Luigi Sturzo
Giornalismo ed educazione nei seminari
Scritti inediti
vol. 1°: 1890-1924
a cura di FRANCESCO PIVA
prefazione di GABRIELE DE ROSA
EDIZIONI CINQUE LUNE
ISTITUTO LUIGI STURZO
GIORNALISMO ED EDUCAZIONE NEI SEMINARI
(f. 127, c. 16)
Fra coloro che hanno il compito di reggere e dirigere i
Seminari si agita tuttora una questione, che ad alcuni sembra di
lieve momento, e tale potrebbe credersi se si guarda isolatamente;
ma che invece nel suo complesso riesce di grande importanza.
Cioé: «è conveniente permettere ai chierici la lettura
di periodici e di giornali? — e di quali? — e in che misura?».
Non pochi sono contrari a permettere la lettura relativamente
al numero e alla qualità dei giornali, preferendo solamente
i religiosi; altri sono contrarii in modo assoluto; molti
sono favorevoli ad una libertà che non ostacoli una razionale
disciplina.
Prescindendo dalle disposizioni che i superiori dei singoli
seminari d'Italia abbiano potuto dare in proposito, (il che non
entra nella discussione) proverò di esaminare il problema nei
suoi rapporti con la educazione dei chierici obiettivamente e,
spero, con quel delicato discernimento che occorre a trattare
argomenti, la cui soluzione pratica non dipende da noi.
Sarò contento se altri, anche contraddicendomi, tornerà
sull'argomento, sottoponendolo ad una più sicura e profonda
critica.
Perché possa esser completa l'educazione del chierico, occorre
avere un'adeguata ed intiera visione di quel che dovrà
essere e di quel che dovrà fare da sacerdote; a quel fine fa
d'uopo coordinare tutti gli elementi educativi, l'ambiente, la
scuola, la direzione dello spirito, la disciplina; affinché la grazia,
operando con la natura, trovi meno ostacoli possibili sia
negli abiti mentali, che in quelli volitivi.
Or si è ripetuto mille volte che il sacerdote di oggi deve
entrare fiducioso nella vita moderna per redimere a Gesù Cristo
la società attuale atea e paganeggiante. Questo principio si è
voluto presentare come una novità mentre è la legge storica
e perenne della Chiesa che non invecchia, ma che trasforma le
potenzialità naturali della società in mezzi o coefficienti di vita
soprannaturale, e che insieme adatta le modalità del suo ministero
alle esigenze delle epoche, dei popoli, delle nazioni, allo
stato e mentale e volitivo degli uomini, alle aspirazioni individuali
e collettive.
La trasformazione del diritto romano, toccato con riverenza;
della filosofia platonica e aristotelica nella grande elaborazione
della patristica e della scolastica; delle istituzioni feudali
e comunali; della letteratura e dell'arte sino alle grandi
concezioni medioevali; sono glorie sociali della Chiesa; alle
quali sacerdoti e pontefici, dottori e frati, nelle diverse potenzialità
adatte ai tempi, consacrarono se stessi.
Oggi l'apostasia da Dio e dalla sua Chiesa è apostasia sociale:
governi, municipii, scuole, esplicazioni di vita pubblica,
attività economiche, tutto è stato ed è condotto con criteri acattolici
e spesso anticattolici; mentre le aspirazioni popolari, maturate
attraverso un secolo di pubblica avversione alla Chiesa,
pigliano forma e guisa irreligiose. Tutto ciò richiede da parte del
clero un lavorìo denso e costante nel senso sociale, entrando
fiduciosi nel vivo delle agitazioni presenti, pigliando nette le
posizioni della lotta dal campo politico-governativo all'amministrativo,
all'economico, allo scientifico, al giornalistico; vivificando
nel nome di Gesù Cristo secondo i bisogni moderni le
antiche virtù pubbliche del cristiano e del cittadino.
Ad alcuni sembra una stranezza che il sacerdote debba
vivere la vita pubblica moderna; lo vorrebbero rinchiuso tuttora
nelle sacrestie. Pure non è una novità. Nel Medio Evo
vescovi e sacerdoti erano a parte del reggimento feudale e legislativo
e della vita pubblica del tempo, che da Costantino a
Bonifacio VIII divenne, in una lunga elaborazione, cristiano.
Allora l'ordinamento della proprietà feudale e del diritto internazionale
sorreggeva quella forma di partecipazione politica, che
recò molto bene e anche (per difetto degli uomini) del male
alla Chiesa.
