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        <fileDesc>
            <titleStmt>
                <title>Il romanzo di Cipollino</title>
                <author>Gianni Rodari</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stephanie Cerruto</name>
                </respStmt>
                
                <respStmt>
                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <p>Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1951</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
<text>
<front>
 <div>
  <p>
  Gianni Rodari
  il romanzo di CIPOLLINO
  EDIZIONI DI CULTURA SOCIALE
  ROMA, 1951
  </p>
 </div>
  
<div n='Indice' type='sezione'>
<p>
  Dove Cipollone schiaccia i piedi al principe Limone 5
  Come Cipollino fece piangere per la prima volta il Cavalier Pomodoro 11
  I guai di un Millepiedi quando accompagna i figli dal calzolaio 23
  Dove Cipollino assedia il cane Mastino e lo prende per la sete  27
  Il sor Mirtillo mette un campanello per i ladri 33
  Il barone Melarancia ha dei guai con la sua pancia, e il duchino Mandarino minaccia di saltare dall'armadio 39
  Dove Ciliegino non tiene conto dei cartelli di Don Prezzemolo 49
  Il dottor Marrone viene cacciato dal Castello 57
  Il Generale in capo dei Topi costretto a battere in ritirata 63
  Viaggio con una Talpa da una prigione all'altra 73
  Dove si vede che Pomodoro va a letto con le calze 85
  Pirro Porro si ride delle torture 93
  Senza volerlo Pisello salva la vita al Cavaliere 101
  Il sor Pisello sale il patibolo	105
  Spiegazione del capitolo precedente 107
  Le avventure di Mister Carotino e del cane Segugio 113
  Cipollino fa amicizia con un simpatico Orso 135
  Una Foca con la lingua lunga 141
  Descrizione di un trenino straordinario 151
  Il duchino Mandarino e la bottiglia gialla 161
  Mister Carotino nominato consigliere militare straniero 169
  Il barone schiaccia venti generali senza volerlo 177
  Cipollino fa la conoscenza di un ragno portalettere 183
  Cipollino perde ogni speranza 191
  Le avventure di Ragno Zoppo e Sette e mezzo 197
  Dove si parla di un Limonaccio che non sapeva l'aritmetica 205
  Il Principe Limone alle corse dei carri frenati 215
  Pomodoro mette una tassa sul cattivo tempo 219
  Un temporale che non finisce mai 227
  Dove Pomodoro piange per la seconda volta 235
</p>
</div>
</front>

<body>
<div n='Capitolo Primo' type='capitolo'>
<head>Dove Cipollone schiaccia i piedi al principe Limone</head>
<div type='sezione'>
<p>
  
  <pb n='5' />
  
  Cipollino era figlio di Cipollone ed aveva sette fratelli:
  Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccia e così di seguito, 
  tutti nomi adatti ad una onorata famiglia di 
  cipolle. Gente perbene, bisogna dirlo subito, però piuttosto 
  sfortunata.
</p>
<p>
  Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lagrime sono 
  di casa.
</p>
<p>
  Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di 
  legno, giusto poco più di una cassetta come se ne vedono 
  tante dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle 
  parti torcevano il musino disgustati:
</p>
<p>
  <q>- Mamma mia, che puzzo di cipolla! -</q> dicevano, 
  e ordinavano al cocchiere di andare più in fretta.
</p>
<p>
  Una volta doveva passare di là anche il Governatore, 
  il Principe Limone. I dignitari di corte erano preoccupati 
  per il suo naso.
</p>
<p>
  <q>- Che cosa dirà Sua Altezza quando sentirà odore 
  di poveri? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Si potrebbe profumarli -</q> suggerì il Gran Ciambellano. 
  Una dozzina di Limoncini furono subito spediti 
  laggiù per profumare i poveri. Per l'occasione avevano 
  lasciato a casa le spade e i cannoni e si erano caricati 
  sulle spalle dei bidoni con una pompa da spruzzare: i
  
<pb n='6' />
  
  bidoni erano pieni di acqua di Colonia, di profumo alla 
  violetta, di cuoio d'oriente e di acqua di rose di Bulgaria, 
  la più fina che ci sia.
</p>
<p>
  Cipollone, i suoi figli ed i suoi parenti furono fatti 
  uscire dalle baracche, allineati contro i muri e spruzzati 
  per bene dalla testa ai piedi, tanto che Cipollino si prese 
  un raffreddore.
</p>
<p>
  Ad un tratto si sentì suonare una tromba e arrivò il 
  Governatore in persona, con tutti i Limoni e i Limoncini 
  del seguito. Il Principe Limone era tutto vestito di giallo, 
  compreso il berretto, e in cima al berretto aveva un campanello 
  d'oro. I Limoni di corte invece avevano il campanello 
  d'argento, e i Limoncini di bassa forza un campanello 
  di bronzo. Tutti insieme facevano un magnifico 
  concerto e la gente correva a vedere: credevano che fosse 
  la banda.
</p>
<p>
  Cipollone e Cipollino si erano messi proprio in prima 
  fila, così si pigliavano nella schiena e negli stinchi le 
  spinte e gli urtoni di tutti quelli che stavano dietro. Il 
  povero vecchio cominciò a gridare per farsi largo:
</p>
<p>
  <q>- Indietro! Indietro! -</q>
</p>
<p>
  Il principe Limone lo sentì e pigliò cappello.
</p>
<p>
  Si fermò davanti a lui, piantandosi per bene sulle
  gambette storte e lo redarguì severamente:
</p>
<p>
  <q>- Che avete da gridare «indietro, indietro»? Vi dispiace 
  forse che i miei fedeli sudditi si facciano avanti per
  vedermi? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Altezza -</q> gli bisbigliò nell'orecchio il Gran 
  Ciambellano <q>- quest'uomo mi sembra un pericoloso 
  sovversivo, sarà bene tenerlo d'occhio. -</q>
</p>
<p>
  Subito una guardia cominciò a tener d'occhio Cipollone
  
