Luigi Sturzo
Crisi e rinnovamento dello stato
OPERA OMNIA
DI
LUIGI STURZO
SECONDA SERIE
SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
VOLUME III
PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
LUIGI STURZO
IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
DALL'IDEA AL FATTO (1919)
RIFORMA STATALE
E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
ROMA 2003
EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
CRISI E RINNOVAMENTO DELLO STATO
I.
Oggi è tre anni, veniva lanciato l'appello ai liberi e forti
in nome di un nuovo partito, il primo che all'indomani dell'armistizio
dell'immane guerra si affermasse in Italia come una
forza nuova di ricostruzione. Tre anni di lavoro e di battaglie,
di sforzi, di adattamenti, di sviluppo, mantengono tuttora integro,
granitico l'appello come una sintesi di idee, di volontà
e di organicità politica, formatasi nel travaglio delle forze
sociali, per indicare, nel dopo guerra, una via che fosse una vita.
Discussioni vivaci attorno a uomini e ad idee, dissensi e consensi
sui vari atteggiamenti assunti nel turbinare degli avvenimenti,
critiche aspre, entusiasmi vibranti di fede; il partito
popolare italiano in tre anni ha polarizzato forze nuove, ha riorganizzato
antichi elementi, ha conquistato spiriti liberi nel campo
della cultura, larghe masse nel movimento economico, posizioni
politiche anche di primo ordine, in mezzo a diffidenze o
disprezzi o tolleranze, guardato quasi come un estraneo e, più
ancora, un intruso, nel corpo politico della nazione.
Di tanto in tanto, nelle varie forme assunte dai partiti politici
o da forze organizzate in Italia, nell'acuirsi dei problemi
o nello spostarsi delle forze e degli attriti, la voce del partito
popolare italiano è sembrata quella di un ammonitore, di un
antiveggente, che costringe a rivalutare il presente in crisi, e che
segna una via nuova. Cessa il rumore, la voce si estingue; ma
i liberi e i forti persistono, aumentano, lottano, in una specie
di torneo, ove torna ad echeggiare, anche tra lo scoppiettìo dei
colpi di rivoltella di comunisti o fascisti, la voce dell'ammonitore,
la voce dell'antiveggente.
Questa voce, unica in Italia dall'armistizio ad oggi, ha affermato
una concezione politica che nega lo stato attuale, e preludia
le sue sostanziali trasformazioni.
Nel nostro appello del 1919 si legge: «Ad uno stato accentratore
tendente a limitare e regolare ogni potere organico e
ogni attività civica e individuale, vogliamo, sul terreno costituzionale,
sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca
i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi
naturali — la famiglia, le classi, i comuni — che rispetti la personalità
individuale e incoraggi le iniziative private. E perché
lo stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo
la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della
rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e
il senato elettivo come rappresentanza diretta degli organismi
nazionali accademici amministrativi e sindacali; vogliamo la riforma
della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione
della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico
delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli enti
provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali».
Questa pagina è viva e balzante dopo tre anni come se fosse
stata scritta oggi, è la base del nostro movimento, l'ispiratrice
della nostra attività, è una delle più grandi mète dell'opera
nostra.
Molti consentono sopra un pensiero generico che nelle varie
espressioni potrebbe credersi identico al nostro, anzi ci fanno
quasi il rimprovero di aver rilevato dagli altri partiti o meglio da
altre teorie una serie di riforme, e di averle fatte proprie del
partito popolare italiano; altri attenua la portata e la forza di
tali riforme riducendole ad elementi di adattamento e di svolgimento
dello stesso stato nella sua concezione tradizionale, e fa
della analisi scolorita, ove perde efficacia e ragione lo stesso problema
come posto e non risolto; altri invece non trova che sia
questo il problema centrale che affatichi la crisi odierna, e crede
che tutto lo sforzo nostro d'accentrare nel problema dello stato i
problemi attuali, sia uno sforzo vano, senza reale base e senza
termine efficiente, un lavoro nel vuoto. Per questo, nel ricordare
il terzo anno di vita del nostro partito, più che fare una rassegna
delle attività e delle lotte, le quali hanno la vita di un
giorno e sono giudicate dal gioco ottico delle passioni, credo
opportuno discutere, dal nostro punto di vista, il problema dello
stato, come il problema centrale nella crisi di oggi e prospettare
quella soluzione audace, direi rivoluzionaria, che sola può
creare e alimentare le forze atte a superare la grande crisi che
su di noi si abbatte, nella vita nazionale e nei nostri rapporti
con l'estero.
Questo contributo allo sviluppo del nostro pensiero politico
deve servire a chiarire le posizioni assunte sin oggi, le ragioni
delle lotte e le mire della attività del partito; e a distinguere
nettamente il nostro pensiero da quello di altri partiti, che
pur collaborando con noi sul terreno pratico, partono da altri
punti e tendono ad altre mète.
Il distinguersi e il contrastare non è un semplice atto di
volontà, né un istinto di dominio, né una valutazione di opportunità;
deve trovare la ragione nel fondamento ideale della vita,
se non si vuole essere dalla vita stessa avulsi e confusi con le
cose morte e inesistenti. E noi oggi sentiamo di essere distinti
e di lottare, perché sentiamo di partecipare alla vita. E di vita
parleremo questa sera, anche nella trepida visione della crisi
e nella fiduciosa speranza del rinnovamento dello stato.
II.
Una nazione come l'Italia, che ha in sé una forza di primo
ordine: la popolazione di quaranta milioni di uomini, con una
densità eccezionale di quasi 140 per chilometro quadrato, popolazione
laboriosa, versatile, adattabilissima; una posizione geografica
nel Mediterraneo tale da doverne essere centro e vita;
dopo raggiunta l'unità politica e la normalità e sicurezza dei
suoi confini, e un'effettiva partecipazione alle intese internazionali
insieme con gli stati che oggi dominano nel mondo; una
nazione come l'Italia non può soggiacere alla crisi, e deve avere
in sé le forze e i mezzi per superarla.
È vero: essa è povera e impoverita dalla guerra; essa e divisa
internamente, e nel concerto delle nazioni ha le difficoltà
di un perenne equivoco tra la figura di grande nazione e la
realtà di una politica estera che tende a soffocarne l'avvenire.
Ma se colpa di eventi o difetto di uomini han creato attorno alla
patria nostra un cumulo di diffidenze e un'atmosfera difficile,
se le interne condizioni economiche e politiche si sono aggravate,
se la crisi si abbatte violenta, nessun uomo che valuti e
confronti le condizioni attuali di tutti gli stati, può negare che
le nostre riserve di energie morali ed economiche siano tali da
poter avere e infondere negli altri una ben onesta fiducia che
l'Italia presto troverà la via faticosa ma sicura del suo rinnovamento.
Questa fiducia non deve essere basata sopra sentimentalismi
retorici e sopra fanatismi isterici o sopra credenze cieche; deve
essere frutto di convinzione che generi l'azione e la preordini
ai fini da dover raggiungere. Per questo non c'è peggiore nemico
per noi dello scoraggiamento, del pessimismo, della incoltura
delle classi dirigenti, le quali non possono sfuggire alle
responsabilità storiche, morali e politiche della loro posizione.
Una delle fasi più aspre della crisi che travaglia l'Italia nostra
è quella che ha colpito proprio le classi così dette dirigenti.
Merita la questione un attento esame, tanto più che oggi, e
credo ancora per un pezzo, queste che per intenderci chiamiamo
classi dirigenti o classi borghesi, avranno in parte o in tutto
la responsabilità direttiva e fattiva della politica e della economia
nazionale. Il grande pensiero animatore, l'istinto del
rinnovamento, anche a mezzo delle rivoluzioni, lo spirito centrale
della forza collettiva veniva dalle università, dalla cultura,
dallo studio. Attraverso il pensiero tradizionale si elaborava la
grande riforma, la filosofia dava i forti scorci della realtà e ne
preparava gli eventi. Oggi le nostre università sono mute per la
maggior parte degli studiosi; la tribuna parlamentare sciatta, piccola,
pettegola e boriosa ha coperto dei suoi clamori l'esile tenue
voce dello studioso; il soffio animatore dei grandi rivolgimenti
non c'è o non ha trovato la sua via nelle espressioni letterarie
e artistiche, nelle battaglie giornalistiche e politiche, perché
manca la elaborazione del pensiero e la forza di una convinzione
che a questo pensiero si appoggi come fulcro, ragione,
mèta di una vera e profonda attività di vita. E mentre il pensiero
liberale ebbe dalla fine del secolo decimottavo ad oggi
economisti, pensatori, poeti e artisti che crearono la base spirituale
e l'ambiente naturale agli uomini politici; nella evoluzione
della attività così detta democratica e nella preparazione
del pensiero socialista e anche di quello cristiano sociale che
rappresentano le tre forze politiche dell'oggi, noi in Italia abbiamo
ben poco come studio e letteratura, che non sia semplice
negazione o critica, ma che sia invece elaborazione ideale e
pratica, elemento di forza, costruzione sociale, spinta di grandi
movimenti nazionali e internazionali, che poggino sopra teorie
e sistemi che penetrino nell'animo dei popoli.
