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            <titleStmt>
                <title>Alla scoperta dei letterati</title>
                <author>Ugo Ojetti</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
                </respStmt>
                
                <respStmt>
                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <p>Milano, Fratelli Dumolard Editori</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
<front>
  <div>
    <p>
UGO OJETTI
    </p>
    <p>
Alla scoperta
    </p>
    <p>
dei letterati
    </p>
    <p>
<hi rend='italic'>Colloquii con</hi> CARDUCCI, PANZACCHI, FOGAZZARO, 
    </p>
    <p>
LIOY, VERGA, PRAGA, DE ROBERTO, CANTÙ, BUTTI, DE AMICIS
    </p>
    <p>
PASCOLI, MARRADI, ANTONA-TRAVERSI, MARTINI,
    </p>
    <p>
CAPUANA, PASCARELLA, BONGHI, GRAF,
    </p>
    <p>
SCARFOGLIO, SERAO, COLAUTTI, BRACCO, GALLINA. 
    </p>
    <p>
GIACOSA, OLIVA, D'ANNUNZIO
    </p>
    <p>
MILANO
    </p>
    <p>
<hi rend='bold'>FRATELLI DUMOLARD, EDITORI</hi>
    </p>
    <p>
<hi rend='bold'>Librai della Real Casa</hi>
    </p>
    <p>
1895
    </p>
  </div>
  <div n='prolegomeni' type='sezione'>
<pb/>
    <p>
PROLEGOMENI.
    </p>
<p>
Quando alle prime canicole della estate 
scorsa io uscii dalla chiusa placida Umbria 
verso il settentrione per questo mio 
viaggio di esplorazione letteraria, così nel 
vagone, guardando la campagna aprirsi 
a ventaglio e fuggire, riunivo a mio conforto 
le ragioni che m'avevano spinto via 
dalla quiete fresca:
— In Italia non v'ha critica su la 
letteratura contemporanea. Cumulano i critici 
nelle lor vacue persone le più disparate 
professioni, e ora sono soldati, ora 
avvocati, ora impiegati d'ordine, ora giornalisti

<pb n='VI'/>
	
politici, ora femine, ora preti cattolici. 
Appena due o tre sono colti e sinceri; 
ma le lor voci, per la permanente 
scissione etnica dell'ancor vano regno d'Italia, 
non sono intese oltre i termini della 
regione che è loro. Così generalmente avviene 
che gli altri pseudo-critici, non sapendo 
parlare, sputino su tutto e su tutti 
e, ora che i preti non sono più in onore, 
gridino —  come quelli una volta solevano
— il <hi rend='italic'>pulvis es</hi> sopra ogni opera nuova. 
Del resto, anche se migliori e più franchi 
ve ne fossero, dove scriverebbero essi? Sono 
i giornali politici barbariche rocche chiuse 
dove è difficile entrare per chi nobilmente 
in sua lingua scriva della patria arte e 
delle lettere patrie (troppo i politicanti sono 
nemici della grammatica e temono il paragone); 
sono le riviste rare e o giovani 
e ignote e passeggere, o vecchie e superstiziose 
e pedanti; sono i libri difficili a 
farsi perché gli editori italiani non intendono 
che la critica storica e sono per lo 
più poveri e miopi. Dove scriverebbero i

<pb n='VII'/>

critici, se mai sapessero scrivere? Così avviene 
che, per mancanza di araldi, il letterato 
venga in fama solo dopo molte prove 
quando pure non giaccia fino dal primo 
armeggiare spaurito dalla solitudine ambiente; 
così avviene che il pubblico, pure 
lentamente abbandonando i libri di Francia 
per quelli d'Italia e anche i cattivi 
per i buoni, non veda tutto insieme il 
mutamento e séguiti anch'esso ad arretrare 
davanti a un libro italiano, e, accordandosi 
al raglio dei prelodati critici, faccia 
la smorfia: — Ohibò!
E qui mi incoravo, sperando così:
— Io andrò di città in città pazientemente, 
cercherò di quei venti o trenta scrittori 
che o per verace valore d'opera o per 
sola fama o per questa e per quella hanno 
ormai messo il capestro al calcitrante asinello 
chiamato pubblico, e loro domanderò 
quel che pensino su la odierna letteratura 
italiana; e se mi si dimostreranno ottimisti, 
loro domanderò le ragioni di quell'ottimismo 
e i sintomi del risorgimento sperato;

<pb n='VIII'/>

e se mi si dichiareranno pessimisti, 
loro chiederò le cause di quel pessimismo, 
cercando pur di intendere se essi sieno ciechi 
o se realmente il cielo sia tenebroso. 
Così troverò la verità alla sorgente, apprendendola 
cioè dalla bocca di quelli stessi 
che fan professione di scrivere. È quasi 
un principio di socialismo estetico: ponendo 
innanzi al pubblico tutti gli scrittori e le 
loro idee su l'arte, io sopprimo il critico 
intermedio, e il pubblico saprà cui attenersi.
Il cómpito pareva chiaro, con un po' di 
solerzia anzi di ostinazione, facile a fornirsi, 
moralmente lodevole e utile, e forse 
— per gli aneddoti, per i ritratti disegnati 
dal vero sopra uno sfondo vero — 
accetto anche a un lettore fastidiosamente 
profano alle disquisizioni estetiche.
E procedevo innanzi con molta fiducia.
    </p>
<p>
 *  
* *

E questa fiducia luminosa m'ha guidato 
per tutto il viaggio che ho compíto

<pb n='IX'/>

in tre o quattro tempi. Da me stesso vi 
mostrerò i falli probabili del mio libro; i 
quali sono tre:
E il primo sta nel fatto che per quanto 
mi ci sia sforzato io non sono sempre riescito 
a mantenere l'oggettività di puro relatore; 
troppo spesso, in ispecie con gli 
antichi amici, l'interrogatorio diveniva piacevole 
discussione, dove — sia che io convincessi 
altrui alla sentenza mia, sia che 
da altrui io fossi indotto a mutarla — la 
semplicità della ideale interview veniva a 
mancare. Io (e l'idea determinante del libro 
lo insegna a sufficienza) sono ottimista e 
sogno il sole anche dentro la foresta più 
salvaggia e tenebrosa e intricata; io ho in 
grande disdegno tutta l'arte puramente naturalista 
— sia fisiologica che psicologica 
— la quale ha confuso il mezzo con lo 
scopo e ha fatto romanzi con quella materia 
grezza ed informe donde l'artefice idealista 
estrarrà per sua maestria l'opera vera; io 
penso a un futuro romanzo che abbia, a 
simiglianza del corpo umano per ogni minima

<pb n='X'/>

parte vivificato dal sistema nerveo,
un'Idea centrale che lo scaldi e lo illumini, 
un'Idea che non sia una tesi passeggera 
ma uno di quelli assiomi immanenti che 
guidano l'uomo e la società come sublimi 
stelle vigilanti, un'Idea donde il romanzo 
derivi la sua novella denominazione di 
Idealista; io vedo, più che non sappia, tutta 
la superiorità del nostro linguaggio, tutta 
la ricchezza del suo lessico, tutta la possibile 
varietà del suo periodo, tutta la musicalità 
suasiva delle sue forme estetiche; infine io 
giovane conosco molti giovani pronti e validi 
che, come me, queste cose belle credono 
e intendono di apertamente affermare in 
odio ai vecchi disdegnosi di noi. Potevo io, 
per quanta fosse la mia volontà, dimenticare, 
anzi scordare queste ambizioni dei 
compagni miei e di me stesso, e adagiarmi 
continuamente in una oggettività pacifica?
E il secondo fallo è negli altri non in 
me. Io ho trovato, salvo uno o due, tutti 
gli scrittori pronti, anzi lieti di soggiacere 
al tormento dell'interrogatorio, ma anche

<pb n='XI'/>

pochissimo agili a rendere all'improvviso
in poche e nitide e piacenti parole le loro
idee. Non so: forse ciò avviene perché l'interview 
non è da noi così diffusa come in
Francia e in Inghilterra e in America,
dove in fondo essa non è più una rapida
conversazione ma un vero articolo che l'interviewer 
domanda all'interviewed, derubandolo 
di quelle trenta, cinquanta, anche 
cento lire che quell'articolo venduto varrebbe, 
tanto che ultimamente il marchese
De Vogüé la definì celermente <quote>de la copie
gratuite fournie à un confrére qui touche
les droits d'auteur à notre place</quote>; forse
anche ciò avviene perché molti dei nostri 
più acclamati autori parlano un italiano 
anche più povero di quello che scrivono, 
un italiano che spesso è vero e proprio 
dialetto. Ma su ciò non è cortese che io 
insista qui, a capo di un libro fatto per 
loro bontà.
Il terzo fallo e ultimo (forse non voglio 
vederne altri) non deriva né da me né dai 
miei interlocutori, deriva dalla mancanza

<pb n='XII'/>

di un centro che, come in Francia attiri 
a sé stabilmente i letterati e gli artisti. Un 
mio collega francese, Jules Huret, compì, tre 
o quattro anni fa con bel successo una Enquête 
sur l'Évolution littéraire in Francia e 
in Belgio, ma, meno una o due facili escursioni, 
egli poté svolgere la sua inchiesta dentro 
Parigi, e anche poté ai suoi letterati proporre 
domande fisse, quasi scolastiche, su la 
morte del naturalismo, il trionfo dello psicologismo, 
l'avvenire del simbolismo — domande 
qui da noi inani e forse incomprensibili. 
Io invece da Roma mi son dovuto, attraverso 
a Bologna e a Venezia, spingere fino a 
sotto il confine ad Arsiero nel Vicentino 
e a Campiglia Cervo nel Biellese, là per 
vedere Antonio Fogazzaro, qui per cercare 
di Edmondo de Amicis; e da Genova, ripassando 
per Roma, son dovuto scendere 
fino a Napoli e in Abruzzo. Bene a ragione 
i giornali umoristici della mia Roma 
nell'estate scorsa mi figuravano sperduto in 
ignote lande, abbigliato in fogge strane, 
discendendo il corso di ignoti fiumi, inerpicandomi 

<pb n='XIII'/>

su per intatte acutissime rupi, 
solo per amore dell'arte e dell'editore! E 
fossero stati solo i dirupi e i torrenti, o 
amici di Bologna, che m'avete veduto crocefisso 
per giudicio e per mano del nostro 
Sommo Pontefice!
In ogni modo questo cercar vagando qua 
e là mi ha fatto perdere quattro colloquii; 
uno con la più nobile poetessa nostra, Alinda 
Bonacci-Brunamonti che ho veduta in settembre 
nella sua mistica Perugia e le cui 
parole diligentemente annotate sono andate
sperdute per negligenza di posta; uno con 
Enrico Nencioni che, al mio passaggio per 
Firenze in quest'ultimo febbraio, era gravemente 
infermo; uno con Gerolamo Rovetta 
che si è schivato con parole assai cortesi 
e troppo modeste; uno infine col signor 
Rapisardi, per incuria tutta mia, 
ché, francamente, passare lo Stretto per vedermi 
poi in qualche ventura <hi rend='italic'>Atlantide</hi> vituperato 
mi piaceva pochissimo, — e del 
resto, ora che il Socialismo laggiù entra 
in azione, il poeta ha creduto prudentissimo

<pb n='XIV'/>

di divenire calvo e roco per non aver 
più criniere da squassare e ruggiti da vomitare.
Delle altre omissioni dico che sono state 
fatte tutte scientemente.
    </p>
    <p>
 *  
* *

E adesso due parole di riassunto.
I pessimisti in fine non adeguano per 
peso e per numero gli ottimisti, sebbene ciò 
sarebbe naturale, perché, a forza di udire 
ripetere che è notte, si addorme spesso anche 
chi è pronto alla luce e al risveglio.
Ventisei colloquii sono qui riuniti, e di 
questi ventisei interlocutori sette si sono 
apertamente dichiarati pessimisti, anche pel 
futuro: Giosuè Carducci, Cesare Cantù, 
Ruggero Bonghi, Paolo Lioy, Edmondo 
de Amicis, Giovanni Marradi, Arturo 
Graf; cioè tre che già celebri sono prossimi 
alla vecchiaja e per istinto aborrono 
dal nuovo e se ne difendono, e quattro socialisti.

<pb n='XV'/>

Undici si sono invece detti apertamente e 
sicuramente ottimisti circa l'avvenire della 
letteratura nostra, se non in tutte le tre 
forme presenti (poesia, romanzo, teatro) almeno 
in una di esse che diventerebbe predominante 
e forse assorbirebbe le altre due. E 
questi sono: Gabriele d'Annunzio, Giuseppe 
Giacosa, Antonio Fogazzaro, Luigi 
Capuana, Camillo Antona-Traversi, Giovanni 
Verga, Domenico Oliva, Enrico A. 
Butti, Enrico Panzacchi, Roberto Bracco.
Altri sono incerti, e limitano le loro 
affermazioni o le loro negazioni con molti 
se condizionali. Tali sono: Matilde Serao 
che prima di un risorgimento artistico vuole 
tutto un rinnovamento morale; Edoardo 
Scarfoglio che nega l'esistenza di una letteratura 
italiana finché si scriva come si 
scrive generalmente adesso; Ferdinando 
Martini il cui scetticismo vi apparirà un 
po' preconcetto; Giacinto Gallina che, pure 
accusando la povertà del teatro nostro 
odierno, spera in un suo rinnovamento 
idealista; de Roberto che aspetta la nascita

<pb n='XVI'/>

del vero linguaggio italiano; Arturo Colautti 
che sottomette lo sviluppo d'ogni arte 
ad una legge economica.
Del resto voi, lettori, giudicherete separando 
il grano dal loglio; e, se troverete 
alcun pensiero che vi dispiaccia, accusatene 
pur me, ma rileggete quelle parole che 
Jacopo Passavanti dice nel suo <hi rend='italic'>Specchio 
della Vera Penitenza</hi>, là dove tratta <hi rend='italic'>Della 
terza scienzia diabolica</hi>: <quote>«Una volta disse
il diavolo a un santo uomo: — La gente 
spesse volte mi accagiona e incolpa a gran 
torto, impognendo a me molti mali che si 
fanno eglino stessi...»</quote>
    </p>
    <p>
Da Roma, morendo l'aprile del 1895.
    </p>
    <p>
UGO OJETTI.
    </p>
  </div>
</front>
<body>
  <div n='Carducci' type='sezione'>
<pb/>
    <p>
GIOSUE CARDUCCI. 
    </p>    
<pb/>
    <p>
BOLOGNA, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>.
    </p>