<pb n='7' />
  
  con un cannocchiale speciale che si adoperava per
  sorvegliare i sovversivi, e ogni guardia ne aveva uno.
</p>
<p>
  Il povero Cipollone diventò verde dalla tremarella.
</p>
<p>
  <q>- Maestà -</q> si provò a dire <q>- mi spingono!</q>
</p>
<p>
  <q>- E fanno bene! -</q> tuonò il Principe Limone. <q>- 
  Fanno benissimo! -</q>
</p>
<p>
  Il Gran Ciambellano, allora, si rivolse alla folla e 
  fece questo discorso:
</p>
<p>
  <q>- Amatissimi sudditi, Sua Altezza vi ringrazia 
  per il vostro affetto e per le vostre spinte. Spingete, cittadini, 
  spingete più forte! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Ma vi cascheranno addosso! -</q> si provò a dire 
  Cipollino.
</p>
<p>
  Subito una guardia cominciò a tener d'occhio anche 
  lui col suo cannocchiale, per cui Cipollino pensò bene 
  di svignarsela, infilandosi tra le gambe dei cittadini.
</p>
<p>
  I quali, sulle prime, non spingevano tanto per non 
  farsi male; ma il Gran Ciambellano distribuì certe occhiatacce 
  che la folla cominciò a ondeggiare come l'acqua 
  in un mastello. E spinsero tanto che Cipollone andò a 
  finire dritto dritto sui piedi del Principe Limone. Sua 
  Altezza, che aveva i calli, vide tutte le stelle del firmamento 
  senza l'aiuto dell'astronomo di corte. Dieci Limoncini 
  di bassa forza balzarono come un sol uomo 
  addosso al malcapitato Cipollone e gli misero le manette.
</p>
<p>
  <q>- Cipollino! Cipollino! -</q> gridava il vecchio mentre 
  lo portavano via.
</p>
<p>
  Cipollino in quel momento era lontano, ma la folla 
  attorno a lui sapeva già tutto: anzi, come succede in 
  questi casi, ne sapeva anche di più.
</p>
<p>
  <q>- Per fortuna che l'hanno arrestato: voleva pugnalare 
  Sua Altezza. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='8' />
  
  <q>- Ma cosa dite, aveva una mitragliatrice nel taschino! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Nel taschino? Suvvia, questo non è possibile. -</q>
</p>
<p>
  <q>- E non avete sentito i colpi? -</q>
</p>
<p>
  I colpi, in realtà, erano quelli dei fuochi artificiali 
  in onore del Principe Limone, ma la gente si spaventò 
  tanto che si mise a scappare da tutte le parti, per paura 
  dei Limoncini.
</p>
<p>
  Cipollino avrebbe voluto dire a quella gente che il 
  suo babbo nel taschino aveva solamente una cicca di sigaro 
  toscano, ma poi pensò che era meglio starsene zitto. 
  Povero Cipollino! Gli pareva di non vederci tanto bene 
  dall'occhio destro: invece era una lagrimuccia che voleva 
  uscire a tutti i costi.
</p>
<p>
  <q>- Stupida! -</q> disse Cipollino, stringendo i denti 
  per farsi coraggio.
</p>
<p>
  La lagrimuccia, spaventatissima, fece dietro-front e 
  non si fece più vedere.
</p>
</div>

<div type="sezione">
<p>
  Per farla corta, Cipollone fu condannato a stare in 
  prigione tutta la vita, anzi, anche dopo morto; perchè 
  nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
  Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
</p>
<p>
  <q>- Povero babbo! Vi hanno messo in prigione come 
  un malfattore, assieme ai peggiori banditi.  - </q>
</p>
<p>
  <q>- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa -</q> gli 
  disse il babbo, affettuosamente <q>- In prigione c'è fior di 
  galantuomini. -</q>
</p>
<p>
  <q>- E cos'hanno fatto di male? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al 
  Principe Limone non piace la gente per bene. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='9' />
  
  Cipollino riflettè un momento e gli parve d'aver 
  capito.
</p>
<p>
  <q>- Allora è un onore stare in prigione? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba 
  e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe 
  Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in 
  prigione ci vanno i buoni cittadini. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Io voglio diventare un buon cittadino -</q> decise 
  Cipollino <q>- ma in prigione non ci voglio finire. Anzi, 
  verrò qui e vi libererò tutti quanti. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non farti illusioni -</q> sorrise il povero vecchio.
  <q>- Non sarà tanto facile. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Vedrai che ci riuscirò. -</q>
</p>
<p>
  In quel momento venne un Limonaccio di guardia
  ad avvertire che la conversazione era finita.
</p>
<p>
  <q>- Cipollino -</q> disse allora il povero condannato 
  <q>- tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla 
  mamma ed ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io 
  desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il 
  mondo a imparare. - </q>
</p>
<p>
  <q>- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi. 
  Quando troverai un prepotente, fermati a studiarlo 
  per bene.  - </q>
</p>
<p>
  <q>- E poi che cosa farò? - </q>
</p>
<p>
  <q>- Ti verrà in mente al momento giusto.  - </q>
</p>
<p>
  <q>- Andiamo, andiamo -</q> fece il Limonaccio <q></q>
</p>
<p>
  Cipollino avrebbe voluto rispondergli per le rime,
  
<pb n='10'/>
  
  ma capì che non valeva la pena di farsi arrestare prima 
  ancora di mettersi al lavoro.
</p>
<p>
Abbracciò il babbo e scappò via.
</p>
<p>
  Il giorno stesso affidò la mamma ed i fratellini allo 
  zio Cipolla, un buon uomo un po' più fortunato degli 
  altri perchè aveva addirittura un posto da portinaio, e 
  con un fagottello infilato in un bastone, si mise in cammino.
</p>
<p>
  Prese per la prima strada che gli capitò, ma doveva 
  essere la strada giusta, perchè dopo un paio d'ore si trovò 
  all'ingresso di un paesino di campagna, senza nemmeno 
  il nome scritto sulla prima casa. Anzi, la prima casa non 
  era nemmeno una casa, ma una specie di canile che sarebbe 
  bastato a malapena per un can bassotto. Nel finestrino 
  si vedeva la faccia di un vecchietto con la barba 
  rossiccia, che guardava fuori tristemente e sembrava molto 
  occupato a lamentarsi dei casi suoi.
</p>
</div>
</div>
<div n='Capitolo Secondo' type='capitolo'>
 <head>Come Cipollino fece piangere per la prima volta il Cavalier Pomodoro</head>
  <div type="sezione">
<p>
  
