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            <titleStmt>
                <title>Paolina: novella scritta in lingua fiorentina italiana</title>
                <author>Pietro Fanfani</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
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                <respStmt>
                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <p>I ed., Firenze, Tipografia all'insegna di S. Antonino, 1868</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
<front>
  <div>
    <p>
    PAOLINA
    </p>
      <p>
    NOVELLA
    </p>
    <p>
    SCRITTA IN LINGUA FIORENTINA ITALIANA
    </p>
    <p>
    da
    </p>
    <p>
    PIETRO FANFANI
    </p>
    <p>
    Edizione di soli 300 esemplari
    </p>
    <p>
    FIRENZE
    </p>
    <p>
    TIPOGRAFIA ALL'INSEGNA DI S.ANTONINO
    </p>
    <p>
    Via del Castellaccio, N. 8
    </p>
    <p>
    1868
</p>
</div>

<div n='dedicatoria' type='sezione'>
  
<p>
Lettor mio,
</p>
  
<p>
Bisognerà ch'io ti dica  perché questa 
Novella ho scritto, e perché dico di 
averla scritta in lingua fiorentina italiana.
Tu sai che a questi giorni si è 
rinfocolata la quistione della lingua 
tra noi, e che il Manzoni non dubitò
di sentenziare, tra l'altre cose, noi 
Italiani non avere una lingua comune, 
e la povera patria nostra essere nel 
fatto della lingua <hi rend='italic'>una eccezione tra le 
nazioni culte, nè avere</hi> ALTRA RACCOMANDAZIONE 
<hi rend='italic'>che cinque secoli di dispute infruttuose;</hi> proponendo di riparare a

<pb n='6'/>

tanto danno con un vocabolario della 
lingua fiorentina senz'altra mistura. 
Tu sai parimente che, dopo tal dura 
sentenza del valente Milanese, ci udimmo 
cantar dagli stranieri, e nominatamente 
nel <hi rend='italic'>Times</hi>, che è il più 
diffuso diario d'Inghilterra, come noi 
altri Italiani, mentre fummo popolo 
diviso e mancipio dello straniero, non 
facevamo altro che vantar la gloria 
della lingua, celebrandola per il più 
forte argomento di nazionalità; ed ora 
che nazione siamo, e che abbiamo acquistato 
la unità politica, confessiamo 
di non aver lingua, e lo confessiamo 
per bocca di colui, il quale, parlando 
d'Italiani di varie provincie, cantò:
</p>
  
  <p>
  <l>D'una terra son tutti, una lingua</l>
  <l>Parlan tutti</l>.
  </p>
  
<p>
Il poco amorevol complimento immeritamente 
fatto dal Manzoni all'Italia 
<note n='1' place ='foot'>Vedi la nota in fine della Novella.</note>,	
e le beffarde parole del <hi rend='italic'>Times</hi>,



<pb n='7'/>

mi empierono il cuor d'amarezza, e 
fecermi venire i rossori sul viso; nè 
potei tenermi ch'io non mi mettessi a 
chiarirle false di fatto in un opuscolo, 
dove ho provato che la lingua comune 
c'è, e c'è stata da sei secoli in qua; 
al qual opuscolo volevo far seguitare 
la presente Novella, in cui non c'è 
parola che della lingua parlata in Firenze 
non sia, ma che non sia parimente 
della comune lingua italiana, 
intesa per conseguenza dall'un capo 
all'altro d'Italia. Ma ora che tale 
opuscolo si pubblica negli <hi rend='italic'>Atti</hi> di 
un'Accademia di Faenza, dove la 
Novella non parmi dovere star bene, 
questa io do fuori da se sola; ché 
sola può star senza sconcio, chi sappia 
il proposito col quale fu scritta; 
potendo poi coloro a cui piacesse di 
leggere il mio opuscolo apologetico 
della lingua, procacciarsi gli <hi rend='italic'>Atti</hi> di 
essa Accademia. Ho fatto una Novella, 
acciocché tu abbia tanto o quanto di

<pb n='8' />

diletto leggendola, e ho guardato bene 
che il buon costume non ci sia offeso 
minimamente, acciocché i giovanetti e 
le fanciulle di tutta Italia possano 
leggerla anch'esse alla libera, e accertarsi 
se c'è parola o modo che non 
intendano di primo tratto; ma come 
ho fatto una Novella, così potrei fare 
un libro, e due, e tre, e più, di materie 
diverse, e sempre con l'effetto 
medesimo; cioè che in essi non si leggesse 
parola che fiorentina non fosse, 
e che non fosse ad un'ora stessa italiana.
</p>
<p>                         
PIETRO FANFANI.
</p>      
</div>
</front>
<body>
<div n='novella' type='sezione'>
<p>
  
<pb/>
  
<q>«Ma no, Paolina, codesta è delle tue 
solite; e non te la posso concedere 
<note n='1' place ='foot'>Nella lingua fiorentina casalinga, si direbbe anche: 
<hi rend='italic'>Non te la posso menar buona</hi>.</note>.»</q>
</p>
<p>
<q>«Ecco, vedi, babbíno mio, qui tu sei 
troppo cattivo. O perché vuoi negarmi 
questa consolazione? Il desiderio di veder 
Firenze mi brucia per modo da un 
pezzo in qua, che sento proprio consumarmi. 
E poi è tanto che quel buon zio 
Giuliano e le due cugine m'invitano da 
loro!...»</q>
</p>
<p>
<q>«Non lo vedi come sono tormentato
dalla gotta? ti pare che possa arrischiarmi 
ad un viaggio così lungo e disagioso?»</q>
</p>
<p>
<q>«Non importa mica, sai, che tu m'accompagni  
tu. Vo da me sola io.»</q>
</p>

