a dir bella una cosa perchè l'avete sentita dir tale o ad arricciare il naso davanti a un'altra perchè qualcuno, forse meno intenditore di voi, v'ha espresso il suo disgusto per essa. Sarebbe inutile che Dio v'avesse dato un bel paio d'occhi vostri, se poi doveste ricorrere a quelli degli altri per l'uso migliore! Più cose belle vedrete e udirete, più il vostro gusto acquisterà una certa virtù di selezione, e più s'affinerà in essa. Ve lo consiglio per bene di voi tutte, a cui la vita sarà piu dolce, piena e complessa; perchè con l'educare il gusto, non solo riuscirete a ornarvi esteriormente d'abiti e d'oggetti graziosi, ma, senz'avvedervene, eleverete il cuore e l'intelligenza, innamorandoli di quanto v'è di più eletto e gentile. MAESTRO BUON SENSO Età difficile - Quel che la giovinetta non può più, e quel che non può ancora - I germi della fioritura - Inclinazioni cattive e buone - Il buon senso maestro di gentilezza, di bontà, di tatto - La percezione della misura. È una difficile età la vostra! Non siete più bimbe, e certe cose permesse alla puerizia a voi sono rimproverate; certe altre, invece, che sembrano naturali in una donna, in voi stonano sgraziatamente. Avreste voglia di correre, per sgranchire le gambette irrequiete come a dieci anni, ma la compostezza ve lo vieta; vi prendereste la bambola sulle ginocchia per adattarle piccole creazioni delle vostre manine già esperte, e la mamma per la prima trova da dire. Se poi vi sorprendesse lo zio, al quale non sembrate mai abbastanza serie! All'arrivo d'una visita, tanto più se di persone anziane, scivolereste via volentieri per correre a far confondere la vecchia domestica o per giocare a rimpiattino co' fratellini; e dovete rimanere lì a sorbire le interrogazioni sui vostri studi, sui lavoretti d'ago, sulle vostre inclinazioni più prepotenti. Ufff! Almeno la mamma parla di quel che vuole, rivolge domande e non risponde soltanto, esce quando le garba, va a letto - più o meno - quando le pare, rimprovera senz'essere rimproverata. Sì, l'ho detto è un'età difficile perchè di passaggio; ma se sapeste quanto la rimpiangerete in avvenire! Ora púllulano in voi i germi che schiuderanno poi nella fioritura da voi stesse preparata; ora s'agitano in voi, mescolate, le inclinazioni cattive e le buone. A voi l'ufficio di prepararvi lo splendido rigoglio, a voi la saggia scelta del bene. Questo per la vita futura; ma, per regolarvi in quella che ora vivete, per risolvere le incertezze sul vostro contegno, bisogna che ricorriate al buon senso, che l'abbiate sempre davanti, come la bussola i marinai. Attorno al vostro buon senso, per raffinarvelo, per ingentilirvelo, molti hanno lavorato prima di voi e con voi:i vostri studi sarebbero ben vana cosa, se non v'avessero condotte alla percezione netta della misura, del confine che non si può oltrepassare. In ciò consiste il buon senso, ch'è maestro accorto e sottile di gentilezza, di bontà, di tatto, che non inganna mai ne' consigli susurrati al vostro orecchio e che, se voi lo seguite, vi sa guidare sicuro nell'intrico delle vostre aspirazioni malcerte, delle vostre facoltà morali, de' desidèri confusi. Date retta agli avvisi dell'esperto direttore, e saprete quando vi tocca di muovervi, quando di frenare la vostra vivacità, quando v'è lecito parlare o tacere, far le sorde o capire per due, con chi contenervi, con chi rilasciarvi liberamente; non v'ingannerete sul significato di certe parole, sull'importanza di certi sguardi, sulla verità di certe lodi, e vi risparmierete umiliazioni e disinganni. MANINE FATATE Nausicaa e le giovinette moderne - Con domestiche o senza - La vendetta delle cose - La prosa è la poesia della vita - Impugnando la granata - Fra pentole e cazzeruole - Pietanzine delicate - Gli Omèri moderni - Piccole utile nozioni - Le figliole della regina Vittoria d'Inghilterra. NESSUNA di voi ha letto l'Odissea? Forse è una domanda ingenua, in pieno secolo ventesimo. Ormai si leggono i romanzi leggeri che riposano la mente e la cullano in un dolce dormiveglia, o poesiole facili che facciano, nel ritmo, dondolare la testa e battere il piede per terra; ma poemi seri come quello? . . . ohibò! Se vi fosse capitato d'inoltrarvi ne' sentieri di quell'alta e severa poesia, vi sareste imbattute in una graziosissima figura di giovinetta, che l'eroe Ulisse sorprende nell'atto di sciacquare i panni al flume, insieme con le sue ancelle. Sarà stata una povera diavola! No, non proprio così. Era Nausicaa, figlia del re Alcinoo, la quale, benchè principessa, non disdegnava d'aiutare le sue cinquanta donne - fra schiave e ancelle - nell'umili faccende domestiche. Non vi trovereste dunque in cattiva compagnia, se, lasciando in un cantuccio il grembiulino largo un palmo e adorno di trine, v'infilzaste un bel grambiulone e vi deste un poco attorno per conoscere quali saranno i vostri futuri doveri di massaia, e come meglio saranno adempiuti. Se vi toccherà disimpegnarli da voi stesse, non vi troverete in impaccio; se potrete ricorrere alle domestiche, non cadrete sotto la loro tutela, ma, sapendo fare, saprete comandare. Vi sono certe cose materiali che bisogna apprendere a dominare, mie care, per non divenirne schiave:e sarebbe così umiliante subir la vendetta d'una pietanza che non sapeste cuocere, d'una macchia che non aveste imparato a togliere, d'uno strappo che non riusciste a rammendare! Divenute padrone di casa, avendo anche più domestiche, vi potreste trovare nel caso di far loro osservare le sfumature grigiastre del tappeto o la dubbia candidezza delle flanelle, senza saper consigliare il rimedio; di dover combinare la lista d'un desinare, e di non esserne capaci; di voler preparare il tal dolce di cui un vostro invitato è ghiotto, e di scervellarvi inutilmente per contentarlo. Imparate a tempo, risparmiatevi le piccole future miserie per non essere costrette a ricorrere a' consigli degli altri in ciò che riguarda la vita pratica:sarebbe come se il vostro futuro marito si facesse insegnare a scrivere una lettera. La mano più bianca e sottile non si sforma nel cingere il manico della docile ancella, che regna "su l'umile casa pulita" e insegna "che sempre, per essere pura, Si lógora l'anima, lieta"PASCOLI - Canti di Castelvecchio; e quella stessa mano s'ingentilisce nell'atto di rendere nitide e quasi sfolgoranti le semplici cose su cui si posano gli occhi della mamma buona, del babbo stanco; o quando ammannisce sane pietanzine per lo stomaco delicato dei genitori, a cui dona qualche cosa di suo, consigliata dal cuore che ama, mentre lei, la manina, rimesta e guida la cottura. Benedette quelle piccole mani che non esitano a sostituirsi ad altre ruvide e callose in umili faccende, quando la necessità o la carità lo consiglino! Anche nell'atto di rigovernare, la giovinetta può conservare la sua grazia; il personalino quasi scomparirà sotto il grembiulone di ruvida tela grezza, ma il visetto avrà la gentilezza d'una rosa perduta in un vaso di terra. Lo straccio dev'essere netto, l'acqua abbondante, non floscia la mano e il busto lontano dall'acquaio: come stridono lieti i piatti stropicciati ben bene, come scintillano i bicchieri, come luccicano le posate! L'asciugatoio non riceverà quelle brutte chiazze nere che sono il tormento delle buone massaie, nè servirà a togliere l'untume dimenticato sulle stoviglie e specialmente tra i denti delle forchette! Io scommetto che, anche in quest'atteggiamento, ispirereste a Omèro uno squarcio di vera poesia. Ma quanti Omèri moderni la pensano come l'antico! Quanti a una languida signorina strimpellante il pianoforte o abbandonata sul divano con un romanzo fra le mani o ascoltante con compiacenza un suo vago dolorino di stomaco, sempre preoccupata del "come far passare il tempo", quanti a tale signorina preferiscono una ragazza alla buona che riduce la casa uno specchio, che sa dire quale vernice meglio s'adatti a' pavimenti, che non si trova in impaccio davanti a una macchia d'inchiostro, che sa ripiegare una giacca da uomo, che, colta alla sprovvista, sa spiattellarti il prezzo di tutti i generi alimentari più comuni e che, nell'assenza della domestica - se pure è abituata ad averla, - sa tirarsi su le maniche e cavarsela col mestolo e col pennacchio! Le figliole della regina Vittoria d'Inghilterra, chiamate poi a reggere paesi, furono sorprese più volte da illustri personaggi con le mani imbrattate d'uovo e di farina. Nausicaa ha dunque avuto delle seguaci tra le famiglie reali. E voi...? Lasciatemi credere che non manchino fra noi italiani di queste ideali creature, che sono fate benefiche nella piccola reggia abbellita dalle loro mani animate, e diffondono attorno grazia e sorriso, salute e benedizione. RISPARMIO "In che li spendo? " - Con gli spiccioli si fan le lire - Chi non tien conto d'un fiammifero non vale un fiammifero - Piccole voglie - Come combatterle - Chi più spende meno spende - Bisogni fittizi - Gli spostati - "Ne potrei far senza" - Come i contadini. EH? C'entra col galateo come i cavoli a merenda? In qualche modo, anche per il buco della serratura, ce lo faccio entrare. Siete, o no, future massaie? Sì. E allora abbiate la pazienza di starmi a sentire. Quanto allo scolparmi di trattare un argomento estraneo, sono súbito pronta. Parlando del contegno che dovete tenere in istrada, accennerò alla tentazione delle vetrine. Vedete? C'è un punto di contatto:e ve lo dimostro. La nonnina o lo zio compiacenti una mattina hanno regalato a Renza una lira: è sua dunque, e Renza non deve renderne conto a nessuno. La via è aperta per le tentazioni, che scivoleranno giù giù fino al cuoricino palpitante di riconoscenza e di gioia. Eccola in istrada; non una vetrina passa inosservata. Guarda, guarda! Qui c'è tutta una profusione di ninnoli; quanti! C'è un bel fermacapelli ricamato e rotondo, proprio come lo desidera lei; un cerchietto per trattenere le ciocche sulle tempie, semplice ma grazioso; un giro di perline leggermente crema, che rassomigliano molto alle vere. Ecco, questo le farebbe comodo con la camicetta scollata. Costa un franco, più venticinque centesimi che toglierà dai denari dati dalla mamma per la spesa: a farsi perdonare penserà lei. Oh, che respiro! Li ha proprio impiegati bene quei soldi. Ne aveva bisogno: quale giovinetta non possiede neppure un gingillo per il collo? Ma, tornando a casa, guarda altre vetrine, prima di sfuggita, poi più attentamente. Le pare che quel vezzo sia ben misero in confronto ad altri, che al posto di quel nonnulla avrebbe potuto comprare una dozzina di forcine, un golettino bianco per casa, un bello spillo per appuntare la sottana che dietro le pende sempre un poco; s'accorge, ora, che facendosi anticipare o... regalare due lire e ottanta centesimi, sempre dalla nonna o dallo zio, si sarebbe arricchita del taglio d'una bella camicetta di mussola. Peccato che non fosse passata prima da quella parte! Le avrebbe súbito dato nell'occhio lo sfoggio di quelle stoffe vaporose. Ce n'è una, color paglierino, ch'è un amore. Che rabbia! E stringe nel pugno l'innocente giro di perle a rischio di stritolarle. Ebbene, la signorina ch'è uscita di casa con una lira tutta sua e una folle smania di spenderla, che cosa s'è comprata? Un pentimento. Quella lira poteva starsene tranquilla nel cantuccio d'un cassettino chiuso a chiave, ad aspettarne altre, che sarebbero venute più facilmente sapendo di trovar compagnia:e presto Renza si sarebbe veduta crescer sott'occhio un bel gruzzoletto, frutto di qualche minuscola lotta, di qualche lieve sacrifizio, ma prova palpabile d'altrettante piccole vittorie e causa d'una grande, completa sodisfazione. Fate così anche voi, ragazze; quando avrete ammucchiato una sommetta, allora varrà la pena di fare una spesa, ma una proprio utile, anzi necessaria, che solleverà la mamma e le darà una consolazione bastevole a compensarla di tanti dolori. La nonna ha bisogno d'uno scialle? La nipotina esce alla chetichella e rientra per dispiegare davanti alla cara vecchietta il suo desiderio fatto realtà, su cui i piccoli occhi raggianti sbattono un poco e si sciolgono in lucciconi. La mammina s'è alzata ora da una lunga malattia e soffre sempre un po' di freddo: che soffici babucce le potete comprare! C'entra anche una bella cravatta per il babbo. E la felicità fa capolino nella vostra casa, di cui diventate voi l'angelo tutelare. Ma bisogna che nella vostra testolina entri prima questa grande verità:che gli spiccioli fanno la lira e che molte lire fanno le centinaia e le migliaia e... i milioni! Provate a mettere la sera un catino vuoto sotto la cannella gocciolante: lo troverete quasi pieno d'acqua la mattina dopo. Introducete in un sacchetto due soldi ogni giorno:alla fin dell'anno ci troverete press'a poco quaranta lire. E queste, se non avete da comprar nulla di necessario per voi o per la famiglia, potrebbero costituire il fondamento della vostra dote. Ridete? Vi dimostro che in ogni modo ho ragione. Può darsi che alcune di voi abbiano la fortuna di possedere già un bel gruzzolo per la loro futura famiglia. Benissimo! Ma se la signorina non avrà imparato prima il valore del denaro e il modo di saperne disporre, se non si sarà abituata a vincere le piccole voglie inutili, a fare a meno delle cose superflue, le sue esigenze cresceranno con gli anni, e faranno scemare a occhiate la provvista, perchè gli spiccioli e le lire scivoleranno, come rena, fra le dita. Se, invece, tutta la ricchezza è nelle vostre braccia e nella vostra buona volontà, fate che questa si accresca di ottimi propositi e s'unisca alla gran virtù che insegna a tener conto delle piccole cose, a contentarsi del poco. Il covone è composto di chicchi di gran, e il granaio di covoni:e chi sa valutare il poco, dal poco sa trarre profitto. In ciò appunto consiste la ricchezza de' contadini, nell'abitudine ch'essi hanno di raccattare fin l'ultimo chicco di miglio, di non lasciar sulla vite, vendemmiando, neppure un acino d'uva. La mia buona nonna, ch'era un proverbio vivente, di proverbi ne citava spesso, e fra gli altri questo: "Chi non tien conto d'un fiammifero, non vale un fiammifero". Poichè anche la minima cosa ha un valore, sia pur minimo, disprezzandola dimostriamo di disprezzare un valore. E poi, lo sapete come accade: dal minimo al piccolo si fa presto a saltare e, continuando così, s'arriva al grande, senz'avvedersene. Ricordate le parole del Pestalozzi a proposito di quel ladro condannato alla galera? Ebbene, la stessa storia si ripete così nel mondo materiale come nel morale. Se cominciate a non tener conto e a non contentarvi del poco, finirete col non contentarvi del molto: le voglie sono come le ciliege, che una tira l'altra. Nella scala dei desidèri, salito uno scalino, la gamba istintivamente s'alza verso l'altro, e così fino alla cima, senza interrogare le forze che potrebbero mancare: prima con un po' di stanchezza, poi con l'affanno, poi col fiato rotto e perfino con qualche capogiro. Ma ci s'arriva! Per quante di voi quel voler sodisfare i capricci, quel passare da uno all'altro, quel creare una serie di bisogni è una cosa istintiva, perchè non v'agiscono contro la riflessione e la buona volontà? Frenatevi a tempo, figliole, troncate risolutamente la fila de' desidèri, mentre ancora la foga non è di venuta una vertigine, una follia. Più tardi sarebbe inutile. Insisto su questo, perchè ho veduto co' miei occhi che passi da gigante ha fatto l'ambizione in pochi anni, e specialmente fra la gioventù. Io non sono vecchia; eppure mi rammento che, quand'ero in ginnasio, le mie compagne non sognavano neppure il lusso che si permettono ora certe allieve delle complementari e delle tecniche. Quelle fogge strane di vestiti, quelle scarpette di vernice scollate, che lasciano intravedere calze traforate in pieno inverno, que' fronzoli e fiocchi che osservo ora addosso a certe giovinette, non m'accadeva di vederli quand'ero anch'io una scolaretta come voi. Se a una saltava qualche ticchio del genere, noi la guardavamo un po' trasognate e ci scostavamo da lei perchè non ci pareva adatta alla nostra compagnia. "Chi sa che stiramenti allo stomaco!" borbottava, con un sorrisetto arguto, la nostra bidella, un bel tipo di popolana fiorentina dal parlare vivace e spesso frizzante. E questo, purtroppo, vien fatto di pensare oggi, quando ci passa accanto uno sciame garrulo di giovinette in ghingheri, dietro cui talvolta s'affanna l'ombra pallida della madre che, tra le pieghe fonde del viso, lascia leggere qualcosa:intanto che non è nutrita come ne avrebbe bisogno. Ma la figliola che impone sacrifizi alla madre per mantenersi cappello e guanti di pelle è non sola ineducata, ma senza cuore; e io non voglio parlare a figliole cattive e m'illudo che fra voi, mie care, non ce ne sieno. A voi dò questo consiglio:che quando state per fare una spesa, non ripetiate, come per acquetare la coscienza, "ne ho bisogno", ma piuttosto posso? "Se quel che avete vi serve per tirare avanti qualche settimana ancora, aspettate! E intanto procurate che vostra madre non manchi del necessario. L'esigenze che voi vi create non sono, spesso, che un pretesto: la gente assennata - dell'altra non parlo - pretende meno di quel che crediate. Se l'educazione vuole che siate vestite appuntino, ordinate e pulite, e l'estetica raccomanda una certa grazia nelle fogge della toeletta e il maggior gusto possibile, nè l'una nè l'altra sono così tiranne da esigere quello che voi non potete dare, e anzi condannano il superfluo. Ho letto in un trattatello francese di buone usanze che il vestito è per i costumi ciò che il barometro per la pesantezza dell'aria:alla qual sentenza seguono alcune norme disposte in ordine numerico. 1° Vestito semplice, adatto alla condizione finanziaria e alla posizione sociale:carattere serio, buon senso. 2° Vestito superiore alla condizione e alla posizione sociale: carattere leggero e frivolo, smodato desiderio di piacere. 3° Vestito inferiore alla condizione e alla posizione sociale: mente piccina inclinata all'avarizia, o, al contrario, spirito nobile e generoso che sacrifica il benessere personale alla felicità di fare il bene. Il giudicare nell'uno o nell'altro modo dipende da alcune particolarità facili da conoscere. 4° Vestito modesto, fresco, ravviato: ordine e compostezza. 5° Vestito trascurato:disordine o disprezzo delle cose mondane, come si trova negli artisti, negli scienzati. In tal caso, prima di formulare un giudizio, occorre informarsi esattamente. Conclusione: Le persone, e specialmente le fanciulle, che cercano l'approvazione della gente ammodo, avran cura d'osservare le indicazioni dei numeri 1 e 4. Da quanti secoli, figliole mie, si fa la guerra al lusso, per il danno materiale e morale ch'esso arreca! Già Dante rimpiangeva la semplicità dell'antica Firenze, dove "Non avea catenella, non corona, non donne contigiate, non cintura che fosse a veder più che la persona..." In séguito, anche alle ricche dame veneziane fu vietato con le "terminazioni" lo spreco ch'esse facevano in sfarzosissimi e ingemmati abbigliamenti. Ma invano. Continuarono a fioccare proibizioni per le trine esageratamente preziose, i guanti ricamati d'oro e di perle, la profusione di gemme sugli abiti, le follìe, le perversioni del lusso. Ma le donne perchè come certe monelle, che, sgridate dalla mamma perchè han mangiato le pere rinchiuse nella credenza, un'altra volta credono di essere in piena regola attaccandosi alle noci. Erano proibiti i topazi? C'erano gli zaffiri. Si condannava lo strascico come eccesso di lusso? E le dame se l'appuntavano con fermagli che costituivano essi stessi un tesoro. Ebbene, siete, secondo me, più condannabili delle ricche dame veneziane quelle di voi, giovinette, che, appartenendo a famiglie d'operai, obbligate i genitori a sacrificare i loro bisogni reali a' vostri bisogni fittizi, a non comprarsi un cappotto più soffice o un abito più decente per contentare il vostro desiderio d'un paio di scarpette o d'una camicetta di seta. Ma voi, abituate a non tener conto della lira regalatavi dalla nonna o dallo zio, e smaniose di spendere in qualunque modo, pur di spenderli, i tre soldi che tentennano nella vostra borsetta, non capite il valore degli oggetti che indossate e di quelli che vi circondano, e non sapete distinguere l'utile dal superfluo, ciò ch'è adatto alla vostra condizione da ciò che stona con le vostre abitudini e il vostro ambiente; e via via, salendo per la scala de' desideri, vi trovate alla cima, donde a molti, per non aver saputo riflettere prima di salire il primo scalino, è capitato di dover precipitare giù rotolando. INTELLETTUALITÀ Intellettualità e saccenteria - Pregiudizio delle nostre nonne - Esigenze de' nostri tempi - Le intellettuali e le frivole - Le sodisfazioni della culture - I vantaggi della cultura femminile nelle relazioni sociali - Intellettualità senza pose. NÈ fatene sfoggio, nè nascondetela come una macchia; perchè l'intellettualità di cui parlo - intendetemi bene - non va confusa con la saccenteria, come credono certi antifemministi, per i quali le due parole sono sinonime. Io mi rivolgo a giovinette che, più o meno, studiano, e di cui la maggior parte aspira - io credo - a raccogliere qualche frutto dagli studi fatti, e considera la cultura, che via via va acquistando, una cosa seria e degna di stima. V'ho parlato fino a qui, e vi parlerò ancora in séguito, di molti doveri che spettano alla donna e che da lei vanno adempiuti degnamente e costantemente:doveri verso di sè, verso le persone care che la circondano e che da lei, sorella, sposa, madre, molto aspettano, verso tutta la vasta umanità dove la donna col suo sorriso, con la sua carezza, tanti dolori può confortare, sanare tante ferite. Ma poichè la vita ora è molto complessa, più varia, più difficile che anni fa, e poichè la scienza ha fatto passi da gigante, e s'affacciano alla mente dubbi nuovi e nelle anime inquiete s'affollano mille "perchè" prima ignoti, e il disordine morale e sociale minaccia di sconvolgere la retta visione della via da percorrere, della mèta da raggiungere, e poichè fortunatamente l'uomo più traviato si ritrova l'anima di bimbo sul cuore della mamma buona, accanto alla sposa fedele e serena, davanti al sorriso della figlia affettuosa, è necessario che noi donne ci solleviamo più in alto, perchè più in alto mirino lo sguardo e il cuore dell'uomo. Le nostre semplici nonne potevano talvolta permettersi una bontà passiva, dentro la quale si ravvolgevano come in un usbergo, restandovi sicure da ogni tempesta, da ogn'insidia; potevano contentarsi, loro, della carità di pane e di panni e fors'anche ignorare che spesso panni e pane coprono e nutrono un'altra miseria più penosa, quella della dottrina, con la quale soltanto noi possiamo illuminare la nostra carità, la vera carità di cui ha sete l'epoca nostra, quant'altra mai straziata da desolazione e da lutti. E' pericoloso, figliole mie, ne' tempi in cui viviamo, non pensare con la nostra testa, non avere idee nostre da opporre ad altre che vorrebbero insinuarsi nella nostra mente come serpicelle insidiose, non possedere tanto discernimento da poter vagliare il buono dal cattivo, che ci è offerto in abbondanza dagli usi, dagli esempi, dalle leggi, dalla stampa. È semplice come loro l'idea delle nostre nonne, che la cultura - la buona, badate - distolga le donne dalla via retta, dalla religione. Inciampa chi cammina nel buio, avanzando tastoni, non chi tiene gli occhi aperti verso la luce; molta e sana dottrina non allontana dal bene, ma piuttosto la poca e incerta. La donna che acquista soltanto qualche cognizione più delle altre, si crede in diritto di farne pompa, d'atteggiarsi a superiore, e diviene la saccente e la pedante contro cui giustamente hanno inveito i nemici del femminismo in massa, i quali non vogliono e non sanno distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, l'utile dal dannoso. Ma se le vostre idee saranno ferme, sicure e non appiccicate con la saliva, se le vostre cognizioni saranno in quantità bastevole per affrontare, aiutate dal buon senso, gran parte dei problemi che s'affacciano alla coscienza moderna, allora sarà benedetta la vostra intellettualità da quanti hanno sale in zucca e non ragionano con la mente di cinquant'anni fa, a dir poco. Vi preparate, sì o no, a diventare spose e madri di famiglia? lo faccio conto di sì: comunque, tutte le donne devono essere educatrici. Ebbene, càpita troppo spesso a donne di cuore e di fede incrollabile di non saper ricondurre sulla retta via il marito o il figlio o il fratello deviato, e di non poter rispondere con un argomento solido e persuasivo alle obbiezioni ch'essi sollevano, ai dubbi che via via tentano di demolire l'edificio della pace futura. Bastava questa fede ingenua alle madri de' nostri padri, i quali non domandavano troppo, perchè erano avvezzi ad accogliere ogni regola senz'eccezione e a considerare come inattaccabile ogni verità imposta dall'affetto e dalla fiducia ch'essi nutrivano ne' loro educatori. La febbre del progresso ha sconvolto tutta la psiche nostra, che pericola come chi cammini su fil di ferro e abbisogni di precauzioni e di calma per mantenersi in equilibrio: un gesto, un grido, un mormorio possono trascinarlo in un rischio mortale, se non lo salvano due braccia robuste o una solida rete. Ma temo, figliole, d'allontanarmi troppo dal mio cómpito, ch'è quello d'esaminare il vostro contegno esterno in rapporto con quello interiore. Parlando dell'intellettualità, come d'una dote che può darvi o togliervi grazia e fascino nelle vostre relazioni sociali, non potevo tacere dell'utilità ch'essa ha ne' rapporti con la famiglia, di cui voi tutte siete individui. L'intellettualità femminile, quale io la intendo, non dev'essere quindi scambiata con la saccenteria e non deve condurre a quell'assurdo femminismo che aspira all'uguaglianza de' sessi:il suo culto deve, secondo me, occupare quel tempo che generalmente le donne consumano nel sodisfare la propria vanità, i propri capricci, nello sciacquarsi la bocca sul conto degli altri, nel far la caccia alle lodi e agli sguardi, nel girare come farfallette di qua e di là senza scopo, nell'empirsi la testa di mille fanfalucche e fantasie raccolte ne' salotti, ne' teatri o ne' romanzi futili e insensati sparsi su' tavolini delle nostre signore alla moda. A voi, a cui parlo, la vostra cultura servirà forse a scopo professionale; ma, se pur così non fosse, vi sarà nell'avvenire assai più utile che il vano ozio di troppe giovinette moderne. Non solo vi procurerà la pura sodisfazione di vedere il vostro cuore e la vostra mente nobilitarsi giorno per giorno con un lavoro intimo ed elevarsi il vostro valore personale, ma vi renderà anche più simpatiche e più gradite a chiunque vi avvicini. V'accadrà, intanto, più raramente di dover tacere, quand'altri parlano, per ignoranza dell'argomento, o di pigliare lucciole per lanterne, o di non poter difendere un'opinione retta che sentiate abbattere o disprezzare. Un altro vantaggio sarà questo, che acquisterete una maggior precisione di linguaggio, di cui mancano assolutamente quelle vanerelle pettegole che non hanno un'idea propria o netta nella mente. Fidandosi delle ciance che raccolgono qua e là e non sapendole valutare con la propria testa, le ripetono come pappagalli, con entusiasmo o lode o disprezzo o biasimo eccessivi, adoprando superlativi ridicoli e iperboliche espressioni, servendosi di piccole astuzie, di giri di parole per dissimulare l'ignoranza dell'argomento. E quanto bene potrete fare! Le donne hanno il merito, riconosciuto anche dagli uomini, di possedere una più pronta intuizione delle anime, un tatto più fine, una sensibilità più squisita; con queste doti, congiunte al buon senso e a una cultura seria e non superficiale, voi, giovinette, potrete unire alla carità materiale, o sostituire a questa che sempre non ci è dato di fare, l'altra, più eletta e più vera, della parte più nobile di voi. Potrete educare più illuminatamente chi vi avvicina, ispirare la sete di tante cose belle a cui molte anime sono cieche; o, se a questo non riuscirete, vi sarà possibile almeno allontanare il male da voi e dalle persone più care. Non vi date pose, soprattutto! E poi siate pure intellettuali, nel senso buono dell'espressione. Del resto, v'assicuro che, anche se sulla parola"intellettualità"si spargesse un pizzico di quell'ironia che generalmente le va congiunta, il suo significato sarebbe sempre preferibile a quello di ozio e di frivolezza. MELANCONIA DI PROVINCIA OH, buona donna, valeva proprio la pena di disturbarsi tanto! La signora Luisa, una donnettina piena di garbo e sentimento, dondolava la testa, sporgendo le labbra in una mossa di broncio puerile. Le seccava che al marito potesse soltanto balenare l'idea della sua inferiorità rispetto alla donna elegante e intellettuale ch'era venuta quel giorno a farle visita. E' vero:lei, la signora Luisa, presa tutta dal pensiero dei bimbi, del marito, della casa, dove ci si trovava come una chiocciola nel suo guscio, si sentiva un po' stordita quando cercavano di tirarla alla luce o la distraevano dalle sue solite dolci cure, e non ritrovava più se stessa, ma sentiva sfuggire qualcosa dalla sua anima, e trepidava un po' come un uccelletto timido, nei primi voli. Così, quando il marito le aveva detto: "Mercoledì verrà donna Giulia, perchè ha desiderio di conoscerti", s'era stupita prima, poi seccata, poi quasi ribellata... - Da me? Che viene a fare? Lo deve sapere che io non faccio nè ricevo visite... - Eh, ma vedi:conosce me, m'incontra spesso con suo marito... io sono dovuto andare a trovarla. Parlando, m'ha domandato di te, m'ha pregato di condurti a casa sua; infine, vedendo che tu non ti muovi, si muove lei... - Ma riceverla qui, in quest'alloggio, dove siamo quasi accampati... - Che c'è? Se l'immaginerà, lei, che lo stipendio del governo non permette di più! - In fin dei conti, perchè viene proprio qui da me a sfoggiare il suo lusso? Lei qui parrà la sovrana, e io ne' suoi salotti sembrerò piccina piccina. - Va' là, che farai la tua figura anche tu. Non sei una sciocca, hai una certa distinzione ne' modi, non parli male, e supplisci all'eleganza con un garbino da innamorare. E non sei piaciuta anche a me, che d'eleganza, via, me n'intendo? E così il marito, lì per lì, chiuse la bocca alla signora Luisa. Ma, durante i giorni che precedettero la famosa visita, la buona signora si sentiva ogni tanto un'uggia addosso, come un peso che aveva bisogno di cacciar via scotendo le spalle e borbottando: "Oh, in fin de' conti!... non è mica il finimondo!...". E desiderava che quel giorno passasse presto. Il mercoledì venne. Proprio la sera avanti, la signora Luisa aveva dovuto mandar via su due piedi la serva; così si trovò sola a prepararsi al gran cimento. Chinò la schiena per passar lo straccio sui pavimenti, s'inginocchiò su certe sfumature ribelli, che gettavano un'ombra su quella lucidità di specchio e, senza pensare alle conseguenze, si servì del petrolio. Ma poi qualche vago giramento di testa l'avvertì. Non era prudente! Per donna Giulia, avvezza alle sottili fragranze della violetta o del giaggiolo, quell'odore era troppo volgare. E consumò una mezza boccetta d'acqua di Colonia, per attutire con la grazia di questa l'acutezza nauseante dell'altro profumo. Donna Giulia entrò disinvolta nel piccolo salotto. La conversazione procedette sciolta, senza titubanze; almeno da una parte, perchè la visitatrice aveva molte cose da dire, molte notizie politiche da scialare, mentre la mite padrona di casa sorrideva e annuiva con la testa, non trovando posto nemmeno per un monosillabo tra quella falange di parole. Ma con la sua testolina lavorava, facendo, all'insaputa dell'ospite, de' confronti fra se stessa e la sua interlocutrice, e... rimaneva sodisfatta del risultato. Che mosaico aveva formato, l'altra, delle sue idee, cioè dell'idee raccapezzate un po' qua un po' là durante la lunga giornata vana e vuota! Lei ne aveva poche, le sue; e queste, più che dalla testa, le zampillavano fresche dal cuore, come i suoi gesti, ch'erano proprio suoi e le venivano spontanei, sicuri. E pensare che prima aveva avuto l'ingenuità di domandare a se stessa: "Come dovrò star seduta? Come terrò le mani? Si usa stare alla destra o alla sinistra della visitatrice?". Donna Giulia lo sapeva: aveva imparato, e faceva come le altre. Ora s'alzava in piedi, ancora parlando: eran passati i venti minuti di rito. La signora Luisa la imitò, e l'accompagnò alla porta, con un respiro. - Ebbene? - le domandò il marito la sera, rientrando in casa. - Non ha nemmeno detto una parola al bambino! - Che ci ha che fare il bambino? - È entrato in salotto, e lei non l'ha nemmeno guardato. - Cara mia, l'etichetta vuole che si dicano soltanto le parole necessarie. - Oh, non eran tutte necessarie quelle che ha dette lei! - Per esempio? - Ha ciarlato tanto di politica! - Il momento attuale lo richiede, mia cara, e l'etichetta... - Pigliami in giro, per soprammercato! Se dovessi mettermi anch'io sul viso la maschera e ricordarmi una regola a ogni movimento che faccio, a ogni parola che dico, ti giuro che non ficcherei più il naso fuori dall'uscio! Ma ce lo ficcò lo stesso, la signora Luisa, e proprio per andare a restituire la visita a donna Giulia. Eh, la buona creanza lo vuole! Ma, questa volta, non pensò più; "Come terrò le mani? Dove mi sederò?". Ci andò sicura, col passo ardito di chi ha fiducia nelle proprie forze. Entrò, si sedette, e, poichè c'erano altre dame in salotto, ascoltò frivoli discorsi di sarte, di viaggi di piacere, di splin signorile, di scelta servitú e d'automobili a quaranta cavalli, e rispose fatuamente, press'a poco come uno ch'è senza pane e che senta ragionare d'arrosto e di stufato. Con questa differenza, però, che all'affamato viene l'acquolina in bocca per lo struggimento di stomaco acuito dal desiderio; mentre la signora Luisa provava un certo senso di disgusto per lo stimolo di quelle chiacchiere vane, ch'ella confrontava con le proprie ragioni di vivere e col soggetto de' propri pensieri, disprezzando in cuor suo quella convenzionale educazione ammorbidita dall'ozio quotidiano e dall'abitudine del possedere cose ricche e comode e dalla piena sodisfazione d'ogni desiderio. La signora Luisa, ritornando a casa, aveva un sorriso di beatitudine sul viso: fece l'elemosina a tutti i poveri che incontrò, dètte una carezza a tutti i bimbi, trotterellò dietro a un piccino che incespicava, perchè non cadesse, lasciò la destra alle donne cariche e agli uomini vecchi, si voltò indietro, perhè un barocciaio aveva urlato per avvertire una povera scema che correva pericolo. Quante infrazioni all'etichetta! Ma ne aveva bisogno: si sentiva nelle stesse disposizioni d'un monello che fosse stato per un'ora appiccicato a' banchi della scuola a beversi una filastrocca di regole grammaticali e, uscito fuori, provasse un gusto matto a cincischiare strambottoli e sgrammaticature. LE VISITE Accompagnando la mamma - Visite di svago - Visite d'obbligo - Visite di condoglianza, di congratulazione, d'augurio, a malati - In casa vostra - Fra giovinette amiche. VORREI non dover trattare di questo soggetto con voi, a cui risparmierei volentieri la noia delle visite. Veramente alle giovinette non tocca d'accompagnare la madre, se non in quelle famiglie dove si trovi una loro amica, o dove le loro orecchie sieno al riparo dal rude urto della cronaca mondana; ma le occasioni, alle volte, saltano fuori impreviste, ed è sempre meglio non lasciarsi cogliere impreparate. Come vi dovete comportare nella conversazione vi dirò meglio in altro capitolo; del resto il mio consiglio è riassunto in un saggio proverbio: "La parola è d'argento, il silenzio è d'oro". È così facile, alla vostra età, prendere un granchio secco nell'esporre un'opinione, o semplicemente esagerare, o passare per saccenti o per chiacchierone, che di riffe o di raffe voglion dire la sua! Il primo saluto, entrando, sarà per la padrona di casa, verso la quale vostra madre andrà direttamente; un leggero chinar del capo alle altre persone potrà bastare. Attente soprattutto a non scomodare nessuno. Un cantuccio vuoto ci sarà; occupatelo voi, senza star troppo a cercare, senz'obbligare l'ospite vostra a procurarvi un posto. Se c'è una giovinetta della vostra età, di casa o estranea, conoscente o no, mettetevi possibilmente vicino a lei, ma non dimenticate, per lei, gli altri visitatori, e non date la stura alle confidenze, al sommesso cicaleccio, alle risatine mal represse; nè permettetevi sbirciatine espressive e ironici sorrisetti verso questa o quella visitatrice. Ci sono tanti occhi nel salotto, che qualcuno può cascare su di voi e giudicarvi farfalline. Se la padroncina servirà il tè, aiutatela a porgere le tazze, la panna o le paste, prevenite il gesto della padrona che vuol sonare il campanello, cedete il posto a una signora anziana che, entrando, non ne ha súbito uno pronto, scostate un panchettino che ingombra chi cammina, raccattate un fazzoletto o una borsetta che cada, torcete il raggio del sole che batta sugli occhi d'una signora; siate pronte a ogni atto di rispettosa cortesia verso chi v'è superiore d'età e d'esperienza. Chi sa quante occhiate vi lancia di quando in quando la mamma! Voi coglietele a volo; sono tanti avvertimenti. Non fate troppo le schizzinose se vi pregano d'accennare un'arietta sul pianoforte o di far sentire i vostri progressi; schermitevi un po', adducendo la vostra poca sicurezza, e poi, nuovamente invitate, acconsentite, scusandovi di non esser degne di chi v'ascolta. L'ora e la durata della visita vi saranno indicate da vostra madre. Ora, fortunatamente, questo genere speciale di riunioni che, anni fa, era accolto con entusiasmo addiritura eroico dalle signore, tende a decadere, o, almeno, a mutare nella sua forma. Le nostre dame hanno, ora, altre occasioni di ritrovarsi per scambiare le loro opinioni, scialare la loro cultura più o meno superficiale, sfoggiare i loro capolavori d'eleganza, dar libero sfogo alle loro fantasie: i veloceclubs, i pattinaggi, i concerti, le conferenze, l'esposizioni generali e particolari sono altrettanti mezzi di comunicazione femminile, fra' quali s'insinua timidamente la visita, chiedendo un posticino, che spesso le è negato. Il giorno di visita, intanto, è quasi abolito. Sembra esagerato togliere un pomeriggio intero all'altre indispensabili esigenze sociali o, semplicemente, alle domestiche faccende; si preferisce concedere un'ora tutti i giorni o due ore - generalmente dalle diciassette alle diciannove - due o tre volte la settimana. Che rete intricata di date e di nomi, di regole e d'eccezioni sul taccuino delle signore moderne! Io credo che le madri delle giovinette a cui mi rivolgo sieno troppo cariche d'occupazioni necessarie per concedersi il lusso delle visite di svago; tutt'al più, osserveranno quelle d'obbligo, alle quali voi pure dovrete talvolta accompagnarle. Se si tratterà d'una visita di condoglianza, usate accortezza. Forse dovrete trattenervi con una giovinetta a cui è morta una sorella o, peggio, il babbo o la mamma: non accennate alla sventura per le prime, poichè non tutti i colpiti da lutto recente amano che se ne parli; alcuni preferiscono racchiudere in sè, gelosamente, il proprio dolore. Certo, non è mai prudente discorrere di cose liete, di divertimenti, di balli. Nelle visite di congratulazione è facile cader nel grottesco e nel volgare ed esagerare la lode, mutandola in adulazione; senza far musi lunghi, lasciate parlar vostra madre, finchè è possibile, e, se dovete prender la parola, dimostrate pure il vostro entusiasmo spontaneo, ma brevemente, perchè in generale i motivi di congratulazione non concernono le giovinette. Visite d'augurio vorrei che ne faceste a tutte le persone per cui dovete sentire riconoscenza; e prime io metto le vostre insegnanti, a cui - m'immagino - vi sarete, antecedentemente, mostrate degne della loro stima affettuosa. Il cuore vi sarà buon consigliere d'educazione, e i vostri voti di serenità