<pb n='11' />
  
  <q>- O quell'uomo -</q> domandò Cipollino <q>- che 
  cosa  vi è saltato in testa di rinchiudervi là dentro? Io 
  poi vorrei sapere come farete a sortire. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Oh, è facile -</q> rispose il vecchietto <q>- il più difficile 
  è entrare. Io vi inviterei volentieri, giovanotto, e vi 
  offrirei un bicchiere di birra. Ma qui dentro in due non 
  ci si sta, e poi a pensarci bene non ho nemmeno il bicchiere 
  di birra. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Per me fa lo stesso -</q> disse Cipollino <q>- non
  ho sete. Codesta sarebbe dunque la vostra casa? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Si -</q> rispose il vecchietto, che si chiamava Sor
  Zucchina <q>- è un po' piccola, ma fin che non tira vento
  va abbastanza bene. -</q> 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina aveva appena finito il giorno prima 
  di costruirsi la sua casetta. Dovete sapere che fin da ragazzo 
  il sor Zucchina si era fissato in testa di avere una 
  casa, e ogni anno metteva da parte un mattone. 
</p>
<p>
  Però c'era un guaio, e cioè che il sor Zucchina non 
  sapeva l'aritmetica, e così ogni tanto pregava Mastro 
  Uvetta, il ciabattino, di fargli il conto dei mattoni. 
</p>
<p>
<q>- Vediamo un po' -</q> diceva Mastro Uvetta, grattandosi 
la testa con la lesina <q>- Sei per sette quarantadue... 
    abbasso il nove... insomma, sono diciassette.</q> 
</p>
<p>
  
<pb n='12' />

  <q>- E bastano per fare una casa? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Io direi di no. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E allora? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E allora che cosa vuoi che ti dica? Se non bastano 
    per fare una casa farai una panchina. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Ma io non ho bisogno di una panchina. Ci sono 
  già quelle dei giardini pubblici e quando sono occupate 
  posso benissimo stare in piedi. -</q> 
</p>
<p>
  Mastro Uvetta si diede una grattatina alla testa con 
  la lesina, prima dietro l'orecchio destro, poi dietro l'orecchio 
  sinistro, infine rientrò nella sua bottega. 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina decise di lavorare di più e di mangiare 
  di meno, così risparmiava tre mattoni all'anno, e 
  qualche anno perfino cinque in una volta. 
</p>
<p>
  Diventava magro come uno zolfanello, ma la pila 
  dei mattoni cresceva. 
</p>
<p>
  La gente diceva: 
</p>
<p>
  <q>- Guardate Zucchina, sembra che i suoi mattoni se li 
  tiri fuori dalla pancia. Ogni volta che la pila cresce di un 
  mattone, Zucchina diminuisce di un chilo. -</q>  
</p>
<p>
  Quando Zucchina si sentì vecchio e non era più 
  capace di lavorare, andò a chiamare di nuovo Mastro 
  Uvetta e gli disse così: 
</p>
<p>
  <q>- Per favore, venite a farmi il conto dei mattoni. - </q>
</p>
<p>
  Mastro Uvetta prese la lesina per grattarsi la testa, 
  diede un'occhiata alla pila e sentenziò: 
</p>
<p>
  <q>- Sei per sette quarantadue... abbasso il nove... insomma, 
  sono centodiciotto. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Basteranno per fare la casa? -</q> 
</p>
<p>
<q>- Io dico di no. -</q> 
</p>
    
<pb n='13' />
    
    <figure>
      <head><q>- Che avete da gridare «indietro, indietro?» -</q> (pag. 6)</head>
    </figure>
    
<pb n='14' />
    
<p>
  <q>- E allora? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Che cosa vuoi che ti dica. Farai un pollaio. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ma non ho le galline da metterci. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Mettici un gatto: i gatti sono utili perché pigliano 
  i topi. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E' vero, ma io non ho un gatto, e a pensarci bene 
  mi mancano anche i topi. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Non so cosa dirti -</q> sbuffò Mastro Uvetta, grattandosi 
  furiosamente la testa con la lesina <q>- centodiciotto 
  sono centodiciotto, dico giusto? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Se lo dite voi che avete studiato l'aritmetica, 
  avete certamente ragione. -</q> 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina sospirò, poi sospirò ancora una 
  volta; infine, visto che a sospirare i mattoni non aumentavano 
  di numero, decise di cominciare senz'altro la costruzione. 
</p>
<p>
  <q>- Farò una casa piccola piccola -</q> pensava lavorando 
  <q>- non ho mica bisogno di un palazzo, tanto sono 
  piccolo anch'io. E se i mattoni sono pochi, adoprerò 
  qualche foglio di carta. -</q> 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina lavorava adagio adagio, per paura 
  di consumare troppo presto i mattoni. Li metteva uno 
  sull'altro con delicatezza, come se fossero stati di vetro. 
  Li conosceva tanto bene, i suoi mattoni! 
</p>
<p>
 <q> - Ecco -</q> diceva prendendone uno e accarezzandolo 
  come se fosse un gattino <q>- questo è quel mattone che 
  risparmiai dieci anni fa per natale. Lo andai a comperare 
  al mercato con i soldi del cappone: il cappone lo 
  mangerò quando sarà finita la casa. -</q> 
</p>
<p>
  Ad ogni mattone tirava un sospiro lungo lungo. Ma 
  quando ebbe consumato tutti i mattoni, gli restavano
  
<pb n='15' />
  
  ancora molti sospiri, e la casa era venuta piccola come 
  una colombaia. 
</p>
<p>
  <q>- Se io fossi un colombo -</q> pensava il povero 
  Zucchina <q>- ci starei comodissimo. - </q>
</p>
<p>
  Invece quando fece per entrare, battè un ginocchio 
  nel tetto e minacciò di far crollare tutta la baracca. 
</p>
<p>
  <q>- Diventando vecchio divento sbadato, devo fare 
  più attenzione. -</q> 
</p>
<p>
  Si inginocchiò davanti alla porta e così carponi e 
  ginocchioni, strisciando e sospirando, entrò nella sua 
  casina. Una volta dentro, ricominciarono i guai: se si 
  alzava faceva crollare il tetto; lungo disteso non si poteva 
  mettere perchè la casa era troppo corta; di traverso 
  non si poteva mettere perchè la casa era troppo stretta. 
  E i piedi? Prima di tutto bisognava tirare dentro anche 
  i piedi, altrimenti in caso di pioggia si sarebbero bagnati. 
</p>
<p>
  <q>- A quel che vedo -</q> concluse Zucchina <q>- non 
  mi resta che mettermi seduto. -</q>  
</p>
<p>
  E così fece. Si mise seduto e sospirò. 
</p>
<p>
  Se ne stava lì in mezzo alla casetta, sospirando con 
  circospezione, e la sua faccia, nel finestrino, sembrava il 
  ritratto della malinconia. 
</p>
<p>
  <q>- Come vi sentite? -</q> domandò Mastro Uvetta 
  che era uscito sulla porta della bottega a curiosare. 
</p>
<p>
  <q>- Bene, grazie -</q> rispose gentilmente Zucchina. 
</p>
<p>
  <q>- Non vi va un po' stretta sulle spalle? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- No, ho preso bene le mie misure. -</q> 
</p>
<p>
  Mastro Uvetta si grattò in testa, secondo il solito, e 
  borbottò qualcosa, ma non si potè capire che cosa. Intanto, 
  da tutte le parti la gente veniva a vedere la casetta 
  di Zucchina. Venne anche una schiera di monelli e il