Né ciò fa meraviglia, perché fin nelle pure speculazioni
del domma e nella reggenza e amministrazione spirituale, la
Chiesa ebbe a lagrimar molti mali da vescovi, frati e sacerdoti;
e gli Arii, i Fozii e i Luteri non sono soli. Le istituzioni però
che sorreggevano la partecipazione del clero alla vita pubblica
furono di gran bene ai popoli e alla civiltà. E non si possono
mai abbastanza deplorare gli effetti della riforma e specialmente
del giansenismo e del cesarismo che infettarono tanta parte del
clero latino, alto e basso; e che fecero del prete un servitore
umilissimo del potere regio, e la rincantucciarono nelle sacrestie
e nei cori, a curare solamente le feste e la pietà spesso di
una turba di beghine, molte volte fittizia, superficiale, ipocrita.
La società rimase in gran parte e nelle sue appartenenze di vita
pubblica abbandonata a sé stessa, in preda degli errori del filosofismo
prima, del liberalismo poi; e se non si oppone un
riparo, anche del socialismo in avvenire.
Un risveglio potente si destò nella seconda metà del secolo
XIX; risveglio al quale l'autorità pontificia ha dato il carattere
del dovere; l'urgenza dei bisogni quello della necessità;
la concorde azione di vescovi e di cattolici militanti quello della
praticità. Così il sacerdote tende a ripigliare il suo posto in
mezzo alla società; per comprendere e regolare le aspirazioni
dei popoli, per santificarne il movimento progressivo, per esserne
il maestro ed il padre, per far rispettare dai pubblici poteri
la Chiesa, partecipandovi anche con il suo carattere sacerdotale
(nei modi e con i limiti dovuti). In questa azione si sintetizza
la funzione stessa della Chiesa di rigeneratrice in Cristo non
solo delle anime ma anche della vita sociale dei popoli.
A questo ideale dunque devono essere preparati di lunga
mano, con illuminata educazione i chierici, affinché la loro missione
santificatrice non attinga l'esteriore, ma penetri nella coscienza
delle turbe, e trasformi la società.
Quando si parla di educazione e preparazione al sacerdozio
in rapporto ai bisogni del tempo, non si intende che l'elemento,
diciamo così formale del sacerdote sia diverso da quel
che è stato. Il compito del sacerdozio cattolico nella sua sostanza
è sempre uno e si compendia nell'ite, docete omnes gentes.
Il domma, la morale, i sacramenti sono immutabili come la Chiesa
nella sua fondamentale istituzione e nel mandato dei suoi ministri.
Le modalità e le guise mutano e si trasformano e con esse
mutano le accidentalità dell'educazione e della istruzione dei chierici,
come mutano i mezzi esteriori ed i rapporti del sacerdozio
con la civiltà dei tempi.
L'educazione pertanto, arrivando a formare un abito mentale
e volitivo, che è un prodotto insieme di principii naturali e
soprannaturali, di inclinazioni personali e di abitudini sociali, di
fatti biologici e tradizionali, individuali ed ambientali, di passioni,
di convinzioni e di profonde modificazioni del proprio io
(che ha una decisiva importanza per tutta la vita), non si può
restringere al solo concetto caratteristico essenziale del sacerdozio,
ma pervade tutte le facoltà dell'uomo e le modalità di
ogni attività anche la più eccelsa e divina.
Del resto, come può un sacerdote esplicare il suo ministero
senza le contingenze e le modalità dell'attività umana? E come
si può non ordinare questa modalità alle guise umane del tempo,
alle diverse contingenze sociali? Onde chiaramente ne siegue
che se il sacerdote deve adattare il suo ministero ai tempi, e
se l'educazione del chierico influisce sulle sue facoltà attive decisamente,
oggi nei seminari si deve far sentire al chierico quali
saranno i suoi nuovi compiti in mezzo ad una società paganeggiante,
per renderlo sin dal Santuario adatto alla sua missione
sociale, affinché posa sul serio esser lume ai popoli e sale della
terra.
Tutto ciò ha forte e notevole riflesso nell'insegnamento;
ma non è della scuola, come tale, ch'io voglio parlare in queste
note; certo una profonda riforma di metodo, una maggiore conoscenza
delle scienze sociali e naturali, una più larga cultura
sono necessari oggi, quando è così complessa e così modificata
la vita intellettiva dei popoli civili.
Però non si educa in iscuola solamente; sì bene dentro e
fuori scuola e con mezzi e sussidi diversi da quelli puramente e
strettamente scolastici. Il complesso dell'educazione chiericale si
forma destando idee teoriche e pratiche in ordine alla vita, nutrendo
sentimenti attuosi, iniziando a un certo grado di attività
sacerdotale, facendo sì che i mezzi ricreativi e fantastici divengano
ausiliarii potenti della formazione delle idee e dei sentimenti
del giovane. Tutti questi mezzi vengono completati, regolati
nella loro origine e nel loro sviluppo, elevati a una finalità
soprannaturale, per la viva direzione dello spirito, che penetra
sino al profondo delle coscienze giovanili, ne studia le inclinazioni,
i bisogni, le aspirazioni, le abitudini interne, ne disciplina
l'esplicazione, per poter meglio edificare tutto l'edificio spirituale.