<pb n='8'/>
<p>
Mentre fuori del caffè del Pavaglione in 
piazza Galvani (di estate la libreria Zanichelli, 
luogo prediletto di convegno, è chiusa 
alla sera) attendevo, Vittorio Rugarli, il sapiente 
traduttor di Firdusi, mi veniva mostrando 
il crocchio che dentro si ragunava

<pb n='9'/>

in attesa del <hi rend='italic'>Professore</hi>. C'era un vecchio 
sparuto dalla barba e dalla chioma incolta 
che lì chiamavano gaiamente il Troglodita 
(un De Gubernatis più alto), c'era un signore 
più elegante cui tutti dicevano marchese, 
c'era un giovanotto roseo e biondo 
con un fazzoletto attorno al collo; poi altri 
tre o quattro, professori o ammiratori. 
Domandai al Rugarli se quello fosse il 
cenacolo consueto ed egli assentì: in inverno 
c'era anche Antonio della Porta che 
ora è esule a Roma.
Giunsero le valigie del Carducci che 
doveva verso le due del mattino partire. 
Poi giunse egli stesso seguíto da un giovane 
dalla aperta faccia bonaria: mi fu 
presentato e seppi che era il genero del 
Carducci, l'ingegner Gnaccarini. Qualcuno 
qua e là salutò alzandosi, il crocchio si 
mosse a incontrare il poeta tra un gran 
romore di sedie e un rispettoso salutare. 
E tutti sedemmo attorno a lui. Quel signore 
biondo e roseo che avevo visto prima, 
offrì al Carducci un lungo bastone che

<pb n='10'/>

aveva per manico un corno di camoscio: 
un ricordo utile nella dimora su le Alpi.
[...]
Egli 
appariva ancora giovine e sano, con la

<pb n='11'/>

chioma grigia ricciuta ancor folta, con 
la barba appena brizzolata e continuamente 
nel discorso tormentata dalle mani bianche, 
delicate, nervose. Gli occhi sempre 
un po' aggrottati avevano a volta lampi di 
ironia che la piacevole bonomia della parola 
male celava; ma il tratto saliente del 
volto erano le mascelle larghe, salde, valide 
pur sotto la barba.
Dopo aver parlato della villeggiatura 
prossima, il Carducci cortesemente mi 
spiegò quel che egli intenda fare con la 
promessa <hi rend='italic'>Storia del Risorgimento italiano</hi>.
— A noi manca una storia piana e 
facile del nostro risorgimento, una storia 
fatta con scienza ed arte, ma senza ostentare 
erudizione. Io volevo cominciare la 
narrazione dal 1789, perché tutti i rivolgimenti 
del secolo nostro di là derivano. 
Ma questa è opera troppo lunga, per ora. 
Invece io ho preparato tutto il materiale 
per la storia del nostro risorgimento dal 
quarantotto al sessanta. Saranno quattro 
volumi, dei quali due dedicati al quarantotto.

<pb n='12'/>

È un'epoca che io ho vista o sentita; 
le mie ricerche sono vivificate dai 
ricordi miei personali. Vi ripeto: la storia 
deve essere facile e piana, e sopratutto, 
per quanto spirito umano possa, deve essere 
imparziale, fuori di ogni partito politico. 
Qualche cosa simile alla <hi rend='italic'>Storia dei 
girondini</hi> del Lamartine, ma con minore 
retorica. E comincerò sùbito, col primo 
dell'anno 1895. Ho già indugiato troppo; 
ho timore di non arrivare in tempo. Avrei 
voluto essere più giovane per compiere 
tutto il grande ciclo dal 1789 al '70. 
Ma.... del resto.... è meglio così: all'età 
mia si è più sereni.
E insisteva:
— Sùbito, sùbito, comincerò sùbito.
Una storia pel popolo è necessaria; bisogna 
mostrare al popolo quel ch'è stata, 
anzi come è stata fatta la patria. Sarà 
un'opera buona e utile: ho fatto tante 
cose inutili! Qui l'erudizione non apparirà.
Oh sarà una cosa utile! — e rivolgendosi 
al Rugarli che solo tra gli altri

<pb n='13'/>

tacitamente consenzienti diceva <hi rend='italic'>sì</hi>, domandò:
— Credi che l'erudizione che facciamo 
noi sia utile? A che?
E allora seguitò a parlare sul nuovo 
argomento e gli altri tacevano sempre. A
volta a volta egli si interrompeva: con
voce buona e lieto umore motteggiava 
con questo o con quello, così che io rammentavo 
il Machiavelli a San Casciano 
fra i villici all'osteria, tra una pagina e 
l'altra dei <hi rend='italic'>Discorsi</hi>.
E l'argomento della conversazione mutò.
Spesso egli taceva e guardava il tavolo 
o il bicchiere, distratto, non udendo gli
altri che parlavano di piccole cose tra loro.
Si parlò del <hi rend='italic'>Cristo alla festa di Purim</hi>, e 
il Carducci rammentò il <hi rend='italic'>Giuda</hi> di Petruccelli 
della Gattina e definì il dramma del 
Bovio argutamente tra le compiacenti risa 
di tutti un <hi rend='italic'>Cristo in puré</hi>. Si parlò del 
Bonghi in Francia, e d'altre cose molte e 
diverse.
Verso l'una egli si levò, e mentre tutti,

<pb n='14'/>

amici e camerieri, si affollavano attorno 
mormorando rispettosamente <hi rend='italic'>Buon viaggio, 
professore</hi>, uscì.
Il crocchio, senza parole, si separò lì 
presso la statua del Galvani, chi qua chi 
là, via sotto i portici.
</p>
    <p>
 *  
* *

Qualche nota.
Il Carducci è consigliere comunale e 
provinciale a Bologna, dove vive dal sessanta. 
Nell'89, essendo stato il maggior 
eletto, presiedette il Consiglio comunale 
sorto dal suffragio popolare allora novellamente 
allargato per la legge Crispi.
La sua vita quotidiana è assai metodica. 
Non si alza prestissimo, come rincasa 
tardi la notte; lavora tutta la mattina, 
alle 12 beve tre uova; puntualmente 
(sommo ed unico esempio in Italia) va il 
lunedì, il mercoledì e il venerdì alla sua 
lezione dalle due alle quattro pomeridiane; 
esce e passa dagli Zanichelli dove prende 
il <hi rend='italic'>Corriere della Sera</hi>; va a pranzo alle

<pb n='15'/>

sei e mangia con appetito d'uomo valido
e sano; poi esce per andare verso le nove 
dagli Zanichelli ancóra, o a chiacchierare,
o a fare una partita al <hi rend='italic'>briscolon</hi>, o a leggere 
(tre o quattro volte ogni inverno) 
del Dante o dell'Orazio: e la sua lettura 
allora è così viva e limpida che vale 
commento.   
[...]   
Una ultima nota caratteristica. Da buon 
poeta egli non è grande intenditore di 
musica. Dice di amar Wagner intensamente; 
ma in fondo si commove solamente
e sinceramente quando ascolta <hi rend='italic'>O signor 
che dal tetto natìo</hi>!
    </p>

<pb n='16'/>
    <p>

 *  
* *

E adesso vi confesso che anche a me 
è doluto di veder spento l'antico miraggio 
della intellettualità dell'<hi rend='italic'>ambiente</hi> bolognese, 
sopra tutto perché temo che quelle tenebre 
circostanti non affraliscano in qualche 
modo la bella e vivace vecchiaia del 
grande poeta. Ma Giosue Carducci è là 
su le Alpi, vivo, giovane, laborioso. Che 
importa se le nuvole vaporano poiché 
l'azzurro fulgido resta?
    </p>
  </div>
 <div n='Fogazzaro' type='sezione'>
<pb/>
   <p>
ANTONIO FOGAZZARO.   
   </p>
<pb/>
   <p>
SEGHE DI VELO, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>.
   </p>
<p>    
Dove andava mai la 
piccola bionda vestita di bianco, sola, 
senza bagagli? Ella era troppo assorta nel

<pb n='34'/>

suo libro perché io osassi parlarle; appena 
guardava a volta a volta il paesaggio, 
quasi già le fosse notissimo. Pensai che 
anche ella andasse alla villa Fogazzaro, e 
come un lampo mi passò per la mente il 
ricordo del <hi rend='italic'>Mistero del Poeta</hi>. Che fosse 
Violet o Luisa, o una delle altre donne 
buone un po' tristi che profumano quel 
libro carissimo? Chi sa: mi piacque figurarmela 
tale e chiusi il libro che leggevo, 
per meglio fantasticare. Ella guardò il 
mio libro chiuso, curiosamente (era un 
recente volume di psicologia del Sergi) e, 
quando ne ebbe letto il titolo, per un attimo 
mi guardò in viso un po' stupita. 
Forse anche ella si chiese se io mai andassi 
alla villa Fogazzaro. E, pur tacendo, 
ci intendemmo così.
Alla stazione — una minuscola stazione 
dove il capo è una donna e il personale 
è composto da un solo facchino — molte 
signore attendevano la mia compagna di 
viaggio e la accolsero con molti baci e 
molti lieti saluti. Un uomo cui domandai

<pb n='35'/>

dove fosse un albergo e dove fosse la villa 
Fogazzaro, mi disse indicandomi il gruppo 
femminile:
— Quelle sono le signore Fogazzaro. 
Quello che avevo immaginato prendeva 
consistenza di realità.
   </p>
   <p>

 *  
* *

Verso sera salii alla villa del poeta, che 
è poco lontana dal villaggio di Velo. In 
quel punto la valle è così stretta che forma 
gola e i monti serrano da presso il letto 
dell'Astico appena difeso contro gli imminenti 
giganti da lunghi filari di pioppi 
pallidissimi. La sera era quietissima in 
quella solitudine montana, come in un 
chiostro alto ed immenso: dal nord scendevano 
molte nuvole grige e incoronavano 
il Corno Dogale e la Priaforà. In quel 
paesaggio si svolge il <hi rend='italic'>Daniele Cortis</hi>.
Dopo le cortesi parole del saluto, incominciò 
il colloquio. E, prima d'ogni altra

<pb n='36'/>

cosa, poi che in Italia egli sembra il capo 
di tutta una resurrezione neomistica nell'arte 
e nella letteratura, io gli domandai 
quale origine questo misticismo avesse
avuto in lui e nell'opera sua:
— E, sopra tutto, è effetto di reazione 
contro il puro e crudo naturalismo o è 
spontaneo e instintivo?
In me il misticismo è naturale, non 
è effetto di reazione. Già, <hi rend='italic'>Miranda</hi> escì 
nel 1874 quando ancora il naturalismo 
che mette capo a Zola non aveva avuto 
trionfi così clamorosi e continui da eccitare 
una reazione. Ora in <hi rend='italic'>Miranda</hi> il bisogno 
del supernaturale e del superumano 
è chiaro, mi pare. Fin da bimbo, anche 
per ragioni di famiglia, io ho vissuto in 
quelle idee, e ormai ho cinquantadue anni.
Io lo guardai bene in volto. Antonio 
Fogazzaro valido, eretto, sicuro nel contegno 
e nella parola, elegante negli abiti, 
giovane e speranzoso nello spirito, non dimostra 
certamente più di quarant'anni. La 
bocca è quasi sempre sorridente, gli occhi

<pb n='37'/>

hanno un'arguzie tutta veneta e appaiono 
chiari nel colorito bruno del volto, 
i capelli son grigi ma ancora folti. Il segno 
più geniale del suo viso è la fronte.  
[...]

<pb n='39'/>

[...]    
Essi giunsero 
a proclamare la massima che la Chiesa 
deve assecondare i movimenti delle maggioranze 

<pb n='40'/>

nazionali! E ancóra, guardi a 
Chicago il congresso delle religioni dove 
un principe della Chiesa ha intonato tra 
i sacerdoti più diversi, tra bramini, tra 
maomettani, tra confucisti, tra ulemi una 
preghiera cristiana, e tutti universalmente 
hanno in coro risposto con altissime voci. 
Non è sommo questo spettacolo? E io 
non le cito che i casi più prossimi, più 
visibili, più facili alla memoria. Noi, noi 
siamo piccoli, i nostri occhi sono deboli, 
le nostre menti sono ristrette. Ma il cattolicismo 
è immenso e santo ed eterno.
Noi eravamo usciti all'aperto. Io non 
dimentìcherò mai quello spettacolo solenne.
Nella notte oscurissima gli alberi della 
selva stormivano come un mare profondo 
che giù nella gola si frangesse ai dirupi, 
e a volta a volta baleni bianchi di tra le 
nubi rischiaravano le vette nude dei monti, 
illuminavano la faccia del poeta. Egli ripeteva 
assorto:
— Noi, noi siamo piccoli, e i nostri 
occhi sono deboli.