<pb n='16' />
  
  più piccolo saltò sul tetto della casina, e cominciò a ballare 
  il girotondo: 
</p>
<p>
<hi rend='italic'> 
 <lg>
   <q><l>- Nella casa del sor Zucchina</l>
     <l>la mano destra sta in cucina,</l>
     <l>la mano sinistra sta in cantina,</l>
     <l>le gambe in camera da letto</l>
     <l>e la testa sotto il tetto. -</l></q>
 </lg> 
</hi>
</p>
<p>
  <q>- Per carità, ragazzi -</q> si raccomandava Zucchina 
  <q>- fate piano altrimenti mi fate crollare la casa. E' 
  tanto delicata. -</q> 
</p>
<p>
  Per rabbonirli si cavò di tasca tre o quattro bei confetti 
  rossi e verdi che ci stavano chissà da quanti anni e 
  li offerse ai ragazzi: i quali si tuffarono strillando sulla 
  mano e si azzuffarono per spartirsi il bottino. 
</p>
<p>
  Da quel giorno Zucchina, appena gli cresceva in tasca 
  qualche spicciolo, comprava dei confetti e li metteva 
  sul davanzale della finestra per i bambini, come si mettono 
  le briciole per i passeri. Così se li fece amici. 
</p>
<p>
  Qualche volta li lasciava entrare a turno nella casetta 
  e lui stava fuori a guardare che non facessero disastri.
</p>
  </div>
  <div type='sezione'>
<p>
  Zucchina stava appunto raccontando a Cipollino 
  tutte queste cose, quando una nuvola di polvere si levò 
  in fondo al villaggio e subito si sentì un grande sbattere 
  di porte e di finestre. Si vide la moglie di Mastro Uvetta 
  abbassare precipitosamente la saracinesca. La gente si 
  tappava in casa come se stesse per arrivare un temporale. 
  Perfino le galline, i gatti ed i cani si diedero a scappare 
  di qua e di là in cerca di un rifugio. 
</p>
<p>
  
<pb n='17' />
  
  Cipollino non fece in tempo a informarsi per sapere 
  che cosa stava succedendo: la nuvola di polvere, con un 
  fracasso tremendo, aveva già attraversato il villaggio e 
  si fermò proprio davanti alla casetta del sor Zucchina. 
</p>
<p>
  Era una carrozza tirata da quattro cavalli, che poi 
  erano piuttosto quattro cetrioli, perchè in quel paese, 
  come avrete già capito, erano tutti imparentati con qualche 
  verdura. Dalla carrozza balzò a terra un personaggio 
  imponente, vestito di verde, con una faccia rossa e tonda 
  che pareva sul punto di scoppiare, come un pomodoro 
  troppo maturo. 
  Quel personaggio era difatti il Cavalier Pomodoro, 
  Gran Maggiordomo e Amministratore del Castello delle 
  Contesse del Ciliegio. Cipollino pensò che doveva essere 
  un poco di buono, se tutti scappavano a vederlo arrivare, 
  e ad ogni buon conto si tirò in disparte. 
</p>
<p>
  Per intanto però il cavalier Pomodoro non faceva 
  niente di terribile. Cosa faceva? Fissava il sor Zucchina. 
  Lo fissava e lo fissava, crollando la testa minacciosamente, 
  senza dire una parola. 
</p>
<p>
  Il povero sor Zucchina avrebbe voluto sprofondare, 
  lui e la sua casetta. 
</p>
<p>
  Il sudore gli scendeva a ruscelli dalla fronte, come la 
  rugiada, e gli entrava in bocca, ma lui non aveva nemmeno 
  il coraggio di alzare una mano per asciugarselo e 
  lo mandava giù: era salato e amaro. 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina chiuse gli occhi e pensò: 
</p>
<p>
  <q>- Ecco, Pomodoro non c'è più. Io e la mia casetta
  siamo come un marinaio e la sua barchetta in mezzo 
  all'Oceano Pacifico, e l'acqua del mare è azzurra e calma 
  e ci culla dolcemente. O come ci culla dolcemente, di 
  qua e di là... di qua e di là... -</q> 
</p>
<p>
  
<pb n='18' />
  
  Macchè Oceano Pacifico, macchè Oceano Atlantico: 
  era il Cavalier Pomodoro che aveva afferrato il cocuzzolo 
  del tetto e lo scrollava di qua e di là con tutta la 
  sua forza, facendone cadere i coppi. 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina riaprì gli occhi, mentre il sor Pomodoro 
  lanciava un ruggito spaventoso, che fece chiudere 
  le porte e le finestre del villaggio anche più strette di 
  prima: e chi aveva dato solo un giro di chiave alla porta 
  ne diede subito un secondo. 
</p>
<p>
  <q>- Ladrone! -</q> gridava Pomodoro <q>- brigante! 
  Sovversivo! Tu hai costruito un palazzo sul terreno che 
  appartiene alle Contesse del Ciliegio e pensi di passarci 
  il resto dei tuoi giorni, oziando e ridendo alle spalle 
  delle due povere vecchie signore, vedove e orfane di padre 
  e di madre. Ma te la farò vedere io! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Eccellenza! -</q> pregava Zucchina <q>- Vi assicuro 
  che il permesso di costruirmi qui la mia casetta mi è 
  stato dato dal signor Conte Ciliegione! -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Il conte Ciliegione è morto da trent'anni, pace 
  al suo nocciolo. La terra è delle contesse, e tu mi farai
  íl piacere di andartene sui due piedi. Del resto te lo dirà 
  l'avvocato. Avvocato! Avvocato! -</q> 
</p>
<p>
  Il sor Pisello, che era l'avvocato del paese, doveva 
  essere stato tutto il tempo dietro la porta, pronto alla 
  chiamata, perchè schizzò fuori come un pisello dal suo 
  baccello. Ogni volta che Pomodoro scendeva al villaggio, 
  chiamava sempre l'avvocato per farsi dar ragione. 
</p>
<p>
  <q>- Eccomi, Eccellenza! Ai vostri ordini -</q> biascicò 
  Pisello, inchinandosi. 
</p>
<p>
  Ma era così piccolo che l'inchino non si vide: per 
  paura di sembrare maleducato il sor Pisello fece addirittura 
  una capriola, e andò a finire a gambe all'aria. 
</p>
<p>
  