saranno rispettosi e caldi come una preghiera. Se visitate una vostr'amica o una conoscente malata, parlate sottovoce e di cose che le sollevino lo spirito, non però di feste o di svaghi, per non farle venire l'acquolina in bocca. Se la malata è febbricitante, non faticatela con discorsi lunghi, trattenetevi poco; se invece è soltanto indisposta e non soffre mal di testa, tenetele compagnia, e offritevi per leggerle qualche pagina amena. Nel caso poi che riceveste voi stesse, con vostra madre, qualche visita, invece di farla, abbiate tutta la cortesia modesta che riveli in voi la padroncina di casa e, nello stesso tempo, la fanciulla; non arie, non pedanterie, non sfoggi inutili d'abiti e di parole. In casa vostra, della vostra mamma, la ritenutezza può sembrare superbia. Siate sempre pronte al gesto umile, all'offerta semplice; correte incontro alla signora che entra, chinatevi per metterle sotto i piedi un panchettino, aiutatela a indossare la pelliccia che s'era tolta, apritele l'uscio del salotto e accompagnatela fino a quello di casa; mostratevi, insomma, fanciulle che sanno d'esser donne domani e dell'adolescenza conservano le piccole mossette graziose, ma della femminilità vera hanno già il buon senso e l'accortezza. Norme per le visite ad amiche e compagne vostre sono inutili: vero? Basterà che sappiate tener conto dei consigli sparpagliati qua e là ne' diversi capitoli, dove si tratta di discrezione, di curiosità, di maldicenza, di arie, e d'altro e d'altro ancora. IN CHIESA Contegno - Occhi a zonzo - Ambizione e curiosità - Toeletta - Rispetto al raccoglimento degli altri! NO, figliole, non voglio mettermi io sul pulpito; temerei di non aver la pazienza che il predicatore usa con molte di voi, quando entrate in chiesa durante il suo discorso sbattendo magari la porta, scomodando la gente perchè vi faccia posto, strisciando la seggiola sul pavimento, facendola scricchiolare nel frequente voltarvi a destra e a mancina, o lasciando cadere la borsetta. Neppure ho intenzione di raccomandarvi che andiate spesso in chiesa a concentrarvi un pò la mente, a rinfrancarvi l'anima, e che non manchiate alla messa nessuna festa: non è affar mio. Ma, se capite che l'obbligo vostro è d'andarci, dovete anche dimostrare di sapere in qual luogo voi andate. Eh, via! Siete proprio voi quelle che temete tanto la critica entrando in un salotto elegante o prendendo parte a un pranzo di gala, che sbirciate di quando in quando, di sottecchi, il padrone e gli altri invitati per indovinare l'impressione prodotta dal vostro contegno? Sì? E allora come mai non vi curate d'usare le maniere più elette, mentre vi trattenete nell'abitazione di Dio, d'un signore che voi non potete guardare negli occhi, ma da cui la vostra condotta è osservata e valutata con la maggiore esattezza e giustizia? Voi tenete il libro fra le mani"per darvi un contegno"(che frase gelida, in confronto all'ardore della preghiera! ), ma non ci leggete sopra, o, tutt'al più ci date una sbirciatina a fior d'occhi; la corona vi pende dal polso a modo di braccialetto, o, se è intrecciata alle dita, non vi scivola lenta, chicco per chicco, col ritmo soave dell'avemaria; nè i vostri occhi stanno raccolti o guardano a qualcosa d'immateriale e di rispondente a un particolar bisogno della vostra anima orante, ma si posano irrequieti sul cappellino della tale, sul manicotto della tal altra, s'indugiano sulla nuova foggia d'un goletto sforzandosi a ritenerla, s'incontrano con altri due occhi vagabondi, mentre la persona si dondola, si piega, si drizza a ogni capriccio vano della vostra testolina bizzarra. Vergogna! Per tutto questo non c'è la passeggiata? non il teatro? non il cinematografo? non ci sono i salotti? non c'è la spiaggia o la montagna? non c'è tutto il mondo, palpitante con la sua vanità e le sue illusioni, fuori di quel luogo di pace e di rifugio? L'esteriorità del vostro aspetto e ogni vostro movimento io vorrei che corrispondessero all'intimo desiderio di piacere alla persona a cui voi parlate. Non fate così quando rivolgete il discorso a qualche"pezzo grosso"? Ogni nervo, allora, vibra al comando della vostra ferma volontà di far buona impressione. Ma, in chiesa, voi parlate con un Essere superiore a tutti, che non solo giudicherà i vostri atti, ma anche i piccoli moti dell'animo a cui essi ubbidiscono. Non c'è un po' d'ambizione in quel vostro reclinare del capo? in quello scoprirsi della scarpetta civettuola? in quell'abbandono della persona nell'inginocchiarvi? Non c'è curiosità nel sogguardare certe toelette che vi circondano? Non c'è... no, no! Tanto meno potrei dire invidia. Lo splendido tulle ricamato che abbella l'esile personcina d'un'amica non l'invidiate. Il vostro accigliarvi ha ben altra cagione:forse voi pensate che quel vestito non è adatto al luogo. Non siamo mica a un ballo! Un abito decente, sia pur elegante, sì, ma sfarzoso no, mai! E che cos'è quel chiacchierare fitto fitto con la giovinetta ch'è accanto a voi? Maldicenza? Non voglio crederlo, perchè allora uscirei fuori de' gangheri; e nemmeno frivolezza, ch'è inconciliabile con la religiosa severità del luogo. Da brave, figliole! Composte, ferme, attente al vostro colloquio con Dio! E tenetevi a mente che dovete rispettare anche il raccoglimento degli altri: non soffiatevi forte il naso, non tossite a gola spiegata, cercate di frenare quel raschìo all'ugola che v'obbliga a una tosserellina fastidiosa, non sfogliate sgarbatamente il libro, non appoggiate i piedi sulla stecca della seggiola ch'è davanti, non premete forte sulla spalliera in modo da farla scricchiolare; comportatevi per lo meno come vi comportereste se il babbo o un fratello vostro fosse assorto in un suo difficile cómpito e vi chiedesse silenzio. Silenzio nell'anima nostra! La quale - siamo sinceri - ci fugge troppo, per gli occhi, traverso il velo di tutto il nostro corpo, in cerca di svaghi, di chiasso. Freniamola, così che possa vivere la sua vita intima, in unione con Dio, di cui, quand'è giusta, è tempio. E dire che non volevo far prediche! Ma spero che m'abbiate ascoltata volentieri e con l'intenzione di non rendere vane tutte le mie parole. A TAVOLA In famiglia - Le avversioni del palato - Niente boccucce - Discorsi allegri, - Poche licenze, benchè in famiglia - Regole per ben mangiare - - In casa d'altri - Le "cinquanta cortesie da desco" di Bonvesin da la Riva. NON potrò mai dimenticare il triste caso d'un giovinotto, nostro conoscente, d'ottima famiglia, ma molto alla buona, che, essendo stato invitato a un pranzo d'etichetta, sudò sangue quando vide presentare a tavola un fagiano e osservò che le dame non adopravano le dita per aiutarsi nella difficile operazione. Naturalmente non osò offrirsi un candido petto o una coscia polposa; e, avendo da fare con un'ala, piuttosto che raschiarci attorno mezz'ora col coltello, preferì sentirsi scricchiolare gli ossi sotto i denti e trangugiarseli tranquillamente, ingoiandoci sopra un bicchiere di vino generoso. Quanto alla salsa, fu lì per soffocare, perchè - sbagliandola per uno dei soliti intingoli della sua cuoca bonacciona - se ne tirò giù una golata. Era una piccantissima salsa inglese. Gli occhi gli schizzarono fuori dell'orbita, e il viso gli divenne una maschera livida, quando colse qua e là qualche sorrisetto mal dissimulato. Giurò di non accettare più simili inviti, o di digerirsi prima un trattato di galateo: un osso duro anche questo! Potrebbe capitare anche a chi non se l'aspetta di far parte d'una mensa aristocratica e di ritrovarsi a faccia a faccia con ostacoli insormontabili, senza una precedente preparazione. Ebbene, io vorrei che voi, figliole mie, pur solitamente modeste, ve la sapeste cavare in qualunque caso. Quanto allo star bene a tavola in famiglia, spero, via... Eppure m'è accaduto di sorprendere una giovinetta, mia conoscente, davanti a un piatto di rape. Che viso, mamma mia! Che sgarbo per respingere la pietanza! Sua madre, senza farci caso in quel momento, assorta nel discorrere con me, aveva riempito il piatto della sua Livia; e lei lo buttò lontano, in una mossa istintiva, di cui s'ebbe a vergognare, incontrando un mio sguardo severo e un tantino indignato. In cuor mio, le augurai di poter sempre disporre, tutta la vita, d'un piatto di rape. A me, quand'ero fanciulla, non piacevano le cipolle che, scivolandomi viscide sotto il palato, mi davano perfino un senso di ribrezzo. Ma, care mie, dovetti sorbirmele a desinare e a pranzo, come odore, come contorno, in umido e in arrosto. Delle rape non parliamo; quell'amarognolo m'irritava in un cibo: c'erano già, amare, le medicine! E la trippa? E i pezzi di pomodoro nella minestra? Ma dovetti sempre far buon viso a cattivo gioco; e ora sono felicissima di poter insegnare a' miei figlioli, senz'arrossire, che devono mangiare di tutto. In questo tempo, poi, in cui d'oltr'alpe ci giungono notizie, a tal riguardo, che fanno accapponare la pelle e la nostra patria mentre chiede a' fratelli nostri la giovinezza, il sangue e anche la vita, esige da noi sacrifizi e rinunzia di tutto ciò che non è indispensabile al campamento, è necessario avvezzare il palato e lo stomaco a essere meno schizzinosi. Altro che leccornie! che intingoletti succosi! che panini di semola! che cioccolato nel latte! Povero ed eroico Belgio! Se a tutte le tue più ricche famiglie non mancassero almeno pane e patate! Anche per pietà de' vostri genitori, che hanno diritto di mangiare tranquilli, loro a cui unico riposo in tutto il giorno sono forse le due mezz'ore dedicate al cibo, io raccomando almeno a voi, fanciulle, che non siete più bimbe, di superare le avversioni del palato e di non far bòccuccia a pietanze grossolane. Chi sa, figliole mie, che cosa vi riserba il domani? E poi, che sodisfazione avrebbe delle vostre smorfie la mamma, che ha preparato quella tal vivanda e che l'ha creduta confacente al vostro organismo? E vorrei che scoppiettassero discorsi vivaci per aiutare la digestione; il trovarne l'argomento tocca alla vostra testolina, dove le idee gaie non sono ancora sperdute fra pensieri grigi e assillanti. Chiacchierate, però, senza procurare in chi v'ascolta un senso di soffocamento, senza interrompere le parole degli altri o urtare col vostro cicaleccio un ordine della mamma, o ingozzarvi voi stesse, parlando magari col boccone in bocca. In questo caso, obblighereste pur chi vi sta vicino a ripararsi con un ombrello. Quanto al modo di mangiare, eccetto qualche piccola decente libertà, io non so perchè non ci si debba comportare in casa come fuori. Non è degna di rispetto la vostra, come qualunque altra famiglia onesta? Sì. E allora, poichè della mensa domestica non dobbiamo parlare separatamente e poichè anche fra le persone più note è meglio abbondare che mancare d'educazione, attenetevi in generale alle norme principali ch'io ricorderò alla nostra Iole, accompagnandola in casa della sua amica, dov'è invitata a pranzo. Non vorrei che mi facesse qualche marrone! La famiglia che ti ospita, Iole, è cortese e stimabile come una famiglia di principi, e tu dovrai dimostrarti degna dell'onore che ti fa, trattandoti da amica e accogliendoti attorno alla sua tavola. Ci saranno molti invitati, perchè è la festa della signora. Tu siediti al posto che t'indicherà la padrona, quando le persone superiori a te siano già sedute:augura il buon appetito, piano, a chi t'è vicino, spiega il tovagliolo sui ginocchi, non appenderlo al collo come i bamberotti e, per carità, guàrdati dall'atto istintivo di fregare con esso il piatto, scambiando la nitida domestica mensa per quella d'un albergo: che mortificazione sarebbe per la padrona di casa! Per nessun motivo devi rimandare ad altri il servitore o la cameriera che ti porge il piatto comune; procureresti inutile scompiglio. Vuol dire che la padrona - di cui il servo eseguisce gli ordini - ha creduto bene così. Non ti trattenere troppo nella scelta, ma piglia il pezzo più vicino, non il più grosso nè il migliore; procura soltanto di non versare la pietanza nel tuo piatto, ma di mettercela con la forchetta o col cucchiaio comune - non col tuo, ve' - , in modo che non cada sulla tavola intingolo o altro. Se poi t'accade questa disgrazia, non ci far tanto caso, ma raccatta il boccone caduto con la punta del coltello, o suzza il liquido con un po' di mollica e deponi sul tuo piatto il... corpo del reato. Se la pietanza non ti piace, non devi darlo a vedere; prendine poca e sacrÍficati a tirarla giù. Se t'invitano a servirti nuovamente della stessa portata, non far vani complimenti. Ne hai voglia? Senz'esagerare puoi riprenderne. Non è più il tempo in cui piacevano le ragazze sentimentali, che davano a credere di viver d'aria; ora si preferisce una giovinetta pratica, la quale dia bene a sperare per la sua futura vita attiva, piena di responsabilità: non s'amano più nemmeno i vitini di vespa. La forchetta si tiene con la sinistra, fra il pollice e le altre quattro dita, con la punta all'ingiù:qualche volta passa all'altra mano per le vivande - come la verdura e il pesce - che non abbisognano di coltello; ma questo sta sempre alla destra, e s'appoggia con la punta sul piatto ogni volta che si deve mettere il pane in bocca. Anche il cucchiaio si tiene sempre nella mano destra, non impugnato malamente, ma con tre dita sole. Ho già veduto alcuni portare la lama alla bocca. Brrr, che brutto vizio! A quanti fa venir la ghiaccina ai denti! Nemmeno il formaggio si porta alle labbra col coltello: tutt'al più, si può posare sul pane e morderlo insieme. Non ti dimenticare ch'è pessima abitudine tagliare il pane a mo' de' contadini; bisogna spezzarlo a bocconi, volta per volta, con le mani, che però, oltre il pane, toccheranno soltanto la frutta, non il salame, non la verdura in pinzimonio. La forchetta, che può servire a puntino, se n'offenderebbe. Nè devono, le mani, ricevere i nòccioli, o le squame del pesce, o gli ossetti minuti del pollame; che, coperti dalla palma ad arco, scivoleranno sul piatto, lievemente. Se per caso dovrai tagliare una pietanza che debba passare ad altri, pulisci prima con una midolla il tuo coltello, se non ne hai pronto uno apposta. Nel porgere a un commensale una posata, vòltane verso di lui la parte più comoda: non dico la posata tua, che non offrirai ad alcuno. Potrebbe darsi che la padrona di casa, per trattare con maggior intimità i suoi invitati, faccia girare fra questi il piatto comune; tu allora prendilo con la destra dal tuo vicino di sinistra, sèrviti come se ci fosse il cameriere, e poi porgilo dalla parte più comoda, con garbo e precauzione, all'altro vicino. Nè farai male, se è bandita l'etichetta, a versar da bere a una signora che ti sia accanto; ma guàrdati dall'empir il bicchiere fino all'orlo o con foga eccessiva. Non osservare il piatto degli altri, nè fissare con avidità la pietanza ch'è portata in tavola, come se tu la volessi mangiare con gli occhi; non ti chinare ad annusare il cibo, non ti rimpinzare la bocca, non trangugiare i bocconi interi, non tracannare, non ti stropicciare a più riprese le labbra, ma suzzale leggermente, non introdurre fra i denti i rebbi della forchetta, la punta del coltello, o uno spillo, o, peggio, le unghie, ma, tutt'al più, lo stecco. Trattienti, quanto puoi, dal tossire, dallo starnutire, dal soffiarti forte il naso o con troppa frequenza; avendone necessità, non ti mettere in mostra. Un'altra osservazione:ho veduto persone già mature pulire il piatto col pane. Tu non lo fare: te ne sarebbe grata la domestica, a cui la fatica della rigovernatura sarebbe per metà risparmiata; ma non l'educazione, certamente. Non bocche larghe, per carità! Chi vede non se ne compiace, mentre invece si può conciliare l'estetica con la creanza, socchiudendo appena le labbra. Non ripiegare mai il tovagliolo in casa d'altri; tocca meno che t'è possibile la tovaglia comune, non v'appoggiare i gomiti, ma soltanto l'avambraccio; non lasciare bocconi di pane al tuo posto, e neanche troppi minuzzoli. E finisco; ma ne potrei aggiungere delle norme! Ce ne sarebbero da formare un trattatello. Fortunatamente, per risparmiarmi la fatica, lo pensò assai prima di me un tal Fra Bonvesin da la Riva, che seppe di grammatica, di filosofia, di morale e di cortesia. Quest'acuto osservatore ci presenta un quadro efficacissimo dei costumi de' suoi tempi, lontani da noi circa sei secoli, chè il dabben uomo visse tra il 1240 e il 1314. Nel suo poemetto "De cortesie cinquanta ke se den servar al desco""Delle cinquanta cortesie da desco" Bonvesin da la Riva espone minuziosamente tutto ciò che è, o no, lecito a tavola, con un brio e un'arguzia che mantengono freschezza e agilità alle quartine scritte nell'antichissimo idioma lombardo. Vuoi sentire qualche suo ammonimento? Ne cercherò fra quelli che non t'ho dati ancora io. No sorbiliar dra boca, quand tu mangi con cugial. Quel hom e quella femena k'entro cugial forfolia fa si com fa la bestia ke mangia la corobia. "Non sorbire gorgogliando(sobiliar)con la bocca, quando tu mangi col cucchiaio. Quell'uomo o quella donna che gorgoglia nel cucchiaio fa come la bestia che inghiottisce la broda" (ancora si dice collobia, forse dal latino colluvies, cioè un cibo piuttosto liquido, composto della lavatura di piatti e d'altra brodaglia simile). E altrove: "Se te fa mester parlar, no parla a boca plena. Eccoti un'altra fra le regole più elementari di creanza: . . . . . . tanfin kel compagnon havrà lo napo a la bocca, no ghe fa demandason" "Finchè il tuo vicino avrà il bicchiere alla bocca, non gli rivolgere domande. Ne vuoi ancora? . . . . . S'entro mangial vedhissi qualke sgiviosa cosa, ai oltre nol disissi; on mosca, on qualke sozura entro mangiar vezando, taxe, ke non habian sgivio quilli k'en al desco mangiando. "Se dentro il mangiare tu vedessi qualcosa di schifoso, non lo dire agli altri:vedendo nel mangiare o mosca o altra sozzurra, taci perchè non ne abbiano schifo gli altri convitati. Ed ecco la terz'ultima delle cinquanta cortesie: ". . . mangiando con oltri a qualke inviamento, no mete entra guaina lo to cortello anze tempo: no governa lo cortello inanze ka li companion; fors oltre ven in desco, donde tu no fe rason. "... mangiando con altri a qualche mensa, non riporre nella custodia il coltello, prima del tempo; non rigovernare il coltello prima de' compagni; forse verrà servito in tavola altro, che tu non t'aspetti". Vedi, Iole? Sono le stesse cose che una mamma moderna consiglia alla sua figliola. Vuol dire che la cortesia è sempre stata una desiderabile virtù in ogni tempo: immàginati che figura farebbe nel secolo ventesimo una giovinetta che non se ne sapesse adornare! A TAVOLA La fanciulla da tavola bandisca il malumore, i discorsi spiacevoli, le smorfie ed il rancore. A sedersi, l'invito di babbo e mamma aspetti, non sbuffi d'impazienza, il pane non spezzetti; se fuori di famiglia, sieda al posto indicato e dia il"buon appetito" a chi le sta da lato; súbito il tovagliolo su' ginocchi distenda, non lo freghi su' piatti perch'altri non s'offenda. Non mangi a crepapelle, anche se c'è appetito, se non vuol mente pigra e corpo intorpidito. Non rifiuti alcun cibo; quello ch'oggi le spiace, forse dovrà domani mangiare... in santa pace; e, se invece le gusta questa o quella pietanza, per richiederne ancora, guardi se agli altri avanza. Non s'accosti il cucchiaio a' labbri, se ribocca, non faccia gorgogliare il brodo nella bocca, nè accosti alla scodella i labbri come un gatto; non s'ingolfi, non urti il cucchiaio col piatto, non beva, chè fa male, mangiando la minestra; di cucchiaio e coltello si serva colla destra, con la sinistra invece sostenga la forchetta, che per verdura e pesce all'altra mano spetta, da lama di coltello tai cibi ripugnando. La carne se la tagli via via che vien mangiando; non sbocconcelli prima il pane e non lo affetti; man mano che lo adopra se lo stacchi a pezzetti. Non pigli con le mani alcun cibo, nè l'ossa de' polli succhi o stritoli. No si soffi nè tossa troppo spesso; se fuori di famiglia, in tal caso porti, senza spiegarlo, il fazzoletto al naso, e senza su guardarci se lo riponga in fretta. Non posi mai sul piatto comune la forchetta personale o il cucchiaio, nè altrui porga un boccone sovr'essi; che non cadano faccia ben attenzione. Se avviene in casa d'altri, chieda il cambio, in favore. Non soffi sopra i cibi, non ne fiuti l'odore. Con bocconi di carne suzzi l'intinto; il pane, tutt'al più, può passare, su quel che ci rimane, ma senza fregar troppo, o usando la forchetta. Prima di ber, su' labbri si passi la salvietta e dopo se li asciughi, nè ingolli bicchierate, ma, sia d'acqua o di vino, beva a brevi sorsate; nè contro i denti il vetro o la posata cozzi; non biascichi mangiando nè per furia s'ingozzi. Non riceva mai nòccioli, squame, ossetti con mano, ma sul piatto le scivolin dietro la palma, piano. Per sbucciar mele e pere, le tagli prima a spicchi, non a spirali, e affetti, poi via via; non rosicchi. Le arance prima incida a quarti col coltello, poi ne tolga la scorza con le mani, bel bello. Se nel cibo trovasse alcunchè non pulito, nasconda altrui lo schifo, che sarebbe sgradito. Non si tocchi i capelli mangiando, non tormenti, con lame, spilli e troppo neppur con stecchi i denti. Il pane non sminuzzoli, non lasci bocconcini al suo posto, nè, a terra, briciole ed ossicini. Non appoggi sul tavolo più in su dell'avambraccio. Non tratti il tovagliolo com'uno strofinaccio; con esso, viso o denti non si freghi nè mani, nè s'asciughi il sudore come i buoni villani. In casa d'altri occorre usar nuovi riguardi. Mentre si serve, intanto, la fanciulla si guardi dal parlare, ch'è facile non usar discrezione, o abiti e tovaglia lordar con un boccone. Ai cibi che si portano non faccia occhi di triglia, non lodi le pietanze che in intima famiglia; se le cambiano spesso posate lasci fare; ma, sul piatto posandole, non conviene obbligare, nè porgere lei stessa al domestico il piatto: di sollevarne l'orlo, tutt'al più, faccia l'atto. Se qualcosa lontana ella vuole, non freghi la tavola col busto, non s'alzi, ma ne preghi il domestico, oppure, se non c'è, il suo vicino. Supplisca all'incertezza talor col tatto fino: se mangiare non sa qualche pietanza nuova, attardarsi osservando gli altri ospiti le giova. Se servono il caffè non beva nel piattino: lo sorbisca sfreddato, senz'usar cucchiaino. Dopo il pasto, deponga spiegato il tovagliolo a sinistra del piatto, con garbo; s'alzi solo al cenno del padrone; non domandi a' vicini se bene han desinato, come fanno i piccini: sarebbe un informarsi se son più o meno sazi. In famiglia alla buona, gentilmente ringrazi; ma, se fiuta etichetta, la fanciulla saluti affabile il padrone e gli altri convenuti: tornerà con la mamma, per il ringraziamento, ne' giorni successivi; se qualche impedimento sopravviene, con una briosa letterina osservi la creanza da vera signorina. A TEATRO Come vestirsi - Rispetto allo spettacolo - Posa - Critica - Il ballo di San Vito. IO non so sconsigliare lo svago lecito alla mia gioventù; se il babbo o la mamma, col loro buon senso di educatori cristiani, hanno giudicato adatto alla sua età il dramma o l'opera che si rappresenta, ci vada pure e si diverta. Aggiungo súbito che può capitare il caso in cui i genitori si sieno ingannati:lo spettacolo riserba una sorpresa e, a un tratto, la mamma e il babbo si scambiano un'occhiata, si sentono un po' a disagio per voi. Allora, mie care, date retta a me, pregateli di riaccompagnarvi a casa. Che gusto provereste a starvene lì impacciate, con la testa china, gingillandovi con la catena, o sfogliando senza pietà la bella rosa appuntata sulla vostra camicetta come un vago fermaglio? Vi sentireste perfino addosso qualche occhio indiscreto, curioso dell'effetto in voi prodotto dalle frasi un po' spinte o dall'audace atteggiamento degli attori. In una città d'Italia è già accaduto che le signore, con vero coraggio di solidarietà, s'alzassero come spinte da una molla, e, abbandonando in massa lo spettacolo, ne dimostrassero la piena disapprovazione. Se le giovinette sapessero tutte prendere una così eroica risoluzione, il teatro, piuttosto che rinunziare alla grazia e alla freschezza della loro gioventù e all'entusiasmo delle loro anime, sacrificherebbe la rivelazione di tante brutture, per rappresentare un mondo migliore, che risvegliasse desiderio di respirare sempre, anche nella vita, quell'aria di serenità e di benessere comunicato dalla scena agli spettatori. Ma se qualcheduno - il più offeso - non dà l'esempio d'una sola lezione, gli autori continueranno ad ammannire salse piccanti, credendo il pubblico incapace di gustare cibi delicati e appena gustosi. Le più offese siete voi, o giovinette! Dovete ribellarvi voi per le prime alla non arte de' flaccidi scrittori d'oggidì, da cui la donna è rappresentata come una stupida che si lascia ingannare, o come una civettuola che inganna a sua volta. Ammesso però che possiate restare tranquille sin alla fine del dramma, state davvero tranquille; voglio dire, ascoltate tacendo, senza ridere sguaiatamente, senza gestire, senza voltarvi di qua e di là, e senza stare a bella posta con gli occhi fissi in tutt'altra parte che sulla scena, e non perchè qualche cosa attiri la vostra attenzione, ma perchè volete dimostrare che lo spettacolo non vi diverte, non vi piace, o, meglio, non è degno di voi. Questa è posa bell'e buona; come è posa quel vostro torcere la bocca, quell'alzare le sopracciglia in una mossa sdegnosa, tutto il vostro atteggiamento indifferente. Negl'intermezzi poi, fra gli atti, non vi lasciate andare a critiche avventate: vi si potrebbe chiuder la bocca con una mortificazione ben meritata. Se non siete state nemmeno attente alla recita! Che ne potete aver capito? Anche se la vostra elevatezza mentale fosse capace di giudicare, astenetevi dalla critica: solo in famiglia, fra intimi, potrete dire la vostra impressione con garbo, senz'atteggiarvi a superdonne. Se assistete all'opera, evitate, per carità, quel dondolamento del corpo, quel ticchettío del piede, quel mugolío d'accompagnamento che urta chi è vicino, ed è vera e propria mancanza di rispetto e di gusto artistico. Guardate infatti quell'omone in panciolle, che ostenta una grossa catena d'oro sul corpetto sgargiante; come se la gode in quel tentennamento della gamba, che mette in mostra il luccichio della scarpa di vernice! Certo il suo orecchio proverà lo stesso raschío nell'udire la più volgare canzonetta che il coro del "Tannhauser" o il duetto del "Tristano e Isotta". Un'altra prova di gusto, figliole mie, voi darete nel vostro abbigliamento, sia che sediate modestamente ne' posti numerati di platea, sia che sfoggiate la vostra gioventù nella piena luce del palco di prima fila. Non scintillii d'oro o di brillanti chimici, non nastri molticolori ne' capelli bruni o biondi, non scollature, non guanti di pelle lunghi fino alle spalle; ma una camicetta chiara semplicissima, con un'apertura che lasci libero il collo, ma non si prolunghi troppo, un fiore sul petto, un altro, se volete, in testa, adatto al colore delle trecce, e niente di più. La vostra freschezza giovine e sorridente sarà il più grazioso ornamento. ALLE CONFERENZE M'è capitato d'asssisterere a qualche conferenza e di dover sentire una profonda pietà per il povero oratore, la cui serenità era messa a ben dura prova dal contegno d'alcune delle sue uditrici, signore e signorine. Lasciamo star le prime, e parliamo di quelle giovinette che sbagliano la conferenza per un divertimento e ci vanno col fermo proposito di farsi un'oncia di buon sangue. L'oratore, dopo il caloroso esordio pronunciato con voce lenta, ma calda, è riuscito ad attirarsi gli animi degli uditori e a circondarsene in modo da esser proprio lui il centro di tutte le aspirazioni e di tutta l'attenzione; entra sicuro nell'argomento della conferenza, e comincia a trattarlo con chiarezza d'idee ed elevatezza di forma, credendo di plasmare il suo dire su tutte le menti aperte intorno a lui. Anzi, davanti a quel pubblico che gli sembra palpitare come un sol cuore, si sente eccitare, entusiasmare, vibrare di nuove sensazioni non provate prima, e improvvisa frasi e concetti, che si distendono limpidi e gagliardi in una voce più armonica e suggestiva. Ma eccoti, a un tratto, due occhi, prima spalancati su di lui, volgersi a destra e a sinistra; una bocca, prima socchiusa leggermente, aprirsi incauta, e una mano coprirla, e un'ipocrita tossettina dare il pretesto di quella mossa. C'è di peggio: là, in un cantuccio, una testa si china giù, più giù, e poi si risolleva bruscamente, mentre i due occhi s'allargano come lanterne, nello sforzo della tensione. Io, figliole, m'accorgo di tutto questo seguendo lo sguardo talora stupito, tal altra crucciato, spesso triste del conferenziere. Repentinamente il suo entusiasmo si sfredda, la sua volontà s'infiacchisce, la sua voce s'annebbia, le parole arrivano ai labbri come cercate e, a momenti, s'appallottolano nell'ugola miseramente. È un attimo. Si riprende, ma con quale sforzo! Il calore che nuovamente infiamma il suo discorso è come la vivace tinta che arrossa le gote in un accesso di febbre; non è naturale. Siete crudeli senza saperlo, figliole mie. Ma il titolo della conferenza vi aveva parlato chiaro: doveva trattare di storia, o d'arte o di letteratura. - Sì, è vero; ma in compagnia speravamo di distrarci, di non lasciarci cogliere dalla sonnolenza. Se ci van tutte le signore! E noi, via, abbiamo studiato! - ribattete voi. Ma, generalmente, questi grandi oratori, da cui accorrete illudendovi sempre di poter tutto capire, supponendo che la magnifica potenza della loro parola, come se fosse pura acqua di ruscello, renda chiare le immagini fra cui passa, discorrono di cose più alte che non sieno stati i vostri studi. E il desiderio di conoscere il famoso oratore non basta a scusare i vostri sbadigli a stento frenati, il moto perpetuo del capo e, peggio, il batter del mento sul petto. O sentite di poter tenere fissa l'attenzione dal principio alla fine, o rinunziate a questo... diletto intellettuale, ch'è fatto per chi può veramente gustarlo. AL BALLO Fino all'ultimo boccone - Senza respiro - Semplicità nel vestito e nel contegno - Plausi passeggeri - Attente agl'impegni! - Ne' cantucci - Un incidente, non un'abitudine. È un soggetto un po' scabroso quello del ballo. Parlandone con voi, bisognerebbe ch'io sforzassi la voce e vi trattassi un po' con le brusche. Oh, lo so! Soltanto alla parola ballo vi sentite l'argento vivo addosso e una smania di saltare, di ridere, di scuotere la vostra mammina calma e un po' seria, il vostro babbo che si sforza a mantenersi burbero, e perfino quella paciona della vostra Perpetua, che, poi, vi grida dietro come un ossesso, perchè le avete fatto versare il brodo o rovesciare la cazzeruola, dove rimestava tranquillamente. Calma! Siete sicure che questo ballo, che sospirate e vi fate concedere a forza di promesse e di moine, non costi sacrifizi a' vostri genitori? Il vestito di mussola ce l'avete: una rinfrescatina, e addio. Ma ora si usano le fusciacche; bisognerà adattarcene una scozzese o d'un bel verde vivace. Sì, vero, mamma? Oh, non avevate pensato! Ci mancano i guanti. Di pelle no? Ebbene, vi rassegnerete a quelli di seta. Ma ci vogliono anche le calze bianche dello stesso tessuto e... le scarpettine adatte. E poi il nastro in testa, e poi qualche ciondolo al collo, e poi... Dite la verità:non si finisce più. Ma una volta ottenuto il consenso principale, quello del ballo, vi sentite in terra ferma per queste più piccole concessioni; se non bastano le moine, ci sono i bronci, le pestatine di piedi, gli sbatacchii d'usci, la disappetenza, il mal di stomaco, c'è tutta la serie delle vostre piccole astuzie... innocenti fino a un certo punto. La mamma, si sa, non è di sasso, e concede, e compra, e si sacrifica. La sera del ballo, forse un po' per il cruccio de' giorni precedenti, un po' perchè la vigilia è dovuta star su fino a notte tarda per stirare qualche cosetta, per rimodernare alla meglio un suo vestito di trina nera, per lavarsi un vecchio paio di guanti bianchi, la mamma non sta bene; ma bisogna che si faccia forza per accompagnare la figlia. Eh, gioventù! E vi sono altri danni:lo sapete tutte, voi, ma fate da nesci quando ve lo dicono e, alla prossima occasione, affilate le solite armi contro i vostri genitori che, vinti, s'arrendono nuovamente. Non continuo più su questo tono, perchè non mi prendiate per una zia brontolona; ma mi limito a darvi almeno qualche consiglio sul contegno che dovete tenere, perchè non si esèrciti anche su di voi quella maldicenza che dilaga ne' balli, e perchè tutti gli occhi che si poseranno su di voi ne ritraggano l'impressione di gentilezza e d'innocenza che dà un fiore in boccio. Al ballo, mi piacerebbe di vedervi tutte vestite in bianco, di mussola, di trina, di ricamo; una bionda potrebbe spingersi fino al celeste pallido, una bruna fino al paglierino, non più in là. È un riposo per la vista quella chiarezza di tinte sotto lo sfarzo della luce, tra le vivaci toelette delle signore e quelle nere maschili. Guarnizioni? Poche, poche: il roseo della vostra pelle, l'oro o l'ebano dei vostri capelli; una rosa bianca o tea alla vita e in testa, una lievissima scollatura rotonda o a punta, ammorbidita da un tulle o da un merletto. La pettinatura sia semplicissima: ben ravviate sulle tempie, potrete raccogliere le trecce in un bel nodo sulla nuca, senza bende sugli orecchi o ciocche lente, che la foga del ballo getta sulla fronte, sugli occhi. Non v'abbandonate a una gaiezza sfrenata, a una sventata storditezza, che, se può procurarvi un momentaneo, dubbio successo, v'attirerà critiche mordaci e, certo, più severe di quanto voi non meritiate. Non dico di darvi l'aria di "lasciatemi stare", ma ripeto che c'è modo di prender parte alla comune allegria senza parere di voler sfogare tutta in quella sera la vostra smania di riso e di divertimento:gli è come se, invitati a un pranzo, divorassimo da affamati, a gran forza di mascelle. Nè troppa timidezza, nè troppa insolenza: sempre la via di mezzo. Non ballate due volte di séguito con to stesso ballerino, e mantenete gl'impegni presi con altri; il mancare farebbe sciacquar le bocche sul conto vostro, e non a torto, se non altro per l'atto d'ineducazione commesso. Nè dimenate la lingua ostinatamente, ballando, com'è proprio delle leggerine; aspettate a discorrere ne' momenti di riposo, durante i quali non vi rincantuccerete in un angolo, non vi farete accompagnare nella sala dei rinfreschi, non vi eclisserete nel giardino o sul terrazzo, o nello sguancio d'una finestra. Soprattutto non accogliete le paroline melate de' giovinotti, ridendoci sopra a tutto spiano, o rimbeccando con parole argute, o restando lì timide e imbambolate. Il vostro contegno dev'esser tale da respingere chiaramente l'audacia e le smancerie:se qualcheduno osa avvicinarsi a voi un po' meno che rispettosamente, dovete cercare in voi stesse la causa di quella mancanza. Se poi volete lasciare un piccolo desiderio di voi nelle persone con cui avete passato la sera, non vi trattenete fino all'ultimo, non lasciate che davanti a voi si sfollino le sale e non restino che i moccoli delle candele. Non è da persona distinta l'abusare d'un piacere fino agli sgoccioli, dimostrandosi appassionata del divertimento al punto di dimenticare per esso la buona creanza. Lo svago dev'essere un incidente, figliole mie, non lo scopo della vostra vita, nella quale potrete veramente gustare ogni piccola gioia innocente, se questa sarà alternata coi piccoli doveri quotidiani. DIVERTIRSI SÌ, MA... Musi lunghi - Sfumature di gioia - Con moderazione - Svaghi che san d'amaro. NON voglio mica veder de' musi lunghi alla vostra età! È vostro diritto di vivere lietamente, mentre la vita è ancor tutta sorrisi, di mordere ai frutti del piacere onesto, mentre... i denti sono ancora tutti sani. Sì, care, divertitevi! Ma, perchè vi sia possibile godere spesso e completamente, l'anima vostra dev'essere da voi esercitata al lieve tocco di limpide gioie, alle sfumature di piccole intime sodisfazioni sconosciute a chi ha sensi ruvidi e ottusi. Chè, se voi cercate lo svago unicamente in cose estranee a voi e che non dipendono affatto dalla vostra volontà, troppo dovrete desiderare e aspettare, e poi, dopo quel momento di diletto, a cui il senso della sua fine dà l'acutezza della vertigine, voi vi sentirete mancare come cadendo dall'alto, e guarderete alla gioia passata come a un pericolo che attira con l'insidia del male. Non voglio, per questo, condannare i vostri ansiosi preparativi per un ballo innocente, il desiderio d'assistere a una commedia, di prender parte voi stesse a una recita; anzi io son di parere che, se una ragazza avrà sfogato con moderazione la sua natural voglia di svago, attenderà più serenamente alle sue faccende, e, in avvenire, sarà buona sposa e madre di famiglia, perchè non sentirà il rammarico per la monotonia uggiosa della sua gioventù e, peggio ancora, il bisogno di reazione. Ma ho detto "con moderazione". Perchè, mie care, come l'uso dell'alcool rende il palato insensibile alle delicate vivande, così la passione dei divertimenti eccessivi, degli spettacoli straordinari toglie all'anima il gusto delle gioie miti e più durature, voglio dire quello d'una buona lettura, d'una conversazione con persone superiori e alla mano, d'una musica sentita in piena intimità, o d'una scampagnata in amichevole compagnia. Questi piccoli svaghi che s'offrono a voi spontaneamente, semplicemente, che non costano sacrifizi a voi e ad altri vi lasceranno un senso di dolcezza pienamente schietta. Ma se, per andare a festa, vi sarete tormentate più giorni per la fattura dell'abito, per il timore di non far bella figura, per indurre la mamma a comprarvi una guarnizione costosa o le scarpette di raso bianco: se, passata la festa, vedrete vostra madre un po' crucciata, ne penserete la causa e confronterete il sacrifizio ch'ella forse ha dovuto fare col godimento da voi provato, che rimarrà della vostra gioia? Un non so che d'amaro e disgustoso che dovrebbe darvi la nausea di simili divertimenti. Ma purtroppo l'esperimento non varrà a guarirvi; anzi voi correrete dietro le occasioni. Se sapeste che cosa la gente pensa di quelle signorine che non lasciano un ballo, non una rappresentazione, non un passeggio, per mettersi in mostra! - Ma come? Non conosci la tale? O se l'han tutti sulla punta delle dita? Non si può uscire senza darle nel naso! Lasciatevi cercare, figliole mie; non offritevi! Diffondete attorno a voi il vostro profumo, inebriatene i cuori che vi amano, e non sprecatelo spargendolo a tutti i venti; così la vostra gioia non gettatela a fiotti qua e là impensatamente, come fiori appassiti: ma fatevene tesoro per i giorni grigi che, purtroppo, verranno, e che vi sembreranno ancora più tetri, se vi sarete lasciate prima abbagliare da una luce troppo viva. PER PIACERE AGLI ALTRI Amore di sè - Amore del prossimo - Contrari effetti. IL desiderio di piacere è naturale, è umano, è doveroso, anzi! Ma non bisogna esagerare come la signorina "Eccomi qui"... Già! L'ha soprannominata così una linguetta lunga e un po' tagliente; nè io potrei chiamarla in altro modo, tanto più che il vero nome non lo so. Quando arriva lei in una sala, o prende parte a una conversazione, ha un tal modo d'imporsi, che le sue coetanee, o per evitare ciance, o per una voglia impulsiva d'agire diversamente da lei, devono lasciarla passare, cederle la parola. Qualche piccola gelosia si risveglia qua e là; ma lei ne gode come d'una propria vittoria, come d'una prova lampante ch'ella ha ottenuto l'intento. E per questa manìa di primeggiare non bada che tu le sia amica:alla prima occasione sacrifica la tua amicizia al desiderio di far colpo, ostentando tutte le sue arti vicino a te, che te ne stai rincantucciata e incerta fra lo stupore e l'irritazione. Ma queste piccole vittorie sono ben lontane dal contribuire a una completa vittoria finale. La signorina "Eccomi qui", se piacerà a qualche sciocco, finirà col divenire cordialmente antipatica ai più, e dovrà aprire finalmente gli occhi per convincersi che certi rivolgimenti di testa, certe giravolte improvvise, ch'ella coglie a frullo apparendo, hanno soltanto lo scopo di dimostrarle che la sua compagnia non è delle più gradite. Lo stesso desiderio che ha lei di piacere, se causato non da amore di sè, ma da amore del prossimo, se inteso bene, è così lodevole ch'io vorrei lo sentiste tutti voi, mie figliole. Non esitereste, allora, a cedere il primo posto, a fare un piccolo sacrifizio d'orgoglio, di vanità, a ritirarvi nell'ombra per lasciare ad altri la luce, a dimenticare voi stesse in particolare, per considerarvi come membri d'una grande unica famiglia. Piacendo, darete gioia; ma dovrete piacere col far bene agli altri, con lo sforzarvi di contentare sempre, a qualunque costo, chi vi avvicina. Così otterrete lo scopo, seguendo voi stesse la via del bene, e attirando su di voi una simpatia durevole e incontrastata. IN VISTA Ai bagni - Alla passeggiata - In villeggiatura - Costume - Riserbatezza - Naturalezza. CON tutta la sua smania di dar nell'occhio, di primeggiare, di farsi vedere diversa dagli altri, Coletta o, volgarmente, la signorina "io", riesce cordialmente antipatica senza saperlo. Non solo al ballo, al teatro, ai ricevimenti che sua madre dà agli amici più intimi nelle lunghe serate invernali, ma anche d'estate, quando l'afa spinge gli abitanti della città verso un'aria più pura e li consiglia alla quiete, alla libertà campestre, al refrigerio delle acque marine, Coletta non dimentica mai la parte che vuol rappresentare. Quand'è ai bagni, passeggia sulla spiaggia sola, in accappatoio o con un costume eccentrico, coi capelli sciolti sulle spalle, in mano un libro qualunque, da cui solleva ogni tanto gli occhi come ispirata; oppure si sdraia sulla rena con la faccia verso il cielo, e s'appisola come sopra un divano, dandosi l'aria di non curarsi della gente, ma in realtà curandosene tanto da voler esserne osservata a ogni costo. In villeggiatura, si fa notare per l'originalità delle sue acconciature, per la foggia de' suoi grembiulini, per la vivacità de' suoi nastri, e, se prende parte a una gita, cerca d'attrarre l'attenzione o con una stanchezza improvvisa o con una soverchia audacia, che obbliga sempre qualcuno a starle a fianco e a dimenticare i propri comodi per quelli della signorina "io". Tutte queste ostentazioni, oltre a uggire le persone, sono vera e propria mancanza d'educazione. Non andate a forza incontro alla simpatia della gente, se volete attirarla, e soprattutto non fate sfoggio della vostra piccola persona, che darà più gusto se rintracciata in mezzo ad altre, fra cui spicchi naturalmente, che messa a bella posta in disparte perchè la si osservi con ammirazione. Se avete la fortuna di poter godere i bagni di mare, non badate ad altro che alla vostra salute e al vostro personale godimento. Ogni obbligo che vi create è una seccatura di più. Della gente che vi circonda ricordatevi soltanto per i riguardi che le dovete:se v'interessate degli altri, gli altri s'interesseranno di voi, e la vostra libertà sarà incatenata. Procuratevi un costume semplice, dentro il quale vi troviate a vostro agio e non dobbiate arrossire sotto lo sguardo più severo; non uscite dal casotto se non completamente abbigliate, e trattenetevi meno che potete in accappatoio sulla spiaggia. Un bel bagno di sole si può fare anche con un vestitino di tela o di mussola, nè la reazione sarà men efficace. Cercate di tuffarvi insieme con vostra madre o con qualche signora di vostra conoscenza, e nuotate pure, se sapete, ma senza far le leggerine e cacciare uno strillo a ogni ondata che vi avvolge. Serietà, dignità, educazione! Fate sempre in modo di non dover abbassare gli occhi o scappare improvvisamente, sorprese da persona che vi metta un po' soggezione. Anche la villeggiatura cercate di godervela completa, lasciandovi prendere dall'abbraccio delle cose semplici e buone, in mezzo a cui vi siete rifugiate per fuggire la polvere, il caldo e, sì, anche le noie della città; perchè volete procurarvene dell'altre, sorvegliando in modo esagerato la vostra toeletta, o dandovi dell'inutili pose? Un vestitino di percalle chiaro o una camicetta con una gonnellina di lanetta un po' corta, o un bel grembiulone che non impacci il respiro e i movimenti e vi dia l'aria di giovinette linde e ammodino; i capelli ben annodati sulla nuca, perchè viso e collo restino liberi; le scarpe comode con tacco basso per non privarvi della gioia di correre e, qualche volta, anche di saltare; e poi basta! Nelle passeggiate non fate come Coletta: se sentite di non poter resistere, state a casa; ma, se andate, siate agguerrite alla fatica e proponetevi di non dare agli altri le seccature che non vorreste voi. Il troppo amore di noi, mie care figliole, e l'eccessivo desiderio d'essere ammirati conducono spesso all'effetto contrario a quello voluto:dimentichiamoci noi, e saremo ricordati. IN ISTRADA Quando la giovinetta può uscir sola - Come deve comportarsi - Davanti alle vetrine - Il saluto - Accompagnata dalla persona di servizio - Accompagnata da un superiore. ORMAI le giovinette possono uscir sole senza che ci trovi a ridire nemmeno chi cerca il pelo nell'uovo. La donna non è più una chiocciola che a mala pena caccia fuori la testa dal guscio e la ritira al più lieve rumore. La vita complessa e agitata involge lei pure e la trascina. La ragazza d'oggi studia, senza che le si gridi la croce addosso; mette la sua voce in capitolo, senza che nessuno più le imponga silenzio; fa valer le sue idee (nè v'è alcun male se queste sono sagge), e può farsi veder sola per la strada senz'esser presa per una bestia rara. Non ci mancherebbe altro che la madre fosse obbligata ad abbandonare quattro volte il giorno le sue faccende per accompagnare alla scuola o riprendere la sua figliola! O che la domestica - se c'è - dovesse lasciar tutto il lavoro nelle mani della padrona per mettersi a fianco della padroncina! Oppure, se la mamma non può assentarsi da casa nella stess'ora che la figliola, questa non potesse andare a messa, la festa! Non fareste però bella figura, mie care, lasciandovi vedere tuttè sole a un pubblico passeggio, o fuori di porta, e neppure - è inutile dirlo - in piazza ad ascoltare la musica, o ne' giardini più frequentati della città. Anche uscendo per uno scopo prefisso, mi piacerebbe che non vi confondeste nel guazzabuglio delle vie più popolate, ma vorrei che prendeste le scorciatoie per ritrovarvi al luogo a cui siete dirette. Camminando, non voltate in qua e in là la faccia, e, soprattutto indietro a guardare le persone già passate; non fissate quelle con cui v'imbattete, nè squadrate curiosamente le toelette delle signore come se fossero mannequins; o, peggio ancora, non dimostrate, coll'insistente fissare, d'accorgervi della deformità d'un infelice. Non c'è bisogno che stiate impettiti come tacchini, ma nemmeno che vi lasciate andar giù come cenci; nè occorre tener le braccia in modo che sembrino stecchi diritti o, al contrario, nastri svolazzanti. Del resto un pacchettino o, se non altro, la borsetta aiuteranno a dare un contegno alle appendici superiori del corpo. Anche l'estremità inferiori richiedono riguardo e moderazione: il passo è sempre meglio corto e affrettato, che lungo e sgangherato. La giovinetta non deve aver mai l'aria d'andare a zonzo, di bighellonare:ma la sua andatura, se è strascicata, può farlo credere. Neppure, se non volete farvi dare delle curiose, e peggio, vi fermerete a guardare un ubriaco che traballa, un cavallo che scappa, due donne che litigano, un uomo fra le guardie; l'educazione e la prudenza vi consigliano di seguitar la vostra strada come se nulla fosse. È, invece, doveroso tirar via un bimbo dal pericolo, aiutare un vecchio che incespica, a un altro raccattare il bastone, lasciar posto a una persona d'età o vestita di lutto, anche se umile, a un disgraziato, a una donna che porti un carico o tenga in braccio un bambino. Sono pietose eccezioni alla regola: come quella di voltarsi, e prontamente, se un urlo ci avverte del rischio d'una persona o se un'automobile ci strombazza improvvisamente alle spalle. Prima la pelle nostra e degli altri, poi... la creanza. Fate a meno, quando siete sole, di fermarvi davanti alle vetrine: ce ne sono delle belle, non c'è che dire, delle attraenti, che mani esperte hanno aggiustate con gusto e furbizia; ma spesso le cose belle ingannano, e le ingannate sareste voi, se vi lasciate tentare. Di quanti gingilli, che non vi bisognano, sentite il desiderio! Quante spesette non necessarie derivano da quelle fermatine imprudenti! Date un'occhiata fuggitiva, e scappate via dalle tentazioni: è tanto di guadagnato per voi e per il vostro contegno. Se vi passa vicino una signora di vostra conoscenza, salutate voi per le prime; rispondete garbate, senza sciocche ostentazioni di pudicizia, al signore o al giovine dabbene che vi fa di cappello; nè crediate d'umiliare la vostra femminilità chinando la testa al vostro professore, anche senz'aspettarne il saluto: la riconoscenza che gli dovete sposta la relazione che comunemente esiste fra signore e signorina. E non vi vergognate a salutare con affabilità una persona povera, vestita male; voi non ci perderete nulla, e otterrete anzi un granello d'affetto di più. Se incontrate un'amica intima, non v'abbandonate a espansioni sentimentali, nè vi perdete in lunghe conversazioni, sostando nella strada come le comari. In compagnia con altre giovinette credete quasi lecito il lasciarvi andare a una maggior libertà di contegno; e, comunicandovi l'argento vivo l'una con l'altra, parlate ad alta voce, sghignazzate sguaiatamente, gestite come burattini, e, quel ch'è peggio, vi sciacquate la bocca sul conto di questo e di quello. Se sapeste che mormorio di disapprovazione si risveglia dietro di voi! Se siete con la mamma, o con altra persona a voi superiore, usatele rispetto, dandole la destra o il posto migliore, contro il muro o sul selciato, portatele i pacchi, entrate dopo di lei in un negozio, porgetele la mano nel salire sul tranvai, e scendete prime per aiutare nuovamente. Se vi càpita d'uscire con la domestica, guardatevi bene dal tenerla quattro o cinque passi indietro, come un cane; statele a fianco e, pur senza giungere a un'eccessiva intimità, rivolgetele la parola, come a una creatura umana. Ricordatevi che molti sguardi, e non sempre tutti benevoli, possono posarsi su voi; comportatevi dunque per la strada in modo da ottenere l'approvazione del giudice più severo, ma prima di tutto della vostra coscienza. VECCHI E INFERMI Accuse alla vecchiaia - Gli stessi difetti sono nei giovani - Dolori sofferti - Bisogno di calore e d'affetto - Nonna e nipote - Il futuro della vecchiaia - Troppo tardi - Con gl'infermi. AVETE un po' di cuore? E allora dovete essere del mio stesso parere:che sono degni della nostra compassione gl'infermi, i deboli, gl'inermi, i trascurati, i melanconici, quelli che si sentono vicini alla morte. Ebbene, i vecchi sono tutto questo. Non date retta ai molti che tacciano i vecchi d'egoismo, d'insensibilità, d'asprezza contro la gioventù. E' un pretesto per scusare la propria ingratitudine, la propria trascuratezza: ed ecco che gli accusatori si tirano addosso le stesse accuse che vorrebbero riferire ad altri. Non è che i vecchi sieno egoisti, o duri, o senza cuore; gli è piuttosto che tutti, moltissimi almeno, siamo tali, purtroppo anche fra i giovani e gli adolescenti: fra quelli, cioè, a cui ridono le speranze più belle, e la vita offre mille occasioni di benignità e d'indulgenza. Che fate voi stesse quando non vi vedete abbastanza curate, osservate, quando vi càpita qualche contrarietà? Musoneria su tutta la linea. Chi sa, allora, quando sarete vecchie! Io vi dico questo per mettervi in buone condizioni di spirito verso le povere creature curve e tremanti. La nonnina! Quante volte avrà preso le vostre parti, vi avrà fatto barriera del suo piccolo corpo malfermo contro la giusta collera paterna! Quante volte la sua voce avrà tremato di commozione intessendo le vostre lodi! Quante lagrime, calando, si saranno incontrate con le sue parole, che guidavano le vostre piccole voci balbettanti! Fanciulle mie, se il vostro cuore non è duro, dovete amare chi s'avvia assorto verso l'ombra, voi che, spensierate, andate verso la luce. Sì, i difetti - chi non ne ha? - si saranno un po' inaspriti con gli anni, come si sono infossate le guance e approfondite le rughe; ma pensate quante lagrime devono aver solcate quelle guance, quante contrazioni dolorose devono aver scavate quelle rughe. Pensate quanto bene avranno sparso attorno a sè quelle creature ora un po' trascurate, e quanto male avranno ricevuto! Hanno alimentato i figli gocciando dal cuore stille di pianto e di sangue; e il cuore è rimasto secco, nè, spesso, lo ammorbidisce il conforto. Siate voi, fanciulle, la rugiada benefica per quelle povere anime inaridite. Un soldo di carità è un nulla per un ricco; una sodisfazione in dono è un nulla per voi che ne avete tante. Fuori il sole vi chiama, la primavera vuole che il vostro canto si riversi in quello di tutta la natura esultante, la vostra amica v'ha pregate d'andare a casa sua, chè ha tante novità da comunicarvi o qualche cosetta da farvi vedere; ma la vostra nonnina un po' indisposta, rimarrebbe sola in casa; il sole che splende fuori è troppo lontano da lei, che, per riscaldarsi, ha bisogno del tepore del vostro corpicino, del raggio che parte dal vostro sorriso, dell'affetto vostro, delle vostre cure, in cui la povera vecchina si rannicchia, si crogiola, come facevate voi, piccine, nelle sue braccia. Le feste? Non ce n'è una sola che vi lasci nel cuore quell'intima gioia cui vi può dare uno sguardo tremulo di riconoscenza. Se resterete con la nonnina, ella interromperà il corso alla sua melanconia, per le vostre parole sentirà nella vecchia anima battere qualche suo dolce sentimento d'un giorno lontano, come un vecchio tronco che, accanto a un arboscello rinverdito, in un mattino d'aprile, senta correre nelle secche fibre un improvviso risveglio di giovinezza; crederà di rivivere in voi, per quel soave calore che le circolerà nel sangue al contatto della vostra tenerezza, e si chinerà, grande di riconoscenza, davanti alla sua fata gentile. Triste, invece, è la casa dove i vecchi sono relegati come un mobile inutile in un cantuccio a cui non giunge mai un raggio della luce vicina. Alcuni vecchi sono brontoloni, sì; altri sono egoisti; ce n'è dei sordi, con cui bisogna alzare la voce e scandire le sillabe; dei deboli di vista, a cui dobbiamo servire da occhiali. Alcuni saranno stati così, altri saranno divenuti; voi non dovete saperlo. Chè, se anche il loro passato fu inutile e vuoto, in loro dovete rispettare la vecchiaia, in sè; e vecchiaia v'ho già detto che cosa significa. Ricordatevi che i vecchi sono una vita; e in una vita c'è sempre un insegnamento, in ogni passato c'è sempre un dolore, molti dolori. No? C'è, se non altro, la privazione della gioia, poichè le anime vane non provano dolcezze. Compatite chi ebbe questo passato. Ogni attimo presente porta con sè un futuro; pensate che il futuro della vecchiaia è la morte, e inchinatevi a questa cosa immensa, terribile, divina. Quasi ogni vita di vecchio è germe d'una, di più giovani vite, e ha dato goccie del suo sangue, aneliti della sua anima ad altri, che, rinnegando i loro vecchi, soffocherebbero gran parte di sè. Pensate che la gioia negata alla madre di vostra madre, al nonno cadente, o il sacrifizio non fatto oggi per loro saranno forse inutili domani. Quanto strazio, allora, nel vostro rimorso: "È troppo tardi". Pensate infine un'altra cosa: se vivrete - e Dio ve conceda! - diventerete anche voi vecchie. Non vi spaventate. La vita dello spirito - se l'avrete vissuta intensamente - vi darà gioie non illusorie, più che vere, anche nella vecchiaia: non siamo pagani, noi, da rattristarci al pensiero dell'età matura, e poi, come Alessandro Manzoni, siamo disposti a invidiare i più giovani per un motivo solo, perchè non hanno ancora avuto tutto il tempo che ci vuole per commettere molte corbellerie. Comunque, chiudete gli occhi, e immaginatevi un po' coi capelli bianchi, con molte rughe sulle gote, con la schiena curva, il passo strascicato, la voce bisciola, gli occhi opachi, le labbra svivagnate... Vi nascondete il viso fra le mani? È nulla, care mie! Se, oltre tutto questo, vi vedeste disprezzate, trascurate, forse derise, che fareste? Preghereste Dio di prendervi presto con sè, di risparmiarvi l'ultimo crollo di tutte le illusioni. Immaginate un pensiero come questo dietro la fronte di ciascun vecchio, e il cuore vi dirà che cosa dovete fare. Io non voglio mettermi al posto del vostro cuore, perchè la mia prèdica sarebbe troppo fredda in confronto al dolce bisbiglio del suo ticchettío. CON GL'INFERIORI Con gli operai - Rispetto al lavoro - Rispetto al tempo di chi lavora - Umanità - Nel pregare - Con i contadini - Con i poveri - Elemosina e carità. QUANDO voglio sapere se una giovinetta è ben educata, io la osservo mentre tratta con una persona di cui non ha soggezione o da cui nulla teme. Mi bruciano queste parole, ma devo dirle: molte giovinette hanno il brutto difetto di mutar faccia o tattica quando si rivolgono a qualcuno ch'esse credono inferiore. Allora si scoprono gli altarini. Se sapeste, figliole mie, quante volte le persone alle quali v'inchinate rispettose sono da meno di quelle a cui voi negate un saluto o che disprezzate del tutto! Io ho veduto qualcheduna di voi strappare con mala grazia il fagotto di mano a una commessa, e sfogare sull'innocente la rabbia che covava contro la sarta per il ritardo nel mandare il vestito; ne ho sorprese altre guardare dall'alto in basso la lavorante, che la mamma teneva a giornata, e rimproverarla malamente perchè non aveva indovinato la fattura d'un copribusto o d'un nonnulla qualunque. M'accadde, una volta, d'accompagnare una fanciulla incaricata dalla mamma malata di pagare un conto della modista: dovetti arrossire per lei e intervenire con un reciso "ora basta", perchè, pur essendo ricca e non consigliata dalla madre, contrattava vergognosamente, dimostrando in modo esplicito di disprezzare il lavoro e la fatica. La modista si sforzava, sudando freddo, a non uscire da' gangheri, e volgeva verso di me occhiate quasi supplichevoli: finì con l'accettare il puro compenso delle spese, rimettendoci certo la mano d'opera. E questa, più ancora che ineducazione, è mancanza di cuore. Nel trattare con gli operai, prima di tutto ci vuole umanità. È una vera forma d'egoismo il chiuder gli occhi sui sacrifizi che certe povere donne devono fare per contentare i vostri capricci d'ambizione, di lusso; ed è vera malvagità rimproverarle aspramente, costringerle magari a rimetterci del proprio, se hanno commesso uno sbaglio e non si sono completamente modellate sulle vostre esigenze. Quante volte alcune di voi - non tutte spero - per una vostra imperiosa fantasia avrete costretto una giovine sarta anemica e stanca a passare la notte per finirvi l'abito, che volevate assolutamente indossare la prossima festa alla messa delle undici! O avrete creduto naturalissimo far lavorare per vostro conto tutta una domenica, con la minaccia di cambiar sarta! Se non siete perfide come dimostrate, peccate certo d'una vergognosa leggerezza, e non pensate a quello che fate e alle conseguenze delle vostre azioni. Chi lavora per voi ha diritto alla vostra ricompensa; e questa non si dà solo in denari contanti, ma si completa nella dolcezza delle parole, nel sorriso benevolo, nella cortesia del gesto che dona. Quanto sarà più gradito il pronto saldo del vostro conticino, se accompagnato da una parola di ringraziamento e di compatimento, che un'abbondante retribuzione fatta aspettare a lungo e offerta con mal garbo, quasi gettata come un osso al cane! Non vi perdete in chiacchiere con chi deve poi compensare con ore notturne o festive il tempo perduto; andando a provare un abito, a saldare un conto, a fare un'ordinazione, siate svelte e dimostrate di sapere che il tempo è moneta, e che ogni minuto è sacro a chi lavora. Nè cercate di farvi ripetere le notizie che certe operaie, obbligate a entrare in molte case, vengono raggranellando; vi mettereste a pari delle donnicciuole pettegole e curiose che si fermano a comarare sui crocicchi delle vie, e abusereste delle condizioni sfavorevoli di debolezza e d'inesperienza in cui si trovano certe giovani, laboriose, ma spesso mancanti di buoni consigli e di saggio indirizzo. Pur usando umanità e rispetto, non eccedete nella confidenza con chi non è della vostra stessa condizione e non ha con voi gusti e desideri comuni. Le stesse cose vorrei ripetervi a proposito de' contadini. Questa gente sana, forte, dalla pelle abbronzata e dalle mani callose, che risparmia denari, ma non fatica, e lavora e suda con la netta e chiara visione del dovere da compiere e dello scopo da raggiungere, anche se non è conscia di dar vita alla prima e principale industria nazionale, deve ispirarvi, non disprezzo e diffidenza, ma stima e ammirazione. Non so perchè, se nell'esteriore contegno si deve rispecchiare il vostro intimo sentimento, voi dovreste degnare della vostra cortesia certe dame futili e vane, che non sono utili nè a se nè al prossimo, e che non hanno per le loro azioni uno scopo superiore all'immaginare una toeletta che vinca in originalità quella della signora tale, o una mobilia che renda il proprio salotto più elegante di quello della signora tal altra. La bianca e morbidissima pelle che ricopre una mano inoperosa non vale la ruvida scorza che nasconde muscoli d'acciaio e sangue gagliardo di lavoratore. Rispettate chi semina il grano per procurare il pane anche a voi, chi lavora la terra, i cui tesori sono i più necessari e costituiscono la massima ricchezza della patria. Vi sono infelici che bussano umili alla vostra porta, che vi tendono la mano per la via, i poveri; vi sono, soprattutto, quelli che non portano in giro la loro miseria, sbandierandola a tutti i venti, ma aspettano che altri le vadano incontro. Come diportarsi con essi? Io non bado quì a insistere "date molto!", ma piuttosto "date bene!" Non è possibile offrire a tutti i mendici, specialmente in quelle città dove l'accattonaggio pare un'istituzione che allarghi le sue ali protettrici sui buoni e sui cattivi soggetti; ma è possibile sempre farsi perdonare dai primi il rifiuto con una pietosa parola, con un gesto cortese, e ai secondi rivolgere un legittimo rimprovero, ispirato non da un intimo risentimento, ma da compassione. Quanti pericoli, quanti tristi casi suggeriscono loro il male, a cui s'abbandonano quasi inavvedutamente come per una dura necessità! Non l'elemosina, ma la carità vi raccomando, figliole! Ho veduto qualche giovinetta gettare malamente un soldo nel cappello d'un povero, senza voltarsi, senza degnare il disgraziato d'uno sguardo. Una volta, il soldo buttato da una fanciulla cadde a terra, e, poichè lei tirava dritta impassibile, una signora elegantissima si chinò a raccattarlo, e lo mise con una moneta d'argento nelle mani del poveretto, ch'era cieco, e mormorò un "grazie" simile a un singhiozzo. La pietà a cui era atteggiato il dolce viso della signora e la gentilezza che accompagnò l'atto valevano più di qualunque moneta donata; e lo sentì, forse, anche l'infelice che non vedeva. Se il desiderio di far bene e di sollevare una miseria vi spinge a entrare in una soffitta, in un tugurio, fate che la vostra opera buona sia completa, e non ne rompete l'incanto lasciando trasparire il disgusto che v'opprime in mezzo al tanfo di rinchiuso, e forse di sporcizia, che spesso è nelle povere catapecchie; non rifiutate di sedervi sopra una seggiola sgangherata, magari sopra una cassapanca o un tronco di legno; non respingete un bimbo moccioso, che vi posi le manine sui ginocchi; accostatevi al giaciglio della madre malata. Ho detto che codesta vostra carità ha un incanto. Badate di non vestirvene come fareste d'un manto regale, mentre attendete all'opera pietosa di rifare il letto d'un infermo o di spazzare una stamberga; pensate, invece, che ogni atto di misericordia, per un cristiano, non ha nulla, proprio nulla di straordinario. Se chi ha bisogno della vostra carità non è abituato a chiedere, ma fino a ieri viveva nell'agiatezza, adoprate un gran tatto per non urtare menomamente la suscettibilità, acuita dall'angoscia del contrasto. Pensate che potrebbe un giorno accadere a voi d'aver bisogno della carità altrui, e immaginate quale strazio provereste se vi si facesse troppo pesare il dono, e questo non fosse accompagnato da una parola buona di compatimento, di simpatia, di speranza. No, figliole, non solo educazione vi chiedo, ma buon cuore: se questo aiuta la mano nel donare, io son sicura che lo scopo di far del bene sarà ottenuto pienamente da voi. LA PERSONA DI SERVIZIO Conversazione di signore - La giornata della persona di servizio - La persona di servizio è una creatura umana - Ingiustizie dei padroni - Doveri della giovinetta verso la persona di servizio - Attività o pigrizia delle padrone - Fra l'unto delle padelle - Lodi meritate non vanno risparmiate - L'esempio di Luigi XIV - Diritti della persona di servizio. IN una conversazione di signore quattro sono i principali soggetti del discorso: la moda, il tempo, i malanni e le persone di servizio. È vero che quest'ultime si ripagano spesso abbondantemente ne' crocicchi delle strade, o dall'erbivendola; ma, via, non è la stessa cosa. Le poverette non hanno gran possibilità di scelta nelle chiacchiere; la loro vita è così monotona! È imperdonabile, poi, che di tal genere di persone, noi, che dovremmo essere gente educata, numeriamo sempre i difetti, senza trovare neppure un'attenuante. E pensare che gli avvocati ne inventano per gli assassini, perfino per i matricida! Io mi rivolgo soltanto una domanda: se noi, che siamo un po' più liberi di foggiarci la vita a modo nostro, e dovremmo avere un grado d'educazione superiore, manchiamo così spesso, perchè dovrebbero non mancare le persone di servizio, che ne hanno tante e tante occasioni? Che dite voi, figliole mie? Intanto sarete d'accordo con me su questo punto: che se voi non state bene, o siete contrariate in qualche vostro desiderio, sentite súbito i nervi tirare, e provate una voglia matta di ribellarvi a costo di non trattar bene le persone stesse che amate. È vero? Sì, sì, confessatelo. Allora seguite con me, per un momento, questa disgraziata creatura, che si chiama "donna di servizio", nella sua giornata. La mattina, per quanto le palpebre siano appesantite, sien fiacche le membra e la notte sia stata insonne, le tocca alzarsi; chè, se tarda un po', sono richiami, scampanellate, grida. Chi vi pulirebbe le scarpe, chi vi preparerebbe la colazione? E poi ci sono i pavimenti da lustrare, i mobili da spolverare, forse le legna da spaccare o l'acqua da tirar su, poi c'è la spesa. Con quanta tremarella rientra in casa! Chi sa che ramanzina le farà la padrona! Infatti..... - Credevo che tu ti fossi perduta nella nebbia! - Com'è tigliosa questa carne! - Ma questo cavolo è marcio ! - Non sei proprio capace di contrattare; già i soldi non sono tuoi! La poveretta inghiottisce la pillola, e indossa il grembiulone per mettersi attorno al fuoco. Si scalmana, suda, s'arrabatta, e poi.... Il lesso è scipito, l'arrosto sa di cipolla, l'umido è legnoso, l'intingolo non è ben legato. Altra pillola! La disgraziata tuffa le mani nell'acqua, e s'accinge a rigovernare. - In fretta, veh! perchè ci sono da lavare que' panni, che, se no, ammuffiscono. Poi c'è da rammendare qualcosa, poi da preparar cena, poi, poi.... E ogni sua occupazione può essere interrotta tre, quattro, dieci volte, se tale, per caso, è il vostro capriccio; e la spazzatura già ammucchiata può spargersi nuovamente sotto i vostri piedi che passano incuranti, o a un soffio di vento; e l'acqua unta della rigovernatura può freddarsi, e l'oscurità può scendere mentre pochi panni aspettano l'ultima risciacquatura. Non un minuto di respiro, non una parola buona, non un tender di mano, non uno sguardo pietoso, un atto che le dimostri che anche lei è una creatura umana, con un'anima viva, con un cuore che sente... nulla! Se voi, figliole, impallidite un istante, qualcuno súbito se n'accorge, si turba, vi domanda che cosa avete, vi forza al riposo, v'offre una medicina, vi circonda di cure. Ma la donna di servizio, abbia pur nel viso le tracce d'una vera sofferenza, deve seguitare indefessa il suo lavoro, senza un aiuto come se nulla fosse, perchè ogni sua ora, ogni suo minuto è pagato e i padroni non vogliono rimetterci. Se poi il male è grave, se è costretta ad assentarsi, quanti rinfacciamenti, quanti lagni, quante parole pungenti, pronunziate a denti stretti nelle rarissime scappatine che si fanno nella sua camera, la quale, il più delle volte, è un oscuro stambugio! Per molto meno s'eccitano i vostri nervi; ma quelli della "serva" devono essere d'acciaio, nè hanno diritto di vibrare. Sul suo viso nessun'ombra deve scendere, nessuno scatto deve scoterle la persona; sarebbe un'offesa personale ai padroni. Gli uomini possono insultarla, perchè hanno gravi preoccupazioni, le donne perchè sono eccitabili, i bimbi perchè non capiscono; ma a lei non valgono per scusa il lavoro forzato, nè i malesseri comuni co' vostri, nè la vita randagia, nè la lontananza da' suoi, nè la pena per i dispiaceri della sua casa, di cui non fa più parte, ma a cui pensa spesso con nostalgico scoramento. Il quadro ch'io v'ho presentato sembra troppo fosco, ma ahimè! i miei occhi ne hanno potuto cogliere la realtà in certe famiglie, a cui non vorrei che somigliassero le vostre. E voi aspettate uno spirito di sacrifizio da persone che, generalmente, sono trattate così? Voi dimenticate troppo spesso che la vostra "serva" - così la chiamate - prima d'esser tale, è un individuo della grande famiglia umana alla quale voi pure appartenete. Ma io v'insegno come dovete fare, o mie figliole, per essere amate, rispettate e servite anche meglio dalla vostra domestica, e per ricavarne, in fine, una tal sodisfazione da farvi benedire lei, che ve l'ha procurata. Aiutatela un po'! Intanto il primo e miglior modo di darle una mano è quella di non aggiungerle troppo lavoro da parte vostra, non obbligandola a riordinare le cose vostre che dovrebbero essere sempre a posto, non buttando a terra inutilmente carta o stracci o sfilacciature, magari dove la granata ha strisciato da pochi minuti, non portando a casa le sottane troppo inzaccherate, non chiamando lei, la domestica, per qualunque grillo vi salti in testa, dieci volte in un'ora. Ci sono altri mezzi di porgerle aiuto: prendendole lo straccio di mano, quando la vedete affannata fra camere e cucina; spazzolandovi i vestiti, se lei ha molt'altro da fare; stirando voi qualche cosuccia, quando la poveretta è accaldata e ha forse il capogiro, per esser stata l'intero pomeriggio china sui ferri; alzandovi da tavola voi stesse, invece di far girare sempre lei come una trottola, se vi bisogna il cucchiaio o la saliera, o se volete cambiarvi il piatto; offrendovi anche di rigovernare, se - osservando un po' quella creatura umana - v'accorgete ch'è molto affaticata e sofferente. Non solo le alleggerirete, in minima parte, la fatica; ma, soprattutto, le dimostrerete che il fare certi servizi non è proprio soltanto de' poveri, dei bisognosi, ma anche delle persone agiate, alle quali, per un crollo di fortuna, potrebbe capitare di trovarsi ne' panni di quelli da cui si fanno servire. Bisogna che la vostra domestica si renda conto dello scopo della vostra vita perchè è davvero cosa umiliante servire persone che non servono a nulla. Di quanto è nobilitato il cómpito d'una serva, se deve lustrare i pavimenti a una padrona che, dal canto suo, non lasci scorrere le ore con le mani in mano; o preparare il pranzo a una maestra che torni a casa stonata e con la voce fioca pel troppo sfiatarsi; o cucire, stirare, rammendare, inquetarsi co' bimbi d'un'altra che passi tutto il giorno dietro il banco d'un negozio a servire, a sua volta, gli avventori! Ma quanti pensieri melanconici devono ingombrare la mente d'una povera domestica soggetta ai capricci d'una signora o d'una giovinetta che non sappiano il valore del tempo, arrivino a sera stanche del far nulla, e non conoscano l'importanza del lavoro! E' legittima la pazienza del bove, perchè vicina alla fatica del contadino; ma sembrerebbe soprannaturale, mostruosa accanto alla mollezza e all'inoperosità d'un giovin signore. Quante volte, figliole mie, non siete entrate in cucina, mentre la persona di servizio era nella pienezza delle sue funzioni! Ma, generalmente per farle qualche domanda indiscreta su fatti altrui, o per ficcare il naso nelle pentole e sentirne l'odore; e, appena sodisfatto il vostro capriccio, siete scappate nell'altre stanze più pulite, più ordinate, donde ogni sporcizia è portata via - oh, dalla domestica! - in un battibaleno. Lei, però, ci deve sempre vivere, nella cucina: è il suo regno. Ma, almeno, giacchè non potete voi prendere il suo posto, invertire l'ordine delle cose, non scaricate in cucina, insieme col sudiciume delle stanze, con gli avanzi della tavola, i tristi effetti del vostro malumore, l'impurità delle vostre bocche, la volgarità de' vostri gesti. Fate che un po' di poesia si diffonda dalla vostra persona fra le pentole e l'untume, , che ne sia circondata anche la persona che vi serve, e che spesso suda e s'affanna per contentarvi, per strapparvi una lode. Datele anche la lode, quando se la merita, ditele la parola buona che aspetta, e usate con lei, che ha tanti vantaggi di meno dalla vita, la cortesia di cui largheggiate con persone che hanno mill'altri favori dalla natura e dai casi. E non vi vergognate d'esser rispettose con lei. Se voi avete diritto al rispetto da parte sua, avete anche il dovere di ricambiarglielo, dimostrando di non badare alla veste che indossa, ma a qualcosa di più intimo, di più alto, di divino, ch'è la luce della vostra esistenza, e che accomuna l'umile creatura con voi, davanti a Dio, pel quale sono alla pari quelli che ubbidiscono e quelli che comandano. A me, ragazza, fece molto effetto il leggere che Luigi XIV salutava per il primo la donna di servizio e le cedeva il passo, e mi parve di trovarmi in buona compagnia facendolo io pure; e, ve lo confesso, mi sentii altera ogni volta che potei imitarlo. Non avete mai provato quanta gioia dà il sorriso tremante sulle labbra d'un poverello, quando voi lo salutate cordialmente, o gli cedete la destra, o scendete voi dal marciapiede, per rispetto della sua povertà? Procuratevi questa consolazione; e poi, entrando in cucina, ricordatevela, e lasciatevi vincere dal desiderio di riprovarla. V'assicuro che, se tutte le fanciulle cominciassero da domani a considerare la donna di servizio come una creatura che ha non soltanto doveri, ma molti diritti, le cose cambierebbero, e la riconoscenza da parte della beneficata farebbe sì che nelle conversazioni delle signore uno de' quattro temi verrebbe a mancare o... cambierebbe lo svolgimento. IN CLASSE Compostezza - Attenzione - Un po' di cuore - Calvario degl'insegnanti - Diritti degli alunni - E anche doveri! - La scusante della spensieratezza - L'insegnante dietro le quinte - Anche oggi t'han fatto inquetare? - Mente, anima e salute da una parte - E dall'altra...? - Come detta il cuore. QUEL giorno tornai a casa veramente disgustata. Ero stata invitata a sostituire per una settimana un professore mancante alle complementari femminili, e avevo accettato. Quando entrai nella classe, una buona parte delle alunne erano sedute e non si mossero, altre si sollevarono appoggiandosi al banco, e poche s'alzarono di botto completamente, borbottando un saluto. Mi sentii, dentro, un impeto di rivolta. Ma, tuttavia, m'accinsi a far lezione con entusiasmo, e attaccai con la lettura d'un brano del Mantovani, dove si diceva della mancanza di sincerità nei componimenti de' giovani. Volevo trarre occasione per esprimere alcune mie osservazioni su' cómpiti che m'erano stati mandati a casa per la correzione, e che m'avevano lasciato un'impressione ben poco lusinghiera per le scolare della terza complementare. Una cominciò a leggere con voce strascicata, monotona, che non si potevava sopportare: a ciò attribuii la disattenzione dell'altre allieve. Allora, vedendomi proprio davanti due occhietti neri e vivaci, che movevano in una facetta rubiconda sopra una boccuccia sorridente, cambiai lettrice. E dalla boccuccia lieta uscirono le parole come una bella canzone; ma delle compagne poche ascoltavano. Alcune, coi due gomiti appoggiati sul libro e il viso fra la coppa delle mani, squadravano proprio me, con l'aria di volersi imprimere nella mente le mie fattezze, e tratto tratto si scambiavano qualche osservazione; una, nell'angolo in fondo, s'era mezzo sdraiata sul banco col busto e guardava fuori de' vetri; un'altra sfogliava le pagine e si fermava a leggere un periodo in qua e in là, a suo capriccio; due, proprio sotto la finestra, sghignazzavano addirittura, cercando di reprimere lo scoppio nel complice fazzoletto; altre borbottavano quel che si veniva leggendo, con la cantilena de' bamberottoli di seconda elementare. La ragazzetta seguitava a leggere, io a far mostra di nulla. Finito il brano, chiamai a sbalzi quelle di cui maggiormente avevo notato la villana disattenzione. Ne vennero fuori delle carine! Vollero dire qualcosa, ma dovettero ricorrere alla fantasia, e cominciarono frasi insulse, poi incespicarono; alcune rimasero confuse, ma altre sogghignarono ardite, e ci fu qualcheduna che alzò le spalle, sfacciata. Sul registro fioccarono zeri. La mal'educazione è imperdonabile. E pensai con un vero struggimento di cuore al pallido trentenne che sedeva giornalmente su quella stessa cattedra ov'ero io, e che aveva certo chiesto quel breve congedo per dare un po' di riposo ai poveri polmoni stanchi e trovare nella tenerezza materna un viatico a proseguire sulla via del dovere, resagli così dolorosa dalla scortesia delle alunne. L'insegnante era debole, malato, buono; e le ragazze, invece di sforzarsi a rendere meno faticoso il suo cómpito, trascinate quasi tutte dall'insensibilità di poche, erano divenute indisciplinate. Intanto la giovinezza del poveretto sfioriva inutilmente nella scuola, come una rosa che lascia cadere i pètali a uno a uno, e nessuno li raccoglie; e tremava la madre lontana, che, dopo averlo, fino a pochi anni prima, corazzato del suo amore contro ogni insidia, ogni male, ora l'aveva dovuto abbandonare all'ingratitudine di quelle fanciulle. Alcune al mio rude "zero!" avevano risposto con un torcere sdegnoso della bocca, altre con un alzare di sopracciglia, altre con un chinare della testa cocciuto, che più m'aveva irritata e quasi avvilita. Mi sentii un groppo alla gola; pensai all'adolescenza, ancor lontanamente futura, delle mie bimbe, con un senso di terrore. No, no! non dovranno esser così. Giorno per giorno parlerò loro delle pene di questi umili martiri che sono i maestri, i professori, dirò della lunga e faticosa preparazione agli studi, circondata spesso da stenti e privazioni domestiche, dalle disillusioni patite poi, appena raggiunto lo scopo. Tutte le belle idealità, che accompagnano i futuri docenti nei penosi anni di lavoro assiduo, svaniscono davanti alla piccola realtà racchiusa fra le quattro pareti della scuola e fremente sui banchi allineati come tante fosche categorie di regolamenti carcerari. Chi siede sulla cattedra deve possedere pura e schietta anima d'apostolo, deve rispettare ogni regola di cortesia e l'ordine e la puntualità e la pulizia e la correttezza delle parole, deve conservare una perfetta calma di spirito e non lasciar apparire ombra di malumore, e mill'altre cose deve e deve. Ma voi, scolarette insensate, potete dare