<pb n='41'/>

Poi si scosse, sorrise forse comprendendo 
come quelle parole tra quella scena a 
torno assumessero, quasi teatralmente, un 
tono troppo solenne, e osservò argutamente:
— Bella notte per parlare di misticismo!
   </p>
   <p>

 *  
* *

— Accanto a questo suo cattolicismo 
fervente, quali sono i suoi ideali patriottici?
— Ma non mi fraintenda, per carità! 
Io sono liberale, liberalissimo, per mia convinzione
e per tradizioni familiari. E non 
solo venero la mia patria ricomposta a 
unità, ma ho fiducia nel suo avvenire 
fuori delle incertezze odierne. Io non sono 
pessimista, e le assicuro che nulla mi fa 
soffrire così come l'udire qualcuno tristamente 
dubitare esclamando: — Eh dopo 
tutto gli Austriaci!... E ne vuole la prova?
   </p>
  </div>

<div n='Lioy' type='sezione'>
<pb/> 
  <p>
PAOLO LIOY.
  </p>
<pb/>
  <p>
VICENZA, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>.
  </p>
  
<pb n='52' />
<p>
— Vede già i dintorni di questa morte 
o almeno di questo primo corrompimento 
letale delle arti?
— Sì, molti. Cito a caso l'alessandrinismo

<pb n='53' /> 

di molti tra voi giovani. E non parlo 
del solo alessandrinismo della forma, del 
solo belletto spalmato sul volto vecchio; 
parlo anche dell'alessandrinismo della sostanza. 
L'analisi psicologica è fatale al romanzo, 
e deve cadere se il romanzo che 
è la forma dell'arte ancor più vitale vuole 
ancora resistere.
— Ma per lei scienziato la psicologia 
nel romanzo non è segno della validità 
di esso?
— È un soccorso chiesto alla scienza, 
non è un innesto naturale. Infatti è stato 
sùbito esagerato. L'arte, l'arte va a morire; 
la scienza sola sopravviverà e basterà.
— Ella crede certissimo il trionfo del 
socialismo?
— Ma sì. È cosa fatale, è una legge 
fisica. In un mio libro che avrà per titolo 
<hi rend='italic'>Fuori all'aperto</hi> e che escirà fra breve, io 
porrò un capitolo sul <hi rend='italic'>Socialismo animale</hi> 
e vi dimostrerò come tra gli animali il regime 
socialistico sia la più perfetta e continua 
forma di vita sociale. Quindi è vano

<pb n='54' />

combattere il socialismo così come sarebbe 
vano combattere pel socialismo.    
[...]   
Gli 
altri (e le altre) non sono sincere: o si 
illudono di esserlo perché momentaneamente 
il misticismo è <hi rend='italic'>utile</hi> in letteratura 
come rispondenza a un diffuso sentimento

<pb n='55'/>

di stanchezza e a una diffusa aspirazione 
fuor di quella stanchezza in tutto il nostro 
pubblico; ovvero accettano questa vittoria 
dell'anima per amor di réclame, e sono i più.
— Che ne pensa ella delle nostre scrittrici?
— Penso che nessuna di esse è degna 
di tal nome all'infuori di Matilde Serao. 
Il loro numero crescente è un sintoma di 
decadenza: è la mediocrità che conquista 
l'arte e la soffoca.
  </p>
  <p>

 *  
* *

Qui la flottiglia dei sandalini che ci 
precedevano, annunziò che si giungeva a 
Sant'Agostino. Il fiume da un lato perdeva 
l'alto argine selvoso, la riva era bassa e 
prativa, un ponte segnava l'abitato, ché 
fino allora, per tre ore continue sotto la 
cupola verde su l'acqua verde, non avevamo 
visto o udito segno di uomini, quasi 
fossimo stati sperduti in una terra selvaggia 
tra una foresta intatta. Poco lontano dal

<pb n='56' />

ponte una chiesa del decimoterzo secolo 
appariva, e aveva il campanile nel sole 
contro il cielo mentre l'edificio basso tra 
gli olmi e le viti era in ombra.    
[...]    
E mentre egli mi ripeteva commosso 
il primissimo ritrovamento di palafitte su 
quel suo lago dopo tanto vano sperare,

<pb n='57'/>

mentre egli mi diceva lo stupore dello 
scienziato davanti a quelle tracce misteriose 
di una vita originaria ignota faticosissima, 
le barche scorrevano nella somma 
quietudine del meriggio su quel fiume 
chiuso; e, poi che l'orizzonte era tutt'intorno 
per gli angoli del fiume stretto dagli 
alberi, pareva che quel lembo di fiume e 
di foresta fosse sospeso nel cielo.    
  </p>
  </div>

<div n='Verga' type='sezione'> 
<pb/>
  <p>
GIOVANNI VERGA. 
  </p>
<pb/>
  <p>
MILANO, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>.
  </p>
  
<pb n='66'/>
<p>
[...]    
Inoltre 
osservi che noialtri detti, non so perché, 
<hi rend='italic'>naturalisti</hi> facciamo della psicologia con 
la stessa cura e la stessa profondità degli

<pb n='67'/>

psicologi più acuti. Se si è onesti, si intende. 
Perché per dire al lettore: «Tizio 
fa o dice questo o quello», io devo prima 
dentro di me attimo per attimo calcolare 
tutte le minime cause che inducono Tizio 
a fare o dire questo piuttosto che quello. 
Mi intende? Gli psicologi in fondo non 
fanno che ostentare un lavoro che per 
noi è solo preliminare e non entra nell'opera 
finale. Essi dicono i primi <hi rend='italic'>perché</hi>: 
noi li studiamo quanto loro, li cerchiamo, 
li ponderiamo e presentiamo al lettore gli 
effetti di quei <hi rend='italic'>perché</hi>. E spesso, non faccio 
per dirlo, questo metodo annoia meno il 
lettore, è più vivace. Ma come questo può 
avvenire massimamente nel romanzo così 
detto <hi rend='italic'>di costume</hi>, torniamo a quel che le 
dicevo poco fa: nel romanzo integro, nel 
romanzo ideale i due metodi possono benissimo 
essere contemperati.
— Non crede che questo sia già stato 
fatto dal d'Annunzio nel <hi rend='italic'>Trionfo della 
morte</hi>?
— Non l'ho ancora letto. Parto per

<pb n='68'/>

Levico, e là lo leggerò subito. Temo però 
di restar nella mia opinione.
— Quale è?
— Che il miglior romanzo di Gabriele 
d'Annunzio è <hi rend='italic'>Il Piacere</hi>. Gli altri non 
sono che derivazioni più o meno riescite.
— E il <hi rend='italic'>Giovanni Episcopo</hi>?
— Peggio. Quello è una derivazione 
pure, ma dall'opera di un altro.
— Sa di questo movimento neo-mistico 
che Matilde Serao, Antonio Fogazzaro, 
Enrico Panzacchi e altri minori vorrebbero 
iniziare? Alcuni di essi mi hanno detto 
che ciò avviene massimamente per reazione 
al naturalismo. Che ne pensa?
— Reazione al naturalismo? Ma l'abbiamo 
detto fin ora. Il naturalismo è un 
metodo, ora non si può in nome di un 
sentimento insorgere contro un metodo.
C'è ignoranza di termini. Il naturalismo 
è forma, il misticismo può essere sostanza 
di un romanzo. Intendo il metodo psicologico 
opposto contro il metodo naturalista; 
ma, il misticismo? E che c'entra? Si

<pb n='69'/>

può benissimo fare un romanzo mistico 
con un metodo puramente naturalistico.    
[...]
  </p>
  </div>

<div n='De Roberto' type='sezione'>
<pb/>
  <p>
FEDERICO DE ROBERTO. 
  </p>
<pb/>  
  <p>
MILANO, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>. 
  </p>

<pb n='83'/>    
<p>
[...]   
E le due ragioni sono la mancanza di un

<pb n='84'/>

soggetto nuovo piacevole al pubblico, e la 
mancanza della lingua atta ad esprimere interamente 
quel possibile soggetto. Egli dice:
— Il soggetto: i <hi rend='italic'>modernissimi</hi> con la 
scusa che ogni vero è buon argomento 
d'arte non se ne preoccupano. Pure, siccome 
noi scriviamo pel pubblico oltre che 
per noi stessi, dobbiamo trovare un soggetto 
che <hi rend='italic'>per se</hi> attiri il pubblico. Ora 
venti anni di naturalismo e di psicologia 
han dato fondo a  molti soggetti. Il lettore 
che apre un libro per leggerlo e non per 
anatomizzarlo e criticarlo, in tutti i moderni 
romanzi, specialmente nei romanzi così 
detti psicologici, ritrova sempre presso a 
poco la stessa cucina, lo stesso tema, e se 
ne annoja: e dal suo punto di vista ha 
ragione. Quindi io credo che non vi sia 
salvezza che nel romanzo di costume e il 
romanzo che sto per pubblicare è un romanzo 
di costume: <hi rend='italic'>I Viceré</hi>.
— E in futuro pensi qualche altro romanzo 
che, come questo, studii tutto un 
<hi rend='italic'>ambiente</hi>, tutta una classe?
  </p>
  </div>

<div n='Butti' type='sezione'>
<pb/> 
  <p>
ENRICO A. BUTTI.
  </p>
<pb/>
  <p>
CERRO, <hi rend='italic'>agosto del '94</hi>.
  </p>

<pb n='105'/>
<p>
[...]  
Se ne togli 
due o tre poeti ottimi — tra i quali primo 
e sommo il Carducci — e molti piccoli 
imitatori di questi o degli stranieri, se 
togli il Fogazzaro novellatore e romanziere 
di grande ingegno, altro di bene io non

<pb n='106'/>

scorgo in essa. Che cosa ci hanno dato 
infatti questi cinquant'anni ultimi? I manzoniani 
e i veristi. I primi sono già morti, 
ed è bene lasciarli dormire in santa pace; 
i secondi non furono che piccoli imitatori 
dei naturalisti francesi; ma, mentre questi 
con Emilio Zola assurgevano a una intensità 
simbolica potentissima, i nostri non facevano 
che le novelle paesane o rusticane, 
e fotografavano a caso gli angoli delle vie; 
Giovanni Verga stesso, benché sia riuscito 
a dare alle sue fotografie un colore e 
un'ampiezza di linee notevoli, non seppe 
creare che opere incompiute in cui sarebbe 
vano ricercare una qualunque 
sintesi o un insegnamento utile di qualsiasi 
genere. Né questo letargo fu per 
depressione economica: poco più, poco 
meno (e lo dico perché conosco ormai le 
condizioni di tutti quelli che lavorano oggi 
di letteratura in Italia) lo stato economico 
degli scrittori non è mutato. Le cause 
vere furono politiche: il patriottismo prima 
— e questo fu bene, — il parlamentarismo

<pb n='107'/>

poi — e questo fu male — assorbirono 
in Italia quasi tutte le attività intellettive. 
[...]    

<pb n='108'/>

[...]    
Non intendo 
neppure per idealismo ciò che intendono 
i così detti <hi rend='italic'>Cavalieri dello spirito</hi>, 
cantati senza rima da Matilde Serao; questo

<pb n='109'/>

non è che un misticismo querulo e retrivo, 
una inopportuna risurrezione delle 
dottrine di Cristo fatta per debolezza di 
mente o per ismania di finzione e d'imitazione. 
Io credo a questo proposito nulla 
essere più vacuo e più stridulo nell'accordo 
dei tempi nostri che l'idea e il sentimento 
cristiani; essi ripugnano ormai a qualunque 
spirito veramente moderno, e potrebbero 
essere una tremenda sciagura sociale e morale, 
quando riuscissero ad avere, sia pure 
per un sol giorno, una forte influenza su 
le anime. Il nostro dovere è dunque di 
combatterle ad oltranza, come si combattono 
quelle malattie spaventose che si comunicano 
per contagio e minacciano l'esistenza 
d'una intera popolazione. Io adopero 
la parola idealismo a significare due 
fatti: la coscienza e la curiosità che l'artista 
creatore ha dell'Inconoscibile, cioè 
di quanto s'agita oscuramente dietro le 
semplici apparenze; la necessità che a centro 
dell'opera creata sia posta un'idea eccelsa. 
Le preoccupazioni dello scrittore

<pb n='110'/>

idealista io le formulerei dunque in queste 
massime: non considerare mai i fenomeni 
della vita soltanto nelle loro esteriorità 
sensibili, ma altresì nella loro significazione 
ideale, nella loro essenza intima e profonda; 
non arrestarsi mai nella descrizione d'uno 
di quei fenomeni quando le sue apparenze 
si spengono, ma piuttosto quando i suoi 
effetti morali risultino chiari ed evidenti; 
scegliere possibilmente dei soggetti che, 
pure essendo strettamente veri, compendiino 
in sé una moltitudine di fatti singoli 
atti ad essere raggruppati sotto una denominazione 
comune, così che dalla narrazione 
d'uno solo fra essi emerga per necessità 
logica un'idea generale, eterna, 
immanente, quasi direi: un assioma di vita 
individuale o sociale. 
[...]

<pb n='115'/>

[...]
Gabriele d'Annunzio ha dato nei suoi libri 
ultimi un saggio eccellente di quanto si 
possa adattare al pensiero contemporaneo

<pb n='116'/>

la nostra lingua; la via dunque è già 
stata indicata. A noi resta di seguirla.
Alcuni fanciulli facevano un grande 
chiasso giù su la spiaggia bassa e sul 
prato acquidoso tra i pioppi. Nelle pause 
del nostro colloquio non udivamo che il 
brusio dei pioppi e quelle strida acute dei 
ragazzi che correvano presso l'acqua, — 
strida che pareva traversassero come freccie 
splendide l'aria nebbiosa e silenziosa.
Io insistei sopra una domanda:
— Queste idee immanenti e somme cui 
dovrebbero vivificarsi le nostre prose sono 
così lontane dal mondo che mai fra esse 
apparirà la questione sociale?
— Anzi! Tutt'altro. La questione sociale 
domina i tempi nostri e ne informa 
tutte le manifestazioni e le idee. Essa 
pende minacciosa su le nostre teste e può 
da un momento all'altro schiacchiarci o 
deformarci: bisogna vigilare perché ciò 
non accada. L'artista non può e non deve 
rimanere estraneo ad essa, rinchiudersi nel 
suo studio e sognare, mentre all'aperto la

<pb n='117'/>

realtà lo vuole spettatore e, fors'anche, attore 
del dramma immenso. 
[...]
  </p>
  </div>

<div n='De Amicis' type='sezione'> 
<pb/>  
  <p>
EDMONDO DE AMICIS.
  </p>
<pb/>
  <p>
BIELLA, <hi rend='italic'>settembre del '94</hi>.
  </p>
<p>    
[...]
Raramente, si scorge qualche 
donna intenta a raccogliere erba o 
legna, o a lavare panni genuflessa su la

<pb n='124'/>    
    
roccia verso l'acqua limpida. Una serie 
continua di paesaggi alpestri verdi, quietissimi, 
che hanno per isfondo i monti e 
in alto in alto un arco di cielo chiaro.
E si desidera per tutta la via ardentemente 
di escire dal piccolo tramway sconnesso 
e sbuffante per poter liberamente 
«udire il silenzio» che quasi fa sacre 
tutte quelle fresche solitudini alpestri.
Alla stazione della Balma, che è l'ultima, 
trovai Edmondo De Amicis, coi suoi due 
figli, due ragazzi alti e validi come il padre 
loro. Il <hi rend='italic'>capitan cortese</hi> ha l'aspetto 
ancora giovine e salutevole, e non mostra 
affatto in sembiante quella stanchezza e 
quella incerta salute da cui tutti derivano 
il ritardo nella pubblicazione del <hi rend='italic'>Primo 
maggio</hi>. Ha i baffi grigi, folti, corti, rilevati, 
la fronte ampia, le ciglia lunghe e 
gli occhi assai placidi e benigni. Portava 
un largo cappello di paglia e vestiva a lutto.
Ci incamminammo verso Campiglia discorrendo.
  </p>

<pb n='125'/>
  <p>
  
 *  
* *

— Ella m'interroga su questioni di letteratura. 
Ma io di letteratura non mi occupo 
più da tanto tempo. Non mi do che 
agli studii delle scienze sociali, trascurando 
tutto il resto, con l'ardore dei neofiti.
Io osai insistere, per giovarmi di tutto 
il poco tempo che avevo fino al prossimo 
treno. Egli mi disse:
— La letteratura italiana oggi è povera, 
poverissima. E anche le altre letterature si 
trovano negli stessi cenci. Perché? Perché 
sfuggono sia coscientemente, sia per insipienza 
tutto il pensiero che occupa il pubblico. 
I letterati si ritirano in eremi, lontani 
dal romore del mondo, e il mondo 
non li sa e non li vede. Ma le ragioni economiche 
riaddurranno i letterati sul retto 
sentiero. Essi dovranno pure aprire gli 
occhi a quello che si pensa intorno a loro, 
e, sia lottando in favore, sia lottando contro, 
dovranno occuparsi dei nuovi ideali sociali.