<pb n='19' />
  
  <q>- Dite a quest'uomo che se ne deve andare subito, 
  in nome della legge. E fate sapere a tutti quanti che le 
  Contesse del Ciliegio hanno intenzione di mettere in questo 
  canile un feroce mastino per tenere a bada i monelli, 
  che da qualche tempo si dimostrano poco rispettosi. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ecco, io, veramente... -</q> cominciò a farfugliare 
  il sor Pisello, diventando sempre più verde per la paura. 
</p>
<p>
  <q>- Che veramente e non veramente: siete avvocato 
  si o no? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Sissignore, Eccellenza Illustrissima: sono laureato 
  in diritto civile, penale e canonico all'Università 
  di Salamanca. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Basta così, allora. Se siete avvocato, ho ragione 
  io. Potete andare. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Sissignore, signor Cavaliere. -</q> E il sor Pisello, 
  senza farselo ripetere due volte, scomparve come la coda 
  di un topo. 
</p>
<p>
  <q>- Hai sentito che cos'ha detto l'avvocato? -</q> domandò 
  Pomodoro al sor Zucchina. 
</p>
<p>
  <q>- Ma l'avvocato non ha detto proprio niente. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E osi anche rispondere, sciagurato? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Eccellenza, io non ho aperto bocca. -</q> mormorò 
  Zucchina. 
</p>
<p>
  <q>- Chi ha parlato, allora? -</q> 
</p>
<p>
  Pomodoro si guardò in giro minacciosamente. 
</p>
<p>
  <q>- Birbante! Briccone! -</q> disse ancora la voce. 
</p>
<p>
  <q>- Chi ha parlato? Sarà stato quel sovversivo di 
  Mastro Uvetta. -</q> concluse Pomodoro, e direttosi verso 
  la bottega del ciabattino picchiò con la sua mazza 
  sulla saracinesca dicendo: 
</p>
<p>
<pb n='20' />
  <q>- Lo so, lo so, Mastro Uvetta, che nella vostra
  bottega si fanno discorsi sovversivi contro di me e contro 
  le nobili contesse del Ciliegio.  Non avete alcun rispetto 
  per quelle due poverine, vedove e orfane di padre e di madre.  
  Ma verrà anche la vostra volta. E allora vedremo 
  chi riderà. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Verrà anche la tua volta, Pomodoro, e allora 
  scoppierai -</q> disse di nuovo la voce. E il padrone della 
  voce, ossia Cipollino, si avvicinò tranquillamente con le 
  mani in tasca al terribile Cavaliere, il quale non sospettò 
  nemmeno per un minuto che fosse stato quel ragazzetto 
  a dirgli il fatto suo. 
</p>
<p>
  <q>- Da dove sbuchi tu? Perchè non seial lavoro?  -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Io non lavoro -</q> disse Cipollino <q>- io sono uno 
  studente. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E che cosa studi? Dove sono i libri? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Studio i furfanti, Eccellenza. Giusto adesso me 
  n'è capitato uno sotto il naso, e non voglio perdere l'occasione 
  di studiarlo per vedere com'è fatto. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Un furfante? Qui tutti sono furfanti. Ma se ne 
  hai trovato uno nuovo, fammelo vedere. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Certo, Eccellenza -</q> rispose Cipollino, strizzandogli 
  l'occhio con aria furba. Affondò ancora di più 
  la mano nella tasca sinistra e ne trasse uno specchietto che 
  adoperava per andare a caccia di allodole. Andò a mettersi 
  davanti al muso di Pomodoro e gli ficcò lo specchio 
  sotto il naso. 
</p>
<p>
  <q>- Eccolo, Eccellenza: se lo guardi con comodo. -</q>
</p>
<p>
  Pomodoro guardò con curiosità nello specchio. Chissà 
  che cosa credeva di vederci! Naturalmente, invece ci 
  vide la sua faccia, rossa come il fuoco, con gli occhietti
  
<pb n='21' />
  
  piccoli e cattivi, con la bocca che pareva la fessura di un 
  salvadanaio. 
</p>
<p>
  Finalmente capì che Cipollino lo stava prendendo 
  per il naso: allora divenne addirittura furibondo. Lo 
  afferrò per i capelli a due mani e cominciò a tirare. 
</p>
<p>
  <q>- Ahi! Ahi! -</q> strillava Cipollino, senza perdere 
  l'allegria <q>- Troppa forza per un furfante solo: Vostra 
  Eccellenza vale addirittura un battaglione di furfanti. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ti farò vedere io -</q> strillava Pomodoro. E tirò 
  così forte che una ciocca di capelli gli restò in mano. 
</p>
<p>
  E capitò quello che doveva capitare, trattandosi dei 
  capelli di Cipollino.  
</p>
<p>
  Che è, che non è, ad un tratto il feroce Cavaliere si 
  sentì un tremendo pizzicorino agli occhi e cominciò a 
  piangere come una fontanella. Anzi, come due fontanelle: 
  le lagrime gli scorrevano sulle guance in due rigagnoli, 
  a sette a sette. La strada fu subito bagnata come se 
  fosse passato lo spazzino con la pompa. 
</p>
<p>
  <q>- Questa non mi era mai capitata! -</q> rifletteva 
  stralunato Pomodoro. Infatti, siccome non aveva cuore, 
  non gli era mai capitato di piangere, e poi non aveva mai 
  sbucciato cipolle. Il fenomeno gli parve così strano che 
  balzò sul calesse, frustò il cavallo e scappò via a gran 
  velocità. Mentre fuggiva, però, si voltò indietro a 
  gridare: 
</p>
<p>
  <q>- Zucchina, sei avvisato...  E tu bricconcello pagherai 
  salate queste lagrime. -</q> 
</p>
<p>
  Cipollino rideva come un matto, e il sor Zucchina si 
  asciugava il sudore. 
</p>
<p>
  Una dopo l'altra le porte e le finestre si spalancavano, 
  tranne quella del sor Pisello. Mastro Uvetta alzò
  
<pb n='22' />
  
  la saracinesca e venne fuori grattandosi la testa con entusiasmo: 
</p>
<p>
  <q>- Per tutto lo spago dell'Universo! -</q> esclamava 
  <q>- ecco uno capace di far piangere il Cavalier Pomodoro. 
  Di dove vieni, ragazzo? -</q> 
</p>
<p>
  E Cipollino dovette raccontare a tutti la sua storia, 
  che voi conoscete già.
</p>
</div>
</div>
  
    <div n='Capitolo Terzo' type='capitolo'>
        <head>I guai di un Millepiedi quando accompagna i figli dal calzolaio</head>
        <p>
            