<p>
<q>«Ma che dici? È vero che tu sei franca 
come un uomo, ed hai piacere di mostrarlo; 
ma....»</q>
</p>
<p>
<q>«O le signoríne inglesi non girano 
il mondo sole sole, senza ombra di sospetto? 
Ti ricordi quando Guido ci raccontò 
di aver trovato una di queste Inglesíne 
che, partitasi da Londra senza 
compagnía, se ne andava, e scusa se è 
poco!, in Australia? E io dovrei aver 
paura a andar sola di qui a Firenze? Le 
donne italiane hanno forse meno cuor delle 
Inglesi?»</q>
</p>
<p>
<q>«No, Paolina, le Italiane non hanno 
meno cuor delle Inglesi; ma in Italia la 
educazione delle donne è diversa da quella 
che si dà loro in Inghilterra; nè certo è 
prudenza l'accettare una delle più strane 
costumanze della educazione inglese, chi 
non è venuta su in quel metodo educativo, 
e non ha, dirò così, respirato sempre quell' 
aria. E poi lo sai tu che cosa manca sventuratamente 
alle donne italiane? una patria 
libera, possente e temuta per tutto il 
mondo, come hanno le Inglesi. Non temono 
scherni, non temono soprusi, perché in qualunque 
parte del mondo par loro d'essere 
in casa propria; e sanno che guaj a quel

<pb n='11' />

popolo che fa villanía ad un cittadino inglese. 
Del rimanente poi, tu lo vedi, io 
resterei qui a governo di gente venduta.»</q> 
</p>
<p>
<q>«O non c'è Guido? Tu vedrai ch'egli 
non nega di rimaner qui in casa mentre 
sto fuori io; e tu sai quanto egli ti ama 
e quanta cura ha sempre avuto di te. Andiamo, 
via, babbíno: se tu mi vuoi bene, 
se non mi vuoi fare ammalare, dimmi di 
sì.»</q>
</p>
<p>
Questo diverbio facevasi, un trent'anni 
sono, in casa di Alfredo Petrucci, ricco 
mercante di Arezzo, uomo di natura dolcissima, 
già avanzato negli anni 
<note n='1' place ='foot'>Il fiorentino casalingo: <hi rend='italic'>Un pezzetto in là cogli anni</hi>.</note>, e 
gottoso. Vedovo di moglie diletta, questa 
figliuola era quanta consolazione avea più 
al mondo, e non vedeva per altri occhi 
che per i suoi. La ragazza dall'altra parte, 
che era bellissima 
<note n='2' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Era un occhio di sole</hi>.</note>, voleva un bene dell'
anima al suo caro babbo; ma, sapendolo 
così buono, e conoscendo il suo debole 
per lei, lo sfruttava quanto mai poteva, 
per levarsi i suoi capriccetti, che non 
erano nè pochi nè lievi: ed ora che erasi 
messa in capo di far la gita di Firenze, non 
le pareva di poter aver bene finché il babbo




<pb n='12' />

non avessele detto di sì; e tanto seppe 
dire quel giorno, e tante carezze  
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Tante moine</hi>.
</note> gli seppe 
fare, che all'ultimo quel buon uomo dovè 
contentarla. Chi avesse allora veduto la 
Paolina, avrebbela tenuta per mezza pazza: 
trilli di gioja, salti, batter di mani, baci 
e parole dolci d'ogni maniera al babbo; e 
senza metter tempo in mezzo incominciare 
a prepararsi per il viaggio. Prima di tutto 
si fece promettere a Guido, il primo giovane 
di banco, che, mentre fosse stata 
fuori lei, egli non lascerebbe mai suo padre, 
e lì in casa starebbe a mangiare e 
dormire: poi si diede a metter da parte 
la roba per i bauli, studiandosi di scegliere 
tutte le galanteríe da poter figurare anche 
laggiù a Firenze: il babbo le diede 
ricchi regali per il zio e per le cugine, con 
un buon sacchetto di marenghi; e scritta 
una lettera ad esso zio della ragazza e cognato 
suo, ricchissimo mercante fiorentino, 
la mattina di poi misela in via. Allora da 
Arezzo a Firenze non v'era strada ferrata, 
ma solamente un discreto servizio di diligenza, 
che partiva la mattina presto ed 
arrivava la sera. Il Petrucci con Guido accompagnarono 
la Paolina all'ufizio della


<pb n='13' />

diligenza, raccomandandola al conduttore e 
ad un suo conoscente che pure andava a 
Firenze: di lì a poco i cavalli si mossero
fra gli addii reiterati. Eravi tra' passeggieri 
un giovane assai elegante e di bella 
maniera, il quale cominciò tosto a entrare
in parole con tutti i compagni di viaggio;
e la Paolina, che voleva parere quella ragazza 
franca e accorta che si pensava d'essere, 
non lasciavasi morir le parole in bocca, 
anzi, come suol dirsi, faceva lei tutte 
le carte, e ben teneva bordone al giovane, 
che sedevale dirimpetto, e che era invidiabilmente 
facondo.
</p>
<p>
<q>«E la signorína viene a Firenze per 
trattenersi? vi è stata mai?»</q> disse quegli, 
volgendo a lei il suo parlare.
</p>
<p>
<q>«No, a Firenze non vi sono mai stata;
e vengo per trattenermi qualche giorno in 
casa di un mio zio, che sta in Via Larga.»</q>
</p>
  <p>
<q>«In Via Larga! Oh, la strada dove sto 
anch'io. E, se è lecito, il suo signore zio 
chi è?...»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Giuliano Belforti, fratello della mia 
povera mamma. Egli non sa nulla di questa 
mia visita, nè io ho mai veduto lui e 
le mie cugine, e quel tanto solo ne so, che 
me ne ha detto spesso il mio babbo. È un 

<pb n='14' />

gran pezzo che mi pregano di venir da 
loro, e che io lo prometto: s'immagini 
dunque se avranno cara la visita che io fo 
loro 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>La celia che io fo loro;</hi> ché il fare una 
visita inaspettata si dice affettuosamente <hi rend='italic'>fare una celia</hi>.</note>; tanto più che non vengo con le mani 
vuote.»</q> E qui, levate dalla borsa da viaggio 
tre eleganti custodie, fece vedere a tutti 
un ricco orologio d'oro, e due paja di maravigliosi 
orecchini di brillanti.	
    </p>
  <p>
<q>«Come! — ripigliò il giovane, mostrando 
di non aver posto mente più che tanto 
a que' giojelli, — come! ella la nipote del 
sig. Giuliano? lo sa quante volte abbiamo 
parlato di lei!.... Io son familiare 
<note n='2' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Io son di casa</hi>.</note> del signor 
Giuliano: anzi più che familiare, perché tra 
poco diventerò suo genero; e per conseguenza 
anche un po' parente di lei, gentilissima 
signorína.»</q> E qui con elegante 
disinvoltura le strinse la mano.
    </p>
  <p>
<q>«Ma questo incontro è per me una vera 
fortuna! A proposito: quale delle due cugine 
sarà vostra, la maggiore o la minore?»</q>
    </p>
  <p>
<q>«La minore.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Bravo! di buon gusto: ho sempre 
sentito dire che la minore è veramente la




