Luigi Capuana
C'era una volta… : fiabe
LUIGI CAPUANA
C'ERA UNA VOLTA....
FIABE
TREDICESIMA EDIZIONE
AUMENTATA E RIVEDUTA DALl'AUTORE
CON ILLUSTRAZIONI DI E. MAZZANTI
illustrazione e autografo del possessore del volume
FIRENZE
R. BEMPORAD e FIGLIO — LIBRAI — EDITORI
MILANO I ROMA I PISA I NAPOLI
Via Carlo Alberto, 34 Via Muratte, 27 Sottoborgo Largo Monteoliveto
BOLOGNA, DITTA NICOLA ZANICHELLI. — TORINO, S. LATTES e C.
GENOVA, EDOARDO SPIOTTI — PALERMO, LIBRERIA REBER.
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD e FIGLIO
13. — 1910. — Tip. di V. Sieni, Corso de' Tintori, 26, Firenze.
Autografo del possessore del volume
AI MIEI CARI NIPOTINI
PREFAZIONE
Queste fiabe son nate così.
Dopo averne scritta una per un caro bimbo che
voleva da me, ad ogni costo, una bella fiaba, mi
venne, un giorno, l'idea di scriverne qualche altra
pei miei nipotini.
In quel tempo ero triste ed anche un po' ammalato,
con un'inerzia intellettuale che mi faceva rabbia,
e i lettori non immagineranno facilmente la
gioia da me provata nel vedermi, a un tratto, fiorire
nella fantasia quel mondo meraviglioso di fate,
di maghi, di re, di regine, di orchi, di incantesimi,
che è stato il primo pascolo artistico delle nostre
piccole menti.
Vissi più settimane soltanto con essi, ingenuamente,
come non credevo potesse mai accadere a chi
è già convinto che la realtà sia il vero regno dell'arte.
Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi
di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza
dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel
capo; avevo Serpentina in pericolo, o la Reginotta
che mi moriva di languore per Ranocchino, o il Re
che faceva la terza prova di star sette anni alla
pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata
fanciulla.
Avevo anche la non meno seria preoccupazione
del giudizio di quel pubblico piccino che irrompeva
rumorosamente, due, tre volte al giorno, nel mio
studio, per sapere quando la nuova fiaba sarebbe
finita. Quei cari diavoletti, che poi mi si sedevano
attorno impazienti, che diventavano muti e tutti
occhi ed orecchi appena incominciavo: c'era una
volta..., mi davano una gran suggezione. Pochi autori,
aspettando dietro le quinte la sentenza del
pubblico, credo abbiano tremato al pari di me nel
vedermi davanti quelle vispe ed intelligenti testoline
che pendevano dalle mie labbra, mentre io tentavo
di balbettare per loro il linguaggio così semplice,
così efficace, così drammatico, che è l'eccellenza
naturale della forma artistica delle fiabe.
Non mi è parso superfluo dir questo al benigno
lettore, pel caso che il presente volume trovasse
qualcuno che volesse giudicarlo non solamente come
un libro destinato ai bambini; ma anche come opera
d'arte.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che
Io han prodotto. Senza di esse non mi sarebbe passato
mai pel capo di mettere audacemente le mani
sopra una forma di arte così spontanea, così primitiva
e perciò tanto contraria al carattere dell'arte
moderna.
Rivedendo le bozze di stampa ho sentito un po' dì
rimorso. Non commettevo forse un'indegnità chiamando
il pubblico a parte di quella mia deliziosa
allucinazione che io non posso mai rammentare
senza commozione e senza rimpianto?
Allora ben mi stia, se le Fate che vennero ad
aleggiare tra le bianche pareti del mio studio mentre
il sole di gennaio lo scaldava col tepore dei suoi
raggi, mentre i passeri picchiavano famigliarmente
col becco all'imposta chiusa della finestra e i miei
cari diavoletti non osavan rifiatare avvertendo la
presenza delle Dee; ben mi stia, se le Fate, per dispetto,
abbandoneranno ora il mio libro alla severa
giustizia della critica!
Roma, 22 giugno 1882.
LUIGI CAPUANA.
Avvertenza. — Ho usato i vocaboli Reuccio e Reginotta secondo
il significato che essi hanno nel dialetto siciliano e unicamente
nel linguaggio delle fiabe, cioè invece di principe reale e di principessa
reale. Reuccio trovasi nelle lettere del Sassetti per Re di piccola
potenza.
SPERA DI SOLE
C'era una volta una fornaia,
che aveva una figliuola
nera come un
tizzone e brutta più del
peccato mortale. Campavan
la vita infornando
il pane della gente,
e Tizzoncino, come la
chiamavano, era attorno
da mattina a sera: —
Ehi, scaldate l'acqua! —
Ehi, impastate! — Poi,
coll'asse sotto il braccio e la ciambellina sul
capo, andava di qua e di là a prender le pagnotte
e le stiacciate da infornare; poi, colla cesta sulle
spalle, di nuovo di qua e di là per consegnar le
Illustrazione in bianco e nero autografata, raffigurante la ragazza protagonista; lettera iniziale C contenuta nell'illustrazione
pagnotte e le stiacciate bell'e cotte. Insomma
non riposava un momento.
Tizzoncino era sempre di buon umore. Un
mucchio di filiggine; i capelli arruffati, i piedi
scalzi e intrisi di mota, in dosso due cenci che gli
cascavano a pezzi; ma le sue risate risonavano da
un capo all'altro della via.
— Tizzoncino fa l'uovo, — dicevan le vicine.
All'Avemmaria le fornaie si chiudevano in
casa e non affacciavano più nemmeno la punta del
naso. d'inverno, passava.... Ma d'estate, quando
tutto il vicinato si godeva il fresco e il lume di
luna? O che eran matte, mamma e figliuola, a
starsene tappate in casa con quel po' p0' di caldo?...
Le vicine si stillavano il cervello.
— O fornaie, venite fuori al fresco, venite!
— Si sta più fresche in casa.
— O fornaie, guardate che bel lume di luna,
guardate!
— C'è più bel lume in casa. —
Eh, la cosa non era liscia! Le vicine si misero
a spiare e a origliare dietro l'uscio. Dalle fessure
si vedeva uno splendore che abbagliava, e
di tanto in tanto si sentiva la mamma:
— Spera di sole, spera di sole, sarai regina se
Dio vuole! —
E Tizzoncino che faceva l'uovo:
— Se lo dicevano che erano ammattite! —
Ogni notte così, fino alla mezzanotte: — Spera
di sole, spera di sole, sarai regina se Dio
vuole! —
La cosa giunse anche all'orecchio del Re. Il
Re montò sulle furie e mandò a chiamare le
fornaie.
— Vecchia strega, se séguiti, ti faccio buttare
in fondo a un carcere, te e il tuo Tizzoncino!
— Maestà, non è vero nulla. Le vicine sono
bugiarde. —
Tizzoncino rideva anche al cospetto del Re.
— Ah!... Tu ridi? —
E le fece mettere in prigione tutte e due,
mamma e figliuola.
Ma la notte, dalle fessure dell'uscio il custode
vedeva in quella stanzaccia un grande splendore,
uno splendore che abbagliava, e, di tanto
in tanto, sentiva la vecchia:
— Spera di sole, spera di sole, sarai regina se
Dio vuole! —
E Tizzoncino faceva l'uovo. Le sue risate risonavano
per tutta la prigione.
Il custode andò dal Re e gli riferì ogni cosa.
Il Re montò sulle furie peggio di prima:
— La intendono in tal modo? Sian messe nel,
carcere criminale, quello sottoterra. —
Era una stanzuccia senz'aria, senza luce, coll'umido
che si aggrumava in ogni parte; non ci
si viveva. Ma la notte, anche nel carcere criminale,
ecco uno splendore che abbagliava, e la
vecchia:
— Spera di sole, spera di sole, sarai regina se
Dio vuole! —
Il custode tornò dal Re, e gli riferì la cosa.
Il Re, questa volta, rimase stupito. Radunò
il Consiglio della Corona; e i consiglieri chi voleva
che alle fornaie si tagliasse la testa, chi
pensava che fosser matte e bisognasse metterle
in libertà.
— Infine, che cosa diceva quella donna? Se
Dio vuole. O che male c' era? Se Dio avesse voluto,
neppure Sua Maestà sarebbe stato buono
d'impedirlo.
— Gua'! Era proprio così. —
Il Re ordinò di scarcerarle.
Le fornaie ripresero il loro mestiere. Non
avean le pari nel cuocere il pane appuntino, e le
vecchie avventore tornarono subito. Perfin la Regina
volle infornare il pane da loro; il Tizzoncino
così saliva spesso le scale del palazzo reale, coi
piedi scalzi e intrisi di mota. La Regina le domandava:
— Tizzoncino, perchè non ti lavi la faccia?
— Maestà, ho la pelle fina e l'acqua me la
sciuperebbe.
— Tizzoncino, perchè non ti pettini?
— Maestà, ho i capelli sottili, e il pettine me
li strapperebbe.
— Tizzoncino, perchè non ti compri un paio
di scarpe?
— Maestà, ho i piedini delicati; mi farebbero
i calli.
— Tizzoncino, perchè la tua mamma ti chiama
Spera di Sole?
— Sarò regina, se Dio vuole! —
La Regina ci si divertiva; e Tizzoncino, andando
via colla sua asse sulla testa e le pagnotte
e le stiacciate di casa reale, rideva, rideva. Le
vicine che la sentivan passare:
— Tizzoncino fa l'uovo! —
Intanto ogni notte quella storia. Le vicine,
dalla curiosità, si rodevano il fegato. E appena vedevano
quello splendore che abbagliava e sentivano
il ritornello della vecchia, via, tutte dietro
l'uscio: non sapevano che inventare.
— Fornaie, fatemi la gentilezza di prestarmi
lo staccio; nel mio c'è uno strappo. —
— Tizzoncino apriva l'uscio e porgeva lo staccio.
— Come! Siete allo scuro l Mentre picchiavo
c'era lume.
— Uh! vi sarà parso. —
— Fornaie, per cortesia, prestatemi un ago. Mi
si son rotti tutti, e debbo finire un lavoro. —
Tizzoncino apriva l'uscio e porgeva l'ago.
— Come! Siete allo scuro? Mentre picchiavo,
c'era lume.
— Uh! vi sarà parso. —
La cosa era arrivata anche all'orecchio del
Reuccio che aveva già sedici anni. Il Reuccio
era un gran superbo. Quando incontrava per le
scale Tizzoncino, coll'asse sulla testa o colla cesta
sulle spalle, si voltava in là per non vederla.
Gli facea schifo. E una volta le sputò addosso.
Tizzoncino quel giorno tornò a casa piangendo.
— Che cosa è stato, figliuola mia?
— Il Reuccio mi ha sputato addosso.
— Sia fatta la volontà di Dio! Il Reuccio è
padrone. —
Le vicine gongolavano:
— Il Reuccio gli avea sputato addosso; le
stava bene a Spera di sole! —
Un altro giorno il Reuccio la incontrò sul pianerottolo.
Gli parve che Tizzoncino lo avesse un
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il Re che tira un calcio alla protagonista che cade dalle scale
po' urtato con l'asse, e lui, stizzito le tirò un calcio.
Tizzoncino ruzzolò le scale.
Quelle pagnotte e stiacciate, tutte intrise di
polvere, tutte sformate, chi avrebbe avuto il coraggio
di riportarle alla Regina?
Tizzoncino tornò a casa piangendo e rammaricandosi.
— Che cosa è stato, figliuola mia?
— Il Reuccio mi ha tirato un calcio e mi ha
rovesciato ogni cosa.
— Sia fatta la volontà di Dio: il Reuccio è
padrone. —
Le vicine non capivano nella pelle dall'allegrezza.
— Il Reuccio gli aveva menato un calcio: le
stava bene a Spera di sole! —
Il Reuccio pochi anni dopo pensò di prender
moglie e mandò a domandare la figliuola del
Re di Spagna. Ma l'ambasciatore arrivò troppo
tardi: la figliuola dei Re di Spagna s'era maritata
il giorno avanti.
Il Reuccio volea impiccato l'ambasciatore. Ma
questi gli provò che avea spesa nel viaggio mezza
giornata di meno degli altri. Allora il Reuccio lo
mandò a domandare la figliuola del Re di Francia.
Ma l'ambasciatore arrivò troppo tardi: la figliuola
del Re di Francia s'era maritata il giorno avanti.
Il Reuccio volea ad ogni costo impiccato quel
traditore che non arrivava mai in tempo: ma
quello gli provò che avea spesa nel viaggio una
giornata di meno degli altri. Allora il Reuccio lo
mandava dal Gran Turco per la sua figliuola. Ma
l'ambasciatore arrivò troppo tardi: la figliuola
del Gran Turco s'era maritata il giorno avanti.
Il Reuccio non sapea darsi pace; piangeva. Il
Re, la Regina, tutti i ministri gli stavano attorno:
— Mancavano principesse? C'era la figliuola
del Re d'Inghilterra: si mandasse per lei. —
Il povero ambasciatore partì come una saetta,
camminando giorno e notte finchè non arrivò in
Inghilterra. Era una fatalità! Anche la figlia del
Re d'Inghilterra s'era maritata il giorno avanti.
Figuriamoci il Reuccio!
Un giorno, per distrarsi, se n'andò a caccia.
Smarritosi in un bosco, lontano dai compagni,
errò tutta la giornata senza poter trovare la via.
Finalmente, verso sera, scoprì un casolare in
mezzo agli alberi. Dall'uscio aperto, vide lì dentro
un vecchione, con una gran barba bianca, che,
acceso un bel fuoco, si preparava la cena.
— Brav'uomo, sapreste indicarmi la via per
uscire dal bosco?
— Ah, finalmente sei arrivato? —
A quella voce grossa grossa, il Reuccio sentì
accapponarsi la pelle.
— Brav'uomo, non vi conosco; io sono il
Reuccio.
— Reuccio o non Reuccio, prendi quella scure
e spaccami un po' di legna. —
Il Reuccio, per timore di peggio, gli spaccava
le legna.
— Reuccio o non Reuccio, vai per l'acqua alla
fontana. —
Il Reuccio, per timore di peggio, prendeva
l'orcio sulle spalle e andava alla fontana.
— Reuccio o non Reuccio, servimi a tavola. —
E il Reuccio, per timore di peggio, lo servì a
tavola. All'ultimo il vecchio gli diè quel che era
avanzato.
— Buttati lì; è il tuo posto. —
Il povero Reuccio si accovacciò su quel po' di
strame in un canto, ma non potè dormire.
Quel vecchio era il mago, padrone del bosco.
Quando andava via, stendeva attorno alla casa
una rete incantata, e il Reuccio rimaneva in tal
modo suo prigioniero e suo schiavo.
Intanto il Re e la Regina lo piangevano per
morto e portavano il lutto. Ma un giorno, non
si sa come, arrivò la notizia che il Reuccio era
schiavo del mago. Il Re spedì subito i suoi corrieri:
— Tutte le ricchezze del regno, se gli rilasciava
il figliuolo!
— Sono più ricco di lui! —
A questa risposta del mago, la costernazione
del Re fu grande. Spedì daccapo i corrieri:
— Che voleva? Parlasse: il Re avrebbe dato
anche il sangue delle sue vene.
— Una pagnotta e una stiacciata, impastate,
infornate di mano della Regina, e il Reuccio sarà
libero.
— Oh, questo era nulla! —
La Regina stacciò la farina, la impastò, fece
la pagnotta e la stiacciata, scaldò il forno di sua
mano e le infornò. Ma non era pratica; pagnotta
e stiacciata furono abbruciacchiate.
Quando il mago le vide, arricciò il naso:
— Buone pei cani! —
— E le buttò al suo mastino.
La Regina stacciò di nuovo la farina, la impastò
e ne fece un'altra pagnotta e un'altra
stiacciata. Poi scaldò il forno di sua mano e le
infornò. Ma non era pratica. La pagnotta e la
stiacciata riusciron mal cotte. Quando il mago
le vide, arricciò il naso:
— Buone pei cani! —
— E le buttò al mastino.
La Regina provò, riprovò; ma il suo pane riusciva
sempre o troppo o poco cotto; e intanto il
povero Reuccio restava schiavo del mago.
Il Re adunò Consiglio di Ministri.
— Sacra Maestà, — disse uno dei Ministri —
proviamo se il mago è indovino. La Regina staccerà
la farina, la impasterà, farà la pagnotta e
la stiacciata; per scaldare il forno ed infornare
chiameremo Tizzoncino!
— Bene! Benissimo! —
E così fecero. Ma il mago arricciò il naso:
— Pagnottaccia, stiacciataccia
Via, lavatevi la faccia! —
E le buttò al cane. Avea subito capito che ci
avea messo le mani Tizzoncino.
— Allora, — disse il ministro, non c'è che
un rimedio.
— Quale? — domandò il Re.
— Sposare il Reuccio con Tizzoncino. Così il
mago avrà il pane stacciato, impastato, infornato
dalle mani della Regina, e il Reuccio sarà liberato.
— È proprio la volontà di Dio! — disse il Re.
— Spera di sole, spera di sole, sarai regina se
Dio vuole. —
E fece il decreto reale, che dichiarava il Reuccio
e Tizzoncino marito e moglie. Il mago ebbe
la pagnotta e la stiacciata, stacciate, impastate
e infornate dalle mani della Regina, e il Reuccio
fu messo in libertà.
Veniamo intanto a lui, che di Tizzoncino non
vuol saperne affatto:
— Quel mucchio di filiggine sua moglie?
Quella bruttona di fornaia regina?
— Ma c'è un decreto reale....
— Sì? Il Re lo ha fatto, e il Re può disfarlo! —
Tizzoncino, diventata Reginotta, era andata
ad abitare nel palazzo reale. Ma non s'era voluta
lavare, nè pettinare, nè mutarsi il vestito, nè
mettersi un paio di scarpe:
— Quando verrà il Reuccio, allora mi ripulirò. —
Era possibile? E aspettava, chiusa nella sua
camera, che il. Reuccio andasse a trovarla. Ma
non c'era verso di persuaderlo.
— Quella fornaia mi fa schifo! Meglio morto,
che sposar lei! —
Tizzoncino, quando le riferivano queste parole,
si metteva a ridere:
— Verrà, non dubitate; verrà.
— Verrò? Guarda come verrò! —
Il Reuccio, perduto il lume degli occhi e colla
sciabola in pugno, correva verso la camera di
Tizzoncino: volea tagliarle la testa.
L'uscio era chiuso. Il Reuccio guardò dal
buco della serratura e la sciabola gli cadde di
mano. Lì dentro c'era una bellezza non mai
vista, una vera Spera di sole!
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re che spia da una fessura nella porta
— Aprite, Reginotta
mia! aprite! —
E Tizzoncino, dietro
l'uscio, canzonandolo:
— Mucchio di fuliggine! —
— Apri, Reginotta
dell'anima mia! —
E Tizzoncino ridendo:
— Bruttona di fornaia!
— Apri, Tizzoncino mio! —
Allora l'uscio s'aperse, e i due sposini s'abbracciarono.
Quella sera si fecero gli sponsali, e il Reuccio
e Tizzoncino vissero a lungo, felici e contenti....
E a noi ci s'allegano i denti.
LE ARANCE D'ORO
Si racconta che c'era una volta un Re, il quale
avea dietro il palazzo reale un magnifico giardino.
Non vi mancava albero di sorta; ma il
più raro e il più pregiato, era quello che produceva
le arance d'oro.
Quando arrivava la stagione delle arance, il
Re vi metteva a guardia una sentinella, notte e
giorno; e tutte le mattine scendeva lui stesso
a osservare coi suoi occhi se mai mancasse una
foglia.
Una mattina va in giardino, e trova la sentinella
addormentata. Guarda l'albero.... Le arance
d'oro non c'eran più!
— Sentinella sciagurata, pagherai colla tua
testa.
— Maestà, non ci ho colpa. È venuto un cardellino,
si è posato sopra un ramo e si è messo
a cantare. Canta, canta, canta, mi si aggravavano
gli occhi. Lo scacciai da quel ramo, ma andò a
posarsi sopra un altro. Canta, canta, canta, non
mi reggevo dal sonno. Lo scacciai anche di lì,
e appena cessava di cantare, il mio sonno svaniva.
Ma si posò in cima all'albero, e canta,
canta, canta..., ho dormito finora! —
Il Re non gli fece nulla.
Alla nuova stagione, incaricò della guardia il
Reuccio in persona.
Una mattina va in giardino e trova il Reuccio
addormentato. Guarda albero...; le arance d'oro
non c'eran più!
Figuriamoci la sua collera!
— Come? Ti sei addormentato anche tu?
— Maestà non ci ho colpa. È venuto un cardellino,
si è posato sopra un ramo e si è messo
a cantare. Canta, canta, canta, mi s'aggravavano
gli occhi. Gli dissi: cardellino traditore, col Reuccio
non ti giova! — Ed esso a canzonarmi; il
Reuccio dorme! il Reuccio dorme! — Cardellino
traditore, col Reuccio non ti giova! — Ed esso
a canzonarmi: il Reuccio fa la nanna! il Reuccio
fa la nanna! — E canta, canta, canta..., ho
dormito finora!
Il Re volle provarsi lui stesso; e arrivata la
stagione si mise a far la guardia. Quando le furon
mature, ecco il cardellino che si posa sopra
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante un albero, un cardellino e il re addormentato
un ramo, e comincia a cantare. Il Re avrebbe
voluto tirargli, ma faceva buio come in una gola.
Intanto aveva una gran voglia di dormire!
— Cardellino traditore, questa volta non ti
giova! — Ma durava fatica a tener aperti gli
occhi.
Il cardellino cominciò a canzonarlo:
— Pss! Pss! il Re dorme! Pss! Pss! il Re
dorme! —
E canta, canta, canta, il Re s'addormentava
peggio d'un ghiro anche lui.
La mattina apriva gli occhi: le arance d'oro
non ci eran più!
Allora fece un bando per tutti i suoi Stati:
Chi gli portasse, vivo o morto, quel cardellino,
riceverebbe per mancia una mula carica d'oro.
Passarono sei mesi, e non si vide nessuno.
Finalmente un giorno si presenta un contadinotto
molto male in arnese:
— Maestà, lo volete davvero quel cardellino?
Promettetemi la mano della Reginotta, e in men
di tre giorni l'avrete. —
Il Re lo prese per le spalle, e lo messe fuor
dell'uscio.
Il giorno appresso quegli tornò:
— Maestà, lo volete davvero quel cardellino?
Promettetemi la mano della Reginotta e in men
di tre giorni l'avrete. —
Il Re lo prese per le spalle, gli diè una pedata
e lo messe fuor dell'uscio.
Ma il giorno appresso, quello, cocciuto, ritornava:
— Maestà, volete davvero il cardellino? Promettetemi
la mano della Reginotta, e in men di
tre giorni l'avrete. —
Il Re, stizzito, chiamò una guardia e lo fece
condurre in prigione.
Intanto ordinava si facesse attorno all'albero
una rete di ferro; con quelle sbarre grosse, non
c'era più bisogno di sentinella. Ma quando le
arance furon mature, una mattina va in giardino...;
l'arance d'oro non c'eran più.
Figuriamoci la sua collera! Dovette, per forza
mettersi d'accordo con quel contadinotto.
— Portami vivo il cardellino, e la Reginotta
sarà tua.
— Maestà, fra tre giorni. —
E prima che i tre giorni passassero, era già
di ritorno.
— Maestà, eccolo qui. La Reginotta ora è
mia. —
Il Re si fece scuro. Doveva dare la Reginotta
a quello zoticone?
— Vuoi delle gioie? Vuoi dell'oro? Ne avrai
finchè vorrai. Ma quanto alla Reginotta, néttati
la bocca.
— Maestà, il patto fu questo.
— Vuoi delle gioie? Vuoi dell'oro?
— Tenetevi ogni cosa. Sarà quel che sarà! —
E andò via.
Il Re disse al cardellino:
— Ora che ti ho tra le mani, ti vo' martoriare. —
Il cardellino strillava, sentendosi strappare le
penne ad una ad una.
— Dove son riposte le arance d'oro?
— Se non mi farete più nulla, Maestà, ve lo dirò.
— Non ti farò più nulla.
— Le arance d'oro son riposte dentro la Grotta
delle sette porte. Ma c'è il mercante, col berrettino
rosso, che fa la guardia. Bisogna sapere il
motto; e lo sanno due soli: il mercante e quel
contadino che mi ha preso. —
Il Re mandò a chiamare il contadino.
— Facciamo un altro patto. Vorrei entrare
nella Grotta delle sette porte, e non so il motto.
Se me lo sveli, la Reginotta sarà tua.
— Parola di Re?
— Parola di Re!
— Maestà, il motto è questo:
Secca risecca!
Apriti, Cecca.
— Va bene. —
Il Re andò, disse il motto, e la Grotta s'aperse.
Il contadino rimase fuori ad attenderlo.
In quella Grotta i diamanti, a mucchi per terra,
abbagliavano. Vistosi solo, sua Maestà si chinava
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re con un sacco sulle spalle
e se ne riempiva le tasche. Ma nella stanza appresso,
i diamanti, sempre a mucchi, eran più
grossi e più belli. Il Re si vuotava le tasche, e
tornava a riempirsele di questi. Così fino all'ultima
stanza, dove, in un angolo, si vedevano ammonticchiate
le arance d'oro del giardino reale.
C'era lì una bisaccia, e il Re la colmò. Or che
sapeva il motto, vi sarebbe ritornato più volte.
Uscito fuor della Grotta, colla bisaccia in collo,
trovò il contadino che lo attendeva.
— Maestà, la Reginotta ora è mia. —
Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta
a quello zoticone?
— Domanda qualunque grazia e ti verrà concessa.
Ma per la Reginotta néttati la bocca.
— Maestà, e la vostra parola?
— Le parole se le porta il vento.
— Quando sarete al palazzo ve ne accorgerete. —
Arrivato al palazzo, il Re mette giù la bisaccia
e fa di vuotarla. Ma invece di arance d'oro,
trova arance marce.
Si mette le mani nelle tasche, i diamanti son
diventati tanti gusci di lumache!
— Ah! quel pezzo di contadinaccio gliel'avea
fatta!... —
Ma il cardellino la pagava.
E tornò a martoriarlo.
— Dove sono le mie arance d'oro?
— Se non mi farete più nulla, Maestà, ve lo dirò.
— Non ti farò più nulla.
— Son lì dove le avete viste; ma per riaverle
bisogna conoscere un altro motto, e lo sanno
due soli: il mercante e quel contadino che mi
ha preso. —
Il Re lo mandò a chiamare:
— Facciamo un altro patto. Dimmi il motto
per riprender le arance e la Reginotta sarà tua.
— Parola di Re?
— Parola di Re!
— Maestà, il motto è questo:
Ti sto addosso;
Dammi l'osso.
— Va bene. —
Il Re andava e ritornava più volte colla bisaccia
colma, e riportava a palazzo tutte le arance
d'oro.
Allora si presentò il contadino:
— Maestà, la Reginotta ora è mia. —
Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta
a quello zoticone?
— Quello è il tesoro reale: prendi quello che
ti piace. Quanto alla Reginotta, néttati la bocca.
— Non se ne parli più. —
E andò via.
Da che il cardellino era in gabbia, le arance
d'oro restavano attaccate all'albero da un anno
all'altro.
Un giorno la Reginotta disse al Re:
— Maestà, quel cardellino vorrei tenerlo nella
mia camera.
— Figliuola mia, prendilo pure; ma bada che
non ti scappi. —
Il cardellino nella camera della Reginotta non
cantava più.
— Cardellino, perchè non canti più?
— Ho il mio padrone che piange.
— E perchè piange?
— Perchè non ha quel che vorrebbe.
— Che cosa vorrebbe?
— Vorrebbe la Reginotta. Dice:
Ho lavorato tanto,
E le fatiche mie son sparse al vento.
— Chi è il tuo padrone? Quello zotico?
— Quello zotico, Reginotta, è più Re di Sua
Maestà.
— Se fosse vero, lo sposerei. Va' a dirglielo, e
torna subito.
— Lo giurate?
— Lo giuro. —
E gli aperse la gabbia. Ma il cardellino non
tornò.
Una volta il Re domandò alla Reginotta:
— O il cardellino non canta più? È un bel
pezzo che non lo sento.
— Maestà, è sulla muta. —
Il Re s'acchetò.
Un'altra volta, dopo parecchi mesi, tornò a
domandare:
— O il cardellino non canta più? È un bel
pezzo che non lo sento.
— Maestà, è un po'malato. —
E il Re s'acchetò.
Intanto la povera Reginotta viveva in ambascia:
— Cardellino traditore, te e il tuo padrone! —
E come s'avvicinava la stagione delle arance,
pel timore del babbo, il cuore le diventava piccino
piccino,
Intanto venne un'ambasciatore del Re di
Francia che la chiedeva per moglie. Il padre ne
fu lieto oltremodo, e rispose subito di sì. Ma la
Reginotta:
— Maestà, non voglio; vo' rimanere ragazza. —
Quello montò sulle furie:
— Come? Diceva di no, ora che avea impegnato
la sua parola e non potea più ritirarla?
— Maestà, le parole se le porta il vento. —
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re che viene trattenuto dalla servitù perchè vorebbe scagliarsi sulla figlia triste
Il Re non lo potevan trattenere: schizzava
fuoco dagli occhi. Ma quella, ostinata:
— Non lo voglio! Non lo voglio! Vo' rimanere
ragazza. —
Il peggio fu quando il Re di Francia mandò a
dire che fra otto giorni arrivava.