            <pb n='23' />
            
            Cipollino cominciò a lavorare nella bottega di Mastro 
            Uvetta, e faceva molti progressi nell'arte del ciabattino: 
            dava la pece allo spago, batteva le suole, piantava 
            le bullette negli scarponi, prendeva le misure ai clienti. 
        </p>
        <p>
            Mastro Uvetta era contento e gli affari andavano 
            bene, anche perchè molta gente veniva nella sua bottega 
            per dare un'occhiata a quel ragazzetto forestiero che 
            aveva fatto piangere il Cavalier Pomodoro. 
        </p>
        <p>
            Così Cipollino fece molte nuove conoscenze. 
        </p>
        <p>
            Venne prima di tutti il professor Pero Pera, maestro 
            di musica, con il violino sotto il braccio. Lo seguiva un 
            codazzo di mosconi e di vespe, perchè il violino di Pero 
            Pera era una mezza pera profumata e burrosa, e si sa 
            che i mosconi perdono facilmente la testa per le pere. 
        </p>
        <p>
            Più di una volta, quando Pero Pera dava concerto, 
            gli spettatori si alzavano e davano l'allarme: 
        </p>
        <p>
            <q>- Professore, faccia attenzione: sul violino c'è un 
            moscone. -</q> 
        </p>
        <p>
            Pero Pera interrompeva il concerto e con l'archetto 
            dava la caccia al moscone. Qualche volta un bacherozzo 
            riusciva a introdursi nel violino e vi scavava delle lunghe 
            gallerie: così lo strumento era rovinato, e il professore
            
            <pb n='24' />
            
            doveva procurarsene un altro, se voleva suonare 
            senza stonature. 
        </p>
        <p>
            Poi venne Pirro Porro, che faceva l'ortolano: aveva 
            un gran ciuffo sulla fronte e un paio di baffi che non 
            finivano mai. 
        </p>
        <p>
            <q>- Questi baffi -</q> raccontò Pirro Porro a Cipollino
            <q>- sono la mia disperazione. Quando mia moglie 
            deve stendere i panni ad asciugare, mi fa sedere sul balcone, 
            attacca i miei baffi a due chiodi, uno a destra e uno 
            a sinistra, e ci appende i suoi panni. E a me tocca starmene 
            tutto il tempo al sole, fin che sono asciutti. Guarda 
            i segni delle mollette. -</q> 
        </p>
        <p>
            Difatti sui baffi, a distanze regolari, si vedevano i 
            segni delle mollette. Venne anche una famiglia di Millepiedi 
            forestieri, cioè il padre e due figli, che si chiamavano 
            Centozampine e Centogambette e non stavano fermi 
            un minuto. 
        </p>
        <p>
            <q>- Sono sempre così vivaci? -</q> domandò Cipollino. 
        </p>
        <p>
            <q>- Cosa dici mai? -</q> fece il Millepiedi <q>- adesso 
            sono tranquilli come due angeli. Li dovresti vedere 
            quando mia moglie gli fa il bagno: gli lava le gambe 
            davanti e loro si sporcano quelle di dietro, gli lava quelle 
            di dietro e loro si sporcano davanti. Non finisce mai e 
            ogni volta ci vuole una cassa di sapone. -</q> 
        </p>
        <p>
            Mastro Uvetta domandò: 
        </p>
        <p>
            <q>- E così, gli prendiamo la misura per le scarpe, ai 
                piccolini? -</q> 
        </p>
        <p>
            <q>- Per l'amor del cielo: mille paia di scarpe! Dovrei 
            lavorare tutta la vita per pagare il debito. -</q> 
        </p>
        <p>
            <q>- E poi -</q> aggiunse Mastro Uvetta <q>- non avrei 
            abbastanza cuoio in tutta la bottega. -</q> 
        </p>
        <p>
            
            <pb n='25' />
            
            <q>- Date un'occhiata a quelle più rotte, e vedremo 
            di cambiare almeno quelle. -</q> 
        </p>
        <p>
            Centozampine e Centozampette si sforzarono di 
            tener fermi i piedi mentre Mastro Uvetta e Cipollino 
            esaminavano suole e tomaie, ma non ci riuscivano. 
        </p>
        <p>
            <q>- Ecco, a questo bisognerebbe cambiare le prime 
            due paia e il paio numero 300. -</q>
        </p>
        <p>
            <q>- Oh, quello può andare ancora -</q> si affrettò a 
            dire Babbo Millepiedi <q>- basterà rimettere i tacchi. -</q> 
        </p>
        <p>
            <q>- E a quest'altro bisogna cambiare le dieci scarpe 
            in fondo alla fila di destra. -</q> 
        </p>
        <p>
            <q>- Glielo dico sempre di non strascicare i piedi. I 
            bambini camminano, forse? Macchè: saltano, ballano, 
            strisciano. Ed ecco il risultato; tutta la fila delle scarpe 
            di destra si consuma prima della fila di sinistra. -</q> 
        </p>
        <p>
            Mastro Uvetta sospirava: 
        </p>
        <p>
            <q>- Eh, avere due piedi o mille è lo stesso, per i bambini. 
            Sarebbero capaci di rompere mille paia di scarpe 
            con un piede solo. -</q> 
        </p>
        <p>
            Infine la famiglia Millepiedi se ne andò zampettando: 
            Centozampine e Centogambette scivolarono via come 
            se avessero le ruote. Il Babbo Millepiedi invece era 
            un po' meno veloce: infatti era un po' zoppo. Ma mica 
            tanto, poi: era zoppo solo da centodiciassette zampe...
        </p>
    </div>
    
    <div n='Capitolo Quarto' type='capitolo'>
        <head>Dove Cipollino assedia il cane Mastino e lo prende per la sete</head>
        <p>
            
            <pb n='27' />
            
            E la casa del sor Zucchina? Andò a finire che una 
            brutta mattina il Cavalier Pomodoro si ripresentò, a 
            bordo della sua carrozza tirata da quattro cetrioli; ma 
            stavolta era accompagnato da una dozzina di guardie. 
            Senza tanti complimenti il sor Zucchina fu fatto sgomberare 
            e nella sua casetta fu messo un terribile cagnaccio, 
            di nome Mastino. 
        </p>
        <p>
            <q>- Così -</q> esclamò Pomodoro guardandosi attorno 
            con aria di minaccia <q>- i monelli del paese impareranno 
            a portarmi rispetto, a cominciare da quel monello 
            forestiero che Mastro Uvetta si è preso in casa.</q> 
        </p>
        <p>
            <q>- Bene, bene -</q> approvò Mastino. 
        </p>
        <p>
            <q>- Quanto a quel vecchio scimunito di Zucchina, 
            imparerà ad opporsi ai miei ordini. Se vuole una casa, c'è 
            un posto per lui in prigione. Là dentro c'è posto per 
            tutti. -</q>  
        </p>
        <p>
            <q>- Bene, bene -</q> approvò di nuovo Mastino. 
        </p>
        <p>
            Mastro Uvetta e Cipollino, sulla soglia della bottega, 
            assistettero a quella scena senza poter muovere un 
                dito. Zucchina si sedette tristemente su un paracarro a 
            lisciarsi la barba. E ogni volta che se la lisciava gli restava 
            in mano un pelo. Così decise di non toccarsi più la
            