Eppure non v'è un periodo così denso di avvenimenti come
il presente, più di quel che un secolo e mezzo fa si preparava
per l'Europa e per le Americhe; periodo di sconvolgimento
di popoli e di stati, di economie e di istituti, nella instabilità
di una pace che invano da tre anni si cerca nell'affannoso studio
di conferenze e di congressi.
Non è certo incomprensione dei fenomeni storici, né assenza
dello spirito di cui vivono i popoli nella lotta sociale; è un
disorientamento sostanziale, il contrasto fra le teorie da lungo
tempo credute intangibili e fondamentali e la realtà diversa e
contrastante: l'analisi, la critica, il particolarismo che hanno
soverchiato la sintesi ricostruttiva e l'universale finalistico. La
crisi di pensiero — maturata attraverso un formalismo burocratico
che ha intristite le nostre università, e attraverso il proposito
di materializzare ogni elevazione dello spirito, — la crisi
di pensiero trova l'ambiente di cultura impreparato e direi
quasi al di fuori dei larghi movimenti dell'attuale vita dei
popoli; ed è ímpari allo sforzo per intuire un sicuro orientamento
nel crepuscolo sanguigno del dopo guerra.
Libri di battaglia come quelli di Fichte, di Romagnosi, di
Gioberti, di Carlo Marx non vengono oggi a segnare il cammino
o a creare una corrente sociale. L'università è divenuta un
laboratorio chiuso, dove si analizza e si critica, dove si impara
per un diploma, ma dove più non sembra si viva la sintesi di
un pensiero vitale. Per cinquant'anni si sforzò di combattere un
preteso nemico della libertà e dell'Italia: la chiesa; la elaborazione
del pensiero laico tentò i più belli ingegni e fu pensiero
critico e demolitore, non costruttivo: il materialismo assiderò lo
spirito e ne spense le energie. Oggi quell'indirizzo vive ancora
nelle scuole di provincia in una ripetizione meccanica e inciprignita
del pensiero già vissuto in un momento storico sorpassato.
Il più grave fenomeno della decadenza è la mancanza di
pensatori, e più che la loro mancanza, la loro assenza dal tumulto
della vita, l'assenza della loro voce ammonitrice e sicura.
Oggi non mancano studiosi in Italia, la cultura è più larga del
passato, molti portano negli studi sincerità, probità, sicurezza;
approfondiscono gli argomenti, fanno pubblicazioni interessanti:
manca però la vita della realtà; ed è invano ricercata la loro
espressione nell'agitarsi dei problemi della vita collettiva e sociale.
Per questo la crisi di pensiero è più penosa e dannosa.
La classe degli studiosi non può dirsi per ciò una vera classe
dirigente; essa è anche una classe diretta, e diretta da un'altra
classe, che, ad un livello inferiore e con preparazione diversa,
è divenuta la vera detentrice del potere pubblico e delle forze
del paese: parlo della classe burocratica.
* * *
Intendo per classe burocratica tutta quella che nella grande
categoria del pubblico impiego dal più alto grado, consiglio
di stato, al più piccolo ente locale, partecipa e sostanzialmente
dirige la vita pubblica del paese. Mai come oggi è assunta a vera
potenza nell'aumento esagerato, ipertrofico delle funzioni degli
enti pubblici, nell'accumulo delle competenze e dell'intervento
statale, nella più larga concezione democratica parlamentare;
il ceto burocratico è divenuto il vero e reale detentore del potere
e dell'amministrazione. Esso non è un potere responsabile,
né può mai essere un potere competente, quand'anche molti o
pochi dirigenti siano competenti, perché anzitutto è un potere
frazionato, portato ad una analisi irrazionale, esasperante, con
una moltiplicazione di interferenze, e conseguenti inevitabili
complicazioni senza nome; costretto perciò a ricostruirsi organi
d'intesa, forme di coordinamento, attività di relazione,
sintesi provvisorie, in cui si prosegue sino all'infinito l'accumulo
delle incompetenze e delle irresponsabilità. Quindi il filo conduttore
di questo denso ingranaggio, difficile a esplorare a qualsiasi
uomo che non ci viva dentro, non può essere altro che la
formalità esteriore, nella quale la realtà, nel suo organismo sintetico
e pulsante di vita, si attenua fino a scomparire, per creare
quella uniformità esteriore e livellatrice, che permetta alla mente
di chi vive in mezzo alle carte di cogliere la ragione del suo
intervento e della sua decisione. Costretti, anche gli ingegni più
aperti e più moderni dei burocratici, a questo gioco mentale, a
questo esercizio formalistico, perdono il senso della realtà o almeno
l'attenuano al punto da non avere più l'abito della percezione
immediata e completa; a meno che un caso imprevisto, un
elemento nuovo e fragoroso non disturbi la loro vita meccanizzata
(sia un terremoto o un'agitazione che minacci l'ordine pubblico,
o uno sciopero generale, o il fallimento di una grande
banca), i discreti e normali rumori della vita non penetrano che
a stento attraverso le silenziose tende e i lunghi corridoi e i
fossati pieni di acque stagnanti di questo castello incantato della
pubblica amministrazione burocratica.
Le statistiche e le indagini, le inchieste e gli studi che vengono
fuori dai ministeri sembrano a noi, che viviamo nella vita,
echi d'oltretomba; arrivano quando i fenomeni sopra i quali
insistono sono sorpassati ovvero han mutato caratteristiche; e
le costruzioni legali hanno un pensiero giuridico così equivoco
e difforme da uno all'altro ministero, che determina una vera
confusione di lingue e dà il segno di un collasso mentale, nello
sforzo di afferrare la realtà che sfugge e che e più potente. E
la vita che pulsa di fuori resta costretta da un accentramento
statale, al quale si è talmente abituato il pensiero di tutti, da
subirlo come il fato della tragedia greca. Grandi speculatori
e grandi organizzazioni economiche e politiche si avvicinano al
grande Moloch del dio stato, per partecipare al cumulo degli
interessi che ha monopolizzato o accentrato. La lotta è fra l'elemento
formalista, analitico, pedante dei ministeri e quello faccendiere,
procacciante, parassitario dei trafficanti sul pubblico
danaro; e non è detto che, in buona o in mala fede, vincano
sempre i primi. Per questo il potere più o meno occultamente
passa dagli uni agli altri, sempre irresponsabile e per giunta
illegittimo, e determina sintesi occulte quali quelle della massoneria,
specialmente nei ministeri della istruzione, della giustizia
e della guerra; ovvero crea larghe sfere d'influenza, quali
quelle del socialismo e dell'alta finanza sull'industria, commercio
e lavoro.
***
Per trovare un pensiero centrale e sintetico dovremmo rivolgerci
alla classe parlamentare, nel largo senso della parola, a
quella classe che da trent'anni è detentrice del potere politico
dopo il trasformismo di Depretis. Il fenomeno più importante
della nostra vita parlamentare in tale periodo è stato il fatale
passaggio del potere legislativo e politico dal parlamento al
governo e dal governo alla burocrazia e alle forze estranee agli
organismi costituzionali; il parlamento si è andato svuotando
delle sue funzioni anche le più delicate, man mano che aumentavano
le attività statali e premeva l'accentramento burocratico
e amministrativo. È venuto meno il controllo reale effettivo sulle
spese, la influenza efficace sulle direttive pratiche del governo,
la compilazione costruttiva e organica delle leggi. Sono rimasti
al parlamento i dibattiti di politica generale; a parte il giuoco
dei voti politici, non si ricorda da parecchio tempo che simili
dibattiti abbiano mutato o modificato il corso degli avvenimenti;
ma, strano a rilevarsi, le stesse maggioranze sono state
quelle che hanno cambiato ministeri e modificato atteggiamenti,
come fenomeno del momento assai più che come prodotto di
direttive sostanziali.
L'ultima lotta seria al parlamento fu dal 1890 al 1900, e
segnò il definitivo trionfo della democrazia sulla reazione conservatrice,
nella politica interna e nella concezione dello stato;
l'ultimo atteggiamento morale fu quello di Zanardelli nella lotta
contro la chiesa e nella concezione dello stato laico; l'ultima
linea politica estera fu quella di Crispi con la triplice alleanza,
le colonie africane e la posizione assunta verso la Francia. Concezione
e posizione di un'Italia che all'interno e all'estero
doveva consolidarsi appena dopo più di un ventennio della
sua unità con Roma capitale; concezione politica e sintetica
verso i primi passi delle classi lavoratrici e verso la chiesa
allora ritenuta ostile non solo all'Italia ma al pensiero moderno.
Frutto maturo e ultimo nel travaglio di un secolo, attraverso
esperienze e dolori, vissuto nella larga concezione di statisti,
giuristi, finanzieri e letterati.
Il nuovo secolo apriva problemi nuovi e maturava gli avvenimenti.