Come rimediare con quella figliolaccia caparbia?
Dallo sdegno, le legò le mani e i piedi e la
calò in un pozzo:
— Di' di sì, o ti faccio affogare! —
E la Reginotta zitta. Il Re la calò fino a
metà.
— Di' di sì, o ti faccio affogare! —
E la Reginotta zitta. Il re la calava più giù,
dentro l'acqua; le restava fuori soltanto la testa:
— Di' di sì, o ti faccio affogare! —
E la Reginotta zitta.
— Dovea affogarla davvero?
E la tirò su; ma la rinchiuse in una stanza,
a pane ed acqua. La Reginotta piangeva:
— Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
Per mantener la parola ora patisco tanti guai! —
Il Re di Francia arrivò con un gran séguito,
e prese alloggio nel palazzo reale.
— E la Reginotta? Non vuol farsi vedere?
— Maestà, è un po'indisposta. —
Il Re non sapeva che rispondere, imbarazzato.
— Portatele questo regalo. —
Era uno scatolino tutto d'oro e di brillanti.
Ma la Reginotta lo posò lì, senza neppur curarsi
d'aprirlo. E piangeva.
— Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
— Non siamo traditori, nè io, nè il mio padrone. —
Sentendosi rispondere dallo scatolino, la Reginotta
lo aperse.
— Ah, cardellino mio! Quante lagrime ho
sparse!
— La tua sorte volea così. Ora il destino è
compito. —
Sua Maestà, conosciuto chi era quel contadino,
le diè in dote l'albero che produceva le arance
d'oro, e il giorno appresso la Reginotta sposò il
Re di Francia.
E noi restiamo a grattarci la pancia.
RANOCCHINO
Questa è la bella storia di Ranocchino porgi
il ditino, e sentirete qui appresso perchè si
dica così.
Si racconta dunque che c'era una volta un
povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli, che
se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci
anni, e l'ultimo appena due.
Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi.
— Figliuoli, — disse — son due giorni che non
gustiamo neppure un gocciolo d'acqua, ed io,
dalla disperazione, non so più dove dar di capo.
Sapete che ho pensato? Domani mi farò prestar
l'asino dal nostro vicino, gli porrò le ceste e vi
porterò attorno per vendervi. Se avete un po' di
fortuna, si vedrà. —
I bimbi si misero a strillare; non volevano esser
venduti, no! Solo l'ultimo, quello di due anni,
non strillava.
— E tu, Ranocchino? — gli domandò il babbo,
che gli avea messo quel nomignolo perchè era
piccino quanto un ranocchio.
— Io son contento, — rispose.
E la mattina quel povero diavolo se lo prese
in collo, e cominciò a girare per la città.
— Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra
Ranocchino! —
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
S'affacciò alla finestra la figlia del Re.
— Che cosa vendete, quell'uomo?
— Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare. —
La Reginotta lo guardò, fece una smorfia e gli
sbatacchiò le imposte sul viso.
— Bella grazia! — disse quel povero diavolo.
E riprese ad urlare:
— Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra
Ranocchino! —
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
Quel povero diavolo non avea coraggio di tornare
a casa, dove gli altri figliuoli lo aspettavano
come tant'anime del purgatorio, morti di fame.
Ranocchino intanto gli s'era addormentato addosso.
Allora lui pensò ch'era meglio ammazzarlo,
piuttosto che vederlo patire: gli avrebbe ammazzati
tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno; e cominciava
da questo!
Era già sera: e, uscito fuor di città, si ridusse
in una grotta, dove non poteva esser veduto da
nessuno. Adagiò per terra il bimbo che dormiva
tranquillamente, e prima d'ammazzarlo si mise
a piangerlo:
— Ah, coricino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo
ammazzarti!
Ah, Ranocchino mio!
E non ti vedrò più per la casa, non ti vedrò!
Ah, coricino mio!
E chi fu la strega che te lo cantò in culla,
chi fu?
Ah, Ranocchino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo
ammazzarti! —
Spezzava il cuore perfino ai sassi.
— Che cosa è stato, che piangi così? —
Il povero diavolo si voltò e vide una vecchia
seduta a traverso la bocca della grotta, con un
bastoncello in mano.
— Che cosa è stato! Ho sette figliuoli piccini
e moriamo tutti di fame. Per non vederli più
patire, ho deliberato d'ammazzarli; e comincio
da questo.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante un padre, un piccolo bambino e vecchietta
— Come si chiama?
— Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino.
— E Ranocchino sia! —
La vecchia toccava appena il bimbo col bastoncello,
che quegli era già diventato un ranocchio
e saltellava qua e là.
Il povero padre rimase spaventato.
— Fàtti coraggio! — gli disse la vecchia. —
Fruga in quel canto; c'è del pane e del formaggio:
mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno,
aspettami sotto le finestre del palazzo
reale: sarà la tua fortuna. —
Quando i figliuoli lo videro tornare senza il
fratellino, si misero a strillare.
— Zitti! ecco del pane e del formaggio.
— Ma Ranocchino dov'è?
— È morto! —
Disse così per non esser seccato.
E il giorno appresso, prima dell'ora fissata,
andava ad appostarsi sotto le finestre del palazzo
reale. Aspetta, aspetta, la vecchia non compariva.
La figlia del Re era a una finestra, che si pettinava.
Lo riconobbe e gli domandò, per canzonatura:
— O quell'uomo, e Ranocchino ve l'han comprato? —
Ma prima che quello rispondesse, ecco la vecchia
con una coda di gente dietro. La gente fece
crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva:
— Ranocchino, porgi il ditino! —
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva
il ditino alla vecchia. Gli altri avevano un bel dirgli:
— Ranocchino, porgi il ditino; — non se ne
dava per inteso. Una meraviglia non mai vista.
E tutti pagavano un soldo.
La Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la
finestra; voleva veder anche lei.
— Ranocchino, porgi il ditino! —
Rimase ammaliata. E corse subito dal Re.
— Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi
quel Ranocchino.
— Che vorresti tu farne?
— Allevarlo nelle mie stanze: mi divertirò. —
Il Re acconsentì.
— Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino?
— Maestà, lo vendo a peso d'oro. È quel che
vale.
— Voi canzonate, vecchia mia.
— Dico davvero. Domani varrà il doppio. Ranocchino,
porgi il ditino! —
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva
il ditino alla vecchia. Gli altri aveano un bel dirgli:
— Ranocchino, porgi il ditino; — non se ne
dava per inteso.
— Vedi? — disse il Re alla Reginotta. — Occorre
anche la vecchia. —
La Reginotta non s'era provata.
— Ranocchino, porgi il ditino!
Ranocchino spiccò un salto, le fece una bella
riverenza e le porse il ditino.
Allora bisognò comprarlo: se no, la Reginotta
non si chetava.
Posero Ranocchino in un piatto della bilancia
e un pezzettino d'oro nell'altro, ma la bilancia
non lo levava. Possibile che quel Ranocchino pesasse
tanto? Colmarono d'oro il piatto ma la bilancia
non lo levava. La Reginotta e la Regina
si tolsero gli orecchini, gli anelli, i braccialetti
e li buttarono lì. Nulla! Il Re si tolse la cintura,
ch' era d'oro massiccio, e la buttò lì. Nulla!
— Anche la corona! Vorrei ora vedere!... —
Allora la bilancia levò esatta; non mancava
un pelo.
La vecchia si rovesciò quel mucchio di oro
nel grembiule e andò via.
Quel povero diavolo attendeva all'uscita.
— Tieni! —
E gli riempì le tasche.
— Però bada! Spendi tutto a tuo piacere; ma
la corona reale, se tu la vendi o la perdi, guai
a te! —
La Reginotta si spassava, tutto il giorno, con
Ranocchino.
— Ranocchino, porgi il ditino!
Era una bellezza. Lo teneva sempre in mano,
lo portava seco dovunque. A tavola, Ranocchino
dovea mangiare nel piatto di lei.
— Una cosa sconcia! — diceva la Regina.
Ma quella era figlia unica, e le perdonavano
tutti i capricci.
Arrivò il tempo che la Reginotta dovea andare
a marito. l'avea chiesta il Reuccio del Portogallo,
e il Re e la Regina n'eran contentissimi.
Lei disse di no:
Voleva sposare Ranocchino!
Poteva darsi? Intanto non c'era verso di persuaderla.
— O Ranocchino, o nessuno!
— Te lo do io Ranocchino! —
E il Re, afferratolo per una gambetta, stava per
sbatacchiarlo sul pavimento; ma entrò un'aquila
dalla finestra che glielo strappò di mano e sparì.
La Reginotta piangeva giorno e notte. Povera
figliuola, faceva pena! E tutta la corte stava in
lutto.
Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i
giorni carnovale. Spendi e spandi; mezzo vicinato
banchettava lì e i danari andavano via a
fiumi. Finalmente non ci fu più il becco d'un
quattrino.
— Babbo, vendiamo la corona reale.
— La corona reale non si tocca!
— Si dee crepar di fame? Vendiamola!
— La corona reale non si tocca. —
Quel povero diavolo tornò nella grotta in cerca
della vecchia, e si mise a piangere.
— Che cosa è stato?
— Mammina mia, i quattrini son finiti e quei
figliuoli vorrebbero vendere la corona reale; ma
io non l'ho permesso.
— Fruga in quel canto. c'è del pane e del formaggio;
mangerete per questa sera. Domani, a
mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo
reale: sarà la tua fortuna. —
Tornò a casa, e trovò una tragedia! Cinque
figliuoli erano stesi morti per terra in un lago
di sangue; uno respirava appena:
— Ah, babbo mio! È venuta un'aquila forte e
picchiò alla finestra. — Ragazzi, fatemi vedere la
corona reale. — Il babbo la tiene sotto chiave.
E dove l'ha riposta? — In questa cassa. Allora
a colpi di becco, cominciò a scassinarla; e siccome
noi ci si opponeva, ci ha tutti ammazzati. —
Detto questo, spirò.
Quel povero diavolo si senti rizzare i capelli.
I figliuoli morti e la corona sparita!
Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccontò
ogni cosa.
— Lascia fare a me! — rispose quella.
La Reginotta stava malissimo. I medici non
sapevano più quali rimedii adoprare.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante un'aquila che, dopo aver ucciso dei bambini, ruba una corona
— Maestà, — dissero, all'ultimo; — qui ci vuol
Ranocchino, o la Reginotta è spacciata. —
Il Re si disperava:
— Dove prenderlo quel maledetto Ranocchino!
l'aquila lo aveva già digerito da un
pezzo! —
Si presentò la vecchia:
— Maestà, Ranocchino ve lo farei trovare io;
ma ci vuole un gran coraggio.
— Mi lascerei anche fare a pezzi, — rispose
il Re.
— Prendete un coltello di diamante, il più bel
bue della mandria, una corda lunga un miglio,
e venite con me. —
Il Re prese il coltello di diamante, il più bel
bue della mandria, una corda lunga un miglio,
e partì insieme colla vecchia. Nessuno dovea seguirli.
Camminarono due giorni, e al terzo, verso il
tramonto, giunsero in una pianura. Lì c'era la
torre incantata, senza porta e senza finestre, alta
un miglio.
— Ranocchino è qui, — disse la vecchia. —
Quegli uccellacci che aliano attorno alla cima,
sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lassù.
— O come?
— Maestà, ammazzate il bue e vedrete. —
Il Re ammazzò il bue.
— Maestà, scorticatelo e lasciate molta carne
attaccata al cuoio. —
Il Re lo scorticò e lasciò molta carne attorno
al cuoio.
— Ora rivolteremo questo cuoio, — disse la
vecchia. — Io vi ci cucirò dentro. Scenderanno gli
uccellacci e vi porteranno lassù. La notte, spaccherete
il cuoio col coltello di diamante; e la
mattina quando l'aquila e gli uccellacci saranno
andati via per la caccia, attaccherete la corda
alla cima, prenderete Ranocchino e la corona
reale, metterete il coltello fra i denti è vi lascerete
andar giù. —
Il Re esitava.
— E se la corda si spezzasse?
— Tenendo il coltello fra i denti non si spezzerà. —
Il Re, per amor della figliuola, si lasciò cucire
dentro il cuoio. E, subito, ecco gli uccellacci di
preda che lo afferrano cogli artigli e se lo portano
lassù.
La notte, spaccò il cuoio col coltello di diamante
e andò a nascondersi in fondo a uno stanzino.
Quando fu giorno, aspettò che l'aquila e gli
uccellacci di preda andassero a caccia, attaccò
la corda alla cima della torre, prese Ranocchino
e la corona reale, e si lasciò andar giù.
E il coltello? l'avea dimenticato.
Allora la corda cominciò a nicchiare:
— Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. —
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re mentre scende con una corda da una torre
Come rimediare? Il Re si morse una vena del
braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto scivolava
giù.
Ma poco dopo la corda da capo:
— Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere! —
Il Re si morse la vena dell'altro braccio e ne
fece schizzar il sangue. Intanto scivolava giù:
Ma la corda da capo:
— Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere! —
Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar
terra:
— E spèzzati! — rispose.
Infatti si spezzò; ma lui, per sua fortuna, se
la cavò con qualche ammaccatura. Per le vene
ferite delle braccia la vecchia cercò un'erba,
e gliele medicò con essa, e gli sanarono a un
tratto.
Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominciò
a riaversi.
— Rannocchino, porgi il ditino! —
E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto.
Il Re, per finirla, voleva far subito le nozze.
Ma la vecchia gli disse:
— Bisogna aspettare ancora un mese. Intanto
fate preparare una caldaia d'olio bollente.
— A che farne?
— Lo saprete poi. —
Quando fu il giorno, l'olio bolliva nella caldaia.
Venne la vecchia e dietro a lei quel povero diavolo
con un carro, su cui eran distesi i cadaveri
dei sei figliuoli.
— Reginotta, — disse la vecchia — volete sposare
Ranocchino? Bisogna prenderlo per un piede
e tuffarlo tre volte in quell'olio. —
La Reginotta esitava.
— Tuffami, tuffami! — le disse Ranocchino.
Allora lei lo tuffò. Uno, due? Ma la terza volta
le scappa di mano e casca in fondo alla caldaia.
La Reginotta si svenne.
Il Re voleva far ammazzare la vecchia; ma
questa, afferrati in fretta in fretta quei morticini
e buttatili nell'olio bollente, cominciò a rimestare
col suo bastone, e intanto cantava:
— Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.
Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori
vivo, il primo.
— Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno..
E rimestava. Ed ecco saltar fuori il secondo.
Così tutti e sei i fratellini.
— Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.
E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto
a galla e non saltò.
La Reginotta, appena lo scorse, tentò d'afferrarlo;
la vecchia la trattenne.
— Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito.
— Ranocchino, porgi il ditino! —
Ranocchino porse il ditino alla Reginotta..., e
chi uscì fuori? Un bel giovane che pareva un
Sole.
La Reginotta lo riconobbe pel bimbo che quel
povero diavolo volea vendere, e gli domandò scusa
d'avergli sbatacchiato le impòste sul viso. Ranocchino,
si capisce, le aveva già perdonato.
Si fecer le nozze con magnifiche feste, e Ranocchino,
a suo tempo, ebbe la corona reale.
Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta;
Chi non gli piace, me la riporti.
SENZA—ORECCHIE
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante una balia e una bambina che passeggiano in giardino
C'era una volta un Re che avea una bimba.
La Regina era morta di parto, e il Re avea
preso una balila che gli allattasse la piccina.
Un giorno la balia scese, insieme colla bimba,
nel giardino reale. La bimba avea tre anni, e si
divertiva a fare il chiasso sull'erba, all'ombra dei
grandi alberi. Sull'ora di mezzogiorno la balia
s'addormentava; ma quando si svegliò, non trovò
più la Reginotta. Cerca, chiama per, tutto il giardino;
nulla! La bimba era scomparsa.
Come presentarsi al Re, che andava matto per
quella figliuola?
La povera balia si picchiava il petto, si strappava
i capelli:
— Dio! Dio! Sua Maestà l'avrebbe fatta impiccare! —
Agli urli della balia erano accorse le guardie.
Fruga e rifruga, tutto fu inutile.
Venne l'ora del pranzo.
— E la Reginotta? — domandò il Re.
I ministri si guardarono in faccia, più bianchi
di un panno lavato.
— La Reginotta dov'è?
— Maestà, — disse un ministro — è accaduta
una disgrazia! —
Il Re pareva fuor di sè dal gran dolore. Fece
subito un bando:
— Chi riporta la Reginotta, gli si concede qualunque
grazia. —
Ma eran già passati sei mesi, e al palazzo reale
non s'era visto nessuno.
I banditori andavano di regno in regno:
— Sia cristiano, sia infedele, chi riporta la
Reginotta, gli vien concessa qualunque grazia. —
Ma passò un anno, e al palazzo reale non si
presentò nessuno.
Il Re era inconsolabile: piangeva giorno e
notte.
Nel giardino reale c'era un pozzo. La Reginotta,
mentre la balia dormiva, s'era accostata
all'orlo e vi si era affacciata.
Vedendo, laggiù, nello specchio dell'acqua,
un'altra bimba sua pari, l'avea chiamata.
— Ehi! ehi! — accennando colle manine. Allora era
sorto dal fondo del pozzo un braccio lungo lungo,
peloso peloso, che l'afferrò e la tirò giù. E così,
da parecchi anni, lei viveva in fondo a quel
pozzo, col Lupo Mannaro che l'avea tirata giù.
In fondo al pozzo c'era una grotta grande dieci
volte più del palazzo reale. Stanze tutte oro e
diamanti, una più bella e più ricca dell'altra. È
vero che non ci penetrava mai sole, ma ci si vedeva
lo stesso. La bimba veniva servita da quella
Reginotta che era. Una cameriera per spogliarla,
una per vestirla, una per lavarla, una per pettinarla,
una per recarle la colazione, una per servirla
a pranzo, una per metterla a letto. S'era
già abituata e non ci nivea di cattivo umore.
Il Lupo Mannaro russava tutto il santo giorno
e la notte andava via. Siccome la bimba, quando
lo vedeva, strillava dalla paura, si facea veder
di rado: non volea spaventarla.
Intanto la Reginotta s'era fatta una bella
ragazza.
Una sera, entrata in letto, non poteva dormire.
Sentito che il Lupo Mannaro si preparava ad andar
via, tese meglio l'orecchio. Il Lupo Mannaro
con quella sua vociaccia ròca, urlava:
— Chiamatemi il cuoco. —
Il cuoco venne.
— Credo che siamo in punto, — gli disse —
mi pare una quaglia.
— Bisogna vedere, — rispose il cuoco.
La Reginotta sentì che giravano adagino il
pomo della serratura:
— Ahimè! Dunque si trattava di lei? Il Lupo
Mannaro voleva mangiarsela. —
Le si accapponò la pelle, sfido io! Si fece piccina
piccina, e finse di dormire. Il Lupo Mannaro
s'accostava al letto, svoltava le coperte con cautela,
e il cuoco cominciava a tastarla tutta, come
gallina da tirargli il collo.
— Ancora una settimana, — disse il cuoco —
e sarà un boccone reale.
Come intese queste parole, la Reginotta si sentì
rinascere:
— Otto giorni! Oh, quella quaglia il Lupo Mannaro
non l'avrebbe mangiata; no, no! —
Pensa e ripensa, le venne un'idea. La mattina,
saltata giù dal letto, appostossi alla bocca della
grotta, dentro il collo del pozzo, ed aspettò che
venisse gente ad attinger acqua. La carrucola
stride, la secchia fa un tonfo, ed ecco la Reginotta
che s'afferra alla corda, puntando i piedini
sull'orlo della secchia. La tiravano su lentamente;
era un po' pesa. A un tratto la corda si rompe, e
secchia e Reginotta, patatunfete, giù!
Accorsero le cameriere e la ritirarono dall'acqua.
— Ebbi un capogiro e cascai. Non ne fate
motto, per carità; il Lupo Mannaro mi picchierebbe. —
E passò un giorno.
Il secondo giorno, aspetta aspetta, la secchia
non venne giù. Bisognava trovare un altro mezzo:
ma non era come dirlo. Quale? La grotta non
aveva che quell'unica uscita.
E passò un altro giorno.
La Reginotta non si perdette d'animo. Appena
aggiornava, era al suo posto; ma la secchia non
calava.
E passarono altri due giorni.
Una mattina, mentre lei piangeva dirottamente,
guardando fisso nell'acqua vide lì un
pesciolino rosso, che parea d'oro, colla coda bianca
come l'argento, e con tre macchie nere sulla
schiena.
— Ah! pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero
in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti
nè amici! —
Il pesciolino montava a fior d'acqua, dimenando
la coda, aprendo e chiudendo la bocca;
pareva l'avesse sentita:
— Ah! pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero
in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti
nè amici. Fra quattro giorni sarò mangiata! —
Il pesciolino rosso, dalla coda bianca e dalle
tre macchie nere sulla schiena, s'era accostato
alla sponda:
— Se tu fossi di sangue reale e volessi sposarmi,
saremmo liberi tutti e due. Per vincere
il mio incanto non ci vuoi altro.
— Sono sangue reale, pesciolino d'oro, e son
tua sposa fino da questo momento.
— Cavalcami sulla schiena e tienti forte. —
La Reginotta si mise a cavalcioni del pesciolino
e gli si afferrò alle branchie; e il pesciolino,
nuota, nuota, la portò in fondo al pozzo. Di lì
passava un fiume, sotto terra. Il pesciolino infilò
diritto la corrente e la Reginotta gli si tenne
sempre ben afferrata alle branchie.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante la regina a cavalcioni sul pesciolino rosso mentre incontrano un pesce mostruoso
Ma ecco, in un punto, un pesce grossissimo;
con tanto di bocca spalancata, che voleva ingoiarli:
— Pagate il pedaggio, o di qui non si passa. —
La Reginotta si strappò un'orecchia e gliela
buttò. Nuota, nuota, ecco un altro pesce più
grosso del primo, con tanto di bocca spalancata
e una foresta di denti:
— Pagate il pedaggio, o di qui non si passa. —
La Reginotta si strappava l'altra orecchia e
gliela buttava.
Quando la corrente sboccò all'aria aperta, il
pesciolino depose la Reginotta sulla sponda e
diè un salto fuor dell'acqua. Era diventato un
bel giovane, con tre piccoli nèi sulla faccia. Lei
disse:
— Andiamo a presentarci al Re mio padre.
Son tredici anni che non mi vede: —
Al portone del palazzo reale non volevano
lasciarla passare.
— Sono la Reginotta! Son la figliuola del Re! —
Non ci credeva nessuno, nemmeno il Re. Pure
ordinò di fargliela venire dinanzi:
— Chi sa, poteva anche darsi! —
Il re la guardò da capo a piedi: gli pareva e
non gli pareva. Lei gli raccontò la sua storia;
ma non disse nulla delle orecchie, per vergogna.
Infatti nascondeva il suo difetto, tenendo basse
le trecce.
Ma un ministro se n'accòrse:
— E le orecchie, figliuola mia? dove le perdeste
le orecchie? —
Il Re, indignato, la condannava a rigovernare
i piatti e le stoviglie della cucina reale. Il principe
Pesciolino (lo chiamarono subito così) fu
dannato a spazzar le stalle:
— Imparassero in tal modo a farsi beffa del
Re! —
Un giorno Sua Maestà volea mangiare del pesce.
Ma in tutto il mercato c'era due pesci soltanto,
e nessuno sapeva che razza di pesci si fossero,
neppure i pesciaioli. Ed eran lì dal giorno
avanti, e cominciavano a passare. Ma il Re volea
del pesce ad ogni costo, e il cuoco li comprò:
— Maestà, non c'è che questi: nessuno sa che
pesci siano, neppure i pesciaioli. Trovansi in mercato
da due giorni e cominciano a passare.
— Sta bene, — disse il Re — portali in cucina. —
In cucina il cuoco fa per sventrarli, e che gli
trova nelle budella? Due orecchie di creatura
umana, ancor stillanti sangue!
Chiamarono subito Senza—orecchie, come le
avean messo il nomignolo:
— Senza—orecchie, Senza—orecchie, ecco roba
per te! —
La Reginotta accorse: eran davvero le sue orecchie.
Tremante dalla contentezza se le adattò al
capo e le si appiccicarono; il sangue avea servito
di colla.
Colle orecchie, il Re suo padre raffigurolla ad
un tratto:
— È lei! È la mia figliuola!
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re che incorona i due sposi
E bandì feste reali per otto giorni. Poi, siccome
era vecchio, volle lasciare il regno. E il Re
Pesciolino e la Regina Senza—orecchie regnarono
a lungo dopo di lui.
Stretta la foglia, e larga la via,
Dite la vostra, ché ho detta la mia.
IL LUPO MANNARO
C'era una volta un Re e una Regina che non
avevan figliuoli e pregavano i santi, giorno e
notte, per ottenerne almeno uno. Intanto consultavano
anche i dottori di Corte.
— Maestà, fate questo.
— Maestà, fate quello. —
E pillole di qua, e beveroni di là; ma il sospirato
figliuolo non arrivava a spuntare.
Una bella giornata ch'era freddino, la Regina
s'era messa davanti il palazzo reale per riscaldarsi
al sole. Passa una vecchiarella:
— Fate la carità! —
Quella per la noia di cavar le mani di tasca,
rispose:
— Non ho nulla. —
La vecchiarella andò via brontolando.
— Che cosa ha brontolato? — domandò la
Regina.
— Maestà, ha detto che un giorno avrete bisogno
di lei. —
La Regina le fece correre una persona dietro,
per richiamarla; ma la vecchiarella aveva svoltato
cantonata ed era sparita.
Otto giorni dopo, si presentava un forestiero,
chiedeva di parlare in segreto col Re:
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re e un forestiero
— Maestà, ho il rimedio per guarir la Regina.
Ma prima facciamo i patti.
— Oh, bravo! facciamo i patti.
— Se nascerà un maschio, lo terrete per voi.
— E se una femmina?
— Se una femmina quando avrà compiti i sette
anni, dovrete condurla in cima a quella montagna
e abbandonarla lassù: non ne saprete più nuova.
— Consulterò la Regina.
— Vuol dire che non ne farete nulla. —
Stretto fra uscio e il muro, il Re accettò.
Il forestiero cavò di tasca una boccettina, che
gli spariva fra le dita e disse:
— Ecco il rimedio. Questa notte, appena la
Regina sarà addormentata, Vostra Maestà glielo
versi tutto intero in un orecchio. Basterà. —
Infatti, dopo nove mesi, la regina partorì e
fece una bella bambina. A questa notizia il Re
diede in uno scoppio di pianto:
— Povera figliolina, che mala sorte! Che mala
sorte! —
La Regina lo seppe:
— Maestà, perchè avete pianto e: Povera figliolina,
che mala sorte?
— Non ne fate caso. —
La Reginotta cresceva più bella del sole; il Re
e la Regina n'erano matti. Quando entrò nei
sette anni, il povero padre non sapeva darsi pace,
pensando che presto doveva condurla in cima
a quella montagna, abbandonarla lassù e non
averne più nuove! Ma il patto era questo: bisognava
osservarlo.
Il giorno che la Reginotta compì i sette anni,
il Re disse alla Regina:
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re che porta la Reginotta sulla montagna
— Vo in campagna colla bimba; torneremo
verso sera. —
Cammina, cammina, giunsero a piè della montagna
e cominciarono a salire. La Reginotta non
potea arrampicarsi, e il Re se la tolse in collo.
— Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo
indietro. —
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che
gli rigavano la faccia.
— Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo
indietro. —
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che
gli rigavano la faccia.
— Babbo, che siam venuti a fare quassù? Torniamo
indietro.
— Siediti qui; aspetta un momento. —
E l'abbandonò alla sua sorte.
Vedendolo tornar solo, la Regina cominciò a
urlare:
— E la figliuola? E la figliuola?
— Calò giù un'aquila, l'afferrò cogli artigli
e la portò via.
— Ah! figliuola mia! Non è vero!
— Le sbucò addosso un animale feroce e andò
a divorarsela nel bosco.
— Ah, figliolina mia! Non, è vero!
— Faceva il chiasso in riva al fiume e la corrente
la travolse.
— Non è vero! Non è vero! —
Allora il Re le raccontò per filo e per segno
ogni cosa.
E la Regina partì, come una pazza per ritrovar
la figliuola.
Salita in cima alla montagna, cercò, chiamò
tre giorni e tre notti, ma non scoperse neppure
un segnale; e tornò, desolata, al palazzo.
Eran passati sette anni. Della bimba non s'era
più saputo nuova. Un giorno la Regina si affaccia
al terrazzino e vede giù nella via quella vecchiarella
tanto ricercata:
— Buona donna, buona donna, montate su.
— Maestà, oggi ho fretta; verrò domani. —
La Regina rimase male. E il giorno dopo stette
tutta la mattinata ad aspettarla al terrazzino.
Come la vide passare:
— Buona donna, buona donna, montate su.
— Maestà, oggi ho fretta; verrò domani. —
Il giorno dopo, la Regina, per far meglio, andò
ad aspettarla innanzi il portone.
— Maestà, oggi ho fretta; verrò domani. —
Ma la Regina la prese per una mano e non la
lasciò affidar via; e per le scale le domandò perdono
di quella volta che non le avea fatto l'elemosina.
— Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar
la mia figliuola!
— Maestà, che ne so io? Sono una povera femminuccia.
— Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar
la mia figliuola!
— Maestà, male nuove. La Reginotta è alle
mani d'un Lupo Mannaro, quello stesso che diè
il rimedio e fece il patto col Re. Fra un mese le
domanderà: mi vuoi per marito l Se lei risponde
di no, quello ne farà due bocconi. Bisogna avvertirla.
— E il Lupo Mannaro dov'abita?
— Maestà, sotto terra. Si scende tre giorni e
tre notti, senza mangiare, nè bere, nè riposare, e
al terzo giorno s'arriva. Prendete un coltellino,
un gomitolo di refe e un pugno di grano, e venite
con me. —
La Regina prese tutto quello che la vecchiarella
avea ordinato, e partì insieme con lei.
Giunsero ad una buca, che ci si passava appena.
La vecchierella attaccò un capo del refe a
una pianticina e disse:
— Chi semina raccolga,
Chi ti attacca, quei ti sciolga. —
Ed entrarono.
Scendi, scendi, scendi, la Regina già si sentiva
le ginocchia tutte rotte.
— Vecchiarella, riposiamo un tantino!
— Maestà, è impossibile. —
Scendi, scendi, scendi, la Regina non si reggeva
più dalla fame.
Vecchiarella, prendiamo un boccone, mi
sento svenire!
— Maestà, non è possibile. —
Scendi, scendi, scendi, la Regina affogava di
sete.
— Vecchiarella, per carità, un gocciolo di
acqua!
— Maestà, non è possibile. —
E sbucarono in una pianura. Il gomitolo del
refe terminò. La vecchiarella attaccò quell'altro
capo ad una pianticina, e disse:
— Chi semina raccolga,
Chi t'attacca quei ti sciolga. —
Cominciarono ad inoltrarsi. Ad ogni passo, la
Regina dovea lasciar cadere in terra un chicco
di grano e la vecchiarella diceva:
— Grano, grano di Dio,
Com'io ti semino, vo' mieterti io. —
Il grano nasceva e cresceva subito, colle spighe
mature che penzolavano.
— Maestà, ora piantate in terra il coltellino e
sputate tre volte; siamo arrivati. —
La Regina piantò il coltellino e sputò tre volte;
e la vecchiarella disse:
— Coltellino, coltellino di Dio,
Com'io ti pianto, vo' strapparti io. —
Lasciamo costoro e torniamo alla Reginotta.
Vistasi sola sola in cima alla montagna, s'era
messa a piangere e a strillare; poi, povera bimba,
s'era addormentata. Si svegliò in un gran palazzo;
ma per quelle stanze e quei stanzoni non
vedeva anima viva. Gira, rigira, era già stanca.
— Reginotta, sedete, sedete! —
Le sedie parlavano.
Si sedette, e dopo un pezzettino, cominciò a
sentirsi appetito. Comparve una tavola apparecchiata,
colle pietanze fumanti.
— Reginotta, mangiate, mangiate! —
La tavola parlava.
Mangiò, bevve, e poco dopo le vennero le cascaggini.
— Reginotta, dormite, dormite! —
Il letto Parlava. Era uno stupore.
Così tutti i giorni. Non le mancava nulla, ma
s'annoiava a star lì senza vedere un viso di cristiano.
Spesso piangeva, pensando al babbo e alla
mamma; ed una volta si mise a chiamarli ad alta
voce, tra i singhiozzi:
— Babbo mio! Mamma mia! Con che cuore
mi lasciate qui, mammina mia! —
Ma una vociona le gridò:
— Sta' zitta! Sta' zitta! —
Rannicchiossi in un canto, e non ebbe animo
di più fiatare.
Passato un anno, un bel giorno si sentì domandare:
— Vuoi vedermi? —
E non era quella vociona. Rispose:
— Volentieri. —
Ed ecco gli usci si spalancano da loro stessi, e
di fondo alla fila delle stanze viene avanti un
cosino alto un cubito, vestito d'una stoffa a trama
d'oro, con un berrettino rosso e su una bella piuma
più alta di lui.
— Buon giorno.
— Buon giorno. Oh, bimbo mio, come sei
bello! —
E lo prese in braccio e cominciò a baciarlo,
a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una
bambola.
— Mi vuoi per marito? mi vuoi? —
La Reginotta rideva:
— Ti voglio, ti voglio. —
E un altro salto per aria, prendendolo fra le
mani.
— Come ti chiami?
— Gomitetto.
— Che fai qui?
— Sono il padrone.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante la Reginotta e il piccolo Gomitetto
— Allora lasciami andare! Lasciami tornare
a casa mia!
— No, no! Dobbiamo sposarci.
— Per ora bada a crescere! —
Gomitetto se l'ebbe a male ed andò via. E
per un anno non si fece vivo.
La Reginotta s'annoiava a star lì senza vedere
un viso di cristiano. Ogni giorno chiamava:
— Gomitetto! Gomitetto! —
Ma Gomitetto non rispondeva. Un bel giorno
le domandò di nuovo:
— Vuoi vedermi?
— Volentieri. —
In un anno dovea esser cresciuto un pochino:
ma gli usci si spalancarono, e le venne innanzi
sempre lo stesso cosino alto un gomito, vestito
di stoffa a trama d'oro, col berrettino rosso sormontato
da quella bella piuma più alta di lui.
— Buon giorno.
— Buon giorno. —
La Reginotta, nel vederlo lo stesso, rimase
sorpresa. Lo prese in collo e cominciò a baciarlo,
a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una
bambola.
— Mi vuoi per marito? Mi vuoi? —
La Reginotta rideva:
— Ti voglio! ti voglio! Ma per ora bada a
crescere. —
E qui un capitombolo per aria, prendendolo
fra le mani. Gomitetto se l'ebbe a male e andò
via.
Ogni anno così; ed eran passati sette anni. Intanto
la Reginotta s'era fatta una ragazza, che
ci volevan quattro paia d'occhi per guardarla.
Una notte non potendo prender sonno, pensava
al babbo e alla mamma:
— Chi sa se più si ricordano di me? Forse
mi credono morta! —
E piangeva sui guanciali; quand'ecco sente
buttar dei sassolini all' impòsta della finestra.
Chi poteva essere, a quell'ora?
Si fece coraggio, saltò giù dal letto, aperse
adagino adagino impòsta, e domandò:
— Chi siete? che cosa volete?
— Son io, figliuola mia; siam venute per te! —
Dall'allegrezza stava per saltar dalla finestra.
— Ascolta, figliuola, — disse la Regina sotto
voce. — Quel gomitetto è il Lupo Mannaro. Ti
s'è mostrato a quel modo per non farti paura.
Ma ora che sei grande, fra qualche giorno t'apparirà
col suo vero aspetto. Figliuola mia, non
atterrirti. E se ti domanda: Mi vuoi per marito?
rispondi di sì; altrimenti sarai morta; ne
farà due bocconi. La prossima notte a quest'ora
ci rivedremo. —
La mattina, la Reginotta udì la solita voce:
— Vuoi vedermi?
— Volentieri. —
Si spalancarono gli usci, ma, invece di Gomitetto,
venne avanti il Lupo Mannaro alto,
grosso peloso, con certi occhiacci e certe zanne,
che Dio ne scampi ogni creatura! La Reginotta
si sentì mancare.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il lupo mannaro mentre attacca la Reginotta
— Mi vuoi per marito? Ti feci fare apposta
per me. —
Lei tremava come una foglia.
— Mi vuoi per marito? —
Più la Reginotta sentiva quella vociaccia, e
più tremava e si smarriva.
— Mi vuoi per marito? —
Voleva rispondergli: sì, ma le scappò detto:
— Oh, no! no!
— Allora vien qui! —
E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela.
— Mangiami almeno domani! Te lo chieggo
per grazia! —
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto,
e poi rispose:
— Ti sia concesso! Sarai mangiata domani. —
La notte, all'ora fissata, lei s'affacciò alla finestra:
— Ah, mammina mia! Mi scappò detto di
no; sarò mangiata domani.
— Fatevi coraggio! — disse la vecchiarella.
E picchiò forte al portone.
— Chi è? chi cercate? —
All'urlo del Lupo Mannaro tutto il palazzo
tremava.
— Son coltellino,
Son piantato nella terra dura,
Per difender la creatura. —
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva
nulla. E la mattina, all'alba, venne fuori;
e come vide i coltellino, si mordeva le mani:
— Se trovo chi l'ha piantato, ne faccio un
boccone! —
Cercò, frugò attorno, ma non trovò nessuno.
All'ultimo chiamò la Reginotta:
— Vien qua, strappami di terra questo coltellino:
non ti mangerò più. —
La Reginotta gli credette, e strappò il coltellino.
— Ed ora vien qui! —
E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela.
— Mangiami almeno domani! Te lo chieggo,
per grazia. —
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto,
e poi rispose:
— Ti sia concesso. —
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra:
— Ah, mammina mia! Mi disse: strappa di
terra questo coltellino, ed io glielo strappai. Domani
sarò mangiata!
— Fatevi coraggio! —
E la vecchiarella picchiò forte al portone.
— Chi è? chi cercate? —
All'urlo del lupo Mannaro, tutto il palazzo
tremava.
— Son frumentino,
Son seminato nella terra scura,
Per difender la creatura. —
Contro questa malìa, il Lupo. Mannaro non
poteva nulla. E la mattina all alba, venne fuori;
e come vide il seminato colle spighe penzoloni,
si mordeva le mani:
— Se trovo chi lo seminò, ne faccio un boccone. —
Cercò, frugò intorno, ma non trovò nessuno.
E la mattina dopo disse alla Reginotta:
— Vieni qua: mietimi questo frumento; non
ti mangerò più. —
La Reginotta gli credette, e si mise all'opera.
Per lei non c' era malìa, e in una giornata potè
facilmente terminare di mieterlo.
— Ed ora vien qui!
— Mangiami almeno domani! Te lo chieggo
per grazia. —
Quegli stette un momentino incerto, e poi
rispose:
— Ti sia concesso, per l'ultima volta. —
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra:
— Ah, mammina mia! Mi disse: mieti questo
frumento ed io glielo mietei. Domani sarò mangiata.
— Fatevi coraggio! —
E la vecchiarella picchiò forte al portone.
— Chi è? — urlò il Lupo Mannaro.
— Son refe fino
Son attaccato alla pianta matura,
Per difender la creatura. —
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva
nulla. E la mattina, all'alba, venne fuori,
e come vide il capo del refe legato alla pianticina,
si mordeva le mani:
— Vien qua; scioglimi questo refe dai due
capi: non ti mangerò più. —
La Reginotta era stata indettata dalla vecchiarella.
Non doveva fermarsi un passo, nè mangiare,
nè bere, ma aggomitolare, aggomitolare e andare
avanti.
Sciolse quel capo, e lei avanti, aggomitolando,
il Lupo Mannaro dietro.
— Ripòsati, ripòsati!
— Quando sarò stanca, mi riposerò. —
Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro
dietro. —
— Prendi un boccone, prendi un boccone!
— Quando avrò fame mangerò. —
Lei avanti, aggomitolando, e il Lupo Mannaro
dietro.
— Bevi un gocciolino d'acqua, un gocciolino!
— Quando avrò sete, berrò. —
Eran già arrivati alla buca d'uscita. Come il
Lupo Mannaro s'accòrse che l'altro capo del refe
era attaccato alla pianticina di fuori, cominciò a
mordersi rabbiosamente le mani. E vista la vecchiarella,
diventò bianco come un panno lavato.
— Ah! la nemica mia! Son morto! son morto! —
La Regina e la Reginotta si voltarono e, invece
della vecchiarella, videro una bellissima signora,
che pareva la stella del mattino. Era la
Regina delle Fate.
Figuriamoci che allegrezza!
La Regina delle Fate prendeva intanto dei
sassi, e li metteva l'uno sull'altro davanti la buca.
— Sassi, sassi di Dio,
Io vi muro e vo' smurarvi io! —
Murata la buca, la Regina delle Fate sparì.
E quella brutta bestiaccia crepò di fame lì
dentro.
La Regina e la Reginotta tornarono sane e
salve al palazzo; e un anno dopo la Reginotta
sposò il Re di Portogallo.
CECINA
C'era una volta un Re, che amava pazzamente
la caccia, e per essere più libero di andarvi
tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie.
I ministri gli dicevano:
— Maestà, il popolo desidera una Regina. —
E lui rispondeva:
— Prenderò moglie l'anno venturo.
Passava l'anno, e i ministri da capo:
Maestà, il popolo desidera una Regina. —
— E lui:
— Prenderò moglie l'anno venturo. —
Ma quest'anno non arrivava mai.
Ogni mattina, appena albeggiava, indossava
la carniera, e col fucile sulla spalla, e coi cani;
via pei forteti boschi.
Chi avea da parlare col Re, doveva andare a
trovarlo in mezzo ai boschi e ai forteti.
I ministri ripicchiavano:
— Maestà, il popolo desidera una Regina. —
Talchè finalmente il Re si decise, e mandò
a chiedere la figlia del Re di Spagna.
Ma, andato per sposarla, si accòrse che era
un po' gobbina.
— Sposare una gobbina? No, mai!
— Ma è bella, è virtuosa! — gli dicevano i
ministri.
— È gobbina e basta: no, mai! —
E tornò alla caccia, ai boschi e ai forteti.
Quella Reginotta gobbina aveva per comare
una fata.
La fata, vedendola piangere pel rifiuto del
Re, le disse:
— Sta' tranquilla: ti sposerà e dovrà venire
a pregarti. Lascia fare a me. —
Infatti un giorno il Re, andando a caccia,
incontrò una donnicciuola magra, allampanata,
che un soffio l'avrebbe portata via.
— Maestà, buona caccia! —
Il Re, a quel viso di mal augurio, stizzito, fece
una mossaccia, e non rispose nulla.
E per quel giorno non ammazzò neppure uno
sgricciolo.
Un'altra mattina, ecco di nuovo quella donnicciuola
magra, allampanata, che un soffio
l'avrebbe portata via:
— Maestà, buona caccia!
— Senti, strega, — le disse il Re — se ti
trovo un'altra volta per la strada, te la farò
vedere io! —
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante una vecchietta e il re a caccia
E per quel giorno non ammazzò neppure uno
sgricciolo.
Ma la mattina dopo, eccoti lì quella del malaugurio:
— Maestà, buona caccia!
— La buona caccia te la darò! —
Il Re avea condotto con sè le sue guardie, e
ordinò che quella donna del malaugurio fosse
chiusa in una prigione.
Da quel giorno in poi, tutte le volte che il Re
andò a caccia, non potè più tirare un sol colpo.
La selvaggina era sparita, come per incanto, dai
forteti e dai boschi. Non si trovava un coniglio
o una lepre, neppure a pagarla a peso d'oro.
Gli accadde anche peggio.
Non potendo più fare il solito esercizio della
caccia, il Re cominciò a ingrassare, a ingrassare,
e in poco tempo diventò così grasso e grosso, da
pesare due quintali con quel suo gran pancione
che pareva una botte.
Quando avea fatto due passi per le stanze
del palazzo reale, era come se avesse fatto cento
miglia. Soffiava peggio di un mantice, sudava da
allagare il pavimento; e doveva subito subito riposarsi
e mangiare anche qualche cosa di sostanza,
per rimettersi in forze.
Desolato, consultava i migliori dottori:
— Vorrei dimagrare. —
I dottori scrivevano ricette sopra ricette. Non
passava giorno, che lo speziale non mandasse a
palazzo bicchieroni d'intrugli amari come il fiele,
che dovevano guarire Sua Maestà.
Ma Sua Maestà, più intrugli prendeva e più
grasso diventava.
Nel palazzo reale avevano già allargato tutti
gli usci delle stanze, perchè il Re potesse passare;
e una volta gli architetti dissero che se
non si fossero puntellati ben bene i solai, Sua
Maestà col gran peso gli avrebbe sfondati.
Il povero Re si disperava:
— O che non c'era rimedio per lui? —
E chiamava altri dottori; ma inutilmente. Più
intrugli prendeva e più grasso diventava.
Un giorno si presentò una vecchia e disse al Re:
— Maestà, voi avete addosso una brutta malìa.
Io potrei romperla; ma voi, in compenso, dovreste
sposare la mia figliuola, che si chiama Cecina,
perchè è piccina come un cece.
— Sposerò la tua Cecina! —
Il Re avrebbe anche fatto chi sa che cosa, pur
di levarsi di dosso tutto quel grasso e quel pancione.
— Conducila qui. —
La vecchia cacciò una mano nella tasca del
grembiule, e ne tirò fuori la Cecina, che era alta
appena una spanna, ma bellina e ben proporzionata.
Come vide quel pancione, la Cecina scoppiò in
una risata; e mentre quella la teneva sulla palma
della mano per mostrarla al Re, lei spiccò un
salto e si mise ad arrampicarglisi su pel pancione,
correndo di qua e di là, come se il pancione
del Re fosse stato per lei una collina.
Illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante la vecchietta e il re con Cecina sulla pancia
Il Re, con quei piedini, sentiva farsi il solletico
e voleva fermarla; ma quella, salta di qua, salta
di là, peggio di una pulce, non si lasciava acchiappare.
Pel solletico, il Re rideva, ah! ah! ah!, e il
pancione gli faceva certi sbalzi buffi. Ah! ah! ah!
Allora la Cecina!
— Pancione del Re,
Palazzo per me! —
Il Re dal gran ridere, teneva aperta la bocca;
la Cecina, dentro e giù per la gola:
— Pancione del Re,
Palazzo per me! —
Figuriamoci lo spavento di Sua Maestà e di
tutta la corte!
Nella confusione, la vecchia era sparita.
E la Cecina, che dal suo palazzo ordinava:
— Datemi da mangiare! —
E il Re doveva mangiare anche per lei.
— Datemi da bere! —
E il Re doveva bere anche per lei.
— Lasciatemi dormire!
E il Re dovea stare fermo e zitto, perchè là
Cecina dormisse.
— Maestà, — disse uno dei ministri — che sia
una malìa di quella donna magra, allampanata,
fatta mettere in prigione? Facciamola condurre
qui. —
I guardiani aprirono la prigione e la trovarono
vuota. Quella donna dovea essere scappata
pel buco della serratura!
— Ed ora che fare? —
E la Cecina, dal suo palazzo del pancione:
— Datemi da mangiare! datemi da bere! —
Il popolo intanto mormorava per le tasse; giacchè
per riempire quel pancione del Re, ce ne volea
della roba! E bisognava pagare.
Il Re fece un bando:
— Chi gli cavava la Cecina dallo stomaco,
diventava principe reale e avrebbe avuto quattrini
quanti ne voleva! —
Ma i banditori andarono attorno inutilmente. E
come la Cecina cresceva, per quanto poco crescesse,
il pancione del Re si gonfiava e pareva
dovesse scoppiare da un momento all'altro.
Il Re la pregava:
— Cecina bella, vien fuori, ti faccio Regina!
— Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da
mangiare.
— Cecina bella, vien fuori, ti faccio Regina!
— Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da
bere. —
Se non fosse stato il timore della morte, il Re
si sarebbe spaccato il pancione colle proprie mani.
E il popolo che brontolava:
— Re pancione ingoiava tutto! Lavoravano
per Re pancione! —
Come se Re pancione ci avesse avuto il suo
piacere! Lo sapeva soltanto lui, quello che pativa,
con la Cecina dentro che comandava a bacchetta
e voleva essere ubbidita!
Finalmente un giorno ricomparve la vecchia:
— Ah, vecchia scellerata! Cavami fuori la tua
Cecina, o guai a te!
— Maestà, son venuta a posta coi miei dottori. —
E i suoi dottori erano due uccellacci più grossi
di un tacchino, con un becco lungo un braccio
e forte come l'acciaio.
— Maestà, — disse la vecchia — dovete stendervi
a pancia all'aria in mezzo a una pianura. —
Il Re, che era ingrassato da non poter più fare
neppure un passo, comandò:
— Ruzzolatemi. —
E il popolo cominciò a ruzzolarlo come una
botte, per le scale e per le vie; e, dalla fatica,
sudavano.
Arrivati nella pianura, e messo il Re a pancia
all'aria, uno degli uccellacci gli diè una beccata
sul pancione, e, che ne schizzò fuori? Uno zampillo
di vino schietto, tutto il vino che Sua Maestà
avea bevuto in tanti anni.
La gente riempiva botti, botticini, caratelli,
tini, barili, fiaschi, boccali; non c'erano vasi che
bastassero. Pareva di essere alla vendemmia.
Tutti cioncavano e si ubriacavano.
E il pancione del Re si sgonfiò un poco.
Allora l'altro uccellaccio gli diè la sua beccata,
ed ecco rigurgitar fuori tutto il ben di Dio
mangiato dal Re in tanti anni; maccheroni, salsicciotti,
polli arrosto, bistecche, pasticcini, frutta,
insomma ogni cosa. La gente non sapeva più dove
riporli. Tutti mangiarono a crepapancia, come
fosse di carnovale.
E il pancione del Re sgonfiò un altro poco.
Allora il Re disse:
— Cecina bella, vien fuori; ti faccio Regina! —
La Cecina affacciò la testa da uno dei buchi,
e ridendo rispose:
— Eccomi qua. —
E il Re tornò com'era prima.
Si sposarono; ma il Re, con quella cosina alta
una spanna, che era una moglie per chiasso, si
credette libero di tornare a divertirsi colla caccia,
e stava fuori intere settimane.
La Cecina piangeva:
— Ah, poverina me!
Son Regina senza Re! —
Il Re per questo lamentìo, non la poteva soffrire.
Andò da una strega e le disse:
— Che cosa debbo fare per levarmi di torno
la Cecina?
— Maestà,
— Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla. —
Mangiarla gli repugnava; pure, tornato a casa
disse alla Cecina:
— Domani ti condurrò a caccia, e ti divertirai. —
Voleva condurla in mezzo ai boschi, dove non
potesse vederlo nessuno.
Ma la Cecina rispose:
— Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla. —
Grazie, Maestà!
— Ah, poverina me!
Son Regina senza Re! —
Il Re rimase stupito:
— Come lo sapeva? —
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
— Maestà, quando la Cecina sarà addormentata,
tagliatele una ciocca di capelli e portatemela
qui. —
Però, quella sera, la Cecina non avea voglia
di andare a letto.
— Cecina, vieni a dormire.
— Più tardi, Maestà; per ora non ho sonno. —
Il Re aspettò, aspettò, e si addormentò lui il
primo. La mattina, svegliatosi, vide che la Cecina
era già levata.
— Cecina, non hai dormito?
— Chi si guarda si salva. Grazie, Maestà.
— Ah, poverina me!
Son Regina senza Re! —
Il Re rimase stupito:
— Come lo sapeva? —
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
— Maestà, invitate re Corvo; appena la vedrà,
ne farà un sol boccone. —
Venne re Corvo:
— Cra! Cra! Cra! Cra! —
E come vide la Cecina, alta una spanna, cra!
cra! ne fece un boccone.
— Mille grazie, re Corvo. Ora potete andar via.
— Cra! Cra! Cra! Ma prima di andar via,
debbo mangiarti gli occhi. —
E con due beccate gli cavò gli occhi.
Il povero Re piangeva sangue:
— La Cecina morta, e lui senz'occhi! Ah,
Cecina mia! —
Illustrazione in bianco e nero autografata rafigurante il re Corvo mentre cava gli occhi al re
Passato un po' di tempo, ricomparve la solita
vecchia. Era la fata comare della Reginotta di
Spagna.
— Maestà non vi affliggete. La Cecina è viva,
e i vostri occhi son riposti in buon luogo; son
nella gobba della Reginotta di Spagna.
Il Re si trascinò fino al palazzo reale, dove
questa abitava, e cominciò a gridare pietosamente,
dietro al portone:
— Ah, Reginotta! rendetemi gli occhi. —
La Reginotta, dalla finestra, rispondeva:
— Sposare una gobbina! No, mai!
— Perdonatemi, Reginotta; e rendetemi gli
occhi! —
La Reginotta dalla finestra rispondeva:
— Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla. —
Allora il Re capì che la Reginotta di Spagna
e la Cecina erano una sola persona; e si mise a
gridare più forte:
— Ah, Reginotta! Ah, Cecina mia! rendetemi
gli occhi. —
La Reginotta scese giù e gli disse:
— Ecco gli occhi. —
Il Re la guardò sbalordito. La Reginotta non
era più gobba e somigliava precisamente alla Cecina,
benchè fosse di giusta statura.
Così fu perdonato, e da lì a poco lo sposò.
Lei, per ricordo, volle sempre essere chiamata
Cecina.
Vissero lieti e contenti
E a noi si allegano i denti.
L'ALBERO CHE PARLA
C'era una volta un Re che credeva d'aver
raccolto nel suo palazzo tutte le cose più rare
del mondo.
Un giorno venne un forestiere, e chiese di vederle.
Osservò minutamente ogni cosa e poi disse:
— Maestà, vi manca il meglio.
— Che cosa mi manca?
— L'albero che parla. —
Infatti, tra quelle rarità, l'albero che parlava
non c'era.
Con questa pulce nell'orecchio, il Re non
dormì più. Mandò corrieri per tutto il mondo in
cerca dell'albero che parlava. Ma i corrieri tornarono
colle mani vuote.
Il Re si credette canzonato da quel forestiere,
e ordinò d'arrestarlo.
— Maestà, se i vostri corrieri han cercato
male, che colpa ne ho io? Cerchino meglio.
— E tu l'hai veduto, coi tuoi occhi, l'albero
che parla?
— L'ho veduto con questi occhi e l'ho sentito
con queste orecchie.
— Dove?
— Non me ne rammento più.
— E che cosa diceva?
— Diceva: aspettare e non venire è una cosa
da morire. —
Era dunque vero! Il Re spedì di bel nuovo i
suoi corrieri. Passa un anno, e questi ritornano
da capo tutti colle mani vuote.
Allora, sdegnato, ordinò che al forestiere si
tagliasse la testa.
— Maestà, se i vostri corrieri han cercato male,
che colpa ne ho io? Cerchino meglio. —
Questa insistenza lo colpì. Chiamati i suoi ministri,
disse che voleva andar lui in persona alla
ricerca dell'albero che parlava.
Finchè non lo avesse nel suo palazzo, non si
terrebbe per Re.
E partì, travestito.
Cammina, cammina, dopo molti giorni la notte
lo colse in una vallata dove non c'era anima
viva. Sdraiossi per terra e stava per addormentarsi,
quanti ecco una voce che pareva piangesse:
— Aspettare e non venire è una cosa da morire! —
Si scosse e tese l'orecchio. Se l'era sognato?
— Aspettare e non venire è una cosa da morire! —
Non se l'era sognato! E domandò subito:
— Chi sei tu ? —
Non rispondeva nessuno. Ma le parole erano,
precise, quelle dell'albero che parlava.
— Chi sei tu ? —
Non rispondeva nessuno. La mattina, come aggiornò,
vide lì vicino un bell'albero coi rami pendenti
fino a terra:
— Doveva esser quello. —
E per accertarsene, stese la mano e strappò
due foglie.
— Ahi! perchè mi strappi? —
Il Re, con tutto il suo gran coraggio, rimase
atterrito.
— Chi sei tu? Se sei anima battezzata, rispondi,
in nome di Dio!
— Sono la figliuola del Re di Spagna.
— E in che modo ti trovi lì?
— Vidi una fontana limpida come il cristallo,
e pensai di lavarmi. Tócca appena quell'acqua,
rimasi incantata.
— Che posso fare per liberarti?
— Bisogna aver la fatatura e giurare di sposarmi.
— Questo lo giuro subito, e la fatatura saprò
procurarmela, dovessi andare in capo al mondo.
Ma tu, perchè non mi rispondevi la notte scorsa?
illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il Re che spia da dietro un muricciolo un albero e una strega
— C'era la strega.... Sta' zitto, allontanati; sento
la strega che ritorna. Se per disgrazia ti trovasse,
incanterebbe anche te. —
Il Re corse a nascondersi dietro un muricciolo,
e vide arrivar la strega a cavallo del manico
di una granata.
— Con chi hai tu parlato?
— Col vento dell'aria.
— Veggo qui delle pedate.
— Son forse le vostre.
— Ah! son le mie? —
La strega afferrava una mazza di ferro e:
— Di dove vieni? Vengo dal mulino.
— Basta, per carità! Non lo farò più!
— Ah! son le mie!
— E di dove vieni? Vengo dal mulino. —
Il Re, angustiato, si persuase che era inutile
il seguitare a star lì; bisognava procurarsi la fatatura.
E tornò addietro.
Ma sbagliò strada. Quando s'accòrse d'essersi
smarrito in un gran bosco e non trovava più la
via, pensò di montare in cima a un albero per
passarvi la notte; altrimenti, le bestie feroci
n'avrebbero fatto un boccone.
Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante
per tutto il bosco. Era un Orco che tornava
a casa coi suoi cento mastini, che gli latravano
dietro.
— Oh, che buon odore di carne cristiana!
L'Orco si fermò a piè dell'albero, e cominciò
ad annusar l'aria:
— Oh, che buon odore! —
Il Re aveva i brividi mentre i mastini frugavano
latrando, fra le macchie, e raspando il suolo
illustrazione in bianco e nero raffigurante l'orco e i suoi mastini mentre il re li osserva nascosto sopra un albero
dove fiutavan le pedate. Ma per sua buona sorte
era buio fitto; e l'Orco, cercato inutilmente per
un po' di tempo, andava via chiamandosi dietro
i mastini:
— Té! Té! —
Quando fu giorno, il Re, che tremava ancora
dalla paura, scese da quell'albero e cominciò ad
inoltrarsi cautamente. Incontrò una bella ragazza.