            <pb n='28' />
            
            barba per non consumarla. Se ne stava seduto sul paracarro 
            zitto zitto, e sospirava, perchè avrete già capito che 
            Zucchina aveva una grande riserva di sospiri. 
        </p>
        <p>
            Pomodoro rimontò in carrozza. Mastino si mise 
                sull'attenti e gli presentò la coda. 
        </p>
        <p>
            <q>- Tu, fai buona guardia -</q> comandò il Cavaliere. 
            Diede una frustata ai quattro cetrioli e la carrozza 
            ripartì. 
        </p>
        <p>
            Era una bella giornata d'estate, molto calda. Mastino 
            passeggiò per un po' davanti alla casetta, in sù 
            e in giù, dimenando la coda per darsi delle arie. Poi cominciò 
            a sudare e pensò che gli avrebbe fatto piacere un 
            bicchiere di birra. Si guardò attorno per vedere se c'era 
            qualche monello da mandare all'osteria a prendere la 
            birra, ma monelli non se ne vedevano. C'era Cipollino 
            sulla soglia della bottega di Mastro Uvetta che tirava lo 
            spago, ma chissà com'è, da quella parte Mastino sentiva 
            un odore sospetto e decise di non dirgli nulla. 
        </p>
        <p>
            Cipollino però si era accorto che il caldo dava molta 
            noia al cane. 
        </p>
        <p>
            <q>- O io mi sbaglio -</q> pensò <q>- o qualcosa succederà. -</q> 
        </p>
        <p>
            Successe difatti che il caldo aumentava col salir del 
            sole. Il povero Mastino aveva molta sete. 
        </p>
        <p>
            <q>- Chissà cos'ho mangiato, questa mattina. Che 
            mi abbiano messo troppo sale nella zuppa? Mi sembra 
            di avere il fuoco in gola e ho la lingua pesante come se 
                fosse di cemento. -</q> 
        </p>
        <p>
            Cipollino si fece sulla porta a dare un'occhiata. 
        </p>
        <p>
            <q>- Ehi! -</q> guaì Mastino con un fil di voce. 
        </p>
        <p>
            <q>- Dice a me? -</q> 
        </p>
        <p>
  
<pb n='29' />
  
  <q>- Si, dico a voi giovanotto. Mi andreste a prendere 
  un'aranciata? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ci andrei volentieri, signor Mastino, ma giusto 
  adesso il mio padrone mi ha dato questa scarpa da risuolare 
  e non ho tempo. -</q> 
</p>
<p>
  E rientrò senz'altro nella bottega. 
</p>
<p>
  <q>- Che maleducato! -</q> brontolò il cane, maledicendo 
  la catena che gli impediva di fare senz'altro una 
  scappata all'osteria. 
</p>
<p>
  Dopo un poco, Cipollino si affacciò di nuovo. 
</p>
<p>
  <q>- Signorino -</q> mormorò Mastino. <q>- Mi porterebbe
  un bicchiere d'acqua? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Io sì che glielo porterei -</q> rispose pronto Cipollino 
  <q>- ma giusto adesso il mio padrone mi ha dato da 
  rimettere i tacchi a un paio di scarpe del signor arciprete. -</q> 
</p>
<p>
  A Cipollino dispiaceva molto di vedere il povero 
  cane patir tanto per la sete; ma gli piaceva ancora di 
  meno il mestiere del Mastino, e inoltre voleva dare 
  un'altra lezione a Pomodoro. 
</p>
<p>
  Verso le tre del pomeriggio il sole scottava tanto che 
  perfino i sassi sudavano. Il Mastino non ne poteva più. 
  Allora Cipollino riempì d'acqua una bottiglia e ci versò 
  una polverina bianca che la moglie di Mastro Uvetta 
  usava per addormentarsi la sera. Difatti, povera donna, 
  era tanto nervosa che senza quella polverina non le riusciva 
  di dormire. 
</p>
<p>
  Cipollino mise il pollice sulla bocca della bottiglia 
  e poi, portandosela alle labbra, finse di bere. 
</p>
<p>
  <q>- Ah -</q> esclamò poi lisciandosi il petto <q>- quant'è 
  fresca! -</q> 
</p>
<p>
  
<pb n='30' />
  
  Il Mastino inghiottì un litro di acquolina e per un 
  momento gli parve di star bene. 
</p>
<p>
  <q>- Signor Cipollino -</q> disse poi <q>- è buona quell'acqua? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Buona? Dica pure che è meglio del rosolio. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- E non ci sono microbi? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ma cosa dice! E' acqua purissima, distillata da 
  un professore dell'università di Barberino. -</q> 
</p>
<p>
  E così dicendo si portò di nuovo la bottiglia alla 
  bocca e finse di inghiottirne un paio di sorsate. 
</p>
<p>
  <q>- Signor Cipollino -</q> fece il Mastino <q>- com'è 
  che la bottiglia resta sempre piena? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Lei deve sapere -</q> rispose Cipollino <q>- che questo 
  è un regalo del mio povero nonno. E' una bottiglia 
  che non si vuota mai. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Me ne darebbe una sorsatina? Tanto come un 
  cucchiaio mi basterebbe. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Una sorsatina? Ma io gliene dò una mezza dozzina 
  di bottiglie! -</q> rispose Cipollino. Figuratevi la riconoscenza 
  del Mastino: non la finiva più di ringraziare 
  il ragazzo, gli leccava le ginocchia, dimenando la coda 
  come non avrebbe fatto nemmeno per le sue padrone, le 
  Contesse del Ciliegio. 
</p>
<p>
  Cipollino gli porse la bottiglia. Il cane se l'attaccò 
  alle labbra e bevve, la bevve tutta fino in fondo con una 
  sola sorsata e stava per dire: 
</p>
<p>
  <q>- E' già finita? Non mi aveva detto che era una 
  bottiglia miracolosa? -</q> 
</p>
<p>
  Ma non fece in tempo a dirlo e cadde addormentato.  
</p>
<p>
  Cipollino lo slegò dalla catena, se lo caricò sulle spalle 
  e si avviò verso il Castello. Si voltò indietro ancora
  