uno spintone alla creanza, presentarvi sciatte e spettinate, arrivare con mezz'ora di ritardo e sbatacchiare l'uscio, entrando, per slanciarvi ansimanti nel banco; potete rispondere con una crollatina di spalle a un ammonimento del professore, o rinchiudervi in un mutismo caparbio; potete scartabellare il libro, mentre l'infelice si spolmona a spezzettare la scienza, a sbriciolarvela come per rendervene più facile la digestione; potete spalancare la bocca in un interminabile sbadiglio, voi che vi stritolereste i denti per reprimerlo davanti alla più insulsa creatura incontrata per istrada; e con tutti i vostri atti alla persona che vi fa le veci di padre e di madre, a cui madre e padre v'hanno affidate per il vostro bene, potete dire sfacciatamente: - Noi stiamo qui perchè siamo obbligate, tu ci stai perchè sei pagato dal governo. Torcete la bocca, scandalizzate dalla ruvidezza di queste parole? Aprite davanti a voi la vostra coscienza, e scrutatevi dentro coraggiosamente... Impallidite? Chinate gli occhi? È così, scolarette! Ebbene, io propongo per voi la scusante della spensieratezza. Ma con la spensieratezza si può ammazzare un uomo! Io ho conosciuto scolaresche crudeli, sebbene i singoli scolari avessero paura della semplice parola "crudeltà". Uno per uno, quei ragazzotti, compassionavano il professore, che stimavano e amavano molto; ma, riuniti in classe, gli giocavano spesso de' brutti tiri, insensibili alle suppliche, al pianto stesso di quel martire. Pareva che una corrente magnetica attraversasse quei corpiccioli, e li facesse simultaneamente e inconsciamente scattare. Quel martire era uno de' più insigni letterati italiani: soltanto era infinitamente buono e, perciò, non teneva la disciplina come sapeva tenerla, invece, qualche suo collega povero di cultura propria, ma ricco d'orrida maestà nel fiero aspetto. Il fenomeno di tale crudeltà va studiato per una maggiore conoscenza della psicologia delle folle. A proposito: si racconta che a un povero mulo parigino, ch'era caduto sotto le stanghe del carretto, uno dei cittadini accorsi comonciò a tirare la lingua penzolante. Fu sùbito imitato: due, tre, sei, otto s'attaccarono al primo... soccorritore, e tutti insieme, naturalmente, strapparono la lingua alla povera bestia. Quante anime miti - se si potessero scorgere separatamente - si scoprirebbero in mezzo a quelle folle che, nella rivolta, s'avventano in un sol impeto con la ferocia delle belve! Ma, non ostante la mitezza di molti singoli, le folle travolgono, annientano, uccidono, rese più e più ubriache dal sangue stesso che vanno spargendo. Che tristi cose vi ho dette! Ma - lo so - non hanno relazione alcuna col contegno che tenete voi in classe; anzi, credo che se, invece di vedervi davanti la faccia pallida, sforzatamente serena (voi siete ancora nell'età in cui l'apparenza ha quasi valore di realtà) del vostro professore, poteste far capolino fra le quinte e sorprendere l'espressione d'angoscia che approfondisce le rughe sul povero viso della madre di lui, credo, o scolarette insensate ma non malvage, che il giorno dopo, come per un muto accordo, voi stareste ferme e attente davanti alla persona per cui un'altra può tanto soffrire. Io, che ho veduto dietro molte quinte, che ho spiato mille volte espressioni dolorose sui visi di madri, di spose, di figlie, e ho còlto un tremore d'ansia sulle lore bocche interroganti: "Anche oggi t'han fatto inquetare?", io vi prego: siate buone, compensate come potete gli sforzi di chi faticosamente prepara i solchi nel vostro terreno perchè voi ne godiate i frutti, dimostrategli in ogni modo di capire che siete convinte della pochezza d'una paga materiale in confronto del rovinío d'una salute, dell'offerta d'una mente e d'un'anima, che si pongono a servizio della vostra anima, della vostra mente. La merce che si consuma si paga con corrente denaro, ma quella che deve restare con noi, accompagnarci nella vita, guidarci a una mèta, non si paga se non con qualche cosa di durevole e di eletto. Se voi tutte mi capite, o fanciulle che sedete sui banchi della scuola davanti a un uomo o a una donna (per la quale vorrei che la vostra riconoscenza fosse mista con un senso di tenerezza pietosa, perchè a lei lo studio e il raggiungimento dello scopo son costati maggiori sforzi e contrasti), io non credo di dovervi consigliare il contegno da tenere nella scuola: verranno i gesti dal cuore. La valutazione della pena di chi v'insegna vi consiglierà di rendergli men dura la fatica, stando in silenzio e attente durante le spiegazioni, perchè que' poveri polmoni non sentano l'oppressione di chi nuota contro corrente; e v'aiuterà a tener i quaderni in migliore stato e a scrivere in modo che gli occhi di chi vi legge non si logorino prima del tempo. Il rispetto per l'opera sublime dell'educazione vi suggerirà quelle piccole e pur necessarie virtù, che sono l'ordine e la nettezza della persona, l'esattezza in ogni vostra azione, il dominio sullo sbadiglio, sul riso, sulla vivacità della lingua e di tutti gli altri muscoli, la cortesia del saluto, del pronto levarsi in piedi a una domanda, del rispondere alle interrogazioni con voce alta e chiara; v'ispirerà l'orrore di certi piccoli inganni con abusate della fiducia che in voi ripone l'insegnante, l'umiltà nell'accogliere i rimproveri e nello scusarsi per un fallo commesso, l'offerta di mille piccole premure che sono come sorsi ristoratori a un assetato. Il desiderio di mostrare la vostra riconoscenza v'incoraggerà a studiare quanto ve lo permettono le forze, perchè chi sparge nella vostra mente i semi della scienza possa trovare fertile terreno e sentirsi rinnovare l'energia e la fede da un'intima speranza, come colui che ne' campi semina rivoltando zolle con fatica, , ma con nell'occhio e nel cuore la dolce visione di spighe d'oro e di grappoli vermigli. CON LE COMPAGNE La miseria d'una compagna - Scherzi di cattivo genere - Chi burla e chi ride delle burle - Difetti fisici - Arche di scienza - La maldicenza - La spia - Non smancerie, ma dignità - Con i bidelli - Solidarietà nel bene. RICORDO una mia compagna di ginnasio: buona, studiosa, intelligente, timida un po', ma piena d'affetto per tutte noi. Apparteneva a una famiglia più che agiata. Sua madre, di tanto in tanto, capitava a chiedere ai professori informazioni sullo studio e sulla condotta della ragazza: sfoggiava abiti di velluto e di seta, che cozzavano penosamente co' vestitini lisci, sbiaditi, perfino rattoppati della figliola. Rammento che questa tremava in sottanucce di cotone, in pieno inverno: e di ciò provava umiliazione, specialmente dopo le visite della mamma, che però, dopo aver parlato con i professori, avviava la figlia per le scorciatoie, e passava sola, lei, per le vie principali. Entrando nella stanza delle signorine, la poveretta, si strappava via di dosso il misero cappotto e il cappelluccio, e li rincantucciava, cercando di rimpiattarli dietro altri indumenti e assicurandosi sottecchi di non esser veduta. Ma un'altra mia compagna, vivace, un vero fuoco lavorato, si divertiva qualche volta, con una crudeltà inconsapevole, a scovare dal nascondiglio quelle prove palpabili d'una tristezza viva; una volta raccattò da terra una cappellina di paglia sfilacciata e annerita dal tempo e dal sole e, buttandola in aria, gridò con una risata: "Di chi è? Già, non può essere che di Sandrerella! "Io non potei tenermi dal ridere; ma, quando vidi la ragazza diventar rossa rossa, come se un colpo vivo al cuore le avesse sparpagliato tutto il sangue, sentii una pietà infinita per lei, ch'era più povera d'una povera, perchè nella miseria degli abiti nascondeva un'altra miseria veramente dolorosa, quella dell'affetto materno. In séguito perdetti di vista Sandra; ma, se sapessi dov'è, con l'anima d'ora le chiederei mille volte perdono delle mancanze d'allora. Per questo mio rimorso, di non aver saputo impedire certi frizzi maligni e d'essermi anche unita nel riderne, io vorrei che tutte le compagne s'amassero fra loro come sorelle buone, e gli abiti di lusso vivessero in piena concordia con le sottanucce rattoppate, e sulla miseria di queste non si scherzasse mai. Se sapeste il male che può fare una burla ingenua! Non voglio ammettere neppure un vostro accenno ai difetti fisici. Ho ancora nelle orecchie la frase d'una giovinetta leggerina, che credette, pronunziandola, di far dello spirito con alcune sue condiscepole; "Almeno quella lì fa alto e basso come vuole! " Passava appunto vicino una loro compagna che zoppicava camminando, ma si sforzava con tutti i muscoli del corpo d'attenuare la propria deformità; perfino i lineamenti del volto si contraevano a ogni passo. La poverina acchiappò a frullo le tristi parole, e le ripetè a sua madre, che in nessun modo volle più mandarla a quella scuola, dove l'inconsideratezza delle compagne avrebbe potuto rendere più dolorosa la disgrazia della figlia. Attente alla lingua, a' gesti, mie care! E guai alle superbe che si credono arche di scienza e umiliano le altre, le quali, non possedendo un'intelligenza sveglia, cercano di rimediarvi con l'assiduità nello studio, l'attenzione e la diligenza! Peggior vizio è, poi, quello di sparlare d'una compagna assente, e di denunziarne all'insegnante una mancanza, o di fare vilmente la spia, pur tacendo, con gesti e con occhiate, di qualche marachella consumata dietro il complice banco! Nè vorrei l'esagerazione opposta, la dimestichezza troppo stretta, le confidenze intime fra compagna e compagna, gli sfoghi ininterrotti, lo scambio continuo di visite, in casa e, in classe, di gesti e magari di biglietti di domanda e risposta che costano mille sotterfugi, l'attaccarsi dell'una alle sottane dell'altra. Son cose da donnicciole! A voi l'educazione retta e l'istruzione stessa insegnano austerità e dignità in ogni cosa, anche negli affetti. Neppure combriccole da monelli in danno d'un superiore e, tanto meno, di chi può ribellarsi. Quante piccole vostre viltà potrebbero raccontare i bidelli! Sono qualche volta vittime degli scolari, mentre hanno diritto alla riconoscenza. Riducete in un tale stato le aule che spesso que' poveretti, entrandoci con la granata, la devono lasciar cadere per mettersi le mani ne' capelli. E voi non li salutate neppure, non li ringraziate se vi fanno un servizio, come se fossero ricompensati abbastanza anche per le sgarberie sofferte per voi; e, se date loro una mancia, gliela fate cadere dall'alto. Non tutte, no! qualcheduna. Ma io vorrei che tutte, invece, vi metteste d'accordo a essere gentili, a trattar bene chi v'insegna, a rispettare la scuola ch'è la vostra seconda casa, a volervi bene fra voi compagne, a incoraggiarvi nel compiere il vostro dovere, a darvi la mano lungo il cammino che assieme percorrete, avviandovi verso un avvenire forte e sereno, di cui la speranza ride a' vostri giovani cuori. NEI NEGOZI Sapere quel che si vuole - Chiarezza nel chiedere - Cortesia nel trattare - La bottega sossopra - Disprezzo della merce - "Non c'è nulla che faccia per me!" - E il saluto? SPESSO qualche giovinetta, innamorata d'un oggetto contemplato chi sa quante volte in vetrina, si risolve a entrare nel negozio per arrivare con una lunga circonlocuzione a sapere qualcosa di quel tale oggetto: prima ne fiuta di lontano l'odore, e poi avanza una timida domanda. E intanto comincia con un: "Avrebbe lei, per caso, una matassina di seta color. . . ecco, non proprio grigia, ma. . . No, questa mi pare scura. . . "Il commesso prima s'interessa al colore della matassina, poi aggrotta leggermente le ciglia, gettando certi sguardi inquieti su una signora che aspetta d'essere servita, e infine dà qualche discreto segno d'impazienza. E la giovinetta séguita, un po' impacciata, arrossendo sempre di più, impappinandosi nella sua incertezza, tenendo sulle spine il commesso e provocando l'attenzione del padrone, che interviene. - Dunque la signorina voleva. . . . . Allora lei inghiottisce la saliva, e getta sui labbri quel che le faceva groppo alla gola. - Scusi, quella pettina di merletto ch'è in vetrina. . . - Diciotto lire! - Eh, diciotto? Ah, sì! grazie. . . Domanderò alla mamma. Una mossa brusca del padrone, qualche sorrisetto in giro, e la signorina, che non sapeva quel che voleva, esce come un cane bastonato. Entrando in un negozio, figliole mie, dovete averne il motivo preciso e saper chiedere con parole chiare, sicure; non titubanze, non piccoli inganni. Chi sta ad ascoltare ha il tempo limitato per il suo lavoro, e non può sprecarlo in vane ciance e in tentativi d'indovinare quello che voi desiderate. Così non potrò biasimare quanto se lo meritano quelle benedette ragazze che provano un gusto matto a farsi aprire delle dozzine di scatole e tirar giù non so quante pezze di stoffa, pur nutrendo la ferma convinzione che non compreranno nulla di quanto si fanno mettere im mostra. Vi sono poi alcune maleducate che a ogni merce ne spiattellano una, parlando forte, senza curarsi che altri avventori possano udirle. - Che percalle! Sta ritto da sè, tant'è pieno di gomma. - E questa la dànno per lana? È ruvida che raschia le mani. - Cinque lire questa seta? L'ho già comprata tale e quale per due franchi! Poi, quando il banco è ben ingombro di stoffe spiegate, salutano con un: "Non c'è nulla che faccia per me! " e se ne vanno lasciando in asso padrone e commessi a scambiarsi occhiate espressive e a fare de' pronostici poco lusinghieri sulle qualità domestiche della "signorina" e sulla felicità del suo futuro marito. Sì, a volte può capitare il caso di dover scegliere fra diversi oggetti, che so io? per fare un regalo; e allora è naturale un po' d'incertezza nel dare la preferenza a uno piuttosto che a un altro. Ce ne son tanti, e tutti così carini! Anche vi può essere dubbio nel comprarsi un taglio d'abito: la tale stoffa ha un colore più adatto alla vostra carnagione, ma non troppo stabile; l'altra è più resistente, ma è d'un verde così vivo! Sì, questa potrebbe andare, anzi. . . ma. . . dieci lire il metro! E voi avevate stabilito di non oltrepassare le cinque. Ma - si compri, poi, o no - certo, ne dobbiamo avere, entrando, la ferma intenzione, chè non è lecito disturbare inutilmente padrone e commessi per sodisfare una passeggera curiosità, o nascondere il nostro scopo vero fra richieste insulse e ambigue parole. Del resto ci possiamo far perdonare con una frase benevola: "Mi dispiace. . . Scusi. . . Un'altra volta. . . " e col saluto cortese ch'è richiesto dall'educazione e anche da uno spontaneo compatimento per le noie e la fatica di cui siamo state la causa. I REGALI Regali in famiglia - Tatto nella scelta del dono - Il modo di donare. ANCHE i regali tengono il loro posto fra i vostri piccoli doveri di donnine di casa. Intanto, nella famiglia il dono è un mezzo per esprimere ai genitori la vostra riconoscenza e il vostro pensiero di loro e, anche, per contentarli in qualche tenue desiderio che talvolta v'esprimono a sottintesi, pregustando la gioia della grata. . . sorpresa. Tra fratelli e sorelle quanti piccoli musi lunghi si raccorciano per mezzo d'un nulla offerto con un bacio! Fuori di casa, i doni si fanno per dire qualcosa più d'un "grazie" a persona da cui abbiamo ricevuto un favore e che sentiamo di non poter pagare materialmente; per dimostrare simpatia; per ricambiare una gentilezza; per rispondere "sì" a un'offerta gradita d'amicizia. Ma quanta delicatezza bisogna usare! Non potrò mai dimenticare la sodisfazione piena, il sorriso luminoso con cui una buona signora mia casigliana, che voleva a ogni costo stringere relazione con me, si presentò un giorno alla mia porta con un involto bianco e me lo lasciò nelle mani scappando via precipitosa. Era un magnifico portagioielli d'argento massiccio! Io restai lì intontita, col dono che mi pesava sulle palme, a immaginarmi i begli oggetti preziosi di cui avrei potuto empirlo, se. . . li avessi avuti! Quell'eccellente signora, evidentemente, non era accorta. Ch'ero una donna di casa, alla buona, senz'alcuna pretesa di lusso, doveva averlo capito, vedendomi, se non altro, affacciarmi sul terrazzo a sbattere lo straccio della polvere. Poteva darsi che le gioie fossero nascoste nel cantuccio d'un cassetto, ma era anche probabile il caso contrario. Infatti. . . Primo consiglio, dunque: adattate il dono alla persona che lo deve ricevere, e, se non sapete le sue preferenze e non immaginate quel che le può far comodo, cercate un terzo compiacente che vi possa informare. A una signora ricca, che abbia un appartamento elegante, farete piacere regalando un oggettino di lusso, artistico, un nonnulla prezioso, un mazzo di fiori entro un semplice vasetto; a una persona modesta potrete offrire qualche cosetta che contenti il suo desiderio; a un povero cercate, col vostro dono, di risparmiare una spesa. Non oltrepassate però quel che potete regalare e quel che può essere accettato senza umiliazione da parte del vostro orgoglio. E soprattutto, donando, ricordatevi che "la façon de donner vaut mieux que ce qu'on donne",Corneille nel "Menteur". che il gesto dev'essere semplice come il sentimento che lo ispira. Non è cortese disprezzare troppo il regalo, come se l'offriste perchè non sapete che cosa farne voi; e nemmeno è delicato far sentire il prezzo del dono e lodarlo voi, esponendovi al rischio di vedervelo magari rifiutato. È di pessimo gusto regalare un oggetto già posseduto da voi, e conosciuto dai frequentatori della vostra casa; a meno che la persona a cui l'offrite abbia mostrato d'ammirare quell'oggetto, che può essere un piccolo capolavoro antico o raro. Soltanto a un "carino! " "come mi piace!" d'un'intima si può rispondere mettendole súbito nelle mani la cosetta che le va a genio. Un'amica che si sposa gradirà molto un lavoretto proprio vostro: un portafazzoletti, una dozzina di piccole pezzuole di batista ricamate da voi, un bel centro tavola co' relativi quadratini, un ventaglio dipinto dalle vostre mani. Naturalmente, seconderete le vostre abitudini e le piccole fantasie della moda. Se non sapete far cose graziose o ve ne manca il tempo, allora potrete donare due cornicette d'argento pel ritratto dei genitori, un astuccio con i piccoli arnesi femminili che dovranno servire ogni giorno alla vostra amica, qualche ninnolo che le sia caro. Se poi chi riceve siete voi, mostratevi sempre liete, sempre sodisfatte, anche se il dono è umile, inutile, contrario ai vostri gusti. Tenete conto della buona intenzione, e il vostro grazie sarà spontaneo, e non vi verrà fatto di cedere, appena sole, a uno sfogo di malumore. Potrebbe capitare anche a voi di sbagliare, in un momento in cui non avrete ascoltato attentamente i consigli del cuore e del buon senso, che san dare de' punti al buon gusto. LE LETTERE Lettere d'adolescente - Prolissità - Poscritto. "MIA carissima, perdonami se sono stata tanto tempo senza scriverti. Tirami magari le orecchie, chè me lo merito davvero! Ma se tu sapessi. . . I cómpiti, le faccende di casa, qualche commissione, mille piccole occupazioni mi distraggono spesso, troppo spesso da quello ch'io riconosco il mio dovere. Sì, sì! lo so! Dieci minuti per un'amica come sei tu, fedele e sincera, si possono sempre trovare. Vedi, gli è che ho tante e tante cose da dirti, che spesso mi domando: da qual parte mi rifarò? E, nel dubbio, rimando di giorno in giorno, per trovare quel momento opportuno al raccoglimento, alla calma, e poterti aprire proprio tutto il mio cuore. Così passano le settimane, i mesi, sicuro, i mesi. . . - mi vergogno perfino a dirlo - e la mia diletta amica aspetta e mi crede smemorata, ingrata, e chi sa che altro! Ma stamattina splendeva un sole così chiaro, così luminoso, e le rondinelle cinguettavano così allegramente sotto la tettoia, che io mi sentivo una smania indosso, una voglia matta di godermi la serenità mattutina, e sono balzata dal letto cantando. Poi, non so come, il mio pensiero è corso a te, Lidiuccia cara, e ho desiderato di trattenermi un poco con te, di raccontarti qualcosa della mia vita, d'esprimerti qualcuna delle mie idee. . . Sai? come una volta quando passavamo insieme tante ore deliziose. Una rondinella, proprio ora, s'è staccata dal nido ed è volata via con un trillo di gioia. Che profumo d'acacia! Che limpidità di cielo! Io chiuderei gli occhi e mi lascerei cullare dallo squisito senso di pace che m'invade, e abbandonerei l'anima ai sogni rosei. . . . " La lettera continua su questo tono, finchè quattro paginette sono riempite; naturalmente la calligrafia è alta, appuntita, alla moda, e fra una riga e l'altra non manca il debito spazio, anche perchè c'entrino comodamente le sottolineature necessarie: e, poi, alla fine dei periodi ci bisognano parecchi puntolini. Ci si mette poco ad arrivare al fondo del foglio! Prenderne un altro, no! Bisognerebbe poi riempirlo. Lasciarlo mezzo vuoto? Nemmeno! L'amica potrebbe credere che proprio non s'abbia null'altro da dire. Allora? Ah! i saluti si possono scrivere per traverso; è così comodo! E le notizìe della salute nostra? E un po' d'interessamento per quella dell'amica? C'è il poscritto! È così facile aggiungere: "P. S. Noi stiamo tutti bene; soltanto Bebè è un po' raffreddato. Frutti di stagione! E voi? Scrivimene qualcosa, perchè sto veramente in ansia. Scusa l'orribile scrittura. Avevo fretta di finire. Mi chiamano a colazione. . . " Di chi è questa lettera? Mah! Ti par tua, Carlotta? Tua, Giulia? Che ne dici, Emilia? L'hai scritta tu? Eh, può averla scritta ciascuna di voi, purchè la vostra età varia fra i quattordici e i vent'anni! Morale? Evitate le lungaggini, i fronzoli, le frange. Se la prolissità è da evitarsi nel discorso, è tanto più condannabile nello scrivere. Fatta una breve introduzione - che del resto non è indispensabile - venite subito all'importante; date e chiedete notizie, o fate la richiesta che dovete fare, o rispondete senza preamboli a quanto v'è stato domandato; ma risparmiatevi l'ipocrisia delle scuse pel vostro lungo silenzio e per la vostra scrittura indecifrabile e l'altra, ancor più vergognosa, di riserbare la notizia più importante o, spesso, la preghiera d'un favore al poscritto, come se prima ve ne foste dimenticate, mentre quello appunto era il motivo impellente della lettera. Credete che la persona a cui scrivete non fiuti le vostre astuzie, non sappia che le cause da voi addotte per il vostro ritardo sono pretesti, e non s'accorga che l'appendice è la parte essenziale? Franchezza in tutto, figliole mie! Tanto la bugia ha le gambe corte! ANCORA "LE LETTERE" Pronta risposta - Lettere d'augurio, d'invito, di condoglianza, di confidenza - Intestazioni - Soprascritta - Modo di scrivere - Epiteti inutili - Naturalezza. SE volete levarvi un pensiero fastidioso, rispondete nello stesso giorno alla lettera ricevuta: non v'ammucchierete troppa corrispondenza, e saprete chiaramente che cosa scrivere. Lasciando passare troppo tempo in mezzo, siamo poi incerti da qual parte rifarci, ci troviamo quasi costretti a rintracciar dei pretesti, e non ci sentiamo indosso quell'entusiasmo che avremmo avuto súbito appena in possesso della lettera, dove si parlava d'amicizia, o si chiedeva un favore, o si facevano auguri, o, magari, si dava una seccatura. In pochi casi sarà meglio che tardiate a scrivere: quando siete troppo vivamente impressionate(non importa se con gioia o con dolore); e, in particolare, quando siete in preda a vivo risentimento, e vorreste sfogarlo in frasi troppo alterate. È meglio serbarla al domani la collera dell'oggi: la notte porta consiglio, e la mattina dopo non vi sembrerà neppur vero d'aver provato proprio voi quel rancore. Non fate aspettar molto le lettere di condoglianza; ma in compenso non vi dilungate troppo, perchè più facilmente vi lascereste scappare frasi banali, o che possano urtare la suscettibilità di chi soffre, varia secondo la persona. A una buona e umile figliola rimasta orfana potrete dare una scossa benefica facendole capire che sua madre soffrirebbe di vederla così abbattuta; un'altra, più ribelle, prenderebbe forse quest'adattamento per una forma d'egoismo. Meglio è dunque astenersi per non sbagliare. Anche le congratulazioni e gli auguri, per fortuna, non devono oltrepassare la pagina. La gioia rende un po' egoisti, e si corrererebbe il rischio, diffondendo troppo i nostri rallegramenti, di non essere neppur letti; quanto agli auguri, sono così esosi, che la spontaneità difficilmente s'accompagna con essi. Si finisce sempre col cadere nelle solite frasi fritte e rifritte e con l'immaginare, co' nostri "cento di questi giorni", una vita di poco men che dugent'anni. Per non essere ridicole, scrivete poche parole e buone; anzi è l'unico caso, questo, in cui sarei tentata di consigliarvi quelle comode cartoline illustrate che, però, vorrei escluse in altre occasioni. Quanti soldi sprecati ha sulla coscienza il loro inventore! La stessa parsimonia di frasi vi raccomando negl'inviti, e non troppa insistenza: chi vuol accettare non ha bisogno d'esser forzato. Siate anche brevi nell'accompagnare un dono, della cui pochezza vi scuserete, mostrando la vostra riconoscenza per il piacere che si fa con l'accettarlo. Ma abbandonatevi pure alla foga del cuore commosso, ringraziando chi v'ha fatto cosa grata, o v'ha dimostrato tenerezza e premura cortese. Dovrete sempre mantene l'umiltà, figliole mie: questa bella virtù v'aiuterà a trovar bellezza e bontà in ciò che vi si dona, in ciò che si fa per voi. Così, rivolgendovi per una domanda o un piacere a un vostro superiore, fatevi perdonare l'arditezza con una forma umile e cortese: "Permetta ch'io Le chieda un favore. . . ; Voglia scusare la libertà ch'io mi prendo. . . " Questa gentilezza non sarà soverchia neppure trattando con vostre pari: si deve pregare d'un piacere, non esigerlo, neppure fra intimi. E, soprattutto, scrivendo qualunque lettera, o familiare, o di raccomandazione, o di ringraziamento, o di cortesia, usate semplicità, chiarezza, spontaneità; scrivete come parlate, quando parlate bene, come se aveste lì davanti la persona, intima o di rispetto, a cui scrivete. Non frasi affettate, non ricercatezza di modi, non tentativi d'originalità o inutile sfoggio di cultura: urtereste la persona che deve rassegnarsi a leggere. Dimenticate voi stesse, nello scrivere, come nel parlare. E questo momentaneo sacrifizio tornerà a vostro vantaggio; perchè in esso è il segreto per ispirar simpatia e benevolenza. Come nel vestire la ricercatezza è contraria all'eleganza e al buon gusto, così nello scrivere i fronzoli vani sono nemici della finezza. I caratteri esterni devono corrispondere al contenuto della lettera: semplicità e chiarezza. Non vi consiglio, dunque, di sforzarvi d'alterare la vostra scrittura per seguire la falsariga della moda, e nemmeno di posare a superdonne, trascurando l'esteriorità dello scrivere, come se una bella calligrafia fosse soltanto la caratteristica dei cretini. C'è qualcuno che, dopo aver empito la pagina con cinque parole, la ricopre di righe trasversali, che formano una rete indecifrabile: pietà degli occhi e della pazienza umana! Tal sistema, secondo me, è non solo mancanza d'educazione, ma anche sciattezza. Marginatura in alto e di fianco, poca; non s'usa più neppure nelle lettere di rispetto. La carta sia, come il contenuto e la scrittura, semplice, senza esagerazione ne' colori e nel formato, senza fiorellini o piccole vedute nell'angolo; una sfumatura crema o grigio o viola pallido non nocerà, e per guarnizione basterà, tutt'al più il monogramma. Ma io so quel che più vi preme: l'intestazione, vero? Ora anch'essa richiede la massima economia di parole e l'assoluta mancanza d'affettazione. Se si tratta d'amiche, non vi sbaglierete mai, purchè non cadiate in smancerie. Alle signore potrete dare della gentilissima, dell'egregia, dell'illustre, se veramente è tale; ai signori fate precedere il titolo da un egregio o illustre Signore, così: Illustre Signor Professore, Egregio Signor Avvocato. Quanto all'Eccellenze, all'Eminenze, alle Maestà e Altezze Reali, non credo di dover intrattenermi; occorrendovi di scrivere a qualcuno di questi pezzi grossi, voi cedereste la penna ad altri o vi fareste consigliare. Prima dell'intestazione non dimenticate la data, che si pospone soltanto ne' biglietti, e anche il vostro recapito, per non costringere a uno sforzo di memoria o a una ricerca forse inutile la persona a cui scrivete: collocate l'uno e l'altro a destra, sulla sommità della pagina, come distaccate dal resto. Dopo l'intestazione, essendoci la virgola, potete cominciare la lettera con la minuscola. Sulla busta pochi epiteti; lo spreco dei Colendissimo, Illustrissimo, Chiarissimo urta le persone sensate, le quali sanno che l'abuso dei superlativi ha dato maggior valore ai. . . positivi, così che un illustre vale più che non il solito illustrissimo. Tutt'al più, a chi ha titoli non li risparmiate; ma ai vostri pari e agl'inferiori potete mettere il semplice Signore, Signora. L'accenno al vostro rispetto o alla vostra stima, l'invio de' vostri ossequi non sarà esagerato, se scrivete a persona degna, assai maggiore d'età. E anche il far precedere la firma da un Devotissima o Umilissima, se non s'addice a una signora, è doveroso per voi. Un'osservazione ancora. Se, durante la lettera, dovete accennare a qualche signora o signorina, potete servirvi dell'abbreviazione, purchè non si tratti d'un parente stretto o d'altri che stia molto a cuore alla persona a cui scrivete. Così non è delicato mettere un semplice "Sig.ra Sua Madre", ma è meglio usare intera la parola Signora. E basta, vero? Se avrete ancora qualche dubbio, e volete scrivermi per schiarimenti, non adoperate inchiostro rosso, non fate graticci di righe, non ghirigori, non paroloni che forse non capirei, e, soprattutto, ve lo ripeto, usate chiarezza e semplicità nel contenuto e nel contenente. Ancora la morale: da una persona molto saggia ebbi una volta questo consiglio: "Le tue lettere sieno così fatte che, pubblicate, possano onorarti, sempre". LINGUE LUNGHE La lingua di Cicaletta - Esagerazioni - Superlativi - Fandonie - Giuramenti - Cicaletta fra vent'anni. "CICALETTA"non si chiama così; le hanno affibbiato questo nomignolo le amiche, le quali si divertono con lei e la prendono piacevolmente in giro, senz'avvedersi, le bricconcelle, che molte di loro hanno lo stesso difetto per cui si piglian gioco di Cicaletta: il difetto di chiacchierare a perdifiato del più e del meno, a diritto e a rovescio, con misura o no, pur di chiacchierare, di muover lo scilinguagnolo, di dir molte cose, fra le quali spesseggiano le sciocchezze, i marroni e perfino le fandonie. A certe leggerine, le quali non conoscono il peso delle parole, bisognerebbe che accadesse come a Pinocchio: a ogni esagerazione e a ogni bugia, un centimetro di naso in più. Eppure un avvertimento ce l'avete alla fine de' vostri discorsi. Non v'è rimasto sotto il palato lo strascico delle parole vane, delle frasi ch'era meglio tacere, delle allusioni un po' maligne, dell'ironia un po' crudele? È un sapore amarastro che, per la lingua, cala giù e pare che si sparga nel sangue, tanto ci aduggia e ci nausea. Lo so, è un difetto della gioventù quello d'abbondare, d'esagerare, di rivestire la verità con fronzoli e frange, finchè, compiacendosi e confondendosi in essi, si finisce col dimenticare l'oggetto a cui si vogliono attribuire tali ornamenti e col rendere questi stessi la cosa essenziale. Cominciate a sdrucciolare sulla via della finzione con que' vostri superlativi prediletti "graziosissimo, sublime, ideale, squisito, delizioso, magnifico, terribile"; seguitate chiamando "gioiello" una sciocchezza qualunque, dicendo d' "adorare" il risotto e di "detestare" le rape, di trovare la tale "mortalmente" noiosa, la tal altra "divinamente" piacevole, e non v'accorgerete di falsare i vostri sentimenti, anzi vi lasciate trascinare da una specie d'autosuggestione che v'inebria e v'innamora delle vostre stesse frasi sonoramente vuote e di pessimo gusto. Mi fate pensare alla lista degli oli, dove al "discreto" non s'accenna mai, ma si parla di "finissimo", "extrafine" e "sublime": e pensare che, sotto questi superlativi, scivola giù certa porcheria! Io vorrei, per correggervi a tempo da questo brutto difetto, che le vostre parole fossero ripercosse a una a una dall'eco, e che voi ve le sentiste girare nell'orecchie come non vostre, come di qualcuno che parlasse a voi. Non vi parrebbe strano di sentir rimandare un "tesoro, gioia, amore" e lo schiocco d'un bacio diretti a un gatto accovacciato fra le vostre braccia? Sono le stesse sante parole, quelle, è lo stesso suggello di tenerezza che la mamma offre al suo bimbo in un impeto di divina passione. Vi verrebbe fatto allora di gettar via la povera bestia con un brivido di ribrezzo. Bisogna sentir Cicaletta tessere gli elogi del suo cagnolino prediletto! La sua eloquenza straripa come un fiume in piena. Accennate per caso a una comune conoscente? E giù, di riffe e di raffe, si sciacqua la bocca sul conto della mal capitata, di cui, a malapena, sa nome e recapito. Obbedisce a una sua intima missione: forse il suo cervelletto di grillo non gliene suggerisce una migliore. E giù esclamazioni e sottintesi e reticenze, che corrispondono alle improvvise incertezze e alla fatica dell'inventare lì per lì, e giù paroloni, aggettivi e avverbi paradossali, e cifre seguite da una falange di zeri. Le amiche si divertono a farla parlare, conoscendo il suo debole, e a bella posta lascian cadere una domanda sui fatti del tale o della tal altra. Allora s'apre la stura, ed è un desio per le amiche l'ascoltarla, l'interromperla con qualche loro obiezione, l'imbrogliare la matassa con qualche loro ritrovata che taglia la testa al toro e contradice completamente alle notizie fantastiche dell'interlocutrice. Macchè! lei non si sgomenta e sbrodola giù tutto quel che le viene e che ha già detto magari e ripetuto per altra persona, se pure di quella stessa non dice, ora, tutto l'opposto di quanto mise in circolazione ieri. È un ridere. Lei ha sempre ragione con tutti, lei vuol sempre avere l'ultima parola, e ha tanta agilità di lingua, che spesso finisce con l'intontire chi l'ascolta e con l'obbligarlo a domandarsi: ma avrà tutti i torti? Il più brutto, poi, è che, per un'intima persuasione di non poter essere in tutto creduta, semina le sue chiacchiere di "ve l'assicuro", "ma è proprio vero", e perfino di giuramenti che in bocca sua assumon l'importanza d'un aggettivo iperbolico, nulla di più. Non v'è possibile incominciare un discorso e condurlo alla fine: lei ve ne spezza il filo ogni istante; se appena interrompete per ingoiar la saliva, vi finisce lei a suo modo la frase, v'imboccona le parole, v'ingozza, vi soffoca. Nè solo con le sue pari. La vidi un giorno avanzarsi ardita verso un gran conferenziere, che aveva offerto l'opera sua per una beneficenza, e la sentii spifferare il suo parere facendogli un mondo di goffi complimenti, ai quali l'illustre professore rispose con un espressivo alzare di cigli, sotto cui lo sguardo lampeggiava d'ironia. Immaginate Cicaletta tra una ventina d'anni, se qualche anima buona non riuscirà a correggerla! Ora le sue cicalate sono come ruscello che sprizza con gorgoglio indiscreto ma saltellante; allora diverranno acqua di mulino, così monotona, irrefrenabile, assordante, che verrà la tentazione di mettersi le mani alle orecchie per non sentire. IN CONVERSAZIONE La via di mezzo - Le santarelline - Le saputelle - Le senza cuore - La virtù del saper ascoltare - Il filosofo Zenone - Cose indifferenti - Discorsi di vecchi - Pazienza - Con le vostre coetanee - Discrezione. ANCHE nella conversazione dovete sforzarvi di seguire la giusta via di mezzo. Io non posso sopportare quelle santarelline che non alzano gli occhi dal pavimento quando càpita loro di trovarsi in un salotto fra persone d'età, o li sgusciano di sbieco per lasciarli cadere giù sùbito, arrossendo come colte in fragrante. Nè mi piacciono più le saputelle che vogliono sputar sentenze anche con chi ne sa più di loro, e cercano sempre un buco da riempire ne' discorsi de' grandi. E m'urtano addirittura quell'altre, le quali, trovandosi fra signore che appena abbian raggiunto l'età dell'erre, atteggiano il viso a uggia, e lasciano a mala pena scivolare qualche monosillabo. Come stonano in quell'atteggiamento con la loro gioventù! Le prime, secondo me, confondono il naturale riserbo con. . . l'ipocrisia. Una giovinetta come si deve, condotta dalla madre in luogo dove la sua anima non può essere urtata, perchè non guarderà attorno francamente, non coglierà il momento opportuno per rinfrescare con la sua voce i discorsi onesti di persone a cui la temperata vivacità giovanile non dispiace affatto? Le seconde sono sfacciatelle. Se almeno si contentassero di sfogare la loro smania chiacchiereccia con le compagne, con le amiche, con le sorelle! Macchè! Non fanno distinzione, e davanti a chicchessia dimenan la lingua come tante macchinette caricate. Le terze sono addirittura maleducate, per non dire senza cuore. A queste ripeterei ciò che dissi già a proposito delle persone antipatiche; anzi, se permettete, voglio rinfrescare anche la vostra memoria, figliole mie. Se a voi pure costa sacrifizio il trattenervi con signore d'età (non parlo delle trentenni, povera me! ), non lo dimostrate, ottenete ancora questa piccola vittoria su voi stesse, fate questa opera di carità: riscaldate i loro cuori stanchi, avviluppandoli con la vostra bontà, con le vostre premure. Quanta gratitudine vi guadagnerete, e quanto bene v'anticiperete per la vecchiaia! Forse i discorsi delle persone anziane s'aggirano sulle cose a voi più indifferenti. "E allora, avendo l'aria d'interessarci, non commetteremo ipocrisia? " mi domandate. Sarà un pietoso peccato, figliole, come quello di mostrarsi lieti a un ammalato. Del resto nessun'aria dovete avere: potete non provare alcun interesse per la conversazione, ma sentirne profondamente per le persone che sono prossimo da amare. Sì, ce ne troverete fra que' vecchietti di molto prolissi, che con pronunzia bisciola e voce strascicata ripeteranno sempre le stesse cose, vi enumereranno sempre gli stessi malanni, sino a farveli sentire anche a voi, sino a disgustarvi: pazienza, figliole, pazienza! Appena avrete lasciato que' vostri fiacchi interlocutori, voi potrete sfogarvi a cantare, sgranchirvi le gambe, stirarvi le membra, compensarvi con la lettura d'una bella poesia, con la contemplazione d'uno spettacolo naturale: loro resteranno, poveretti, con la mente e l'anima offuscate di nebbia. Se questa si sarà un po' diradata pel vostro fuggevole sorriso, benedette voi mille volte! Non vi s'applichera, a suo tempo, la legge del taglione! Da voi tutte è generalmente sconosciuta una dote essenziale per la conversazione: quella di saper ascoltare, anche tacendo, anzi soprattutto tacendo. No, non farete la figura di scioccherelle! Purchè non stiate lì intontite con la bocca spalancata e gli occhi arrotondati, con l'aria di trovarvi fra le nuvole, sarete prese per signorine a modo. Non era mica un imbecille il filosofo Zenone? Ebbene, si dice di lui che, avendo preso parte al banchetto offerto da un ricco signore ateniese ai più eletti cittadini, lui solo non partecipasse alla vivace conversazione, ma desse vista d'ascoltare attentamente; e s'aggiunge che, essendo stato, alla fine del convito, interrogato che cosa di lui dovessero riferire al re, rispondesse: "Ditegli che avete finalmente trovato in Atene, un uomo che sa tacere". Virtù rara, fanciulle, e per questo appunto più preziosa! Quante volte vi pruderà la lingua per la smania di rimbeccare chi vi parla, di far lampeggiare una favilla della vostra arguzia, di spifferare la vostra sapienza in materia, di buttar fuori un po' del vostro "io"! Ebbene, mordetevi la lingua, gettate una doccia fredda sul così detto vostro spirito, riserbate la vostra scienza a opportuna occasione, soffocate l'amore di voi stesse per sentir più vivo quello degli altri, per essere buone, amabili, disinteressate. Il vostro