<pb n='128'/>

[...]
Il socialismo è una

<pb n='129'/>

méta che forse, così come la pensiamo, 
non sarà raggiunta mai. Ora i più che 
non sanno e non vogliono sapere, lo concepiscono 
come una immane fabbrica e si 
mettono innanzi a quella fabbrica deridendoci 
e domandandoci: — Oh! per 
dove si entra? — E chi lo sa? E lo vedremo! 
Lentamente ci metteremo su la 
buona strada e cammineremo. Dove arriveremo? 
Certo all'intera applicazione del 
collettivismo non arriveremo mai.
— Ma anche quelli che studiano scienze 
sociali con amore e profondità, mettono 
una pregiudiziale, e dicono che il socialismo 
è contrario all'arte.
— Contrario all'arte? E perché? Come 
fonte di inspirazioni, mi pare che il socialismo 
sia prezioso. Quale avvenimento 
moderno genera altrettante emozioni che la 
minacciata temuta maledetta lotta di classe?
Quale?  Dopo il patriottismo e la letteratura 
patriottica in Italia non abbiamo 
avuto alcuna forma di letteratura vitale. 
Il socialismo ce la darà. Ma gli artisti, i

<pb n='130'/>

letterati discutono, come tutti i borghesi, 
con i loro interessi personali davanti agli 
occhi. Ora non è così possibile alcuna 
parvenza di discussione. Bisogna cominciare 
dal rifiutare deliberatamente uno a 
uno tutti questi interessi personali, bisogna 
soffrire, come ho sofferto io a vedere 
amici cari allontanarsi da me come da un 
pazzo, e bisogna soffrire a vedere la pervicacia 
con che quelli amici nella loro cecità 
negano la verità conosciuta. Quelli 
sono dolori che purificano e snebbiano 
la vista per giudicar nettamente. Io li ho 
veduti ostinati davanti alle prove più patenti, 
ostinati a gridarmi sul viso: — No 
no: due e due cinque!
E nella passione il De Amicis si era 
fermato in mezzo alla strada e tracciava 
quelle cifre col bastone su la polvere, l'una 
sotto l'altra a mo' di addizione.
— Sissignore! Due e due fa cinque.
— Ma una cosa irrita massimamente 
col solo suono del suo nome gli artisti, 
ed è l'eguaglianza.

<pb n='131'/>

— L'eguaglianza? Già lo so. Il signor 
Marco Praga dice che è ridicola. Ma 
che intendono per eguaglianza? L'eguaglianza 
davanti alla legge? Ma quella c'è 
mi pare, per diritto costituzionale. L'eguaglianza 
morale o intellettuale? Ma quella 
sarà sempre impossibile, e anche fuori dei 
letterati ci saranno sempre degli asini accanto 
agli uomini di ingegno, dei noiosi 
accanto agli uomini di spirito, come ci 
saranno degli uomini belli accanto a quelli 
brutti. Eguaglianza economica? E chi ve 
l'ha detto? Ve l'ha detto il socialismo 
posticcio che vi fate voi: vi sarà sempre 
per ogni opera il valor di consumo, il valore 
di utilità della collettività. Ah essi 
protestano che il giorno in cui fossero ricompensati 
come i garzoni di un farmacista, 
non potrebbero più lavorare? Bella letteratura, 
bell'arte, la loro. E Cossa era ricompensato 
più lautamente di un attuale 
garzone di farmacista? Ma qualche volta 
si sarebbe augurato uno stipendio simile, 
povero Cossa! Poi confrontate un po' il

<pb n='132'/>

guadagno di un romanziere col guadagno 
fatto sul suo libro dal suo editore! Se sapesse 
ragionare, certa gente finirebbe per 
accettare il socialismo a suo miglior vantaggio.
— Ella crede che un forte vantaggio 
economico non sia una causa di sviluppo 
dell'arte?
— Niente affatto. La letteratura, tutta 
l'arte attuale decade per quello, ora. Ma 
non guardiamo le arti della pittura, della 
scultura dove basta pensare agli artefici 
del nostro risorgimento per dare ragione 
a me. Guardiamo alla letteratura solamente. 
Sainte-Beuve ha ben notato come 
questa preoccupazione del maggior guadagno 
<quote>nous pousse à la ligne, à la colonne, 
à la page, au volume</quote> inesorabilmente, uccidendo 
il principio estetico inspiratore. Se 
Zola dopo l'<hi rend='italic'>Assomoir</hi> che gli ha dato da 
vivere per otto anni, non avesse scritto 
sùbito <hi rend='italic'>Une page d'amour</hi> che è un cattivo 
romanzo, che danno ne avrebbe risentito 
l'arte francese? Proprio tutta questa

<pb n='133'/>

produzione farraginosa, impensata, ansante 
passerà ai posteri? 
[...]   
  </p>
  </div>

<div n='Pascoli' type='sezione'>
<pb/>
  <p>
GIOVANNI PASCOLI.
  </p>
<pb/>
  <p>
LIVORNO, <hi rend='italic'>settembre del '94</hi>.
  </p>
<p>
[...]
E la sua casa ha 
un giardino breve, dove le due sorelle 
pazienti coltivano molti fiori e molte erbe 
odorose, e dove, in una lunga fila di gabbie 
diverse, cantano passeri, cincie, merli, 
fringuelli. In una grande stanza al primo 
piano, il dottissimo latinista — che anche 
quest'anno dall'internazionale Concorso di 
Amsterdam ha riportato a maggior vanto 
d'Italia la medaglia d'oro <note n='I' place ='foot'>Io scrivevo nel 1894 queste linee; e anche in 
quest'anno, 1895, Giovanni Pascoli ha vinto allo stesso 
concorso un'altra medaglia d'oro.</note> — studia

<pb n='140'/>

presso un'ampia tavola ingombra di libri, 
di bozze, di carta; e davanti a lui, presso 
la finestra aperta, sul verde le due sorelle 
lavorano quiete, sollevando a tratti la testa 
verso il poeta.

Per lor ripresi il mio coraggio affranto 
E mi detersi l'anima per loro:
Hanno un tetto, hanno un nido ora, mio vanto; 
E l'amor mio le nutre e il mio lavoro.

Così, come leggendo le <hi rend='italic'>Myricae</hi> avevo 
pensato, io oggi ho trovato Giovanni Pascoli. 
Quanti in Italia lo ammirano? Io 
oserei anche domandare: Quanti in Italia 
lo conoscono? Senza brigare, senza gridar 
alto, egli, che è tra i due o tre sommi 
poeti nostri, da quattordici anni insegna 
letteratura in un liceo di provincia per più 
di venti ore alla settimana; e adesso, nelle 
vacanze estive, da mane a sera attende a 
un'edizione critica d'Orazio, e appena una 
volta la settimana si permette di escire a 
passeggio fuori della città, lontano, verso 
la macchia del Limone, sognando ed erborizzando

<pb n='141'/>

con una cura di botanico dotto. 
E io, parlando con lui, vivendo con lui, 
come ho fatto in questi pochi giorni, se 
ho pensato che è veramente ingiustizia 
supina lasciare là in lotta con le necessità 
della vita un uomo come quello, mi sono 
involontariamente addolorato a supporlo 
lontano da quella sua quiete, da quel suo 
giardino dove fiorisce il dittamo e la cedrina, 
da quel suo stanzone semplice, dove 
dai libri si diffonde il pensiero, dal lavoro 
assiduo delle due donne la pace, dal cantar 
degli uccelli nelle gabbie la gioja purissima.
  </p>
  <p>

 *  
* *

Giovanni Pascoli è un uomo di media 
statura e dall'aspetto robusto, ha poca 
barba rossiccia, occhi mutevoli, a volta 
quieti e dolci, a volta caldi di ironia un 
po' amara. Veste semplicemente, e semplicemente 
affettuosamente parla. Con gli 
estranei è poco espansivo, come uomo

<pb n='142'/>
    
amante della solitudine per aver bene conosciuto 
gli uomini. 
[...]    

<pb n='143'/>

[...]
Sai ch'io sono 
un insegnante e per mangiare bisogna

<pb n='144'/>

fare il proprio dovere. Veramente la parola 
<hi rend='italic'>socialismo</hi>, come la parola <hi rend='italic'>anarchia</hi>, 
ha preso dei significati così varii, a volta 
pusilli, a volta larghissimi: e non c'è da 
fidarcisi. Ma nel senso, diremo così, etimologico, 
io sono socialista. E in quello 
che scrivo, applico questo pensiero mio.
— E come?
— Io penso che le nostre condizioni 
sociali sieno in gran parte simili a quelle 
dell'impero romano. Il fastigio attinto da 
quella potenza mondiale ha forme egualissime 
a quelle dell'odierna società borghese 
trionfante: e fra le altre massimamente l'accentramento 
delle popolazioni nelle grandi 
città pel commercio e per le manifatture. 
Allora Virgilio ed Orazio chiedevano e 
cantavano l'amore alla campagna, la diffusione 
della ricchezza, l'<hi rend='italic'>aurea mediocritas</hi>, 
invitavano i ricchi e i poveri a disertare 
o temporaneamente o per sempre la torbida 
vita cittadina per la quiete dei campi, 
ed essi pei primi ne davano l'esempio. 
Questo io pure canto, questo — se potessi —

<pb n='145'/>

io pure farei, e certo farò appena 
potrò.
— La poesia è divenuta solamente lirica. 
Credi tu che hai scritto i più brevi 
componimenti poetici della letteratura nostra, 
che la tenuità sia una qualità essenziale 
della poesia presente?
— Tu hai ragione a dire la poesia attuale 
essenzialmente lirica e soggettiva. Il 
Carducci, cui è stata data lode di essere 
oggettivo, non lo è mai. Nell'ode <hi rend='italic'>Alle 
fonti del Clitumno</hi>, ad esempio, quando 
egli canta del rosso Galileo e delle vicende 
della sua religione, è oggettivo? E poi in 
tutti i carmi sabaudi è oggettivo? Del resto, 
dal lato formale io non credo che il 
poemetto in forma epica sarebbe disdegnato 
dall'età nostra; ma bisognerebbe che 
fosse, secondo me, di soggetto umile, spesso 
campestre. Ed esempi sommi recenti ce ne 
darebbe il Tennyson con l'<hi rend='italic'>Enoc Arden</hi>, e 
<hi rend='italic'>La figlia del mugnaio</hi>; e con lui altri inglesi 
minori e qualche scandinavo. Ma, 
come ben ha saputo fare il Tennyson, bisognerebbe

<pb n='146'/>

evitare ogni pastorelleria d'arcadia, 
bisognerebbe essere semplici, sinceri, 
umili, bisognerebbe adattarsi al soggetto...
— Ne tenterai?
— Forse, non per ora. Anzi ti dirò
una cosa che ti potrà sembrare strana. Io 
vedo che nel teatro comincia a penetrare 
il pensiero, l'idea che serva di scheletro 
al dramma: non la tesi, intendimi, che 
è morte dell'arte. Quanto più il pensiero 
vivificherà il teatro, tanto più esso tenderà 
alla poesia, e torneremo alla poesia drammatica 
a mò di Shakespeare, non dei tragici 
nostri. E il primo passaggio potrebbe 
essere l'endecasillabo nostro, che ha forme 
così varie e così belle, ma lo si dovrebbe 
disporre in forma prosastica, un verso dopo 
l'altro, così da dare un periodo musicalissimo: 
questo fa in Belgio Maeterlink nelle 
sue fiabe, con il verso alessandrino. Ma 
questi son sogni. Il teatro, come è adesso, 
sopra tutto quello che hanno chiamato il 
<hi rend='italic'>teatro naturalista</hi>, è una forma d'arte povera 
ed inferiore.