— Bella ragazza, per carità, additatemi la via.
Sono un viandante smarrito.
— Ah, povero a te! Dove tu sei capitato! Fra
poco ripasserà mio padre e ti mangerà vivo, poverino! —
Infatti si sentivano i latrati dei mastini dell'Orco,
e la voce di lui che se li chiamava dietro:
Té! Té!
— Questa volta sono morto! — pensò il Re.
— Vien qua, — disse la ragazza — búttati
carponi. Io mi sederò sulla tua schiena, e la mia
gonna ti coprirà. Non fiatare! —
L'Orco, vista la figliuola, si fermò.
— Che fai lì?
— Mi riposo.
— Oh, che buon odore di carne cristiana!
— Passava un ragazzino, e ne feci un bocconcino.
— Brava! E le ossa?
— Se le rosicchiarono i cani. —
— L'Orco non cessava d'annusar l'aria.
— Oh, che buon odore!
— Se volete arrivare alla marina, non indugiate
per via. —
Partito che fu l'Orco, il Re raccontò alla ragazza,
per filo e per segno, tutta la sua storia.
— Maestà, se voleste sposarmi, la fatatura ve
la darei io. —
La ragazza era una bellezza; il Re l'avrebbe
sposata volentieri.
— Ahimè, bella ragazza! Ho impegnata la
parola.
— È la mia cattiva sorte! Ma non importa. —
Lo condusse a casa, prese un barattolo e gli
strofinò il petto con una pomata di suo padre.
Il Re fu fatato.
— E ora bella ragazza, dovreste prestarmi
una scure.
— Eccola.
— Che cosa è quest'unto?
— È I'olio della cote dove è stata affilata. —
Colla fatatura, ci volle un batter d'occhi per tornare
al luogo dove trovavasi l'albero che parlava.
La strega non c' era, e l'albero gli disse:
— Bada! dentro il tronco c'è nascosto il mio
cuore. Quando dovrai abbattermi, non dar retta
alla strega. Se ti dirà di dar i colpi in su, e tu
dàlli in giù. Se ti dirà di darli in giù, e tu dàlli
in su; altrimenti m'ammazzeresti. Alla stregaccia
poi bisognerà spiccarle la testa con un sol
colpo, o saresti spacciato; neppur la fatatura ti
salverebbe. —
Venne la strega.
— Che cerchi da queste parti?
— Cerco un albero per far del carbone, e stavo
osservando questo qui.
— Ti farebbe comodo? Te lo regalo, a patto
che per atterrarlo tu dia i colpi dove ti dirò io.
— Va bene. —
Il Re brandì la scure, che tagliava meglio d'un
rasoio e domandò:
— Dove?
— Qui. —
E lui invece, diè lì.
— Ho sbagliato. Da capo. Dove?
— Lì. —
E lui, invece, diè qui.
— Ho sbagliato. Da capo. —
Intanto non trovava il verso di assestare il colpo
alla strega: essa stava guardinga. Il Re fece:
— Oooh!
— Che vedi?
— Una stella.
— Di giorno? E impossibile.
— Lassù, diritto a quel ramo: guardate! —
E mentre la strega gli voltava le spalle per
guardare diritto a quel ramo, lui le menò il colpo
e le staccò, di netto, la testa.
Rotta così la malìa, dal tronco dell'albero uscì
fuori una donzella, che non poteva esser guardata
fisso, tanto era bella!
Il Re, contentissimo, tornò insieme con lei al
palazzo reale, e ordinò che si preparassero subito
magnifiche feste per gli sponsali.
Arrivato quel giorno, mentre le dame di corte
abbigliavano da sposa la regina, s'accòrsero, con
grande meraviglia, che avea le carni dure come
il legno. Una di esse volò dal Re:
— Maestà, la Regina ha le carni dure come
il legno!
— Possibile? —
Il Re e i ministri andarono ad osservare. La
cosa era sorprendente. Alla vista parevano carni
da ingannare chiunque; a toccarle, eran legno!
Lei intanto parlava e si muoveva.
I ministri dissero che il Re non poteva sposare
una bambola, quantunque essa parlasse e si
movesse; e contromandaron le feste.
— Qui c'è un altro incanto! — pensò il Re,
che si ricordò dell'unto della scure.
Prese un pezzetto di carne e lo tagliuzzò con
questa. Avea indovinato! I pezzettini, alla vista,
parevan carne da ingannare chiunque; a toccarli,
eran legno. Il tradimento gliel'aveva fatto la
figliuola dell'Orco, per gelosia.
Il Re disse ai ministri:
— Vado e torno. —
E si trovò nel bosco, dove aveva incontrato
quella ragazza.
— Maestà, da queste parti? Che buon vento
vi mena?
— Son venuto apposta per te. —
La figlia dell'Orco non volea credergli:
— Parola di Re, che siete venuto apposta
per me?
— Parola di Re! —
Ed era vero; ma lei s'immaginava per le nozze.
Si presero a braccetto ed entrarono in casa.
— Questa è la scure che tu mi prestasti. —
Nel porgergliela, il Re fece in maniera di ferirla
in una mano.
— Ah, Maestà, che avete fatto! Son diventata
di legno! —
Il Re si fingeva affittissimo di quell'accidente:
— E non si può rimediare?
— Aprite quell'armadio, prendete quel barattolo,
ungetemi tutta coll'olio che è lì dentro, e
sarò subito guarita.
Il Re prese il barattolo:
— Aspetta che io torni! —
Lei capì e si messe a urlare:
— Tradimento! Tradimento! —
illustrazione con sagome nere raffiguranti il re che scappa inseguito dalla figlia dell'Orco e dai mastini del padre
E gli scatenò dietro i cento mastini di suo padre.
Ma sì!... il Re era sparito.
Con quell'olio le carni della Regina tornarono
subito morbide, e si poterono celebrare le nozze.
Furono fatte feste reali per otto giorni, e a
noialtri non dettero neppure un corno.
I TRE ANELLI
illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante un sarto che parla con una vecchietta con la conocchia e il fuso che impersonifica la Sorte
C'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole,
una più bella dell'altra. Sua moglie era morta
da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire
a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e
senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d'andarsene
in una pianura e chiamare la Sorte:
— Sorte, o Sorte! —
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e
col fuso:
— Perchè mi hai tu chiamata?
— Ti ho chiamata per le mie figliuole.
— Menale qui ad una ad una; si sceglieranno
la sorte colle loro mani. —
Il buon uomo, tornato a casa tutto contento,
disse alle figliuole:
— La vostra fortuna è trovata! —
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si
fece avanti, ringalluzzita:
— La prima scelta tocca a me. Sceglierò il
meglio! —
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono
per quella pianura:
— Sorte, o Sorte! —
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso:
— Perchè mi hai tu chiamata?
— Ecco la mia figliuola maggiore. —
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro,
uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma
della mano:
— Scegli, e Dio t'aiuti!
— Questo qui. —
Naturalmente prese anello d'oro.
— Maestà, vi saluto! —
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi
disse alle altre due:
— Diventerò Regina! E voi mi reggerete lo
strascico del manto reale! —
Il giorno dopo andò col padre l'altra figliuola.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso,
e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno
di ferro:
— Scegli, e Dio t'aiuti!
— Questo qui. —
E, s'intende, prese quello d'argento.
— Principessa vi saluto! —
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornata a casa, quella disse alla maggiore:
— Se tu sarai Regina, io sarò Principessa! —
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella
minore:
— Che volete? Chi tardi arriva male alloggia.
Dovea venire al mondo la prima. —
Lei zitta.
Il giorno dopo andò col padre la figliuola
minore.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso
e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli,
uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
Scegli, e Dio t'aiuti!
— Questo qui. —
Con grande rabbia di suo padre, avea preso
quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e sparì.
Per la strada il sarto continuò a brontolare:
— Perchè non quello d'oro?
— Il Signore m'ispirò così. —
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla
per le scale.
— Facci vedere! facci vedere! —
Come videro l'anello di ferro, si contorcevano
dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo
avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per
grulla la presero e per grulla la lasciarono.
E lei, zitta.
Intanto si sparse la voce che le tre belle
figliuole del sarto aveano gli anelli della buona
Sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie
e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla
maggiore:
— Siate Regina del Portogallo! —
La sposò con grandi feste e la menò via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato
dalla seconda.
— Siate Principessa! —
La sposò con grandi feste e la menò via.
Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno.
Un giorno finalmente, si presentò un pecoraio:
— Volete darmi questa figliuola? —
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa,
era montato in superbia e rispose:
— Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo. —
Stava per passare un altr'anno. La minore restava
sempre in casa, e il padre non faceva altro
che brontolare giorno e notte:
— Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta
in un canto, con quel suo anello di ferro. —
E all'anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:
— Volete darmi quella figliuola?
— Prendila, — rispose il sarto. — Non si merita
altro! —
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la
menò via.
Allora il sarto disse:
— Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina. —
La trovò che piangeva.
— Che cos'hai, figliuola mia?
— Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo,
ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio.
— Ma l'anello della buona fortuna non giova
a nulla?
— Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: Se
fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te! Son
certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa. —
Quel povero padre, come potea rimediare? E
partì per fare una visita alla figliuola Principessa.
La trovò che piangeva.
— Che cos'hai, figliuola mia?
— Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio
mi muoiono dopo due giorni.
— E l'anello della buona fortuna non giova
a nulla?
— Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto:
Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai
a te! Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar
di casa! —
Quel povero padre che potea farci? E partì.
Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere
l'altra figliuola, quella del pecoraio. Ma
avea vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante,
prese con sè quattro ninnoli da vendere e,
cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle
contrade lontane.
Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò
a chi appartenesse.
— È il palazzo del Re Sole. —
Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi
da una finestra:
— Mercante, se portate bella roba, montate
su. La Regina vuol comprare. —
Montò su, e chi era mai la Regina? La sua
figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello
rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette
degli oggetti da vendere.
— Vi sentite male, poverino? — gli disse la
Regina.
— Figliuola mia, sono tuo padre! e ti chiedo
perdono! —
Lei, che l'aveva riconosciuto, non permise che
le si gettasse ai piedi, e lo ricevè tra le braccia:
— Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni
cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate
via. Se Re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. —
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la
figliuola gli disse:
— Questi doni son per voi. Questa nocciuola
è per la sorella maggiore: questa boccettina di
acqua per l'altra. La nocciuola, dee inghiottirsela
col guscio; l'acqua, dee berne una stilla al
giorno, non più. E che badino, babbo! —
illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante la regina moglie del re Sole che abbraccia il padre travestito da mercante
Quando le due sorelle intesero la bella fortuna
toccata alla minore e videro quella sorta di regali
che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto:
— Si beffava di loro con quella nocciuola e
con quell'acqua! —
La maggiore buttò la nocciuola in terra e la
pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue.
c'era dentro un bambino piccino piccino: lei gli
aveva schiacciata la testa!
Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino
schiacciato:
— Olà! — gridò — levatemela d'innanzi; mozzatele
il capo! —
E, senza pietà nè misericordia, la fece mettere
a morte.
L'altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo
alla boccetta e, affacciatasi a una finestra,
n'avea versata tutta l'acqua.
Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano
un gatto morto. l'acqua cadde su questo,
e il gatto risuscitò.
— Ah, scellerata! — urlò il Principe. — Hai
tolto la sorte ai nostri figliuoli! —
E in quel momento di furore, la strangolò colle
sue mani.
Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò,
piangendo, quelle disgrazie.
— Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di
sera andate via. Se Re Sole vi trovasse, rimarreste
incenerito. Appena avrò buone notizie, vi
manderò a chiamare. —
La sera tornò Re Sole, e lei gli domandò:
— Maestà, che cosa avete visto nel vostro
viaggio?
— Ho visto tagliar la testa a una Regina e
strangolare una Principessa. Se lo meritavano.
— Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete
risuscitarle; non mi negate questa grazia!
— Vedremo! — rispose Re Sole.
Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov'era
seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e
disse:
— Tu che stai sotto terra
Mi manda la tua sorella;
Se dal buio volessi uscire,
Del mal fatto ti dèi pentire.
— Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Dio gli dia male e malanno!
Vo' la nuova avanti l'anno!
— Resta lì, donnaccia infame! —
E il Re Sole continuò il suo viaggio. Arrivato
dov'era stata sepolta la Principessa, picchiò
sulla fossa e disse:
— Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita,
Del mal fatto sii pentita!
— Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Male occulto o mal palese,
Vo' la nuova avanti un mese!
— Resta lì, donnaccia infame! —
illustrazione in bianco e nero raffigurante il re Sole che si allontana dalla tomba di una delle due sorelle della regina
Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due
sorelle se le mangiarono i vermi.
Stretta è la foglia, larga è la via,
Dito la vostra, che ho detto la mia.
LA VECCHINA
C'era una volta un Re molto giovane, che
voleva prender moglie, ma voleva sposare la più
bella ragazza del mondo.
— E se non è di sangue reale? — gli domandarono
i ministri.
— Non me n'importa nulla.
— Allora sappiate, Maestà, che la più bella
ragazza del mondo è la figliuola di un ciaba. Ma
il popolo, che è maligno, potrebbe chiamarla: la
regina Ciabatta.... Maestà, non sta bene: rifletteteci
meglio. —
Il Re rispose:
— La figliuola del ciaba è la più bella ragazza
del mondo? La figliuola del ciaba sarà
dunque mia sposa e Regina. Andrò a vederla
senza farmi conoscere; partirò domani. —
Ordinò che gli si sellasse uno dei suoi cavalli,
e, accompagnato da un solo servitore, s'incamminò
per quel paese, dove il ciaba abitava.
Per via incontrarono una vecchina che domandava
l'elemosina:
illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il re e il suo servitore entrambi a cavallo e una vecchina caduta a terra
— Fate la carità! fate la carità! —
Il Re non se ne dava per inteso.
La vecchina arrancava dietro il cavallo.
— Fate la carità! fate la carità! —
Il cavallo del Re s'adombrò, e urtò la vecchina
che cadde per terra.
Il Re, senza punto curarsene, tirò innanzi; ma
iI servitore, impietosito, scese da cavallo, la sollevò,
e, visto che non s'era fatta nulla di male,
cavò di tasca le poche monete che aveva e gliele
mise in mano:
— Vecchina mia, non ho altro.
— Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta
in ricambio quest'anellino e portalo al dito;
sarà la tua fortuna. —
Arrivati in quel paese, il Re accompagnato
dal servitore passò e ripassò davanti la bottega
del ciaba, finchè non gli riuscì di vedere la
bella ragazza, che era la più bella del mondo.
Rimase abbagliato!
E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba:
— Io sono il Re: vola tua figliuola per moglie.
— Maestà, c'è un intoppo. La mia figliuola ha
una malìa: chi le parlerà la prima volta e le farà
provare una puntura al dito mignolo, quello dovrà
essere il suo sposo. Possiamo provare. —
Il Re a questa notizia rimase un po' turbato;
ma poi pensò:
— Se questa malìa è la sua buona sorte, costei
dev'essere destinata a sposare un regnante. —
— E tutto allegro disse al ciaba:
— Proviamo. —
Il ciaba chiamò la figliuola, senza dirle del
Re; e come questi se la vide dinanzi, restò più
abbagliato di prima.
— Buon giorno, bella ragazza.
— Buon giorno, signore. —
Lei non sapeva nulla della malìa. Suo padre,
che sarebbe stato felice di vederla Regina, le
domandò:
— Non ti senti nulla?
— Nulla. Che cosa dovrei sentirmi? —
Il povero Re, gli parve di morire a quella risposta.
E stava per andarsene zitto zitto; quando
il servitore, ch' era rimasto in un canto, credette
opportuno di dire sottovoce alla ragazza:
— Badate, è Sua Maestà!
— Ahi! ahi! ahi! —
La ragazza si sentiva un'atroce puntura al
dito mignolo, e scoteva la mano:
— Ahi! ahi! ahi! —
Figuriamoci il viso del Re, come capì che
quella ragazza, la più bella ragazza del mondo,
era destinata a quel tanghero del suo servitore!
Prese in disparte il ciaba e gli disse:
— Lascia fare a, me; la tua figliuola sarà
Regina. —
Tornato al palazzo reale, chiamò il servitore:
— Prima che tu sposi la figliuola del ciaba,
devi rendermi un servigio: mi fido soltanto di te.
Portami questa lettera al Re di Spagna, e attendi
la risposta; ma nessuno dee sapere dove tu vada
e perchè.
— Maestà, sarà fatto. —
Prese la lettera e partì.
A metà di strada incontrò quella vecchina:
— Dove vai, figliuolo mio?
— Dove mi portare le gambe.
— Ah, poverino! tu non sai quel che ti aspetta.
Quella lettera è un tradimento! Se tu la presenti
al Re, sarai subito ammazzato. Portagli
questa, invece: farà un altro effetto. —
Allora lui prese la lettera della vecchina, e
quella del Re la buttò via. Ringraziò e proseguì
il viaggio.
Era già passato un anno, e non si era saputo
più nuova di lui.
Il Re tornò dal ciaba, e disse alla ragazza:
— Quell'uomo dev'esser morto: è già passato
un anno e non si sa nuova di lui. Il meglio che
possiamo fare è lo sposarci noialtri.
— Maestà, come voi volete. —
Il Re fece i preparativi delle nozze, e quando
fu quel giorno, andò insieme coi ministri a rilevare
la sposa con la carrozza di gala.
illustrazione in bianco e nero autografata raffigurante il Re che mostra ai ministri una scopa
In casa del ciaba trovarono una granata ritta
in mezzo alla stanza, e il Re disse ai ministri:
— Ecco Sua Maestà la Regina! —
I ministri, stupefatti, si guardarono in viso
senza osar di rispondere:
— Maestà, è una granata! —
Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola
del ciaba, la più bella ragazza del mondo; e, presala
pel manico (lui credeva di prenderla per la
mano) la portò in carrozza e cominciò a dirle
tante belle cose.
I ministri erano costernati e si sussurravano
nell'orecchio:
— Che disgrazia! Il Re è ammattito! Il Re è
ammattito! —
Però, prima di arrivare in città, dove il popolo
aspettava l'entrata della Regina, si fecero
coraggio; e uno di loro gli disse:
— Maestà, perdonate!... Ma questa qui è una
granata! —
Il Re montò sulle furie; la prese per un'offesa
alla Regina. Fece fermar la carrozza e ordinò
ai soldati che legassero quell'impertinente alla
coda di un cavallo, e così lo trascinassero fino
al palazzo reale.
Gli altri, vista la mala parata, stettero zitti.
E il Re, giunto al palazzo reale, si affacciò alla
finestra per mostrare al popolo la Regina:
— Ecco la vostra Regina! —
Non avea finito di dirlo, che gli cadde come
una benda dagli occhi e si vide lì, colla granata
in mano, mentre tutto il popolo rideva, perchè
Sua Maestà pareva proprio uno spazzino.
— Con chi prendersela? La colpa era della
sua cattiva stella, e di quella malìa della ragazza! —
Ma intanto s'incaponiva di più nel volerla
per moglie.
Il servitore tornò sano e salvo, colino di regali.
— Che rispose il Re di Spagna?
— Maestà, il Re di Spagna rispose:
Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai. —
Il Re fece finta di esserne contento, ma chiamò
un mago e gli raccontò ogni cosa:
— Come va questa faccenda?
— Maestà, la faccenda è piana. Quell'uomo
possiede l'anello incantato della fata Regina, e
finchè lo avrà al dito, non vi sbarazzerete di lui.
Bisogna trovare un'astuzia per portargli via quell'anello:
la forza non vale. —
Pensa e ripensa, un giorno il Re, visto che
il suo servitore era tutto sudato dal gran lavorare
che aveva fatto:
— Vien qua, — gli disse — vo' darti un bicchier
del mio vino; te lo meriti. —
Quel vino era conciato coll'oppio, e il pover'uomo
non l'ebbe bevuto, che cadde in un profondissimo
sonno.
Sua Maestà gli cavò l'anello dal dito, se lo
mise nel suo, e così andò a presentarsi alla
figliuola del ciaba:
— Buon giorno, bella ragazza!
— Ahi! ahi! ahi! —
La ragazza sentiva un'atroce puntura al dito
mignolo e scuoteva la mano!
— Ahi! ahi! ahi! —
Ora la cosa andava bene, e il Re ordinò di bel
nuovo i preparativi per le nozze. E quando fu
quel giorno, andò a rilevare la sposa colla carrozza
di gala.
Giunti al palazzo reale, disse alla Regina:
— Maestà, questo è il vostro appartamento. —
Ma, poco dopo, quando il Re volle andare a
vederla, gira di qua, gira di là, non trovava
l'uscio e vedeva scritto sui muri:
Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai.
La Regina veniva ai ricevimenti di corte, veniva
nella sala da pranzo dove c'erano di molti
invitati; poi si ritirava nel suo appartamento.
Il Re voleva andare a vederla; ma, gira di
qua, gira di là, non trovava mai l'uscio e vedeva
sempre scritto sui muri:
Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai.
Si disperava, ma non diceva nulla a nessuno;
non volta sentirsi canzonare.
Quel pover'uomo del servitore, dopo un sonno
di due giorni, appena aperti gli occhi, si era subito
Illustrazione autografata in bianco e nero raffigurante il servitore con le mani fra i capelli, disperato
accorto che gli era stato rubato l'anello, ed
era uscito dal palazzo reale, piangendo la sua
sventura.
Fuori le porte della città avea trovato la vecchina:
— Ah, vecchina mia! mi han rubato anello.
— Non ti disperare, non è nulla. Quando il Re
avrà sposato, appena la Regina sarà entrata nel
suo appartamento, pianta questo chiodo sulla soglia
dell'uscio e vedrai. —
Perciò il Re non trovava mai l'uscio, quando
voleva entrare nelle stanze della Regina. C'era
quel chiodo piantato lì, che glielo impediva.
Il Re scoppiava dalla rabbia. Fece chiamare
novamente il mago, e gli raccontò in segreto
ogni cosa.
— Come va questa faccenda?
— Maestà, la faccenda è piana. Quell'uomo
ha avuto un chiodo incantato della fata Regina,
e l'ha piantato sulla soglia. E questa volta,
Maestà, non c'è astuzia che valga: rimarrete un
marito senza moglie.
— Ma che offesa ho io fatto a cotesta fata
Regina? Non la conosco neppur di vista!
— No, Maestà. Vi rammentate d'una vecchina
che vi domandò l'elemosina il giorno che voi andavate
la prima volta dal ciaba? Vi ricordate
che la urtaste col cavallo e cadde per terra?
— Sì.
— Era lei, la fata Regina. —
Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare
con una Fata, e si rassegnò a sposare una
bella ragazza, sì, ma non la più bella del mondo.
Sposò la Reginotta di Francia.
Il servitore sposò la figliuola del ciaba; e il
Re gli diè una ricca dote e lo fece intendente
di casa reale.
Re e servitore ebbero molti figliuoli:
E noi restiamo da cetriuoli.
LA FONTANA DELLA BELLEZZA
C' era una volta un Re e una Regina, che
avevano una figliuola bruttissima e contraffatta
della persona, e non se ne davano pace.
La tenevan rinchiusa, sola sola, in una camera
appartata e, un giorno il Re, un giorno la Regina,
le portavan da mangiare in una cesta. Quand' erano
lì, sfogavansi a piangere.
— Figliuola sventurata! Sei nata Regina, e
non puoi godere della tua sorte! -
Diventata grande, a sedici anni, lei disse al
padre:
— Maestà, perchè tenermi rinchiusa qui?
Lasciatemi andar pel mondo. Il cuore mi presagisce
che troverò la mia fortuna. —
Il Re non voleva acconsentire:
— Dove sarebbe andata, così sola e inesperta?
Era impossibile!
— Lasciatemi andare, o m'ammazzo! —
A questa minaccia disperata, il Re non seppe
resistere:
— Figliuola mia, parti pure! -
Le diè quattrini a sufficienza, e una notte,
mentre tutti nel palazzo reale dormivano, la
Reginotta si messe in via. Cammina, cammina,
arrivò in una campagna. Il sole, al meriggio,
scottava; e lei riparossi sotto un albero. Di lì
a poco ecco un lamentìo:
— Ahi! ahi! ahi! —
Lei, dalla paura, si voltò di qua e di là, ma
non vide nessuno.
— Ahi! ahi! ahi! —
Allora, fattasi coraggio, avvicinossi a quel
punto d'onde il lamento partiva, e tra l'erba
scoperse una lucertolina, che agitava il moncherino
della coda e nicchiava a quel modo.
— Che cosa è stato, lucertolina?
— Mi hanno rotto la coda e non ritrovo il
pezzettino. O, se tu me lo trovassi, ti farei un
gran regalo. —
La Reginotta, impietosita, si diè a frugare:
e fruga e rifruga in mezzo a quell'erbe, finalmente
eccolo lì!
— Grazie, ragazza mia. Pel tuo regalo, scava
qui sotto. —
Scavato un tantino, la Reginotta tirò fuori una
cipolla poco più grossa d'una nocciuola.
— Che cosa debbo farne?
— Tienla cara. Un giorno, forse, ti servirà. -
La Reginotta se la mise in tasca.
Strada facendo, incontrò una povera vecchia
con un sacco di grano sulle spalle. A un tratto
si rompe il sacco, e tutto il grano va per le terre.
La vecchia cominciò a pelarsi dalla stizza.
— Non è nulla, — disse la Reginotta. — Ve
lo raccatterò io.
— Ah, i chicchi son contati! Se ne mancasse
uno solo, mio marito mi ammazzerebbe! -
E la Reginotta, con una santa pazienza, glielo
raccattò tutto, chicco per chicco, senza che ne
mancasse uno solo.
— Grazie, buona figliuola; non posso darti
altro che questo. —
E le dette un coltellino da due soldi, di quelli
col manico di ferro.
— Che cosa volete me ne faccia?
— Tienlo caro: Un giorno, forse, ti servirà. -
La Reginotta se lo mise in tasca.
Cammina, cammina, arrivò all'orlo d'un fosso
profondo. Sentiva un belato tremolante. Guardò
e vide laggiù una capretta:
— Capretta, che cosa è stato?
— Son cascata nel fosso e mi son rotta una
gamba. —
illustrazione bianco e nero autografata, la ragazza tiene in braccio una capra
Scese laggiù, la prese in collo, e poi la fasciò
così bene con un fazzoletto, che quella, alla meglio,
zoppicando, potè camminare.
— Grazie, ragazza. Che darti? Il mio sonaglino.
— Che cosa vuoi me ne faccia?
- Tienlo caro. Un giorno forse, ti servirà. -
La Reginotta le staccò dal collare il sonaglino
e se lo mise in tasca, insieme con la cipolletta e
il coltellino da due soldi.
Cammina, cammina, una sera capitò presso
una fattoria fuori di mano.
— Anime cristiane, datemi alloggio per questa
notte! -
La padrona pareva una buona donna, e si misero
a ragionare in cucina, mentre la pentola
bolliva.
— Chi siete? dove andate? —
La Reginotta cominciò a raccontarle la sua
storia.
— Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta! —
Era la pentola che brontolava; ma la sentiva
lei sola.
Non le diè retta e continuò un altro pochino,
fino al punto della sua partenza dal palazzo reale.
— Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta! -
Era la pentola che brontolava; ma la sentiva
lei sola. Rimase colpita; e si fermò.
— E dopo? domandò la donna.
— Eccomi qui. —
Quando giunse il marito, quella donna gli
riferì minutamente ogni cosa.
— Sai che ho pensato, marito mio? Noi abbiamo
una figliuola che è un sole: conduciamola
dal Re. Gli diremo che è la sua figliuola, resa così
bella da una fata. La Reginotta la chiuderemo
nel granaio e ve la lasceremo morire.
— Ma il Re come potrà crederlo?
— Ci ho tutti i segnali. -
Così fecero. Nel mezzo della notte, afferrarono
la povera Reginotta, la chiusero in un granaio,
e il giorno dopo condussero la loro figliuola al
palazzo reale.
Il Re e la Regina, sentita quella storia della
fata, rimanevano ancora incerti. Allora la ragazza,
indettata, disse:
— Maestà, non vi ricordate di quando venivate
nella mia camera colla cesta, e poi vi mettevate
a dire piangendo: «Figliuola sventurata, sei nata
Regina e non puoi godere della tua sorte»? —
Il Re e la Regina rimasero. Quelle parole non
potea saperle nessun altro, che la loro figliuola!
Abbracciarono la ragazza, e bandirono feste reali.
Ai due che l'avean condotta regalarono un
monte di monete d'oro.
Intanto la povera Reginotta, dopo essersi per
tre giorni stemperata in lagrime, cominciò a
sentirsi anche fame. Chiamò più volte, domandando
per carità almeno un tozzo di pan duro! Non
accorreva anima viva. Allora rammentossi della
cipolletta:
— Poteva ingannare un po' lo stomaco! —
E la cavò di tasca.
— Comanda! comanda!
— Da mangiare! —
Ed ecco pietanze fumanti, tovagliuolo, posata,
coltello, bottiglia e bicchiere.
Terminato di mangiare, ogni cosa sparì.
Cavò di tasca il coltellino.
— Comanda! comanda!
— Spacca quell'uscio per legna. -
E, in un attimo, uscio fu ridotto un mucchio
di legna.
Cava di tasca il sonaglino e si mette a suonarlo.