spirito non v'attirerà mai tanta simpatia quanto il vostro cuore: a questo è bene sacrificare quello. Anche conversando con le vostre coetanee, non fate come Cicaletta, non parlate sempre di voi; ma pensate che forse lo stesso desiderio è sentito e frenato dall'altre, e che, indugiando il discorso sulle cose vostre, camminate sopra un fil di ferro, e siete spesso tentate d'esagerare come Cicaletta, la quale non si lascia scappar l'occasione d'assordarvi col rumore della sua vettura, di farvi luccicare davanti i diamanti della nonna e le croci del babbo e sfrusciare le seriche vesti della mamma; otterreste allora, come Cicaletta, un applauso di motteggi, di risatine sgusciate sui labbri, di strizzatine d'occhio espressive. E discrezione! Su questa virtù ribatto, sì, a costo d'esser scambiata da voi per una di quelle certe vecchiette con cui non vi garba troppo discorrere, perchè ripetono sempre le stesse cose; a costo di farmi insinuare da qualche monella: - Ma non si ricorda più che questa benedetta discrezione ce l'ha inflitta per un capitolo intero? IN CONVERSAZIONE. Stando in conversazione, alla fanciulla occorre prudenza e discrezione, se ascolta o se discorre, Più che parlare taccia: tradisce la parola, una ne tira un'altra, che non esce mai sola. Si sa dove comincia, ma non dove finisce e spesso chi non vuole, come un dardo, ferisce; spesso, come un enigma, è dagli altri incompresa o troppo fredda pare, e talor, troppo accesa. Conversando con giovani, non l'obbliga il rispetto a certe convenienze; ma il parlar sia corretto sempre: la confidenza non vieta educazione. Di sè troppo non parli con le stesse persone, sia che sfoghi la gioia o gli affanni lamenti: si ricordi che un giudice è ciascun dei presenti, che le sue velleità di fasto e di ricchezza chi ascolta piglia in burla, o, più spesso, disprezza , e, quando non attirano disgusto ed ironia, negli sciocchi risvegliano, tutt'al più, gelosia. La fanciulla, se vuole che fortuna o intelletto le perdonino gli altri, non le imponga a dispetto. Non faccia troppo spirito, in burla altri non pigli: avrà pan per focaccia, se alcuno a lei somigli. Eviti pur le liti, l'equivoche parole, le dispute, l'asprezza, la collera, che suole menare alla freddezza, all'astio ed al rancore; nè sfoghi sui presenti il suo cattivo umore. Non faccia comaraggio: è un meschino diletto, ed è facile incorrere in un peggior difetto, dei fatti altrui cianciando con troppa compiacenza: voglio dire la critica, ovver la maldicenza. E questa tira dietro con sè l'indiscrezione volgare, che fa i pugni con ogni educazione. Chi un segreto affidatogli con buona fede svela tradisce chi si fida; e, s'altri glielo cela, chi per forza lo scopre e in pasto altrui lo mette prende quello ch'è d'altri, dunque un furto commette. Con amiche ed estranee, a parole ed a fatti, come vorrebbe lei esser trattata, tratti. Se parla con persone maggiori, a lei non tocca su ciascun argomento a caso metter bocca. La fanciulla a sbagliare più degli altri è soggetta; più che ad altri, ricordi, il silenzio le spetta. Se in casa della madre s'aduna compagnia, premurosa con tutti ed affabile sia; ne' suoi doveri d'ospite alla mamma dia mano, a' suoi cenni sia pronta, non le sieda lontano. Non sarà la fanciulla troppo audace o saccente, nè, peggio, ogni minuto arrossirà di niente: poichè degna di lei sarà la compagnia, la troppa timidezza sente d'ipocrisia. Guardi pur francamente d'attorno e, qua e là, esprima, in poche frasi, la sua vivacità; ma non sputi sentenze, non dica il suo parere; se non richiesta o a tempo, le gioverà tacere. Potrà, bensì, talvolta, rivolger la parola a persona attempata rimasta a parte sola, col rispetto che i vecchi a confidenze invita. Se la conversazione non le sarà gradita, non faccia atti di noia; sappia ascoltar prudente: è questa una virtù rara assai fra la gente di corta intelligenza, scortese ed egoista. Ma non basta ascoltare facendone la vista e con la mente altrove: interessarsi occorre e mostrar simpatia verso chi ci discorre; simularla, talora, non sarà ipocrisia, ma vera carità, più ancor che cortesia. Obliando noi stessi, finiremo davvero col provare interesse al discorso, sincero. Non s'impanchi a discutere con persone maggiori se non vuole commettere imprudenze ed errori; se invitata, si guardi dal mancar di rispetto: pur avendo ragione, l'adirarsi è scorretto. Neppur sa di creanza l'affermar cosa vera dicendo: "Glielo giuro, sono proprio sincera, le dò la mia parola" o il troppo rinforzare con frasi esagerate: "sorprendente, esemplare, straordinario, magnifico, favoloso, incantevole". L'intercalar continuo pur esso è biasimevole; troppo sente il discorso di scortese e scipito con que': "dunque; ecco che; si può dire; ha capito?" Se in compagnia di molti, con un solo non parli e, se parla un maggiore, non interrompa o ciarli con altri, nè all'orecchio di un vicino bisbigli; non dimostri la noia con smorfie o con sbadigli. Dia a ciascuno il suo titolo, sia marchese o dottore; rispondendo sì o no, vi aggiunga pur "signore", e di frasi cortesi non faccia economia. "Mi permette? In favore! Di grazia! In cortesia! " Se sostenesse alcuno ciò che dubbio le pare, a fanciulla cortese non s'addice negare. Tutt'al più, il suo parere diverso con l'amica senz'ira ed insolenze apertamente dica. A chi parla italiano non risponda in dialetto, e l'italiano cerchi di pronunciarlo schietto. S'adatta la pronuncia al palato e alla gola sforzandosi a ripetere più volte ogni parola in modo da distinguer, parlando, senza stento le larghe dalle strette e a collocar l'accento. La nostra lingua è tutta un'armonia di suoni: ha una musica in bocca chiunque non la stoni. Non troppo basso o acuto sia il tono della voce, nè il parlar strascicato ovver troppo veloce; della persona il gesto composto e parco sia, s'animi affabilmente pur la fisonomia. E il senso e la pronuncia della parola e il gesto, tutto della fanciulla, nel parlar, sia modesto: talvolta si dimentichi per fare altrui piacere, e, più ancor che parlare, sappia a tempo tacere. GESTI, TONO, PRONUNZIA Il gesticolare esagerato - La rigidezza soverchia - Moderazione - Importanza del tono - Il tono giusto - Cattiva pronuncia - Musica scordata - La veste delle parole. SE la parola sarà garbata, la seguirà la grazia de' movimenti; ma la frase sguaiata s'accompagna sempre con gesti smodati. Se guardate Cicaletta nella piena enfasi delle sue cicalate, la vedrete dondolarsi, dinoccolarsi, saltare, guizzare, far giravolte, spalancar le braccia, stringere i pugni, rispondere con strane contrazioni del viso al mimico delirio della persona, e finirete col sentirvi il capogiro o, addirittura, il mal di mare. Ah, birichine! Voi m'additate quel palo fisso là nel cantuccio o, meglio, quel mannequin destinato a mettere in mostra gli abiti o le galanterie, su cui la camicetta non fa una grinza, la gonna non dà un fruscìo, la bocca si muove come quella d'una bambola caricata? No, non mi piace più di Cicaletta, anzi, quasi, quasi. . . Chi non s'agita non sente: dico questo, sapendo di rivolgermi a giovinette italiane, chè la frase non sarebbe adatta per una signorina sassone, o per una girl americana. L'intimo commovimento deve apparire in una discreta animazione della fisionomia, in un morbido incurvarsi delle braccia in una delicata loquela delle mani. Nè burattini, nè manichini, insomma. I gesti del viso, delle mani, di tutto il corpo sono la più immediata espressione delle belle maniere, che dal cuore passano all'esterno. La fisionomia, ch'è l'insieme de' gesti del viso, richiede essa stessa un'educazione. Lo strizzare o l'ammiccar frequente degli occhi, il torcere la bocca a smorfie ironiche, il rosicchiarsi le labbra, il ridere continuo e, talvolta, sghangherato non s'incontrano sulla faccia di chi corrisponde con la cortesia esteriore a' moti gentili dell'anima. Non parliamo di quella mimica volgare a cui ho accennato in principio: Dio ce ne liberi! Si corre il rischio, contraendone l'abitudine, d'esser presi per pazzi. Se si pensasse che appunto l'esagerazione di tali gesti conduce agli atti maneschi, a' litigi, alle risse, ci si guarderebbe da essa come da un pericolo vero. Ma se voi, fanciulle, v'abituate alla giusta misura delle idee, verrà di conseguenza quella de' discorsi e, infine, quella de' gesti, che rivelano gran parte dell'anima nostra. Cicaletta ha anche un tono di voce spiacevole che sembra raschiare gli orecchi. - Che colpa ne ha? - mi domandate. Ma sì, care, un po' c'entra anche lei. Con un briciolo di sforzo riuscirebbe a educare la sua voce e a togliere quell'asprezza, quella stridulità che offende i timpani e indispone gli uditori. Noi siamo tutti un po' come le bestie, che si lasciano ingannare dall'intonazione della voce: con questa differenza, che in noi forse la susseguente riflessione può modificare l'effetto. Provate a dire le cose più dolci nel tono più rude a un vostro cagnolino: lui vi guarderà con occhi supplichevoli, e s'accuccerà con la coda fra le gambe. Minacciatelo con voce piana, affettuosa, e lui scodinzolerà, come se gli faceste complimenti. Una bella poesia, letta senz'espressione, ci lascia freddi; passata in altra bocca, ci commoverà profondamente. La frase più tenera, espressa con ruvido tono o strozzata dall'ira, non basta a persuadere; e i più valenti oratori o attori, nonostante l'elevatezza delle parole, non riuscirebbero a turbare così intensamente gli animi della folla, se non dessero alla voce delicate sfumature e inflessioni profonde. Non vi siete mille volte sentite intenerire e trascinare l'anima dalla morbidezza della voce materna supplicante? Se lo stesso ammonimento vi fosse stato espresso con durezza, voi non avreste provato quell'intimo desiderio di cedere, di rispondere con la bontà alla bontà che quella voce vi rivelava. Quante volte, ancor nelle fasce, i vostri pianti furono placati dalle dolci parole materne, che vi scendevano al cuore come una musica, non compresa forse, ma sempre sentita! È così importante, nella vita, il trovare quell'intonazione di voce che sappia calmare invece d'irritare, rimproverare invece d'offendere, esprimere le proprie opinioni senz'aver l'aria d'imporle e senz'attirarci rudi obbiezioni! La voce aspra e stridula rivela, se non malvagità d'animo, certo mancanza di gentilezza e d'abitudine di pronunciare parole belle e dolci. Accade dell'inflessione come della fisonomia, ch'è un muto linguaggio: le contrazioni del viso denotano la frequenza di sentimenti irosi e duri e la ruvidezza del tono indica la frequenza di ruvide parole. Anche la voce, dunque, bisogna educare, o mie figliole, perchè ogni dono offertovi dalla natura dev'essere un fiore della ghirlanda di cui v'adornate per dare agli altri dolcezza. Cercate di trarre il profumo più grato da ciascun fiore. Nel parlare curate anche la pronuncia; non v'intestate, per falso amore di campanile, a cincischiare, quando non occorre, il vostro dialetto e a trasportarne i difetti principali in un italiano abburattato giù alla carlona. Voi non potete immaginarvi come certe parole sgarbate, uscendo dalla vostra bocca giovine, offendano i timpani altrui e tolgano a voi grazia e seduzione. Nel vedervi con la personcina aggraziata, ci s'aspetterebbe un tutto, in voi, armonico e musicale: nè c'è musica più scordata che una pronuncia cattiva. Perchè dunque non cercate voi, giovinette che studiate, di studiar meglio e soprattutto la vostra lingua e di adattarne la pronuncia alla vostra gola, al vostro palato, in modo che non se ne possa più distaccare? Se sapeste come fanno esercitar la pazienza a chi v'ascolta quelle sillabe appallottolate, quello strascichìo o quel morir della voce alla fine del periodo, accompagnato da un'uggiosa cantilena! E come cozza l'orecchio d'un buon toscano o, semplicemente, d'uno che parli bene quello scambio di larghe e strette, di duri e molli, di semplici e doppie, quell'indifferenza con cui si confonde bótte, con bòtte, accétta con accètta o s'uguaglia l's di cosa con quello di rosa o si muta in s l'sc di sciabola! Dio ce ne liberi se, con queste buone attitudini, diventaste maestre! Quanti errori di dettato avreste sulla coscienza! LA NOSTRA LINGUA Schiettezza nel parlare - Disprezzo dell'italiano - La lingua è una moneta spicciola di cui abbiamo sempre bisogno - Piuttosto il dialetto che un italiano strampalato - Esattezza e semplicità. NON mi parrebbe d'aver compiuto i miei consigli sul modo di parlare, se non m'intrattenessi un po' sullo strumento di questo nostro parlare, sulla lingua nostra ch'è parte viva di noi, perchè è come lo scrigno dove si racchiudono i pensieri, i sentimenti, le speranze, i timori nostri, come l'arpa in cui vibrano tutte le corde del nostro cuore. La lingua italiana è fiorita come la bella terra dove si parla, è dolce come il cielo d'Italia, e, come il mare che l'abbraccia, è armonica, profonda, ricca, varia. E noi dobbiamo amarla come una soave emanazione dell'anima di questa nostra cara Italia, come un legame che avvince i nati della nostra terra, che imprime nel cuore un carattere particolare e proprio della nazione nostra. Se pensate, fanciulle, quale amore e - direi - religione nutrivano i Greci e i Romani per la loro lingua, che diffondevano fra gli altri popoli con vero entusiasmo, che coltivavano con fede e a cui davano tanta parte di sè e della propria indole da farne un tutto con la propria anima, vi persuaderete voi stesse che a quest'alto concetto in cui tenevano la lingua parlata dai loro padri e di tutti i concittadini si deve in gran parte lo spirito patriottico che li spronò a sì magnanime imprese, l'entusiasmo nazionale da cui derivarono sì straordinarie azioni che quasi, a distanza di secoli, sembrano inverosimili. O lingua nostra, sublime armonia che nessun'altra lingua d'oltre barriera, neppur di devastatori e violatori, può sovrastare e distruggere mai! Ma voi, figliole, non l'amate come dovreste. Quante, quante cagioni d'amarla! Se ve l'enumerassi, non farei che ripeter male quello che un nostro "veramente italiano" scrittore ha detto così bene nel suo Idioma gentile. E poteva, il De - Amicis, esaltare la bellezza della nostra lingua e raccomandare lo studio del vocabolario, col quale egli stesso raggiunse tanta perfezione di forma! Io vi dirò soltanto che, oltre tutte queste grandi evidenti ragioni, ce n'è un'altra: bisogna amarla la nostra lingua, come amiamo tante piccole virtù che ci attirano la simpatia altrui, e con le quali possiamo fare del bene. Se siamo d'accordo che uno sguardo benevolo o un dolce sorriso o la perfetta armonia delle movenze possano dare gioia, io non so perchè una schietta parlata, ch'è la via più diretta per arrivare all'anima altrui, non dovrebbe avere la sua efficacia benigna. E come l'ha, figliole! A tal punto, che una giovinetta linda e composta, tutta grazia nel viso e nella persona, se, conversando, mette fuori un linguaggio strampalato, di cui non capite se sia una versione dal dialetto in italiano o viceversa, e inceppa ogni momento o s'interrompe, perchè il segno del suo pensiero le si ferma nel gargozzolo non trovando il vestito adatto per uscire, e disponendosi intanto a mettersi indosso uno straccio qualunque pur di venir fuori, quella giovinetta non sembra più la stessa; voi le cercate nell'esteriore una disarmonia, una stonatura che non trovate, e finite con l'accorgervi che soltanto quando tace ritorna quella di prima. Il discorso di quella giovinetta è dunque sciatto e, in bocca sua, vi dà l'impressione d'una stanza in cui i mobili sieno sossopra, ma le tendine ben distese e i letti rifatti. La signorina che aspiri all'eleganza de' modi e del vestire, alla compita gentilezza del trattare deve sforzarsi d'ornare anche il suo discorso di chiarezza e di nitore, deve far sì ch'esso meglio si plasmi sull'ondeggiamento de' pensieri e degli affetti che le scaturiscono dall'anima; perchè non le avvenga d'urtare quando desiderava incoraggiare, di minacciare quando voleva riprendere soltanto, di perdersi in un ridicolo giro di parole per esprimere ciò che ne richiedeva una soltanto, di palesare un sentimento proprio, nato allora, con espressioni già fatte e muffite, di dire la cosa più semplice del mondo con frasi affettate che ci cozzano maledettamente, d'annoiare col ritornello dell'identica locuzione usata per tutte le idee affini a quella per la quale sarebbe più adatta, o con un cincischiamento di "ma. . . , " di "ecco. . . , " di "insomma" corrispondente all'intima ignoranza de' vocaboli da usare, Molte giovinette non solo non si sforzano di togliere dal loro discorso gl'idiotismi, i barbarismi, i dialettismi, ma ostentano un certo disprezzo dell'italiano, e lo considerano come una materia estranea, che son costrette a studiare nella scuola o per la scuola, ma a cui, fuori, non bisogna pensare più di quel che si pensi all'algebrao alla storia. E, appena uscite di classe, si mettono a ciangottare nel loro caro dialetto o in un italiano ch'è più barbaro del dialetto, ch'è una deturpazione della bellezza della loro lingua. Come si sbagliano quelle giovinette! Potranno non conoscere tutte le date del nostro Risorgimento, potranno ignorare qualche incognita algebrica senza danneggiare per nulla le proprie attrattive e quella bellezza ideale a cui giustamente devono aspirare; ma la lingua è una moneta spicciola, di cui abbiamo sempre bisogno, per comperare, prestare, soccorrere, difendere; se non ne conosciamo i piccoli segreti, ci avverrà spesso, anche nelle nostre relazioni sociali, di dire troppo o troppo poco, d'offrire più o meno di quanto è necessario. Un bel gioiello in una scatoletta di cartone non sfigurerebbe? Mettetelo in un astuccio di raso, e non sembrerà più lo stesso. Così le vostre idee, i vostri affetti: in bella veste parranno più limpidi e puri, come io vorrei l'anima da cui scaturiscono. "La lingua non è soltanto - dice il De - Amicis - un ornamento intellettuale; è un'arma nella lotta per la vita, è forza e libertà dello spirito, è chiave dei cuori e delle coscienze altrui, è strumento di lavoro e di fortuna". Per noi donne, poi, ha un'importanza speciale, sarei tentata di dire superiore a quella che ha per il sesso maschile. Non vi sembra? Pensate, forse, che assai più raramente dobbiamo esercitarla a scopo professionale. Ma io vi faccio súbito osservare che per altri scopi, ben ardui, la donna deve studiare la lingua, di cui soprattutto lei si servirà per consigliare, per educare, per consolare, per penetrare delicatamente nel cuore delle creature dilette; per avvolgere mollemente l'asprezza di cose che la donna sola - sorella, sposa, madre - può dire; per rendere in sfumature di parole altrettante sfumature di pensieri; per esprimere magari lo stesso concetto sotto forme diverse, di cui una riuscirà maggiormente a colpire la persona che si vuol persuadere. L'affetto, pur nell'intimità della famiglia, non sempre può compensare l'ignoranza del linguaggio; nè basta a farcela perdonare, fuor delle pareti domestiche, la grazia esteriore, con la quale - ve l'ho detto - strideranno come smorfie lo strambottolo o la frase volgare. LA LETTURA QUANDO vi raccomando con insistenza d'imparare la vostra lingua per usarla bene parlando e scrivendo, qualcuna salta su: "Ma io son nata in Liguria! Io in Lombardia! Io in Sicilia! "E molte di voi incolpate le persone che vi stanno attorno e che, non volendo rinunziare al dialetto, obbligano anche voi a servirvene, e soggiungete che non tutti possiamo aver la fortuna di"risciaquare i nostri panni in Arno". Ma tutte - rispondo io - potete leggere le opere di molti scrittori, dove scorre limpidamente la lingua toscana elevata a lingua letteraria, fermandovi sopra ogni parola che voi non usavate o usavate con significato diverso, sopra ogni frase espressiva e vivace, sopra una immagine che, adorna di bella veste, vi sembrerà, anche più bella. Vi bisognerà molto studio prima di far vostra questa lingua che v'appartiene e che pure vi è com'estranea; perchè se, a ogni vostro sentimento, vi sale sulle labbre spontaneo e facile il linguaggio solito, il vostro dialetto, sbocciando dall'anima insieme col sentimento stesso, questo nuovo linguaggio imparato avrà bisogno d'un lavorìo interno per formarsi, e non sarà, sulle prime, così schietto e sincero. Sulla scelta dei libri dovete lasciarvi guidare da vostra madre o da altre persone sagge e desiderose del vostro bene; non pascervi di sotterfugio di letture frivole e malsane che presentano il vizio sotto amabili apparenze, trasportano in un mondo chimerico e disgustano della realtà. E, quando sarà stato scelto il buon libro - quello che eleva lo spirito, fa amare il dovere e risveglia il desiderio d'essere migliore - leggetelo con attenzione e con rispetto, non tralasciando brani interi che vi sembrino noiosi, e neppure saltando qua e là a piè pari per correr dietro all'intreccio che v'interessa. Se volete che le parole belle vi s'adattino all'ugola e al palato, leggete spesso a voce alta: gusterete doppiamente il piacere della lettura, e, talvolta, potrete sollevare lo spirito delle persone care. A dirla schietta, le buone lettrici sono rare, e non sempre si può diventar tali coll'esercizio. Ma si può imparare a ben pronunziare, a ben dividere le frasi, a emettere il respiro a tempo debito, a dare un'intonazione giusta e naturale. Ne ho sentite di quelle che, non contentandosi di pronunziare Dio sa come, precipitavano le parole, mangiandone qualche sillaba, strascicavano e troncavano le frasi, distribuendo le pause a estro, e sollevavano o sprofondavano la voce dandole toni esagerati e falsi. La buona lettrice, invece, distingue ogni frase e ogni membro della frase stessa, lasciando a chi ascolta il tempo di comprenderla, prima di passare oltre; non addossa a casaccio parole su parole, anche quelle che fanno a pugni insieme, ma alle pause obbligatorie, richieste dal senso e dall'esigenze dell'udito, aggiunge abili silenzi, non troppo prolungati, per non stancar l'uditore. Il gran segreto della perfetta lettura è il buon uso del respiro, che bisogna trarre discretamente alla fine delle frasi, ma insensibilmenteperchè l'uditore non se n'accorga e perchè chi legge non s'affatichi e possa aver fiato sufficiente a uno slancio improvviso d'agilità e di forza. Ma oltre questo ondeggiamento respiratorio, ch'è la parte materiale della lettura, c'è una parte più elevata, ch'è l'armonia della frase e il sentimento, che servono di corrente elettrica fra chi legge e chi ascolta. Per ottenere questo risultato bisogna comprendere e sentire ciò che si legge: non solo, ma bisogna saper distribuire le intonazioni, perchè la nostra commozione si comunichi agli altri. Quest'arte della lettura si conviene assai più alla donna che all'uomo. Tale verità ch'io riconosco per l'esperienza da me stessa fatta in proposito, è stata prima che da me, affermata da quella persona competente ch'è Ernesto Legouvé, il quale così la spiega: "Le donne hanno sortito dalla natura un'agilità d'organi e e una facilità d'imitazione che si prestano meravigliosamente a tutte le arti d'interpretazione e, quindi, a quella della lettura. Non solo, ma tale abilità, che per gli uomini è uno strumento di lavoro e di successo professionale, può legarsi, per le donne, alle loro più dolci intime occupazioni, a' loro più cari doveri di famiglia. Esse sono figlie, sorelle, madri, donne. Più d'una ha veduto e vedrà presso di sè un vecchio padre infermo, una madre colpita da un gran dolore, un bimbo malato; il padre non può leggere perchè la vista glielo impedisce; la mamma non vuol leggere perchè il suo cuore glielo vieta; il bimbo vorrebbe, sì, leggere, ma non sa. Che gioia squisita per una giovinetta poter confortare una sofferenza, rasciugare un pianto, mitigare uno spasimo col semplice aiuto di qualche pagina ben letta!" Appunto in nome di questi vostri dolci affetti, il cui più caro compenso è il bene di chi ve li ispira, io vi ripeto, fanciulle, le parole del grande educatore: "Imparate a leggere, e sforzatevi d'acquistare un'abilità che può divenire una virtù". NEL DOLORE Dolore fisico - Piccoli malesseri - Disprezzo del male - Dolore morale - Chi soffre di più - Non bisogna far scontare agli altri il proprio dolore - L'ombra che viene - Lutto in famiglia - Accompagnando una bara. ECCOLA lì sdraiata languidamente sul divano, con un fazzoletto bagnato sulla fronte e un continuo gemere fra le labbra. La mamma, ch'è più pallida di lei e tutta indoleazita, le è attorno assidua e sgomenta. - Vuoi un po' di camomilla? Un cencio caldo sullo stomaco? Ma il babbo guarda un po' in tralice la sua ragazza, e inghiottisce saliva, finchè, non potendone più, dice il conto suo: - Guarda tua madre che regge l'anima co' denti, eppure sta dritta e lavora e s'affanna: se avesse dato retta anche lei a tutti i dolorini, se fosse stata una calìa, povera casa, come sarebbe andata a rotoloni! Hai mal di testa? Certo, se stai lì ad aspettarlo come se dovesse venire a ogni costo, se lo ascolti con benevolenza, farà come i poveri: ritornerà il giorno dopo. Macchè! fa' orecchi da mercante, e non ti dare per vinta, se il male non è proprio di quelli che si fan rispettare. - Eh sì, non sei mica tu al mio posto! - frigna la Lena, e continua a gemere per i suoi mali. Vi sentite un peso al capo, figliole? Una boccata d'aria, due passi, e scomparirà. Lo stomaco vi sembra un tantino imbarazzato? Con lo stesso sistema - infallibile - e un po' di dieta, l'uggia se n'andrà, e voi vi sentirete meglio di prima. Qualche stiramento alle gambe? Crescenza, dicevan le nostre nonne: ditelo anche voi, e non ci fate caso. Le reni sono indolenzite? Trovatevi una posizione più comoda a tavolino, magari mettetevi un cuscino dietro la schiena, e vi sentirete sùbito sollevate. Tanto io lo so che, se venissero a invitarvi per un ballo, da afflosciate e sfinite, balzereste su fresche e arzille come una lasca. Non vi curate troppo dei piccoli mali, se volete poi essere agguerrite per mali più gravi, inevitabili: non v'abituate a guardare col microscopio le vostre lievi sofferenze, se non volete che poi vi sembrino insostenibili le altre che forse v'aspettano. Pensate, quando siete tentate di metter sossopra la casa per un vostro nonnulla, a quegl'infelici che strascicano una malattia incurabile per mesi e mesi, che sono inchiodati in un letto magari da un anno e più, che sopportano piaghe orribili nel corpo o covano qualche male insidioso, per cui s'alza una barriera fra loro e le persone più care. Pensate agli ospedali di tutta Europa che, in questi tristi giorni, rigurgitano di giovani vite doloranti, straziate, mutilate, piagate, perdenti sangue per orribili ferite, che forse non si rimargineranno mai più. Sono forse vostri fratelli, vostri padri, e vi dànno mirabile esempio d'eroismo nella tragica lotta col male e con la morte. Pazienza se sfogaste l'insofferenza del vostro malessere su voi stesse! No, volete a ogni costo che lo senta chi vi circonda, e ingrugnate per un nonnulla, e fate confondere la mamma, che, poverina, si stilla il cervello per cavarvi di dosso quel malanno, il più delle volte di pura fantasia. Chi non è forte a sopportare il male fisico, si lascia facilmente abbattere anche da quello morale. Alcuni scattano o piagnucolano per una sciocchezza: una parola pigliata a frullo, uno sguardo di sbieco, un saluto tepido, perfino un'osservazione amorevole fa montar loro la mosca al naso: e giù smusate a tutt'andare! Se poi il dolore è reale e sincero, non sanno più tenersi, e s'afflosciano come cenci, tremano come foglie sotto il turbine che passa; e allora rinnegano le più soavi idealità, o annullano tutto un passato di bontà, di devozione, per dar libero sfogo all'insoffribile angoscia, a cui maledicono come a un'ingiustizia. La piccol'anima, non temprata dall'esperienza, viene a galla in queste manifestazione di dolore. No, care, il dolore non si deve sbandierare a tutti i venti. La sofferenza vera ha il suo pudore. - Eh, ma chi raccappezza più qualche cosa in que' momenti? Se vi foste avvezzate a contenere un po' le piccole passioni, ora questa forte e vera non vi riboccherebbe così infrenabile che il cuore par che vi scoppi. Tutti, più o meno, sappiamo lo schianto d'un penoso estremo distacco, nè voi parlate a sordi, quando dite: "Se sapeste quant'ho sofferto! Ero fuori di me! ". È vero, sembra che ci strappino violentemente le vene, e che il sangue nostro per esse voglia fuggirsene via fino all'ultima goccia; oppure ci prende un impeto di ribellione contro tutti e contro tutto, come se tutto e tutti fossero responsabili del nostro strazio. Allora, quando la ferita è ancora viva, ogni contatto sembra che ne rattizzi l'ardore, e ce ne stiamo lì tutti rattrappiti su noi stessi, per tema che altri ci s'accosti, e guardiamo sospettosi e crucciati e scattiamo d'ira, se ci balena il pensiero che meschina curiosità o falso rispetto umano conduca alcuni fra gli estranei vicino al nostro povero morto. Che cos'è tutto il mondo degli altri davanti a quel piccolo mondo nostro che s'è rinchiuso nella bara ancora scoperta? Che c'importa dell'altre persone, se quella che più amavamo è fuggita via? Le convenienze sociali ci sembrano un'insostenibile catena, che noi vorremmo spezzare con forza brutale. Distraendoci da quell'unico pensiero, ci par di mancare verso la creatura che, morta, sentiamo d'amare mille volte di più. Quanta forza bisogna in quei momenti! Lo so, si preferirebbe essere soli col nostro cuore ferito, anche perchè ci sembra di sentirci portar via, da ognuno che s'avvicina, qualcosa che toccava a noi soli, ch'era tutta nostra. Ma anche quello degli amici, figliole mie, è un tributo al povero morto; e son pochi, rarissimi coloro che, avvicinandosi a una bara, non si sentano compresi di gran pietà e di dolore vero, e non piangano sinceramente con noi, dimenticando le piccole passioni umane. Purtroppo càpita di vedere, in un corteo funebre, qualcuno che dimentica dietro a chi cammina, e si lascia andare a chiacchiere vane, o combina affari, o chiede un parere, o approfitta d'essersi ritrovato dopo tanto con un suo conoscente per aver notizie della famiglia perduta di vista, o, perfino, dice male della persona defunta. Ma voi non sarete così! Se siete obbligate voi pure a seguire una bara, posate lo sguardo sul feretro nero che vi precede, sul cero che, simbolo della vita, si consuma nella vostra mano; immaginate che l'anima separata da quel corpo portato al cimitero chieda l'aiuto d'una vostra preghiera, e allora vi passerà il ticchio di ciarlare di cose vane, di voltarvi in qua e in là, di curarvi della figura che può fare il vostro vestito: pregherete. SENZA MADRE Gli amici del babbo - Visite - Modeste serate - L'incarico d'un pranzo - Buon gusto - Ufficio di mammina - La matrigna. DIO ve ne liberi, figliole! Ma se la più grande delle sventure ha colpito il vostro cuore, se vi manca il più valido sostegno, dovete raccogliere tutte le vostre forze e sorvegliare le vostre azioni più scrupolosamente e severamente, poichè ora non c'è più chi ricopre con affetto le debolezze, chi compatisce i difettucci, chi conforta gl'improvvisi scoraggiamenti. Lo sapete, di mamme ce n'è una sola! Ma voi dovete comportarvi come se l'ombra della dolce creatura vi fosse accanto, e sentisse ancora la gioia delle vostre virtù e lo strazio delle vostre colpe. Restringete, quant'è possibile, il mondo della vostra vita nuova: più piccolo sarà, meno vi peserà sulle fragili spalle l'inflessibile critica della gente, e più facile sarà per voi il riconoscere chi v'è amico e chi invece s'accosta a voi per giudicarvi. Visite? Poche: le necessarie e le intime. A queste potete andar sole, a quelle vi farete accompagnare dal babbo o da una persona d'età seria e fidata, e vi tratterrete non più di mezz'ora. Vi capiterà forse di ricevere, qualche sera, alcuni amici di vostro padre: voi dovete esser loro riconoscenti, perchè v'aiutano a fare compagnia a una persona a voi cara, a trattenerla in casa vicino a voi. Abbiate per loro tutte le premure, preparate la modesta bevanda preferita, o l'occorrente per fumare, o il mazzo di carte per una partita, nella quale, sebbene con un po' di sacrifizio, farete il quarto, se occorre. Non sfoggiate la vostra cultura; non vi date delle arie; dite pure il vostro parere, quando si tratta di cose attinenti alla famiglia, alla casa; ma non prendete parte alle conversazioni non adatte a giovinette; del resto sarà facile per voi isolarvi, pur rimanendo nella stessa stanza, con un semplice lavoretto. Non c'è bisogno, si sa, di mettere in mostra toppe e rammendi: un ricamo, una trina, un grembiulino saranno più adatti. Ma ecco che un giorno vostro padre v'annunzia la necessità d'invitare a pranzo, oltre i suoi intimi, alcuni conoscenti di soggezione. Tocca a voi scegliere la minuta, preparare la tavola, dare al convito la vostra impronta di buon gusto e di gentilezza. Non s'usano più, ora, i famosi banchetti luculliani; l'esagerazione della moda, in questo caso, fa eccezione a se stessa. La ricchezza e la signorilità si rivelano oggi non nella quantità, ma nella qualità delle pietanze che s'apprestano, e anche nella varietà. Una minestrina leggera e, possibilmente, col brodo, un pesce, qualche antipasto appetitoso, un piatto forte di carne, un altro freddo, un altro di verdura e il dolce e la frutta possono bastare per il vostro pranzo. Ma l'arte vostra apparirà soprattutto nella delicatezza de' gusti che voi offrirete al palato degl'invitati. E abbiate la stessa cura per i vini, più o meno abbondanti secondo l'importanza del pranzo, e di cui i comuni saran serviti in bocce di cristallo, i più fini nelle loro bottiglie. Tutto qui? No, care; bisogna che anche l'occhio abbia la sua parte, bisogna che la tavola sia degna di ricevere i cibi squisiti da voi preparati, e che i vostri invitati ammirino l'eleganza pratica della padroncina, in ogni particolare. La tavola dev'essere sufficentemente ampia per il numero dei commensali, a cui non garberebbe certo starsene striminziti come acciughe nel barile. Se c'è diversità di seggiole, guarderete sempre di riserbare le più comode alle signore, che avranno più cara l'attenzione d'un panchettino. Alla tovaglia, me l'immagino, avrete dato una sferrata di fresco: non si sa mai, alle volte nel guardaroba si formano delle pieghe secche così antiestetiche! Una leggerissima insaldatura non nocerà, ma sarà indispensabile un perfetto nitore. Della medesima qualità della tovaglia dovranno essere i tovaglioli: o damascati, o di Fiandra, senza o con iniziali. Ma, per carità! non vi scervellate a immaginare forme bizzarre per le salviette: un quadrato quasi perfetto sarà preferibile a qualunque poligono. Le metterete, per caso, dentro il bicchiere? Scusate, ve l'ho domandato per eccesso di prudenza. Mi par già di vedere i coperti disposti in una bella fila: ognuno ha il suo piatto, a cui fan da sentinella tre o quattro bicchieri, quelli necessari per tutto il pranzo, e tengon compagnia il coltello e il cucchiaio a destra e la forchetta a sinistra, dalla qual parte trovo anche il panino posato sul tovagliolo. Non manchino i fiori dal profumo tenue, o disposti in ghirlanda, o affacciati a graziosi vasetti sparsi qua e là, non in trionfi ingombrati, come s'usava una volta, nel Seicento! Se a ogni portata non v'è possibile cambiar le posate, sarebbe almeno necessario farlo quando l'invitato ha lasciato le sue sopra il piatto e, anche, dopo il pesce, il cui gusto è appiccicaticcio. Mi sembra superfluo dirvi che per il dolce bisogna aggiungere al piccolo coltello la forchettina dello stesso servizio, e per le frutta in composta o per la crema il cucchiaino. E guardate di preparare con una certa eleganza anche le frutta e le paste, che devono essere fini e leggere. Sicuro, anche nella loro disposizione si rivelerà il vostro gusto! Il caffè sarebbe meglio servirlo in una tavola a parte, non in quella seminata di bicchieri e di bricciole. Le tazzine si usano piccolissime, perchè s'immagina che la qualità del caffè ne compensi la quantità. Prima che gl'invitati vadano via, sarà bene servire il tè o qualche rinfresco, secondo la stagione. Per finire: non ripiegate neppure in casa vostra il tovagliolo. Sa di provinciale! Badate, io v'ho parlato soltanto di pranzi relativamente modesti, pe' quali basti, a servire, una cameriera giovine, ravviata, con un bel grembiulino bianco ricamato, e, magari, la cuffietta in testa; lascio quelli di gala, a cui bisogna rassegnarsi a sopportare, impalata alle spalle, l'ombra nera de' camerieri, e a vedere i loro guanti bianchi portarci via il piatto, magari nel momento che si cominciava a gustar la pietanza. Che soggezione, mamma mia! Ma di questi pesi sullo stomaco non ne auguro nè a voi nè a me. Intrattenendovi su questo vostro ufficio di padroncine, v'ho immaginate sole col babbo e col ricordo della povera mamma. Se ci sono fratelli, toccherà ugualmente a voi a fare gli onori di casa; se c'è qualche sorella, con lei dividerete i vostri piccoli doveri. Se poi la mamma, morendo, ha lasciato sotto la vostra protezione de' bimbi, pensate, tutte le volte che dovete rimproverarli, alla dolcezza che usava vostra madre; e, quando siete tentate di far le leggerine e di godervi un po' la vostra giovinezza, ricordatevi l'ultimo sguardo supplichevole della creatura che tanto amò voi e i piccini affidati ora alle vostre cure. Non dovete trattarli severamente, approffittando del vostro potere quasi illimitato, ma sempre come sorelle buone, a cui una madre vera abbia lasciato in eredità un cuore materno. E fate di tutto per contentare il babbo; cercate, quant'è possibile a una persona che non sia la mamma, di colmare il terribile vuoto, perchè vostro padre non creda necessario far entrare in casa un'altra massaia. Che dolore, figliole mie! Dov'è stata la mamma, voi non potete vedere di buon occhio nessuna donna; ma, se vi càpita, pazienza! Non volete chiamarla col dolce nome che per il primo v'appiccicò le labbra come in un bacio? Ebbene, chiamatela in qualunque altro modo, ma. . . sopportatela. La vostra mamma vi voleva buone, e cercava d'inculcarvi la pietà, il compatimento: ricordatevi de' suoi consigli, delle sue parole. Ne' momenti tristi rifugiatevi nel ricordo di lei, che unico vi darà la forza per la rassegnazione. Ma se date sfogo al vostro risentimento, non rimediate a nulla, anzi rendete la vostra relazione, con la nuova padrona di casa, più tesa, più dolorosa e insoffribile; se non altro, cercate di comportarvi amichevolmente verso di lei. Le vostre buone maniere finiranno col rendervela benevola, affezionata come una sorella maggiore, che forse in séguito vi potrà giovare con un consiglio. Questo capitolo, figliole, vorrei non averlo scritto per alcuna di voi; ma quelle pochissime a cui la terribile sventura fosse capitata mi saranno grate, forse, ch'io abbia pensato a loro con animo veramente materno. PER LE EDUCANDE Vantaggi del collegio - Doveri verso la Rettrice e gli altri superiori - Confidenza in chi può consigliar bene - Con le compagne - Non eccessiva dimestichezza, nè infondate e improvvise antipatie - Leggi e divisa pareggiatrici - Allo studio - A ricreazione - Ordine! ordine! - Il pensiero di Dio. CHE lunga lettera m'hai scritta! E quanto pepe ci hai sparso! Ci ho sentito, dentro, tutta l'impetuosa vivacità dello sfogo; ma te lo perdono per la melanconia che te l'ha ispirata. Io ti risponderò ancor più lungamente, dovessi passare su queste mie pagine metà della notte. Sopra due punti soltanto della tua lettera sono d'accordo con te: primo, quando furbescamente m'insinui che io, al momento di lasciarti, ero veramente commossa; secondo, quando affermi, in generale, che a una fanciulla giova più non allontanarsi dalla famiglia. Quanto alla mia commozione, come potevo non sentirla profondamente, pensando che, al rientrare in casa, non avrei veduto la mia monella saltarmi addosso, non avrei sentito il suo arruffato cicaleccio? non me la sarei trovata accanto a tavola, e, la sera, non mi sarei addormentata