<pb n='147'/>

— Della poesia italiana così com'è adesso 
che pensi?
— Penso che da molto tempo non era 
così fiorente. E a prova chiarissima darò 
il fatto che da molto tempo essa non era 
così sincera. Prova a guardarti addietro di 
qualche anno, di pochi anni, e fa il confronto! 
La retorica, che anche nelle poesie 
del Carducci è stata <hi rend='italic'>magna pars</hi>, ora scompare 
lentamente. E il più sincero tra i sinceri — 
ti sembrerà strano — è, per me, 
Gabriele d'Annunzio. Egli è il primo poeta 
d'Italia, adesso che Carducci non scrive più 
versi; e non solo è il primo poeta d'Italia, 
ma pochi all'estero reggono al confronto.
Egli, anche nel periodo primo dell'imitazione 
polizianesca era sincero, perché, essendo 
di temperamento molto sensuale, 
aveva scelto maestri di forma vivi 
della stessa vita sua; e li aveva scelti conscientemente 
e non aveva ancora venticinque 
anni. Del resto lo stesso studio della forma 
non è una forma di sensualismo estetico? 
Io ti dirò di più: credo che il sensualismo,

<pb n='148'/>

lasciando da parte qualche fenomeno morboso, 
sia un carattere precipuo della lirica 
erotica italiana, così come lo è stato della 
latina. La sovrapposizione del cristianesimo 
lo ha, per via di contrasto, tenuto vivo.
— Così anche il romanzo?...
— Sì, sì, anche il romanzo erotico di 
Gabriele d'Annunzio non accogliendo il 
sentimento che come stanchezza del senso, 
è sotto quel punto di vista opera veramente 
italiana.
— La lingua e lo stile adoperati dal 
d'Annunzio sono da te accettati senza 
critica?
— Lo stile di Gabriele è ottimo, e, 
come stile narrativo, nuovo ed italianissimo, 
non — come alcuni milanesi che non 
sanno scrivere, vorrebbero dire — foggiato 
su lo stile francese. Del resto non comprendo 
questo continuo spavento del contagio 
francese; ma le due lingue son così 
simili che certi scambi devono fatalmente 
avvenire, anzi è bene che avvengano. I 
nostri antichissimi poeti non avevano timore

<pb n='149'/>

di prendere parole dal provenzale. Ora 
siamo diventati schifiltosi. Quanto al vocabolario 
di Gabriele, io ti dirò che lo credo 
ottimo; solo vorrei vedere vivificato quel 
suo carattere aulico da qualche buona infusione 
di dialetto. A studiar bene i classici 
nostri, si vede che noi abbiamo delle 
parole che ora sono credute dialettali, e 
invece sono state e sono vivissime ed italianissime. 
E questo avviene massimamente 
nei nomi che significano cose campestri, 
piante, animali, strumenti, paesaggi. E qui 
mi permetto di fare un'osservazione, e mi 
pare di averne il diritto!
E rideva bonariamente.
— La campagna è stata per troppo 
tempo dai nostri poeti descritta convenzionalmente 
sopra un tipo fatto; per troppo 
tempo gli uccelli sono stati sempre rondini 
ed usignoli, e per troppo tempo i 
fiori dei mazzolini sono stati <hi rend='italic'>rose e viole</hi>. 
Si studia tanto la psicologia che un po' 
di botanica e di zoologia non farebbe male. 
Il primo è stato Gabriele il quale però

<pb n='150'/>

molte volte usa a denominare le erbe e 
le piante il nome latino italianizzato, mentre 
abbiamo dei nomi italiani meravigliosi
e poeticissimi. Ma anche lui, anche lui! 
Oh non mi è andato a far nidificare, non 
so più dove, gli usignoli sui cipressi?
E rideva, rideva festosamente come chi 
raramente ride.
    </p>
  <p>

 *  
* *

Poi seguitammo ad andare attorno pel 
piccolo giardino guardando gli uccelli e i 
fiori.
E io m'auguro che il grande voto 
di Giovanni Pascoli sia tra pochi anni 
esaudito così che egli possa vivere quieto
e solo in una piccola villetta in Toscana
o nella sua Romagna natale, seguitando a 
scrivere e a studiare, vivo di quella fiamma 
che pochi hanno così intensa come egli ha,
e che si chiama Poesia.
  </p>
  </div>

<div n='Marradi' type='sezione'>
<pb/>   
  <p>
GIOVANNI MARRADI.
  </p>
<pb/>
  <p>
LIVORNO, <hi rend='italic'>settembre del '94</hi>.
  </p>
<p>
Una gioconda tavolata: Mascagni, Pascoli, 
Marradi, Camillo Antona-Traversi,
Sabatino Lopez, Giacinto Stiavelli e parecchi 
altri amici. Si cenava alla <hi rend='italic'>Casetta 
Rossa</hi> fuori sul Molo. Il paesaggio che al 
lucor del tramonto si vedeva di là era 
strano per la rigidità sua: cinque striscie 
parallele, nitidissime: la costa ghiaiosa 
macchiata da qualche ciuffo d'erbe basse 
inaridite, la prima linea azzurra del mare 
vicino, la linea bianca del molo, poi ancora 
il mare pallidissimo vivo di vene 
d'oro, in ultimo il cielo rosso un po' brumoso 
dove a pena si discernevano in basso 
i due lumi della Meloria.

<pb n='154'/>

Mascagni, il più rumoroso della radunata, 
teneva strani propositi; al solito era 
roco per aver assistito la mattina a una 
qualche prova della <hi rend='italic'>Cavalleria</hi> (anche a 
Livorno) e al solito urlava contro la jettatura, 
i jettatori e i colleghi musicisti. Io 
credo che con l'andar degli anni confonderà 
questi e quelli in un solo cerchio di 
scongiuri.
Quando alla fine della cena la brigata 
numerosa cominciò a muoversi da torno 
alla mensa e a formare tanti capannelli 
intorno ai più acuti disquisitori, Marradi 
ed io ci allontanammo e in un angolo del 
pergolato cominciammo il nostro colloquio.
— Voi mi parlate della odierna poesia 
italiana. Ora io non riesco a trovarle un 
carattere nitido, una prova chiara di vita 
e tanto meno di vitalità. Dove sta la poesia 
italiana? Ad essa manca l'<hi rend='italic'>ubi consistam</hi>. 
Guarda qua, guarda là, cerca un'inspirazione 
a destra e una a sinistra, muta cento 
volte all'anno interamente in uno stesso 
autore. Insomma ancora è bimba, debole,

<pb n='155'/>

malferma, forse anche rachitica. Cerca il 
pubblico per tutte le vie e non lo trova 
quasi mai, perché il pubblico stesso non 
la riconosce. Ma pensate un po': con un 
volume come <hi rend='italic'>Fatalità</hi>, coi versi sbagliati 
e le inspirazioni più comuni, più scipite, 
più vecchie, Ada Negri non solo è riescita 
ad avere quattro o cinque edizioni, 
ma anche una pensione che l'ha resa agiata 
per tutta la vita! Poi ditemi se il pubblico 
sa quel che si fa.
— E anche nella produzione prosastica?
— Anche lì manca il punto fermo. 
Tutti brancolano nelle tenebre, e, come i 
bimbi che giocano a gattacieca, qualche 
volta senza saper perché afferrano il pubblico. 
Ma è anche raro assai. Il romanzo 
sa quel che si fa? Con tutta quella terminologia 
scolastica che mai corrisponde 
alla realtà dell'opera, ostentando negli 
articoli o nelle prefazioni quel che si vorrebbe 
fare e non si sa fare, nulla di stabile 
resta: ed è giusto. In questo stato di 
aspettativa che potrà dar buoni e sani figli

<pb n='156'/>

e anche potrà terminare con un aborto, 
le influenze straniere hanno un potere 
straordinario: guardate due ottimi tra gli 
scrittori nostri, Gabriele d'Annunzio e Matilde 
Serao che sono in balía del primo 
soffio potente che dal di fuori venga a 
dirigerli.
— E il teatro?
— Del teatro poi non mi parlate. Come 
forma d'arte rudimentale e inferiore, risente 
meglio di questa incertezza nebulosa, e in 
Italia è miserrimo. Non eccettuo nessuno.
— Non vi pare che un qualche pensiero 
di vita viva, una qualche preoccupazione 
delle passioni che commuovono il 
pubblico, potrebbe giovare all'arte?
— Socialismo? Nell'arte? Mai. <note n='I' place ='foot'>Il volume <hi rend='italic'>Ballate moderne</hi> è escito nel gennaio 
del 1895.</note> Guardate
in pochi anni che cosa è avvenuto degli 
scrittori patriottici di questo stesso secolo, 
dal Niccolini al Guerrazzi che appena qui 
a Livorno ancóra si nomina una volta all'anno. 
La tesi politica o — come ora si



<pb n='157'/>

dice — sociale è dannosissima, mortale a 
ogni aspirazione estetica.
[...]
  </p>
  </div>

<div n='Antona-Traversi' type='sezione'> 
<pb/>  
  <p>
CAMILLO ANTONA-TRAVERSI.
  </p>
<pb/>
  <p>
LIVORNO, <hi rend='italic'>settembre del '94</hi>.
  </p>

<pb n='166'/>
<p>
— E Butti?
— Con <hi rend='italic'>L'utopia</hi>. Il Butti è un giovane 
di molto ingegno, ma in quella imitazione 
dell'Ibsen è piccolo, è gretto ed... è caduto.
Io, io per conto mio ho fatto il possibile 
per escire dall'eterno «teatro dell'adulterio» 
dove tutti si voltavano e 
rivoltavano mostrando di essere più ingegnosi 
che d'ingegno. Io mi sono preoccupato 
delle questioni sociali più gravi, e 
ho scritto <hi rend='italic'>Le Rozeno</hi>, la <hi rend='italic'>Danza Macabra</hi> 
e adesso ho finito <hi rend='italic'>I fanciulli</hi> dove mostro 
la vita di certa infanzia abbandonata, e 
<hi rend='italic'>Terra o Fuoco?</hi> dove un uomo ateo esita 
avanti di dare al fuoco il cadavere d'un 
suo bambino<note n='I' place ='foot'> Questi due drammi con grandissimo successo di 
applausi sono stati rappresentati per tutta Italia nel '94, 
ma sono caduti a Roma nel febbrajo '95.</note>.
— Avete accennato prima a Ferdinando 
Martini. Che ne dite della lingua adoperata 
dai nostri odierni commediografi?
— Dico che noi scriviamo male. Tutto 
si deve mutare, e il Martini, se si liberasse



<pb n='167'/>

da certi vani toscanesimi, sarebbe 
l'uomo atto a far ciò. Ora tutti gli scrittori 
di cose teatrali per scrivere un dialogo 
vivo e spontaneo, per essere <hi rend='italic'>veri</hi>, 
scrivono in dialetto e spesso hanno applausi 
tutti <hi rend='italic'>regionali</hi>. Né credo che a formare 
la lingua pel teatro occorra una evoluzione 
lunga. Un uomo occorrerebbe che 
facesse pel dramma quel che Gabriele d'Annunzio 
ha fatto pel romanzo. Ché la lingua (e 
ciò è anche fuori di Italia) è in verità differente 
nel teatro e nel romanzo. Siete mai riescito 
a leggere <hi rend='italic'>La Biondina</hi> di Marco Praga?
— Ditemi qualche cosa su i concorsi 
a premio che con complicati regolamenti 
il Ministero della pubblica istruzione bandisce 
ogni anno.
— Io penso che sono inutili intellettualmente 
ed economicamente. L'arte governativa 
anzi è dannosa.
Era presente Sabatino Lopez il quale 
si oppose dicendo:
— Io penso che, se fossero biennali, 
avrebbero un migliore effetto.
  </p>
  </div>
  
<div n='Martini' type='sezione'>
<pb/>
  <p>
FERDINANDO MARTINI.
  </p>
<pb/>
  <p>
ROMA, <hi rend='italic'>settembre del '94</hi>.
  </p>
<p>
[...]    
È ancor

<pb n='172'/>

giovine ed elegante; e il colorito smorto 
cui s'accordano i piccoli baffi castagni e 
i capelli appena brizzolati, dà al suo volto 
una espressione di scetticismo galante che 
il sorriso e la pronuncia toscana acuiscono. 
Egli che ha diviso i suoi migliori anni tra 
le lettere e la politica, ha un aspetto di 
diplomatico fine e pur di artista geniale. 
Infatti il linguaggio accurato e la dialettica 
sottile e vivace, essendo e pel politico 
e per l'artista massimi mezzi al buon successo, 
sono le sue qualità precipue.
— Ella si meraviglierà a vedermi così 
pessimista. Io credo che in questo mio pessimismo 
sia qualche cosa di instintivo. Ma 
anche a volerci ragionar su, non riesco a 
mutarlo. Io non so, non vedo le cause di 
questa presente decadenza: constato gli 
effetti, senza altro. Siamo sopra una china 
assai sdrucciola, e tutto rotola giù; non 
percepisco le cause prime del moto, ma 
solo il moto. E non parlo dell'Italia soltanto. 
Si guardi alla Francia che per tanto 
tempo è stata la maestra eccellente. Dopo

<pb n='173'/>

la generazione del '30, dopo Balzac, Hugo, 
Renan, Dumas, Flaubert chi è venuto? 
Zola? Bourget? Ma essi e gli altri scrittori 
geniali dell'oggi, che varrebbero senza 
il sostegno validissimo dei predecessori? 
Non intendo mica che l'arte morirà. No: 
l'arte è sospesa, ma essa è una funzione 
sociale necessaria e non può morire. Di 
soste simili se ne incontrano nella storia 
dell'arte d'ogni paese.
— Ma qualche sfumatura apparirà in 
tutto questo nero che ella vede. Delle tre 
forme nelle quali massimamente apparisce 
l'opera d'arte oggi (intendo la poesia, il 
romanzo e il teatro), quale è più disperata?
— Il teatro. Già noi non abbiamo avuto 
mai un teatro: Goldoni, Goldoni e sempre 
Goldoni. Prima di lui esistevano due commedie 
sole, <hi rend='italic'>La Mandragola</hi> e <hi rend='italic'>La Calandra</hi>. 
Le ripeto: io al teatro italiano non 
ci credo. Veniamo alla prova d'oggi. Il 
teatro deve — a parer mio — ritrarre i 
costumi e dare creature vive. Ora quali

<pb n='174'/>

costumi <hi rend='italic'>veri</hi> sono riprodotti sul nostro 
teatro? 
[...]    