L'Italia usciva dalla crisi economica ed affrontava i
problemi del lavoro, dell'emigrazione, dell'industria, dell'espansione
in un'atmosfera promettente. L'arte del governo e la vita
parlamentare passavano in seconda linea, sicché fu lasciata ai
più audaci, ai più procaccianti; le democrazie non avevano la
spinta delle grandi lotte per affinarsi nel pensiero e nella selezione
degli uomini; solo ingigantiva lo stato nella perversione
delle sue funzioni. La politica divenne arte senza pensiero; i
grandi avvenimenti, il passaggio delle ferrovie allo stato, la conversione
della rendita, la guerra libica, il suffragio universale,
furono in gran parte giochi parlamentari, più o meno di azzardo,
caddero come frutti maturi dall'albero della presunta
felicità pubblica; e divennero realtà al di fuori della vita di una
popolazione di tutt'altro preoccupata.
E nel luglio 1914 l'Italia politica fu svegliata dal lungo sonno,
come Aligi, e trovò che il parlamento non c'era, che gli uomini
politici non c'erano, che i partiti non c'erano; perché la classe
che dirigeva, che aveva in mano il potere, era lontana dalla
coscienza generale del paese, che solo può essere avvicinata con
la forza di un pensiero, con il valore di una direttiva, con la
comprensione di una realtà. E questa si era maturata al di
fuori del parlamento, il quale sanzionò l'intervento nella guerra
senza convinzione, ne seguì le fasi militari e politiche senza
conoscenza; fu sorpreso della vittoria, non ebbe direttive nello
studio delle conferenze della pace; e nella valutazione delle
conseguenze economiche e politiche della guerra sopportò che
il governo e i suoi rappresentanti e relativi organismi agissero
e assumessero responsabilità senza che il parlamento intervenisse
a fissarne principi e direttive.
Gli uomini che campeggiavano in questo periodo di disfacimento
della classe parlamentare della democrazia furono pochi,
anzi può dirsi che uno solo abbia segnato la via: Giolitti,
a cui gli anni diedero una statura maggiore della sua altezza
politica. Invano si cerca in lui un pensiero costruttivo: nel suo
costante semplicismo tradusse i problemi del futuro in adattamenti
del presente: superò le battaglie del momento o seppe
evitarle e parve un vincitore: ebbe istinti demagogici pur nell'austerità
delle forme. A lui si deve il primo avvicinamento
della borghesia al proletariato: avvicinamento non disinteressato
né organico, ma istintivo di colui che meglio degli altri conobbe
o intuì la crisi della borghesia e tentò di salvarne il potere,
facendo concessioni alla nuova forza del proletariato socialista.
Sonnino e Salandra rappresentarono le ultime resistenze;
il loro pensiero rifletteva intero il passato; il primo non ebbe
la stoffa dell'uomo politico; fu un tecnico e uno studioso di
austero intelletto, ma il suo pensiero si infranse contro la realtà;
il secondo ebbe le responsabilità dirette del primo periodo bellico,
neutralità ed entrata in guerra, e la sua figura rimase sommersa
nell'immenso torrente degli avvenimenti; le posizioni
prese dopo la guerra non depongono a favore delle sue qualità
di uomo di stato, e le sue concezioni politiche sembrano avulse
dal dibattito della vita.
Oggi invano si cercano gli uomini che dopo il ʼ48 seppero
portare l'Italia alla sua unità avendo un'idea politica, una direttiva
economica, una concezione organica; invano si domanda
una visione chiara della situazione interna e dei rapporti con
l'estero; la democrazia di oggi soffre del marasma che colpì
gli uomini della monarchia francese prima della rivoluzione
dell''89: eppure non vi fu in Italia un momento più decisivo
del presente, un periodo più grave e più difficile, nel quale ai
responsabili delle direttive del paese si deve poter domandare:
custos, quid de nocte? e deve rispondere una voce sicura, una
nota maestra, una parola risolutiva.
La guerra non fu per noi un orientamento di pensiero, e
non è oggi un centro di interessi e di finalità per l'avvenire. Le
idee di civiltà e di umanità, che ispirarono la campagna per la
guerra e che furono elevate da Wilson a dogmi per la ricostruzione
della pace, furono infrante dalla realtà degli egoismi egemonici
e soverchianti, che diedero la base ai trattati; e la nostra
lotta irredentista per le provincie italiane sotto l'impero
austriaco, ebbe le delusioni di Fiume, della costa dalmata e
della sicurezza dell'Adriatico e le asprezze della politica slava.
E se la guerra unì gli spiriti della gran maggioranza degli italiani,
non fu tanto per i motivi ideali e politici, quanto per la
passione della vita e della morte, della vittoria e della sconfitta,
perché quando tace la speculazione è vivo il cuore per le sorti
della patria. Allora neppure i neutralisti convinti, neppure i
socialisti ostili, credettero di poter prendere una posizione pratica
ed efficace contro la guerra, la subirono, e maturarono la
ripresa delle loro posizioni a guerra finita. Non possiamo oggi
accusare gli uomini della democrazia e del liberalismo delle
responsabilità politiche della guerra in Italia, non abbiamo ancora
tutti gli elementi per una rielaborazione storica e morale;
nessuno volle fare un torto al suo paese, però abbiamo elementi
per poter dire che nessuno o quasi in Italia, del partito o dei
partiti dirigenti e responsabili, ebbe una visione della realtà
durante il periodo della neutralità; certo nessuno valutò la posizione
politica, economica e militare dell'Italia, per prepararne
sufficientemente gli avvenimenti; il patto di Londra fu la risultante
del passato, non fu un patto di antiveggenza per l'avvenire.
Non faccio una colpa a nessuno se gli avvenimenti giganteschi
sorpresero gli uomini, tutti gli uomini e non solo gl'italiani.
Solo rilevo la parte diretta pensata e voluta dai nostri
dirigenti, cioè l'indirizzo politico di prima e di durante la
guerra, che culminò nella politica adriatica e che determinò
la crisi di tutta la nostra politica della ricostruzione e della pace.
Alcuni credono colpevoli Salandra e Sonnino prima e Orlando
dopo; e certo questi sono gli esponenti e i responsabili; ma
invano cerco negli atti parlamentari dal 1914 al 1919 uno solo
che avesse portato alla tribuna parlamentare un pensiero, una
linea politica, una concezione organica da poter contrapporre
al governo del tempo e da poter guidare il paese smarrito e disorientato.
È vero: Giolitti il neutralista fu messo a tacere, e forse
il suo silenzio fu più meritevole della sua parola; ma quando
parlò, riportato per consenso generale al potere, molto era compromesso
e molto egli compromise: fu più un liquidatore che
un animatore.
Nitti fu accusato di avere contribuito a deprimere i valori
morali della vittoria; mai si ebbe in Italia un periodo inquieto
e torbido come quello che dal giugno ʼ19 va al maggio del ʼ20;
la sconfitta di Parigi soverchiava la gloria purissima di Vittorio
Veneto; era naturale che il popolo italiano, che sul Grappa e
sul Piave si era unito per virtù di fede, per sentimento di estrema
difesa e per valore di soldati, piegasse lo spirito nell'abbattersi
della crisi economica e politica, nello smarrimento di una
via risolutiva perduta nelle spire di una nuova falsa diplomazia,
per la quale i tanto decantati principi di civiltà e di fratellanza
dei popoli, di nuovi orientamenti di politica internazionale, portavano
alla quanto mai grave crisi europea. Forse oggi, dopo
tre anni, a Cannes prima e a Genova dopo, si inizia una revisione,
che speriamo abbia a far tesoro della triste esperienza
che accomuna nel danno popoli vincitori e popoli vinti.
III.
Questa analisi della crisi della classe dirigente sotto il triplice
aspetto della influenza universitaria o della cultura, del
predominio della burocrazia e del disorientamento degli uomini
politici può sembrare estranea all'argomento della crisi dello
stato; ma è invece intimamente connessa. L'istituto dello stato
non è un ente astratto, non è un principio etico, non è una
ragione sociale se non in quanto è un organismo concreto e
completo; e questo organismo è e vive della stessa vita di
coloro che ad esso imprimono i caratteri e l'impronta: il potere,
anche nelle democrazie più progredite, dà la caratteristica
alle istituzioni: così niente meraviglia che vi siano monarchie
democratiche e repubbliche aristocratiche; governi oligarchici
a istinto sociale, e democrazie larghissime a istinto imperialista.