con nelle orecchie l'eco delle sue parole, che mi giungevano a riprese dalla camera vicina? Sì, ero commossa davvero; ma poi mi rassegnai, riflettendo che la risoluzione presa dal babbo e da me era tutta a tuo vantaggio. Alla tua seconda affermazione rispondo un po' titubante, perchè sento che la questione è molto delicata e non si può risolvere con una fanciulla della tua età. Ne' casi normali, è sempre meglio tenersi vicine le nostre figliole: ma, quando manchino in famiglia le condizioni favorevoli a una buona educazione, o - come nel nostro caso - si abiti in una cittadina non provvista di scuole, il distacco è necessario. Il collegio, del resto, non è che la continuazione della famiglia; con questa differenza, che l'influenza della famiglia è più intima e duratura, mentre quella del collegio è tutta di persuasione e di conquista, perchè lavora attorno ad anime già provvedute di virtù e di difetti. E poni mente, Clelia, a queste parole"già provvedute di virtù e di difetti"che rispondono alle tue un po' arrischiate e insolenti, con le quali insinuavi - forse sperando di smuovere tuo padre e me - che in collegio si prendono, non si lasciano i vizi. No, cara, non vi si prendono: ma si portano! Ti aggiungerò che, se veramente in alcune scuole le anime si guastano, accade, purtroppo, spesso che si guastino anche nelle famiglie. Alla serie di pericoli che tu m'hai enumerati nella tua lettera io voglio opportene un'altra di vantaggi, che tu, naturalmente buona, benchè vivace e irriflessiva, riconoscerai in breve, risentendone il benefizio. Intanto, nell'istituto che tuo padre ed io abbiamo scelto, fra gli educatori a cui noi abbiamo accordato tutta la nostra stima, tu imparerai a rispettare la legge e a temere l'autorità che la rappresenta: non potrai uscire dalla regolarita dè'movimenti senza incontrare un ostacolo, nè deviare dalla via retta senza scontarne immediatamente la pena, la stessa pena che qualunque altra dell'educande dovrebbe scontare nell'identico caso: una scuola di giustizia, come vedi! Non solo; ma tu ch'eri abituata a vedere, in casa, tutti occuparsi di te - la nonnina, troppo indulgente pe' tuoi capricci, la mamma un po' deboluccia, la zia sempre propensa a scusar le tue colpe, la vecchia domestica addirittura schiava de' tuoi desideri - dovrai vivere per conto tuo in quel piccolo mondo, dove non c'è previlegio che per i migliori e dove, essendo la legge uguale per tutti, non s'urta senz'essere urtati, non s'offende senz'essere offesi: dove, infine, chi ha il carattere un po' bisbetico, oltre i giusti rimproveri de' superiori, deve temere - e come! - l'accanimento d'un gruppo di compagne più audaci o più maligne intese è punzecchiare i suoi ghiribizzi. L'egoismo è aborrito, l'orgoglio e gli stolti vanti di ricchezze o di nobiltà derisi, i capricci e il disprezzo per altri rintuzzati. La tua famiglia t'ha, finora, eccessivamente protetta con la sua tenerezza; non è male che, per qualche tempo, tu proceda sola per rinforzarti, tu ti trovi nella necessità di bastare a te stessa, di spiegare tutte le risorse del tuo temperamento e di guardare un po' più dentro di te, pur apprendendo a dimenticare te stessa come individuo. Sei permalosa, irritabile? Le campagne ti perseguiteranno per mettere alla prova la tua suscettibilità. Sei indulgente, affettuosa? T'accerchierà la simpatia generale. Sei d'umore lunatico? Anche l'umore di chi ti circonda subirà degli sbalzi che ti costringeranno a mutar condotta. Sei alquanto pigra e golosetta? Hai un granello di troppo d'ambizione? Questo ti sarà soffiato via, non temere, e anche al resto penserà la regola del collegio, alla quale non potrai sottrarti senza sentirti tu stessa umiliata dall'incapacità di fare quanto le altre educande fanno. In collegio tutte v'alzate di buon'ora, concedete alla toeletta pochi minuti, studiate a lungo, frenate i vostri muscoli nel silenzio o nella compostezza, sedete a una mensa uguale ch'esclude le ghiottonerie e offre cibi sani, tutti misurati, fuorchè il pane che il povero chiede elemosinando. E io sono sicura che la mia Clelia, aiutata dalle condizioni propizie, svilupperà le sue belle qualità a danno di quelle cattive che si rattrappiranno sempre più, vergognose di sè, fino a scomparire. Ma mettiti súbito d'impegno a crearti, attorno, un ambiente di serenità e di concordia, a riscaldare i cuori di chi ti circonda col calore del tuo, a vincere i piccoli ostacoli che ti si parano dinanzi, a opporre, insomma, la tua volontà e la tua forza contro que' minuscoli nemici insidiosi che sono le tentazioni del male. Bada, intanto, la tua mamma, anche se lontana, t'è sempre vicinissima; direi anche più vicina, ora che ti vede soltanto con gli occhi del cuore. E proprio il cuore mi dice, ora, di consigliarti i mezzi più semplici per creare fra te e chi ti sta attorno un'atmosfera calda di benessere, un'aria raccolta di famiglia, dove ti sembri di vedere in ogni compagna una sorella concorrente allo stesso tuo fine, amata come te dalla Rettrice ch'è una seconda madre e come te aiutata nell'adempimento del tuo dovere dagli altri superiori. Ho detto che la Rettrice è una madre per le sue educande, e insisto su questo. È veramente degna di chiamarsi con quel nome sacro la donna che educa un'anima e plasma un'intelligenza, anche se essa non ha dato la vita alle creature affidate al suo intendimento e alla sua tenerezza. La dura disciplina e la responsabilità enorme ch'ella s'impone, i sacrifizi d'ogni genere e l'attenzione d'ogni ora la rendono meritevole d'affetto e di gratitudine vera. Perchè, Clelia, non bisogna vedere in lei soltanto la persona che v'impone regole fisse e si circonda di chi ve le faccia osservare; ma piuttosto la dolce creatura che vigila su voi, sulla vostra salute, sul vostro cuore, che sta in ansia per un vostro malessere e per un difettuccio che non vuole sparire, che vi scruta in viso ogni commozione, ogni mutamento d'umore, pronta a muovervi una parola di conforto o d'ammonimento: la creatura, infine, che sa sostituirsi alla vostra mamma vera durante una malattia o un pericolo vostro, che - se bisogna - passa nottate intere al vostro letto, e perde, giorno per giorno, un po' di salute e di giovinezza per voi, su voi affliggendosi, eccome! di trovare spesso diffidenza e freddo giudizio dove vorrebbe e dovrebbe trovare tenerezza e confidenza. Pensa, Clelia: una madre vera ha da trattare co' figli propri, che, come tali, la rispettano e non possono dubitare della sua tenerezza nemmeno nel momento in cui si rattristano della sua giusta collera. Talvolta, invece, la Rettrice è incompresa dalle fanciulle ch'ella colma di cure e accusata d'indifferenza e d'ingiustizia. Non riflettete voi, ragazze, alla difficoltà del trattare con caratteri così differenti e spesso contrari fra loro, del dover cercare la via d'ogni cuore, toccare ogni anima delicatamente, perchè non sia vano il suo sforzo di far bene? Una di voi è tutt'ardore e ad ogni opera s'avventa con precipitazione; un'altra è lenta e irresoluta; un'altra diffida di tutto e di tutti: al contrario della credulona che ne beve di cotte e di crude, c'è quella viva come la polvere e quella pesante come il piombo; c'è la sensitiva che di tutto soffre o s'adonta e c'è l'indifferente che non si smuove a scuoterla come un noce. E, fra tutte, ce n'è sempre una - se non dieci - che ha la"luna" o, come dite voi ragazze, "i nervi". Che prudenza, che tatto deve usare la Rettrice, per dominare il vostro piccolo mondo! Senza contare, Clelia, la pazienza ammirevole che le bisogna nel trattare co' parenti stessi dell'educande, con quelle mamme, specialmente, che male intendono l'amore materno e accolgono la verità sui difetti dei figli come un'offesa personale. Continuerei molte pagine ancora per raccomandarti una sincera tenerezza per la persona che terrà presso di te le mie veci. Abbi confidenza in lei, perchè tu sei ancora inesperta, avvicínati a lei con fiducia, áprile il tuo cuore, perch'ella possa leggervi fino in fondo, esprimile i buoni pensieri, chiedile, nel dubbio, un consiglio, nella tristezza - se tuo malgrado t'assale - un conforto. Certe persone, a volte, ci sembrano tanto lontane da noi, appunto perchè non tentiamo d'avvicinarle. Quante educande hanno la biasimevole abitudine di fare a tutti - magari alle domestiche dell'Istituto - le proprie confidenze, eccetto che a' superiori! Questa diffidenza indispone l'animo anche della persona più bene intenzionata. Ma se è bene lasciare aperto il nostro cuore a chi, amandoci, ha il diritto di giudicarci, non è prudente dare in pasto il nostro intimo alla malsana curiosità de' più, che non hanno affetto nè discernimento per un retto criterio. Solo i tuoi superiori possono giudicarti, ma tu sii degna di loro. Se nutrirai affetto per loro, ti verrà spontaneo il rispetto. Tuttavia ricórdati d'alcuni ammonimenti semplici, ma necessari per dimostrare l'uno e l'altro di questi sentimenti. Discorrendo con alcuno de' tuoi superiori, e specialmente con la Rettrice, non usare un modo troppo confidenziale, non rispondere, per esempio, uno scorretto "Che ne so io? " o "Io non so cosa farci" o "Io non c'entro". Mostra viso aperto, aria non troppo spavalda, ma neppure contrita, occhi non insolentemente fissi, nè volti a terra: un aspetto franco, insomma, e modesto. Quanto al saluto, non è necessario che tu lo rinnovi ogni volta che incontri il tuo superiore o nel corridoio o nel giardino, ma sempre, passandogli accanto, tieni un contegno corretto; se sei in compagnia, cessa di gestire o di parlare a voce alta, pur senza interrompere il discorso, e volgiti, se non altro, dalla sua parte. Parlando d'un tuo superiore, non ne pronunziare mai il nome senza farlo precedere dal titolo, non affibbiargli soprannomi, non ne imitare la voce o i gesti, non lo deridere, non te ne lamentare: facendo tutto questo, non solo daresti cattiva prova della tua educazione, ma noceresti col tuo esempio alle compagne più timide di te. Soprattutto ubbidisci chi ha più esperienza di te e vuole il tuo bene: ma non di mala voglia, col viso imbronciato e le mosse lente. A che serve l'immusonirsi? Non certo ad attirar simpatia. Ti rimproverano? Ma non lo farebbero, Clelia, se non te to fossi meritato! E io non ti rimprovero, forse? Non giudicare, per carità, i tuoi superiori come, nella tua lettera, hai fatto della tua istitutrice. Se vogliono punirti, difènditi pure, - se ti sembra d'averne diritto - ma con rispetto e umiltà: ma accetta, poi, la punizione senza rivoltarti o immusonirti. Sono sicura che ti sei lasciata guidare dall'opinione d'alcune tue compagne un po' birichine che, al tuo arrivo, t'avranno affollata di domande e intontita col cicaleccio; fra le altre cose avranno súbito cercato d'importi il loro parere su tutto ciò che concerne l'autorità del Collegio e, specialmente, sui superiori che rappresentano tale autorità. Male! Tu devi pensare non con la testa degli altri, ma con la tua o, de' pensieri altrui, accogliere solo quello che, dopo matura riflessione, ti pare buono. L'istitutrice, che l'educande dovrebbero considerare come una sorella maggiore, sconta, il più delle volte, il loro risentimento causato in voi dall'obbligo d'osservare i regolamenti e la disciplina, è guardata di sbieco come una sentinella, spesso con diffidenza come una spia. È vero: l'istitutrice sorveglia i vostri discorsi e le vostre letture; ma chi sorveglia ama; e poi, è obbligata a farlo, per impedire che alcune ciance fuor di posto o alcuni libri velenosi o certe abitudini viziose non guastino le fanciulle affidate alla sua vigilanza. Mi hai scritto che la tua istitutrice ha scelto tale ufficio per aver mezzo di continuare gli studi e, in séguito, di guadagnarsi il pane. Quanto la sua condizione è più triste della vostra di studenti libere da qualunque altra occupazione che il vostro studio! Anche l'altre per le quali il posto d'istitutrice non è, diremo, una tappa, ma un fine a sé stesso; quelle, cioè, che si propongono di consacrare tutta la vita all'educazione delle fanciulle e si dànno a tale ufficio con l'entusiasmo e l'abnegagazione di martiri, non sono ugualmente da rispettare e da amare? Forse non tutte hanno la delicatezza e la pazienza che il loro cómpito esigerebbe; ma il loro scopo, anche se raggiunto con mezzi apparentemente un po' bruschi, è sempre buono. In ogni modo la missione dell'istitutrice è spesso ardua e penosa; cercate voi, fanciulle d'alleviarla offrendo a chi l'adempie la vostra tenerezza e la vostra gratitudine, che sarà ricambiata con slancio, dimostrate all'istitutrice di capire il sacrifizio d'ogni giornata ch'ella compie per voi; fatevi sue amiche, e troverete un'amica anche in lei. Così, con le compagne, sii affabile premurosa e, soprattutto, indulgente. Il voler giudicare un nostro pari nuoce sempre e allontana da noi la simpatia e l'affetto. L'educande d'uno stesso istituto sono come sorelle, perchè hanno tutto comune; non solo casa, tavola, ricreazione, ma anche dolori e gioie, fatiche e speranze. Abbiano, dunque, un cuore solo! Le prime affezioni dell'anima hanno in sè tale purezza, tale ingenuità e, insieme, tale forza che resistono agli anni, alle passioni, alle burrasche della vita. Le amiche di collegio possono allontanarsi da noi, sparpagliarsi pel mondo, ma i loro ricordi e i loro affetti durante la vita avvenire si dànno convegno sotto il tetto dello stesso collegio che le adunò nella loro bella adolescenza, ed escono di là inteneriti e soavi come l'innocenza stessa donde la prima volta eran sbocciati. Ma devi guardarti dalle affezioni sentimentali, dall'eccessiva dimestichezza con alcune e dall'avversione per le rimanenti che, alla loro volta, si costituiranno in gruppo per sostenersi a danno vostro. Ti sarà difficile, non nego, il frenare qualche volta un moto istintivo d'uggia o di rivolta nel trattare con qualcuna diversa da te e per educazione e per gusto e per carattere; ma devi farlo, oltre che per creanza, per la tua stessa tranquillità; devi parlare, giocare, trattenerti con tutte e non cercare d'allontanarti mai, se il caso ti mette vicino a una delle non preferite o a tavola o in istudio o in iscuola. Se a una ti devi sentire attratta più che alle altre, non sia mai per la sua ricchezza o per un certo fascino esteriore della persona, ma piuttosto per le doti del suo intelletto e, più, del suo cuore. Guàrdati, in ogni modo, dalla simpatia o antipatia improvvisa: benchè l'una e l'altra sieno sentimenti naturalissimi, non è lodevole lasciarsi trascinare senza opporvi quel freno della ragione, che deve regolare ogni nostro affetto. È da testoline leggere l'esaltare o lo schiacciare addirittura una persona senza averla conosciuta e compresa; le prime impressioni spesso ingannano, essendo fondate sulle circostanze di luogo e di tempo in cui esse si sono formate. Per un giusto criterio occorre un'osservazione attenta, alla quale tuttavia sfuggiranno alcune particolarità che potrebbero attenuare o, fors'anche, fortificare il nostro giudizio. A qualunque delle tue compagne cerca di porgere aiuto, sii compiacente con tutte prestando libri o quaderni o, se richiesta, suggerendo loro qualche nozione che non rammentino o l'esecuzione d'un cómpito che a te riesca meglio. Se qualcuna è ammalata, chiedi il permesso d'andare a visitarla e di tenerle compagnia, di leggerle qualche pagina durante la convalescenza. Alle nuove fa' buona accoglienza, offriti loro come sorella, confortale nella tristezza del primo distacco, parlando con affetto de' superiori e delle compagne, perchè vi s'accostino con fiducia, ricorda loro gli usi e i regolamenti, dissipa i loro dubbi, risveglia le loro speranze. Non disprezzare le più misere, non giudicar male quelle che tu non conosci, ma di cui altri t'hanno sparlato. Sii sempre più proclive a credere il bene che il suo contrario. Del resto, il grembiulone che copre il corpo di tutte l'educande pareggiandone le forme nella precisa stoffa e identica fattura, vi dice tante cose e, in particolar modo, questa: che siete uguali davanti alla legge, ai regolamenti e agli occhi di chi vi guida con affetto illuminato, e che tali vi dovete tutte, fra voi, stimare. Sarà facile a qualcuna, sotto la protezione dell'uniforme obbligatoria, nascondere velleità di ricchezze e di fasto che non esistono: non ti lasciar abbagliare. La vera superiorità - te l'ho già detto - è quella della mente e del cuore e, aggiungerei, quella del dolore. Vi saranno pur delle infelici orfane di padre o di madre, o sole affatto, o, chi sa? non amate: mettiti al loro fianco come una sorella. Ma se a una manca la madre o il padre, non insistere sulla tenerezza infinita che noi abbiamo per te, non ricordar loro le nostre cure, i sacrifizi nostri: sarebbe come numerare a un cieco le bellezze della natura. Certe delicatezze, del resto, sono consigliate dal cuore. Non prender mai parte alla maldicenza; ma piuttosto, se si nomina con poco rispetto un superiore o si sparla d'una compagna, cerca d'intervenire con una parola buona in difesa dell'assente. Così anche, bimba mia, quando si schernirà qualcuno per un suo difetto morale e, specialmente, fisico: sarebbe una viltà il non ribellarsi a una sì indegna azione! Se regnerà concordia fra voi tutte, le piccole e inevitabili noie della vita in comune saranno compensate da infinite dolcezze, che vi procurerà l'adempimento de' doveri verso voi stesse e verso gli altri. E fra i doveri io metto, naturalmente, anche quelli della buona creanza. Anche nella sala di studio devi comportarti con serietà e correttezza. Non lasciar vagare qua e là la testolina, rimanendotene lì inochita a seguir le idee con la bocca aperta; non chiacchierare con le vicine, non scambiar cenni e, magari, bigliettini; che, oltre star tu distratta, disturberesti anche le altre. Scrivendo, ricòrdati le mie solite raccomandazioni: non ti chinar troppo sul banco, non dondolare la testa, non ti mordere la lingua fra i denti, non schizzar fuori gli occhi, come se tu volessi gettarli sul foglio. Leggendo, poi, non pronunziar forte le parole: pensa che, con te, ci sono dell'altre, che hanno bisogno di silenzio. Non essere troppo ingombrante sulla tua tavola; fa' economia di posto, non sparpagliando libri e quaderni o non facendone delle pile, che possono cadere a terra con baccano o, anche, dar l'aria di barriera dietro cui tu voglia nasconderti. Lascia sempre il tuo posto pulito e ordinato; non pezzetti di carta sul banco o sotto, non pennini buttati via, nè macchie d'inchiostro, nè scortecciature sul legno. In un orecchio, poi, ti voglio susurrare un ammonimento che, detto forte, ti pungerebbe sul vivo. Via le arie, le sciocche e inutili pose! Se il tuo cómpito richiede molto tempo, metticelo tutto; se la lezione vuole una ripassatina, dagliela. A che ti serve la tua smania d'ostentare prontezza nell'eseguire componimenti e problemi, nel mandare a memoria brani o altro, specialmente se, poi, te ne rimani muta come un pesce o titubante davanti al professore? Oltre il danno, ti meriti la burla. Se hai un cassetto, guàrdati bene dal chiudere sotto chiave lettere, cartoline, ritratti: sarebbe mancanza di fiducia verso chi ti circonda e, specialmente, verso i tuoi superiori. L'educazione retta si rivela continuamente nella comunanza di vita e, soprattutto, ne' momenti in cui l'allentarsi del freno lascia libertà di movimento e d'azione. Ma tu devi sorvegliarti sempre, Clelia, per non essere sorpresa in fallo mai: una birichinata può far sorridere e non intaccare la simpatia che si nutre verso chi l'ha commessa; ma la screanza urta sempre chi ne è testimone. Ti sarà più difficile frenarti nel periodo della ricreazione, quando le tue membra, costrette fino allora alla quiete, sentiranno il bisogno di sgranchirsi, e lo spirito troppo teso d'ammollarsi. Nella libera espansione del gioco, è più facile lasciarsi andare a gesti smodati, a parole un po' libere, a sgarbi, magari a litigi. Tu, perchè non accada, sii sempre condiscendente; non imporre la tua volontà, non dimostrare uggia per la scelta d'un gioco, non far la guastafeste, insomma, e nemmeno la musona o la sentimentale, rincantucciandoti mentre le altre ridono e saltano, e non far gruppo con le poche solite per trascurare le altre. Anche nella scuola dove ti trovi in compagnia d'altre alunne, per le scale, nel corridoio dove passi, nella classe stessa, sii educata; non essendo tale, offenderesti te stessa, la tua famiglia, il collegio e le migliori dell'educande che al buon nome del collegio stesso contribuiscono con la loro intelligenza e la loro educazione. Altre piccole raccomandazioni ti dovrei fare: quante me ne vengono dal cuore! Ma allora le mie pagine formerebbero un volume. Non voglio, però, tralasciare la solita che ti ripetevo tutti i giorni, tutte le ore: ti rammenti? Ordine! Ordine! Come per le idee nella tua testolina bizzarra, così per gli oggetti che tu indossi e per quelli di cui ti servi nella tua vita quotidiana. Tutto a suo posto, tutto a suo tempo! Che al momento d'avviarti a scuola o alla passeggiata, tu non debba affannarti a cercare lo scartafaccio da una parte, la matita dall'altra, o a rimediare con una spillo da balia alla mancanza d'un bottone o con un nodo alla rottura d'una stringa già da tempo consumata. Sta' sempre ravviata, da' cappelli ben pettinati alla punta delle scarpe ben lucide. E i buchini, mi raccomando, fa' che non diventino buconi per la pigrizia di dare a tempo i due punti necessari. Ora costa tutto così caro, ch'è centuplicato - s'è possibile - l'obbligo di tener da conto quello che abbiamo. Guàrdati dalle macchie, dallo stropiccío delle scarpe che valgono un occhio dallo sfreghío delle maniche, dallo spreco della carta e de' pennini, che in questi tempi tengono il loro posto nell'economia domestica; smetti l'abitudine d'adibire a uso di puliscipenne il rovescio del grembiule che, se è nero, è tuttavia soggetto a sporcarsi. Vuoi bene alla tua mamma? Pensa che, dimostrandoti disordinata e sciatta, fai sfigurare anche me, che sono la tua prima educatrice. Quante cose t'ho scritte! Ma la più importante te l'ho serbata all'ultimo: è un ammonimento soave e grande, come una benedizione. Tienti stretta al cuore la tua religione, ch'è la più bella poesia dell'anima, che ci dona la felicità e la virtù, che c'insegna a camminare nella via de' nostri doveri; e rendila sempre più forte e serena, perchè la sua dolcezza e il suo vigore possano rinsaldare altre anime inquiete e fiacche. E prega! Prega con le labbra, col cuore, prega con tutte le tue azioni, uniformandole alla legge divina, che tutte le leggi umane comprende e purifica. Quando avrai pregato, sentirai l'anima più leggera e contenta, perchè la preghiera è luce per la mente, riposo pel cuore, forza per la volontà. Nel pensiero di Dio incontrerai sempre quello di tua madre, che t'ha insegnato a credere perchè la vita di chi non crede è come un albero senza succo, e le sue azioni cadono a terra come foglie vizze e ingiallite: mi sentirai così vicina quando, con te, invocherò da Dio il tuo conforto e il tuo bene, come in questo momento in cui mi sembra d'averti proprio sul cuore mentre ti bacio con tenerezza infinita. LA TUA MAMMA INDIPENDENZA ECCO una delle arie che vi garbano di più: indipendenza! Le gonnelline allungate fin quasi alla caviglia, le trecce annodate sulla nuca, una borsetta al braccio sono i primi passi sulla via della libertà: e, una volta incominciato, bisogna continuare. Vero? Sicuro, uscir sole, far commissioni proprio voi, maneggiar voi qualche soldo, contrattare a vostr'agio coi negozianti, presentarvi già vestite alla mamma e gettare là col saluto un reciso: "Scappo dalla tale, vado alla biblioteca", scegliere voi la stoffa per il vostro abito: questi sono oramai i vostri diritti, e voi ci tenete a farli rispettare. Domani sarete donne, e già lontano è il tempo in cui eravate soltanto bamberottole. Ebbene: mi dovete permettere di spiattellarvi francamente che io di questa vostra indipendenza ho la stessa stima che de' vostri fronzoli, della vostra cipria, delle scarpette di vernice che coprono calze ragnate o bucate. Non mi capite? Voglio dire ch'è un'inverniciatura anche la vostr'aria d'indipendenza, è la solita polvere negli occhi de' gonzi. E allora, se siete indipendenti, cioè se non dipendete da altri, perchè gettate tante occhiate di sghimbescio, quando vi tocca portare un pacchetto, e arrossite se vi passa vicino una signora un po' aristocratica di vostra conoscenza? Perchè, se incontrate una compagna povera, vi guardate bene dal fermarvi con lei, e, se non le potete impedire d'avviarsi un po' con voi, fate mostra di non esserle assieme, e allungate il passo, se un'amica nobile vi sbircia di lontano? E perchè, pur volendo un ben dell'anima alla mamma, e provando infinita riconoscenza per lei che ha lavorato due notti per adattare a voi un suo vestito il cui fondo era guasto, pur avendole fatto qualche complimento nel mettervelo, ritornate a casa ingrugnite e vi strappate di dosso malamente il povero vestito, per via d'una leggerina qualunque che ci ha fatto sopra una risata insolente? Dunque voi dipendete dagli occhi e dal giudizio della gente, e fate piuttosto il male che il bene, per timore di chi vi può vedere e criticare, e non camminate spedite, ma inciampate nelle catene di cui voi stesse vi circondate. E l'indipendenza? Su, via, allora non vi date arie! LA MOSCA AL NASO "FIAMMIFERINO" non è il suo nome, ma è il suo simbolo, la sua significazione. Un po' del fiammifero ce l'ha nell'apparenza: secca, lunga, con la testolina bruna, pronta ad accendersi. - Chi m'ha arruffato questa matassa? - domanda la mamma. - Vuoi dirlo a me, eh? Sicuro, son sempre io. . . - e séguita la filastrocca. - L'hai studiata stamattina la lezione? - la interroga amorevolmente una compagna. - Eh, già perchè le altre mattine non la studio mai! Per la strada una bimba, passando frettolosa, le urta il gomito? - E la creanza dov'è? - le borbotta dietro. Qualcuno le getta un'occhiata a casaccio? - Chissà che cos'ha quel lì da guardarmi! - brontola fra' denti. Piglia foco per nulla, per nulla schizza, s'irrita, offende. Per fortuna gli altri non sono tutti fiammiferi come lei; se no, chi sa che incendio si svilupperebbe! Ora domando se questa non è villania bell'e buona! E, secondo me, c'è sotto lo zampino dell'orgoglio che insegna a "Fiammiferino" a far sè centro dell'universo e a credersi bersagliata dagli sguardi, dall'osservazione, dall'interesse del pubblico, per il quale invece lei è una formica in mezzo allo sciame, dove, invece d'un granello, porta sulle spalle il carico della sua boria. SPUTASENTENZE FRA le persone antipatiche - per le quali indistintamente v'ho consigliato caritatevole benevolenza - io metterei in prima fila le "Sputasentenze". Soltanto a queste si può, con bel garbo, far sdrucciolare nel discorso un ammonimento alla buona. "Dovresti metterti un panno caldo sullo stomaco. Questa tappezzeria mi par che stoni un po' coi mobili; io la cambierei con un'altra d'un bel verdone cupo. Al tuo posto mi provvederei d'una stufa americana. Se dài retta a me, ti fai súbito restituire il manoscritto." Ogni frase è disapprovazione dell'opera nostra, il consiglio del rimedio. Si sta sulle spine, ci si mordon le labbra, e si vorrebbe alzar gli occhi al cielo, se non fosse screanza, mentre col respiro mozzo lasciamo sibilare fra' labbri appiccicati qualche monosillabo insignificante. Accade più spesso alle persone d'età di scialare sentenze e avvertimenti; ma, per non correre il rischio d'acquistare voi pure quest'abitudine odiosa, non cominciate fin d'ora a lasciarvi sedurre dal desiderio di metter bocca, di dir la vostra e di dirla magari strampalata, pur di sodisfare la vostra sciocca smania. Chi comincia il più delle volte séguita; e allora diventereste antipatiche anche voi. LA SIGNORINA "A ROVESCIO" Se tu dici verde, per lei è rosso; se tu vai in collera, e lei canticchia; se ridi, lei mette su il grugno; se d'uno dici il meglio che puoi, e lei gli dà di nero; se parli, e lei ti pesa ogni parola o coglie a volo un tuo incespicare e ti mozza il discorso con de' se, de' ma, degli ohibò che farebbero saltar la mosca a un santo. Per amor della pace, tu sei costretto a chiuder bocca e a lasciar che dimeni lei la sua lingua e, non sapendo chi contradire, contradica se stessa. ZUCCHERINA È sempre linda e leccata come se uscisse da un profumiere; sdilinquisce in sorrisi e paroline melate; non hai una frase, e già è pronto il suo assentimento o la sua meraviglia per il tuo acume; se tu le dici che splende un magnifico sole e fuori diluvia, lei non ti dà torto; se apre bocca, te ne chiede scusa; se la urti o la pesti, lei ti ringrazia dell'onore; se, stufo e fuori de' gangheri, ti metti a sbuffare, lei ti fa un complimento e offre i suoi servigi a pro del tuo malessere. Non ti resta che scappartene via e lasciarla lì a farsi succhiare il miele dalle mosche sue pari. MADAMIGELLA "PRUDENZA" È appena uscita dall'adolescenza, e già diffida di tutti e di tutto, anche della gioia, dietro cui intravede il disinganno o la tristezza. E pazienza se si contentasse di masticar agro per conto suo e di veder nero co' suoi occhi, ma prova un gusto matto a far da spegnitoio all'allegria del prossimo e, come un velenoso microbo, pènetra nell'anima altrui per abbattere un'illusione, troncare un sogno, distruggere una felicità. Le confidi una speranza luminosa di cui il cuore ti ribocca? Un sorriso ironico, una parola pungente ti converte la speranza in un dubbio che tu non accogli intero, ma di cui un rimasuglio indugia nella tua anima. Le parli del bene ricevuto da una tua amica diletta e della dolcezza che tale intimità ti procura? Lei ti mette in guardia contro tale amicizia dimostrandoti come due e due fan quattro, ch'essa è fragile o interessata. E tu resti con in gola un non so che amaro. Se tu le dai un po' di braccio, lei diviene la regolatrice de' tuoi interessi, della tua volontà, della tua esistenza. Non conoscerai più entusiasmo, nè amicizia, nè ribellione, nè audacia: con le trecce sulle spalle, sarai vecchia. E, a forza di guardarti da' pericoli, inciamperai in essi e ti romperai il collo. Dio ti procuri un'amica che temperi i moti irriflessivi della tua anima e ne acqueti l'esaltazioni intempestive, che t'impedisca dal mettere un piede in fallo, ma ti liberi dall'imbatterti in madamigella "Prudenza! " BENEFICENZA NO, la tua, Clara, non è vera beneficenza! Perchè hai preso parte a quella famosa recita, di cui hanno strombazzato tutti i giornali della città, perchè hai fatto spendere a' tuoi genitori un mucchio di soldi per la tua toeletta, perchè sei andata in giro per i palchi facendo appello alla pietà della gente, ti sembra d'aver compiuto il tuo dovere, tutto il tuo dovere verso gl'infelici colpiti dalla sventura? Mettiti, una mano sul cuore, e dimmi a quattr'occhi che cosa ci hai rimesso del tuo, che cos'hai sacrificato di te stessa. Arrossisci? Non sai mentire, e ne godo per te. Ebbene, allora abbi il coraggio di confessare che hai fatto la beneficenza al tuo io, attirando sulla tua persona qualche sguardo benevolo, qualche lusinghiera approvazione; o ammetti con me che fa vera beneficenza chi sa nascondere le proprie azioni, i propri trionfi sotto un velo d'umiltà e di grazia modesta, chi dimentica completamente se stesso per gli altri, chi fa come il grano, il quale muore nel solco per far germogliare la spiga fecondatrice. Non ti lasciar tentare così presto dalla smania della popolarità, che offusca ogni più mite sentimento, soffoca ogni stimolo di pietà, sconvolge perfino la retta visione de' più semplici doveri. Questa della beneficenza malintesa è uno de' mezzi con cui più facilmente le giovinette si fanno avanti e ottengono il loro scopo di mettersi in vista. Anche tu hai mirato a questa piccola gloria fugace, a questo misero interesse personale e per essi hai dimenticato l'affetto de' tuoi genitori, a cui hai imposto de' sacrifizi, l'amicizia della tua Silvia, che ti sei lasciata indietro senza neppure metterla a parte delle tue intenzioni; ti sei permessa una sfilza di piccoli scatti nervosi, di sgarbi, di disubbidienze, d'inesattezze nel compimento d'altri doverucci; e tutto ciò hai mascherato sotto la falsa apparenza di bene. Ricórdati che "il bene non fa rumore e il rumore non fa bene"; che per far vera carità bisogna dar qualcosa di noi insieme col denaro, che il benefizio sincero è quello che s'appaga di se stesso e non cerca altro esteriore compenso, e neppure esige riconoscenza. La carità, quando è residuo di feste, giunge al povero già sfiaccata, dissanguata, e non dà calore nè gioia: per essere efficace, bisogna che zampilli viva dal cuore che la fa al cuore che la riceve. Bisogna anche, e sopratutto, che non sia somministrata alla cieca, con l'ignoranza assoluta delle necessità altrui, alle quali dev'essere adeguato il soccorso. È sciocchezza il credere di far vera carità dando un soldo al primo che ci tende la mano. Sappiamo se ne ha veramente bisogno? Senza contare che spesso chi dà quel soldo vuol liberarsi dal tedio e dall'aspetto della miseria, o vuol farsi vedere. Purtroppo c'è qualche mendicante il quale trova più comodo accattare che lavorare: fargli l'elemosina sarebbe favorire il vizio. Occorre visitare le abitazioni di quelli che si beneficano, accostare la miseria per soccorrerla, imitare Gesù che, per rendere la vista ai ciechi, li avvicinava e poneva loro sopra le mani. E quel che vuoi dare, Clara, da' in fretta; non indugiare, non tentennare, non mostrare scontento, non rinfacciare, non accennare a ricambio: da', insomma, con slancio e con allegrezza. Ma tienti a mente che la carità non si fa soltanto di pane. Giorno per giorno, ora per ora puoi compiere atti di beneficenza semplici e pur tanto efficaci! Una buona parola detta, una cattiva trattenuta, un'antipatia vinta, una piccola vanità soffocata, un'affettuosa accondiscendenza che ti costi un tantino, uno sforzo per star ferma quando proprio tutti i muscoli sobbalzano: ecco il vero bene che puoi fare, senza ostentazione, senza secondi fini. Non cercar tanto lontano, però, non perder tempo nell'aspettare un'occasione d'esser utile, che non si presenta perchè troppo rara; non ti protendere verso la miseria ignota, quando puoi chinarti verso quella conosciuta e vicina; non sentir pietà soltanto del complesso de' "poveri", se ti mostri scontrosa e indifferente con quelli di cui conosci i bisogni; non correre da un estraneo malato, se poi ti rifiuti d'aiutare la domestica sofferente; non visitare l'ospedale soltanto per una frivola curiosità, ma per impulso del cuore che ti detta una parola di conforto per una povera madre condannata alla morte, ti trattiene presso un bimbo che ha il piccolo corpo ingessato, ti dà forza per assistere all'agonia d'una giovinetta a cui mancano le cure materne. Per tendere la mano non hai bisogno d'allungar troppo il braccio. Sii buona soprattutto, veramente buona di quella bontà che avvicina a Dio, perchè è imitazione di Lui che si manifestò agli uomini per mezzo del Cristo: allora la tua bontà sarà una corona ininterrotta di piccole, utili, schiette beneficenze, liete anche nel sacrifizio; sarà, occorrendo, l'immolazione di tutto il tuo essere per il prossimo, meritevole e immeritevole. Non è un ideale divino? LA NOIA NO, Marisa, la noia non è la stessa cosa che la tristezza, ed è inutile che tu vada lamentandoti con le amiche della tua melanconia, facendoti passare per una povera vittima bersagliata dalla fortuna. Io vi spiattello la verità in quattro parole: "La tua è noia". Oh, che lanterne mi fai! Eppure è così. Tu ti annoi perchè stai troppo con le mani in mano, e dài alla tua fantasia troppo tempo di fabbricar chimere vane e sogni inverosimili e d'immaginare una felicità che non potrai raggiungere, perchè non esiste. La realtà è troppo lontana dal mondo della tua immaginazione, da cui ricadendo dopo un volo vertiginoso, ti ritrovi come sbalordita e dolente. Ti annoi perchè non t'interessi a nulla, perchè tutte le cose belle ti sono indifferenti, perchè non sei conpresa dalla necessità d'agire anche tu per una missione, di dare anche tu il tuo piccolo contributo alla purificatrice vita quotidiana, da cui, tuo malgrado, sei trascinata, e, soprattutto, alla vita futura che t'aspetta. È un oltraggio ai mille dolori veri la tua noia irragionevole, il tuo ostinato atteggiamento d'uggia e di musoneria, ed è anche un'ingratitudine contro le gioie d'una giovinezza sana o vigorosa che cantano attorno a te. Fa' che la noia - questa terribile nemica delle donne - non trovi mai le tue mani e il tuo pensiero disoccupati; essa striscerà quatta quatta per sorprendere la tua mente e la tua anima e, se le troverà inermi, se n'impadronirà da tiranna, usando tutte le sue arti ingannevoli per addormentare la tua volontà. E allora, mia cara, non ti dovrai meravigliare se le amiche, della cui freddezza ora ti lamenti, si sparpaglieranno a una a una: l'ombra della tua uggia era troppo fredda per loro. L'amicizia vuole allegrezza: tutt'al più resiste a un dolore vero, di cui possa essere consolatrice, non alla monotonia d'un umore che, come una palude stagnante fra alberi densi d'ombra, respinge la letizia d'un raggio di sole, e dà melanconia a chi l'avvicina. LIBRI MALSANI MI pare così importante l'argomento che, di riffe o di raffe, ce lo voglio far entrare anche in questo libro di galateo; tanto più che la questione della lettura riguarda più voi, giovinette, che chiunque altro. Le donne mature potranno, sì, risentire danno o vantaggio dal male o dal bene che i libri vanno ammannendo con prodigiosa frequenza; ma voi soprattutto, la cui anima è ancor molle e più sensibile, ne risentirete durevoli effetti. E poi, è specialmente della vostra età la smania d'inghiottir pagine su pagine, libri su libri insaziabilmente, e non per istruzione, ma per procurarvi commozioni, per eccitarvi, per togliervi dal vostro mondo reale e vivere il più possibile quello de' vostri sogni e delle vostre chimere. - Hai un libro da prestarmi? - Sì. - Che piacere! È bello? - L'ho bevuto d'un fiato. - Portamelo domani, magari oggi, ma non dimenticartene. Nell'attesa si gusta già la delizia del libro che si fa bere tutto d'un fiato. È istruttivo? educativo? di buon autore? scritto in pura lingua? Tanto, tirandolo giù come un bicchier d'acqua, non ve n'accorgereste: tutt'al più potreste notare i sapori piccanti. E prima, e durante, e dopo la lettura, distrazioni, sgarbi, disubbidienze, inesattezze, mancanze di rispetto, oblio di tant'altri doveri. Uhhh! Mi date sulla voce? O sentitemi: quante volte non v'è accaduto, mentr'eravate sprofondate nella vostra cara lettura, di respingere sgarbatamente una vostra sorellina perchè vi disturbava? Quante altre, di dimenticarvi, immerse com'eravate, che vi toccava andare in dato luogo, fare la tal cosa? O, peggio, di rispondere venti volte "vengo" alla mamma che vi chiamava, senza mai risolvervi ad alzarvi? O d'esser distratte nelle vostre faccende, perchè ancora tutte prese dal fascino del vostro romanzo? E questi, figliole mie, sono i mali immediati che vi derivano dalle letture vane, frivole e. . . cattive che voi andate facendo sotto sotto, con un'ingordigia ripugnante. Se sapeste quanti altri potrei enumerarvene, più indiretti ma più profondi! Alla vostra età fate così presto a illudervi di vivere nel mondo fatuo e spesso inverosimile delle vostre letture, e a dimenticare quello reale e semplice di cui vi tocca partecipare! Bisogna tenersi in guardia contro la falange di nemici intellettuali e morali che s'appiattano fra giornali, riviste, opuscoli, romanzi, e che, se riescono con le loro subdole arti ad adescare la curiosità generale e specialmente femminile, non però sanno dissimulare completamente il putridume ammorbante e infettivo. Voi siete ancor troppo inesperte per saper giudicare; ebbene, fatevi guidare da vostro padre, da vostra madre, o dagl'insegnanti vostri, che saranno ben lieti di darvi in proposito schiarimenti