<pb n='175'/>

[...]
All'opera sua 
si riattacca, se non altro, una grande speranza: 
quella di vedere in atto la lingua 
italiana <hi rend='italic'>teatrale</hi>. Tutti ne dubitano.
— E hanno ragione d'essere dubbiosi. 
Raramente io ascolto una sola scena scritta 
in nostra lingua.
— Essi dicono che la lingua manca al 
teatro, o almeno è in via di formazione e 
ancora non è così letteraria da potere, pur 
restando spontanea e libera, essere degna 
veste a un'opera duratura.
— Manca il linguaggio? Oh, in grazia,
e noi che lingua parliamo? Che io mi 
sappia, ella ora mi parla in lingua italiana
e io le rispondo in lingua italiana. E anche 
fuori della conversazione calma, anche 
nei momenti di passione, le persone cólte 
finiscono proprio per parlare in dialetto? 
Eh via! Anche queste persone cólte passano 
sotto turbini di passione altrettanto 
violenti che quelli ripetuti sulla scena. Bisogna 
che questi signori colleghi studino 
la lingua, parola per parola, diligentemente,

<pb n='176'/>

e poi controllino i loro studi con 
l'uso reale. Quel che manca è un buon 
vocabolario della lingua parlata. Tutti quelli 
che ci sono accolgono parole disusate e 
viete. Io sto tentandone uno. La lingua 
nostra corrente, spontanea, vera è ricca 
quanto e più d'ogni altra lingua. Mi 
rammento un aneddoto di parecchi anni 
fa. Eravamo in parecchi una sera all'antico 
<hi rend='italic'>Aragno</hi>; era allora uscito l'<hi rend='italic'>Au bonheur 
des dames</hi> di Emilio Zola, e il direttore 
d'un giornale romano allora molto 
diffuso disse che lo avrebbe voluto pubblicare 
in appendice al suo periodico, ma 
che sarebbe stato impossibile tradurlo esattamente 
per la copia di vocaboli sopratutto 
di arredi donneschi. Io gli proposi di tradurlo 
parola per parola; tutti giudicarono 
la prova difficile, e il direttore accettò la 
scommessa. E io tradussi puntualmente il 
romanzo tanto temuto, e vinsi la scommessa, 
e onestamente credo di averlo tradotto bene.
— Pure nella prosa, dal Carducci al

<pb n='177'/>

d'Annunzio, la lingua letteraria è stata 
bene rinvigorita.
— Perché dice lingua <hi rend='italic'>letteraria</hi>? Dica 
lingua <hi rend='italic'>italiana</hi>, perché l'errore è appunto 
in quella distinzione. Adesso quando uno 
scrittore italiano vuol fare (e raramente lo 
può) della buona prosa, si veste con gli 
abiti di festa, bene agghindati, e comincia 
a scegliere tra due parole, una d'uso comune 
e l'altra d'uso raro, quest'ultima. Perché? 
E anche nella forma del periodo egli 
prosegue la scelta con lo stesso criterio. 
Vero è che noi, avendo un'ottima lingua 
poetica perché abbiamo un'ottima tradizione 
lirica, non abbiamo una prosa che sia 
classica e insieme facilmente leggibile. Un 
francese può leggersi piacevolmente Rabelais 
o Montaigne. E noi? Ottimi i classici 
per noi letterati; ma i profani, quando dal 
Cellini o dal Galilei vogliono passare agli 
altri, hanno tutto il diritto d'aver sonno.
[...]
  </p>
  </div>
  
 <div n='Capuana' type='sezione'>
<pb/>
   <p>
LUIGI CAPUANA.
   </p>
<pb/>
   <p>
ROMA, <hi rend='italic'>ottobre del '94</hi>.
   </p>

<pb n='186'/>
<p>
[...] 
Mi 
rammento che una volta Telemaco Signorini 
in una gita presso Firenze presentò a 
signore toscane Neri Tanfucio, credendo 
di farle felici e di udire subito esclamazioni 
di ammirazione e di complimento; 
siccome esse tacevano quasi mostrando di 
udir quel nome la prima volta, il Signorini 
ripeté il nome traducendolo in Renato

<pb n='187'/>

Fucini; e le signore aprivano gli 
occhi meravigliate che quel signore ignoto 
avesse due nomi. E proprio a quell'anno il 
Fucini era salito in fama pei suoi sonetti 
in dialetto pisano. Insomma, lavora, lavora
e lavora, si finisce per fare, come faccio 
io all'età mia, la vita da studente, in due
camere al terzo piano, tra i libri. E pure 
si sèguita a lavorare, e, come le dicevo, 
se noi produciamo meno, produciamo meglio. 
Io non credo che tra i romanzi di 
Emilio Zola ce ne sia uno che valga, per 
verità e per impersonalità, <hi rend='italic'>I Malavoglia</hi>
o <hi rend='italic'>Mastro don Gesualdo</hi>.
— E i giornali letterarii?
— Quali? Que' pochi che vivono stentatamente, 
fanno l'articoletto o amichevole
o maligno all'uscir del libro, e poi... zitti! 
Mai uno studio largo, complesso, intero, 
comparato.
— Dunque ella crede che il romanzo 
italiano sia sopra una via ascendente?
— Certamente. In quest'anno abbiamo 
avuto dei buoni libri. Ne cito tre: <hi rend='italic'>L'Anima</hi>

<pb n='188'/>

di Enrico Butti, il <hi rend='italic'>Trionfo</hi> di Gabriele 
d'Annunzio, <hi rend='italic'>I Vicerè</hi> di Federico de Roberto. 
Tre libri saldi, nuovi, vitali.
— Di Gabriele d'Annunzio ella che 
pensa?
— Penso che è un grande poeta, ma 
che nel romanzo, per ora, è troppo uniforme. 
<hi rend='italic'>Il Piacere</hi>, <hi rend='italic'>L'Innocente</hi>, <hi rend='italic'>Il Trionfo</hi>, 
mostrano tre faccie d'una stessa persona. 
Solo nel <hi rend='italic'>Giovanni Episcopo</hi> egli s'è innovato, 
ma ci si sente troppo Dostojewski 
e <hi rend='italic'>Krotkai</hi>. Del resto l'osservazione 
psichica, l'introispezione, come egli dice, 
diviene in lui esagerata, spesso ostentata 
e inutile allo svolgimento del romanzo. 
Ma il d'Annunzio è giovane, ha grandissimo 
ingegno e non ha ancóra detto la 
sua ultima parola.
— Ella con molta fortuna ha scritto 
parecchi libri per bimbi. Mi dica qualche 
caso della letteratura infantile.
— Le prime mie fiabe furono scritte 
così. Ero a Mineo, in Sicilia, nella casa 
paterna, e i miei nipotini (che adesso

<pb n='189'/>

sono grandi e grossi) una sera mi chiesero 
una favola.  
[...]
È la vita

<pb n='190'/>

di un nobile siciliano che commette un 
delitto e resta impunito.
— Mi dica qualche cosa sul teatro, 
che ella ha tentato con la <hi rend='italic'>Giacinta</hi> e con 
<hi rend='italic'>Malia</hi>.
— Qui mi pare che il progresso sia 
anche più patente. Ma i giovani sono 
troppo preoccupati o da una tesi o dall'effetto 
di una singola scena, cui tutto il 
resto del dramma è sottomesso. Bisogna, 
scrivendo pel teatro, prescindere dall'applauso. 
Esso verrà se verrà. Mutate le 
qualità estrinseche, bisogna scrivere un 
dramma come si scriverebbe un romanzo, 
liberamente, senza la tesi che monchi la 
verità, senza l'ossessione di una sola scena 
bella che forse avrà gli applausi.
— Il Fogazzaro, la Serao e altri mi 
hanno parlato con entusiasmo che par 
sincero, di un misticismo che va pervadendo 
l'arte e la letteratura odierna come 
un fluido. Molti dànno a questo fenomeno 
nuovissimo una causa estrinseca, ciò è 
«gli abusi di vero» fatti dal naturalismo.
   </p>
  </div>
  
<div n='Pascarella' type='sezione'> 
<pb/>
  <p>
CESARE PASCARELLA.
  </p>
<pb/>
  <p>
ROMA, <hi rend='italic'>gennajo del '95</hi>.
  </p>
 
<pb n='196'/>
  <p>

[...]
    
Tutti da allora lo conoscevano, tutti: 
gli ebrei del ghetto e i popolani del Trastevere

<pb n='197'/>

perché tutti i giorni lo rivedevano 
fermo a qualche cantone o seduto su qualche 
scalino a disegnare una vecchia, una 
erbivendola, un carrettiere, un <hi rend='italic'>giudìo</hi>, un 
somaro, un <hi rend='italic'>acquavitaro</hi>; gli artisti che accorrevano 
a udirlo dire in insuperabile 
modo <hi rend='italic'>La serenata</hi> o <hi rend='italic'>Er morto de campagna</hi> 
o <hi rend='italic'>Er Polímo filosofo</hi> che erano allora 
i suoi cavalli di battaglia, come poi sono 
stati i venti sonetti di <hi rend='italic'>Villa Glori</hi> e poi 
i cinquanta del <hi rend='italic'>La scoperta dell'America</hi>; 
i signori della borghesia o dell'aristocrazia 
che, anche non intendendo l'ingegno potentissimo, 
lo ricercavano per curiosità, 
come si ricercano le curiosità paesane.
Egli entrò in quel tempo nel geniale circolo 
sommarughiano, dove Gabriele d'Annunzio, 
Edoardo Scarfoglio, Giulio Salvadori 
e altri minori escirono alla fama; poi, 
essendosi disperso quel circolo ed essendo 
egli tornato a viver solo, lentamente con 
gli anni (del resto ne ha pochi) ha perduto 
le sue caratteristiche esteriori, pur 
fortificando per un continuo consciente progresso

<pb n='198'/>

[...]    
Del resto, cominciamo dall'affermare

<pb n='199'/>

che la lingua parlata del popolano romanesco 
non è un dialetto nel senso in che 
si chiamano dialetti i linguaggi del popolo 
di Milano, di Venezia o di Napoli. Esso 
è la stessa lingua italiana pronunciata differentemente. 
E aggiungi a queste differenze 
puramente foniche una grande superiorità 
della nostra lingua dialettale su 
quella italiana. Essa è più propria perché 
è più concreta, perché non è stata per secoli 
da sublimi menti adoperata a speculazioni 
metafisiche e ogni parola dà immediatamente 
l'idea della cosa da essa figurata 
senza che altre rappresentazioni vengano 
a indebolirne la sicurezza. Ma questo 
fatto dà a chi usa quel dialetto l'obbligo 
di una cura maggiore. E qui ti dovrei 
narrare tutto quel ch'io pensi su la metrica 
dialettale. Io credo che il sonetto sia 
la forma strofica più corrispondente (anche 
in una serie di molti componimenti simili) 
a quella precisa chiarezza della lingua; e 
il sonetto costantemente costruito con lo 
stesso rinvio delle rime. Io feci la prima

<pb n='200'/>

prova nel comporre sopra un argomento 
unico una serie di sonetti quasi strofe di 
poema col <hi rend='italic'>Morto de campagna</hi>, e da allora 
non ho più abbandonato quel sistema. 
  </p>
  </div>
  
<div n='Bonghi' type='sezione'>
<pb/>
  <p>
RUGGERO BONGHI.
  </p>
<pb/>
  <p>
ROMA, <hi rend='italic'>gennajo del '95</hi>.
  </p>

<pb n='206'/>
<p>
[...]
È inutile (e questo bisognerebbe
ripetere a voi giovani a voce
altissima), la preziosa e innaturale lingua
italiana che alcuni di voi dicono di aver
trovata, o meglio ritrovata, accozzando parole
difficili, delle quali esistono sinonimi
facili, in frasi contorte e penose, non è
la lingua che si possa leggere e intendere

<pb n='207'/>

dal pubblico italiano. Esso da prima
crederà modestamente di esser lui lo
sciocco; leggerà una, due, tre pagine di
quei tali libri, ripigliando fiato ogni dieci
righe, e poi finirà per gettar via il libro.
E non parlo alla fin fine del pubblico
ignorante, parlo anche di me stesso che
non riesco a leggere correntemente un libro
del d'Annunzio.
Ma lasciamo la questione della forma e
veniamo alle intrinseche cause della mediocrità
della nostra letteratura odierna;
intendo parlare degli argomenti delle opere
dette Opere d'arte. Ormai in Italia non c'è
più fede, non c'è più passione alcuna che
ci spinga al bene o al male: ci diamo al
bene o al male indifferentemente, stupidamente,
spesso per ragion di moda. Noi ci
siamo dati tutti alla politica superficiale, quotidiana,
povera pettegola, pusilla, senza riuscire
a muovere tutte le passioni più profonde,
tutti i problemi che negli altri Stati
ad essa convergono. E questa depressione
politica ed economica ha portato la depressione

<pb n='208'/>

di tutte le facoltà nostre, dalla fantasia
alla forza fisica. Io ho fede e spero
che ciò non durerà.
Vediamo la letteratura parte a parte.
Il romanzo. A quelle cause che ho detto,
qui si aggiunge anche la falsità del metodo
che i più seguono ciecamente credendo
alla infallibilità dei pontefici. Già, io leggo
pochi libri nuovi. Almeno tre persone devono
dirmi di leggere un libro della letteratura
così detta <hi rend='italic'>amena</hi>, e... non le trovo
mai. Pure ho letto <hi rend='italic'>Il trionfo della morte</hi>.
Naturalismo? No? Voi mi fate cenno col
capo che non è naturalismo. Oh che cos'è?
Psicologismo? Io non so bene tutte le divisioni,
amico mio, ma se lì dentro l'autore
ha voluto mettere qualche cosa di
naturale, io nego, nego per la forma e
per la sostanza. Nego per la sostanza
perché non è davvero uno sforzo molto
grande quello di crearsi prima un personaggio
fittizio, molto complicato dalla vostra
fantasia, presentarlo al pubblico come
cosa viva e dire: — Badate che adesso

<pb n='209'/>

ve lo spiego, badate che adesso io psicologo
profondo ve ne mostro il meccanismo
intimo, tutte le ruote, tutte le molle, tutti
gli ingranaggi. — Ma non l'avete fatto voi?  
[...]
  </p>
  </div>
  
<div n='Scarfoglio' type='sezione'>
<pb/> 
  <p>
EDOARDO SCARFOGLIO.
  </p>
<pb/>
  <p>
NAPOLI, <hi rend='italic'>decembre del '94</hi>
  </p>

<pb n='223'/>
<p>
[...]
Si cercò di rendere
letterarii i dialetti, quasi che la divisione
tra lingua letteraria e lingua parlata
non fosse nella natura stessa del nostro
linguaggio, come è nella natura di quello

<pb n='224'/>

francese, quasi che essa fosse un artificio
inventato da noi e non un fatto già segnato
da Dante che distingueva nel <hi rend='italic'>De
vulgari eloquio</hi> tre generi di favella nostra.
Che confusione è dunque questa?
Noi adesso siamo nelle condizioni precise
di Dante; egli primo dai dialetti creò
la lingua, noi minori dovremmo restaurarla.
Torniamo a quel che dicevo da
principio. Questi audaci, non che studiare
pazientemente ogni virtù intrinseca ed
estrinseca dell'opera classica, non la leggono
nemmeno. Io so di un romanziere
assai noto in Italia che fino a due anni
fa non aveva letto la <hi rend='italic'>Vita Nuova</hi>! La seconda
causa è la lettura e la imitazione
della buona e cattiva letteratura francese,
un abuso che ha generato anche nei più
sani una vera malacia.
Non credi che una causa del corrompimento
della lingua sia il giornalismo
quotidiano che obbliga lo scrittore a scrivere
presto e a scrivere in modo facilmente
intelligibile a tutti?