Tutto ciò dev'essere applicato in modo che nell'animo del
chierico non solo non si formi un'abitudine contraria all'attività
della vita sacerdotale del tempo presente, ma se ne formi gradualmente
una simile ed omogenea. Questa finalità crea la differenza
tra i metodi nuovi e molti metodi tradizionali, relativamente
ai tempi trascorsi buoni e opportuni, ma difformi dalle
esigenze dell'oggi; quelli ieri si sconoscevano solo perché non si
erano manifestati i bisogni che li hanno causati, quando diverso
era l'ambiente sociale ed oggi sono opportuni e necessari perché
è necessario l'equilibrio fra bisogno e rimedio, fra individuo e
ambiente.
E perciò non bisogna creare pel giovane alcun disquilibrio
fra l'ambiente del Seminario e l'ambiente della famiglia e
della società, al cui contatto, anche lontano, egli vive; affinché
l'elemento educativo non si trasmuti facilmente, nella mobilità
dell'animo giovanile e nella indeterminatezza delle tendenze, in
elemento di violenta reazione.
È questa un'osservazione di non lieve importanza, specialmente
in vista di molti fatti deplorevoli che tutto giorno accadono;
e le cui conseguenze sono perniciosissime.
Sta qua il segreto dell'educazione dei chierici; segreto chiuso
alle anime superficiali, ed a coloro che non hanno nessuna preparazione
scientifico-pedagogica, né adeguata cultura moderna, o
reale contatto con la vita sociale, e quasi nessuna coesione di
animi con la gioventù; la quale vive di sentimenti e di fantasie,
turbinata dalle passioni, modificata dagli ambienti, i cui contrasti
violenti portano turbamenti di spirito, scosse indicibili, oscillazioni
continue, segrete aspirazioni di animo, incertezze, entusiasmi,
reazioni.
Tutti questi stati psichici del giovane devono essere studiati
per raccordarli alla meta prefissa; e principalmente bisogna riempir
l'animo del giovane di qualche cosa che ne colmi il vuoto,
quel vuoto che dà battaglie violente e che determina cadute irreparabili.
Il dovere, il timore, la successione ininterrotta delle occupazioni
non bastano; la pietà diviene superficiale quando il
sentimento attuoso e soprannaturale dell'amore di Dio non viene
determinato in opere, in aspirazioni, in attività intrinseche ed
estrinseche, in obietti concreti, ordinati al supremo fine: la gloria
di Dio, per mezzo della vita e della azione sacerdotale.
* * *
Ho detto che il destare nei chierici idee teoriche e pratiche,
il nutrire dei sentimenti attuosi, l'iniziare a un certo grado di
attività sacerdotale, il dirigere bene lo spirito, l'ordinare a elevati
fini i mezzi ricreativi, sono il complesso dell'educazione del giovane
chierico, e che tutto ciò deve convergere a formare il sacerdote
tipo adatto ai bisogni moderni.
Mi ci fermo un po', perché, se nessuno ha seri dubbi della
verità della teoria, non tutti però sanno farvi corrispondere la
pratica. Si crede da alcuni che le idee che formano la vita intellettiva
del chierico non possono essere altre che quelle della
scuola. Non metto neppure in discussione che il corredo scientifico
e l'ordinamento mentale-pratico del chierico vien dato nella
scuola; anzi è proprio la scuola, che, ordinata con metodi sanamente
moderni, deve formare l'abito scientifico del sacerdote.
Però io non ho creduto mai che un giovane possa arrivare sino
al ventiquattresimo anno con le sole idee della scuola; che egli
possa prepararsi adeguatamente alla vita, senza sentire l'influsso
vivo, palpitante, vitale del contatto quotidiano con le idee tradotte
in fatti nel mondo che ci circonda; che egli si debba mummificare
in uno sgobbone, riducendosi a vivere del solo pensiero
dei libri. Il professore (e così il rettore, il padre spirituale, il
prefetto, ecc.) devono pel giovane essere il veicolo delle idee
vive, idee non solo scientifiche o letterarie, ma pratiche, di vita
vissuta, di aspirazioni, di agitazioni; veicoli che purificano, rettificano,
aggiungono, rendendo le stesse idee nuovo elemento di
istruzione e di educazione.