<pb n='15' />

più bella, e che è proprio una fanciulla di 
senno 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>È proprio un sennino</hi>.</note>.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Eh, ma anche la maggiore, ve', è una 
bella ragazza: ed è poi un fuoco lavorato; 
una figuretta 
<note n='2' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Un tomettino</hi>.</note>, vi so dir io, da stare 
alla barba al più sottile avvocato. Vedrete, 
vedrete. S'ha a stare allegri: feste 
balli, ritrovi; e le signorine Petrucci non 
mancano mai; e si contano tra le più spiritose 
ed eleganti di tutta Firenze.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«E anch'io m'ingegnerò; ché stordita, 
grazie a Dio, non sono nè anch'io; e in 
quanto al non far trista figura con le cugine 
ho pensato a tutto: gioje, ornamenti 
assai ricchi, vesti, trine, ho portato ogni 
cosa; e al rimanente, pover'uomo! ci ha 
pensato il mio babbo, che mi ha messo nel 
segreto del baule un buon sacchetto di napoleoni 
d'oro. Ma ora che ci penso: o come 
fanno a star così allegre le cugine, con la 
spina che debbono aver al cuore per amor 
del loro fratello, che volle andar co' Francesi 
ad Algeri, e di cui non hanno più saputo
altro?»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Ah, ah, mia bella cugina (oramai
posso chiamarvi così), ma voi siete troppo
  
  <pb n='16' />

addietro. Del fratello ne ebbero ampia e 
lieta notizia assai tempo fa; e vi dico anzi 
che egli sino da ier l'altro debb'esser tornato, 
nè altra cagione che il correre ad 
abbracciarlo mi ha fatto lasciar la mia villa 
là a Cortona, e venire a Firenze. Immaginate 
bella serata che passeremo stasera in 
casa Belforti con la doppia letizia del fratello 
tornato di fresco, e della cugina tanto 
desiderata e non aspettata! Anzi mi viene 
un pensiero, da rendere la cosa anche più 
lieta e gioconda. Quaggiù a Figline la diligenza 
cambia cavalli, e il conduttore si 
ferma quasi un'oretta per mangiare: lì io 
vo' lasciarvi; ed appena poi arrivate a Firenze 
vedrete l'effetto del mio disegno.»</q>
    </p>
  <p>
Intanto di un ragionamento in un altro, 
a cui di rado pigliavan parte gli altri viaggiatori, 
i quali però erano tutti persuasi 
della parentela onde parlava l'elegante giovane, 
la diligenza faceva gran cammino, ed 
all'ultimo giunti a Figline, si staccarono i 
cavalli; ed egli, salutati con bel garbo tutti 
i compagni di viaggio, e stretta la mano 
alla cugina con un grazioso <hi rend='italic'><q>addio a più 
tardi</q></hi>, prese tosto un legger calessíno a 
vettura, e via fulminando a Firenze, dove 
giunse una buona ora e mezzo prima della

<pb n='17' />

diligenza, per modo che ebbe tutto l'agio di 
ordinare ogni cosa, e di ritornare a Porta 
alla Croce prima che la Paolina arrivasse. 
<q>Eccola, eccola</q>: ed eccoti farsi innanzi il 
nostro giovane con un signore attempato
e due belle ragazze, i quali, imposto al 
cocchiere di fermare, domandarono della signorina 
Petrucci, mentre essa, riconosciuto 
il compagno di viaggio, e indovinando che 
quell'altro era il zio con le figliuole, detto 
addio a' viaggiatori, e salutato, ringraziandolo, 
l'Aretino a cui era stata raccomandata, 
saltò giù, e le ragazze furonle subito al 
collo opprimendola da' baci e dalle carezze:
e fattosi poi innanzi il vecchio, e domandato 
minute novelle del padre di lei, ed 
abbracciatala e baciatala parentevolmente:
<q>«Eh poco giudizio! le disse, ma chi t'insegna 
a metterti in viaggio così sola? E 
anche quel benedett'uomo del mio cognato 
si vede proprio che ha perduto il cervello.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Oh, caro zio, non son mica una bambina 
nè una stordita, sai! e poi, guarda, 
eccomi qui tutta d'un pezzo, senza che nessuno 
mi abbia mangiato. È bene, è vero, 
cugine mie, che anche le ragazze italiane 
vincano i pregiudizj, e s'avvezzino a viaggiar 
sole, come fanno le ragazze inglesi.

<pb n='18' />

Lo sapete? giorni sono ne vidi una io, che 
sola sola se ne andava, dite un po' dove?
all'Australia!!»</q> Questo fatto della Inglesína 
che andava sola in Australia avea ferito 
la fantasía alla povera Paolina, e ogni 
volta che capitava l'occasione 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Capitava il bello</hi>.</note> il metteva in 
tavola. E le cugine approvando e carezzandola, 
e lodando e ammirando tanta di lei 
franchezza, fu fatta venire una carrozza, 
caricatovi bauli e valigie, e tosto entrati in 
Firenze. Ella domandò subito del cugino 
d'Algería; a che fulle risposto che lo troverebbe 
a casa, dove era rimasto affin di 
ordinare qualcosa di buono e d'allegro per 
festeggiar l'arrivo del suo amico aspettato, 
e della non aspettata cugina: quando <hi rend='italic'><q>eccoci 
a casa</q></hi>, disse il vecchio, appena la carrozza 
fu svoltata di poco da Piazza a Santa Croce 
in Borgo de' Greci. Smontati tutti, trovarono 
ad aspettargli sull'uscio un bel giovane, 
che si diè tosto per il cugino d'Algería, il 
quale, anch'egli, fece alla bella cugina un 
monte di carezze e al suo aspettato amico 
altrettante; e saliti al secondo piano, in 
assai elegante quartiere, che alla Paolina
parve elegantissimo e sontuoso, avvezza 
com'era alla modestia aretina, le cugine