Noi crediamo di governarci, ma sono i pochi che governano nel
gioco alterno e perenne della lotta fra elementi di conservazione
ed elementi di progresso, attorno alle fasi concrete e incalzanti
della vita economica e sociale dei popoli. Il decadimento delle
classi dirigenti e la mancanza di un preciso obiettivo di attività
e di lotta, può portare lo spostamento dei partiti e il prevalere
di uomini che seguano indirizzi diversi, pur entro la cerchia
di un pensiero comune: ovvero la crisi delle istituzioni stesse,
quando in quelle non regge più un pensiero comune, e il decadimento
investe gli stessi principi onde venne costruito l'ordinamento
della società. E così nel periodo del risorgimento dal
1821 al 1871 per mezzo secolo la lotta fu attorno alla costruzione
dello stato nella unità della patria; e la costruzione prese
la linea di stato liberale, con la difesa e l'offesa agli elementi
antiunitari ed antiliberali, comprendendo in questi, anche per
forza di eventi o per errore di valutazione e per esuberanza
di vitalità e di mezzi, la chiesa cattolica; e la lotta fu tra due
elementi non univoci, non confondibili, diversi: i conservatori
dell'antico regime che cadeva sotto lo spirito e i colpi della
rivoluzione, e gli assertori del nuovo regime che sorgeva nelle
speranze di un grande avvenire e nella novità del principio liberate;
attorno a questo immenso fatto fu imperniata tutta la
politica buona o cattiva del tempo, tutta la lotta dei partiti e
la formazione degli istituti giuridici ed economici, tutta la
costruzione dei servizi statali. Dal 1871 al 1914 invece la lotta
dei partiti è stata intorno al consolidarsi o al cadere dei due
principi, il conservatore e il democratico, non più contro o
fuori dello stato ma nell'interno dello stesso stato liberale, nel
suo naturale svolgimento, nel suo adattarsi allo sviluppo del
paese, nel gioco dei rapporti internazionali. Il fenomeno socialista
e quello cattolico, nel senso tradizionale della parola (nell'ambito
dei rapporti dell'Italia con la S. Sede e nella ripercussione
della lotta antireligiosa o anticlericale) restavano nell'ambito
stesso dello stato, sotto l'influsso delle classi borghesi
dirigenti la cultura, la politica, l'economia; e restavano come
forze o da assimilare, come nel tentativo dei blocchi clericali
nel patto Gentiloni e nelle alleanze clerico-moderate; ovvero
delle forze da eliminare, come nei vari tentativi politici di
Crispi, Rudinì e Zanardelli, nel creduto predominio dell'organizzazione
e della vitalità dello stato liberale.
La guerra fu una parentesi e un fermento insieme; riunì
tutti i veri italiani nella difesa della patria; fece tacere gli altri
che avevano una concezione extra o antinazionale, specialmente
dopo Caporetto; ma nello sforzo statale politico e finanziario
fece precipitare gli elementi di decomposizione, aumentò, anzi
centuplicò l'inflazione dei poteri, al di là del naturale sforzo
bellico, irrigidì ogni potere evolutivo dello stato liberale.
Dall'armistizio ad oggi, nel decadimento del pensiero liberale
democratico, questo stato atomistico, centralizzatore, burocratico,
portato oggi alla esasperazione, viene assalito da tre forze:
— il socialismo, che, fatto forte dai dolori della guerra, assunse
una ideologia mitica, apocalittica, internazionale: la dittatura
economica e politica del proletariato; e predicò e predisse la rivoluzione:
le sue predizioni e la sua predicazione sono cadute, ma la
forza negativa è ancora salda nella fiducia delle masse organizzate;
— il popolarismo, che sorse e si affermò come partito di centro e
di massa, saldo e vigoroso; negò la rivoluzione, ammise la costituzionalità
dello stato, ma ne volle la riforma organica dal centro
alla periferia, dal sindacato al senato; — il fascismo, che negò
lo stato liberale e la sua autorità, creò l'organizzazione e l'azione
della forza anche con le armi, più per sostituirsi allo stato borghese
contro comunisti e socialisti, che come costruttore di un
pensiero che fino ad oggi sembra essere orientato da forze liberali
e conservatrici pur nella fase anarcoide; comunque tenda a
svolgersi e a consolidarsi questa forza giovane, è anch'essa contro
lo stato democratico, parlamentarista, accentratore. E tutte
e tre queste forze, nelle contese e nei contatti, maturano nuovi
atteggiamenti che accelerano i fenomeni della crisi dell'oggi,
tendono a variare le basi dell'ordinamento statale, nella sua
costruzione economica, giuridica e organica, nello sviluppo di
nuove forze e di nuove idealità, nel fermento di una gioventù
che si rinnova.
Analizzare questo fenomeno è nostro dovere, per approfondirlo
e valutarne la portata. Tutti e tre i partiti dicono di avere
l'avvenire; nessuno dei tre ha ancora completamente maturato
la sua costruzione ideologica; ma ciascuno ha le radici in uno
stato d'animo e in una concezione primitiva della vita e della
società e perciò attingono all'anima di larghe sfere di giovani,
di popolo, di ingenui, di sognatori, di entusiasti, di fedeli, di
proseliti; sia la forza dell'idea di giustizia economica (il socialismo),
sia quella di un equilibrio morale (il popolarismo), sia
quella di una forza dominatrice (il fascismo), hanno un punto
di partenza che diviene una idea-forza e crea un movimento.
Il socialismo, come il più antico e il più forte partito di
massa, ha una ragione storica di primo ordine, e crea un movimento
ideale ben marcato. Però, come tutti i movimenti aprioristici
e generali, ha trovato il contrasto della realtà ed ha dovuto
sciupare enormi energie negli atteggiamenti tattici, per arrivare
a trovare un proprio terreno politico e poscia anche un
proprio terreno economico. Così è passato attraverso tutti gli
stadi di elaborazione e di specificazione; e sul terreno politico
perdette la caratteristica negativa aprioristica rivoluzionaria il
giorno che entrò a Montecitorio, e il giorno che insieme con il
resto della estrema sinistra radicale e repubblicana superò la
reazione del ʼ98 e cominciò a divenire riformista. Né, a rifargli
la verginità, valsero la posizione ostile alla guerra e il movimento
semirivoluzionario del dopo guerra; anzi, dopo le fallaci
esperienze del leninismo e del bolscevismo nostrano, dovette
separarsi dai comunisti, rinunziare alla dittatura e tendere verso
la collaborazione parlamentare. Sul terreno economico è ormai
un dato fermo; il socialismo economico di stato per i democratici
doveva essere la concessione limite ai socialisti per immunizzarsi
dai violenti assalti dati al potere politico; e per i socialisti
doveva essere la prima conquista per arrivare al potere o
meglio alla dittatura politica. Si è così costituito uno stato nello
stato, che ha acquistato il diritto alla intangibilità; i sindacati
dei trasporti marittimi e terrestri, locali e statali, sono la rete
rossa che lega lo stato e la economia pubblica e privata; il sindacato
metallurgico crea il legame fra industrie parassitarie e
banche sovventrici, unendo nel medesimo interesse, contro lo
stato s'intende, capitale e lavoro, finanza, imprese e lavoratori;
le cooperative rosse, che hanno conquistato lavori pubblici ed
istituti sovventori creati e finanziati dallo stato, formano la loro
economia, rivoluzionaria a parole e collaborazionista nei fatti.
E qui sta il grottesco e la tragedia insieme. Alle masse han predicato
l'abolizione della proprietà, il comunismo più o meno
larvato, il sindacato come mezzo di lotta permanente per arrivare
alla dittatura economica e politica, quale fine ultimo.
Al contrario, hanno fermato le conquiste immediate sulle seconde
e sulle terze trincee; l'avvento diviene lontano e bisogna
fare il cammino a ritroso; bastano le cooperative fornite dallo
stato, bastano i sindacati come ragione economica ed elemento
permanente e organizzato della lotta di classe; basta la libertà
nell'attuale ordinamento politico; bastano alcune riforme del
consiglio del lavoro e a carattere semiborghese. Per questa via
si arriverà un giorno alla collaborazione parlamentare che negherà
trenta anni di lotta. Anche questa volta la tattica prende
la mano al programma; le ideologie scompaiono nella realtà;
i contrasti teorici perdono la loro violenza e la visione della
ricostruzione statale non ha più la linea logica e forte del rinnovatore,
del rivoluzionario, che sa aspettare purché sa vincere.
E non potrà non avvenire così; ai socialisti di destra e a
molti anche del centro è serbata la stessa strada dei democratici
e dei radicali alla Cavallotti, prima, e dei riformisti alla Bissolati
e alla Bonomi poi. Sono entrati attraverso tutte le preoccupazioni
della borghesia spaurita e dei liberali scandalizzati, nel
mare della democrazia, ed han perduto il colorito rosso per divenire
grigi; come lo perderanno anche gli altri, i Treves, i Turati,
i Modigliani, i Caldara o i loro continuatori e soci; la fede
nella palingenesi socialista sarà attenuata dalla realtà semiborghese,
in un adattamento, che continuerà e aggraverà il sistema
del cosiddetto socialismo di stato. Però questo termine, che i
socialisti di destra vedono come una fatale necessità, secondo
me, sta per essere sorpassato: il fallimento economico dello stato
borghese non permette né i lussi dello sperpero, né permetterà
il tentativo del monopolio economico centralizzato nelle mani
della vera e della falsa burocrazia in accomandita con partiti
socialdemocratici; le nuove forze antisocialiste e quelle popolari,
sotto diversi aspetti e con diverse finalità, non potrebbero
aderirvi. Del resto, una simile prospettiva, che spingerebbe una
parte della classe operaia nelle braccia del comunismo, non consoliderebbe
lo stato nei suoi ordinamenti attuali, lo farebbe
divenire ancora più ipertrofico, più centralizzato, più tirannico;
sopprimerebbe ancora di più l'elemento vitale della libertà,
e monopolizzerebbe il potere con maggiore tenacia, in nome
delle masse: sarebbe la definitiva trasformazione della democrazia
in demagogia.