A ciò servono i periodici ed i giornali cattolici di scienze, di
letteratura, di sociologia, di politica, di azione cattolica, di movimento
locale, di notizie di vita quotidiana. Tutto questo elemento
di civiltà, di pensiero, di vita, che la stampa ogni giorno distribuisce
agli uomini, è un elemento necessario alla educazione (nei dovuti
modi e nella regolare misura, s'intende); necessario perché è
ordinato alla vita pratica, perché riduce con l'applicazione al fatto
concreto la teoria, eleva alla teoria con la critica il fatto concreto;
siegue le correnti di un pensiero veloce che commuove i popoli,
rivoluziona le scienze, determina nuove concezioni di arte, lega
l'attività di nazioni disparate, di città lontane, di provincie non
conosciute, uniti e stretti, dai vincoli di solidarietà, dalle aspirazioni
di lotte, dalla forza del pensiero. Ieri la vita delle città si restringeva
a poche relazioni; tolta al popolo e al sacerdote la vita
pubblica, a cui pensava il paterno governo dei ministri, degli intendenti,
dei senatori, d'intesa più o meno coi vescovi e col ministero
ecclesiastico — ristretti i commerci, senza strade né comunicazioni
— poco sviluppate le industrie, poco diffuso l'insegnamento
— tutto si riduceva alla vita cittadina o di famiglia e a pochi
avvenimenti politici, conosciuti attraverso... le dogane regie.
Oggi la vita anche delle piccole borgate è internazionale; e
la stampa principalmente, portavoce della politica, delle aspirazioni
sociali, della vita religiosa, delle nuove forme di organismi,
delle attività cittadine, dei commerci e degli scambi, delle opere
d'arte e dei trovati della scienza (complesse relazioni dell'attuale
vita civile, alle quali non possono né devono sottrarsi i sacerdoti),
la stampa è l'apportatrice e l'indice della vitalità del pensiero delle
opere umane, come anche dei progressi anche religiosi nella società
e dell'esplicazione di parte non indifferente del ministero sacerdotale.
Così è vera la frase di Ketteler: «se S. Paolo oggi fosse
al mondo si farebbe giornalista».
La funzione educativa del giornale è immensa, non tanto per
la continuità, quanto per la materia vivente di cui esso è composto,
e per la rispondenza a un ciclo determinato di attività nella
azione dei popoli, che si potrà chiamare partito, scuola scientifica
o letteraria, relazioni religiose, organismi sociali od economici. Or
se a destare le passioni fantastiche, a determinare un'educazione
nell'animo del giovane sono efficacissimi la storia ed il romanzo,
rappresentanze di vita vissuta o di vita immaginaria; quanto non
contribuirà all'educazione di chi deve vivere nel mondo per santificarlo,
la storia quotidiana dei dolori e dei rimedi, della lotta fra
il bene e il male, fra la città di Dio e la città di satana, in cui si
compendia tutta la storia e la sua filosofia, tutta l'attività umana
naturale e soprannaturale?
Impedire la lettura del giornale al chierico sarebbe lo stesso
che educare soldati senza far loro conoscere né la geografia, né la
storia, né la guisa delle lotte moderne, né la tattica dei popoli, né
le scoperte giornaliere dei diversi strumenti bellici.
Si metta il chierico in una segregazione completa, totale dalla
vita, si faccia sì che non conosca nulla di civiltà, di progresso,
di scienze, di nuovi libri, di politica, di agitazione di partiti, di relazioni
economiche, di aspirazioni popolari, di liberalismo o di socialismo,
di democrazia cristiana e di Opera dei Congressi, di lotte
amministrative e di documenti pontificii (elementi giornalistici
della giornata); e si avrà o il prete che pensa alla benedizione, al
messale, al breviario e al predicozzo a pochi fedeli riuniti in Chiesa;
o per una reazione violenta, il prete che senza criteri sia sbalzato
nel vortice della vita moderna col pericolo di perdersi. In
ogni caso sarà chi entrando nella vita attiva senza tradizioni né
adeguata educazione, vive senza palpiti, senza idee (che si maturano
negli anni giovanili) si troverà disorientato, impaniato, inadatto:
scriverà il giornale come la predica, crederà il Comitato un
Seminario, la Sezioni giovani una camerata di alunni, e finirà per
portare nell'ambiente delle associazioni cattoliche un piccolo mondo
antico, che si potrebbe chiamare l'anticamera del Seminario,
della sacrestia e della curia. Elementi tutti che nelle modalità e
guise, non armonizzano con le esplicazioni della vita pubblica dei
cattolici.
Del resto, com'è possibile che un giovane arrivi al venticinquesimo
anno di sua età, senza aver preso l'abito mentale, che deve
regolare la sua esistenza e la sua attività? Se domani i chierici
dovranno pigliar gran parte all'azione multiforme e agitata dei
cattolici, o come giornalisti, o come oratori, o come propagandisti,
o come organizzatori o direttori di società cattoliche, di Unioni
Professionali, di Congressi e di Comizi, di proteste pubbliche, di
lavoro elettorale, di cooperative ecc. e ecc., come è possibile che,
nel tempo in cui queste idee maturano, fermentano, divengono
ideale aspirazione, desiderio di vita, essi stiano come chiusi in una
stufa, disputando solo sulle regole sillogistiche di Aristotele, o sugli
errori di Nestorio o di Fozio, o ripetendo a tempo perso con
Ariosto (si studia nella 5 ginnasiale)
Le donne, i cavalier, l'armi, gli amori?