<pb n='19' />

condusserla subito nella camera preparata 
per lei; e lì si misero tutte insieme a sciorinare 
le robe dei bauli, parecchie delle 
quali fecero meravigliar le cugine, tanto 
erano ricche e galanti, parlando poi strette 
strette fra loro di mille cose, di mode, di 
gioje, di ornamenti, come sogliono far sempre 
le donne quando trovansi insieme. La 
Paolina, sopraffatta da tante carezze, da 
tante chiacchiere, e dalla gioja di essere a 
Firenze; col pensiero a tanti spassi; o che 
la sera già avanzata non avessele lasciato
discernere ogni cosa così per l'appunto; non 
badò che la strada ove scesero era ben altro 
che larga, benché sapesse che il suo zio 
stava in <hi rend='italic'>Via Larga</hi>; e dall'altra parte non 
le fu dato tempo da pensare a troppe cose, 
essendosele messi tutti attorno con mille 
diceríe, chi esaltando la sua bellezza, chi 
la ricchezza, chi il brio e la disinvoltura;
mentre il cugino d'Affrica si mise a raccontar 
novelle di quella guerra con avventure 
stranissime; il zio a parlarle della propria 
sorella, mamma di lei, e da lei non conosciuta, 
perché era sempre in fasce quando 
le morì; e le cugine a parlar sempre di 
mode, di giojelli, di feste, di mascherate, 
di matrimonio, finché venne il tempo d'andare

<pb n='20' />

a cena. La Paolina fu messa in capo 
di tavola, ed accanto le sedè da una parte 
il zio, dall'altra il cugino d'Algería, che 
aveva gli atti e la cera del primo bell'umore 
dell'universo mondo. La cena fu veramente 
signorile, e abbondante sopra tutto 
di vini generosissimi: l'allegría ed il chiasso 
senza misura; e la Paolina, un poco per non 
parer fredda e novizia, un altro poco per 
esser continuamente istigata 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Messa su</hi>.</note> dal cugino, 
si lasciò ire a bere senza riguardo; ma 
quando poi, venuto il fumoso Sciampagna, 
si cominciò a brindisare, a cantare, a fare 
ogni sorta di baccano, la Paolina non badava 
più a quel che diceva o faceva, e 
quanti bicchieri empievale il cugino, che di 
mescere non restava mai, tanti ne tirava 
giù ad un fiato, di sorte che all'ultimo perdette 
affatto il discorso, ed oramai oppressa 
dalla più grave ebbrezza, cadde giù come 
un cencio. Povera Paolina! era rimasta colta 
ad un orribile laccio. Il giovane elegante, 
suo compagno di viaggio, tirandola accortamente 
a palesar le sue cose 
<note n='2' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Tirandole su accortamente le calze</hi>.</note>, aveane raccolto 
quant'era sufficiente al proposito suo: avevala 
conosciuta vana e presuntuosa di conoscere




<pb n='21' />

il mondo, mentre di fatto erane al tutto ignorante: 
si era accertato ch'ella aveva e gioje
e denari in gran quantità; ed aveva ordito 
in carrozza, e tessuta a Firenze, la scelleratissima 
tela: ché le due cugine non erano 
altro che due donne di mala vita: lo zio e 
il cugino d'Affrica due perduti, i quali facevano 
parte di una congrega di bari e di 
truffatori, onde il giovane viaggiatore era 
il capo; e la casa dove avean cenato era 
una delle non poche, i cui padroni tengono 
di mano ad ogni sorta di ribalderíe. Veduta 
per tanto quegli scellerati la povera fanciulla 
in quello stato che la volevano, si 
gettarono tosto a' bauli; e ghermitone gioje,
denari, ed ogni altra cosa di pregio, lei 
spogliarono tutta, rinfagottandola alla peggio 
in un camiciotto bigio di lana, ed in 
capo una cuffiaccia pur che fosse; e come 
già era passata di un pezzo la mezza notte, 
ed il bujo fittissimo per il nuvolo, mandato 
innanzi uno di loro, se forse passassero 
guardie, la Paolina strascicarono alla meglio
sino al Ponte alle Grazie senza intopparsi 
in un'anima, e lasciatala lì appiè 
della cappellina, quelle fiere rimbucarono, 
chi qua chi là, nelle loro tane.
    </p>
  <p>
Quella sventurata era già stata parecchie

  <pb n='22' />

ore senza dar segno di vita, non veduta 
da  nessuno; o che niuno non passasse 
di lì, o che, passando, a niuno fosse 
data nell'occhio, quando si risentì, ed a 
mala fatica potè rizzarsi a sedere. I fumi 
del vino erano in gran parte svaniti, forse 
per l'azione possente del freddo; ma svanita 
era del pari gran parte della sua mental 
facoltà: a un tratto si pensò di essere 
a letto, ma non poteva raccapezzarsi. Come 
presa da subita paura: <hi rend='italic'>Zio, Giulia, Carolina,</hi> 
si diede a gridare; ché tali erano i 
nomi delle cugine: silenzio di morte. Guardasi 
attorno smarrita; e laggiù lontano 
lontano scorge un fioco lumicino, quello 
d'una immagine là dagli Uffizj: dietro a 
sè ode il tocco di una campana, quella di 
S. Niccolò, che dà il cenno dell'alba: stende 
le mani, e palpa; per tutto il freddo della 
pietra. Era già rientrata bene in sè, e si 
accorse allora di essere nel mezzo di una 
strada, abbandonata da tutti: conobbe tutto 
quanto l'orrendo suo stato, e vinta dall'angoscia 
e più dal terrore spaventoso, ricadde 
bocconi, e singhiozzando amaramente, perdè 
ben tosto ogni sentimento. Dio l'aveva voluta 
punire terribilmente della sua leggerezza 
e de' suoi capricci; ma ora apparecchiavale