* * *
Il fascismo è troppo giovane per avere una tradizione, una
letteratura, un movimento culturale, una costruzione logica provata
dai fatti. Vive di retorica alternata di violenza; come tutti
i movimenti anarcoidi ha in sé un che di goliardico; è un prodotto
della guerra, è una ribellione, è una sfida. Colpisce più
la democrazia che il socialismo; nuoce più allo stato borghese
e democratico con la ribellione collettiva, che al socialismo con
le rappresaglie e le spedizioni punitive.
E lo stato borghese è impotente: Giolitti usò il suo metodo,
quello di accarezzare e avvicinare per intossicare; ne rimase
prigioniero, dopo aver dato una parte dell'organismo statale in
mano al fascismo. Egli sperava, trasportando il fascismo in parlamento,
di trasformarlo in partito politico in campo costituzionale;
e così i liberali democratici speravano di avere una
balda schiera di avanguardisti; ma anche il fascismo politico si
difese dalle insidie giolittiane e dagli abbracci democratici;
esso va in cerca di un programma che gli permetta di avere una
idea nel campo della politica interna ed estera; e cerca aiuto
dai nazionalisti, che, rigidamente monarchici ed imperialisti,
sono conservatori nello spirito e nelle direttive. Il sindacalismo
fascista è una forma adottata, non applicata, mentre la struttura
agraria dà ai fascisti un colore economico che essi rifiutano. Ma
tutto ciò è forma, superficie, esteriorità: il metodo della violenza
è sostanza, e anarchia, è un attentato allo stato; e dovrebbe
essere un fenomeno passeggero. Se tale non sarà, se invece si
estenderà, non può non rilevarsi come lo stato sia impotente, come
i suoi organi funzionino male; e come una profonda causa dia alimento
a questo pullulare e svolgersi di forze antistatali che tendono
ad investire i valori morali e giuridici, sì da far valutare
come nuova fonte del riordinamento sociale coloro che intendono
ottenerlo con la violenza privata.
È questo un nuovo aspetto della crisi: la borghesia, sfiduciata
dei suoi istituti e degli uomini che la rappresentano, fa
l'estremo sforzo di difesa, e dove non han più valore gli ordinamenti
politici fa ricorso alle armi. È un prodotto dell'istinto
di conservazione contro la propaganda bolscevica, che aveva
morfinizzato la democrazia e i suoi istituti; e non può che sboccare
verso una nuova forma di liberalismo conservatore, antisocialista,
antidemocratico.
***
La crisi dello stato fu aggravata dal sorgere del partito popolare
italiano. Questo non ebbe atteggiamenti apocalittici, come
il socialismo del dopo guerra; non inneggiò alla violenza come
il fascismo. Interprete nel campo politico del pensiero cristiano
sociale, che in Italia ebbe i suoi fulgidi albori con la
enciclica Rerum Novarum del 15 maggio 1891, sgombrò il terreno
della pregiudiziale antinazionale, che aveva tenuto fuori
della vita nazionale i cattolici italiani; sua prima affermazione
fondamentale fu la riforma dello stato. Il popolarismo ha scelto
come terreno il campo costituzionale, come mezzo le leggi dello
stato, come anima la elevazione dei valori etici della vita; ma
vuole la grande riforma, la trasformazione degli istituti statali
sulla base di due termini: «organicità e libertà nella coesione,
non sovrapposizione delle classi, con la più larga e reale rappresentanza
dei loro interessi».
Il socialismo crede di avere concretizzato il suo programma
antitetico, e sciupa le sue forze nella tattica (intransigenza e
collaborazione); il fascismo per ora ha un programma negativo,
e si polarizza nel metodo (la violenza): il termine immediato,
concreto, positivo del regime della struttura statale, è pur
esso fuori della realtà, superato; per l'uno e per l'altro c'è
semplicemente il predominio, la forza bruta, la dittatura.
Per i popolari il metodo e la tattica sono elementi puramente
esteriori, secondari, inerenti al rapporto di contingenza
e di immediatezza: il termine è la sostanza perché è la realtà:
e il termine è dato da questo grande concetto di riforma antitetica
dell'attuale regime statale, pure nel limite di una ragionevole
adesione dell'idea al fatto, della concezione alla realtà.
E la realtà centrale anche oggi, come ieri, è la vita dello stato
nella sua ragione storica, cioè nel complesso dei suoi istituti
rispondenti ai fini morali, economici e politici della nazione; e
questa oggi è caratterizzata dalla più larga adesione al popolo,
non in forma inorganica, che crea il socialismo di stato, che è
decadenza, involuzione, pervertimento dello stato, ma in forma
organica che ne è sviluppo, evoluzione, rinnovamento.
Non si può parlare dell'organicità dello stato, e del rinnovamento
dei suoi istituti, senza darne le linee sommarie, almeno
come indicazione; e non possono tali riforme proporsi,
senza trovare il substrato economico e psicologico che
le imponga. Per questo se oggi l'enunciazione nostra ad alcuni
sembra superficiale ed esteriore, se altri crede che non abbiamo
un vero riferimento economico, tutto ciò avviene perché il terreno
dei contrasti è spostato nell'attrito dei partiti e nel prevalere
delle fazioni. Ma solo che si consideri la imponenza del fenomeno
sindacale, lo sconvolgimento portato dalla rappresentanza
proporzionale, la profondità dei contrasti fra economia
libera e burocrazia statale e l'assalto immane, colossale, di tutti
gli appetiti burocratici o travettisti contro la finanza statale, si
vedrà che le linee costruttive del partito popolare italiano sono
semplici, ma toccano le radici del male e tendono ad una profonda
trasformazione istituzionale.
***
Faccio un breve cenno della riforma dello stato da noi propugnata.
La rappresentanza politica, amministrativa e sindacale,
su base proporzionale, deve tendere a dare a tutto il popolo
la maggiore partecipazione possibile alla vita organica del
paese; e mentre il sistema maggioritario rappresentativo liberale
era a base di suffragio limitato, come espressione della
classe borghese dominatrice nelle alterne vicende dei conservatori
e dei progressisti, nella pura espressione individualista, il
sistema della proporzionale corregge il suffragio universale conquistato
dalla democrazia e fa il primo passo verso l'organicità
parlamentare. Il suffragio femminile ne dovrà essere legittima
conseguenza. Però riconosciamo che tale rappresentanza
popolare dovrà essere corretta da un'altra camera, il senato,
che non sia, come è oggi, attraverso il potere regio, un'emanazione
arbitraria del potere esecutivo, ma una legittima e
diretta rappresentanza organica dei corpi accademici, degli
organismi statali (magistratura, università, consiglio di stato,
e corpi diplomatico e militare), dei corpi amministrativi (regioni,
provincie, comuni), dei corpi sindacali (datori di lavoro
ed operai); con elezione di secondo grado e sopra liste limitate
di eleggibili.
Ma ciò non basta; le camere oggi danno (o debbono dare) le
direttive legislative e politiche, e debbono costituire il controllo
permanente del potere esecutivo; ma non possono essere l'unico
organo legislativo, che discuta e approvi tutta la congerie esasperante
di leggi e leggine, che va dal codice civile fino all'autorizzazione
della spesa per le uniformi dei soldati o per i berretti
dei carcerieri.
Se non vogliamo il sistema dei decreti-legge, a fianco del
parlamento politico, occorrono i consigli superiori, eletti dalle
rappresentanze organiche del paese, non più come corpi consultivi
a tipo burocratico o burocratizzato, ma a tipo rappresentativo;
questi consigli debbono poter dare leggi particolari e
speciali, le leggi di esecuzione, i regolamenti, con potere delegato
e controllabile dal parlamento. Questi consigli superiori
dovrebbero presiedere l'amministrazione civile, la sanità e la
beneficenza, l'istruzione, i lavori pubblici, l'economia, il lavoro
e la finanza. Oggi vi sono molti consigli superiori, e si tende
a crearne altri; ma sono organi burocratici centrali, paravento
delle responsabilità esecutive, ai quali si demandano i pareri
su atti amministrativi; a ciò deve bastare il consiglio di stato
dal punto di vista giuridico e i dirigenti tecnici amministrativi
dei vari ministeri, per il giudizio pratico della convenienza
e della opportunità.
Cadrebbero così una infinità di commissioni, conquiste di
funzionari, e si creerebbero corpi elettivi, responsabili, da rinnovarsi
a periodi determinati, e tali da creare un'esperienza
amministrativa extra-burocratica, di notevole importanza.