Ed ecco una mandria di capre, che non
potevan contarsi.
— Comanda! comanda!
— Pascolate per questi campi, finchè ci sia
un filo d' erba. —
E in un minuto i seminati, le vigne, gli alberi
di quella fattoria eran distrutti.
La Reginotta partì e arrivò in una città, dove
c'era un Re che avea l'unico suo figliuolo gravemente
ammalato. Tutti i medici del mondo, i
più dotti, i più valenti, non n'avean saputo conoscere
la malattia. Dicevano ch'era matto; ma egli
ragionava benissimo. Aveva soltanto dei capricci,
e dimagrava, dimagrava a segno che era ridotto
una lanterna.
Un giorno il Reuccio trovossi affacciato a una
finestra del palazzo reale, e vide passar la
Reginotta.
— Oh! com'è brutta! La voglio qui! La voglio
qui!
Il Re, i ministri, i dottori tentarono di levargli
di mente quella stramba idea; ma lui
strepitava, piangeva, batteva i piedi.
— Oh! com'è brutta! La voglio qui! La voglio
qui! —
Il Re la fece chiamare:
— Ragazza, vorresti entrare a servizio?
— Maestà, volentieri.
— Dovresti servire il Reuccio. -
E si mise a servire il Reuccio.
— Bruttona, fai questo! Bruttona, fai quello. -
Il Reuccio non la comandava altrimenti: volea
perfino che rigovernasse i piatti.
Una volta al Reuccio gli venne la voglia dei
baccelli; ed era d'autunno! Dove andare a
pescarli?
— Baccelli! baccelli! —
Non diceva altro, e rifiutava di mangiare. Il
Re avrebbe pagato quei baccelli a peso d'oro.
La Reginotta rammentossi della cipolletta e
la cavò di tasca.
— Comanda! comanda!
— Un bel piatto di baccelli! -
Ed ecco un bel piatto di baccelli.
Il Reuccio se li mangiò con gran gusto, e dopo
disse:
— Mi sento meglio! -
Un'altra volta gli venne la voglia d'un pasticcino
di lumache. Ma non era la stagione.
— Pasticcino di lumache! pasticcino di
lumache! —
Non diceva altro, e rifiutava di mangiare. Il
Re avrebbe pagato quelle lumache a peso d'oro.
La Reginotta corse di bel nuovo alla cipolletta.
— Comanda! comanda!
— Un pasticcino di lumache! -
Il Reuccio se lo mangiò con gran gusto, e
dopo disse:
— Mi sento assai meglio. —
Infatti, s'era rimesso un po' in carne.
Un'altra volta finalmente gli venne la voglia
delle polpettine di rondine. Non era la stagione.
Dove andare a pescarle?
— Polpettine di rondine! polpettine di rondine! —
Il Re quelle rondini le avrebbe pagate a peso
d'oro.
La Reginotta, al solito, cavò di tasca la
cipolletta.
— Comanda! comanda!
— Polpettine di rondine! —
Il Reuccio se le mangiò con gran gusto e
dopo disse:
— Sto benissimo. -
Era diventato fresco come una rosa: non si
rammentava neppure d'essere stato malato. E,
un giorno vista la Reginotta:
— Oh, come è brutta! — esclamò. — Ma chi
è costei? Cacciatela via! -
La Reginotta andò via piangendo:
— La sua stella voleva così! -
E incontrò la vecchia, quella del grano.
- Che cosa è stato, figliuola? -
In poche parole le raccontò l'accaduto.
— Sta' allegra, figliuola mia! Ti aiuterò io.
Vieni con me. —
E la condusse davanti a una grotta.
— Ascolta: Lì dentro c'è la fontana della
bellezza. Chi può tuffarvisi a un tratto, diventa bella
quanto il sole. Ed ora, bada bene: questa grotta
ha quattro stanze. Nella prima c'è un drago: buttagli
in gola la cipolletta, e ti lascerà passare.
illustrazione bianco e nero autografata, la regina incontra il gigante davanti alla grotta
Nella seconda c'è un gigante tutto coperto d'acciaio,
con una mazza di ferro brandita: mostragli
la lama del coltellino, e ti lascerà passare. Nella
terza c'è un leone affamato: appena ti viene incontro,
scuoti il sonaglino: non ti toccherà neppur
esso. Ma non bisogna aver paura; se no, addio;
sei spacciata. Nella quarta stanza c'è la fontana.
Appena entrata lì, senza esitare un momento, tùffati
dentro l'acqua con tutte le vesti. -
La Reginotta entrò. Ed ecco il drago con tanto
di bocca, che stendeva il collo per inghiottirsela.
Gli butta in gola la cipolletta, e quello si ritira, si
attorciglia chetamente, e si mette a dormire.
Lei passa oltre. Ed ecco il gigante tutto
coperto d'acciaio, che si slancia incontro
brandendo la mazza, cacciando terribili urli. Gli
mostra la lama del coltellino, e il gigante va a
rannicchiarsi in un canto.
La Reginotta passa oltre nella terza stanza.
Ed ecco il leone, colle fauci spalancate, colla coda
rizzata che faceva tremar l'aria. Lei scuote il sonaglino
e sbuca un branco di capre. Il leone si
slancia su di esse, le sbrana e se le divora.
E lei passa oltre. Vede la fontana, e vi si tuffa
dentro con tutte le vesti. Si sentì diventar un'altra:
lei stessa non si riconosceva. Da che il mondo
è mondo, non s'era mai vista una bellezza
pari a quella.
Tornò nella città, dov'era il Reuccio, e prese a
pigione una casa dirimpetto al palazzo reale.
Il Reuccio rimase sbalordito:
— Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! Se fosse
sangue reale, la prenderei per moglie. -
Il Re, che voleva bene al figliuolo quanto alla
pupilla degli occhi suoi, mandò subito un ministro
a domandarle se mai fosse di sangue reale.
— Sono. Ma se il Reuccio mi vuole, dovrà
farmi tre regali.
— Che regali dovrebbe fare?
— La cresta del gallo d' oro,
La pelle del Re Moro,
Il pesce senza fiele.
Gli do tempo tre anni. Se no, non mi può
avere. -
Il Reuccio partì alla ricerca del gallo d'oro,
che si trovava in certi boschi pieni di animali
feroci. E c'era un gran pericolo: chi lo sentiva
cantare, moriva. Dopo mille fatiche e mille stenti,
una mattina il Reuccio scoperse il gallo d'oro
appollaiato su d'un albero. Tirargli e ammazzarlo
fu tutt'una. E tornò trionfante.
— Va bene, — disse la Reginotta. — Mettetelo
lì. Aspetto la pelle del Re Moro. -
Il Re Moro era terribile. Con lui, fin allora
non ce n'avea potuto nessun guerriero. Il Reuccio
mandò a sfidarlo: ne voleva la pelle.
— Venga a prendersela. —
Si combatterono colle spade, e il Re Moro lo
aveva conciato così bene, che il Reuccio grondava
sangue da tutte le parti.
Ma in un punto questi ebbe l' agio d'assestargli
un colpo al cuore.
illustrazione bianco e nero autografata, il re e il re moro combattono a cavallo con edifici sullo sfondo
— Son morto! —
Il Reuccio lo scorticò con diligenza e portò la
pelle alla Reginotta.
— Va bene: mettetela là. Aspetto il pesce
senza fiele. —
Questo era più difficile. Fra tante migliaia di
pesci va a pescare per l'appunto quello lì! Eppure
bisognava pescarlo.
Prese canna, lenza ed amo, e se n'andò in riva
al mare.
Stette mesi e mesi: tempo perduto! E a compire
i tre anni restavano intanto soli otto giorni!
L'ultimo giorno, tirò fuori un pesciolino di
meschina apparenza. La fortuna lo aveva aiutato:
era il pesce senza fiele.
— Va bene; — disse la Reginotta — mettetelo
lì. Ora si mandi dal Re mio padre. Senza
il suo consenso, non voglio sposarmi.
Spedirono un ambasciatore, ma l'ambasciatore
tornò presto:
— Quello dice che siamo matti. La sua figliuola
l'ha lì, chi volesse vederla.
— Dunque tu ci hai corbellati! —
E la misero in prigione.
Le rimaneva in tasca il sonaglino. Disperata,
si diè a sonarlo furiosamente.
Accorse la capretta.
— Ah, capretta, capretta! Guarda a che sono
arrivata! Non ho che te, per aiutarmi.
— Prendi quest' erba, masticala bene e trattienila
in bocca. —
E intanto che masticava, la Reginotta ritornava
bruttissima e contraffatta della persona
come una volta.
— Per ritornar bella, ti basterà sputarla fuori.
Ora zitta, e vienmi dietro. -
Uscirono di prigione senza che le guardie e i
carcerieri se n'accorgessero, e la Reginotta in
quattro salti andò a presentarsi ai suoi genitori.
Come la videro, il Re e la Regina capiron subito
l'inganno. E sentito il tradimento di quel
marito e di quella moglie, li mandarono ad
arrestare e, insieme con la loro figliuola, li fecero
buttare in prigione.
La Reginotta sputò fuori l'erba e ridiventò
bellissima.
Da che il mondo è mondo non si era mai vista
una bellezza pari a quella!
Fu mandato a chiamare il Reuccio, si sposarono,
e vissero fino a vecchi felici e contenti.
IL CAVALLO DI BRONZO
C'era una volta un Re e una Regina, che avevano
una figliuola più bella della luna e del
sole, e le volevano bene come alla pupilla degli
occhi.
Un giorno venne uno, e disse al Re:
— Maestà, passavo pel bosco qui vicino, e incontrai
l'Uomo selvaggio. Mi disse: Vai dal Re,
e digli che voglio la Reginotta per moglie. Se non
l'avrò qui fra tre giorni, guai a lui! —
Il Re, sentendo questo, fu molto costernato e
radunò il Consiglio di corona:
— Che cosa doveva fare? L'Uomo selvaggio
era terribile: poteva devastare tutto il regno.
— Maestà, — disse uno dei ministri — cerchiamo
una bella ragazza, vestiamola come la
Reginotta e mandiamola lì: l' Uomo selvaggio
sarà contento. —
Trovarono una ragazza bella come la Reginotta,
le fecero indossare uno dei più ricchi abiti
di lei, e la mandarono nel bosco. Doveva dire che
lei era la figlia del Re.
Il giorno appresso quella ragazza tornò indietro.
— Che cosa è stato?
— Maestà, trovai l'Uomo selvaggio, e mi
domandò: — Chi sei? — Sono la Reginotta. — Lasciami
vedere. — Mi sbottonò la manica del braccio
sinistro e urlò: Non è vero! La Reginotta», dice, «ha
una voglia in quel braccio! — e mi ha rimandato.
Se fra due giorni non avrà lì la sposa, guai a voi! —
Il Re non sapeva che cosa fare, e radunò di
bel nuovo il Consiglio di corona:
— L'Uomo selvaggio sa che la Reginotta ha
una voglia nel braccio sinistro; è impossibile
ingannarlo.
— Maestà, — disse il ministro — cerchiamo
un'altra ragazza, chiamiamo un pittore che le dipinga
una voglia simile a quella della Reginotta,
vestiamola con uno dei suoi vestiti, e mandiamola
lì. Questa volta l'Uomo selvaggio non avrà da
ridire. -
Trovarono un'altra bella ragazza, le fecero
dipingere una voglia sul braccio, simile, a quella
della Reginotta, l'abbigliarono con uno dei più
ricchi abiti di lei e la mandarono nel bosco. Dovea
dire che lei era la figlia del Re.
Ma, il giorno appresso, quella ragazza tornò
indietro.
— Che cosa è stato?
— Maestà, trovai l' Uomo selvaggio e mi
domandò: — Chi sei? — Sono la Reginotta. — Lasciami
vedere. — Mi osservò tra i capelli e urlò:
Non è vero! la Reginotta, dice, ha tre capelli
bianchi sulla nuca. Se domani la sposa non sarà
lì, guai a voi! -
Il povero Re e la povera Regina avrebbero
battuto il capo nel muro.
— Dunque dovean buttare quella gioia di
figliuola in braccio all'Uomo selvaggio?
— Maestà, — dissero i ministri — facciamo
un ultimo tentativo. Cerchiamo un'altra ragazza.
Il pittore le dipingerà la voglia sul braccio, le tingerà
di bianco tre capelli sulla nuca; poi le metteremo
indosso uno dei vestiti della Reginotta e
la manderemo lì. Questa volta l'Uomo selvaggio
non avrà più da ridire.-
Ma il giorno appresso ecco quella ragazza che
torna indietro anch'essa.
— Che cosa è stato?
— Maestà, trovai l' Uomo selvaggio e mi
domandò: — Chi sei? — Sono la Reginotta. — Lasciami
vedere. — Mi osservò il braccio sinistro:
— Va bene! — Mi osservò tra i capelli, sulla nuca:
— Va bene! — Poi prese un paio di scarpine
siccome i miei piedi non c'entravano, urlò:
- Non è vero! — E mi ha rimandato dicendo:
Guai! Guai! —
Allora i ministri:
— Maestà, ora succede certamente un disastro!
Per la salvezza del regno, bisogna sacrificare la
Reginotta! —
Il Re non sapeva rassegnarsi: avrebbe dato anche
il sangue delle sue vene invece della figliuola!
Ma il destino voleva così, e bisognava piegare il
capo.
La Reginotta si mostrava più coraggiosa di tutti.
— Infine l'Uomo selvaggio non l'avrebbe mangiata! —
Indossò l'abito da sposa, e accompagnata dal Re,
dalla Regina, dalla corte e da un popolo immenso,
tra pianti ed urli strazianti, s'avviò verso il bosco.
Arrivata lì, abbracciò il Re e la Regina
confortandoli che sarebbe tornata a vederli, e sparì
tra gli alberi e le macchie folte. Non si seppe
più nuova di lei nè dell'Uomo selvaggio.
Passato un anno, un mese e un giorno, arriva
a corte un forestiero, che chiede di parlare col Re.
Era un nanetto alto due spanne, gobbo e sbilenco,
con un naso che pareva un becco di barbagianni
illustrazione bianco e nero autografata, il re incontra un forestiero nano
e certi occhiettipiccini piccini . Il Re non aveva
voglia di ridere; ma come vide quello sgorbio,
non seppe frenarsi.
— Che cosa voleva?
— Maestà, — disse il Nano — vengo a farvi
una proposta. Se mi darete mezzo regno e la
Reginotta per moglie, io andrò a liberarla dalle
mani dell'Uomo selvaggio.
— Magari! — rispose il Re. — Non mezzo,
caro amico, ma ti darei il regno intiero.
— Parola di Re non si ritira.
— Parola di Re! —
Il Nano partì.
E non era trascorsa una settimana, che il Re
riceveva un avviso:
— Domani, allo spuntar del sole, si trovasse
presso il bosco, colla Regina, con la corte e con
tutto il popolo, per far festa alla sua figliuola,
che ritornava!
Il Re e la Regina non osavano credere: dubitavano
che quello sgorbio si facesse beffa di loro:
pure andarono. E allo spuntar del sole, ecco il
Nanetto gobbo e sbilenco, che conduceva per mano
la Reginotta vestita da sposa, come quando era
entrata nel bosco per l'Uomo selvaggio.
Figuriamoci che allegrezza!
Le feste e i banchetti non ebbero a finir più.
Ma di nozze non se ne parlava, e della metà del
regno nemmeno.
Il Re, ora che avea lì la figliuola, e che l'Uomo
selvaggio era stato ucciso dal Nano, non intendeva
più saperne di mantener la sua parola. Il
Nano, di quando in quando, gli domandava:
— Maestà, e le mie nozze? —
Ma quello cambiava discorso: da quell'orecchio
non ci sentiva.
— Maestà, e la mia metà del regno? —
illustrazione bianco e nero autografata, il re butta il nano dalla finestra
Ma quello cambiava discorso: da quell'altro
non ci sentiva neppure.
— Bella parola di Re! — gli disse il Nano una
volta.
— Ah, nanaccio impertinente! -
E il Re gli tirò un calcio alla schiena, che lo
fece saltare dalla finestra.
— Doveva esser morto! —
Andarono a vedere in istrada; ma il Nano non
c'era più. Si era rizzato di terra, si era ripulito
il vestitino, ed era andato via, lesto lesto, come
se nulla fosse stato.
— Buon viaggio! — disse il Re tutto contento.
Ma la Reginotta, da quel giorno in poi, diventò
di malumore; non diceva una parola, non
rideva più, andava perdendo il colorito.
— Che cosa ti senti, figliuola mia?
— Maestà, non mi sento nulla; ma.... chi dà la
sua parola la dovrebbe mantenere.
— Come? Lei dunque voleva quel Nano gobbo
e sbilenco?
— Non intendevo dir questo; ma.... chi dà la
sua parola la dovrebbe mantenere. -
Anche la Regina non viveva tranquilla:
— Quel Nano era potente: aveva vinto l'Uomo
selvaggio; doveva tramare qualche brutta
vendetta! —
Il Re rispondeva con una spallucciata:
— Se quello sgorbio gli veniva un'altra volta
dinanzi!—
Ma la Reginotta ripeteva:
— Chi dà la sua parola, la dovrebbe
mantenere! —
Intanto essendosi sparsa la notizia che la
Reginotta era stata liberata dalle mani dell'Uomo
selvaggio, il Reuccio del Portogallo mandò a
domandarla per moglie.
La Reginotta non disse nè di sì, nè di no;
ma il Re e la Regina non vedevano l'ora di
celebrare le nozze.
Il Reuccio di Portogallo si mise in viaggio,
e per via incontrò un uomo, che conduceva un
gran carro con su un cavallo di bronzo, che
pareva proprio vivo.
— O quell'uomo, dove lo portate cotesto
cavallo di bronzo?
— Lo porto a vendere. —
Il Reuccio lo comprò e ne fece un regalo a
suo suocero.
Il giorno delle nozze era vicino. La gente accorreva
in folla nel giardino del Re, dove il cavallo
di bronzo era stato collocato su un magnifico
piedistallo. Restarono tutti meravigliati:
— Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!-
Scese a vederlo anche il Re con la corte; e
tutti:
— Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!-
Solo la Reginotta non diceva nulla.
Il Reuccio, stupito, le domandò:
— Reginotta, non vi piace?
illustrazione bianco e nero, tutti osservano la sagoma nera della reginotta a cavallo
— Mi piace tanto, — rispose lei — che sento
una gran voglia di cavalcarlo. —
Fecero portare una scala, e la Reginotta montò
sul cavallo di bronzo. Gli tastava il ciuffo, gli
accarezzava il collo, lo spronava leggermente col
tacco; e intanto diceva scherzando:
Cavallo, mio cavallo,
Salta dal piedistallo;
Non metter piede in fallo,
Cavallo, mio cavallo.
Non ebbe finito di dir così, che il cavallo di
bronzo si scosse, agitò la criniera, dette fuori un
nitrito, e via con un salto, per l'aria. In un batter
d'occhio cavallo e Reginotta non si videro più.
Tutti erano atterriti; non osavano rifiatare. Ma
in mezzo a quel silenzio scoppia a un tratto una
risatina, una risatina di canzonatura!
— Ah! ah! ah!
Il Re guardò, e vide il Nano che si contorceva
dalle risa con quella sua gobbetta e quelle
sue gambine sbilenche. Capì subito che quel
cavallo fatato era opera del nano.
— Ah, Nano, nanuccio; — gli disse pentito
— se tu mi rendi la mia figliuola, essa sarà tua
sposa, con mezzo regno per dote. -
Il Nano continuava a contorcersi dalle risa:
— Ah! ah! ah! -
E a vedergli fare a quel modo, tutta quella
gente ch'era lì, cominciarono a ridere anch'essi,
e poi perfino la Regina:
— Ah! ah! ah! -
Si tenevano i fianchi, non ne potevano più.
Soltanto quel povero Re rimase così afflitto e
scornato, che faceva pietà.
— Ah! Nano, nanino bello; se tu mi rendi la
mia figliuola, essa sarà tua sposa con mezzo
regno per dote. -
— Maestà, se dite per davvero, — rispose il
Nano — prima dovete riprendervi quel che mi
deste l'altra volta.
— Che cosa ti diedi?
— Un bel calcio nella schiena. -
Il Re esitava: avea vergogna di ricevere un
calcio in quel posto, davanti il popolo e la corte.
Ma l'amore della figliuola gli fece dire di sì.
Si rivoltò colle spalle al Nano e stette ad
aspettare la pedata: però il Nano volle mostrarsi
più generoso di lui; e invece di menargli il calcio,
disse:
Cavallo, mio cavallo,
Non metter piede in fallo;
Torna sul piedistallo,
Cavallo, mio cavallo.
In un batter d'occhio, cavallo e Reginotta
furono lì.
Allora il Nano disse al Re:
— Maestà, datemi un pugno sulla gobba! non
abbiate paura. -
Il Re gli diede un pugno sulla gobba e questa
sparì.
— Maestà, datemi una tiratina alle gambe! non
abbiate paura! -
Il Re gli diè una tirata alle gambine, e queste,
di bòtto, gli si raddrizzarono.
— Maestà, afferratemi bene, la Regina per le
braccia e voi pei piedi, e tiratemi forte. -
Il Re e la Regina lo afferrarono l'uno pei piedi,
l'altra per le braccia, e tira, tira, tira, il Nano,
da nano che era, diventò un bel giovine di alta
statura.
Il Reuccio del Portogallo si persuase ch'era
di troppo e disse:
— Datemi almeno quel cavallo: farò la strada
più presto. —
Montò sul cavallo di bronzo, e dette le parole
fatate, in un colpo sparì.
La Reginotta e il Nano (lo chiamarono sempre
così) furono moglie e marito.
E noi restiamo a leccarci le dita.
L'UOVO NERO
C'era una volta una vecchia che campava di
elemosina, e tutto quello che buscava, lo
divideva esattamente: metà lei, metà la sua
gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a
schiamazzare; aveva fatto l'uovo. La vecchia lo
vendeva un soldo, e si comprava un soldo di
pane. La crosta la sminuzzava a quella, la
midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per
l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina
tornò a casa senza nulla.
— Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo
vuoto.
— Pazienza ci vuole! Mangeremo domani. -
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina
si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne
avea fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello
bianco lo vendè subito; quello nero, nessuno voleva
credere che fosse uovo di gallina. La vecchina
comprò il solito soldo di pane, e tornò a
casa:
illustrazione bianco e nero autografata, vecchietta con pane in mano
— Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo
vuol nessuno.
— Portatelo al Re. —
La vecchia lo portò al Re.
— Che uovo è questo?
— Maestà, di gallina.
- Quanto lo fai?
— Maestà, quello che il cuore v'ispira.
— Datele cento lire. -
La vecchina, con quelle cento lire, si credette
più ricca di Sua Maestà.
Giusto in quei giorni la Regina avea posta
una gallina, e alle uova messe a covare aggiunse
anche quello. Ma la chioccia non lo covò.
Il Re fece chiamare la vecchia:
— Quell'uovo era barlaccio.
— Maestà, non può essere; la gallina l'avea
fatto lo stesso giorno.
— Eppure non è nato.
— Bisognava lo covasse la Regina. -
La cosa parve strana. Ma la Regina, curiosa,
disse:
— Lo coverò io. -
E se lo mise in seno. Dopo ventidue giorni,
sentì rompersi il guscio. Venne fuori un pulcino
bianco ch'era una bellezza.
— Maestà, Maestà! fatemi la zuppa col vino. -
E pigolava.
— Sei galletto o pollastra?
— Maestà, son galletto.
— Canta.
— Chicchirichì!
Era proprio galletto. E diventò il divertimento
di tutta la Corte. Ma più cresceva e più si
faceva impertinente. A tavola beccava nei piatti
del Re e della Regina; razzolava, come se nulla
fosse, nei piatti dei ministri, che non osavano dirgli
sciò per rispetto del Re; girava di qua e di
là per tutte le stanze del palazzo reale, s'appollaiava
dovunque, e insudiciava e riempiva ogni
cosa di pollìna. E poi tutto il giorno, chicchirichì!
chicchirichì! Rintronava le orecchie. La gente
del palazzo reale non ne poteva più.
Un giorno la Regina s'era fatta un vestito
nuovo ch'era una meraviglia, ed era costato un
sacco di quattrini. Prima che lo indossasse, va
il galletto e glielo insudicia.
La Regina montò sulle furie:
— Sporco galletto! Per questa volta passi.
Un'altra volta te la farò vedere io! —
E ordinò alla sarta un altro vestito più ricco
di quello. La sarta ci si messe con impegno;
figuriamoci che vestito!... Ma prima che la
Regina lo indossasse, va il galletto e glielo
insudicia.
La Regina perdè il lume degli occhi:
— Sporco galletto! ora ti concio io. Chiamatemi
il cuoco. —
Il cuoco si presentò.
— Mi si faccia con cotesto galletto una buona
tazza di brodo. —
illustrazione bianco e nero autografata, la regina mostra il galletto al cuoco
In cucina gli tirarono il collo e lo messero a
lessare. Appena la pentola diè il primo bollore:
— Chicchirichì! —
Il galletto era scappato fuori, come se non gli
avesser mai tirato il collo e non lo avessero mai
pelato e abbrustolito.
Il cuoco corse dalla Regina:
— Maestà, il galletto è risuscitato! -
La cosa era troppo strana, e il galletto diventò
prezioso. Tutti lo guardavano con rispetto;
qualcuno anche con un po' di paura. Ed esso se
n'abusava. A tavola beccava peggio di prima, nei
piatti del Re e della Regina; razzolava, come se
nulla fosse, nei piatti dei ministri che non osavano
dirgli sciò per rispetto del Re; s'appollaiava
dovunque, insudiciava perfino il soglio reale e lo
riempiva di pollìna. E poi, notte e giorno: chicchirichì!
chicchirichì! Rintronava gli orecchi. E
il popolo imprecava a denti stretti:
— Accidempoli al galletto e a chi lo fa
allevare! —
Un giorno Sua Maestà dovea scrivere a un altro
Re. Prese carta, penna e calamaio, fece la lettera
e la lasciò sul tavolino ad asciugare. Va il galletto
e gliela insudicia, proprio dov'era la firma.
— Sporco galletto! Per questa volta passi.
Un'altra volta te la farò vedere io! -
Il Re scrisse di bel nuovo la lettera, e la lasciò
sul tavolino ad asciugare. Va il galletto, e gliela
insudicia proprio dov' era la firma.
Il Re perdè il lume degli occhi:
— Sporco galletto! ora ti concio io! Chiamatemi
il cuoco. -
Il cuoco si presentò.
— Mi si faccia arrosto pel pranzo. -
In cucina gli tirarono il collo e lo infilzarono
nello spiedo.
Quando fu ora del pranzo, il cuoco lo servì
in tavola. Sua Maestà cominciò a dividerlo, a chi
un'ala, a chi una coscia, a chi un po' di petto, a
chi il codione: serbò per sè il collo e la testa
colla cresta e coi bargigli.
Avea terminato appena di mangiare, che dal
fondo del suo stomaco sente scoppiare:
— Chicchirichì! —
Fu una costernazione generale. Chiamarono
tosto i medici di corte.
— Bisognerebbe spaccar la pancia del Re; ma
chi ci si mette? —
E il galletto, di tanto in tanto, dal fondo dello
stomaco di Sua Maestà, dava la voce:
— Chicchirichì!
— Chiamatemi la vecchia, — disse il Re.
Appunto essa veniva a domandar l'elemosina
al palazzo reale, e la condussero su.
— Strega del diavolo! che malìa hai tu fatta
a quell'uovo? Ho mangiato la testa del galletto,
ed esso mi canta dentro lo stomaco. Se non me
ne liberi, tienti per morta!
— Maestà, datemi un giorno di tempo. -
E tornò subito a casa:
— Ah, gallettina mia! sono stata chiamata
dal Re. Ho mangiato la testa del galletto, ed esso
mi canta dentro lo stomaco. Se non lo libero,
sarò morta!
— Vecchina mia, questo è nulla. Domani prenderai
un po' di becchime, tornerai dal Re e farai:
billi! billi! Sentendo la tua voce, il galletto verrà
fuori. —
E così fu.
La cosa era troppo strana. Il galletto diventò
famoso, e tornò a fare peggio di prima.
Una mattina, avanti l'alba:
— Chicchirichì! Maestà, vo' una gallina.
— E diamogli una gallina! -
Il giorno appresso, avanti l'alba:
— Chicchirichì! Maestà, vo' un'altra gallina.
— E diamogli un'altra gallina! -
Insomma, ne volle due dozzine.
Un'altra mattina, avanti l'alba:
— Chicchirichì! Maestà, vo' gli sproni d'oro.
— E sproni d'oro siano! —
Il galletto, ch'era diventato un bel gallo, con
quegli sproni d'oro si pavoneggiava attorno,
beccando questo e quello.
Un'altra volta, avanti l'alba:
— Chicchirichì! Maestà, vo' la cresta doppia
d'oro.
— E cresta doppia d'oro sia! -
Il Re cominciava a stufarsi; ma il gallo, con
quegli sproni d'oro e quella cresta doppia d'oro, si
pavoneggiava attorno, beccando questo e quello.
Finalmente un'altra mattina, avanti l'alba:
— Chicchirichì! Maestà, vo' mezzo regno; ho
corona al par di voi! -
Al Re scappò la pazienza:
— Levatemelo di torno, questo gallaccio
impertinente! —
Ma come fare? Ammazzarlo era inutile; risuscitava
sempre. Portarlo lontano non concludeva
nulla: sarebbe tornato. Prenderlo colle buone era
peggio; rispondeva canzonando: chicchirichì! Il
Re, disperato, mandò a chiamare la vecchia:
— Se non mi liberi del gallo, ti fo mozzare
la testa!