<pb n='23' />

dolce conforto. In una modesta casa 
di quell'ultimo Lungarno, abitava con la 
vecchia sua madre, un giovane artista, il 
quale aveva per costume di alzarsi ogni 
mattina all'alba, pigliare il caffè da Doney, 
dove trovava altri amici, per andar 
poi, dopo le usate chiacchiere ed a giorno 
fatto, allo studio. Uscito di casa ed acceso 
il suo sigaro, parendogli quella mattina 
assai più freddo del solito, quando fu 
vicino alla cappellina delle Grazie si avvicinò 
alla spalletta del fiume per affacciarsi 
a vedere se fosse diacciato, quando 
gli venne percosso assai forte il piede in 
un fagotto di roba, cui egli non aveva veduto. 
<q>«Che cosa è mai questa?»</q> E chinandosi: 
<q>«Dio mio! un morto!»</q> E tale di 
fatto pareva quel corpo, così era perduto 
dei sensi e intirizzito dal freddo: ma, per 
meglio chiarirsi, postale una mano dalla 
parte del cuore, sentì nel tempo medesimo 
essere e femmina e viva, e di forme, quanto 
potea discernere a quel fioco lume, maravigliose. 
Lasciando star dunque il pensare 
a come potesse esser ita la cosa, e chi potesse 
esser ella, ascoltò solo la compassione, 
pensando a levarla subito di mezzo 
alla strada, e usare verso di lei quelle cure

<pb n='24' />

che a tanto estremo si richiedevano; e come 
la sua casa era pochi passi discosto, così 
più soavemente che potè ve la trasportò;
e chiamata sua madre, ad essa la raccomandò, 
che preparassele un bel letto caldo,
e si ingegnasse di trovar qualche cosa da 
confortarle il cuore e lo spirito; al quale 
ufficio la buona donna, che amorevolissima 
era, si diede con tutto l'animo; nè andò 
molto che quella povera creatura ebbe ripreso 
i sentimenti e la conoscenza.
    </p>
  <p>
<q>«Oh Dio! ma dove sono?» furono le prime 
parole. «Ma qui c'era pietra»</q> soggiunse 
palpando attorno a sè. <q>«E lo zio, e le cugine?... 
Povero mio babbo! O lei buona signora, 
chi è? per l'amor di Dio abbia 
misericordia di me: non ho più mamma 
io: volli disubbidire il babbo, e il Signore 
m'ha punito.»</q>
    </p>
  <p>
Da queste idee e parole così spezzate 
la buona donna non comprendeva 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Non raccapezzava</hi>.</note> nulla;
e però, innanzi tratto rassicuratala ch'ell'
era in casa di persone di garbo e cristiane, 
le cominciò a dimandare dell'esser 
suo, e chi mai l'avesse lasciata così 
sconciamente in mezzo alla strada. Intanto 
era rientrato in camera il giovane artista;



<pb n='25' />

e come alla Paolina, per le cure e per i 
conforti a lei usati, non pure si erano ricomposti 
i tratti del volto, ma, per la vergogna 
forse di dover raccontare le sue 
leggerezze, erasele acceso di un certo rossore, 
così fu preso di meraviglia da tanto 
rara bellezza, che, mista alla pietà, lo infiammò 
di subito amore; nè la fanciulla 
guardò lui senza tutta sentirsi commuovere; 
ché di aspetto e di maniere era gentilissimo. 
Pregata per tanto anche da lui, incominciò, 
non senza lacrime dei due ascoltatori, 
a raccontare il suo caso pietoso, fino 
all'ubriachezza, facendosi qui più rossa che 
mai, e coprendosi il volto con le lenzuola: 
del rimanente non sapeva più altro. La 
conducessero a casa dello zio, e lì avrebbe 
aspettato che vi arrivasse il babbo, e così 
toglierebbe il disagio a' suoi buoni ospiti. 
Lo zio della Paolina per altro, che io vi 
diedi là sul principio di questo racconto 
per mercante ricchissimo e banchiere onesto, 
appunto tre giorni addietro avevalo 
colto grave sventura di commercio, onde 
era stato forzato a fallire; ed egli con tutta 
la famiglia erasi ritirato ìn una casetta di 
campagna assai lontana da Firenze, lasciando 
commissione ai suoi agenti di vendere

<pb n='26'/>

ogni suo bene per dare il tutto a' suoi 
creditori. La disgrazia dello zio, della quale 
sonava tutto Firenze, non volle il giovane 
palesarla alla Paolina, per non darle un'altra 
coltellata in quel cuore già sanguinente 
di tante ferite; ma dissele solamente che 
a casa dello zio era impossibile andarvi, perché 
egli, che di lui era buon servitore, non 
più che iersera era stato a dirgli addio 
mentre partiva per la campagna con tutta 
la famiglia: <q>«Pensate dunque, gentil signorina, 
a rimettervi; ché la mia buona 
mamma vi tratterà come sua figliuola; e 
intanto datemi il recapito di vostro padre, 
acciocché gli scriva che tosto venga quaggiù; 
e ditemi ancora se vi sentite in grado 
di rispondere al ministro del commissariato, 
che io pregherò di venir qua per 
vedere se può mettersi sulla traccia de' vostri 
assassini.»</q> E dettogli la Paolina che 
risponderebbe al ministro, e datole il ricapito 
del babbo, l'artista scrisse tosto la 
lettera, e senza indugio andò al commissariato 
a riferire il caso della ragazza trovata 
là dal Ponte alle Grazie: nè il commissario 
fu lento a spedire un suo ufficiale 
per far l'interrogatorio, e studiarsi tosto 
di scoprire gli autori del grave misfatto.