La mente del giovane ha bisogno di tener presente un ideale
da raggiungere, non mai un ideale indeterminato (l'esser prete),
ma determinato e concreto, come far il predicatore, il confessore,
il rettore di Chiese, il parroco, il professore, lo scienziato, l'artista
e giù di lì.
Tra le attività sacerdotali, il giovane ne prediligerà alcune o
una sola, quella a cui inclinazioni, educazione, ambiente, circostanze
lo avranno più o meno determinato. E il seminario, che è
il semenzaio dei sacerdoti, che debbono nella multiforme attività
delle diocesi, nella diversità dei bisogni e delle opere sacerdotali,
edificare il regno di Dio nelle anime, deve saper destare e coltivare
nei chierici i diversi desideri e le attitudini disparate, perché
possa formarsi una specializzazione adatta ai bisogni,
e perché non solo non si sciupino tante potenzialità in posti ed uffici, non adatti
alle inclinazioni speciali, ma si destino nuove e potenti energie di
attività e di zelo.
Ora tra le attività sacerdotali, per comando di pontefici e di
vescovi, per bisogno di popoli, oggi è da annoverarsi questa azione
sociale detta democrazia cristiana o azione popolare; anzi l'abito,
le idee, le convinzioni di questa azione devono esser in tutti i sacerdoti,
qualunque possa essere il loro ufficio, perché tutti non
solo sono uomini e cittadini, ma e più sono ministri di Dio, che
stanno a contatto delle famiglie, nelle quali entra l'errore con la
politica e la scienza, l'immoralità con le lettere e con i giornali;
l'egoismo con le lotte amministrative o economiche.
Parroco o confessore o predicatore (gli uffici più delicati, più
consentanei al ministero delle anime, più generali nella sacerdotale
attività), non può il prete far vero e reale bene al contatto con la
società, se avvicinandola non tocchi le piaghe dolorose e spesso
cancrenose del pensiero e della vita prettamente e puramente moderna.
Infine, è necessario che il giovane chierico viva (nei debiti
modi e nelle giuste misure) della vita quotidiana di idee teoriche
e pratiche della quale vive la società; che il chierico di questa vita,
elevata a missione sacerdotale rigeneratrice, se ne formi un
ideale; che questo ideale pervada tutte le sue fibre morali, ascetiche,
intellettuali, sportive, affinché questo pensiero dominante
soffochi tanti altri pensieri inutili o dannosi; affinché nelle conversazioni
invece di parlare di preeminenze [sic] di diritti di mozzetta
o di mitra, di precedenza nelle processioni o nel suono delle
campane (cose che nel nostro meridionale paralizzano tanta parte di
attività sacerdotale), invece di pensare alle caccie e alle campagne,
invece di sospirare il momento del sacerdozio per avere un posto
in curia o una pieve o un beneficio, o per sottrarsi al giogo della
vita comune, o per conoscere il mondo a lui chiuso, che vede solo
attraverso i vetri delle finestre o i pettegolezzi di sagrestia o i libri
che parlan da morti e non da vivi; — sospiri a impiegare le sue
forze nel campo dell'azione cattolica, che ha bisogno di giovani
istruiti, volenterosi, entusiasti, atletici.
Sono le idee, di che un giovane si nutre, che divengono ideale,
sentimento; che pel sacerdote è zelo di opere di santificazione,
desiderio di sacrifici per Gesù Cristo, amore attuoso per le anime,
pel popolo, per la società.
Questo sentimento è nutrito dalla grazia, che però opera sulla
natura; perciò ad alimentarlo devono concorrere non solo la
frequenza dei sacramenti, la pietà profonda, la preghiera assidua,
la oculata direzione dello spirito; ma anche tutti i coefficienti naturali
dell'educazione, come le letture, le conversazioni, la scuola,
la vita intiera.
La conoscenza vera dei mali reali della società e dei rimedi
che la Chiesa addita e che i cattolici mettono in opera, della lotta
aspra che si combatte, del compito concreto che aspetta i chierici,
valgono a destare potente il sentimento.
E i superiori oculati sanno a prova come destare e nutrire
vivo questo sentimento, che in un giovane diviene come la forma
volitiva della sua vita, come il motivo determinante delle sue opere,
e che ha profonda indelebile influenza sino alla tarda vecchiaia.
Ogni uomo, invecchiando, tende a conservare sé stesso nella
forma vitae che l'educazione giovanile gli ha creato, e che è stato
il palpito, l'entusiasmo, la visione fantastica dei suoi begli anni.