Questa è la forma; la sostanza è nel fondamento regionale
nel decentramento: lo stato deve essere sostanzialmente organo
politico, non amministrativo; per esso l'amministrazione è coordinamento,
integrazione, sintesi. Il comune, la provincia, la regione
sono enti pubblici di amministrazione, dei lavori pubblici,
della scuola, dei trasporti, dell'economia pubblica, nel triplice
suo ramo di agricoltura, industria e commercio e nelle sfere
sociali e sindacali del lavoro. Lo stato coordina, normalizza, integra
questi enti e le loro iniziative, sorveglia e tutela nei rapporti
con i privati e nella erogazione del pubblico danaro; lo
stato deve amministrare solo quello che è nazionalmente indivisibile
o inscindibile nella sua struttura economica o nella sua
ragione politica, come sono le grandi linee di comunicazione,
le linee strategiche, gli empori portuali, i demanii nazionali.
Mentre ciò risponde ad un criterio di libertà razionale e di
autonomia locale, toglie allo stato una ragione di decadenza
politica, di soverchiamento burocratico, e di sterilità morale; e
crea lo spirito di studio e di emulazione locale, contribuisce
alla formazione dei caratteri nella vita pubblica, che è frutto
principalmente di indipendenza morale e di coscienza della propria
forza; toglie la necessaria uniformità legale ed amministrativa
là dove è varietà regionale e diversità economica, specialmente
in agricoltura, e non opprime, non attenua, ma eleva
i valori delle singole regioni.
Questa organizzazione politica ed amministrativa deve essere
basata sulla organizzazione sindacale di classe; non è la
vecchia corporazione che risorge, prodotto della economia locale,
quando il grande comune era anche stato, ma è una nuova
formazione di interessi collettivi di classe, che esigono tutela e
che debbono coordinarsi agli interessi generali della nazione. E
questo non può essere lasciato al puro gioco delle libere forze,
con il semplice intervento statale, prima solamente di polizia,
poi legislativo e oggi anche amministrativo, che non può essere
che saltuario, occasionale e, se si vuole, anche partigiano o reputato
tale: si ricordino l'intervento politico nella lotta fra contadini
rossi e agrari nel bolognese, sotto il ministero Giolitti e
l'intervento politico nella lotta del cremonese fra contadini bianchi
e agrari sotto il presente ministero Bonomi, e il decreto per
l'occupazione delle terre sotto il ministero Nitti. Sono esempi
che possono moltiplicarsi e che danno la caratteristica dell'attuale
fase della evoluzione sindacale nei suoi rapporti politici;
e solo il parlamento italiano può non avere la sensibilità della
necessaria ricostruzione sindacale del paese; solo la democrazia
burocratizzata può credere ancora nelle commissioni consultive
miste, negli istituti autonomi, ove esiste ancora per fictio juris
la responsabilità diretta del potere centrale, ma nel fatto esistono
i poteri collaterali irresponsabili di quanti arrivano a
prendere posizione nel gioco delle alterne vicende politiche ed
economiche del paese.
Questa costruzione organica della vita nazionale, deve essere
animata dal principio di libertà che oggi, come cento anni
addietro, viene elevato e bandito come conquista del vivere civile,
quella libertà morale, economica e organica che è negata
in nome dello stato panteista, amministratore e accentratore.
Questo principio di libertà è l'anima, il fulcro, la ragione della
riforma, il fondamento e lo spirito animatore del partito popolare
italiano.
Strano ricorso storico: cento anni fa i nostri padri iniziavano
la lotta per le libertà politiche; libertà che oggi, o sono
assimilate dal corpo sociale, e perciò, mentre ne sono vita, non
ne sono più sentimento; ovvero sono ridotte a formalismo politico,
nell'irrigidimento ipertrofico dello stato, e perciò si sente
la necessità di rianimarle con la novità degli organismi; però
le libertà morali organiche ed economiche oggi negate (nel
rapporto dei problemi contingenti) formano la mèta delle nuove
conquiste.
IV.
Non è per noi una novità quella che ho esposto nel duplice
aspetto della organicità delle riforme statali e dello spirito animatore,
la libertà; gli altri si meravigliano che noi parliamo
in nome della libertà, negano che il nostro sia un programma
specifico del pensiero popolare; trovano anzi che tutto ciò può
rispondere alle linee democratiche o essere accetto anche a socialisti;
e che, per giunta, non risolve la crisi dello stato. Anzitutto
non nego che le idee della proporzionale, del voto alle
donne, del senato elettivo, dei consigli centrali tecnici, del decentramento
amministrativo, dell'autonomia locale, della costituzione
della regione, del riconoscimento giuridico delle classi,
siano patrimonio di studiosi e di uomini politici fuori del campo
popolare, e possano essere oggetto di riforme legislative propugnate
da vari partiti; quello che però manca in molti è la
comprensione organica di tali riforme, la ragione finalistica della
loro coesistenza e ampiezza e lo spirito animatore del criterio
di libertà morale, organica ed economica, che vi si deve portare.
E questo è il merito per noi e la missione del partito popolare
italiano; è lo slancio di fede che vi mette per le grandi
sorti e l'avvenire della patria, il metodo costante, sicuro di realizzazione
e di conquista.
È vero: anche uomini studiosi e di parte approvano e sostengono
la tesi delle libertà morali, specialmente della scuola;
delle libertà organiche, specialmente dei comuni; delle libertà
economiche, specialmente dei commerci; ma pochi o quasi nessuno
coordina tutte queste conquiste con la riforma dello stato;
e molti credono che con l'ordinamento presente possa ciò ottenersi
attraverso piccole riforme legislative o variando gli uomini
al potere. Noi coordiniamo insieme la riforma dello stato e la
conquista delle libertà, come un tutto sintetico e dinamico. Perciò
noi partiamo da una negazione forte, imponente: noi neghiamo
lo stato moderno democratico, accentratore, fornito di
un potere assoluto; noi neghiamo il socialismo di stato, come
ultimo termine economico e politico di questa ragione panteista;
noi neghiamo le direttive etiche a questo potere di accentramento.
Così la nostra posizione ideale, logica, ci fa arrivare ad
una costruzione di riforma non accidentale e di temperamento,
non esteriore e di formalità, non transattiva e di evoluzione,
ma ad una riforma antitetica e sostanziale.
* * *
Noi però non neghiamo le classi, neppure quella oggi dirigente;
per noi è crisi morale (di orientamento e di volontà)
quella che ha colpito la classe dirigente, ed è crisi organica (di
mezzi adatti all'azione) quella che ha colpito il normale ordinamento
statale. Prova tipica ne sono due fatti di notevole importanza:
l'impotenza del parlamento, del governo e dei partiti
a risolvere il problema agrario e il problema della burocrazia.
Noto questi due come i più salienti e visibili; ne potrei citare altri.
Per il primo, sono già passati tre anni dall'armistizio e, nonostante
tutte le affermazioni dei partiti di ogni colore, tutte le
promesse dei vari governi che si sono succeduti, tutti gli sforzi
di elaborazione di progetti sulle camere di agricoltura, sul latifondo
e la colonizzazione interna, sui patti agrari, il parlamento
è fermo, impassibile, impotente nella paralisi legislativa che
lo ha colpito. L'altra riforma, deliberata come una legge di
pieni poteri, è stata limitata ad una riforma di organici; l'elefantiasi
burocratica resta, perché restano tutte le mansioni statali;
la riforma si risolverà in un lieve ritocco formale, forse in
un coordinamento meno irragionevole di funzioni e di organi;
mancherà la linea di una riforma sostanziale. Che meraviglia
se noi vogliamo arrivare alla radice e trasformare l'organismo
statale?
Ci si obietta: oggi la crisi che travaglia l'Italia è una crisi
economica, grave, terribile; governi e partiti devono con ogni
sforzo tendere a superarla; sia portando il bilancio dello stato
al pareggio, sia aumentando la produzione e la potenzialità del
traffico e lo sviluppo dei commerci. Qui sta la riforma e qui
dobbiamo fermarci.
L'obiezione è grave e merita un esame ponderato e sicuro,
tale da sgombrare l'impressione che il partito popolare italiano
non abbia l'intiera visione di un così immenso problema. La ricostruzione
economica dell'Italia è insieme un problema di politica
interna e di politica estera, quanto mai oggi connesso e
inscindibile. Non è possibile riaprire all'estero le larghe correnti
di fiducia sul terreno economico, senza la tranquillità interna;
gli scioperi generali del luglio 1919 e del gennaio 1920,
le occupazioni delle fabbriche e delle terre nel settembre-ottobre
1920; le violenze comuniste e le spedizioni punitive fasciste
del 1921 sono stati elementi di forte arresto alla ripresa economica
del paese. La crisi si è aggravata con le leggi finanziarie e
politiche demagogiche e non utili all'erario dello stato, quali
le leggi giolittiane sulla nominatività dei titoli e per l'inchiesta
sulla guerra, che è divenuta campo di lotta dei capitalisti e
degli industriali, senza che l'erario dello stato venga a beneficiarne.
La caduta dell'Ilva, dell'Ansaldo, della Banca di Sconto,
e di altri minori nuclei industriali e capitalistici sono non una
conseguenza di questi fatti, ma indici di una politica economica
turbata e alterata dalla politica interna, che soverchia e sconvolge
la nostra economia e il nostro credito.