<pb n='27' />

La Paolina per altro, nuova com'era di Firenze, 
non seppe dare indizio veruno nè 
delle persone nè delle strade; il perché nè 
allora nè poi fu possibile alla polizia il venire 
a capo di nulla. Il rimanente della 
giornata fu passato dalla fanciulla assai 
quietamente: la buona donna mai non uscivale 
dattorno 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Di torno</hi>.</note> al letto; ed anche il suo 
figliuolo capitava spesso spesso lì in camera, 
ed allora negli sguardi e nel volto 
di ciascuno de' due, anche il più mal pratico, 
avrebbe scorto che già si erano intesi. 
Quando però venne la sera, una orribil 
gravezza di capo assalì quella povera 
ragazza, la quale ben tosto prese forma ed 
aspetto di pericolosa malattía, non avendo 
potuto quel corpo delicatissimo restar vincitore 
di tanti assalti, della crapula, del 
gelo notturno, dello spavento, e dell'accoramento. 
Quanto amorose fossero le cure 
dell'artista e della buona sua madre non 
si potrebbe significare a parole: quello che 
avrebbe potuto farsele nella propria sua 
casa, quello e più le si fece da' buoni suoi 
ospiti.
  </p>
  <p>
Ma torniamo un poco ad Arezzo; ché la 
Paolina resta in buone mani. Il padre di



<pb n='28' />

lei, tre giorni dopo che essa era partita, 
una mattina avviavasi verso la posta per 
vedere se vi fosser lettere, quando gli si 
fa incontro non so chi, dicendogli di aver 
letto nella Gazzetta di Firenze il fallimento 
del suo cognato. Non morì e non rimase 
vivo: <q>«Oh Dio! e la mia Paolina? Per 
l'amor di Dio, correte alla posta, se c'è 
lettere per me. Aspetto qui nel caffè.»</q> E 
riparatosi nel caffè prossimo, un suo conoscente 
volò alla posta, e tornò quasi subito 
con una lettera in mano. Il Petrucci 
la prese tutto lieto nel volto; ma quando 
alla soprascritta vide non esser della sua 
Paolina, incominciò a tremare come una 
foglia, nè si attentava di aprirla. All'ultimo, 
fattosi coraggio, apre e legge:
    </p>
<p>
      Signor Alfredo,
</p>
 <p>
Alla ricevuta della presente parta subito 
per Firenze: si tratta della sua signorina: 
non c'è nulla di grave, ma è necessario 
che ella sia qua. Smonti nel Lungarno delle 
Grazie al n.° 247.
</p>
  <p>
                 FABIO ROBERTI <hi rend='italic'>pittore</hi>.
    </p>
  
<p>
Al povero Alfredo non rimase sangue 
nelle vene e fu per cader tramortito; poi,

<pb n='29' />

ondeggiante in gran tempesta di pensieri, 
l'uno più orrendo dell'altro, benché malaticcio 
a quel modo <note n='1' place ='foot'>II fior. casal.: <hi rend='italic'>Malazzato, cagionoso, acciaccoso</hi>.</note>, senza metter tempo 
in mezzo ordinata una carrozza di posta, e 
tolto seco il suo Guido, non posò finché furono 
al ricapito segnato nella lettera. Udito 
fermare un legno all'uscio, e sonare il campanello, 
la madre dell'artista indovinò che 
cos'era, e fattasi in cima alla scala, accolse 
il signor Alfredo, che l'avea quasi salita 
tutta, con queste parole: <hi rend='italic'><q>È ella forse il 
signor Petrucci d'Arezzo?</q></hi> Ed egli, quasi 
nel tempo medesimo, senza badare ad altro: 
<hi rend='italic'><q>La Paolina?... — Favorisca</q></hi>, soggiunse 
la donna; ed entrati in un piccolo salottíno, 
fattasi dall'un de' capi, gli raccontò tutta 
quanta la infelice storia della sua figliuola, 
aggiungendo altresì, ch'ella avea dato timore 
di mortalmente ammalarsi, ma che, 
grazie a Dio, ogni timore erasi dileguato, 
benché ammalata fosse tuttora. E come Alfredo 
si alzò da sedere, bramoso di tosto 
vederla, così la buona donna, mostratogli 
il grave pericolo che ci sarebbe in un subito 
commovimento d'animo, lo indusse ad 
aspettar tanto che ce la preparassero, il che 
si cominciò a fare quando di lì a poco tornò



<pb n='30' />

il pittore, dicendole che il babbo avea scritto, 
e che non poteva star molto ad arrivare 
egli stesso. Nè tardò molto di fatto, ché 
tra un'ora venne Fabio ad annunziare, com' 
egli era giunto a Firenze, ed era qui 
dietro pochi passi. La Paolina, tuttora oppressa 
da febbre ardentissima, benché non 
vedesse l'ora di riabbracciare il suo amato 
ed amoroso padre, tuttavía fieramente la 
combattevano il timore e la vergogna; e 
mentre stava pensando che accoglienza fargli, 
e che cosa avrebbe detto per sua discolpa, 
eccoti spalancarsi l'uscio di camera, 
e correre a braccia aperte verso il letto 
quell'ottimo vecchio, che non restava di baciarla, 
dando ambedue in uno scoppio di 
pianto.
  </p>
  <p>
<q>«Babbíno, sono stata tanto cattiva! ma 
mi vuoi sempre bene?....»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Povera bambina, più di prima, se fosse 
possibile. Non pensare a quel che è stato; 
pensa solamente a guarire, e che io non 
ho al mondo altro bene che te.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Povero babbíno mio, quanto sei buono! 
Ma anch'io sarò buona, sai, se Dio mi 
fa guarire. La lezione è stata terribile; ma, 
credimi, fruttuosa. Vedi però, se io campo
da tanto pericolo, è tutto per bontà di questa

<pb n='31' />

adorabil famiglia. Il signor Fabio mi tolse 
proprio di bocca alla morte, ed alla vergogna; 
nè resta mai un momento di usarmi 
ogni più amorevole cura.»</q> E queste parole 
disse con tale accento, e guardò Fabio con 
tale atto, che il padre non ebbe molta fatica 
a indovinare ogni cosa.
    </p>
  <p>
<q>«E la signora Teresa?</q>, — continuò la 
Paolina. <q>— Credi, babbo, che, se fosse stata 
viva la mia mamma, non mi sarebbe stata 
più amorosa di lei. Non mi uscirà mai dal 
cuore tanto affetto con tanta cortesía.»</q>
    </p>
  <p>
Durava già da qualche tempo il colloquio, 
e la inferma dava segno di esserne 
aggravata; però fu cercato di troncarlo 
più presto che si poteva, per non peggiorare 
la condizione della malattía, già grave 
da sè, ma che pure procedeva regolarmente 
e senza sintomi paurosi. Il Petrucci rimase 
in Firenze, alloggiato alla Nuova-York, per 
istarvi finché durasse la malattía della figliuola, 
che da lui ogni momento era visitata, 
trovandola sempre maternamente 
assistita dalla madre di Fabio, il quale dal 
canto suo studiava tutte le vie da renderle 
men grave il suo stato, e indovinava, non 
dico ogni bisogno, ma ogni desiderio di lei: 
perché, sebbene non fossersi aperti l'uno