Sorgono così le due correnti che compendiano l'attività umana, la
progressiva e la conservativa, che si compiono a vicenda. Or come
è possibile avere una complessa, razionale, multiforme corrente di
vita progressiva nel nostro campo, quando negli anni, attraverso
i quali si matura questa forma vitae, dai diciotto ai venticinque, si
vuole che la nuova corrente di idee e di opere debba essere vietata
e chiusa alla mente, al sentimento, all'attività giovanile?
E parlo in terzo luogo dell'attività del chierico, in cui si devono
estrinsecare con razionale misura, le idee agitate e i sentimenti
che fervono.
Io credo fermamente che parte dei mali che si sogliono manifestare
nei seminari si devono alla limitata, anzi alla nessuna
attività del chierico proprio negli anni in cui si sente forte e imperioso
il bisogno della propria estrinsecazione.
Mi diceva la buon'anima di mons. Blandini, Vescovo di Girgenti,
che dal giorno in cui egli permise ai chierici la lettura dei
giornali, e una certa attività nell'ambito della Sezione Giovani e
dei tre Congressi tenuti in Girgenti e in Canicattì, nel suo seminario
la disciplina, la morale dei giovani, lo spirito ecclesiastico si
rialzarono notevolmente. Ed io ciò costatai de visu; e godo poter
rendere su queste colonne testimonianza sincera di quel zelante
vescovo e di quel fiorente seminario. In alcuni seminari, con lodevole
intento e con molto bene, fanno ai chierici grandicelli insegnar
la dottrina cristiana nelle chiese; è questa un'attività di
supremo interesse per le anime, alla quale i chierici vengono avviati
e della quale devono sin dai primi anni sentire tutto l'entusiasmo,
di cui può essere capace un'anima dedicata al Signore.
Un'attività scolastica sogliono essere le cosiddette accademie,
che forse serbano un po' troppo delle forme arcadiche; ma che
possono divenire razionale palestra di buone lettere [sic] e di scienza.
Quasi in nessun seminario si trascura l'esercizio oratorio, per
educare i giovani alla composizione e alla declamazione e per prepararsi
bene a questo importantissimo ufficio sacerdotale.
Ma ciò è poco, troppo poco pel giovane e non è tutto per la
vita sacerdotale: che male vi sarebbe, se, come faceva il vescovo
Blandini di Girgenti, i superiori, con discrezione e discernimento,
avviassero i giovani già maturi a pigliar parte alla vita dei circoli
cattolici di azione e di cultura, della stampa, dei congressi? Si avvezzerebbero
a far qualche conferenzuccia, a stare in contatto con
i giovani cattolici studenti ed operai, (ai quali comunicherebbero
con l'ardor giovanile l'aroma dello spirito raccolto), a scrivere
qualche articolo nei giornali e nei periodici (l'Era novella incoraggia
tanto e così bene questa attività), ad aiutare in tante e tante
circostanze i comitati, quando il lavoro di congressi, di pellegrinaggi
o di altro abbonda e mancan le braccia. Il giovane così intravede
il suo campo di lavoro e di azione, pregusta il piacere della
fatica e del sacrifizio, modifica le abitudini dell'animo, si spoglia
delle piccole meschinità del collegiale chiuso e ristretto, e sveste
l'abito di quella forma societatis, che per dieci o dodici anni
di vita comune necessariamente gli si deve imprimere nella mente.
Si suole obbiettare che tutto ciò attenua lo spirito di disciplina,
e che implica una certa libertà di azione, che mal si confà
allo spirito di un istituto.
Nessuno certo pensa che i chierici siano dei militari messi
in riga ad attendere il marche di un sergente qualsiasi; io della
disciplina chiericale ne ho un concetto assai alto, e credo che non
consista solamente in una determinata regolarità e uniformità di
atti, che chiamerei automatica, ma nell'abito di soggezione, nel
sentimento del dovere, nello spirito vivificante, che devono penetrare
quelle regole o norme, che son fisse pel giovane, ma che il
superiore adatta ai tempi, ai luoghi, alle finalità dell'educazione,
con libertà, malleabilità e discrezione. Anzi io credo qualche cosa
di più; son sicuro che quando non si sente oppresso dalla regola,
ma può in certo modo aver coscienza della propria personalità, il
giovane esplica meglio le sue facoltà e diviene per convinzione e
per abito di coscienza, quel che la sola regola morta lo costringerebbe
a divenir in apparenza. Del resto, se un giovane (parlo dei
più grandicelli, di coloro che frequentano le scuole scientifiche),
quando ha da esplicare in certo modo la sua attività, e gli è perciò
concessa una misurata libertà, non sa mantenere la virtù ed il carattere
chiericale; se per assistere o per fare una conferenza o per
scrivere un articolo o per occuparsi degli affari di un congresso
cattolico, egli è capace di abusare, di violare la disciplina; allora è
meglio cacciarlo dal Seminario; la sua virtù è falsa, è fittizia, è insufficiente;
non potrà mai essere buon sacerdote in mezzo al popolo,
in mezzo ai mali che inondano la società, nel vivo contrasto
delle passioni individuali e sociali.