<pb n='225'/>

— Nego. Il giornalismo, specialmente
da noi, non avrebbe potuto far tutto questo
danno perché vive da troppo poco
tempo, poco più d'una dozzina d'anni. I
giornali sono scritti malamente perché i
giornalisti, al solito dandosi (come i letterati)
leggermente e impreparati alla professione
dello scrittore, non <hi rend='italic'>sanno</hi> scrivere
diversamente; è falso che per ragioni di
tempo e di pubblico non <hi rend='italic'>debbano</hi> scrivere
diversamente. Scrivendo l'italiano vero e
puro, adoperando le parole proprie e acconce
si ha un effetto massimo: la chiarezza.
Ora che qualità può nel giornalista
esser maggiore di quella? Ma a questa si
lega un'altra questione più larga e altrettanto
ingannosa: la così detta <hi rend='italic'>democratizzazione
dell'arte</hi>. E che roba è questa?
Roba da socialisti. Il popolo non dà l'arte
e raramente la intende. Credi che leggerà
i giornali tanto più quanto più essi
saranno scorretti? E questa è la democratizzazione
dell'arte? Ma fatalmente sopra
tutto un popolo uniforme o diverso saranno

<pb n='226'/> 

dieci o dodici ottimi che dell'essudato
di tutto quel popolo basso si serviranno
a concimare il loro cervello potente
e fecondo.
[...]
Ma per me,
ti assicuro, fare della letteratura in un

<pb n='227'/>

paese che per anni ha detto e applaudito 
poeta un Cavallotti, e che è tanto lontano 
dalla tradizione nobile di tanti secoli, sarebbe 
come scrivere un romanzo psicologico 
in lingua amarica per un pubblico 
abissino.
— Ma è certo che la lirica odierna conserva 
in Italia una forma più nobile della
prosa.
— Hai ragione, ma la lirica mi sembra
non sia pel tempo nostro specialmente
la lirica erotica. Il poeta lirico deve avanti
a una passione d'amore o di odio sentirsi
avvolgere dalla stupefazione per lo più dolorosa
che emana da un mistero; egli deve,
avanti alle passioni determinanti l'inspirazione
poetica, tremare come davanti a un
abisso. Ora la psicologia vera e falsa è
venuta, ha rotto il giocattolo, ci ha guardato
dentro, ha detto che è fatto così e
così, che dice <hi rend='italic'>ba-ba</hi> e <hi rend='italic'>ma-ma</hi> per questa
e questa molla, che chiude gli occhi in
beatitudine per questo e questo meccanismo:
e il poeta lirico è scomparso. Da

<pb n='228'/>

quanto tempo non vediamo noi le liriche
erotiche (tutte, sieno di Musset che di Gabriele)
essere soltanto una lettera alla
donna amata, o, quel che è peggio, al
pubblico?
[...]
  </p>
  </div>

<div n='Serao' type='sezione'> 
<pb/>  
  <p>
MATILDE SERAO.
  </p>
<pb/>
  <p>
NAPOLI, <hi rend='italic'>dicembre del '94</hi>.
  </p>

<pb n='233'/>
<p>
E libri
vedo tutt'attorno in bell'ordine e belle rilegature,

<pb n='234'/>

su tavole lunghe, dentro armadii
chiusi, su scaffali girevoli. Dalla camera
vicina viene un suono lieto di voci infantili.
Si accendono le sigarette, e il colloquio
nostro incomincia. La signora Serao fa
spesso, parlando, il gesto di sollevare i
capelli su dalla fronte, e la fronte è invece
sempre libera e bella sotto il diadema
dei capelli nerissimi, diritti.
— Voi mi domandate del romanzo italiano.
Il romanzo <hi rend='italic'>italiano</hi> non può esistere,
per ora; tutti i romanzi che noi
facciamo sono parti, elementi, coefficienti
del futuro romanzo italiano integro e perfetto;
essi sono, se non per altro, per l'argomento
essenzialmente regionali. Prendete
una classe speciale: l'aristocrazia. Ebbene
l'aristocrazia siciliana che il Verga
e il de Roberto descrivono, non è differentissima
dalla aristocrazia napoletana che
ho descritta talvolta io? Insomma una ragione
tutta etnica si oppone alla formazione
del romanzo <hi rend='italic'>italiano</hi>, e credo ciò

<pb n='235'/>

sarà per molto tempo, perché manca il
punto o il mezzo di concentrazione, di unificazione.
La capitale, Roma. Parole.
Roma è Roma e sarà sempre Roma, non
sarà mai la capitale di Italia, non sarà
mai la terza Roma che sarebbe davvero
troppo piccola cosa in confronto alle altre
e troppo malamente limiterebbe la immensità
di lei quasi divina. Un'altra città
sarebbe stata, anche a vantaggio della
formazione di un'arte e di una coltura
nazionale, capitale ottima d'Italia: Firenze.
Per la lingua che vi si parla, per
le tradizioni sue letterarie, per i costumi
suoi veramente italici, per la sua storia
politica, per la sua posizione geografica
sarebbe stata l'ottima capitale. Vedete
amico mio, anche la letteratura adesso è
vittima di una frase impronta: <hi rend='italic'>O Roma
o morte</hi>.
Ma un'altra ragione nega la formazione
di un romanzo <hi rend='italic'>italiano</hi>, ed è la lingua.
Guardate qui a Napoli: abbiamo tre lingue,
una letteraria, aulica, sognata, non

<pb n='236'/> 

reale; una dialettale viva, chiara, pittorica,
sgrammaticata, asintattica; una media
che dirò <hi rend='italic'>borghese</hi>, che è scritta dai giornali,
che ripulisce il dialetto sperdendone
la vivacità e tenta imitare la lingua aulica
senza ottenerne la limpidezza. Io che
sono stata tanto accusata di scrivere in
una lingua cattiva imperfettissima, io che
anzi confesso di non saper scrivere bene,
ammiro in ginocchio chi scrive bene, chi
<hi rend='italic'>fissa</hi> le idee sue in quella prima lingua
aulica e lucente. E vi dirò che non so
scriver bene per due ragioni, una mia personale
ossia gli studii cattivi e incompiuti
(ho fatto tutta la Scuola normale), una di
<hi rend='italic'>ambiente</hi> ed è l'esistenza di quelle tre lingue
che notavo più su. Ma se la mia
lingua è scorretta, se io non so scrivere,
se io ammiro chi scrive bene, vi confesso
che, se per un caso imparassi a farlo, non
lo farei. Io credo con la vivacità di quel
linguaggio incerto e di quello stile rotto
di infondere nelle opere mie il <hi rend='italic'>calore</hi>, e
il calore non solo vivifica i corpi ma li

<pb n='237'/>

preserva da ogni corruzione del tempo.
Questo io penso. Le altre opere (e sono
poche) redatte nel linguaggio purissimo
e gelido vivranno? Noi quattro (intendo
Verga, de Roberto, me e un po' Capuana)
accusati di scorrettezza abbiamo un pubblico
che ci segue e ci legge: perché nella
posterità dovremmo morire? Il romanzo è
recente forma d'arte, e non ci sono argomenti
storici in contrario. Staremo a
vedere.
— Una questione più pedestre. Ella
che è certo tra i pochi scrittori italiani le
cui opere si vendono a parecchie edizioni,
non crede che un positivo danno all'incremento
della letteratura nostra derivi
dai pochi o inesperti editori?
— Certo. Essi sono pochi e tutti inespertissimi,
anche i due o tre maggiori.
Se poi sono onesti, la loro inesperienza
aumenta in proporzione della loro onestà,
e il libro è spedito a venti, trenta corrispondenti
e poi condannato a morire. Se
poi sono disonesti, guai al povero autore!

<pb n='238'/>

La réclame da noi è ignota. Bocconi, Mele,
nella loro industria mandano due cataloghi
all'anno a quarantamila indirizzi, nelle provincie
più lontane, nei paesi più piccoli.
Perché gli editori non fanno lo stesso?
Molte volte mi si chiede dove si vende
un tal libro, perché gli editori non fanno
nulla per attirare il lettore; non fanno che
esporre in vetrina, quando lo fanno! Io
da molto tempo sogno una cooperativa tra
autori provetti e noti, la quale con buoni
lavori e un modesto capitale inizii ottime
edizioni a prezzi moderati di opere
forti, salvo poi a far posto ai giovani migliori.
Sarebbe un successo ottimo, ma....
Roma dovrebbe esserne la sede, e torniamo
a quel che dicevamo più su.
— Ella nel suo <hi rend='italic'>Mattino letterario</hi> ha
nella estate scorsa iniziato una serie di
articoli dal titolo <hi rend='italic'>I Cavalieri dello spirito</hi>,
e ha preso sùbito accanto al Fogazzaro e
al Salvadori un alto posto tra quelli che
nella religione, o meglio nel sentimento
profondo ed oscuro di un al di là, cercano

<pb n='239'/>

conforto a loro stessi e alla loro opera
letteraria.
[...]
  </p>
  </div>

<div n='Bracco' type='sezione'> 
<pb/>   
  <p>
ROBERTO BRACCO.
  </p>
<pb/>
  <p>
NAPOLI, <hi rend='italic'>decembre del '94</hi>.
  </p>
<p>
La sera in cui fu per la prima volta
rappresentata a Napoli dalla compagnia
Maggi <hi rend='italic'>La Vipera</hi> di Ferdinando Martini,
si uscì dal Sannazzaro in parecchi discutendo.
Man mano la compagnia si diradò,
Bracco ed io rimanemmo soli e ci dirigemmo
verso gli uffici del <hi rend='italic'>Mattino</hi> dove
egli andava a scrivere il suo articolo. Per
la via, sostando a volta a volta, poi su
negli uffici, Bracco mi disse queste idee sue
sul nostro teatro contemporaneo.
— Ti parlerò da critico o da autore?
Per quanto cercassi di scindere le due persone
non ci riescirei, e sarebbe inutile. Io
ti dirò solo che tra i molti giovani che
vivacemente scrivono pel teatro italiano,

<pb n='258'/>

nessuno è cosi eccellente da essere fissato
come segno di risorgimento, come affidamento
per il futuro. Fino ad ora le recenti
opere teatrali in Italia sono mediocri e
come intenzioni e come successo di pubblico,
ma sono <hi rend='italic'>indipendenti</hi>, e questo è
ottimo sintoma. In Francia han perduto
l'originalità, e ricalcano vecchi tipi, o pazzamente
corrono per strane vie dietro un
tedesco, dietro un norvegese, dietro un
belga, dietro un russo. Noi non possiamo
in alcun modo sperare di acclimatizzare
il dramma nordico, intendo specialmente
l'ibseniano; ma quello che nel metodo è
modernamente buono, dobbiamo pur prendere
a nostro vantaggio. Io penso che
l'indirizzo moderno del teatro debba risultare
da tre coefficienti: l'esattezza della
osservazione è il primo coefficiente, e con
essa intendo non solo la realtà del fatto
particolare o generale riprodotto sul palcoscenico
ma anche il modo di vederlo per
riprodurlo, ciò è la prospettiva teatrale che
nel tempo e nello spazio modifica la realtà

<pb n='259'/>

esattamente così che poi al pubblico dia
attuale impressione di vita.
[...]
  </p>
  </div>

<div n='Gallina' type='sezione'>
<pb/>   
  <p>
GIACINTO GALLINA.
  </p>
<pb/>
  <p>
ROMA, <hi rend='italic'>marzo del '95</hi>.
  </p>

<pb n='268'/>
<p>
Ma
talvolta poi il verismo non ha fatto l'arte
per l'arte, ha fatto (e questo è ridicolo)

<pb n='269'/>

l'arte per la scienza. La scienza è per
l'arte un mezzo, mai uno scopo. Domani
si fa una scoperta di psicologia che abbia
un valore psicologico, e, subito, <lessColloquiali>giù</lessColloquiali>un
dramma. Eh via! voi fate l'arte ancella
di uno scienziato qualunque. Ad esempio,
si studia il fenomeno della ereditarietà.
Che prova il dramma vostro a pro' di
quei novelli studi, se voi drammaturgo ve
lo inventate? E poi, in questo modo, riguardando
casi patologici, i veristi si son
compiaciuti nell'esame di un solo lato della
realtà, il lato cattivo. Io preferisco quell'altro,
e cerco alle mie commedie uno
scopo morale.
— Dunque il teatro sociale, come propaganda,
come mezzo di lotta, è rifiutato
da voi? E del resto non vi pare che anche
prima d'ora sul teatro e fuori, si sia
studiata la miseria, la corruzione, la fame?
— Sì, ma è certo che ora l'indigenza,
se posso dire, è diventata cosciente. I poveri
sanno leggere e sanno vedere e sanno
sperare. L'odio, o almeno la critica di certi

<pb n='270'/>

privilegi, ora è più diffusa, più coordinata;
e il fenomeno è così vasto, importante,
profondo che quasi assurge a quell'altezza
e a quella grandezza che lo fa degno dell'Arte.
[...]
Ma il

<pb n='271'/>

simbolo come unico scopo e unico mezzo
del dramma, no. Io so bene quello che il
simbolo valga in un'opera d'arte, ma sul
teatro (e credo anche fuori) ci deve prima
di tutto essere un fatto reale, drammatico,
chiaro, che interessi il pubblico e lo avvinca.
Se dietro ad esso è un significato
ideale, un concetto generale, e se una
parte del pubblico più acuta e intelligente
ci arriva, tanto meglio. Perbacco, anche
Dante fu così cortese da dare due sensi
alla <hi rend='italic'>Divina Commedia</hi>, il senso letterale
e poi il senso allegorico. <hi rend='italic'>Il piccolo Eyolf</hi>
e <hi rend='italic'>Sollness il costruttore</hi> sono per queste
ragioni condannabili come drammi da rappresentarsi.
— Perché scrivete le vostre commedie
in dialetto?
— In Italia manca un vero centro etnico,
e il teatro, che è la riproduzione intensa
della vita, è essenzialmente regionale
e richiede quindi la forma dialettale. Questo
per la commedia di costume, e, in un
certo modo, anche per la commedia di carattere.
  </p>
  </div>

<div n='Giacosa' type='sezione'>
<pb/> 
  <p>
GIUSEPPE GIACOSA.
  </p>
<pb/>
  <p>
MILANO, <hi rend='italic'>marzo del '95</hi>.
  </p>

<pb n='279'/>
<p>
[...]
Guardate il
genere d'arte che più è rimasto originale
in Italia, la poesia: è vano negare le influenze
dei decadenti francesi sul nostro
d'Annunzio, e pure egli ha fatto di quelle
abracadabrances spesso inintelligibili, un'opera