e consigli. NOTE SICURO, è una bella abitudine quella di prendere qualche nota, via via che una notizia vi colpisce, un verso vi commuove, un avvertimento vi par giusto, un'immagine vi sembra veramente rappresentativa. Quante braccia in aria! Che svolazzìo di libretti! Che cos'è? Ah, ce l'avete tutte il vostro taccuino? Brave! Guardiamo un po'. - "Tramonto sul mare - In campagna - Linguaggio de' fiori" E questo brano lungo due paginette? "Il cielo pareva un gran velo turchino gettato sulla palpitante esuberanza del creato. . . il lago assomigliava a una gran vasca d'olio fluttuante ecc. ". Me l'aspettavo! No, non questo gazzabuglio di pensieri, di versi, di brani copiati alla rinfusa, non solo da libri buoni, ma anche da frivole riviste o da giornalucoli qualunque, non questo miscuglio che vi fa perdere un mucchio di tempo, quando ci volete pescar dentro quella tal descrizione che fa al caso vostro, o que' versi con cui potete inchiodare qua e là il vostro componimento; no, figliole! Anche quì ci vuole ordine, buon gusto, retto criterio: tutte doti che hanno da fare col galateo. Prendete diversi libretti, e in uno fissate il ricordo d'alcune notizie importanti, o storiche, o geografiche, o artistiche; in un altro distendete una corona di massime morali, di cui volete servirvi per la vita quotidiana; in un altro ancora, sì, raccogliete qualche brano veramente espressivo, qualche verso pieno, qualche robusta espressione, ma perchè, riletti, v'educhino il gusto e l'animo, non perchè, ricopiati, facciano nel vostro componimento l'effetto d'un fronzolo costoso sopra un vestito sciatto, e trasandato. In un quarto libriccino, poi, nel più intimo, nel più femminile, trascrivete qualche consiglio pratico, che v'accompagni nel vostro ufficio di piccole massaie e vi dia ogni tanto la cara sodisfazione d'aiutare la memoria della mammina, o di sapervela cavare da voi in certe piccole questioni d'economia, come la lavatura de' tappeti, la confezione del tal piatto, il modo di conservare le marmellate o di lustrare i metalli o d'imbiancare le flanelle. Queste annotazioni, ben ordinate e raccolte con misura e discernimento, vi saranno assai più utili che tutto il mosaico di brani insulsi e di frasi non vostre, ma che vorreste far passare per tali alla prima occasione, credendo di darla a bere al vostro insegnante. LE VENDETTE DELL'AGO ME lo dice la mia bimba cinquenne: "Mamma, per piacere, cucimi súbito la calzetta; se no, il buchino diventa bucone". E io l'ubbidisco, perchè il danno e il malanno sarebbero per me, se facessi le orecchie da mercante. Anzi, consiglio anche a voi questo mezzo, per risparmiare un mucchio di tempo e per evitarvi mille noie e tante imprecazioni, che sono altrettante stonature nella vostra bocca. Cominciamo dalle calze anche noi. È scappata una maglia? È così facile tirarla su e fermarla! Ma, se la lasciate scivolar giù, dal ginocchio in un momento arriva fino alla punta del piede, e quanto tempo vi bisognerà per raccattarla e trascinarla al suo posto! Se pure, per indolenza, non rabbercerete il buco alla meglio. Rimediate súbito una piccola ragnatura con una sottil rete di punti: trascurata, vi richiederà, in breve, una toppa. Non fate da nesci alla piccola scucitura della spighetta, mentre v'infilzate la sottana; per la strada ci ficcherete il piede dentro e, se non ci sarà pronto uno spillo di sicurezza, vi trascinerete dietro quella prova lampante della vostra trascuratezza. E quel bottone ciondoloni perchè non lo puntellate bene? Domani, quando in fretta e in furia v'infilzerete la giacchetta, non ve lo troverete più e non ve lo potrete sostituire con un altro, perchè non ce l'avete. Allora sì che schizzerete su come viperette! - Eh, sì, bisognerebbe avere sempre lì pronti l'ago e il ditale! - opponete voi. - Ma se ve l'ho predicato che ci vuole un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto! - rispondo io. Vedete? E l'ago che voi trascurate, come se fosse un disutilaccio qualunque, si vendica, obbligandovi a trattenervi con lui più di quanto sarebbe stato necessario, se l'aveste preso a tempo. "Tic, tac! tic, tac! " Non sentite che vi canzona? IL SORRISO "BOCCALARGA" l'ha chiamata qualche lingua più tagliente, "Ridisempre" qualche altra più discreta. Il fatto è che Sandrina ride continuamente di tutto, di nulla; ride come parla, per necessità, per istinto, quasi per meccanismo. - Come stai? - Oh, oh, oh! benissimo. - E tua mamma? - Ih, ih, ih! non c'è male. - E la scuola? - Eh, eh, eh! sempre lo stesso. Un po' va bene; ma, infine, vien proprio una voglia matta di dirle qualche cosa che, finalmente, la faccia piangere. Ci domandiamo come potrà Sandrina affezionarsi profondamente a qualcuno, prendere un sentimento sul serio, sacrificarsi per una persona cara; e ci stacchiamo da lei come per uno spintone, seccati, urtati, imbecilliti anche noi, nè, per un bel pezzo, riusciamo a spiccicarci dalle orecchie il raschío di quelle risate tremule e trite, con cui pareva che ci pigliasse in giro. Non posso dimenticarmi la nausea ch'io provai una volta, trovandomi in montagna in compagnia d'una signora sempre allegra di quell'allegria ridanciana e rumorosa che dicevo ora. Io, tutta presa dalla maestosa pace del luogo e con la gola strettita dalla commozione, mi sentivo rimescolar tutta a ogni stridulo trillo del suo riso, come a una stonatura penosa. E, per colmo, a un certo punto, la mia compagna mi domanda: - Ma come mai non dici nulla? Non ti piace la montagna? Quel riso ostinato sulla bocca d'una donna ci cozza come un colore troppo vivace sopra una personcina aggraziata. Non voglio affermare, con questo, che occorra divenir compassate e rinunziare a quella sana e piacevole cosa ch'è il riso; ma intendo dire che, per dimostrare la propria allegria, la donna, e specialmente la giovinetta, può ridere con la stessa compostezza e onestà con cui deve gestire, e muoversi, e con lo stesso tono moderato con cui deve parlare e, sopratutto, non con frequenza così esagerata che la tua bocca ti sembri quella d'un burattino caricato. Il sorriso, invece, è una sfumatura soave, che dice tutto, come uno sguardo, più della parola; ci sono cose che non possiamo dire parlando, ma esprimiamo con un leggero moto delle labbra che, d'un tratto, illumina il viso. Ci sono sorrisi che portano tutta l'anima a fior di labbro, e dicono devozione, riconoscenza, tenerezza infinita; altri, arguti e taglienti, tremano d'ironia; altri strappano a forza dal cuore straziato l'unica goccia di dolcezza per inumidirne la bocca e confortare con un eroico inganno una persona cara che ci scruta ansiosamente il viso. Ma, ridendo sempre, voi non dite che una cosa: che la vostr'anima non sa le tenui tinte, la squisitezza degli affetti che tremano incerti, che palpitano prima di nascere, che profumano ancora in boccio. Sentite ciò che scrive il De Amicis del riso femminile, nel suo libro "Gli amici", poco noto, ma in cui sono molte cose belle e vere: "La donna ci perde la sua delicatezza. Ella non ha che il sorriso; il riso abituale, il largo riso comico le sforma il cuore e l'aspetto. A capo a un certo tempo, si pregherebbe l'amica di non rider più. . . Quell'amica, assuefatta allo scherzo, non trova più parole per l'affetto, quando n'abbia bisogno, e non osa più dirle, per timore del suo proprio riso; non ha più nulla di femmineo". Donna avvisata, mezza salvata! BACI E SALUTI IO aveva un'amica, che non potevo incontrare una volta senz'esserne baciata. In principio, trovai l'abitudine strana, poi inverosimile, poi uggiosa quanto mai. La vedevo a mezzogiorno: giù un bacio. Mi capitava d'incontrarla nuovamente alle due: e daccapo! In casa, per la via, in piazza, magari in un negozio, lo schiocco sonoro era inevitabile. Finii con lo spiattellarle la mia avversione a quella sua inutile espansività. - Ti secca? Dovevi avvertirmi prima. Sai, dalle nostre parti s'usa così. Era una meridionale. Da quel giorno, se volli un bacio, dovetti chiederglielo; nè ebbi amica più cara di lei. Credete a me figliole: non c'è nulla di più insipido che il bacio abituale, di convenienza, quasi obbligatorio. Si bacia quando s'incontra una persona cara da lungo tempo non veduta; o impulsivamente, per esprimere simpatia, riconoscenza, ammirazione, pietà che non trovan parole; o attratti dalla grazia di persona che ci appartiene; ma solo si baciano le persone per cui si ha dell'affetto. Il porgere le labbra ogni momento, a ogni occasione, il pretendere a forza ciò che altri spontaneamente non darebbe, è fastidioso, nauseante. E poi, guai se prendiamo quest'abitudine! Finiremo coll'imporcela come un obbligo, col baciare quando non se n'ha voglia e chi vorremmo forse graffiare; se pure non ci capiterà di veder tirare indietro la faccia da qualcuno che assolutamente è contrario al bacio. Evitate anche di baciucchiare i bimbi degli altri; potreste guadagnarvi qualche giusta osservazione, perchè il contatto frequente della bocca altrui è contrario all'igiene, con cui in questo caso s'incontra l'educazione. Se proprio le vostre labbra si sentono attratte da quel profumo d'innocenza, posatele sui morbidi capelli, sulla fronte pura, sui cuscinetti della piccola mano, ma non accostatele a quelle gotine rotonde e tanto meno a quei rosei labbruzzi. Delle malattie che si possono comunicare a' bimbi per mezzo dei baci han già parlato giornali e riviste, voci più autorevoli della mia; quanto all'educazione... Non c'entra? Eccome! Soffocandoli di moine, abituate i bimbi a non farne più caso e a pigliarle come un omaggio dovuto, non come un segno della vostra tenerezza o un premio che volete dar loro. In generale l'eccessive dimostrazioni d'affetto e d'amicizia sanno di volgaruccio. Vi sono tanti generi di saluto, anche fra amiche o parenti, che c'è modo di distinguere. Un grazioso chinar della testa, una cordiale stretta di mano, un sorriso luminoso si possono dispensare con grande affabilità, senza lasciarci andare a smancerie. A un giovine o a un signore - a meno che questo sia vecchio e, quindi, in un grado di superiorità rispetto a una giovinetta - tocca a voi porgere la mano per le prime. Ma se un buon uomo distratto, o ignaro di certe esigenze che gli puzzan forse di grottesco, vi tende la sua, stringendola senza dimostrar meraviglia o disappunto. E, a proposito, un'avvertenza: la stretta di mano non dev'essere una tenagliata, ma neppure un molle contatto di dita; dev'essere l'espansione d'una persona franca, fiduciosa, che non dimostri nè volgarità, nè superbia, nè diffidenza. Il saluto può dir tante cose a chi sa leggere! come il sorriso. Ricordate? "Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand'ella altrui saluta, ch'ogni lingua divien, tremando, muta, e gli occhi non l'ardiscon di guardare. " PROFUMI E CIPRIA È un mezzo anche questo di farvi osservare, vero? Naturalmente! Ma badate, vi osservan soltanto per parlar male di voi, molto male. La gioventù ha il suo profumo naturale: di freschezza, di salute, di gioia. Che desiderate di più? Volete spandere un leggero aroma di pulizia, di lavato? Servitevi d'una saponetta profumata di mammola o di giaggiolo. Volete trovare un rifugio pel vostro nasetto assalito da un'ondata violenta di puzzo? Càpita a volte, per certe strade! E allora lasciate cadere sul fazzoletto due gocce d'acqua di felsina o di colonia, ch'è perfino leggermente disinfettante. Ma via i profumi acuti, che urtano i nasi delicati e dànno nausea agli stomaci deboli d'alcune signore. Sapete che cosa vien fatto di pensare d'una giovinetta che s'inonda di profumi acuti? Che abbia il naso foderato d'ovatta, che sia una volgaruccia qualunque, e perfino che voglia nascondere un alito cattivo. Un mio parente - un simpatico originale - cercò moglie per molt'anni, ma non riusciva mai a trovare la sua. Già, aveva delle velleità aristocratiche; ma voleva che, pur essendo distintissima, la sua dolce metà non avesse alcuno degli artifizi con cui certe donne credono d'attrarre maggiormente. E finì con lo sposarsi un po' tardetto, ma proprio di suo gusto. S'invaghì a prima vista d'una signorina nobile, che gli venne incontro timida nel suo abitino scuro, odorante di... naftalina. Lo stesso avvertimento per la cipria. Non capisco il perchè di quella nuvola bianca sulla vostra carnagione rosea e fresca. Non soltanto fate danno all'estetica, ma anche alla salute; tanto più che la cipria usualmente adoperata dalle ragazze non è delle più fini. Ve n'accorgerete a quarant'anni, se seguitate a otturarvi, con uno strato di polvere, i pori pe' quali la nostra pelle respira! Tutt'al più se, rasciugandovi in fretta la mattina, sentite il bisogno di togliervi l'ultimo avanzo d'umiduccio, limitatevi alla polvere d'amido, inodora e innocua anche, a patto che ve la togliate súbito, strofinandovi con uno spazzolino di pelo o, più semplicemente, con un fazzoletto. Piacete più a tutti come siete, figliole mie; non come vi fate! CON I VICINI È proprio per voi, signorine mie, questo capitolo: per voi che, appena preso possesso d'una casa nuova, spiate per le fessure dell'uscio o per le stecche delle persiane, o scivolate frequentemente sul pianerottolo e sul terrazzo, dando qualche occhiata di sbieco per levarvi súbito una curiosità: quali saranno i nostri vicini? E a quante piccole astuzie ricorrete, per assicurarvi se c'è accanto a voi qualcuno con cui possiate scambiar discorso, fermarvi un tantino sulle scale, lanciar qualche frase attraverso il vano delle finestre vicine, o, meglio ancora, dar la stura alle confidenze fra le sbarre del piccolo cancello, che divide i due terrazzi contigui come una grata discreta! Volete un consiglio dettato a me dall'esperienza, ch'è veramente una saggia maestra? Se bramate un'intimità, fate ch'essa esista con persona lontana, non mai con chi sta a uscio a uscio con voi e, a qualunque ora del giorno, può ficcare il naso in casa vostra e informarsi sul programma della vostra giornata, o chiedervi conto delle vostre azioni, anche quando vi sentireste il bisogno di piena libertà. Tutti abbiamo de' momenti in cui desideriamo un raccoglimento completo, a tu per tu con la nostr'anima, co' nostri pensieri, e in tali momenti possiamo dircela appena con quelli della nostra famiglia: sarebbe addirittura seccante che l'intimità co' vicini ci obbligasse a divenire schiavi e a non ritrovare mai noi soli con noi stessi. Buoni amici sì, ma intimi no! Gentili sì, ma non mai schiavi! Tanto più che, generalmente, nelle case ci sono bambini, e, se gli uni cominciano a invadere giornalmente la casa degli altri, sono guai! Quante rotture d'amicizia, per causa di que' piccoli tiranni! Quante brutte figure! E guardate d'avere, quanto meno è possibile, bisogno dei vicini. Non bussate ogni momento all'uscio de' casigliani per uno spicchio d'aglio, per un pizzico di pepe, per una ciocchetta di ramerino; piuttosto fare una corsetta fino alla bottega vicina, voi che avete gambe buone. Pensate che anche alla vostra mamma darebbe noia d'esser sempre obbligata a rimediare alle dimenticanze degli altri. Di riguardi siate pure prodigi co' vostri coinquilini. Camminate più leggermente che potete e frenate la vivacità de' vostri fratellini per rispetto a chi abita sotto di voi; non trascinate inutilmente mobili, ma, se proprio vi bisogna, fatevi aiutare a sollevarli; non ballate e cantate, nè piantate chiodi troppo tardi la sera o troppo presto la mattina; prima di sbattere i tappeti fuori della finestra, guardate che non ci sia sotto nessuno o nulla che patisca; fate insomma ai vicini quello che desiderate per voi. Ma arrestatevi a tempo sulla via delle cortesie reciproche, perch'esse non impongano a voi e alla vostra famiglia obblighi esagerati. I nostri vincoli sociali non devono diventare catene! SUL TRANVAI NELLA carrozza di tutti la giovinetta beneducata s'atteggia in modo da far buona impressione a' giovani e ai vecchi, a' ricchi e ai poveri, a' severi e agl'indulgenti. Così, ragazze mie, se siete accompagnate dalla mamma o da persona a voi superiore, aiutatela a salire a scendere, assicuratele un posto, se è possibile, e sedetele accanto. Non è superfluo, entrando, chinar la testa alle signore e, passando loro davanti, chieder permesso; ed è necessario scusarsi, se si urta contro qualcuno. A me non piace troppo vedere una giovinetta ammodo in piedi sul ripiano; ma la approvo pienamente se ci sta per aver ceduto il suo comodo posto a una signora, a una persona d'età, a una donna carica, a un'altra giovinetta che le sembri sofferente. Se vedete una persona affannarsi dietro il tranvai e fare inutilmente cenno al conduttore, avvertite pure il fattorino o sonate addirittura il campanello per la fermata; così potete aiutare voi stesse ad aprire lo sportello a chi voglia entrare e non ci riesca, o perchè imbarazzato da carichi o perchè debole e vecchio. La dignità non si sminuisce che nelle azioni vili e scortesi. Nè ci perderete nulla, rispondendo a persona, anche umile, che vi rivolga una domanda o attacchi discorso con voi; se questa persona è un giovinotto e voi siete sole, sarà meglio far súbito capire che preferite star zitte. Accettate ringraziando, ma senz'esagerazione di complimenti, la cortesia d'un signore che vi ceda il posto interno, vedendovi diritte sulla piattaforma; poichè tale offerta al giorno d'oggi non avviene troppo spesso, è bene accoglierla a volo quando avviene. Se siete sole e non dovete badare che a voi, approfittate, per scendere, d'una fermata vicina alla vostra mèta; non è delicato l'obbligare le persone che sono nel tranvai e il conduttore stesso a un altro, sia pur breve, perditempo, per risparmiare a voi, giovani e sane, quattro passi di più. Ma, per eccessivo rispetto umano o per darvi qualche aria di troppo, non scendete mentre la vettura è in moto. Potreste pagar cara la vostra leggerezza! Piuttosto, se vi trovate in una giardiniera, lontane dal campanello, fate un cenno gentile al fattorino e, se v'è possibile, ringraziatelo. Alla noia e alla fatica del lavoro è spesso dolce compenso un sorriso, una premura, una prova che si conosce la scarsezza della ricompensa materiale, e, nel caso vostro, che voi non v'approfittate del vostro diritto per trattare da servitori coloro che la legge o un contratto obbliga a obbedire a' vostri cenni. IN VIAGGIO SONO sicura che, all'idea d'un viaggio da fare, voi non arricciate il naso, nè torcete la bocca; anzi vi sentite indosso una smania di saltare, di correre, di ridere, di chiacchierare, che fa perder la testa alla vostra mamma, già forse stonata dai noiosi preparativi. Eh, alla vostra età ogni mutamento, sia pur lieve, è motivo di gioia. I bauli, le valige, i fagotti, le cappelliere, i pacchetti, e così via, non vi dànno ancora sgomento: beate voi! Eccovi sul treno; un'ora prima ci avete trascinato i vostri genitori, a forza di "Ma è tardi, l'orologio dev'essere indietro! il treno parte anche senza di noi! è meglio aspettare che vedercelo passar sul naso!" Ci siete, dunque: che sospirone! Il carrozzone è vuoto, e voi potete prender d'assalto il posto che vi garba; naturatmente, accanto al finestrino. Alla mamma, al babbo non si domanda neppure, vero? Loro sono già abituati alle rinunzie con voi, piccole prepotenti, e lo fanno volentieri; ma, trovandovi con altri meno indulgenti e a voi superiori, dovrete esser voi a cedere, senza dar a vedere il minimo sforzo. Se poi vi càpita di salire in una stazione intermedia, quando molti posti sono occupati, rassegnatevi a prender quello che c'è, senza disturbar troppo gli altri, senz'urtar co' fagotti o dimostrare uggia per non aver trovato da star meglio, forse inducendo qualcuno a sacrificarsi per voi. Con la vostra giovinezza e la vostra salute certi disagi, come l'andare all'indietro, il mancare d'appoggio, l'essere un po' striminzite, non si devono sentire; mentre una signora un po' debole o d'età, un vecchio, un sofferente possono patirne. Ebbene, siate generose, e non solo lasciate a loro il posto migliore, ma offrite il vostro se vi par tale. Giorni fa, io, arrivata un po' in ritardo in una stazione, infilai, tutta trafelata, il primo scompartimento che mi trovai davanti: era di signore sole, e zeppo. Stavo male, e dovevo avere cattiva cera: feci sedere la mia piccina, che viaggiava con me, sopra una valigia, e io m'appoggiai alla parete, con gli occhi socchiusi pel capogiro. Nelle orecchie mi ronzava il chiacchiereccio di tre ragazze sedute accanto, che, certo, erano normaliste: parlavano di patenti, di scuole moderne, di norme pedagogiche, si spifferavano anche qualche corbelleria con voce sicura, guardandosi attorno, per cogliere l'effetto della loro saccenteria. Io dovetti parere una provincialuccia qualunque, con quell'aria di buona donna che arriva all'ultimo momento carica di fagotti; così le lor signorine non si degnarono d'offrirmi un posticino, mentre la mia bimba di prima elementare insegnava il galateo alle tre damigelle che presto sarebbero state maestre. "Mamma, siediti qui, io sto dritta. Mamma, ti senti male? Hai gli occhi rossi". Soltanto più tardi, dopo due o tre stazioni, potei sedermi al posto d'una di loro che discese, e ascoltare la maldicenza dell'altre alle sue spalle. "E dire che alla loro educazione sarà affidata quella di tante animucce!" mormorò una vecchia signora. Vi serva d'avviso, figliole mie! Tenete anche a freno la lingua, durante il viaggio, quando v'ascoltano persone estranee: dalla vostra vana loquacità potrebbero derivarvi seccature e, forse, dispiaceri. È già troppo se non tradiscono i vostri segreti le amiche del cuore! Se il viaggio è lungo, è naturale che, a un certo punto, proviate un tantino di languore allo stomaco e, con esso, il desiderio di qualcosa che lo calmi. Ma non c'è bisogno di dare spettacolo, imbandendo una vera mensa sulle ginocchia e urtando le altrui narici con odori acuti e, magari, l'altrui suscettibilità con libertà eccessive. Vi sembra proprio necessario accostare alle labbra la bottiglia e tracannar giù come un beone? oppure addentare la fetta di pane a mascelle spalancate? o fregarvi la bocca con un pezzo di carta? Dopo aver chiesto permesso ai compagni di viaggio, potete sodisfare il vostro appetito, osservando le regole d'educazione; non è così difficile portarsi dietro un bicchiere, un coltelluccio, un tovagliolino! Alle persone con cui avrete attaccato discorso potrete offrire dolci o frutta, ma non altro cibo, se proprio non v'è intimità. Date una mano a chi scende o sale; aiutate a prendere o a deporre i fagotti; trastullate il bimbo che v'è accanto; cercate di far posto a una vecchia signora che vorrebbe distendersi un po'; abbassate la voce se qualcuno s'appisola o dimostra stanchezza. Fuori dal finestrino guardate pure, se v'è possibile senza scomodare alcuno; se però vedete che l'aria fa male a un vecchio, a una signora, a un bimbo, chiudete senza indugio. Può darsi che qualche timido non osi pregarvene; ma vi sarà tanto più grato se indovinerete il suo desiderio. Del resto, se potete procurarvi i vostri comodi col danno di nessuno, non ve ne dissuado. Anzi voglio farvi una confessione in un orecchio: io mi son trovata spesso malissimo, e in viaggio mi son buscato il mal di denti per la corrente, il granchio alle gambe per lo striminzimento, il torcicollo per l'immobilità, la tosse convulsa per il fumo... proibito, la nausea per l'acutezza di certi odori. E tutto questo perchè? Perchè ho sempre osato poco, ridicolmente poco. Ma fra un'esagerazione e l'altra c'è il posto per il giusto: e appunto il giusto io vi consiglio, per evitare, da una parte, vere sofferenze a voi e, dall'altra, per attirare sulla vostra gentilezza la simpatia della gente. CON LE BESTIE NON potreste tutte raccontarmi un fatto della vostra infanzia, a cui si associ il ricordo d'una bestia? Sarà una passeggiata fra' boschi, dove vi sareste sperse senza l'aiuto d'un cane; sarà un dono fattovi, sotto le feste di Pasqua, d'un agnellino, che voi non vi potevate risolvere a sacrificare; sarà la tranquilla visione d'una stalla, mescolata alle vaghe reminiscenze campestri; sarà... - come nel caso mio - la morte d'un gatto per avvelenamento procurato. Nè questo avvenimento avrebbe lasciato una così viva impressione nel mio animo, se non fosse stato esso stesso, la causa d'un'angoscia acutissima al cuore d'una povera vecchia. Non vorrei che rideste, monelle! Io, ch'ero una monella come voi, non risi, anzi... Dunque fu così. Un ragazzaccio, che di su' tetti comunicava con un terrazzino della vecchietta e che le aveva giocato già dei brutti tiri, un giorno prese di mira il suo gatto: compose delle polpette con un po' di carne, di foglie di leandro, di capocchie di fiammifero, le steccò, di lardo, e le sparse sul cammino che doveva percorrere la povera bestiola. Tanto ci riuscì che, la sera, la padrona del gatto se lo trovò stecchito sul terrazzino dove l'animale s'era trascinato agonizzante. I singhiozzi della vecchia chiamarono alla finestra parecchi casigliani, e me fra gli altri. Vi sembra ridicolo che, col pianto, salissero a quelle labbra tremanti i più teneri nomi? Ma non vi sembrerà più, quando vi dirò che la poveretta era vedova da un pezzo, che aveva perduto il figlio nella guerra d'Africa e, poco dopo, un nipotino, un amore di bimbo, e che, abbandonata anche dalla nuora, era rimasta sola con quel gatto spelacchiato? Questo gatto spelacchiato era stato il gioco preferito del nipotino, e poi le era rimasto fedele più della moglie stessa di suo figlio; se lei gli dava qualcosa o gli parlava, faceva la fusa per ringraziarla, e, quando lei si metteva seduta sul terrazzino tutta triste e immersa nel ricordo di quel bimbo morto, le s'appallottolava ai piedi, e la guardava con occhi quasi consapevoli. Ora non le restava più nulla al mondo, e nessun filo la legava alla vita. Era già così gonfio il suo cuore, che questo nuovo dolore più non vi potesse entrare senza spezzarlo? Non potrei giurare: la poveretta s'ammalò, e, dopo qualche settimana, morì. In séguito, non solo non risi più, ma neppure mi stupii vedendo un vecchio, un deforme, un abbandonato rannicchiarsi nella compagnia d'una bestia come in un asilo sicuro, dimostrare alla semplice creatura, con mille cure che a prima vista parrebbero ridicole, la riconoscenza per la sua fedeltà, per la sua lealtà, per la sua piena fiducia, per queste virtù che solo può apprezzare, sia pure in una bestia, chi ha conosciuto l'ingiustizia, l'inganno, l'abbandono di esseri umani. Non dovete dunque, figliole mie, schernire la vecchia che ripone il suo ultimo conforto in un gatto, lo sciancato che ha l'amico più fedele in un cane: come non schernireste chi, avendo mozzata una gamba, adopera le grucce, o, essendo muto, si serve de' gesti per farsi capire. Riprovate, invece, in cuor vostro, chi tratta le bestie meglio che i cristiani, e a questi rifiuta villanamente ciò che a quelle dà in abbondanza. Ricordate? "Vergine Cuccia delle Grazie alunna...-" Voi non siete, fortunatamente, nel caso del povero deforme o della vecchia abbandonata, voi non mancate di conforti, che largamente vi sono offerti dalla letizia della vostra giovinezza, dall'affetto dei genitori, della famiglia, delle amiche... abbondanti finchè la gioia è con voi; nè, a dirvela schietta, mi garberebbe sorprendervi col cagnolino addormentato in grembo o col gatto sonnecchiante su' vostri quaderni. Ma, senza esagerazioni sentimentali, dovete voler bene a queste creature inferiori, pensando che anch'esse fan parte della grande opera divina, che anch'esse vengono come noi dalla vita e come noi sono soggette al dolore e alla morte. San Francesco, il grande e umile santo della vera carità cristiana, amava le bestie, e le chiamava sorelle; e Gesù Cristo, entrando in Gerusalemme, non sdegnò di cavalcare la più disprezzata e maltrattata delle bestie, l'asinello. Non sopportate che altri, in presenza vostra, sia inutilmente crudele con gli animali; e, se vedete un vostro fratellino che, per semplice gioco, inchioda un maggiolino, strappa l'ali a una farfalla, disturba un nido di rondini, tira la coda a un gatto, squarcia una rana, spiuma una gallina viva, strazia l'agonia d'un rospo, rimproveratelo severamente, perchè il suo atto è barbarico, è inumano. Ma... e le zanzare, le mosche, le piattole, i tarli, i ragni? Ammazzatene quanti più potete, fate pur loro una caccia spietata, da buone massaie, poichè il vostro fine giustifica pienamente i mezzi; e, d'altra parte, è più che lecito sacrificare gli esseri inferiori al vantaggio de' superiori, nello stesso modo ch'è riprovevole far soffrire, sia pure una mosca, inutilmente, e addirittura crudele è gioire di tali sofferenze. SUPERSTIZIONI. QUELLA mattina, la sora Gegia uscì di casa con un'aria sconvolta e una cera pietosa; camminava tentennoni, inciampava contro le persone, e fu lì lì per rimanere sotto un legno. Ma, se non le accadde questa disgrazia, gliene capitarono ben altre. Intanto, andando di qua e di là come una sventata, perdette il portamonete con quindici lire dentro e, naturalmente, non lo ritrovò. Tornata a casa, la portinaia le corse incontro, dandole la notizia che le era scappato il canarino, e, poichè lei, affannata, s'avventava su per le scale, inciampò, cadde, e si slogò un braccio. Sfido io! Alzandosi, aveva gettato gli occhi sul calendario, dove spiccava, in un rosso sfacciato, tanto di 13, venerdì: l'annunzio delle sue disdette! Venne il dottore, e la povera donna si sfogò con lui: - E poi venitemi a dire che certe idee sono fandonie! Siamo 13 e venerdì! - Ma no, signora, è soltanto mercoledì 11, oggi. Saran caduti due fogli di troppo. - Oh, quella Filomena! È lei la colpa di tutto! Perchè va a ficcar le mani nel calendario? E questo, care le mie figliole, càpita soltanto a chi ha piena la testa di sciocche superstizioni. - Per carità, tredici a tavola! - Oggi l'esame m'andrà bene: ho incontrato un carro di fieno! - Sputa: c'è una gobba! - Che disgrazia! un fiasco d'olio versato! uno specchio rotto! Di questo vi dò ragione: l'olio costa molto e anche lo specchio, ed è una sventura doverli ricomperare. Ma certe frasi non devono uscire dalla vostra bocca: sono sciocchezze da comari, che stonano co' nostri tempi, come ci stonerebbe il dire che la natura aborre il vuoto e che l'eclissi porta la guerra. Il vuoto dev'essere aborrito da' vostri cervelli, la guerra è portata da... dall'incontentabilità e dalla prepotenza umana. IL CORAGGIO DELLA RELIGIONE UN mio conoscente, professore alle Normali femminili, mi confidava il suo disgusto per gli atteggiamenti delle allieve durante la sua spiegazione d'alcuni punti della Divina Commedia, dove s'accenna a' semplici e poetici fatti della storia sacra. Qua e là un sorrisetto, un alzar di ciglia, un torcer di bocca, una strizzatina d'occhi, un tentennar della persona accoglieva le sue parole, che volevano esser calde e persuasive. Allora il buon professore si scaldava per davvero, e diceva il fatto loro a quelle saputelle, che non si degnavano di credere a certe cose, e malvolentieri si prestavano ad ascoltarle. "Cara la mia signora, - concludeva con me - diventa un affar serio insegnare letteratura alle nostre ragazze. Se si discorre di mitologia, arricciano il naso: per loro non è che una serie di fole d'un classicismo vieto e antipatico. Risalire alle grandi fonti greche e latine è peggio che andar di notte: d'Omero, di Virgilio, d'Orazio a mala pena conoscono i nomi. La cristianità, ch'è il succo vitale di tutta la nostra grande letteratura, è purtroppo malcompresa dalla maggior parte di queste saccentelle, le quali temerebbero di far brutta figura o di dar prova di scarsa intelligenza, accogliendo in buona fede certi fatti che le due o tre caporione della classe, in fama di liberali o di socialiste, battezzano per fanfaluche. Così arriviamo alla fine dell'anno senza vedere il profitto che ci dovremmo aspettare da giovinette le quali presto saranno maestre: una miseria, creda, una miseria!". V'assicuro, figliole, ch'io cercavo sempre di mettere una buona parola a vostra difesa, quando l'ottimo professore parlava di voi con vero sconforto; ma, in fondo in fondo, sentivo io stessa il cuore amareggiato dalla convinzione che quell'esperto insegnante non aveva tutti i torti, anzi... Lo so, anche qui è il caso di tirare in ballo la solita differenza fra il parere e l'essere, di parlare di quelle cert'arie a cui ho più volte accennato. È una delle vostre pose! Ma, certo, è la più antipatica. Sono persuasa che, nell'intimo ripostiglio della vostr'anima, è profondo il bisogno di credere, e pùllula la preghiera come la voce istintiva del vostro essere; non ho il minimo dubbio che, al cozzo d'un dolore, in uno slancio impulsivo vi sollevate a Dio, come alla speranza e al conforto, e che, nell'ebbrezza della vostra gioia, voi sentiate di dover ringraziare Chi ve la procura, Chi ve ne colma, perchè voi ne sappiate fare buon uso. So di fanciulle, intente, fra la gente, a mostrarsi evolute, che pregano con fede sicura al letto della loro mamma inferma, che si gettano piangenti davanti al Crocifisso nella piena riconoscenza quando il pericolo è sventato; che invocano ardentemente il nome di Dio nelle ore di sconforto, quando dimenticano d'essere quelle che vogliono spesso parere, e si sentono quelle che realmente sono, creature di Dio, che in Dio hanno l'unica ragione d'essere, di godere e di soffrire. Ma, purtroppo, ho anche spesso colto, qua e là, qualche frase leggera, che m'ha percossa dolorosamente, e m'ha fatto pensare al danno ch'essa produrrebbe, se ripetuta da un'educatrice. E voi, figliole, diverrete tutte educatrici. Soltanto pochi giorni or sono, incontrandomi con una normalista, mi capitò di fare questa triste riflessione sul contagio diffuso da certe parole che si buttano là inconsideratamente. M'accompagnava il mio bimbo d'ott'anni, che vuole dir sempre la sua; chiacchierando, saltò su a parlare della sua prima Comunione, fatta in quella settimana. - Di già? - Sicuro, era già l'ora - risposi io recisa, per timore d'un'osservazione inopportuna davanti al mio piccino, che stava tutt'occhi e orecchie. E lei, che capì, ebbe il pudore di susurrarmi piano il resto. - Sa? io non l'ho ancora fatta. Sono d'altre idee, io! - e strizzò l'occhio, come se avesse espresso un lampo del suo ingegno. Io le risposi qualcosa, freddamente. La signorina era d'altre idee più fresche, più moderne, che puzzavan meno di muffa, secondo lei; io, dell'altra generazione, non m'ero ancora potuta liberare dal pesante gabbano delle mie persuasioni. Esili ramoscelli, foglie leggere, tenui pulviscoli, che fareste, dove sparireste sotto un vento di bufera, se un aiuto sovrumano non vi fermasse? Per fortuna, il vostro parlare è soltanto apparenza, e la realtà della vostra vita intima è, in generale, ben diversa; ma badate che le stesse parole pronunziate da voi a casaccio, le arie che vi date, l'atteggiamento beffardo che prendete davanti alla gente finiranno col produrre in voi un'abitudine, che varrà a scalzare il solido edifizio creato dal vostro cuore e dalla ragione sotto la guida materna, a rendere la vostra fede men salda e meno confortatrice, e a privarvi d'una guida valida e ferma per la vostra vita futura. SCAMPOLI DI VIRTÙ SPESSO noi con la parola virtù accompagnamo l'idea d'un atto difficile, raro, faticoso; perchè la virtù che maggiormente attira la nostra attenzione è quella in cui abbondano il vistoso e il teatrale. Il soldato che muore sul campo di battaglia con la bandiera stretta al cuore; il pompiere che si getta tra le fiamme per salvare una vecchia o un bambino; il cittadino che affronta la corrente per trarre uno che sta per affogare; la donna che, durante un'epidemia o in tempo di guerra s'arruola nelle file degl'infermieri: ecco le azioni che colpiscono e passano sotto il mome d'eroismi. Se mi fosse permesso un paragone forse poco reverente, io direi che questi fatti stanno ad altri fatti più piccoli ma ugualmente eroici, come le pezze di stoffa, esposte in vetrina alla contemplazione de' passanti, stanno agli scampoli, riposti in un cantuccio del negozio, ma spesso più utili perchè costan meno e fan per tutte le borse. E io sto per gli scampoli. Un atto splendido d'ardire e di forza ha un immediato compenso nell'applauso della folla, nella strombazzatura de' giornali, nella più o meno effimera gloria, nell'entusiasmo stesso che accompagna lo scatto spontaneo di chi opera; ma quante altre azioni che si compiono nel silenzio e nell'oscurità, talvolta nella tristezza, richiedono un sacrifizio di sè più difficile perchè più lento, più duro perchè più tenace, più triste perchè più valutato. In un raccontino, che molte antologie accolgono perchè assai morale, s'addita come prova di grande abnegazione l'aver salvato un nemico addormentato sull'orlo d'un precipizio: azione grande e meritoria, ma inferiore a cert'altre che, pur essendo sotto gli occhi di tutti noi, spesso ci sfuggono perchè al bene che c'è attorno troppo facilmente ci adattiamo come a un morbido cuscino su cui ci appoggiamo e del cui beneficio non ci accorgiamo che quand'esso viene a mancare. Chi di noi non ha una sorella, una madre, una zia che compia serenamente, semplicemente, un'azione sublime in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni parola, perfino in ogni silenzio? Sicuro! Mordersi le labbra per non lasciarne sfuggire una maligna frase che le solletica; dare un conforto agli altri quando noi ne avremmo un bisogno più prepotente; rivolger uno sguardo benevolo a chi ci ha offeso; toccare qualcosa che ci repugna; nascondere la ribellione, la stizza, tavolta lo schifo; dir di no a un nostro vivo desiderio per fare ad altri un dono utile o caro; sopportare cortesemente la compagnia d'una persona antipatica o il borbottio d'una vecchia bisbetica; rinunziare a una passeggiata, a un divertimento per trattenersi al letto d'un malato; vincere la repugnanza per accostarsi a una piaga; superare un nostro capriccio; riescire ad amare chi poco fa si odiava: ecco la serie delle piccole virtù, che non ha fine, perchè non si può finire mai d'esser buoni, se si vuole che la bontà abbia merito presso la nostra coscienza e presso Dio. Le grandi virtù sono come gli abiti che s'indossano i giorni di festa, per un battesimo o un matrimonio, ma che poi si ripongono nell'armadio, e neppur si fa conto d'averli; le piccole virtù sono simili a que' vestitucci modesti e lindi che van bene al mattino come alla sera, per la spesa e per la scuola, e anche per una visituccia a una persona di confidenza: a que' vestitucci di cui si dice con sodisfazione, guardandoli teneramente: "Che buon uso m'ha fatto!" E non ci si risolve mai a metterli in disparte. E ora pensate, figliole, che il galateo - quale ho preteso di consigliarvi finora - non è che l'insieme di tutte queste piccole virtu perchè tale galateo non è che la pratica del rispetto dovuto a noi e agli altri, perchè la trascuranza di esso nasce per lo più dall'egoismo che ci fa operare come se gli altri non esistessero, perchè chi segue letteralmente il galateo senza intenderne l'intimo significato, senza nutrire i sentimenti di gentilezza vera, di compatimento, di benevolenza, di carità in esso racchiusi, ostenta ma non esercita la cortesia e perciò, invece che civile, riesce un impostore. FINE. NON mi risolvo a lasciarvi: e faccio come una mamma che vede allontanarsi la sua figliola, e la richiami per ripeterle ancora i suoi consigli, per battere di nuovo su quello che le sta più a cuore. Fine? Macchè! Ho tante cose ancora da dirvi, che mi pare d'aver appena incominciato. E sento d'avervi tutte vicine, avvinte a me, sospese ad ascoltarmi, sento che anche voi non sapete come fare a lasciarmi. Ancora? Non la finirei più, se non mi sforzassi a tacere. I moti della vostra, della nostra anima sono infiniti, ed è impossibile volerli tutti fermare; le pieghe sono troppe per svolgerle tutte, ed è meglio che qualcheduna resti intatta per voi, nella lieve ombra del suo mistero. Le vostre mani, già esperte, la schiuderanno tremando un po'; e poi si congiungeranno in un evviva