Ma avviene ciò? è un dubbio che potrà essere dissipato dalla
prova di fatto.
Così la disciplina, in questo senso, diverrà norma di vita che
si ama, che resta come una forma di animo, anche quando non si
avrà più né il timor del castigo, né il rimprovero e l'occhio vigile
del superiore. E la vita comune, a tanti di peso, riuscirà un motivo
di esplicazione di energie complesse, nel quotidiano attrito e sviluppo
di idee e di sentimenti.
E cade qui di parlare dell'altra difficoltà che suole aver gran
peso nella mente di molti; «il permettere al chierico queste attività
che chiamerò iniziali, specialmente la lettura dei giornali e la
partecipazione a un po' di vita di azione cattolica, reca, dicesi, distrazione
forte sia nello studio che nella pietà».
È questo l'argomento perentorio, che determina molti alla
proibizione più assoluta. Distrae dallo studio: può esser che si
abbia questo effetto quando senza né discrezione né misura si
slancia il chierico nella vita attiva o nella passionale lettura di
qualsivoglia giornale. Sta qui il criterio direttivo e regolativo del
superiore.
Al giovane, inclinato agli entusiasmi generosi, si deve limitare
e circoscrivere la sua attività, perché non travalichi facilmente
il segno. I giorni e le ore debite, le occupazioni segnate, i giornali
riconosciuti idonei allo sviluppo graduale delle idee e dei sentimenti
dei chierici e alle cognizioni da acquistare come complemento
della scuola e della giornaliera discussione; la partecipazione
a un po' anche di vita attiva che non modifichi sostanzialmente
la regolare successione delle occupazioni chiericali e lo spirito
di preparazione, che è la ragion formale della istituzione dei
Seminari, sono limiti necessari, che applicati con discernimento
riescono di grande vantaggio all'educazione del chierico.
Tutto ciò appartiene alla direzione dei superiori immediati,
sotto la vigilanza illuminata dei Vescovi, che nei casi particolari
vedono e giudicano dove può essere eccesso, dove pericolo, dove
abbondante frutto di educazione sacerdotale.
Con queste cure direttive e limiti circoscritti, il pericolo che
tali occupazioni proficue distraggano dallo studio, viene allontanato
ed eliminato.
Forse distraggono dallo studio la preghiera, la ricreazione, il
giorno di vacanza, l'assistenza alle Sacre funzioni, quando tutto
ciò è alternato con sapiente distribuzione? O forse si crede che
lo studio sia solamente lo sgobbare sui libri, senza che le altre facoltà
abbiano il loro regolare sviluppo; nella contemperanza delle
quali si forma l'equilibrio mentale e volitivo dell'uomo?
E poi non è la sola scuola che prepara alla vita; ma tutto ciò
che con la scuola è atto a perfezionare le tendenze e le facoltà
umane.
Altri dicono tutto ciò distrae dalla pietà, divaga lo spirito, fa
penetrare la dissipazione nell'animo di chi è destinato a servire
nel Santuario.
Anche ciò è un sofisma, più pernicioso del precedente. Si potrebbe
opporre che se la lettura dei giornali o qualche attività di
azione cattolica divaga lo spirito e ritrae dalla pietà, che dire della
lettura dei poeti e dei racconti, che dire della ricreazione, del
teatrino di carnevale, delle passeggiate festive? La pietà non consiste
nel passare tutte le ore a recitar preghiere, ma principalmente
nell'abito virtuoso dell'umiltà, nell'esercizio della presenza di Dio,
nel desiderio di patir per Gesù Cristo e per Lui mortificar se stesso,
nell'ordinar tutto a Dio come ultimo fine.
Quando tutte le opere della giornata sono vivificate da questi
sentimenti abituali, da queste disposizioni soprannaturali dell'animo
nostro, allora sono ben fondate la pietà, la divozione, il
riconcentramento, che sbucciano [sic] come fiori da piante così
ubertose e vitali.
Questo spirito sarà l'aroma che imbalsamerà lo studio e la
ricreazione, il contatto con la famiglia e col popolo, la lettura del
giornale e la iniziale pratica dell'azione cattolica.
Non bisogna crear colli torti, né ipocriti tristi, ma sacerdoti,
il cui ministero importa attività pel popolo in tutte le ore, in tutti
i momenti, nei quali siamo costretti; come diceva S. Francesco di
Sales, a lasciar Dio per Dio.