— Maestà, datemi un giorno di tempo. -
E tornò subito a casa:
— Ah, gallinetta mia! Son stata chiamata dal
Re: — Se non mi liberi del gallo, ti fo mozzare
la testa. — Che debbo rispondere?
— Rispondi: Maestà, voi non avete figliuoli;
adottatelo per figliuolo, si cheterà. -
Il Re, messo colle spalle al muro, risolvette
di adottarlo. Ma giovò poco.
Con tutte quelle galline, il palazzo reale era
diventato un pollaio. Il Re, la Regina, i ministri,
le dame di corte, i servitori, tutti si sentivan pieni
di pollìna dalla testa ai piedi, e non potevano
reggere. E poi, schiamazzate di qua, chicchiriate di
là; aveano il capo come un cestone.
Il popolo imprecava a denti stretti:
— Accidempoli al gallo, alle galline e a chi li
fa allevare!
— Senti, strega, — disse il Re. — Se fra un
giorno non mi spazzi gallo e galline, pagherai
colla tua testa.
— Maestà, qui ci vuole la Fata Morgana; mandatela
a chiamare. —
Il Re mandò a chiamare la Fata Morgana. La
Fata rispose:
— Chi vuole vada, chi non vuole mandi. —
E il Re dovette andarci egli stesso in persona.
— Maestà, finchè quel gallo non sarà diventato
un uomo al pari di voi, non avrete mai pace.
— Ma che cosa ci vuole, perchè diventi un
uomo al pari di me?
— Ci vuol tre sorta di becchime. Fate tre solchi
colle vostre mani, e spargete queste tre semente.
Mietete, trebbiate, senza mescolare il
grano, e poi dite:
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
E spargerete per terra questo grano qui. Quando
non ne rimarrà più un chicco:
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
E spargerete per terra quest'altro grano. Quando
non ne rimarrà più un chicco:
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
E spargerete per terra l'ultimo grano. -
Il Re s'ingegnò di far tutto a puntino. Quando
fu il momento:
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
E una metà delle galline morì.
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
E il resto delle galline morì.
Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!
Il gallo si mise a beccare lui solo, e appena
beccato l'ultimo grano, si ritirò, s'allungò,
chicchirichì! si scosse le penne d'addosso e diventò
un giovane alto e bello. Di gallo gli eran rimasti
soltanto la cresta e gli sproni. Ma non importava.
Il Re disse al popolo:
— Non ho figliuoli, e questo qui sarà il Reuccio.
Rispettatelo per tale.
— Viva il Reuccio! Viva il Reuccio! -
Ma, sottovoce, dicevano:
— Staremo a vedere. Chi gallo nasce dee
chicchiriare. —
Il Reuccio, dopo parecchi mesi, diventò malinconico.
Voleva star solo, non parlava con nessuno.
— Che cosa avete, figliuolo mio?
— Maestà, nulla. -
Non lo voleva dire, provava rossore, ma
sentiva una gran voglia di far chicchirichì!
Chiamarono i medici di corte; chiamarono anche
quelli di fuori del regno, i più valenti. Non
ci capivano niente.
— Forse il Reuccio voleva moglie?
- Non voleva moglie.
— Ma dunque che cosa voleva? Qualunque
cosa avesse voluto, gli sarebbe stata concessa.
— Vorrei.... fare chicchirichì! -
Bisognò permetterglielo: e si sfogò tutta la
giornata.
illustrazione bianco e nero, il re ripete la parola Chicchirichi, riprodotta in forma scritta vicino alla sua bocca
Allora gli tagliarono la cresta, e quella voglia
non la ebbe più. E il popolo:
— Staremo a vedere! Chi di gallina nasce
convien che razzoli. -
Dopo parecchi mesi il Reuccio tornò ad essere
malinconico. Voleva star solo, non parlava con
nessuno.
— Che cosa avete, figliuolo mio?
— Maestà, nulla. —
Non lo voleva dire, provava rossore, ma sentiva
una gran voglia d'uscir fuori a razzolare.
Tornarono a chiamare i dottori, ma non ci
capivano niente.
— Forse il Reuccio voleva moglie?
— Non voleva moglie.
— Ma dunque che cosa voleva? Qualunque
cosa avesse chiesta, gli sarebbe stata concessa.
— Vorrei.... uscir fuori a razzolare! —
E bisognò permetterglielo.
Allora gli strapparon gli sproni, e quella voglia
non la ebbe più.
Venne il tempo di dargli moglie:
— Vi piacerebbe, figliuolo mio, la Reginotta
di Spagna?
— Maestà, dovendo sposare,.... vorrei sposare
una pollastra!
— Si era dunque sempre daccapo? -
Il Re quel giorno avea le paturne. Tira fuori
la sciabola e gli taglia la testa.
Ma, invece di sangue d'uomo, gli uscì fuori
sangue di pollo.
Si presentò allora la vecchina:
— Maestà, ecco, è finita. -
Gli riappiccicò il capo collo sputo, e il Reuccio
tornò vivo.
Ora ch'era un uomo davvero stette tranquillo,
e di lì a poco si sposò colla Reginotta di
Spagna. Poi diventarono Re e Regina, e fecero un
po' di bene.
E la fiaba finisce.
LA FIGLIA DEL RE
C'era una volta un Re e una Regina, che
avevano una figlia unica, e le volevano più bene
che alla pupilla de' loro occhi.
Mandò il Re di Francia per domandarla in
sposa.
Il Re e la Regina, che non sapeano staccarsi
dalla figliuola, risposero:
— È ancora bambina.
Un anno dopo, mandò il Re di Spagna.
Quelli si scusarono allo stesso modo:
— È ancora bambina. —
Ma i due regnanti se l'ebbero a male. Si
misero d'accordo, e chiamarono un mago:
— Devi farci un incanto per la figlia del Re,
il peggiore incanto che ci sia.
— Fra un mese l'avrete. —
Passato il mese, il mago si presentò:
— Ecco qui. Regalatele questo anello; quando
lo avrà portato in dito per ventiquattr'ore, ne
vedrete l'effetto. —
illustrazione bianco e nero autografata, mago seduto in poltrona
Regalarglielo non potevano, perchè s'eran già
guastati coi parenti di lei. Come fare?
— Ci penserò io. —
Il Re di Spagna si travestì da gioielliere, e
aperse bottega dirimpetto al palazzo reale.
La Regina volea comprar delle gioie e lo mandò
a chiamare.
Quello andò, e in uno scatolino a parte ci
avea l'anello.
Dopo che la Regina ebbe comprato parecchie
cose, domandò alla figliuola:
— O tu, non vuoi nulla ?
— Non c'è niente di bello, — rispose la
Reginotta.
— Ci ho qui un anello raro; le piacerà. —
E il finto gioielliere mostrò l'anello
incantato.
— Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! Quanto
lo fate?
— Reginotta, non ha prezzo, ma prenderò
quel che vorrete. —
Gli diedero una gran somma e quello andò via.
La Reginotta s'era messo in dito l'anello e
lo ammirava ogni momento:
— Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! -
Ma dopo ventiquattr'ore (era di sera):
— Ahi! Ahi! Ahi! —
Accorsero il Re, la Regina, le dame di corte,
coi lumi in mano.
— Scostatevi! Scostatevi! Son diventata di
stoppa. —
Infatti la povera Reginotta avea le carni tutte
di stoppa.
Il Re e la Regina erano proprio inconsolabili.
Radunarono il Consiglio della Corona.
— Che cosa poteva farsi?
— Maestà, fate un bando: Chi guarisce la
Reginotta sarà genero del Re. —
E i banditori partirono per tutto il regno, con
tamburi e trombette.
— Chi guarisce la Reginotta sarà genero del
Re! -
In una città c'era un giovinotto, figlio d'un
ciabattino. Un giorno, vedendo che in casa sua
si moriva di fame, disse a suo padre:
— Babbo, datemi la santa benedizione: vo' andare
a cercar fortuna pel mondo.
— Il cielo ti benedica, figliuolo mio! -
E il giovinotto si mise in viaggio.
Uscito pei campi, in una viottola incontrò una
frotta di ragazzi, che, urlando, tiravan sassate a
un rospo per ammazzarlo.
— Che male vi ha fatto? È anch'esso creatura
di Dio: lasciatelo stare. —
Vedendo che quei ragazzacci non smettevano,
saltò in mezzo ad essi, diè uno scapaccione a
questo, un pugno a quello, e li sbandò: il rospo
ebbe agio di ficcarsi in un buco.
Cammina, cammina, il giovinotto incontrò i
banditori che, a suon di tamburi e di trombette,
andavan gridando:
— Chi guarisce la Reginotta, sarà genero del
Re.
— Che male ha la Reginotta?
— È diventata di stoppa. -
Salutò e continuò per la sua strada, finchè
non gli annottò in una pianura. Guardava
attorno per vedere di trovar un posto dove
riposarsi: si volta, e scorge al suo fianco una bella
signora. Trasalì.
— Non aver paura: sono una fata, e son
venuta per ringraziarti.
— Ringraziarmi di che?
— Tu m'hai salvato la vita. Il mio destino è
questo: di giorno son rospo, di notte son fata.
Ai tuoi comandi!
— Buona fata, c'è la Reginotta ch'è diventata
di stoppa, e chi la guarisce sarà genero del
Re. Insegnatemi il rimedio: mi basterà.
— Prendi in mano questa spada e vai avanti,
vai avanti. Arriverai in un bosco tutto pieno di
serpenti e di animali feroci. Non lasciarti impaurire:
vai sempre avanti, fino al palazzo del mago.
Quando sarai giunto lì, picchia tre volte al
portone.... -
Insomma, gli disse minutamente come dovea
fare:
— Se avrai bisogno di me, vieni a trovarmi. —
Il giovinotto la ringraziò, e si mise in cammino.
Cammina, cammina, si trovò dentro il bosco, fra
illustrazine bianco e nero autografata, il giovane nel bosco fra mostri
gli animali feroci. Era uno spavento! Urlavano,
digrignavano i denti, spalancavano le bocche; ma
quello sempre avanti, senza curarsene. Finalmente
giunse al palazzo del mago, e picchiò tre
volte al portone.
— Temerario, temerario! che cosa vieni a fare
fin qui?
— Se tu sei mago davvero, devi batterti con
me. —
Il mago s'infuriò e venne fuori armato fino ai
denti: ma, come gli vide in mano quella spada,
urlò:
— Povero me! -
E si buttò ginocchioni:
— Salvami almeno la vita!
— Sciogli l'incanto della Reginotta, e avrai
salva la vita. —
Il mago trasse di tasca un anello, e gli disse:
— Prendi: va' a metterglielo nel dito mignolo
della mano sinistra, e l'incanto sarà disfatto. —
Il giovinotto, tutto contento, si presenta al Re:
— Maestà, è vero che chi guarisce la Reginotta
sarà genero del Re?
— Vero, verissimo.
— Allora son pronto a guarirla. —
Chiamaron la Reginotta, e tutti quelli della
Corte gli s'affollarono attorno, ma le avea appena
messo in dito l'anello, che la Reginotta divampò,
tutta una fiamma! Fu un urlo. Nella confusione
il giovanotto potè scappare, e non si fermò finchè
non giunse dove gli era apparsa la fata:
— Fata, dove sei?
— Ai tuoi comandi. —
Le narrò la disgrazia.
— Ti sei lasciato canzonare! Tieni questo
pugnale e ritorna dal mago; vedrai che questa volta
non si farà beffa di te. —
E gli disse minutamente come doveva
regolarsi.
Il giovinotto andò subito, e picchiò tre volte
al portone.
— Temerario, temerario! che cosa vieni a fare
fin qui?
— Se tu sei mago davvero, devi batterti con
me. —
Il mago infuriò e venne fuori armato fino ai
denti. Ma come gli vide in mano quel pugnale,
si buttò ginocchioni:
— Salvami almeno la vita!
— Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me!
Ora starai lì incatenato, finchè l'incanto non sia
rotto. —
Lo legò bene, piantò il pugnale in terra, e
vi attaccò la catena. Il mago non potea
muoversi.
— Sei più potente, lo veggo! Torna dalla
Reginotta, cavale di dito l'anello del gioielliere e
l'incanto sarà disfatto. —
illustrazione bianco e nero autografata, il giovane lega il mago a un albero
Il giovinotto non avea viso di presentarsi al
Re; ma saputo che la Reginotta se l'era cavata
con poche scottature, perchè tutti quei della
Corte aveano spento le fiamme, si fece coraggio
e si presentò:
— Maestà, perdonate; la colpa non fu mia;
fu del mago traditore. Ora è un'altra cosa.
Caviamo di dito alla Reginotta quell'anello del
gioielliere, e l'incanto sarà disfatto. —
Così fu. La Reginotta diventò nuovamente di
carne, ma pareva un tronco: non avea lingua,
nè occhi, nè orecchi; era rovinata dalle fiamme.
E se lui non la guariva intieramente, non potea
diventar genero del Re.
Partì e andò in quella pianura dove gli era
apparsa la fata:
— Fata, dove sei?
- Ai tuoi comandi. -
Le narrò la disgrazia.
— Ti sei lasciato canzonare! —
E gli disse, minutamente, come dovea
regolarsi.
Il giovanotto tornò dal mago:
— Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me!
lingua per lingua, occhio per occhio!
— Per carità, lasciami stare! Vai dalle mie
sorelle, che stanno un po' più in là. Devi fare
così e così. -
Cammina, cammina, arriva in una campagna
dove c'era un palazzo simile a quello del mago.
Picchiò al portone.
— Chi sei? Chi cerchi?
— Cerco Cornino d'oro.
— Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa
vuole da me?
— Vuole un pezzettino di panno rosso; gli si
è bucato il mantello.
— Che seccatura! Prendi qua. -
E gli buttò dalla finestra un pezzettino di
panno rosso, tagliato a foggia di lingua.
Andò avanti, e arrivò a piè d'una montagna,
dove a mezza costa, c'era un palazzo simile a
quello del mago. Picchiò al portone.
— Chi sei? Chi cerchi?
— Cerco Manina d'oro.
— Capisco, ti manda mio fratello. Che cosa
vuole da me?
— Vuole due grani di lenti per la minestra.
— Che seccatura! Prendi qua. -
E gli buttò dalla finestra due grani di lenti,
involtati in un pezzettino di carta.
Andò avanti, e arrivò in una valle, dove c'era
un altro palazzo simile a quello del mago.
Picchiò al portone.
— Chi sei? Chi cerchi?
— Cerco Piedino d'oro.
— Capisco, ti manda mio fratello. Che cosa
vuole da me?
— Vuole due lumachine per mangiarsele a
cena.
— Che seccatura. Prendi qua. —
E gli buttò dalla finestra le lumachine
richieste.
Il giovanotto tornò dal mago:
— Ho portato ogni cosa. —
Il mago gli disse come doveva fare, e il giovanotto
stava per andarsene:
— Mi lasci qui incatenato?
— Lo meriteresti, ma ti sciolgo. Se mi hai
ingannato, guai a te! —
Il giovane si presentò al palazzo reale e si fece
condurre dalla Reginotta.
Le aperse la bocca, vi mise dentro quel
pezzettino di panno rosso, e la Reginotta ebbe la
lingua. Ma le prime parole che disse furon contro
di lui:
— Miserabile ciabattino! Via di qua! Via di
qua! —
Il povero giovane rimase confuso:
— Questa è opera del mago! —
Senza curarsene, prese i due semi di lenti, con
un po' di saliva glieli applicò sulle pupille spente,
e la Reginotta ebbe la vista. Ma appena lo guardò,
si coprì gli occhi colle mani:
— Dio, com'è brutto! Com'è brutto! -
Il povero giovane rimase:
— Questa è opera del mago! —
Ma, senza curarsene, prese i gusci delle
lumachine che aveva già vuotati, e con un po' di
saliva glieli applicò bellamente dov'era il posto
degli orecchi; la Reginotta ebbe gli orecchi.
Il giovane si rivolse al Re e disse:
— Maestà, son vostro genero. -
Come intese quella voce, la Reginotta cominciò
a urlare:
— Mi ha detto: strega! Mi ha detto:
strega! —
Il povero giovane, a questa nuova uscita,
sbalordì:
— È opera del mago! -
E tornò dalla fata.
— Fata, dove sei?
— Ai tuoi comandi. —
Le narrò la sua disgrazia.
La Fata sorrise e gli domandò:
— Le hai tu tolto di dito l'altro anello del
mago?
— Mi pare di no.
— Vai a vedere; sarà questo. -
Come la Reginotta ebbe tolto di dito quell'altro
anello, tornò gentile e tranquilla.
Allora il Re le disse:
— Questi è il tuo sposo. —
La Reginotta e il giovanotto si abbracciarono
alla presenza di tutti, e pochi giorni dopo furono
celebrate le nozze.
E furono marito e moglie:
E a lui il frutto e noi le foglie.
SERPENTINA
C'era una volta un Re e una Regina. La
Regina era incinta.
Un giorno passò una di quelle zingare che van
dicendo la buona ventura, e il Re la fece
chiamare:
— Che partorirà la Regina?
— Maestà, un serpente. -
Quelli trasecolarono.
— E che dovevano farne? Ammazzarlo
appena nato? Allevarlo?
— Dovevano allevarlo. -
La povera Regina dette in un pianto dirotto:
— Chi avrebbe allattato una bestia così schifosa?
Lei sarebbe morta dal terrore! E poi, se
le mordeva il seno?
— Maestà, non abbiate paura. Avrà un dente
soltanto, un dente d'oro. —
Infatti la Regina partorì un bel serpentello
verde-nero, che subito, appena nato, sguizzò di
mano alla levatrice, attaccossi alla poppa della
mamma e si mise a poppare.
Quando fu addormentato, il Re gli aperse la
bocca e vide che avea davvero un dente soltanto,
un dente d'oro. Però, siccome non voleva che
quella loro disgrazia si risapesse, fece dire che
la Regina avea partorito una bella bimba, ed era
stata chiamata Serpentina.
Serpentina cresceva rapidamente, e quando
apriva la bocca, il suo dente d'oro straluccicava.
Un giorno ripassò quella zingara, e il Re la
fece chiamare:
— Dimmi la ventura di Serpentina.
— Buona o cattiva, Maestà?
— Buona o cattiva. —
La zingara prese in mano la coda di Serpentina
e si messe ad osservarla attentamente.
Scrollava la testa.
— Zingara, che cosa vedi da farti scrollare la
testa?
— Maestà, veggo guai!
— E non c'è rimedio?
— Maestà, bisognerebbe interrogare una più
sapiente di me: la Fata gobba.
— O dove trovare questa Fata gobba?
— Prendete del pane e del vino per otto giorni
e camminate sempre diritto, badiamo! senza
voltarvi in dietro. All'ottavo giorno vi troverete
davanti a una grotta: la Fata gobba abita lì.
— Va bene, — disse il Re — partirò domani. -
Prese le provviste per otto giorni, e si mise in
cammino. Quando fu a mezza strada:
- Maestà! Maestà! —
Stava per voltarsi, ma si ricordò della
raccomandazione della zingara, e tirò diritto.
Un altro giorno, ecco dietro a lui un urlo di
creatura umana:
— Ahi! m'ammazzano! ahi! —
Il Re si fermò, irresoluto; quel grido strappava
l'anima!... E stava per voltarsi; ma si ricordò
della raccomandazione, e tirò diritto.
Un altro giorno, ecco alle sue spalle un gran
rumore, come di cavalli che corrano di galoppo.
— Bada! bada! —
Spaventato, stava per voltarsi; ma si ricordò
della raccomandazione della zingara, e tirò diritto.
Giunto davanti alla grotta, cominciò a
chiamare:
— Fata gobba! Fata gobba!
— Gobbo sarai te! — rispose una voce.
E il povero Re, sentitosi un po' di peso sulle
spalle, si tastò. Gli era proprio spuntata la gobba.
illustrazione bianco e nero autografata, il re gobbo con castello e luna sullo sfondo
— Ed ora che fare? Come tornare indietro con
quella mostruosità? -
Risolse di tornar di notte, perchè nessuno lo
vedesse. La Regina, accortasi di quel gonfiore
sulle spalle, gli domandò:
— Maestà, che portate addosso?
— Porto la mia disgrazia! —
E raccontò com'era andata.
La Regina risolse di tentar lei:
— Fra loro donne si sarebbero intese meglio. —
Fece le sue provviste di pane e vino per otto
giorni, e partì.
A mezza strada:
— Maestà! Maestà! -
Lei, sbadatamente, si volta, e si trova tornata
al punto d'onde era partita.
— Pazienza! ricomincerò. —
La seconda volta, più in là di mezza strada,
ecco alle sue spalle un gran rumore, come di cavalli
che corrano di galoppo:
— Bada! bada! —
Presa dallo spavento, si volta, e si trova di
nuovo al punto d'onde era partita.
Allora, da scaltra, disse al Re:
— Maestà, turatemi le orecchie col cotone e
versatevi su della cera. Così non sentirò nulla, e
potrò arrivare dalla Fata gobba: altrimenti non
ci sarà verso. —
Il Re le turò le orecchie a quel modo, e lei partì.
Giunta davanti la grotta, si sturò le orecchie,
e picchiò. Picchia, ripicchia, non rispondeva
nessuno. Lei non voleva chiamare, e dava all'uscio
col bastone, a due mani.
— Chi è? — urlò finalmente una voce — chi
cercate?
— Son io: cerco la Fata.
— Quale fata? Delle Fate ce n'è tante!
— La Fata gobba. —
Le scappò di bocca.
— Gobba sarai tu! -
La Regina si tastò subito le spalle. Le era
proprio spuntata la gobba.
Tornò di notte, per non esser veduta; e il Re,
prima di ogni cosa, le guardò dietro.
— Maestà che portate addosso?
— Porto la mia disgrazia! —
E raccontò com'era andata.
— E tutto questo per Serpentina! Schiacciamogli
la testa! La mala fortuna ci vien per lei. -
Il Re non sapea risolversi:
— Non era sangue loro?
— Farò di mio capo, — disse fra sè la Regina.
E, di nascosto al Re, chiamò una guardia di
palazzo: — Prendi questa cassettina e vattene in
un bosco. Quando sarai lì, farai una catasta di
legna, ve la metterai su e darai fuoco. Finchè
non sia consumata, non dovrai tornare indietro.
— Maestà, sarà fatto! —
Intanto il Re ordinava gli si chiamasse la
zingara:
— Dimmi la ventura di Serpentina.
— Buona o cattiva,
Maestà?
illustrazione bianco e nero autografata, il re disperato si strappa i capelli
— Buona o cattiva.
— Maestà, Serpentina
corre pericolo di morte:
E se muore Serpentina,
Tutto il regno va in rovina.
— Che pericolo può correre
nelle stanze reali?
— Maestà, non è più
lì. —
Quando il Re apprese
quello che sua moglie
avea fatto, cominciò a
strapparsi i capelli:
— La loro rovina era
compiuta. Ah! povera Serpentina, dove tu sei? -
E una voce lontana, lontana:
— Maestà, sono nel bosco.
— E che tu fai?
— Sento strani rumori. -
Il Re ordinò:
— Mi si selli il miglior cavallo della mia
scuderia! —
Montò a cavallo e via, come un fulmine, per la
strada del bosco. Di tanto in tanto si fermava:
— Serpentina, dove tu sei?
— Maestà, in mezzo al bosco. -
Ora la voce era più vicina.
— E che tu fai?
— Maestà, ho troppo caldo. -
Il Re conficcava gli sproni nei fianchi del
cavallo: avrebbe voluto che volasse. Ma quando fu
in mezzo al bosco, vide una gran fiamma:
— Serpentina, dove tu sei?
— Maestà, in mezzo al bosco. —
La voce era vicinissima.
— E che tu fai?
— Pelle nuova, Maestà! -
Il Re corse alla catasta in fiamme, e senza
curar di scottarsi, tirò la cassettina fuori della
brace. L'aperse in fretta e in furia, e vide scappar
fuori una ragazza di belle forme; se non che
avea la pelle tutta squamosa, come quella d'un
serpente.
— Troppa, fretta, Maestà! Ora non potrò più
maritarmi! -
Serpentina non avea avuto il tempo di far pelle
nuova. E dava in un dirotto pianto; era
inconsolabile:
— Lasciatemi qui sola. Anderò dalla Fata
gobba. —
Non potendola persuadere altrimenti, il Re l'abbandonò
in mezzo al bosco e tornò al palazzo reale.
Ma Serpentina, gira di qua, gira di là, non trovava
l'uscita. Vide uno scarafaggio:
— Scarafaggio, bel scarafaggio! Se mi conduci
dalla Fata gobba, ti faccio un magnifico regalo.
— Non la conosco. —
E tirò via.
Più in là, vide un topolino:
— Topolino, bel topolino! Se mi conduci dalla
Fata gobba, ti faccio un magnifico regalo.
— Non la conosco. —
E tirò via.
Più in là ancora, vide un usignuolo in cima a
un albero:
— Usignuolo, bell'usignuolo! Se mi conduci
dalla Fata gobba, ti faccio un magnifico regalo.
— Mi dispiace, ma non posso. Aspetto la bella
dal dente d'oro che deve passare di qui.
— Usignuolo, bell'usignuolo! Son io la bella
dal dente d'oro. -
E mostrò il dente.
— O Reginotta mia! Son tant'anni che
t'aspetto. —
L'usignuolo divenne, tutt'a un tratto, il più
bel giovane che si fosse mai visto, la prese per
la mano e la condusse fuor del bosco.
Illustrazione bianco e nero autografata, Serpentina e il giovane davanti a un palazzo
Giunti davanti la grotta, il bel giovane picchiò.
— Chi siete?
- Son io e Serpentina.
— Chi volete?
— La Fata Regina. -
La grotta si spalancò, e si vide il gran palazzo
della Fata gobba; ma bisognava dirle Fata Regina;
se no, se avea a male.
— Ben venuta, figliuola mia! T'aspettavo da
un pezzo. Questo giovine è figlio d'un regnante.
Una maga gli aveva fatto l'incantesimo, e per
romperlo ci voleva la ragazza dal dente d'oro.
Ora dovrete sposarvi. —
La Reginotta, con quella pelle squamosa, era
un orrore. La Fata gobba cominciò a strusciarla
da capo a piedi, e in poco d'ora la mondò, in
guisa, che non pareva più lei. Era così bella, che
abbagliava.
La Regina, come intese che Serpentina stava
per tornare, montò sulle furie:
— Se vien lei, partirò io! È la nostra cattiva
sorte! —
Ma, saputo che quella recava l'unguento da
far sparire le gobbe, le andò incontro col Re e
con tutta la corte. Fecero grandi feste, e vissero
tutti felici e contenti.
E noi citrulli ci nettiamo i denti.
IL SOLDO BUCATO
C'era una volta una povera donna rimasta
vedova con un figliolino al petto. Era di cattiva
salute, e con quel bimbo da allattare poteva lavorare
pochino. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e
così lei e la sua creatura non morivano di fame.
Quel figliolino era bello come il sole; e la sua
mamma, ogni mattina, dopo averlo rifasciato,
lavato e pettinato, un po' per buon augurio, un
po' per chiasso, soleva dirgli:
Bimbo mio, tu sarai barone!
Bimbo mio, tu sarai duca!
Bimbo mio, tu sarai principe!
Bimbo mio, tu sarai Re!
E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re,
il bimbo accennava di sì colla testina, come se
avesse capito.
Un giorno si trovò a passare proprio il Re, e
sentito: Bimbo mio, tu, sarai Re, la prese in mala
parte, perchè non aveva avuto ancora figliuoli e
ne era accorato assai.
— Comarina, — le disse — non vi arrischiate
più a dire così, o guai a voi! -
La povera donna, dalla paura, non disse più
nulla. Però quel figliolino, ora che la sua mamma
stava zitta, ogni mattina, appena rifasciato, lavato
e pettinato, si metteva a piangere e strillare.
Lei gli ripeteva:
— Bimbo mio, tu sarai barone!... Tu sarai
duca!... Tu sarai principe!...
Ma il bimbo non si chetava. Talchè una volta,
per prova, tornò a dirgli sottovoce:
— Bimbo mio, tu sarai Re! —
Il bimbo accennò di sì colla testina, come se
avesse capito, e non strillò più.
Allora la povera donna si persuase che quel
figliolino doveva avere una gran fortuna; e temendo
la collera del Re, già pensava di mutar paese.
Intanto, poichè il figliuolo era spoppato, quando
le capitava di fare qualche servizio, pregava
una vicina:
— Comare, tenetemi d'occhio il bimbo; vado
e torno in due minuti. —
Un giorno le accadde di tardare. La vicina
era seccata di tenere in braccio quel cattivello
che piangeva perchè voleva la mamma. In quel
punto comparve un cenciaiolo:
— Cenci, donnine, cenci!
— Lo volete questo cencio qui?
Illustrazione bianco e nero autografata, il cenciaiolo con il bambino in braccio e alcune donne
— Se ci si combina, lo prendo.
— Ve lo do per un soldo. —
Il cenciaiuolo le tolse il bimbo di braccio e le
mise in mano un soldo bucato.
A quella scena lei e le altre vicine presenti
ridevano: il cenciaiuolo in questo mentre svoltava
la cantonata e spariva. Corri, cerca, chiama....
L'avete più visto?