Per avere un'economia occorre avere una politica: ebbene,
mentre i socialisti hanno la loro, i popolari la loro, i liberali
di destra nazionalisti e agrari la loro, (non so se i fascisti l'abbiano)
i democratici, che hanno la responsabilità del potere, non
hanno una politica. Essi ieri tendevano ad una alleanza con i
socialisti; poi fecero la lotta e nelle elezioni generali si unirono
ad agrari, fascisti e liberali di destra; perfino Salandra divenne
giolittiano, o viceversa; e fecero i blocchi. L'indomani delle
elezioni politiche gli stessi democratici e i loro giornali ripresero
il motivo della collaborazione con i socialisti; poi di nuovo
sostennero i fascisti e gli agrari; ora si riprende largamente la
discussione sulla collaborazione con i socialisti; e altri sostiene
il cosidetto blocco nazionale. E purtroppo da Nitti ad oggi le
lamentele democratiche sono per la invadenza dei popolari,
verso i quali per il fato elettorale sono costretti ad unirsi, matrimonio
di convenienza con qualche elemento di ripugnanza!
Ebbene, dove è l'indirizzo economico in questa altalena tendenziale?
Le tariffe doganali Alessio hanno ribadito la protezione siderurgica
e metallurgica, esasperandola, a danno dell'agricoltura;
e ciò contemporaneamente alla caduta dell'Ilva e poco prima
della crisi Ansaldo, e a sei mesi dalla moratoria della Banca
di Sconto. Si deve avere una politica favorevole alla siderurgia
in Italia? Il parlamento tace, mentre Alessio decreta, e mentre
l'alta finanza impegna miliardi dopo la guerra in un indirizzo
industriale siderurgico, che poi costringe lo stato a intervenire
con danno della economia generale. Sembra che maestranze
metallurgiche ed alta banca abbiano lo stesso interesse ad imprigionare
lo stato. Oggi, dopo la caduta della Banca di Sconto,
il monopolio finanziario è in azione; lo stato va divenendo via
via ancora più prigioniero: il socialismo procacciante ne è pronubo
e parte, mentre grida allo scandalo dei pescicani. Con
quale prezzo della vita economica del paese sarà pagata la collaborazione
dei socialisti con i democratici? È un problema che
si deve porre, ed un problema di politica interna e di politica
economica insieme. Quanto costerà alla nazione un più preciso
esperimento di socialismo di stato? Forse pagherà per tutti
l'agricoltura, nei trattati di commercio e negli esperimenti di
collettivismo e di socializzazione della terra? Forse pagherà più
degli altri il mezzogiorno i cui risparmi, pompati dallo stato
sotto forma di tasse, di prestiti e di buoni del tesoro, ovvero
dalle grandi banche sotto forma di depositi, vanno poi ad alimentare
grandi imprese statali e semistatali e grandi industrie
dell'altra parte d'Italia, per continuare l'impoverimento e lo
sfruttamento economico e politico della mia bella e cara terra
meridionale e insulare?
Sono domande alle quali la realtà risponde: la realtà della
tariffa Alessio, la realtà delle navi di stato Belotti, la realtà
delle crisi siderurgiche e bancarie, la realtà del porto di Genova,
la realtà della nominatività dei titoli, la realtà del disavanzo di
circa due miliardi delle ferrovie di stato, la realtà della mancata
legge agraria; perché la politica interna, che è politica e
non è economia, sacrifica l'economia alla politica del caso per
caso, senza una direttiva concreta, alla mercé delle grandi e
occulte forze interne ed estere.
Sì, perché è anche politica estera l'economia: grave questione
e per gli italiani ancora poco valutata. Non è questa solo
politica estera del dopo guerra: è stata, ed è oggi più che mai,
politica estera.
È anzitutto politica di emigrazione; ancora la valorizzazione
del nostro emigrato deve entrare nelle linee di una vera politica:
il commissariato di emigrazione (che tende a divenire
nello stato un organo autonomo ed irresponsabile) ha reso utili
servizi per quanto riguarda le leggi di tutela, ma come indirizzo
politico è stato ed è asservito ai socialisti, e quanto alla valorizzazione
economica e morale non ne ha né la competenza né i
mezzi. Il ministero degli esteri è assente; eppure la nostra forza
di espansione emigratoria è unica, si può paragonare a quella
dell'Irlanda, ma con quale diversa portata e carattere!
La politica mediterranea è la base della nostra attività commerciale,
ed è fatta di forza e rispetto nazionale e di espansione
culturale e religiosa: solo così si può penetrare in oriente; ma il
governo della democrazia, per le varie fasi della politica interna,
non ha saputo farsi rispettare all'estero, perché sarebbe stato
accusato dai demagoghi e dai socialisti di imperialismo; ed ha
avuto paura di proteggere le missioni per non essere accusato
di clericalismo; così inventò le scuole laiche in oriente e fece
sempre una politica debole di fronte alla Francia, alla Grecia,
e alla Turchia. Perdette Tunisi ove i siciliani hanno fatto meraviglie
di colonizzazione e cercò la Libia, ove importò la massoneria
per gl'italiani, la debolezza e l'equivoco per gli arabi,
secondo il vento infido della politica interna.
Dopo la guerra, nelle conferenze della pace, il governo accettò
Versaglia per fare una politica incerta nell'Adriatico imposta
dai nazionalisti; abbandonò Vallona perché i socialisti
minacciarono lo sciopero; non sostenne per l'Alta Slesia la soluzione
più rispondente anche agli interessi italiani per timore
di passare davanti ai liberali come germanofilo; e tentenna a
ripigliare i rapporti con la Russia sotto la pressione dei partiti
di destra.
Noi diamo la colpa di molte delle cattive sorti dell'Italia,
un po' all'America, un po' alla Francia, un po' all'Inghilterra;
e certo nessuno nega che ciascuno di questi stati abbia dei veri
torti verso l'Italia, i cui sacrifici militari e finanziari non sono
stati valutati a dovere; però è mancata la linea politica, la sicurezza
di questa linea e la rispondenza all'indirizzo di politica
interna.
Così la nostra politica economica, che è insieme politica
estera e politica interna, non ha avuto, specialmente nell'ultimo
triennio, e non ha ancora il suo indirizzo.
***
Qualcuno mi domanderà a questo punto quale azione abbia
avuto il partito popolare italiano nel campo economico in un
anno e mezzo di partecipazione, sia pure limitata, al governo
(dal giugno 1920): lo dirò subito in poche parole.
Per ragioni della situazione politica, cedette a Giolitti sulla
nominatività dei titoli (pur contro il mio parere personale);
però non cedette sul controllo delle fabbriche e sostenne invece
la tesi della partecipazione e dell'azionariato; accettò come situazione
creata dal decreto Visocchi l'occupazione delle terre
e ne regolò l'uso col decreto Micheli; tentò un primo regolamento
dei contratti agrari (legge Micheli), e impose lo studio
delle leggi sul latifondo (finalmente davanti alla camera) e sulle
camere regionali di agricoltura (davanti alla commissione parlamentare);
sostenne la revisione del decreto Alessio sulle tariffe
doganali e ne affrettò l'esame; ha combattuto il disegno Belotti
sulle navi di stato, ed è merito suo se ancora questo non è legge;
ottenne la libertà di commercio dei cereali e la liquidazione dei
consorzi granari; lotta per la trasformazione del salariato anche
nelle regioni a grande coltura intensiva (lodo Bianchi di Cremona);
fa sospendere la nominatività dei titoli; lotta contro le
industrie parassitarie e per la libertà delle organizzazioni dei
sindacati e la riforma del consiglio superiore del lavoro; sostiene
la libertà di organizzazione nei porti, specialmente per
l'emporio italiano che è Genova. E potrei continuare ancora ma
andrei molto alle lunghe; solo debbo dire che sono sforzi titanici,
nella incertezza di una linea sicura nel campo della politica
interna ed estera, che a ben poco approderanno se non si
affronti il problema centrale: la riforma organica dello stato,
la delenda Carthago del partito popolare italiano.
***
Intendiamoci bene: non voglio passare per illogico o per
amante di una idea fissa a cui tutto si subordina. Io non attribuisco
forza taumaturgica agli istituti e agli organismi come
enti per sé stanti; non credo che i regolamenti valgano più
degli uomini, e per giunta credo che ancora per un pezzo
gli uomini della democrazia avranno in gran parte la direttiva
del potere, perché in gran parte hanno la direttiva della cultura,
della burocrazia, della finanza e dell'industria; e perché
purtroppo, l'agricoltura e il lavoro debbono ancora fare un cammino
non indifferente per arrivare a divenire forze direttive e
progressive del paese, superando, per quanto riguarda il lavoro,
il periodo della irresponsabilità, e per l'agricoltura il periodo
conservatore ed anarcoide insieme contemporaneamente assunto.