Anzi la direzione dello spirito nei seminari deve determinare
quelle disposizioni d'animo, che i chierici devono avere nel ministero
sacerdotale; tra cui principale l'abito della sollevazione della
mente a Dio fra tutte le più svariate, agitate, complesse occupazioni;
e lo spirito di zelo e di abnegazione sino ai sagrificii più
inauditi.
Non si creda che il campo dell'azione cattolica sia sparso di
rose; spine pungentissime, dolori e contraddizioni, sagrifici di
borsa, di lavoro, di salute, di amicizie, di posizioni, di tutto sé
stesso; ecco l'azione cattolica; e quando si crede aver fatto molto,
una violenta raffica, una bufera turbinosa porta tante volte via e
disperde il lavoro paziente, assiduo, costante di tanti anni.
Ci vuol fede in Dio sincera, forza a lottare, preghiera fervente,
ed una preparazione di spirito fatta di lunga mano; perché
gli entusiasmi sono facili a sbollire (quanti se ne son visti), le ambizioni
tentano l'animo del sacerdote, e la tranquillità di un posto
senza tante noie, quante ce ne sono nell'azione cattolica, molti animi
frolli seduce. Io ho più fiducia, per l'avvenire dell'azione cattolica,
nella sapiente direzione dello spirito ecclesiastico dei seminari,
che in tutti gli altri mezzi educativi, pur tanto efficaci. E qui
cade opportuno il notare che la proibizione della lettura dei giornali
e periodici cattolici, suole generare nell'animo del giovane un
desiderio intenso e potente di conoscere e di sapere quel che dicono
quei fogli di carta per lui proibiti, ma che però egli vede in
mano altrui, che trova nella famiglia, e dei quali loro parla qualche
professore o qualche amico. La reazione si desta violenta anche
negli animi buoni, specialmente perché il giornale cattolico ha
l'impronta di un carattere non solo negativamente non cattiva, ma
positivamente buona e religiosa e consentanea alle aspirazioni dei
chierici.
Così non è raro né difficile il contrabbando; di sottomano
entreranno molti giornali, senza il controllo dei superiori, la cui
vigilanza sarà ad arte elusa; onde si avrà un male disciplinare, cioè
la violazione di una legge del superiore, che costituisce uno stato
d'animo non disciplinato, ed educa ad un sentimento pernicioso,
cioè il far di nascosto; e un pericolo permanente che possano cioè
cadere in mano a giovani inesperti giornali e periodici non buoni.
In un Seminario, dove poco prima erano stati proibiti i giornali
e specialmente l'Almanacco Democratico Cristiano del 1901,
facevano il giro delle camerate giornali cattivi come la Tribuna illustrata
e l'Ora di Palermo.
Altro che divagazioni di spirito!
Resta a far un cenno dei mezzi ricreativi, della cui potenza
educativa nessun dubita.
Ieri dal Seminario di Girgenti alcuni chierici mi scrivevano
che desideravano pel prossimo carnevale un dramma che rispondesse
al momento presente, che educasse ai nobili ideali della vita,
che rispecchiasse le tendenze del programma democratico cristiano.
Sventuratamente di questi drammi non ne conosco, ed è doloroso
che nella gran parte dei seminari si è costretti a rappresentare
quei drammi medioevali di cavalieri, di congiure, di briganti,
di assassini, di guerre, di torri misteriose, di sotterranei tenebrosi,
di spettri e di diavoli, che formano il repertorio antiartistico e antieducativo,
che abbonda nelle nostre collezioni, fatte pochissime
e rare eccezioni, (come i drammi di Lemoyne e le commedie di
Cantagalli) a non parlare di certi drammi ascetici, che per lo
più fan cadere dal sonno attori e spettatori.
Quanto non è da desiderare per l'educazione e per l'arte, che
il teatrino dei Seminari divenga mezzo di educazione moderna,
rappresentazione di vita vissuta, elevazione morale di virtù pubbliche
e private, reali e vere?
Così una gita in campagna, una bicchierata, una tombola,
possono divenire mezzo di propaganda; possono esser chiuse da
un voto, da un telegramma, da una piccola raccolta per qualche
giornale cattolico o pel parroco a cui vengono tutte le temporalità,
o per operai cattolici in isciopero — da una conferenza briosa, da
un entusiastico brindisi —. Elemento educativo divengono i libri
di premio scelti fra i tanti che si pubblicano di democrazia cristiana,
di sociologia, di letteratura; i concorsi e le gare giovanili su
argomenti del giorno, coronate dal plauso dei superiori; le gite
nelle vicine borgate, a visitare Comitati e Circoli, Cooperative e
Unioni Professionali... Tutto può e deve contribuire a rendere i
chierici idonei all'alto ministero a cui sono chiamati.
Io penso che quando i nostri Seminari prepareranno bene i
Sacerdoti alla vita dell'azione cattolica, in tutte le sue esplicazioni,
la lotta s'intensificherà al centuplo e la vittoria sarà più vicina.