di vittoria. L'anima... Ho accennato all'anima, e devo trattare di galateo! Ridete...? L'avete tutte capito ormai - eh, l'ho ribattuto tanto! - che la vostra cortesia non dev'essere una vernice, costosa quanto si voglia, buttata là sopra un mobile rozzo e tarlato per darla a bere ai faciloni. La vostra vita apparente non dev'essere che un riflesso della vita intima, reale. Il bello - quel bello espressivo e caldo ch'io considero come un insieme d'armoniche movenze - deve accompagnarsi col buono. La cortesia fredda non comunica agli altri quel senso di benessere, di dolcezza di riconoscenza - direi - ch'è offerto invece dalla gentilezza piena, nella quale tutti i muscoli non fanno che obbedire spontaneamente, facilmente all'intima volontà di procurare piacere. Sicuro, di "procurare un onesto piacere!". Questo, figliuole, sia lo scopo delle vostre "belle maniere". Come ci stonerebbe quel "belle", se altri ne dovessero soffrire! E ora vi lascio proprio sul serio... - Così su due piedi? Ebbene, vi racconterò ancora qualche favola, perchè voi giochiate a chi ci tira fuori più presto la morale. Chi sarà la prima? Giuliana? Enrichetta? Iole? Rina? Cesira? - Oh, guarda, facevo un peccato di curiosità: si predica bene e si razzola male! O state dunque a sentire... LA ZUCCA E LA MENTA Una zucca, ingigantita, chi sa come, in pochi dì, sopra un melo era salita, ma dall'alto insuperbì. E un suo ramo penzolante a una menta a lui vicina domandò: "Fra l'altre piante che fai, povera nanina? Il profumo che tu dài niuno sa che vien da te, perchè crescere non sai, ma t'arresti all'altrui piè". Alla zucca stolta e vana ribattè la menta ardita: "Amo più di restar nana, come son, tutta la vita, ma non dir grazie a nessuno, che di crescere su su col sostegno di qualcuno, proprio, sì, come fai tu! " LA CAMELIA E LA MALVA Una splendida camelia facea onore ad un giardino; nacque un dì come per celia, una malva a lei vicino. Quasi quasi il giardiniere, lì per lì, volea spacciarla; rimandò poi quel mestiere, poi risolse di lasciarla. Le più tenere premure la camelia avea per sè; l'altra, sì, venia su pure, ma così, senza un perchè. Rischiarata, rincalzata, annaffiata a mane e a sera, or svettata, ora potata, la camelia crescea fiera. Ma un bel giorno - era d'aprile - nelle fibre un gel sentì, e quel brivido sottile le sue foglie rattrappì. Il padrone, un po' sgomento, le sue cure raddoppiò: dètte colpa al sole, al vento, con la nebbia s'appigliò. Eh, si sa! gli sapea amaro dir: "Son io che l'ho finita": era quanto avea più caro, quella pianta tramortita! Quando più non isperava di vederla viva e salva e intontito se ne stava, gettò gli occhi sulla malva. Poverina! senz'aiuto, con quel po' di gelosia, il dovere avea compiuto di sè sola in compagnia. Sol ne' fiori avea sfogato una timida speranza. Tutto, allor, mortificato della sua dimenticanza, fece in core il giardiniere un'amara riflessione: "Gua'! mi tocca di vedere quel che avvien fra le persone! " IL CUCCIOLO DI CAMPAGNA Un cuccioletto, nato in una stalla di campagna, fra un bue e una cavalla, quando, alfin divezzato, fu in libertà lasciato, cominciò, proprio come gli altri cani, a mangiare gli avanzi de' cristiani; e qua e là gracimolò un boccone or di polenta, or di pan nero, e spesso succhiava un osso ch'era servito a qualchedun da lesso, e ci sfogava i denti a più non posso. Ma poi, stanco di quel girondolare, la mamma s'andava a lamentare. "Sono arcistufo, sai, di questa vita! La voglio far finita! per questi posti qui non ci son fatto: qui la gente non ha garbo nè tatto, e m'usan villania; o vo' andarmene via, vo' provar la citta, dove, m'han detto, così ben si sta! " La mamma, un poco mesta, pur s'illudeva in cuore che quelli di suo figlio fosser colpi di testa, e, fra il compiacimento ed il rancore, ripensava che il padre era un signore. Ma, un dì che il cagnolino era in istalla, discorrere sentì col vecchio bue la giovine cavalla. "Domani - gli dicea - sono sicura d'andare col fattore alla città; me n'avvedo, perchè mi lustra il pelo e avena più che al solito mi dà". Al canino s'aperse un po' di cielo. La mattina fu sveglio anzi l'aurora, che dico? non avea dormito un'ora: e, quando vide lesto il calessino, dietro un grosso fagotto s'appiattò. Trovandolo, il fattore sulle prime sbuffò; poi pensò: "Che grullone a pigliarmela! Forse il mio padrone, se glielo porto, ne sarà contento, e le mie padroncine gli faranno una festa senza fine". Così fu. Che moine! che gridi, che saltare! Lo chiamarono súbito Lolò", gli fecero un bel bagno, si pensò a dargli un bocconcino prelibato, lo si mise a dormir sopra un cuscino, e queto si lasciò fino al mattino. Poi, sveglio, che spuntino! Il bagno sì e no gli piaceva, ma poi ci s'adattò. Gli rasero anche il pelo, ciondoloni gli ridusser gli orecchi, sulla fronte gli fu stampata una macchietta nera, sì che a' babbei potea sembrar di razza. Al cucciolo sembrò la cosa pazza, tanto più che la sera non si conobbe più dentro lo specchio, e a pigliar sonno ci pensò parecchio. La mamma, poverina, se l'avesse veduto, avrebbe pianto. Mah! voleva così la vita cittadina! Sul pensier filosofico dormì. Ma, per finirla, a forza di calíe, di cure e leccornie, la nausea gli salì fino alla gola, bramò ancora la vita campagnola, ci ritornò malato e allampanato, e con polenta e qualche scorza dura, un po' di spazzatura, raccattata in un vicolo, si ripulì il ventricolo. L'ASINO FILOSOFO Col capo ciondoloni e l'ossa rotte, un asino rientrò dentro la stalla. "Alle solite! pésto dalle bòtte! - gli biascicò tra il fieno la cavalla. - Un giorno o l'altro, ti farai spelare. Al posto tuo darei pan per focaccia: - Mi batti? - gli direi - Grazie, compare; in compenso ti frego un po' la faccia. E giù calci sul naso, in mezzo agli occhi. . . Lui diverrebbe, sull'istante, saggio, e cadrebbe - scommetti? - a' tuoi ginocchi, tramortito perfin dal tuo coraggio". - Bel consiglio, ma vano, amica mia! La pazienza è virtu di noi somari: se trattando con l'uom, la butto via, sarebbe come dirgli: "Ecco, siam pari! IL MULO FRA I CAVALLI Un mulo, trascinato in compagnia di splendidi baiardi, entrò impettito nella scuderia, sfidò ironici sguardi e mal celato sdegno, e prese, lì per lì, fieri contegno. Fiutò l'avena, e fece un po' boccuccia, proprio a mo' d'un signore, e sputò a fior di labbra una pagliuccia; mutò spesso d'umore, come gli altri s'uggì, perdette il sonno, e appena s'assopì. Ma, quando i suoi compagni udì fra loro gloriar l'antico fasto, ringalluzzito anch'ei volle far coro, e, immemore del basto, meravigliar con un suo pregio raro; ma, parlando, ragliò come un somaro. RISPETTO UMANO A mo' de' cani infin gli uomini fanno: se un bimbo s'impaura e corre e imbizza, i cani dietro in gran branco gli vanno, e più lui grida e più la muta aizza. Ma se li guardi arditamente in faccia e ti mostri non sol senza timore, ma ti fai gioco della lor minaccia, mutar li vedi lì per lì d'umore. Fanno da nesci, fiutan terra, e poi mogi mogi si sbandano qua e là, e ti lasciano andar pe' fatti tuoi, come fan nella buona società. Così, se tu dài retta a chi ti burla, tu farai come con le vele il vento, darai più fiato a chi già dietro t'urla; ma il tuo sprezzo li cheta in un momento. LA SUPER - GALLINA Dell'aia una gallina era ormai la regina, e vi facea valere da tutti il suo parere. Le polle un po' più scaltre s'impennavan; ma l'altre, più timide e pacione, davan tosto ragione. E quei dell'altro sesso di lei ciarlavan spesso con odio e con dispetto, ma. . . le usavan rispetto. Un giorno capitò - di dove non lo so - senz'avere il suo invito, un gallo un poco ardito. E, a lei passando accanto, non la degnò di tanto: numi degli avi miei, figuriamoci lei! Ne disse crude e cotte, chiamò i sudditi a frotte, e, in forte compagnia, trattò con villania. "Guarda che cavaliere! Bisognava vedere a' miei tempi i galletti che frasi e modi eletti! Che inchini alle pollanche, alle galline, ed anche a quelle un po'. . . sì, via, vo' dir dell'età mia "! Il gallo lasciò dire, e stette anzi a sentire con certa degnazione: forse era compassione. Poi, socchiudendo gli occhi, parlò proprio co' fiocchi: "Scusi, ma a' tempi miei, o a quei che dice lei, non potevan sbagliare, i galli, a salutare, chè fra due sessi c'era più netta la barriera. Il loro, pare a me, cantava coccodè; se alcuna or canta a gallo, scusi, non è mio fallo. Anche l'alzar la cresta, usanza più che onesta, ch'era solo maschile, oggi è pur femminile. Così la non s'adiri, se ne' miei queti giri io credetti lo stesso il suo ed il mio sesso". PREFAZIONE pag. 5 Belle maniere e gentilezza d'animo - La maschera della etichetta - Urbanità schietta - Pericoli della finzione - Potenza della cortesia - La seconda bellezza. I. . . . Fonti di bellezza " 9 Bellezza esterna e bellezza interna - Questa compensa quella, e più durevolmente avvince i cuori - La fisionomia - Il portamento. II. . . La nettezza " 13 Una mano sulla coscienza - Vergogna! - A proposito de' forestieri - Acqua! acqua! acqua! - Nelle campagne - Macchie esterne e macchie interne - Indolenza - Vantaggi della nettezza - Salute, grazia, bontà e. . . fortuna ! III. . In casa " 17 In casa e fuori - Polvere negli occhi - Con i genitori - Obbedienza spontanea - Con i fratelli - La sorella deve dare al fratello esempio di cortesia - Cortesia utilitaria e cortesia vera. IV. L'avvocatino che la sapeva lunga " 2 V. . Timidezza " 24 Vero malessere fisico - Sforzi per combatterlo - Cause della timidezza: eccessiva modestia e orgoglio smisurato - Una lezione co' fiocchi. VI. Schiettezza " 28 La favola del lupo - Cause della bugia: la celia, l'avidità di guadagno, la leggerezza - Bugie che non sono bugie - Bugie pietose. VII. . . Arie! arie! " 31 Parere e non essere - L'altezzosa - La "figlia di papà" - La pessimista - La saccente. VIII. . La "luna" " 33 La signorina ha "la luna" - Sono fatta così! - Dominio di sè - Pioggia d'umori maligni - Antidote infallibile - Potenza trasformatrice - Come l'arpa. IX. . . Il tatto " 37 Da "toccare" - Il tatto morale - Chi non l'ha deve acquistarlo per non far male - Quali virtù richiede il tatto - In che consiste. X. . . Discrezione " 40 Nel parlare - Il segreto di pulcinella - Il tempo e le cose degli altri - La visita di Sant'Elisabetta - Abuso delle offerte - Confidenze forzate. XI. . . Curiosità " 43 L'eccesso del desiderio di sapere - La ficcanaso - Chi ascolta agli usci. . . - Bocca amara. XII. . . Il ridicolo " 46 "Tutti mi riderebbero dietro" - Tutto fumo e niente arrosto! - In che consiste il vero ridicolo. XIII. . . Rispetto umano " 48 Apparenze e realtà - Opinioni degli altri - Rispetti umani e rispetto degli altri. XIV. Ordine " 50 Prima della scuola - Parole del Pestalozzi - Ordine esterno e ordine interno - La disordinata - La sua persona - La sua camera - I suoi racconti - Esempio della natura - Alti e bassi - Piccole abitudini. XV. . . La cameretta " 55 Nitore verginale - Semplicità e armonia - L'anima delle cose - L'abitazione e l'abitatrice. XVI. Puntualità " 58 Con la vettura Negri - La sorellina del D'Azeglio - Mancanza di rispetto - Egoismo - Ogni cosa a suo tempo e il suo tempo per ogni cosa - L'orario per la giornata della giovinetta - Gli scampoli di tempo - Piccole occupazioni - La lancetta lunga dell'orologio - La misura del tempo - Puntualità e ordine. XVII. . . Piccole manie " 62 Lisetta "Toccatutto" - Ogni abitudine può degenerare in mania - Non bisogna oltrepassare i limiti. XVIII. . L'antipatia in ballo " 64 XIX. . . . Sua eccellenza Buon gusto " 66 "Se avessi soldi, il gusto ce l'avrei! - Madamigella Buon Gusto - Vetrina ambulante - Brune e bionde; grasse e magre - Esagerazione e buon gusto - Scappatoie della moda - Ordine e armona - Il bello e l'appariscente - Le sfumature - In che si rivela il buon gusto - Niente di superfluo. XX. . . . Maestro Buon senso " 70 Età difficile - Quel che la giovinetta non può più, e quel che non può ancora - I germi della fioritura - Inclinazioni cattive e buone - Il buon senso maestro di gentilezza, di bontà, di tatto - La percezione della misura. XXII. . . Manine fatate " 72 Nausicaa e le giovinette moderne - Con domestiche o senza - La vendetta delle cose - La prosa è la poesia della vita - Impugnando la granata - Fra pentole e cazzeruole - Pietanzine delicate - Gli Omèri moderni - Piccole utili nozioni - Le figliole della regina Vittoria d'Inghilterra. XXII. . . Risparmio " 76 "In che li spendo? " - Con gli spiccioli si fan le lire - Chi non tien conto d'un fiammifero non vale un fiammifero - Piccole voglie - Come combatterle - Chi più spende meno spende - Bisogni fittizi - Gli spostati - "Ne potrei far senza" - Come i contadini. XXIII. . Intellettualità " 83 Intellettualità e saccenteria - Pregiudizio delle nostre nonne - Esigenze de' nostri tempi - Le intellettuali e le frivole - Le sodisfazioni della cultura - I vantaggi della cultura femminile nelle relazioni sociali - Intellettualità senza pose. XXIV. Melanconia di provincia " 88 XXV. . . Le visite pag. 93 Accompagnando la mamma - Visite di svago - Visite d'obbligo - Visite di condoglianza, di congratulazione, d'augurio, a malati - In casa vostra - Fra giovinette amiche. XXVI. . . In chiesa " 97 Contegno - Occhi a zonzo - Ambizione e curiosità - Toeletta - Rispetto al raccoglimento degli altri. XXVII. . . A tavola " 100 In famiglia - Le avversioni del palato - Niente boccucce - Discorsi allegri - Poche licenze, benchè in famiglia - Regole per ben mangiare - In casa d'altri - Le"cinquanta cortesie da desco"di Bonvesin da la Riva. A tavola (poesia) " 107 XXVIII. . A teatro " 111 Come vestirsi - Rispetto alto spettacolo - Posa - Critica - Il ballo di San Vito. XXIX. . . Alle conferenze " 114 XXX. . . Al ballo " 116 Fino all'ultimo boccone - Senza respiro - Semplicità nel vestito - Plausi passeggeri - Attente agl'impegni! - Ne' cantucci - Un incidente, non un'abitudine. XXXI. . . Divertirsi sì, ma. . . " 120 Musi lunghi - Sfumature di gioia - Con moderazione - Svaghi che san d'amaro. XXXII. . . Per piacere agli altri " 123 Amore di sè - Amore del prossimo - Contrari effetti. XXXII. . . In vista " 125 Ai bagni - Alla passeggiata - In villeggiatura - Costume - Riserbatezza - Naturalezza. XXXIV. . In istrada " 128 Quando la giovinetta può uscir sola - Come deve comportarsi - Davanti alle vetrine - Il saluto - Accompagnata dalla persona di servizio - Accompagnata da un superiore. XXXV. . Vecchi infermi " 132 Accuse alla vecchiaia - Gli stessi difetti sono nei giovani - Dolori sofferti - Bisogno di calore e d'affetto - Nonna e nipote - Il futuro della vecchiaia - Troppo tardi - Con gl'infermi. XXXVI. . . Con gl'inferiori pag. 136 Con gli operai - Rispetto al lavoro - Rispetto al tempo di chi lavora - Umanità - Nel pagare - Con i contadini - Con i poveri - Elemosina e carità. XXXVII. . La persona di servizio " 141 Conversazione di signore - La giornata della persona di servizio - La persona di servizio è una creatura umana - Ingiustizia dei padroni - Doveri della giovinetta verso la persona di servizio - Attività o pigrizia delle padrone - Fra l'unto delle padelle - Lodi meritate non vanno risparmiate - L'esempio di Luigi XIV - Diritti della persona di servizio. XXXVIII. In classe " 147 Compostezza - Attenzione - Un po' di cuore - Calvario degl'insegnanti - Diritti degli alunni - E anche doveri! - La scusante della spensieratezza - L'insegnante dietro le quinte - Anche oggi t'han fatto inquietare? - Mente, anima e salute da una parte - E dall'altra. . . ? - Come detta il cuore. XXXIX. . . Con le compagne " 154 La miseria d'una compagna - Scherzi di cattivo genere - Chi burla e chi ride delle burle - Difetti fisici - Arche di scienza - La maldicenza - La spia - Non smancerie ma dignità - Con i bidelli - Solidarietà nel bene. XL. . . . . Nei negozi " 157 Sepere quel che si vuole - Chiarezza nel chiedere - Cortesia nel trattare - La bottega sossopra - Disprezzo della merce - "Non c'è nulla che faccia per me! " - E il saluto? XLI. . . . . I regali " 160 Regali in famiglia - Tatto nella scelta - Il modo di donare. XLII. . . . Le lettere " 163 Lettere d'adolescente - Prolissità - Poscritto. XLIII. . . . Ancora "le lettere" 166 Pronta risposta - Lettere d'augurio, d'invito, di condoglianza, di confidenza - Intestazioni - Soprascritta - Modo di scrivere - Epiteti inutili - Naturalezza. XLIV. . . . Lingue lunghe 171 La lingua di Cicaletta - Esagerazioni - Superlativi - Fandonie - Giuramenti - Cicaletta fra vent'anni. XLV. . . . In conversazione pag. 175 La via di mezzo - Le santarelline - Le saputelle senza cuore - La virtù del saper ascoltare - Il filosofo Zenone - Cose indifferenti - Discorsi di vecchi - Pazienza - Con le vostre coetanee - Discrezione. In conversazione (poesia) " 178 XLVI. . . . Gesti, tono, pronunzia " 183 Il gesticolare esagerato - La rigidezza soverchia - Moderazione - Importanza del tono - Il tono giusto - Cattiva pronunzia - Musica scordata - La veste delle parole. XLVII. . . La nostra lingua " 187 Schiettezza nel parlare - Disprezzo dell'Italiano - La lingua è una moneta spicciola di cui abbiamo sempre bisogno - Piuttosto il dialetto che un italiano strampalato - Esattezza e semplicità. XLVIII. La lettura " 191 XLIX. . . . Nel dolore " 194 Dolore fisico - Piccoli malesseri - Disprezzo del male - Dolore morale - Chi soffre più - Non bisogna far scontare agli altri il proprio dolore - L'ombra che viene - Lutto in famiglia - Accompagnando una bara. L. . . . Senza madre " 198 Gli amici del babbo - Visite - Modeste serate - L'incarico d'un pranzo - Buon gusto - Ufficio di mammina - La matrigna. LI. . . Per le educande " 203 Vantaggi del collegio - Doveri verso la Rettrice e gli altri superiori - Confidenza in chi può consigliar bene - Con le compagne - Non eccessiva dimestichezza, nè infondate e improvvise antipatie - Leggi e divisa pareggiatrici - Allo studio - A ricreazione - Ordine! ordine! - Il pensiero di Dio. LII. . . . . Indipendenza " 218 LIII. . . . La mosca al naso" 220 LIV. . . . . Sputasentenze " 222 LV. . . . . . La signorina "a rovescio" " 223 LVI. . . . . Zuccherina " 224 LVII. . . . . Madamigella "prudenza" pag. 225 LVIII. . . . Beneficenza " 226 LIX. . . . . . La noia " 229 LX. . . . . . . Libri malsani " 231 LXI. . . . . . Note " 233 LXII. . . . . Le vendette dell'ago " 235 LXIII. . . . Il sorriso " 237 LXIV. . . . . Baci e saluti " 240 LXV. . . . . . Profumi e cipria " 243 LXVI. . . . . Con i vicini " 245 LXVII. . . . Sul tranvai " 247 LXVIII. . . In viaggio " 249 LXIX. . . . . Con le bestie " 253 LXX. . . . . . Superstizioni " 256 LXXI. . . . . Il coraggio della religione " 228 LXXII. . . . Scampoli di virtù " 261 LXXIII. . . Fine " 264 APPENDICE La zucca e la menta" 266 La camelia e la malva " 267 Il cucciolo di campagna " 268 L'asino filosofo " 271 Il mulo fra i cavalli " 272 Rispetto umano " ivi La supergallina " 273 LIBRERIA EDITRICE INTERN. BUONA STAMPA Corso Regina Margherita, 174 - 176 FRANCESCA FIORENTINA "Cercando la via. . . " libro di educazione e di cultura Giudizi della stampa e di competenti "Ella ha fatto un'opera buona e utile, buona nella forma, buona nel contenuto, e sotto l'aspetto letterario e sotto quello pedagogico, un libro che farà del bene, se non sarà travolto da quell'onda di scredito che meritamente travolge la nostra produzione scolastica veramente antieducativa per ogni rispetto. Il loglio purtroppo soffoca il grano. Anche nei versi ci trovo una vena di poesia. . . " GIUSEPPE FRACCAROLI. Credo che il libro Cercando la via. . . sia consigliabilissimo per una scuola complementare e anche per le alunne del primo anno delle Normali che non possono ancora aver ala molto robusta per leggere e intendere i classici, che vanno studiati nello sfondo dell'età alla quale appartengono. ALESSANDRO ARRÒ del R. Liceo Cavour"di Torino. Cercando la via. . . è un libro bello, scritto e pensato bene. NICOLÒ RODOLICO. "Il suo bel libro mi piace tanto che stamattina(avendo finito di leggerlo) comincierò a raccomandarlo a tutte le mie alunne". LUIGI DI SAN GIUSTO. . . . Ho avuto del libro Cercando la via. . . ottima impressione. È scritto bene, con semplicità, spontaneità ed eleganza; è vario ed è piacevole. Anche i versi son belli. ALFONSO LAZZARI del R. Liceo di Modena. Anche queste sono note di vita, pagine di diario, poesie, racconti, lettere, riflessioni e notazioni varie: un Cuore per le giovinette normaliste. L'autrice, che si nasconde sotto uno pseudonimo, ha molta facilità e abbondanza. Si direbbe che l'autrice nasconda la sua arte sotto la copia grande delle parole, anzichè rivelarla, e rivelarla in tratti salienti. Quel lavoro di scelta che ogni autore ha da fare nelle proprie cartelle bisogna qui farlo sulla stampa. Ma non lo si fa inutilmente: c'è in queste pagine una bontà diffusa, che rasserena e consola, un'esperienza della vita, e della scuola, che illumina tanti episodi bene osservati e narrati, un'umanità ridotta, se si vuole, ma sinceramente tutta femminile, che attrae e che piace. - La Stampa. 8 1915 LUIGI AMBROSINI. Francesca Fiorentina parla e scrive intorno ai più delicati argomenti con isquisitissimo garbo. Il volume Cercando la via. . . , non solo è un opera materiata di viva coltura, ma anche compenetrata di dolcezza e soavità. CARLO CALCATERRA del R. Istituto Nautico dl Cagliari . . . . Ho provato sincero rammarico quando giunsi al termine del libro Cercando la via. . . , e mi sono augurata che il libro potesse avere ben presto altri fratelli, per il bene delle giovinette italiane. L'Autrice, vera madre educatrice, ha saputo - cosa difficilissima - nobilmente educare e istruire dilettando, tanto saggi e preziosi sono i consigli dati in una forma semplice e varia, briosa e vivace in una lingua ricca, propria e pura. BEATRICE CALISSANO della R. Scuola Normale "Domenico Berti"di Torino. Ho letto con vero piacere il suo libro Cercando la via. . . e per esso ho rivissuto la mia vita di studentessa: vita riprodotta da Lei con tanta naturalezza ed efficacia. Quanti ricordi, per se stessi insignificanti, ma pur tanto graditi, quante impressioni dimenticate, quanti svariati sentimenti Ella fa risuscitare in chi la scuola ha lasciato da vari anni! E le giovinette che studiano, con quanto diletto leggeranno i suoi vivi racconti, le preziose lettere nelle quali sa dare tanti efficaci insegnamenti e consigli: e le vedo sorridere o arrossire delle loro buone qualità o dei loro difettucci vedendosi raffigurate con tanta efficacia rappresentativa. MARIA RIPANI Direttrice delle Scuole Normali di Fermo. Preludia alla sua opera educatrice col canto della donna giovane e bella, simbolo della vita attiva della Divina Commedia e prosegue quest'opera sua col sublime ideale che della donna aveva il divino Alighieri, il quale supera in modernità il concetto di alcuni studiosi del nostro tempo. Come il De Amicis, la chiara scrittrice, a trovar la via che va cercando, si trattiene per un anno scolastico colle allieve e ne delinea a rapidi tocchi le varie indoli. Senza saccenteria, senza salire, come suol dirsi, in cattedra, alla buona, ma pur sempre in una lingua viva razzente, che tutto dice e come vuole lo dice, con bozzetti o con intermezzi, se vogliamo, poetici, o in forma epistolare imparte salutari insegnamenti sull'ordine, sulle belle maniere, sulla storia, sul modo di studiare, sulla moda, sull'esattezza, sull'ambizione e non si schermisce di affrontare il gran problema dell'istruzione della donna, che vuole bensì colta, ma pur sempre donna, donna di casa e cristiana per giunta. Oh al posto di tanti altri libri, pascolo favorito della crescente generazione, quanto starebbe meglio questo! Lo regalino i babbi e le mamme ai loro figli e alle loro figlie e vedranno che ci guadagneranno un tanto e troveranno una via retta e sicura, che li condurrà al bene. Prof. FEDERICO CALVAUNA. È tanto difficile trovare libri adatti a quella classe di giovinette che si danno agli studi! Chi si dà a questo genere di letteratura deve conoscere a fondo l'anima delle persone a cui si rivolge, deve saper penetrare in esse con delicatezza e discrezione per potervi sviluppare germi preziosi destinati a dare un tempo frutti copiosi ed abbondanti. Ora l'A. dimostra di avere una profonda e vasta conoscenza della psicologia femminile. L'atmosfera e l'ambiente in cui vivono le giovani studenti richiedono per loro dei libri speciali che sappiano infondere nelle loro anime e nelle loro intelligenze i sommi concetti della morale e della scienza vera senza che ease se ne accorgano anzi procurando loro un'ora di sollievo e di ricreazione così necessaria in mezzo agli studi opprimenti che sono frutti degli sbagliati metodi di istruzione addottati nelle scuole pubbliche. Questo libro della Fiorentina risponde in modo esauriente a tutte queste esigenze; dobbiamo adunque salutarlo con gioia come un ausiliario prezioso a tutte le opere che si occupano di questa classe di giovinette. Ciò che contribuisce a renderlo più apprezzabile è la purezza della lingua, altro pregio tanto difficile a trovare ai nostri giorni in cui l'imbarbarimento della lingua va sempre aumentando. Francesca Fiorentina ci fa gustare la prima armonia della nostra bella lingua e questo pregio è certo una raccomandazione di più per un libro da mettersi in mano a delle studenti. L'Azione Muliebre - 1915, Anno XV, 12 - 3 - Consiglierò certamente il libro Cercando la via. . . alle mie alunne, come il libro di lettura scritto bene, dilettevole, istruttivo, vario di contenuto, incitante efficacemente al bene. . . Auguro al volume l'accoglienza più lusinghiera e credo sinceramente che la meriti. MARIA LUCAT della Scuola Normale - Savona. "Cercando la via. . . è un bello e buon libro. All'Autrice la mia più rispettosa ammirazione per l'opera sua fervida e profonda". GIAN BISTOLFI. Or fan tre anni. Il Politeama Regina Margherita sprizzava fiamme di luci e di gemme: tutta la Genova intellettuale era accorsa a recare tributo di applausi e di fiori alla divina Virginia Reiter che, in occasion della serata in suo onore, affascinava coi nobilissimi incanti della sua grande arte, sotto le spoglie di mamam Colibry. Ci eravamo raccolti nell'atrio a commentare le sensazioni dolcissime, Alessandro Varaldo, Pastonchi, Gozzano, Pansieri, il mio povero fratello Giuseppe - il forte e gentile poeta del Sistro d'oro così immaturamente rapito all'arte - Antonio Pastore ed io. Precisamente in quella sera Antonio Pastore - l'autore di Socrate e di Stami di vita - rivolse a noi tutti gentile invito di recarci a visitare la sua scuola; insistendo specialmente con Alessandro Varaldo perchè dalla visita ai bimbi radunati in gaio sciame, avesse a trarre argomento da racchiudere in qualche pagina della sua prosa preziosa. La risposta fu breve come. . . "il motto di un anello o. . . come l'amor di donna "per dirla con l'infelice amante di Ofelia. "È un campo oramai falciato dal mago De Amicis e non v'è più nulla di nuovo da poter dire"E tutti fummo della stessa opinione. Or sono passati tre anni; e Francesca Fiorentina col suo libro per le giovinette Cercando la via. . . (Torino - Libreria Editrice Internazionale, 1914) ha saputo trovare la. . . medesima per farmi mutare pensiero; procurandomi nuove e sane sensazioni dell'anima, riportandomi ai dolcissimi giorni della prima giovinezza oramai lontana, facendomi rivivere un'ora deliziosa di quei sogni soffusi d'una nostalgica dolcezza, pieni d'incanti e di speranze. Cercando la via. . . è un libro che fa bene all'anima: è un bagno d'ossigeno che ci ricrea e gioconda lo spirito. Siete mai entrati, durante un'afosa giornata d'estate, in una chiesetta romita, sperduta fra le campagne? Avete provato quel delizioso senso di fresco, di silenzio, di pace, che spira dai muri candidi, dalle alte finestre velate di pampini, mobili ad un alito di vento, che riempiono tutta la chiesa di un tremulo riflesso verde? Nell'aria c'è una fragranza sottile d'incenso e di rose appassite; i lini dell'altare odorano ancora di spigo, nel silenzio giunge a tratti un frullo d'ale, un cinguettío di passeri, il tubare d'una colomba, l'eco d'una lontana voce nei campi. Questo senso di riposo e di pace spira nel volume di Francesca Fiorentina. Ella è artista delicata e gentile che sa ascoltare la voce delle cose, appaiano pure piccole ed umili; e con semplicità ch'è finissima arte, casella e racchiude nella trama della purissima prosa e nell'armonia del verso scorrevole, melodioso ed elegante gli affetti più semplici e puri. La prefazione dice tutto il proponimento dell'autrice: parla alla mente e al cuore delle giovinette con una voce amica: non è l'arida precettista che posi a voler scrivere il manuale della perfetta normalista: ma una vera donna e vera e buona mamma per giunta, che, passata attraverso l'aspro cammino degli studi classici, sente di essersi mantenuta donna; e che - son parole sue - "vorrebbe dare alle giovinette il filo che le aiutasse a trovare la strada, ma non con astuzie, non con inganni, non con artifizi: un filo che fosse di luce e le conducesse senza far danno alla serenità". L'autrice vive nel suo libro un anno di vita scolastica con le giovinette: nella classe, in collegio; prova con loro ansie e speranze, gode delle loro virtù: ne studia con carità e arguzia i loro difetti che corregge amorosamente, con parola sobria e serena. Tutto ciò in brevi capitoli che sono mirabili quadretti d'ambiente e che rivelano nell'autrice una profonda conoscenza della psiche umana: e lo stile spigliato, elegante, che sa non riuscire noioso; la lingua pura, sebbene talvolta un po' troppo risciaquata in Arno, la elevatezza di concetti, la diritta e giusta visione delle cose, rilevano nell'Autrice una stoffa oramai elaborata a correr l'alea in lavori di maggior mole nel campo della letteratura. Certi tipi sono così perfettamente miniati nelle pagine di Cercando la via che sembrano saltar fuori dalle righe per sedere con noi e in mezzo a noi: la professoressa Stecchetti ad esempio è cosi palpitante di vita e - forse - d'attualità che basta, come tipo indovinato, a farci conoscere quanto valga Francesca Fiorentina come felicissima scrittrice di quelle "novelle" che ora, purtroppo, van diventando rare. Gigetto, Scemetto, la baita di Cianin, il pastrano del maestro, sono gemme incastonate nel cielo di Cercando la via. . . Sono novelle piene di pregi e altrettante rivelazioni. Quanta delicatezza di sentimenti ne La nostra pelle! Forse ne Le due sorelle l'ideale del sacrifizio è troppo alto per essere contenuto nella odierna umanità; e troppo. . . cauto è il buon frate pittore. . . Ma dinanzi ai pregi di Cercando la via. . . questi appunti non sono che nèi sulle guance di una bella dama del settecento. Se la tirannìa dello spazio non ci urgesse vorrei dir meglio e più a lungo dei meriti di questo libro che non dovrà mancare alla biblioteca delle nostre signore intellettuali. Troveranno in esso un buon amico, un consigliere devoto, zelante, affettuoso. Francesca Fiorentina è pure un'affettuosissima, una dolcissima, una santa mamma. Dal suo cuore materno scendono fiumane d'affetto, che commuovono e incantano! Io non la conosco che attraverso le pagine del suo volume: ma non posso rappresentarla agli occhi della mia mente che circondata dai suoi figli: e tanto è il profumo gentile d'amor materno, che esalano i suoi scritti ch'io - col pensiero, reverentemente, purissimamente, religiosamente, - bacerei le sue mani, che devono essere bianche e sottili come quelle della mia mamma. Il Lavoro, Genova 13 maggio 1913 GUIDO DE' PAOLI. È questo il titolo d'un libro testè licenziato alle stampe da una esimia professoressa di una tra le industri e graziose cittadine della bella occidentale ligure riviera. Il volume è dedicato alle allieve maestre che, traverso gli studi faticosi imposti da faticosissimi programmi, cercano la via per inoltrarsi nel delicato ufficio dell'insegnamento. Ed è un lavoro denso d'idee e di pensieri. Le une e gli altri attinti, più che dall'arduo, arido studio dei libri, dall'osservazione serena e quotidiana della vita scolastica, la quale è rappresentata in una serie di bozzetti graziosi, genialissimi, espressivi, riproducenti i pregi e i difetti d'un ambiente che attende ancora non poche modificazioni, quale è appunto l'ambiente morale e intellettuale caratteristico delle scuole normali. Qua e là il libro arieggia un tantino il Cuore del De Amicis:la materia vi si rivela più allargata, più ricca di varietà di contrasti, di episodi. Tuttavia lo spirito intimo che domina nel libro è tutto pascoliano, uno spirito che tranquilla, eleva, riposa in un'atmosfera satura della soave poesia delle piccole cose, fulgida di luce e di bellezza. Lo stile garbato e signorile, il pensiero sempre rigorosamente sintattico, la lingua pura, vivace, agile, il periodare serrato, robusto sono doti che accrescono pregio al volume, da cui le allieve maestre possono ricavare ottimi indirizzi e opportuni consigli. Tutto ciò che è inerente all'età giovinetta, nella stagione degli studi, tutto è vagliato, esaminato, discusso dall'egregia autrice, col fine tatto della donna dal pensiero aristocratico, con quel buon senso pratico che, purtroppo, oggi le non infrequenti indigestioni di cultura male assimilata tendono a soffocare. Tutti i passaggi, or lieti, or bruschi del pensiero delle giovinette alle prese con le fatiche, sovente soverchie, dello studio sono analizzati negli effetti che danno impronta all'animo delle giovinette che muovono i primi passi nella vita, così che chi legge, trova, nei differenti episodi, qualche momento identicamente vissuto, e identicamente attraversato e superato. Epperò quale e quanta messe di pensieri, d'insegnamenti, di conclusioni! Quante lezioni di condotta pratica, e di praticità nella condotta, il tutto esposto con una semplicità che attrae e che solo è prerogativa dei provetti! L'autrice è toscana, nè smentisce la sua nazionalità, il suo temperamento d'artista. La grazia, l'arguzia, l'eleganza tutta toscana, sono diffuse nel libro. La descrizione del paesaggio ligure che s'affaccia tratto tratto, col grande arco fatto dal limpido zaffiro, con le marine inghirlandate di aranceti, dà l'illusione d'un paesaggio primaverile, in cui si agitino e vivano delle creature cui l'età dei sogni e delle speranze sorride e allieta, come sorridono al maggio i cespi di rose tenere, profumate, anelanti alla vita. Così Francesca Fiorentina tesse la sua ghirlanda, scegliendo fiore da fiore, additando alle giovani lettrici, che cercano la via, un sentiero dove, anche tra i primi, erge la sua corolla che mai non avvizzisce, l'eletto fiore della speranza e della virtù. Prof. GIUSEPPE MALATESTA. La scrittrice di questo libro si rivolge alle giovinette durante un anno scolastico, che può essere l'ultimo, dopo il quale esse entreranno nella vita delle loro famiglie, per seguire ciascuna la vita indicata dalla propria vocazione. Le intrattiene, mese per mese, con narrazioni e scene della vita scolastica femminile, onde trae opportunità d'insegnamenti educativi, e con novelle e poesie informate a gentili e nobili sentimenti morali e religiosi. V'è gran ccpia di sagge osservazioni pedagogiche, ammonimenti e riflessioni di moderazione e buon senso contro gli eccessi della "femminilità" e del "femminismo" benchè, qua e là, si desideri maggior precisione di dottrina p. es. sulla carità cristiana verso gli eretici (pag. 150 - 153), e maggior esattezza in qualche espressione(p. es. altruismo invece della parola cristiana carità). La lingua è pura e corretta e lo stile garbatamente vivace e attraente. Civiltà Cattolica(quad. 156 : 4 - 9 - 915). Cercando la via. . . di Francesca Fiorentina, è un riuscitissimo libro di letture originali, destinato alle giovinette. Scritto con una rara mondezza veramente italiana di espressioni e con una rigida uniformità di morfologia e di sintassi, questo libro è evidentemente destinato a diventare un libro di lettura delle scuole femminili, proponendosi gli scopi ottenuti nelle scuole maschili dalla «Età preziosa» dell'indimenticabile De Marchi. E fra tante antologie, magazzino di grandi e di mediocri, emporio qualche volta mostruoso di tutti i generi letterari di ogni età, crediamo che il Cercando la via. . . avrà buona fortuna, anche perchè l'autrice, accompagnando le giovinette ad osservare se stesse nel piccolo mondo che le circonda, mostra una esperta dirittura di giudizio e, insieme, saldezza di sentimento e affettuosa penetrazione dell'anima femminile. Noi non coltiviamo, per principio, la pruderie, ma il rispetto che l'autrice ha per il suo piccolo pubblico, la commozione che è nelle sue parole, la bontà previdente che traspira dai suoi consigli sono doti commendevolissime. Le giovinette troveranno da educarsi e da dilettarsi. La Tribuna Illustrata. Pochi sono i libri che si possono dare in mano alla gioventù femminile, alla cui avidità di lettura è necessario opporre circospette barriere affinchè non ne venga guastato il delicato sentire, e giovino alla formazione e all'educazione del cuore e della mente. Poichè abbondano le opere dedicate alla donna di casa, alla sposa, alla madre, ci voleva il libro delle giovinette che frequentano la scuola, il libro che esponendo la loro vita interiore ed esteriore, si mettesse accanto ad esse a risvegliar pensieri, suggerir considerazioni, proporre giudizii, con una moralità emergente da tutta la tessitura delle notizie, con una eclettica varietà di forme e con un linguaggio italianamente puro. Questo difficile compito venne assunto dall'A. signora fiorentina di nascita e nutrita di buoni studi, conoscitrice amorosa della gioventù alla quale dedica, nelle Scuole medie, un po' del tempo lasciatole libero dalla famiglia; il suo nuovissimo «Cercando la via. . . » sarà letto con piacere e con profitto da tutte le giovinette d'Italia, che vi troveranno sapientemente alternate scene della vita e della scuola, pensieri, considerazioni sul costume, novelle, poesie, ecc. La voce del Cuore, Mestre, 1 - 3 - 1915. Di questo libro che meritò una così lusinghiera accoglienza dal pubblico e tanti favorevoli giudizi di persone autorevoli, si è già parlato con lode su questo giornale. Siccome però il bene che esso può fare al cuore ed alla mente di tante fanciulle ci pare grandissimo, sentiamo il bisogno di ricordarlo ancora, raccomandandolo a quelli che possono farlo conoscere e diffonderlo in mezzo alla gioventù femminile. Porta, come motto, sulla copertina i dolci versi di Dante: . . . . e vo movendo intorno le belle mani a farmi una ghirlanda (PURG. XXVII). E una bella ghirlanda si formeranno davvero le giovinette, che sapranno trarre da questo libro, e serbarli gelosamente per la vita, gli insegnamenti buoni e i nobili sentimenti dei quali è così ricco. La forma semplice, elegante e varia, ne rende la lettura oltre che eminentemente efficace per l'educazione, dilettevole e cara. Se dovessimo consigliare un bel dono da offrire ad una fanciulla non esiteremmo a consigliare Cercando la via. Giornale di Parma, 8 - 4 - 916. E un buon libro, scritto con alto intelletto di amore. Si direbbe di una mamma, tanto vibra in tutte le pagine di quella tenerezza sollecita di affetto che solo sa dare il fatto della maternità. E la vita di un anno, vissuta con giovinette che frequentano le scuole superiori. La scrittrice entra con loro nella classe, nel collegio, le accompagna nella strada fra la casa e la scuola, per sentirne, provarne le ansie e le speranze, per godere di qualche loro virtù per sorprendere qualche loro difettuccio, e, con loro, cercare il mezzo di corregerlo. Per farsi vedere di buon occhio racconta anche qualche novella; novelle di fattura squisita, piene di una sincerità amabile e delicata. Cercando la via. . . è uno di quei libri che hanno tutto l'interesse di un piccolo romanzo, e la utilità di un trattato di educazione. Non alla vita fantastica che seguono tante, la scrittrice vuol preparare le giovinette: ma alla reale, a quella vita che è dovere. Libertà, Sassari, - 10 - 4 - 1915.