<pb n='32' />

all'altro, tuttavía si erano intesi senza parlare, 
e già l'uno si tenea per cosa dell'altro: 
come il tutto aveano compreso e la madre 
di lui ed il padre di lei; il quale, trovandosi 
così a Firenze, volle andar sino al luogo 
dove erasi riparato il cognato con la famiglia, 
e poi si diede a trattar di proposito 
co' creditori di lui, che si accordarono finalmente 
a dargli luogo di tornare al commercio 
sotto la ditta comune di lui e di suo 
cognato: dacché questi in cuor suo aveva 
bell'e proposto di tornare a Firenze, dove 
pur troppo vedeva che sarebbe dovuta tornare 
la sua Paolina, alla quale non avrebbe 
mai contradetto di sposare il giovane Fabio, 
di cui la conosceva innamoratissima.
    </p>
  <p>
Ma già la bella fanciulla era in piena convalescenza, 
ed alla giornata rifiorivano in 
lei tutte le più rare bellezze; già usciva in 
carrozza col babbo, già si parlava di ritornare 
ad Arezzo: ed ogni volta che parlavasene, 
ella chinava il capo sospirando, e 
Fabio arrossiva e impallidiva al tempo 
stesso 
<note n='1' place ='foot'>Il fior. casal.: <hi rend='italic'>Diventava di mille colori</hi>.</note>. Un giorno che il Petrucci, solo 
in camera con la figliuola, toccò questo 
tasto, ella, posato il capo sul petto di lui:
    </p>
  <p>



<pb n='33' />

<q>«Babbo; ma il cuore lo lascio a Firenze.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Lo sapevo, sai, lo sapevo: ma ci torneremo 
presto, e ci staremo per sempre.»</q>
    </p>
  <p>
La risposta della Paolina fu un dirotto 
pianto di gioja dolcissima, e un diluvio di 
baci all'ottimo padre. In un'altra stanza 
frattanto il povero Fabio, doloroso a morte 
per la vicina partenza della sua diletta, 
confessava alla mamma quel che la mamma 
sapeva meglio di lui; e mentre essa cercava 
di confortarlo, consigliandolo a levar 
il cuore da tale affetto, perché troppa disparità 
vi era tra lui e la ragazza, cui il signor 
Petrucci non avrebbe mai consentito 
di sposare ad un povero artista; eccoti lo 
stesso Petrucci chiamare a sè la Teresa, e 
senz'altre parole, rimasti soli, incominciare:
    </p>
  <p>
<q>«Signora Teresa, io sono per lasciare 
Firenze; ma sonmi accorto per altro che la 
Paolina sta troppo volentieri qui.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Anch'io, signor Alfredo, mi sono accorta 
di tutto; e stavo appunto consolando 
mio figlio, dolorosissimo per questa partenza, 
esortandolo a levar il cuore da tale 
affetto, a lui povero artista troppo dispari.
— Ma ella, spero, non mi farà il torto di 
credere che il mio Fabio abbia usato artifizj

<pb n='34' />

di seduzione, o che io gli abbia in qualche 
modo secondati.... Ella non ci conosce; 
ma io son donna onesta, e mio figlio non 
è capace di niun atto men che nobile e generoso.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«So chi siete ambedue; e so di quanto 
vi sono debitore. La povera Paolina mi ha 
detto che, partendo, lascerebbe il cuore qui: 
se ella partisse, che sarebbe del cuore del 
vostro Fabio?»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Gli uscirebbe dal petto per volar dietro 
alla sua Paolina.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«A me non mi basta l'animo di vedere 
infelici due così dilette persone. Piacerebbe 
a voi il vedere uniti que' due cuori?»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Oh, signor Alfredo, che domanda mi 
fa ella? Ne morrei dalla consolazione.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Promettetemi di non morire; e dite 
a Fabio che volentieri gli do per isposa la 
mia figliuola.»</q>
    </p>
  <p>
<q>«Fabio, Fabio,»</q> gridò tosto la donna. 
E Fabio, che stava tutto doloroso, pensando
che il signor Petrucci avesse chiamato sua 
madre per prendere commiato, ma parendogli 
pure che nell'accento di lei ci fosse qualche 
cosa di lieto, corse là tra la speranza e la 
paura; nè prima ebbe posto il piè sulla soglia, 
che ella disse, tutta piena di gioja:
    </p>
  <p>

<pb n='35' />

<q>«Fabio, la Paolina sarà tua: ecco lì il 
signor Petrucci.»</q>
    </p>
  <p>
Quel povero giovane rimase come sbalordito 
da sì grande e insperata contentezza, 
nè trovò modo di articolar parola: solo prese 
la mano del signor Petrucci, che era seduto 
su una poltrona, e inginocchiatosegli dinanzi 
baciògliela convulsamente, e rimase 
alquanto col capo posato sulle ginocchia di 
lui. Rialzollo il buon Alfredo, e presolo per 
mano, il condusse dalla Paolina più morto 
che vivo, la quale, come prima il vide, corsagli 
incontro, si strinsero amorosamente 
la mano, dandole Fabio un bacio castissimo 
sulla fronte, e rimaser muti ambedue, 
mentre a' due vecchi piovevano dal volto lacrime 
di consolazione. Come prima si furono 
tutti riscossi dall'abbondanza dell'affetto, 
cominciarono a parlar di proposito delle cose 
loro: il signor Alfredo palesò il partito da 
esso preso di tornar in Firenze, e di far tutta 
una famiglia, per non dividersi dalla sua 
Paolina: fisserebbe intanto un quartiere 
conveniente, e poi andrebbe ad Arezzo, affine 
di dar sesto alle cose sue; ed a maggio 
tornerebbe per far subito lo sposalizio, e 
veder contenti, come diceva egli, que' poveri 
ragazzi. E come disse così fece. I tre