Figuriamoci che pianto, quella povera mamma,
quando apprese la sua disgrazia!
Corse subito dal Re:
— Giustizia, Maestà! Mi han rapito il bambino!
— Bimbo mio, tu sarai Re! — le rispose il Re
facendole il verso, per canzonarla.
E la mandò via, tutto contento che quel
malaugurio per la sua discendenza fosse sparito.
Gli occhi della povera donna parevano un
fiume. Andava attorno tutta la giornata, fermando
la gente:
— Buona gente, incontraste per caso il
cenciaiuolo che mi ha rubato il mio bambino? —
Le persone che non ne sapevano nulla, la
prendevano per matta e le ridevano in viso.
Quel giorno della disgrazia, la vicina le aveva
dato il soldo bucato messole in mano dal
cenciaiuolo; ma la povera donna, dalla gran rabbia
che aveva, lo buttò via.
La mattina dopo, apre un cassetto.... il soldo
bucato era lì!
— Soldaccio maledetto! Non ti voglio neppur
vedere! —
E lo buttò nuovamente via dalla finestra.
Ma la mattina dopo, torna ad aprire quel
cassetto e che vede? Il soldo bucato.
Richiuse il cassetto con stizza.
— Fossero almeno dieci lire!... Mi comprerei
uno straccio di veste! —
Non avea finito di dirlo, che sentì lì dentro un
suonò di soldi rimescolati. Stupita, riapre. Pareva
che il soldo avesse figliato. Oltre a quello,
c'erano lì tanti soldi, da fare giusto dieci lire.
Da allora in poi, quando avea bisogno di
denaro, le bastava che dicesse:
— Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire! -
Le cento lire, le mille lire erano subito lì.
La buona donna non si teneva questa fortuna
per sè sola; faceva spesso la carità a tutte le persone
bisognose al par di lei, ed era già diventata
una benedizione del cielo.
Ma quel bene lei lo faceva sempre col
pensiero al figliolino perduto:
— Che le importava di tanta fortuna, senza il
suo figliolino? —
E sperava sempre che, un giorno o l'altro, il
cielo l'avrebbe consolata.
In quel tempo il Re ebbe il capriccio di comprarsi
un magnifico cavallo. Conchiuso il negozio,
andò per prendere il denaro dello scrigno ove
solea tenerlo riposto, e si accòrse che mancava
una bella somma.
Appostò lì due guardie per acchiappare il ladro;
e, passati alquanti giorni, tornò a guardare:
mancava un'altra bella somma!
Si mise in agguato lui stesso; cominciava a
sospettare dei suoi ministri.
Una mattina, ecco una voce nell'aria,
lontana, lontana:
— Soldino mio, vo' mille lire! —
E, subito, un rimescolio nello scrigno, come se
qualcuno vi prendesse quattrini a manate.
Apre in fretta in fretta.... Le mille lire mancavano,
ma lì dentro non c'era nessuno!
— Come andava questa faccenda? —
Il Re ci perdeva la testa.
Però, benchè fosse un po' avaro, gli dispiaceva
di più il dover morir senza figliuoli. Se la prendeva
colla Regina, come se la colpa fosse stata
di lei, e la maltrattava:
— Non era buona a fargli un figliuolo, neppure
di terra cotta! —
La Regina, indispettita, gli fece colle sue mani
un bel puttino di terra cotta.
— Ecco, se era buona! —
Tutti accorrevano al palazzo reale per vedere
quel puttino di terra cotta, che era una
meraviglia, e vi andò anche quella povera donna.
— Oh Dio! È tutto il mio bambino!... Ma non
era così che ti volevo Re, figliolino mio! -
E si mise a piangere.
Il Re, a quelle parole, montò in furore. Diè un
calcio al puttino di terra cotta e lo ridusse in
mille pezzi.
Alla povera donna parve di vedersi squarciare
sotto gli occhi il figliolino perduto. Ma che poteva
dire a Sua Maestà? Dovette ingozzare anche
quell'amarezza, e tornarsene a casa zitta zitta.
Intanto nello scrigno del Re i quattrini
continuavano a mancare; e sempre quella voce
nell'aria lontana lontana:
— Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire! -
E quanti diceva la voce, tanti il Re ne sentiva
prendere dalla mano del ladro invisibile.
Il Re mise le sue spie per scoprire di chi fosse
quella voce: e un giorno le spie gli condussero
dinanzi ammanettata la donna dal bambino
rubato:
Era lei che aveva detto: — Soldino mio, vo' cento
lire! —
Il Re non volle neppure ascoltare la povera
donna, che voleva raccontargli come stesse la
cosa, e la fece gettare in un fondo di carcere.
Ma da quel giorno egli non ebbe più pace.
Voleva andare a letto? E gli strappavano le
coperte:
— Maestà, non si dorme! —
Illustrazione bianco e nero autografata, il re a letto, due mani gli tirano via le coperte
Chi era? Non si vedeva nessuno.
Si sedeva a tavola per mangiare? E gli
portavano via il piatto:
— Maestà, non si mangia! —
Chi era? Non si vedeva nessuno.
Se durava un altro po', il Re moriva d'inedia.
Perciò mandò a consultare un vecchio mago.
Il mago (che poi era quel cenciaiuolo che avea
rapito il bambino per proteggerlo) rispose
soltanto:
— Bimbo mio, tu sarai Re! —
Visto che il destino era quello, e non volendo
morire d'inedia, il Re cominciò dallo scarcerare
la povera donna, e tornò a mandare dal mago:
— Come rintracciare il bimbo? Lo avea
rapito un cenciaiuolo e non se ne sapeva più
notizia.
Il mago rispose:
— Raccatti i cocci di quel puttino di terra
cotta e li saldi insieme collo sputo. —
Il Re, sebbene di mala voglia, raccattò i cocci
del puttino e li saldò collo sputo. —
- Ed ora?
— Ora — rispose il mago — prepari una bella
festa e faccia così e così. -
Il Re fece dei grandi preparativi, poi, secondo
le istruzioni del mago, mandò a chiamare la
mamma del bimbo a palazzo reale e la fece
sedere a lato della Regina.
Il puttino di terra cotta bello e saldato si
vedeva collocato nel mezzo del salone e, attorno
attorno, ministri, principi, cavalieri in gran gala
che aspettavano.
Quando fu l'ora, s'intese nella via:
— Cenci, donnine, cenci! —
A questo grido il puttino di terra cotta scoppiò,
e ne uscì fuori un bel giovinotto fra un gran
rovesciarsi di monete, che ruzzolavano da tutte
le parti.
Il Re, contento anche perchè riacquistava tutti
i suoi quattrini, voleva abbracciarlo come un
figliuolo; ma quello corse prima dalla sua mamma
e non sapeva staccarsela dal petto:
— Bimbo mio, tu sarai Re! Ed era già Reuccio,
poichè il Re lo adottava! —
Qui entrò una guardia e disse:
— Maestà, c'è di là un cenciaiuolo; rivuole il
suo soldo bucato. —
Il Re non ne sapeva nulla; ma la povera donna
rispose subito:
— Eccolo qui. —
— Sentita la storia di quel soldo, il Re pensò
ch'era meglio tenerselo per sè. Andò di là, bucò
un altro soldo e diede questo in cambio di quello
al cenciaiuolo.
Ma gliene incolse male.
La prima volta che disse:
— Soldino mio, vo' mille lire! —
Invece di mille lire furono mille nerbate, che
lo conciarono per le feste, tanto che ne morì.
Illustrazione bianco e nero autografata, il re a terra viene frustato da due mani
— Bimbo mio, tu sarai Re! -
E si era avverato.
Stretta è la foglia, larga è la via,
Dite la vostra, chè ho detto la mia.
TÌ, TÌRITI, TÌ
C'era una volta un contadino che aveva un
campicello tutto sassi, e largo quanto la palma
della mano. Vi avea rizzato un pagliaio e viveva
Illustrazione bianco e nero autografata, contadino seduto suona il flauto
lì, da un anno all'altro zappando, seminando
sarchiando, insomma facendo tutti i lavori
campestri.
Nelle ore di riposo cavava di tasca uno
zufolo e, tì, tìriti tì, si divertiva a fare una
sonatina, sempre la stessa; poi riprendeva il
lavoro.
Intanto quel campicello sassoso gli fruttava
più di un podere. Se i vicini raccoglievano venti,
e lui raccoglieva cento, per lo meno.
I vicini si rodevano. Una volta quel campicello
non lo avrebbero accettato neanche in regalo:
da che lo avea lui, non sapevan che cosa
fare per strapparglielo di mano.
— Compare, volete disfarvi di questi quattro
sassi? C'è chi li pagherebbe tre volte più della
stima.
— Questi sassi son per me;
Non li cederei neppure al Re.
— Compare, volete disfarvi di questi quattro
sassi? C'è chi li pagherebbe dieci volte più della
stima.
— Questi sassi son per me;
Non li cederei neppure al Re. -
Una volta, per caso, passò di lì anche il Re,
accompagnato dai ministri. Vedendo quel campicollo,
che pareva un giardino, coi seminati verdi
e vegeti, mentre quelli dei campi attorno
somigliavano a setole di spazzola, gialli, stenti, si
fermò, colpito dalla meraviglia, e disse ai
ministri:
— È proprio una bellezza! Lo comprerei
volentieri.
— Maestà, non si vende. Il padrone di esso
è un uomo strano. Risponde a tutti:
— Questi sassi son per me;
Non li cederei neppure al Re.
— Oh! voglio vederla. —
E fece chiamare il contadino.
— È vero che questo campicello tu non lo
cederesti neppure al Re?
— Sua Maestà ha tanti poderi! Che se ne
farebbe dei miei sassi?
— Ma se lui li volesse?
— Se lui li volesse?
— Questi sassi son per me;
Non li cederei neppure al Re. -
Il Re fece finta di non aversela avuta a male
e la notte dopo mandò cento guardie a scalpicciare,
zitte zitte, quel seminato, da non lasciar
ritto neanche un filo d'erba.
La mattina, il contadino esce fuor del pagliaio,
e che vede? Uno spettacolo! E tutti i vicini che
stavano a guardare, con gusto, quantunque si
mostrassero addolorati.
— Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto
quei quattro sassi, ora questa disgrazia non
vi sarebbe accaduta. —
Ma quegli zitto, dinoccolato, come se non
dicessero a lui.
Quando i vicini furono andati pei fatti loro,
cavò di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato
cominciava a rizzarsi; tì, tìriti, tì, il seminato si
rizzava come se nulla fosse stato.
Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato
a chiamare:
— C'è qualcuno che ti vuol male. So che la
notte scorsa ti han mezzo distrutto il seminato.
Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando
saprà che son miei, li guarderà da lontano.
— Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato
è più bello di prima. -
Il Re si morse il labbro:
— Dunque i suoi ordini non erano stati
eseguiti!
E se la prese coi ministri. Ma appena questi
gli riferirono che le povere guardie, dal gran
scalpicciare di quella nottata, non si poteano neppur
muovere, il Re rimase!
— Quest'altra notte, ad ora tarda, si mandi
lì tutto l'armamento. —
La mattina, il contadino esce fuor dal pagliaio,
e che vede? Uno spettacolo: il terreno brucato
raso!
I vicini:
— Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto
quei quattro sassi, questa nuova disgrazia
non vi sarebbe accaduta. —
E quegli zitto, dinoccolato, come se non
dicessero a lui.
Quando i vicini furono andati via, pei fatti
loro, cavava di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì,
il seminato ripullulava; e tì, tìriti, tì, il seminato
era bell'e cresciuto, come se nulla fosse
stato.
Il Re, questa .volta, era sicuro di aver buono
in mano. Volea vederlo, quell' uomo! Chi sa che
grugno!
E appena l'ebbe alla sua presenza:
— C'è qualcuno che ti vuol male. So che la
notte scorsa ti hanno, a dirittura, distrutto ogni
cosa. Vendi a me quei quattro sassi. La gente,
quando saprà che son miei, li guarderà da
lontano.
— Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato
è più bello di prima. -
Il Re si morse il labbro:
— Dunque i suoi ordini non erano stati
eseguiti! —
E se la prese coi ministri. Ma quando questi
gli riferirono che tutto l'armento, dal gran
mangime di quella nottata, avean le pance che gli
scoppiavano e che metà eran già morti di
ripienezza, il Re rimase!
— Qui c'è un mistero! bisogna scoprirlo. Vi
do tempo tre giorni. —
Col Re non si scherzava. I ministri cominciarono
dal grattarsi il capo, e, pensa e ripensa,
uno di essi propose di andare, la notte, ad
appostarsi dietro il pagliaio di quel maledetto
contadino e star lì fino all'alba. Chi sa?
Qualcosa avrebbero visto.
— Benone! —
Andarono; e siccome nel pagliaio c'eran parecchie
fessure, si misero a spiare attraverso a
queste.
Il Re non avea potuto chiuder occhio pensando
all'accaduto: e la mattina, di buon'ora,
fece chiamare i ministri.
— Maestà, oh! che abbiamo visto! Che abbiamo
visto!
— Che cosa avete mai visto?
— Quel contadino ha uno zufolo, e appena si
mette a sonarlo, tì, tìriti, tì, il suo pagliaio, di
botto, diventa una reggia.
— E poi?
— E poi vien fuori una ragazza più bella
della luna e del sole, e lui, tì, tìriti, tì, la fa
ballare con quella sonata; e dopo le dice:
Bella figliuola, se il Re ti vuole,
Dee star sette anni alla pioggia e al sole.
E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
Bella figliuola, il Re non ti avrà.
— E poi?
— E poi smette di sonare, e quella reggia, di
botto, ridiventa pagliaio.
— Glieli darò io la pioggia e il sole! — disse
il Re, toccato sul vivo. — Ma prima vediamo codesto
miracolo di bellezza! —
E andò la notte dopo, accompagnato dai
ministri.
Ed ecco che il contadino cava di tasca il suo
zufolo, e tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventa
una reggia; e tì, tìriti, tì, compare la ragazza e
si mette a ballare.
Illustrazione bianco e nero autografata, il contadino suona il flauto e da una pentola compare una ragazza danzante
A quella vista il Re ammattì:
— Oh che bellezza! Dovrà esser mia! dovrà
esser mia! —
E, senza metter tempo in mezzo, picchia
all'uscio a più riprese.
Il contadino cessò di sonare; di botto la reggia
ridivenne pagliaio, ma di aprire non se ne
parlò neppure: e il Re, che bruciava dall'impazienza,
dovette tornarsene a palazzo. Prima che
albeggiasse, spedì un corriere a spron battuto:
— Lo voleva il Re, subito subito. -
Il contadino andò a presentarsi:
— Sua Maestà che cosa comandava?
— Comando e voglio la tua figliuola per sposa.
Lei diventerà Regina e tu ministro di palazzo
reale.
— Maestà, c'è una condizione:
Chi vuole la mia figliuola
Dee star sette anni alla pioggia e al sole;
E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
Fosse chi fosse, non l'otterrà. —
Il Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e
sole! Ma c'era di mezzo la ragazza. Si strinse
nelle spalle e rispose:
— Starò sette anni alla pioggia e al sole. -
Lasciò il governo ai ministri, per tutto il tempo
che sarebbe stato assente, e andò ad abitare col
contadino, scottandosi la pelle al solleone e restando
sotto la pioggia anche quando veniva giù
a catinelle.
Illustrazione bianco e nero, il re sotto la pioggia
Dopo poco tempo, povero Re, non si riconosceva
più; parea fatto di terra cotta, colla pelle
bruciata a quel modo. Ma avea un compenso.
Di tanto in tanto, la notte, il contadino cavava
di tasca lo zufolo, e prima di sonare, gli
diceva:
— Maestà, rammentatevi bene:
Chi tocca stronca,
Chi parla falla! —
E, tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventava
una reggia; e tì, tìriti, tì, compariva la ragazza
più bella della luna e del sole.
Il Re se la divorava cogli occhi, mentre quella
ballava. Dovea fare proprio un grande sforzo per
non slanciarsi ad abbracciarla e non dirle: Sarai
Regina! La passione lo conteneva.
Eran passati sei anni, sei mesi e sei giorni. Il
Re, dalla contentezza, si fregava le mani.
Fra poco quella ragazza più bella della luna
e del sole sarebbe stata sua sposa! E lui se ne
tornerebbe al palazzo reale, Re come prima e più
beato di prima!
Ma la sua disgrazia volle che una notte il
contadino cavasse di tasca lo zufolo, e si mettesse a
sonare senza ripetergli: — Maestà, rammentatevi;
chi tocca stronca, chi parla falla. —
Quando, tì, tìriti, tì.... apparve la ragazza più
bella della luna e del sole, e si messe a ballare,
il Re non seppe più frenarsi, le corse incontro
e l'abbracciò, gridando:
— Sarai Regina! sarai Regina! —
Fu un lampo.
E, invece della ragazza, che cosa si trovò fra
le braccia? Un ceppo bitorzoluto!
— Maestà, ve l'avevo pur detto io:
Chi tocca stronca,
Chi parla falla! —
Il Re pareva di sasso:
— Bisognava ricominciare?
— Bisognava ricominciare! —
E ricominciò.
Si abbrustoliva al sole:
— Sole, bel sole,
Patisco per amore! -
Si lasciava conciare dalla pioggia.
— Pioggia, pioggia bella,
Patisco per la donzella! —
E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo
e, tì, tìriti, tì, la ragazza ricompariva e si
metteva a ballare, lui se la divorava cogli occhi,
da un cantuccio, zitto e cheto come l'olio. Non se
la sentiva di ricominciare.
Eran passati novamente sei anni, sei mesi e
sei giorni, e il Re, dalla contentezza, già si
fregava le mani.
Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino
cavasse di tasca lo zufolo, e ti, tìriti, tì,
comparisse la ragazza e si mettesse a ballare
come non avea ballato mai, con una grazia, con
una sveltezza! Il povero Re non potè più
frenarsi e le corse incontro e l'abbracciò:
— Sarai Regina! Sarai Regina! —
E che cosa si trovò fra le braccia?
Un ceppo bitorzoluto.
— Ah, Maestà, Maestà!
Chi tocca stronca,
Chi parla falla! —
Il Re pareva di sasso:
— Bisognava ricominciare?
— Bisognava ricominciare! -
E ricominciò:
— Sole, bel sole,
Patisco per amore;
Pioggia, pioggia bella,
Patisco per la donzella! —
Questa volta però stette bene in guardia, e ai
sette anni fissati ebbe finalmente la ragazza, più
bella della luna e del sole. Non gli parea neppur
vero!
Intanto che cosa era accaduto? Era accaduto
che i suoi ministri e il popolo ritenendolo per
matto, si erano dimenticati di lui e avevan dato,
da parecchi anni, la corona reale a un suo
parente.
Il Re, infatti, si presenta al palazzo reale, colla
sposa sotto braccio e i soldati di sentinella:
— Non si passa! Non si passa!
— Sono il Re! Chiamate i miei ministri! -
Che ministri? I vecchi eran morti e quelli
del nuovo Re lo lasciavano cantare.
Si rivolge al popolo:
— Come? non riconoscete il vostro Re? -
Il popolo gli ride in faccia e non gli dà retta.
Disperato, ritorna al campicello, dal contadino.
Dov'era il pagliaio, vede, con sorpresa, un palazzo
che pareva una reggia. Monta le scale, e
invece del contadino, gli viene incontro un bel
vecchio con tanto di barba bianca: era il gran
mago Sabino.
— Non ti scoraggiare! — gli disse questi.
E lo prese per mano, e lo condusse in una
magnifica stanza, dove c'era un catino pieno di
acqua.
Il Gran Mago afferra quel catino e glielo
riversa sulla testa, e il Re, da un po' invecchiato
che già era, rinverdisce, a un tratto, di vent'anni.
Allora il vecchio:
— Affàcciati a quella finestra, suona questo
zufolo e vedrai. —
Il Re si affaccia, si mette a sonare, tì, tìriti, tì,
ed ecco un esercito armato di tutto punto, fitto
come la nebbia, su poi colli e per la pianura.
Intimata la guerra, mentre i soldati combattevano,
lui, in cima a un poggio, sonava tì, tìriti, tì,
senza cessare finchè la battaglia non fu vinta.
Tornò a palazzo reale vittorioso e trionfante,
perdonò a tutti, e all'occasione dei suoi sponsali
diè un mese di feste per tutto il regno.
E presto ebbe un erede;
E noi scalzi d'un piede.
TESTA-DI-ROSPO
C'era una volta un Re e una Regina. La
Regina partorì e fece una bambina più bella del
sole. Insuperbita di questa figliolina così bella,
spesso diceva:
— Neppur le fate potrebbero farne un'altra
come questa. —
Ma una mattina, va per levarla di culla e la
trova contraffatta, con una testa di rospo.
— Oh Dio, che orrore! —
Benchè fosse figlia unica e le volesse un gran
bene, quella testa di rospo le facea schifo, e non
volle più allattarla.
Il Re, angustiato, disse a un servitore:
— Prendila e portala giù; mettila fra i cagnolini
figliati dalla cagna. Però se morisse, sarebbe
meglio per lei! -
Non morì. La cagna, tre, quattro volte il giorno
tralasciava di dar latte ai cagnolini, e porgeva le
poppe a Testa-di-rospo. La leccava, la ripuliva, la
scalducciava tenendosela accosto, e non permetteva
che alcuno stendesse la mano a toccarla.
Quando il Re e la Regina scendevano giù per
vedere, la cagna ringhiava, mostrava i denti; e,
un giorno che la Regina fece atto di voler
riprendere la figliuola, le saltò addosso e le morse
mani e gambe.
Testa-di-rospo nel canile prosperava. Quando
crebbe, non volle più lasciarlo. Durante la giornata
Illustrazione bianco e nero, regina con testa di rospo
abitava su, nelle
stanze reali; pranzava a
tavola col Re, colla Regina
con tutta la corte,
e prima di toccar le pietanze,
metteva da parte i
meglio bocconi; poi ne
riempiva il grembiule e
scendeva giù, nel canile.
— Mamma cagna, mangiate;
la mia vera mamma siete voi! -
La notte dormiva lì, con mamma cagna. Non
c'era mai stato verso d'indurla a dormire nel
suo letto.
La Regina, sentendole ripetere ogni giorno:
— Mamma cagna, mangiate; la mia vera mamma
siete voi! — cominciò a odiarla terribilmente,
come se non fosse stata sua figliuola.
E una volta disse al Re:
— Maestà, no, costei non è la nostra figliuola.
Ce la scambiarono quand'era in culla. Che ne
facciamo di questo mostro? Io direi di farla
ammazzare. -
Il Re non ebbe animo di commettere questa
crudeltà:
— Mostro o non mostro, è una creatura di
Dio. —
Talchè la Regina giurò di disfarsene in segreto.
E che pensò? Pensò di dar ad intendere al Re
che era nuovamente gravida e, quando fu l'ora, gli
fece presentare una bambina nata di fresco, che lei
avea fatto comprare a peso d'oro in un altro paese.
Il Re fu molto contento; e alla bambina mise
nome Gigliolina, perchè era bianca come un giglio.
Allora la Regina gli disse:
— Ora che abbiamo quest'altra figliuola, che
ne facciamo di quel mostro? Io direi di farla
ammazzare. —
Per amore di quest'altra figliuola, il Re, benchè
a malincuore, acconsentì. Ma come andarono per
prendere Testa-di-rospo e farla ammazzare, sulla
soglia del canile trovarono mamma cagna, che
abbaiava e ringhiava mostrando i denti.
E Testa-di-rospo non voleva uscir fuori.
— Perchè non vieni fuori?
- Perchè mi farete ammazzare.
— E chi ti ha detto questo?
— Me l'ha detto mamma cagna. -
La Regina, maliziosa, volea indurla colle buone:
— Non è vero, sciocchina. Vieni su, vieni a
vedere che bella sorellina ti è nata.
Sorellina non me n'è nata,
A peso d'oro fu comprata.
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.
— Che significa? — domandò il Re.
— O che gli date retta? Testa-di-rospo parla
da bestia. —
Ma il Re disse:
— Chi tocca Testa-di-rospo l'ha da fare con
me. Mostro o non mostro, è una creatura di Dio.
Lei è la vera Reginotta, perchè nata la prima. -
La Regina, arrabbiata per lo smacco, che pensò?
Pensò di ricorrere ad una strega:
— Fammi due vestiti compagni, tutti oro e
diamanti; ma uno dev'essere incantato: deve
bruciare addosso a chi se lo mette.
— Fra un anno li avrete. -
In questo mentre la Regina fingeva di voler
bene egualmente alle due figliuole; anzi, se
comprava un balocco, un ninnolo per la Gigliolina, ne
comprava uno più bello per Testa-di-rospo.
La Gigliolina, vedendo il regalo più bello, si
metteva a strillare:
— Quello lì lo voglio io! —
E Testa-di-rospo glielo dava.
Passato l'anno, la Regina tornò alla strega.
— Maestà, i vestiti son pronti; ma badate di
non scambiarli. Per non sbagliare, in questo
incantato ci ho messo un diamante di più.
— Ho capito. —
Chiamò le due figliuole e disse:
— Ecco due bei vestiti; provateveli subito, per
vedere se vanno bene. Questo è il tuo, Testa-di-
rospo. -
Ma la Gigliolina, contati i diamanti e visto
che in quello di Testa-di-rospo ce n'era uno di
più, comincia a strillare:
— Quello lì lo voglio io! —
La Regina non permise che lo toccasse.
Intanto la Gigliolina continuava a strillare, e
pestare coi piedi:
— Quello lì lo voglio io! quello lì lo voglio io!—
Accorse il Re e disse:
— Non ti persuadi che quello è un po' più
grande? Provalo, e vedrai. -
E stava per infilarglielo.
— No, Maestà, — disse Testa-di-rospo.
Vestito bello, fatto da poco,
Vestito nuovo fatto di fuoco,
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.
— Che significa? — domandò il Re.
- O che gli date retta? Testa-di-rospo parla
da bestia. —
Ma il Re disse:
— Chi fa danno a Testa-di-rospo, fa il proprio
danno. Lei è la vera Reginotta, perchè nata la
prima. -
La Regina, arrabbiata per quest'altro smacco,
non sapeva più che inventare.
E la sua rabbia si accrebbe quando vide arrivare
a corte il Reuccio del Portogallo, che andava
cercando una principessa reale per moglie.
La Regina disse al Re:
- Almeno facciamogli vedere tutte e due le
figliuole; così sceglierà. —
Il Re, per contentarla, rispose:
— Sia pure. —
Il Reuccio voleva visitare le principesse negli
appartamenti ov'esse abitavano; e la Regina lo
condusse prima nel magnifico appartamento della
Gigliolina. La Gigliolina, vestita cogli abiti più
sfarzosi, sfolgorava come una stella.
Il Reuccio disse:
— È mai possibile che l'altra principessa sia
bella quanto questa? Andiamo a vederla. Ma dove
andiamo?
Illustrazione bianco e nero autografata, il reuccio entra nella cuccia del cane, con re e regina fuori
— Nel canile. L'altra abita nel canile. -
Il Reuccio, stupito, scese giù insieme col Re
e con la Regina, e trovò Testa-di-rospo nel canile:
— Reuccio, entrate voi solo; c'è posto soltanto
per uno. —
Il Reuccio entrò, e Testa-di-rospo chiuse lo
sportello.
Mamma cagna si accovacciò lì dietro,
ringhiando.
Aspetta un'ora, aspetta due, il Reuccio non
compariva. La Regina, sopra tutti, era impaziente
pel ritardo:
— Chi sa che brutto scherzo Testa-di-rospo
stava per farle! -
Il brutto scherzo fu che il Reuccio, uscito dal
canile, disse al Re:
— Maestà, vi chieggo la mano di Testa-di-
rospo. —
La Regina non rinveniva dallo sbalordimento:
— Ma che cosa avete fatto tante ore lì dentro?
— Ho visitato tutto il palazzo. Di fronte al
palazzo di Testa-di-rospo, il palazzo reale
sembrerebbe una stalla. —
Il Re e la Regina si guardarono, maravigliati.
— Reuccio, dite davvero?
— Dico davvero. -
La Regina dovette inghiottire quest'altra pillola
amara, e che pensò? Pensò di accertarsi
coi suoi occhi di quello che il Reuccio aveva
detto:
— Testa-di-rospo, vorrei vedere il tuo palazzo.
- Maestà, quel canile lo chiamate palazzo?
- Testa-di-rospo, una notte vorrei dormire
con te.
— Chiedetene il permesso a mamma cagna:
è lei la padrona. -
La Regina andò a trovare mamma cagna:
— Mamma cagna, vorrei visitare il vostro
palazzo.
- Bau! Bau!
— Che cosa dice?
— Dice di sì.
— Mamma cagna, una notte vorrei dormire
con Testa-di-rospo.
— Bau! Bau!
— Che cosa dice?
— Dice di sì. —
La Regina, per entrare nel canile, dovette quasi
piegarsi in due.
— Ed è questo il tuo gran palazzo?
— Questo: non ve lo dicevo? -
La Regina, indispettita, uscì fuori brontolando
contro il Reuccio, che le aveva dato ad intendere
tante sciocchezze; e appena fuori, cominciò a
sentire per tutto il corpo un brulichìo e un brucìo
insoffribile. Era, da capo a piedi, ripiena di pulci; e,
siccome montava a corsa le scale e scoteva le
vesti, ne seminava per terra cataste che annerivano
il pavimento.