Il mio punto di vista è un altro, ed è semplice e perciò chiaro:
quando l'istituto e invecchiato deve trasformarsi, altrimenti non
si ha più il mezzo adatto per svolgere l'attività o per attuare
le direttive delle grandi correnti ideali. Gli uomini, anche genii,
hanno bisogno dell'ambiente; Cavour senza la monarchia costituzionale,
posto in regime assoluto, non avrebbe potuto formare
l'Italia; Bismarck in regime parlamentare non avrebbe costituito
l'impero tedesco; Napoleone, senza la rivoluzione francese
non avrebbe dominato l'Europa. È la teoria delle piccole e delle
grandi cause, è l'adesione dell'idea alla realtà, è la legge forte
dell'ambiente. Oggi lamentiamo che ci mancano uomini del risorgimento:
o non furono i piccoli stati e la vita locale, forte
ed ingenua, che ci diede uomini di carattere prima che uomini
di pensiero ed azione? E questo ceppo neppure oggi è inaridito.
Non basta; un'altra legge regola i popoli: l'equilibrio delle
forze. Uno studioso americano degli stati del nord, giorni fa,
parlando con me, osservava che in Italia ci sono troppi partiti
politici (infatti nel 1921 ne sono sorti tre nuovi: il comunismo,
il fascismo e il pan); negli Stati Uniti d'America ce ne sono
due: il repubblicano e il democratico; uno comanda l'altro nell'alterna
vicenda dei conservatori e dei progressisti. E difatti,
per quanto siano frazionati i partiti, la risultante deve essere
questa, la vicenda degli uni e degli altri; altrimenti non vi è né
progresso né ordine: è la legge dell'equilibrio delle forze. In
Italia si va in cerca di questo equilibrio: Giolitti che un tempo
aveva rotto definitivamente nel campo parlamentare l'equilibrio
della destra e sinistra, assimilando e superando Depretis, ed aveva
tentato di riottenerlo tanto con i clericali (patto Gentiloni) come
con i radical-socialisti (blocchi popolari); Giolitti, con le ultime
elezioni politiche del maggio scorso, tentò il colpo di un ritorno
indietro per ottenere un equilibrio liberale-democratico riducendo
in minoranza socialisti e popolari. Gli si attribuiva anzi
il recondito pensiero di abolire la proporzionale o almeno ridurla
all'impotenza. Si accorse che socialisti e popolari non sono forze
sopprimibili e riducibili. Ora pensa che potrebbe essere lui, ancora
destinato dagli dèi, a trovare l'equilibrio nella collaborazione
dei socialisti coi popolari attraverso la democrazia; e questo
stesso pensiero ha Nitti e forse lo avrà anche De Nicola.
Io credo che l'equilibrio delle forze alterne di conservazione
e di progresso, anche frazionate in vari partiti, debba avvenire
per il bene dell'Italia; ma non sarà possibile senza un orientamento
concreto, su basi economiche e politiche, con organismo
nuovo, ove vecchie e nuove energie traggano forza e valore da
nuova sorgente di autorità e di rappresentanza e ove l'equilibrio
venga generato dall'orientamento sociale e dai criteri di libertà,
base di ogni nuovo atteggiamento di vita collettiva.
Con i nuovi istituti verrà lo spostamento dei partiti e più
che altro la semplicizzazione dello stato e l'attenuazione dei
suoi poteri amministrativi, il che sposta dal centro alla periferia
molti interessi, aumenta i valori politici dello stato, determina
le competenze e le attività personali su più larga sfera, e realizza
le forze veramente direttive degli uomini politici. Bisogna
formare l'ambiente anche ai grandi uomini e noi auguriamo che
l'Italia ne abbia molti, e che sorgano dalle rovine del passato
con la fiducia dell'avvenire.
***
Questo è un programma vasto, si dice: ci vuole del tempo;
bisogna vincere delle difficoltà notevoli, pochi lo comprendono;
e intanto?
Rispondiamo subito noi per conto nostro: eccoci al nostro
posto; oggi collaboriamo, e purtroppo non sempre con guadagno
per il nostro partito e per le nostre idee; domani ripiglieremo
la nostra libertà, se ciò reputiamo possa giovare ancora di più
all'idea. Nel collaborare e nel combattere teniamo ferme le
nostre direttive come punto di partenza all'azione e come mèta
insieme. La prima volta che in Italia un partito pose pubblicamente
i suoi postulati pratici, immediati, concreti e l'elaborazione
parziale del proprio programma in rispondenza ai fatti,
e ad essi subordinò la collaborazione, è stato con i ben noti
nove punti del marzo 1920 durante la crisi del primo ministero
Nitti; così si fece con Giolitti, così con Bonomi.
Questo metodo di realizzazioni lente, sul terreno costituzionale
(che ci ha fatto essere contrari nel 1919 alla propaganda
per la costituente, che i socialisti volevano e che alcuni democratici
ritenevano fatale); questa fiducia nel lavoro di penetrazione
e di trasformazione (che ci fa sicuri della nostra concezione
e del nostro metodo) non sembra a molti rispondente e
proporzionata al programma di lotta contro lo stato accentratore
e alla visione che noi abbiamo della crisi e della paralisi statale.
O la visione è inesatta, essi dicono, e i termini sono ingigantiti;
ovvero occorre il metodo chirurgico della rivoluzione.
Questa è l'ultima forte obiezione alla tesi popolare. Non
ho mai creduto alle rivoluzioni a freddo: la storia non ce le
insegna: e i movimenti e le trasformazioni generali debbono
essere preceduti da grandi correnti ideali. Queste oggi non sono
né mature né efficienti. Gli avvenimenti e la propaganda ci diranno
se la nostra sarà una direttiva realizzabile ovvero se si
infrangerà contro gli ostacoli di uomini e di fatti più forti ancora
di noi; il nostro tentativo di costruirci una teoria, di tendere ad
una soluzione pratica, di orientarvi le nostre forze, di portarvi
il nostro lavoro e il nostro entusiasmo, dànno la prova di una
consistenza politica che fino a ieri ci era negata.
Noi preferiamo il metodo costituzionale e ricostruttivo, il
metodo giobertiano della persuasione e della propaganda, animato
da una grande idea: il metodo della resistenza legale e
della valorizzazione delle correnti spirituali; non solo perché
crediamo questa l'unica via possibile per noi, ma anche perché
risponde alle nostre convinzioni etiche e alla nostra visione religiosa.
Non abbiamo mai confusa la religione con nessuno istituto
civile, politico ed economico; né abbiamo attribuito alla chiesa,
come organismo cattolico, una ristretta partecipazione allo svolgersi
e mutare degli istituti politici e al divenire dei partiti;
ma non possiamo né dobbiamo sfuggire al problema etico della
vita, alle sue ragioni sociali, alla sua forza morale. E questo problema
è posto in tutte le nazioni civili, come un elemento e una
conquista della civiltà, che dopo il paganesimo classico, è per
noi civiltà cristiana. E neppure la rivoluzione francese e il laicismo
liberale, anche nelle loro transitorie aberrazioni o nelle
lotte sul terreno politico dell'influenza civile della chiesa, poterono
sopprimerla o variarla; come non potrebbe neppure il
socialismo (se domani trionfasse, non dico nel suo trasformismo
collaborazionista, ma nel suo primitivo aspetto materialista, edonista
e dittatoriale), sopprimere l'impronta, la forza della civiltà
cristiana, della sua etica, dei suoi istituti e della sua espansione.
Per la concezione morale del cristianesimo, trasportata come
norma di attività nel campo politico ed economico, i popolari
hanno una direttiva che esclude l'esercizio non legittimo della
violenza individuale e collettiva; ed hanno nel loro programma
una concezione di giustizia sociale e di elevazione dei valori
morali del popolo, che arriva alle nostre più profonde tradizioni
bimillenarie. E noi abbiamo la maggiore considerazione, anche
politica, dei valori morali, che debbono essere diretti a dare
anche nella vita pubblica una forza di carattere che oggi invano
si cerca. È questo un lato trascurato dagli altri partiti legati ad
una preponderante preoccupazione materialistica, ma è invece
il mezzo precipuo, più profondo del risorgimento del nostro
popolo, che ha ancora le riserve morali immense della famiglia
e della religione come la forza di espansione e di vita nel lavoro
e nel risparmio.
L'avvenire di questa umile Italia dei lavoratori e dei risparmiatori,
dei fedeli al focolare domestico e all'altare di Dio che
li benedice, non può mancare. Ma grave sarà la responsabilità
degli uomini politici e dei partiti se il lavoro e la fede di questo
popolo non dovessero trovare l'ordine là dove è violenza, la
libertà là dove è predominio, la giustizia là dove è egoismo, e
se gli sforzi per una utile ripresa economica del nostro paese,
fatta di lavoro e di risparmio, dovessero subire lo sperpero
pubblico o la barriera estera. Perciò s'invoca e si lavora perché
lo stato oggi in crisi trovi la via del suo rinnovamento.
In questo grande sforzo, nel quale l'importanza dell'impresa
obbliga alla generosità dei sacrifici, il partito popolare
italiano tende ad avere un posto non indegno per slancio di
fede, per amore alla patria, per lo sforzo di lavoro e per contributo
ideale.
Questi propositi oggi rinnoviamo dopo tre anni di lotta e
di preparazione politica, con la medesima fede e il medesimo
ardore; perché nessuno nell'interesse del proprio paese deve
abbandonare il suo posto di combattimento, tanto più se questo
paese si chiama Italia.