<pb n='36' />

mesi che corsero di mezzo parvero tre secoli 
a' due amanti; ma il tempo è galantuomo, 
e il giorno desiderato arrivò. Furono sposi. 
e sposi felici per lunghi anni; ché la Paolina, 
ammaestrata da tanto dura lezione, fu 
per innanzi tal donna, che per esempio di 
lei soleva provarsi, non solo la beltà, ma 
ogni più rara dote dell'animo: Fabio, amante 
sempre di sì cara creatura come nei 
primi tempi del loro amore, diventò famoso 
nell'arte, e visse vita riposata e contenta, se 
non quanto l'amareggiò per lungo spazio di 
tempo la morte della buona sua madre; e 
il signor Petrucci, che arrivò all'ultima decrepità, 
potè vedere la sua Paolina e il suo 
Fabio lieti di gentile ed onorata figliolanza.
    </p>
  </div>
</body>
  
<back>
<div n='nota' type='sezione'>
  <p>
  <pb/>

  
NOTA

Il Manzoni non nega assolutamente che ci sia la 
lingua italiana; ma dice esserci solo a Firenze, e non 
averla l'Italia come nazione, e doversi la parlatura fiorentina 
pigliare per unico regolo della lingua comune, 
la quale bisogna formare. I pochissimi difensori di lui 
dicono per iscusarlo: Il Manzoni non tratta la quistione 
da letterato, ne parla da cittadino: non parla d'una <hi rend='italic'>società 
scrivente,</hi> ma parla d'una <hi rend='italic'>società parlante</hi>; non 
vuol formare dei letterati, ma vuole che i cittadini parlin 
tutti ad un modo: vuole per esempio che il calzolajo
di Torino, di Milano, di Genova, di Napoli e via discorrendo, 
parli come il calzolajo di Firenze; e così tutti gli 
altri mestieranti: e fin che non saremo a questo, lingua 
italiana, civilmente parlando, non si può dir che ci sia. 
A costoro si risponde: 1. Che tal separazione delle due 
lingue non si può proporre sul serio, nè sul serio accettare, 
perché bisognerebbe inferirne dover essere la lingua 
parlata una cosa, un'altra la lingua scritta. 2. Che il 
calzolajo e altri mestieranti di Torino e delle altre città, 
tanto o quanto istruiti, parlano la lingua comune al bisogno; 
e solo chiamano in modo diverso alcuni arnesi del loro 
mestiere; come i popoli delle varie provincie chiamano 
con voci diverse varii oggetti di uso domestico. Ma questa, 
se mai, è la minima parte della lingua, e il non esserci 
conformità non basta a inferirne che non c'è lingua

<pb n='38' />

comune, dacché la lingua non la fanno le sole parole, ma 
sì la fanno le forme grammaticali; e se il mancare una quantità 
di parole, o l'esserci varietà, fosse cagione sufficiente 
da negare la lingua, non avrebbe lingua veruna nazione 
di Europa. Qui si tratta dunque non di dover fare una 
lingua, ma di rendere uniforme una parte piccolissima di 
una lingua, togliendo via le troppe varietà: si tratta non 
di seminar un nocciolo, acciocché nasca l'albero; ma di 
potare il troppo rigoglio di un albero nobilissimo e ben 
ramoso. 3. Che non è vero, l'intenzione del Manzoni esser 
quella di non trattar la quistione della lingua letterariamente; 
dacché propone libri di testo scritti in buona lingua 
(e qui non c'entrano nè calzolaj nè sarti); propone 
maestri fiorentini; propone lettura di libri, perché vi si 
notino gli arcaismi e i neologismi; propone altre cose 
tutte letterarie. E se non avesse parlato della lingua 
letterariamente, quando gli fu fatto carico di non aver 
citato il libro del <hi rend='italic'>Volgare eloquio</hi> perché sta contro alla 
sua dottrina, invece di ridursi a negare che Dante in quel 
libro non parlò della lingua italiana, cioè invece di ridursi 
a negare una cosa più chiara della luce del sole, 
avrebbe risposto a que' <hi rend='italic'>ficcanaso</hi> (uso una voce manzoniana) 
de' suoi contradittori: <q>«Il <hi rend='italic'>Volgare eloquio</hi> non fa 
per me: io parlo di lingua civile e non letterata; le
Signoríe loro dicano le loro ragioni altrove, ché qui 
esse non hanno luogo»</q>. 4. Se il Manzoni non avesse 
negato esserci la lingua, e l'avesse sottintesa come esistente, 
nella sua tesi non vi sarebbe nulla di nuovo; dacché 
il rimanente son tutte quistioni fritte e rifritte, già
abburattate sapientemente tra il Varchi con tutti i Fiorentinisti 
dall'una parte, ed il Muzio e il Castelvetro con 
tutti gl'Italianisti dall'altra. Tanto basti per una nota: 
tutti questi punti ed altri che si tacciono, potranno trattarsi 
distesamente ove ne accada il bisogno.
    </p>
<p>
PIETRO FANFANI.
</p>
  </div>
 

  <div n='avvertenza' type='sezione'>
    <p>
<pb/>
                
                  AVVERTENZA
    
Pietro Fanfani per ajutare la diffusione del 
linguaggio domestico fiorentino, pubblicherà 
tra pochi giorni un libretto, dove sarà descritta 
minutamente una casa fornita di tutto 
punto, con tutti gli oggetti che vi si possono 
trovare; ed un vocabolarietto alla fine, nel
quale si abburatteranno le parole significative 
di essi oggetti, lasciandovi una colonna in 
bianco, acciocché i maestri delle varie provincie 
vi possano fare scrivere a' loro discepoli 
le parole corrispondenti de' varii dialetti, 
o notare quelle che in tali dialetti son simili 
alle fiorentine.
    </p>
  </div>
  </back>
	

</text>
</TEI>