Così per le stanze del palazzo; ma più scoteva
e più gliene brulicavano addosso e se la
rodevano viva viva.
In un momento, Re, ministri, dame di corte,
gente di palazzo, tutti si videro assaliti da quelle
bestioline affamate, che davano morsi da portar
via la pelle; e tutti urlavano:
— Accidempoli alla Regina, che volle entrare
nel canile! -
Il Re corse subito da Testa-di-rospo:
— Figliuola mia, dàcci aiuto!
— Mamma cagna, dategli aiuto! -
Mamma cagna si mise a girellare per le
stanze:
— Bau, bau! Bau, bau! —
E sentendola abbaiare, tutte le pulci saltavano
addosso a lei.
La Regina non si stimò gastigata abbastanza,
e insistette:
— Testa-di-rospo, questa notte vengo a dormire
con te.
— Maestà, in un giaciglio!
— Per una volta, potrò provare. -
Si acconciò alla meglio, e finse di dormire.
— In quel canile ci doveva essere un mistero;
voleva scoprirlo. —
Verso mezzanotte, sentì un romore come di
un crollo di muro. Aprì gli occhi, e rimase
abbagliata.
Illustrazione bianco e nero autografata, regina dentro il palazzo
Avea davanti una fila di stanze, così ricche e
così splendide, che quelle del palazzo reale, in
confronto, sarebbero parse vere stalle; e Testa-
di-rospo che dormiva in fondo, sopra un letto
lavorato d'oro e di pietre preziose, con cortinaggi
di seta e lenzuola bianche più della spuma.
E non aveva più quella schifosa testa di rospo;
ma era così bella, che, al paragone, la Gigliolina,
bella e bianca come un giglio, sarebbe parsa
proprio una megera.
Accecata dal furore, la Regina pensò:
— Ora entro, e, mentre dorme, la strozzo colle
mie mani. -
Ma il muro si richiuse a un tratto, e lei vi
battè la faccia e si ammaccò il naso.
Senza aspettare che facesse giorno, tornò su in
camera.
Sentiva nelle carni un brucìo, un gonfiore!...
Stende una mano, e si scorge che, da capo a
piedi, era piena di zecche.
Si sveglia il Re: è pieno di zecche anche lui.
Si svegliano i ministri, le dame di corte, insomma
tutte le persone del palazzo reale; son tutti,
da capo a piedi, pieni di zecche; e, dal prurito e
dal dolore, non possono reggere:
— Accidempoli alla Regina, che volle dormire
nel canile! —
Il Re corse di nuovo da Testa-di-rospo:
— Figliuola mia, dàcci aiuto!
- Mamma cagna, dategli aiuto. —
Mamma cagna, Bau, bau! No, no! Non ne vuol
sapere.
— Figliuola mia, dàcci aiuto! -
Che aiuto poteva dargli? Mamma cagna rispondeva
sempre:
— Bau, bau! No, no!
Intanto tornava il Reuccio per sposare Testa-
di-rospo.
Ma, con quel malanno delle zecche addosso,
chi poteva aver capo a feste di nozze?
Tutti erano occupati a tagliar le zecche, colle
forbici, perchè strappare non si potevano; facevano
più male. E più ne tagliavano e più ne
rimaneva da tagliare:
— Accidempoli alla Regina, che volle dormire
nel canile! —
Allora il Re montò in furore. Afferrò la Regina
pel collo, e disse:
— Trista femmina, che cosa hai tu fatto da
attirarci addosso tanti guai? —
La Regina non ne poteva più, e confessò ogni
cosa: che avea detto come le fate non potrebbero
farne una pari; che avea comprato quella bambina
a peso di oro; che avea fatto fare il vestito
incantato per bruciare viva Testa-di-rospo.
— Ora son proprio pentita, e domando perdono
alla fata! —
Disse appena così, che alla Reginotta cadde giù
quella schifosa testa di rospo, e la Gigliolina si
trovò vestita come una figliuola di contadini,
qual'era. La Reginotta splendeva come il sole, sicchè,
per guardarla, bisognava mettersi una mano agli
occhi. Le zecche erano sparite, e non se ne vedeva
neppure il segno.
Il Reuccio di Portogallo e la Reginotta si
sposarono; e se ne stettero e se la godettero e a
noialtri nulla dettero.
TOPOLINO
C'era una volta un Re, che più non viveva
tranquillo, dal giorno in cui una vecchia
indovina gli aveva detto:
— Maestà, ascoltate bene:
Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta;
E se il Re non gliela, dà,
Topolino lo ammazzerà.
Il Re consultò subito i suoi ministri; ed uno
di loro disse:
— Maestà, è mai possibile che un topolino voglia
sposare la Reginotta? Io credo che quella
donna si sia beffata di voi. —
Ma gli altri non furono dello stesso parere.
— Per evitare la disgrazia, bisogna distruggere
tutti i topi del regno, mentre la Reginotta
trovasi ancora nelle fasce. —
Perciò il Re messe fuori un decreto:
— Pena la vita a chi non teneva uno o più
gatti, secondo che avesse casa o palazzo. Chi
ammazzava cento topi, diventava barone. —
Illustrazione bianco e nero autografata, guardie e molti gatti
Il Re diè l'esempio egli il primo; e il palazzo
reale fu pieno di gatti, tenuti assai meglio dei
cortigiani e anche dei ministri. Inoltre, a tutti gli
usci venivano appostate guardie con una granata
in mano, invece di sciabola, che dovevano
gridare all'armi appena visto un topo.
Sulle prime, con quella caccia ai topi per
diventare baroni, fu uno spasso per tutto il regno.
Il Re, ogni volta che gli portavano al palazzo
un centinaio di topi uccisi, traeva un respiro dal
profondo del petto.
— Voi siete barone!
— Che mi vale, Maestà, l'esser barone, se non
ho da mangiare? — disse una volta un contadino,
che, invece di cento, ne aveva portati un mezzo
migliaio.
— È giusto, — rispose il Re.
E gli fece un bel regalo.
Saputasi la cosa, tutti quelli che accorrevano
al palazzo reale, ripetevano la stessa storia:
— Che mi vale, Maestà, l'esser barone, se non
ho da mangiare?
Ma il Re, ch'era un po' tirchio, si seccò presto
a dover far tanti regali; e all'ultimo rispose:
— Il decreto dice soltanto: sarete baroni. -
E il popolo ne fu scontento; molto più che, con
tutti quei gatti per la casa, i quali miagolavano
da mattina a sera, si viveva una vitaccia
d'inferno. Ma Sua Maestà ordinava così; era
forza ubbidirgli!
Da lì a qualche anno, non si trovava un topo
in tutto il regno, neppure a pagarlo un milione.
Il Re già cominciava a rassicurarsi; e siccome
la Reginotta era cresciuta, egli pensava di darle
marito. Parecchi Principi l'avevano chiesta. Ma
la Reginotta, quasi lo facesse a posta, a ogni
domanda di matrimonio, rispondeva:
— Maestà, chiedo un altr'anno di tempo. -
Intanto era accaduto questo: in un paesetto
del regno, nascosto fra le montagne, una povera
donna aveva partorito un bambino mostruoso, col
viso d'uomo e il resto del corpo di vero topolino,
con le sue zampine e con la sua codina.
Al vederlo, la mamma e la levatrice rimasero
trasecolate: e la levatrice che provava ribrezzo
a toccare quel mostricino, aveva consigliato di
soffocarlo.
La mamma non n'ebbe il cuore, e pregò:
— Non ne fiatate con anima viva, comare! -
Infatti nessuno ne seppe nulla; e il bambino
crebbe vegeto e vispo da quel topolino ch'egli
era. Camminava su due gambe, come un uomo;
solamente la mamma lo vestiva in maniera, che
del suo corpo non si potesse vedere altro che il
volto. Alle zampine anteriori gli metteva sempre
i guanti.
Gli aveva posto nome Beppe, e così lo chiamavano
tutti; ma quando non c'era nessuno, ella,
per tenerezza, lo chiamava Topolino.
— Topolino, fa' questo; Topolino, fa'
quest'altro! —
E Topolino non le dava mai il menomo dispiacere,
e faceva questo e faceva quello.
— Dio t'aiuterà, Topolino! —
E un giorno Topolino disse:
— Mamma, voglio fare il soldato. —
La poveretta, che gli voleva bene, piangendo
rispose:
— Ed io, come rimango sola sola? Ora son
vecchia, e non posso più lavorare.
— Vi lascerò la mia coda. Quando avrete
bisogno di qualcosa, direte:
Codina, codina,
Servi la tua mammina!
Ed essa vi servirà, come se fossi io stesso in
persona. Se non v'ubbidirà, vorrà dire che in quel
momento io corro un gran pericolo. Allora,
lasciatevi guidare da essa e venite a trovarmi. —
Così fece, e partì. Quella coda era fatata.
Al Re era stata mossa guerra da un altro Re,
offeso dal rifiuto della Reginotta. Uscito, con tutto
l'esercito, a combattere, in ogni battaglia ne
toccava.
Mutava generali, chiamava nuova gente sotto
le armi, veniva alle mani, faceva prodezze
straordinarie, ma rimaneva vinto sempre; e una volta
potè salvarsi, scappando sul suo cavallo a rotta
di collo.
Si presentò Topolino, ch'era alla guerra
anche lui:
— Maestà, se mi date il comando in capo, vi
faccio uscire vittorioso.
— E tu chi sei?
— Mi chiamo Niente-con-Nulla; ma non vuol
dire. Mettetemi alla prova.
— Niente-con-Nulla sia comandante! -
I generali dell'esercito credettero che Sua Maestà
fosse ammattito:
— Affidare il comando in capo a quel cosino,
ch'era davvero Niente-con-Nulla! -
Non rinvenivano dallo stupore. Ma quando fu
l'ora della battaglia, Topolino impartì gli ordini,
fece sonare le trombe, e in un batter d'occhio
l'esercito nemico fu spazzato via.
— Viva Niente-con-Nulla! Viva Niente-con-
Nulla. —
Non si sentiva acclamare altro. Nessuno più
gridava: Viva il Re! tanto che Sua Maestà
cominciò a esserne seccato, e pensava di levarsi
di torno Niente-con-Nulla, che ci mancava poco
non contasse più di lui.
— Come fare per levarselo di torno? Occorreva
un pretesto. —
Il pretesto lo trovò una mattina, che la
Reginotta venne a dirgli:
— Maestà, volete ch'io sposi ? Datemi Niente-
con-Nulla per marito. —
Il Re montò sulle furie. Ma, per far la cosa
zitto e queto, deliberò di sbarazzarsi di Niente-
con-Nulla per mezzo del veleno.
Invitatolo a pranzo, verso la fine, gli fece porre
davanti un piatto d'oro con su una torta di ricotta
avvelenata.
— Questo piatto è per voi solo, per farvi onore.
Niente-con-Nulla, mangiate. —
Ma Niente-con-Nulla, levatosi da tavola e fatto
un inchino a Sua Maestà, rispose:
— Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta! —
E andò via.
Il Re e i Ministri rimasero strabiliati:
— Giacchè Topolino è lui, — disse un Ministro
— facciamolo arrestare, rinchiudiamolo in
una stanza con tutti i gatti del Palazzo reale,
e così sarà divorato vivo vivo.
Lo fecero arrestare, lo spogliarono, lo rinchiusero
in uno stanzone insieme con un centinaio di
Illustrazione bianco e nero autografata, Topolino minacciato dai gatti
gatti affamati, e stettero ad aspettare. Quando
riapersero la stanza, Topolino non c'era più. E
i gatti si leccavano i baffi, come se avessero
desinato saporitamente.
Il Re, dalla contentezza, ordinò una festa di
ballo.
Va per indossare il manto reale, e lo trova
interamente rosicchiato dai topi. I generali, le
dame di corte, gl'invitati, nel momento d'abbigliarsi
per la festa, tutti avevano trovato le loro
uniformi e gli abiti nuovi rosicchiati dai topi!
Ma questo non fu nulla. I Ministri portavano al
Re i decreti da firmare; e, il giorno dopo, le carte
trovavansi rosicchiate proprio dov'era la firma.
A poco a poco, nel palazzo reale, delle materasse,
delle lenzuola, delle coperte, della biancheria,
degli arnesi, dei mobili non rimase più intatto un
solo capo; pareva che un esercito di topi fosse
stato a divertirvisi coi suoi dentini distruttori. Nè
valeva il rinnovare ogni cosa; quello che oggi
compravano, domani era bell'e rosicchiato.
Centinaia di gatti, intanto, passeggiavano su e
giù per le stanze, miagolando, o si stendevano
al sole facendo le fusa. Soltanto i vestiti e i
mobili della Reginotta non erano rósi.
Il Re, i Ministri, tutta la Corte non sapevano
dove dare di capo.
— Questa è opera di Topolino!
— Maestà, — disse il Ministro che aveva suggerito
di far divorare Topolino dai gatti — si costruisca
una gran trappola, che abbia l'aspetto
della camera della Reginotta, e cerchisi un Mago
capace di fare una bambola grande al naturale,
somigliantissima a lei, con un congegno da poter
chiamare: Topolino! Topolino! con lo stesso tono
della voce di lei. Sono sicuro che Topolino
cascherà nell'inganno. Quando l'avremo in mano,
penseremo al da farsi.
L'idea parve eccellente. Senza che ne trapelasse
nulla, i magnani di corte costruirono una
trappola, che simulava la camera della Reginotta;
e un famoso Mago fece una bambola grande al
naturale, da scambiarsi colla Reginotta in carne
e ossa, e che diceva: Topolino! Topolino! con
lo stesso tono della voce di questa. Collocarono
la trappola nel giardino reale, ed aspettarono fino
alla dimane.
Tutta la notte, il congegno della bambola chiamò:
Topolino! Topolino! Ma chi sa dove lucevano
gli occhi di Topolino in quel punto?
Per sei notti l'inganno non giovò. Alla settima,
il povero Topolino, lusingato dalla somiglianza,
era accorso alla trappola e c'era rimasto.
Figuriamoci il tripudio del Re e dei Ministri,
la mattina, quando lo trovarono acquattato in un
cantuccio presso la bambola!
— Rosicchia, Topolino! Sposa la Reginotta,
Topolino! —
Lo beffeggiavano senza pietà; e Topolino,
acquattato nel suo cantuccio, li guardava e non
rispondeva nulla.
Giusto in quel giorno, la sua mamma, avendo
bisogno d'un servigio, aveva detto:
Codina, codina,
Servi la tua mammina! -
Ma la codina non si era mossa.
— Ah, codina, codina! — esclamò quella mamma
desolata — Topolino è in pericolo; andiamo
a soccorrerlo, presto! —
E si avviarono, la codina avanti, e lei dietro,
finché non giunsero alla capitale del regno e non
entrarono nel giardino reale, mischiati alla folla
che accorreva per la curiosità di osservare Topolino
dentro la trappola. Quel giorno Topolino
doveva esser bruciato. La trappola era stata unta
tutta d'olio e di grasso; s'aspettava il Re e la
Corte per appiccargli fuoco.
La codina spiccò un salto e andò ad appiccicarsi
al codione di Topolino.
— Topolino ha la coda! Lascia veder la coda,
Topolino! —
E Topolino, che si era subito ringalluzzato, si
voltava compiacente e dimenava la coda, come se
non avesse capito la condanna che gli stava sul
capo. La gente rideva e batteva le mani. Ora che
Topolino era cascato in disgrazia, nessuno più si
rammentava del bene ch'egli aveva fatto, quando
si chiamava Niente-con-Nulla: il mondo è così!
Al suono delle trombe, ecco il Re, i Ministri e
la Corte, tutti vestiti in gran gala, preceduti dal
carnefice, con una torcia accesa in pugno. La
Reginotta era rimasta al palazzo.
Il Re, per scherno, allora disse:
— Topolino, prima di morire, che grazia
chiedi? —
E Topolino, senza scomporsi, rispose:
— Maestà:
Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta:
E se il Re non gliela, dà,
Topolino lo ammazzerà. -
E si lisciava la coda.
— Date fuoco! — ordinò il Re inviperito.
Ma non appena il carnefice ebbe accostata la
torcia alla trappola, ecco che insieme con la
trappola scoppia in fiamme il trono reale. Le
vampe avvolsero il Re e i Ministri, che non
trovarono scampo.
La gente fuggiva, atterita; ma Topolino, trasformato
in bellissimo giovane, usciva fuori sano
e salvo.
Agli urli, alle strida, accorse subito la Reginotta;
e, visto il disastro, si mise a piangere:
Illustrazione bianco e nero autografata, trambusto, il re fra il fuoco e un giovane distante
— Topolino, se mi vuoi bene, risuscita mio
padre!
Topolino esitava. Allora si fece avanti sua
madre:
— Topolino, te ne prego anch'io, risuscita il
Re! —
Poteva dire di no alla mamma e alla sua cara
Reginotta?
Toccò colle mani il cadavere mezzo carbonizzato
del Re, e lo fece risuscitare. Ma il Re era
diventato un altro. Domandò umilmente perdono
del male che gli aveva fatto, e conchiuse:
— Giacchè questo è il volere di Dio, sposatevi
e siate felici! —
Il popolo fece grandi feste. Dei Ministri bruciati
nessuno si diè pensiero.
Annotazione a penna del possessore del volume con scritto W il Topolino
IL RACCONTA-FIABE
C'era una volta un
povero diavolo, che
aveva fatto tutti i
mestieri e non era
riuscito in nessuno.
Un giorno gli venne
l'idea di andare
attorno, a raccontare
fiabe ai bambini. Gli pareva un mestiere
facile, da divertircisi
anche lui. Perciò si
Illustrazione bianco e nero autografata, narratore con strumento musicale, circondato da bambini
mise in viaggio, e la prima città che incontrò,
cominciò a gridare per le vie:
— Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentir le
fiabe? —
I bambini accorsero da tutte le parti, e gli
fecero ressaattorno. Lui cominciò:
— C'era una volta un Re e una Regina, che
non avevano figliuoli, e facevano voti e
pellegrinaggi....
— To'! questa la sappiamo a mente, — dissero
i bambini, — è la fiaba della Bella addormentata
nel bosco. Un'altra! un'altra!
— Ve ne dirò un'altra. —
E cominciò:
— C'era una volta una bambina, che aveva
la mamma matta e la nonna più matta di lei. La
nonna le fece un cappuccetto rosso....
— To'! questa la sappiamo a mente: è la fiaba
di Cappuccetto rosso.
— Un'altra! un'altra! -
Quel povero diavolo, un po' seccato, cominciò
da capo:
— C'era una volta un signore che aveva una
figliuola. Gli era morta la moglie e ne aveva
presa un'altra, vedova con due figlie....
— To'! è la fiaba di Cenerentola. Sappiamo a
mente anche questa. —
E visto che era buono a raccontare soltanto
fiabe vecchie, i bambini gli voltarono le spalle
e lo piantarono come un grullo.
Partì e andò in un'altra città. E, appena
arrivato, si messe a gridare per le vie:
— Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le
fiabe? —
I bambini accórsero da tutte le parti e gli fecero
ressa attorno. Ma non cominciava una fiaba,
che quelli non urlassero tosto:
— La sappiamo! la sappiamo! -
E visto che era buono a raccontare soltanto
fiabe vecchie, gli voltarono le spalle e lo
piantarono come un grullo.
Quando ebbe provato più volte e sempre con
lo stesso cattivo successo, quel povero diavolo si
perdette d'animo, e non sapeva più dove dare
di capo.
Angustiato, si mise a camminare senza sapere
dove lo portassero i piedi, e si trovò in mezzo
a un bosco.
Sopravvenuta la notte, si stese sull'erba, sotto
un albero, per dormire; ma non potè chiuder
occhio: aveva una gran paura. Gli pareva che le
piante, collo stormire delle fronde, parlassero sotto
voce fra loro; gli pareva che le bestie e gli
uccelli notturni, con quei loro strani gridi e canti,
tramassero qualche cosa contro di lui.
Il cuore gli batteva forte nel petto, e non
vedeva l'ora che fosse giorno.
Alla mezzanotte in punto, che vede? Vede una
gran luce pel bosco, e da ogni pianta sbucava
gente che rideva, che cantava, che ballava; e
intanto da tutte le parti venivano rizzate prestamente
tante bellissime tende e tavole piene di cose
non mai viste, che luccicavano più dell'oro.
S'accòrse di essere capitato in mezzo alla fiera delle
fate; si fece coraggio e si levò. Avea pensato:
— Le fate debbono vendere anche delle belle
fiabe, nuove di zecca: vo' veder di comprarle. —
E accostatosi a una che vendeva roba sotto
una ricca tenda là vicino, le disse:
— Ci avete fiabe nuove?
— Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme.—
Poco persuaso di questa risposta, andò da
un'altra fata che teneva in mostra sulla tavola e
nei barattoli tante bellissime cose, che la prima
non aveva:
— Ci avete fiabe nuove?
— Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme.—
E due!
Girò attorno un altro pezzo, osservando qua e
là; e come vide una tenda, che gli parve la più
ricca di tutte, si accostò alla fata venditrice e
le domandò timidamente:
— Ci avete fiabe nuove?
— Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme. —
E tre!
Vedendolo rimasto male, quella fata gli disse:
— Sapete, quell'uomo, che dovreste voi fare?
Dovreste andare dal mago Tre-Pi che n'ha pieni
i magazzini.
— E dove si trova cotesto mago Tre-Pi?
— Lontan lontano, fra' suoi boschi di aranci. —
Prima dell'alba la fiera finì. Le fate, le tende,
ogni cosa disparve; e quel povero diavolo si trovò
solo in mezzo al bosco, e non sapeva se fosse
stato sveglio o pure avesse sognato.
Cammina, cammina, incontrò un viandante:
— Compare, sapreste dirmi dove sono i boschi
di aranci del mago Tre-Pi?
— Andate avanti, sempre avanti. —
Cammina, cammina, incontrò una vecchia:
— Comare, sapreste dirmi dove sono i boschi
di aranci del mago Tre-Pi?
— Andate avanti, sempre avanti. -
Non si arrivava mai!
Finalmente, ecco i boschi di aranci. Ma c'erano
i muri attorno, e si doveva entrare da un piccolo
cancello, guardato da un mastino.
— Chi cerchi da questa parte? — gli domandò
il mastino.
— Cerco il mago Tre-Pi.
— È fuori: aspetta. —
Illustrazione bianco e nero autografata, mago con luna sullo sfondo
Ed ecco, sul tardi, il mago Tre-Pi, nero come
il pepe, con una barbona nera e certi occhi neri
che schizzavano fuoco.
— Ah, buon mago Tre-Pi, dovreste farmi un
favore!
— Parla, che cosa vuoi?
— Vorrei delle fiabe nuove. Voi, che ne avete
dei magazzini, dovreste darmene qualcuna. -
— Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme. Di quelle che ho io tu non sapresti
che fartene. E poi, servono a me per conservarle
imbalsamate. Vuoi vederle? —
E lo condusse dentro, nei magazzini.
C'erano tutte le fiabe del mondo, situate nei
cassetti fatti a posta, classate e numerate; e il
mago Tre-Pi gli guardava sempre le mani, per
paura che quello non gliene portasse via
qualcuna.
- Ma non c'è proprio verso di poterne trovare
delle nuove?
— Le nuove, — rispose il mago — forse le sa
una vecchia fata, Fata Fantasia; ma non vuol
dirle a nessuno. Vive sola in una grotta, e
bisognerebbe andarci in compagnia della Bella
addormentata nel bosco, di Cappuccetto rosso, di
Cenerentola, di Pelosina, di Pulcettino e simil
gente. Prova: però ti dico che è fatica sprecata.
— Non importa; proverò. —
Tornò addietro e andò dalla Bella addormentata
nel bosco:
- O Bella addormentata, vi prego, venite
con me.
— Volentieri.
— O Cappuccetto rosso, ti prego, vieni con me.
— Volentieri.
— O buona Cenerentola, ti prego, vieni con me.
— Volentieri. -
Insomma li radunò tutti, e si misero in via.
Quelli sapevano il posto della grotta dove la vecchia
Illustrazione bianco e nero autografata, gruppo di personaggi di spalle nel bosco
fata viveva rinchiusa, e ve lo condussero
facilmente. Picchiarono all'uscio.
— Chi siete?
— Siamo noi. -
Fata Fantasia li riconobbe alla voce, e venne
ad aprire.
— Che cosa volete? E chi è costui? Temerario,
come osi di venire da me! —
E voleva scacciarlo via.
Quelli la rabbonirono e le esposero il motivo
della loro venuta:
— Questo povero disgraziato ha tentato tutti
i mestieri e non è riuscito in nessuno. Si era
anche messo a fare il racconta-fiabe; ma i bambini,
che già sanno a mente le nostre storie, ora
vorrebbero delle fiabe nuove, e non gli prestano
attenzione. Bella Fata Fantasia, aiutatelo voi!
— Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme.
— Bella Fata Fantasia, aiutatemi voi! -
Sentendosi pregare colle lagrime agli occhi,
fata Fantasia s'intenerì:
— Vado e vengo. —
Rientrò nella grotta, e dopo un pezzetto,
ricomparve col grembiale ricolmo:
— Tieni; con questa roba forse ti riescirà. -
E gli diede una stiacciata, un'arancia d'oro,
un ranocchino, una serpicina, un uovo nero, tre
anelli, insomma tante cose strane.
— Che debbo farne?
— Portali teco e vedrai. -
Ringraziò, tutto contento, accompagnò quegli
altri alle case loro, e la prima città che incontrò,
si messe a gridare per la via:
— Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le
fiabe? —
I bambini accorsero da tutte le parti e gli
fecero ressa attorno. Lui prese la stiacciata in
mano e cominciò:
— C'era una volta.... —
Non sapeva neppure una parola di quel che
dovea raccontare; ma, aperta la bocca, la fiaba
gli usciva filata, come se l'avesse saputa a mente
da gran tempo. E fu la fiaba di Spera di sole.
La fiaba piacque ai bambini:
— Un'altra! un'altra! —
E quello, preso a caso uno dei regali della
fata, che portava seco in una borsa, cominciò:
— C'era una volta.... —
Non sapeva neppure una parola di quel che
dovea raccontare; ma appena aperta la bocca,
la fiaba gli usciva filata, come se l'avesse saputa
a mente da gran tempo.
E raccontò la fiaba di Ranocchino, porgi il ditino.
La fiaba piacque ai bambini:
— Un'altra! un'altra! —
E così di seguito; ne raccontò più di una
dozzina, e lui ci si divertiva più dei bambini.
Poi andò in un'altra città:
— Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuoi sentire le
fiabe? —
E ricominciò da capo. I bambini contentissimi.
Ma, infine, erano sempre quelle: Spera di sole,
Ranocchino, Cecina, Il cavallo di bronzo, Serpentina,
Testa-di-rospo.... Sicchè, all'ultimo, i bambini
si seccarono e, appena cominciava: «C'era
una volta....» lo interrompevano:
— La sappiamo, la sappiamo a mente!
— Che cosa farne di quelle fiabe, ora che i
bambini non volevano più sentirle, perchè le
sapevano tutti a mente? —
Pensò di regalarle al mago Tre-Pi, per metterle
nei cassetti, colle altre fiabe imbalsamate.
E andò a trovarlo.
Al cancello c'era il solito mastino:
— Chi cerchi da queste parti?
— Cerco il mago Tre-Pi.
— È fuori: aspetta. —
Sul tardi, ecco il mago Tre-Pi, nero come il
pepe, col suo barbone nero e quei suoi occhi neri
che schizzavano fuoco:
— Sei tornato di nuovo? che vuoi da me?
— Nulla, buon mago; vengo anzi a farvi un
regalo. Queste son fiabe nuove e nei vostri cassetti
non ce le avete. Ora che tutti i bambini le
sanno a mente, ho pensato di regalarvele per
metterle insieme colle altre imbalsamate.
— Ah, sciocco! sciocco! — rispose il mago.
Non vedi che cosa hai in mano?
Il racconta-fiabe guardò: aveva in mano un
pugno di mosche!
E tornò addietro scornato, e di fiabe non ne
volle più sapere.
Perciò si conchiude:
- Fiabe nuove non ce n'è più; se n'è perduto
il seme! —
Come e perchè, cari bambini, lo saprete
facilmente quando sarete più grandi.
Annotazione a penna del possessore del volume con scritto Povero racconta-Fiabe
FINE.
INDICE
DEDICA . . . . . . . . . . . . . . . .Pag. 5
PREFAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . 7
Spera di Sole . . . . . . . . . . . . . . 11
Le arance d'oro . . . . . . . . . . . . . 27
Ranocchino . . . . . . . . . . . . . . . 43
Senza-orecchie . . . . . . . . . . . . . 63
Il lupo mannaro . . . . . . . . . . . . 75
Cecina . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
L'albero che parla . . . . . . . . . . . 113
I tre anelli . . . . . . . . . . . . . . 127
La vecchina . . . . . . . . . . . . . . 141
La fontana della bellezza . . . . . . . 155
Il cavallo di bronzo . . . . . . . . . 173
L'ovo nero . . . . . . . . . . . . . . . 189
La figlia del Re . . . . . . . . . . . . 207
Serpentina . . . . . . . . . . . . . . . 223
Il soldo bucato . . . . . . . . . . . . 237
Tì, tìriti, tì . . . . . . . . . . . . . 251
Testa-di-rospo . . . . . . . . . . . . . 269
Topolino . . . . . . . . . . . . . . . . 285
Il racconta-fiabe . . . . . . . . . . . 301
disegno a penna, ad opera del possessore del volume, raffigurante una casa