<pb n='280'/>

d'arte chiara, nitida, risplendente,
piacevole.
Volete che vi parli del teatro? E del
teatro verista? Proprio io? Oh a me è avvenuto
un fatto strano. Un bel giorno
faccio rappresentare un mio dramma <hi rend='italic'>Tristi
amori</hi>; la mattina dopo sono un eroe, un
innovatore, un ribelle. E io che non ne
sapevo nulla!... Solo perché dopo una scena
di passione la mia eroina doveva fare i
conti con la cuoca, il mio dramma era una
rivoluzione. Io, vi giuro, che nulla di più
poetico avevo trovato di quell'episodio, e
che nessuna idea di brutalità <hi rend='italic'>verista</hi> mi
aveva indotto a scriverlo. E ve lo ripeto,
ora che in Italia e fuori il teatro propriamente
verista tramonta, io non credo affatto
che il teatro possa essere una pura e semplice
rappresentazione della realtà. Altro
che! Deve il dramma vivere di un'idea
centrale che lo vivifichi tutto dalla cima
alle radici, che lo sorregga come fa lo scheletro
col corpo. Né l'idea deve essere (e
qui temo sempre di essere frainteso) una

<pb n='281'/>

tesi, una opinione piccola o grande, ma
uno di quelli assiomi psicologici che ormai
sono riconosciuti eterni. Nei <hi rend='italic'>Tristi amori</hi>
e nei <hi rend='italic'>Diritti dell'anima</hi>, io volli mostrare
come fatalmente, senza volontà propria o
impulso altrui, gli uomini talvolta si trovino
in conflitti dolorosi e terribili, tanto
più dolorosi che essi non sanno cui attribuirne
la colpa.
E questo deve avvenire anche nel romanzo.
Un tale fenomeno si può, con un senso
tutto etimologico, chiamare <hi rend='italic'>idealismo</hi>. Lo
stesso Gallina nel suo teatro dialettale
mostra di tenderci. Mi dite che egli scriverà
drammi in italiano, ma io non credo
che abbia i mezzi linguistici per farlo. In
ogni modo è certo che il teatro dialettale
presto sparirà perché i dialetti verranno a
mancare, trasformandosi e unificandosi. Lo
si è creduto depositario unico della tradizione
italiana perché imitava Goldoni e
perché doveva, per la necessità del linguaggio
adoperato, riprodurre costumi tutti

<pb n='282'/>
 
locali. Mi rincresce che non abbiate parlato
di ciò col mio amico Selvatico; egli
ha su ciò idee meravigliosamente chiare.
[...]
  </p>
  </div>

<div n='DAnnunzio' type='sezione'>
<pb/> 
  <p>
GABRIELE D'ANNUNZIO.
  </p>
<pb/>
  <p>
FRANCAVILLA AL MARE, <hi rend='italic'>gennaio del '95</hi>.
  </p>

<pb n='300'/>
<p>
E sul mare ai piedi del colle dove salgono
le case di Francavilla, è la villetta
del poeta, bianca e quietissima adesso
che le altre case d'intorno sono vuote e
chiuse. Lo studio di lui è grande e ha
tre finestre ampie; ma finestre, porte e

<pb n='301'/>

pareti hanno cortinaggi altissimi di damasco
rosso così che a notte, quando quei
cortinaggi sono tesi, sembra che in nessun
punto le mura lascino adito all'esterno.
E quella camera è ricca di stoffe rare, di
armi antiche e di nitidi libri preziosi, e
presso un grande tavolo libero di gingilli
stanno lunghi scaffali di lessici italiani,
greci e latini. Dal braciere fuma a tratti
l'incenso. I villani hanno fatto su quella
camera rossa, chiusa, odorosa una leggenda
e dicono che in quella casa il poeta
ha fatto una chiesa.
  </p>
  <p>

 *
* *

Nelle ventiquattro ore che passai là,
tra l'ospitalità affettuosa e il nobile conversare,
di molte e disparate cose ci intrattenemmo
piacevolmente senza mai restare,
tanto che adesso mi è difficile e in
un certo modo anche doloroso costringere
in dati argomenti e dentro poche pagine
tutto quel fecondo flusso di pensiero, scegliere

<pb n='302'/>

tra tanti e belli insegnamenti quelli
che alla natura del mio libro si addicono
meglio. Ho di quel giorno una memoria
così viva e così luminosa che quando
sono stanco da un lungo lavoro o dal
lavoro sono distratto per via delle piccole
necessarie cure mondane, rappresentandomi
quel colloquio e quelli ammonimenti,
mi riconforto e riprendo il pensiero e la
penna con più baldo animo.
In quella camera ampia, o sul greto
di faccia alla livida marina invernale; nella
sua piccola stanza da letto dove presso
l'inginocchiatojo è un leggío che sopporta
gli scritti di Leonardo nella nitida edizione
del Richter, o su per le viuzze di Francavilla
tra i saluti rispettosi dei paesani
che lo chiamano per antonomasia il Poeta;
nella camera da pranzo che per una larga
vetrata guarda il mare aperto, o nel convento
di Santa Maria Maggiore dove lavora
Francesco Paolo Michetti e dove
Gabriele ha scritto <hi rend='italic'>Il Piacere</hi> e <hi rend='italic'>L'Innocente</hi>
e una parte del <hi rend='italic'>Trionfo</hi>: io ricordo

<pb n='303'/>

sempre la piccola elegante figura dell'ospite
mio, ancora biondo e fresco e vigoroso
e speranzoso come ai venti anni, e
riodo la sua voce acuta, precisa, lenta
che si compiace d'accompagnare le care
parole lettera per lettera fino all'ultima
vocale, come chi ne intende, compiacendosene,
tutta l'onnipotenza intellettiva e
sonora.
  </p>
  <p>

 *
* *

— Che pensi tu della letteratura contemporanea
in Italia?
Penso che sia vano parlare di letteratura
contemporanea in Italia perché noi
non potremo avere una letteratura se non
quando gli scrittori, essendosi alfine persuasi
che tutta l'arte letteraria dipende
dalle virtù intime dell'elemento materiale
di cui ella si serve, si adopreranno a conoscere
e a studiare tali virtù per trarre
dalle loro combinazioni e dalle loro convergenze
il maggior possibile effetto estetico.

<pb n='304'/>

In più chiare parole: una letteratura non
può esser fatta se non da letterati; e io
non conosco ancora, in Italia, un libro moderno
il quale appaia l'opera di un letterato,
cioè di un artefice che abbia l'assoluta
padronanza del suo strumento d'arte:
la padronanza della Lingua Italiana.
[...]

<pb n='307'/>

[...]
Nondimeno
su questo flutto impuro e versicolore
alcune vive opere d'arte emersero, specialmente
d'artisti del Mezzogiorno; nelle quali
vedemmo rappresentati con vigore e con

<pb n='308'/>

sobrietà alcuni tragici idillii piscatorii e
campestri dove le persone dai detti e dai
gesti veementi si movevano all'urto di una
passione semplice e brutale.
Ma, poiché il cerchio era angusto e inferiore,
gli spiriti più complessi e più inquieti
sentirono il bisogno di uscirne; e,
per questo bisogno, si protesero con avidità
verso le correnti spirituali che di continuo
attraversano la vita europea e la
conturbano, fecondandola. E fu bene.
È stato notato, di recente, come i caratteri
nazionali vadano indebolendosi e
scomparendo nelle alte opere d'arte veramente
moderne, e come a poco a poco
si vada formando una specie di letteratura
europea. È stato notato come le idee non
sieno il patrimonio di una nazione ma si
spandano fluttuando a traverso il mondo
e si trasformino e si rinnovellino di continuo
nella diversità degli spiriti ch'esse
invadono.
Circa tre anni fa, io dimostrava come
nell'artista moderno non debba ripercuotersi

<pb n='309'/>

la vita della nazione soltanto, ma
quella del mondo, e come l'arte moderna
debba avere un carattere di universalità,
debba abbracciare e armonizzare in un
vasto e lucido cerchio le più diffuse aspirazioni
dell'anima umana.
Fu bene adunque che quei giovani esponessero
il loro spirito a quelle correnti e
si lasciassero penetrare da quei nuovi flutti
di sentimento e di pensiero. Quel contatto
e quella comunione li arricchivano e li
inalzavano, ma non potevano né distruggere
né menomare in loro la nativa essenza
latina dell'intelletto nutrito di sani alimenti,
educato a concepire e ad esprimere secondo
il genio della grande lingua italiana.
Per sfortuna, a quegli scrittori mancavano
e mancano appunto quella nutrizione
e quella educazione; per sfortuna, a quegli
scrittori mancava e manca a punto lo strumento
primo dell'arte letteraria: la padronanza
della lingua. E per ciò le loro opere
anche quando portano l'impronta di un
ingegno non volgare, hanno una vitalità

<pb n='310'/>

efimera e non possono entrare nel dominio
assoluto dell'arte e non possono essere
considerati se non come tentativi più o
meno spontanei di forze creatrici a cui difettano
i mezzi di espressione.
Nessun artista è degno di questo nome
se non possiede uno stile. (E che cosa intenda
per <hi rend='italic'>stile</hi> ho già manifestato troppe
volte). Ora in Italia, tra i nuovi scrittori,
nessuno è giunto a formarsi uno stile e
per conseguenza nessuno è giunto a produrre
un'opera vitale. La vita dell'opera
d'arte dipende essenzialmente dallo stile,
come la vita dell'animale dall'organo della
circolazione.
In questo senso noi possiamo stabilire
il seguente assioma: «Ogni coordinazione
di parole — nella quale l'artista scrittore,
secondando il genio della lingua e obbedendo
alle leggi fisiologiche del respiro,
sia riuscito a rappresentare con la lettera
e col suono l'apparenza, l'essenza e la
movenza dell'oggetto — ha di per sé il
valore d'un organismo vitale. L'aggregato

<pb n='311'/>

d'una moltitudine di questi organismi — 
omogenei, o differenti e complementari con
una mutua affinità — forma un organismo
d'ordine superiore, egualmente vitale.»
[...]

<pb n='313'/>

[...]
Non v'è romanzatore che non lamenti
la povertà della materia da elaborare

<pb n='314'/>

e l'imperfezione del proprio istrumento
d'arte.
Sembra, a detta dei più, che la fine
del secolo debba trar seco il naufragio di
tutte le cose belle e di tutte le idealità
soprane. Non soltanto è condannata la
poesia ma tutta quanta l'arte nelle sue
forme diverse. — La scienza positiva limita
l'officio dello spirito a risolvere i fenomeni
complessi nei fenomeni più semplici che
li costituiscono e a ridurre le unità apparenti
ai rapporti di quei fatti elementari.
La scienza sostituisce all'arte l'industria,
alla mano dell'artefice la macchina. Il
mondo sensibile non è se non un complesso
di apparenze sotto le quali sta il
silenzio astratto e geometrico dei movimenti
ondulatorii che si propagano nello
spazio. La poesia è morta; tutta l'arte è
morta. Spargete dunque con le vostre
deboli mani gli ultimi fiori avvizziti su
questi sepolcri chiusi omai per sempre!
— Tale è l'annunzio funebre.
Tu hai certo nella memoria quel passo

<pb n='315'/>

della <hi rend='italic'>Vita nuova</hi>, in cui Dante imagina
<quote>«alcuno amico»</quote> che gli venga a dire:
— <quote>Or non sai? la tua mirabile donna è
partita di questo secolo</quote>.
[...] 

<pb n='323'/>
  
Spetta ora agli artisti — i quali, nutriti
di scienza possono abbracciare e fondere
i termini che sembrano escludersi: analisi
e sintesi, sentimento e pensiero, imitazione
e invenzione — spetta ora agli artisti la
ricomposizione dell'unità. Essi soltanto possono
essere uomini <quote><hi rend='italic'>rappresentativi</hi></quote>, per
adoperare la parola dell'Emerson, nelle
società moderne; essi soltanto possono essere
gli esemplari, gli interpreti e i messaggeri
di questo tempo, poiché la scienza
non è per loro una formula, ma la stessa
vita. <quote>L'habitude du génie est de substituer
en toute chose la vie à la formule</quote>, diceva
un alto pensatore sconosciuto. È tutto qui
il segreto della meraviglia che l'artista di
genio suscita ne' suoi contemporanei. Quelli
che lo vedon passare credevano — senza
averne coscienza — che la legge fosse una
formula; e s'accorgono, guardandolo, che
ella è la vita e la luce. Cosicché i piccoli
scienziati e i piccoli artisti sono gli
uomini della formula; i grandi scienziati e
i grandi artisti sono gli uomini della vita.

<pb n='326'/>
  
[...]
Essendo un disordine
patologico l'esagerazione d'un fenomeno
naturale, la malattia fa l'officio
di uno di quegli strumenti che servono
ad isolare e ad ingrandire la parte osservata.
In fatti, le conquiste più notevoli
della psicologia contemporanea sono dovute
a psichiatri.
Quali miniere d'incomparabile ricchezza
per l'artefice! Mentre i critici ignoranti
celebrano i funerali della poesia, taluno
osserva che la scienza rende all'arte l'antico

<pb n='327'/>
  
elemento che pareva dovesse per sempre
mancarle: il Meraviglioso.
Come dunque in una così alta crise
dello spirito umano, si può parlare di
agonia e di morte?
Consoliamoci. «Non è vero che morta
giace la nostra donna.» Possiamo risvegliarci
e ripetere alla bellezza indistruttibile
le parole di Dante: — <quote>O Beatrice,
benedetta sii tu!</quote>
— Questo prossimo invocato Rinascimento
avrà ne' suoi caratteri qualche somiglianza
con il Rinascimento anteriore?
— Il nuovo Rinascimento avrà comuni
col Rinascimento anteriore i caratteri che
questo medesimo ebbe comuni col periodo
ellenico dell'arte, con la meravigliosa età
di Fidia, d'Apelle, di Sofocle, di Platone.
Ambedue le ideali primavere dello spirito
umano derivano il loro straordinario rigoglio
da una magnifica forza: dal sentimento
dell'energia e della potenza elevato
al sommo grado. Ambedue significano la
più superba affermazione della Vita. E

<pb n='328'/>
  
nell'uno e nell'altro periodo l'arte non è
se non la trasfigurazione naturale delle
persone e delle cose reintegrate nella
pienezza del loro essere.
[...]  
  </p>
  </div>
</body>
    

    
    
    

</text>
</TEI>