<pb n='31' />
  
  una volta a guardare il sor Zucchina che ripigliava possesso 
  della sua casuccia: nel finestrino, la faccia del vecchietto, 
  con la sua barba rossiccia spelacchiata, sembrava 
  il ritratto della felicità. 
</p>
<p>
  <q>- Povero Mastino! -</q> pensava Cipollino camminando 
  verso il Castello <q>- Te l'ho dovuta fare. Chissà 
  se mi ringrazierai ancora per l'acqua fresca, quando ti 
  sveglierai. -</q> 
</p>
<p>
  Il cancello del parco era aperto: Cipollino posò il 
  cane sull'erba, lo accarezzò dolcemente e disse: <q>- Salutami 
  tanto il Cavalier Pomodoro. -</q> 
</p>
<p>
  Il Mastino rispose con un mugolio felice: stava sognando 
  di nuotare in un laghetto in mezzo alle montagne, 
  un laghetto di acqua fresca e dolcissima, e nuotando 
  beveva a sazietà, diventava d'acqua lui pure, una coda 
  d'acqua, due orecchie d'acqua e quattro zampe leggere 
  come gli zampilli di una fontana. 
</p>
<p>
  <q>- Sogna in pace -</q> disse Cipollino. E tornò al 
  villaggio.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Quinto' type='capitolo'>
  <head>Il sor Mirtillo mette un campanello per i ladri </head>
  <p>
    
    <pb n='33' />
    
  Al villaggio, trovò molta gente radunata attorno 
  alla casa del sor Zucchina a discutere. A dire la verità, 
  erano tutti piuttosto spaventati. 
</p>
<p>
  - Che farà ora il Cavaliere? - si domandava il 
  professor Pero Pera con aria preoccupata. 
</p>
<p>
  - Io dico che questa storia finirà male. In fin dei 
  conti, loro sono i padroni e loro comandano, - osservò 
  la sora Zucca. La moglie di Pirro Porro le diede subito 
  ragione, afferrò il marito per i baffi come se fossero due 
  redini e fece: 
</p>
<p>
  - Arrì là! Torniamo a casa, prima che succedano 
  altri guai. -
</p>
<p>
  Anche Mastro Uvetta crollava il capo. 
</p>
<p>
  - Pomodoro è rimasto beffato due volte: ora vorrà 
  vendicarsi. - disse. 
</p>
<p>
  L'unico a non preoccuparsi era il sor Zucchina: aveva 
  cavato di tasca i più bei confetti che si fossero mai visti 
  e ne offriva a tutti per festeggiare l'avvenimento. Cipollino 
  prese un confetto, lo succhiò ben bene, poi disse: 
</p>
<p>
  - Sono anch'io del parere che Pomodoro non si 
  arrenderà tanto presto. - 
</p>
<p>
  - Ma allora... - cominciò Zucchina, sospirando.
  
<pb n='34' />
  
  Tutta la sua felicità era scomparsa come il sole quando 
  passa una nuvola. 
</p>
<p>
  - Allora, la mia idea è questa. Non c'è che una 
  cosa da fare: nascondere la casa. - 
</p>
<p>
  - Nascondere la casa? - 
</p>
<p>
  - Appunto. Se fosse un gran palazzo non lo direi 
  nemmeno, ma una casa tanto piccola non si farà fatica 
  a nasconderla. Scommetto che ci sta tutta sul carretto del 
  cenciaiolo. - 
</p>
<p>
  Fagiolino, che era il figlio del cenciaiolo, scappò subito 
  a casa e tornò di lì a poco col carretto. 
</p>
<p>
  - Qua sopra? - domandò Zucchina, preoccupato 
  che la sua casetta potesse andare in pezzi. 
</p>
<p>
  - Qua sopra ci starà benissimo - rispose Cipollino. 
</p>
<p>
  - E dove la portiamo? - domandò ancora Zucchina. 
</p>
<p>
  - Si potrebbe - propose Mastro Uvetta - si potrebbe 
  nasconderla nella mia cantina, per intanto. Poi 
  si starà a vedere. - 
</p>
<p>
  - E se Pomodoro lo viene a sapere? - 
</p>
<p>
  Tutti guardarono dalla parte del sor Pisello, che 
  passava di lì fingendo di essere in un altro posto. L'avvocato 
  arrossì e si affrettò a giurare e spergiurare: 
</p>
<p>
  - Da me Pomodoro non saprà mai nulla. Io non 
  sono una spia, sono un avvocato. - 
</p>
<p>
  - In cantina sarà umido: la casa potrebbe sciuparsi - 
  obiettò timidamente il sor Zucchina. - Perchè 
  non la nascondiamo nel bosco? 
</p>
<p>
  - E chi la custodirà? - domandò Cipollino. 
</p>
<p>
  - Io conosco un tale - disse Pero Pera - che abita
  
<pb n='35' />
  
  nel bosco, il sor Mirtillo. Si potrebbe provare ad affidargli 
  la casa. Poi si vedrà. - 
</p>
<p>
  Decisero di provare. In pochi minuti la casina fu caricata 
  sul carretto del cenciaiolo: il sor Zucchina la salutò 
  con un sospiro e andò a riposarsi di tante emozioni 
  a casa della sora Zucca, che era sua nipote. 
</p>
<p>
  Cipollino, Fagiolino e il professore si diressero verso 
  il bosco, spingendo il carretto senza nemmeno fare troppa 
  fatica: la casetta non pesava più di una gabbia per i 
  passeri. 
</p>
<p>
  Il sor Mirtillo abitava in un riccio di castagna dell'anno 
  prima: un bel riccio grosso e spinoso, dove il sor 
  Mirtillo ci stava comodissimo, lui e le sue ricchezze, che 
  consisteva in una mezza forbice, una lametta per la 
  barba arrugginita, un ago con una gugliata di cotone e 
  una crosta di formaggio. 
</p>
<p>
  Appena ebbe sentito la proposta si spaventò moltissimo. 
</p>
<p>
  L'idea di abitare in una casa così grande gli faceva 
  venire i brividi. 
</p>
<p>
  - Non accetterò mai, non è possibile. Che cosa me 
  ne faccio di un palazzo come quello? Io sto bene nel 
  mio riccio. Sapete come dice il proverbio? Sto nel mio 
  riccio e non me ne impiccio. - 
</p>
<p>
  Però quando ebbe sentito che si trattava di fare un 
  piacere al sor Zucchina, accettò senz'altro: 
</p>
<p>
  - Ho sempre avuto simpatia, per quell'ometto. 
  Una volta l'ho avvisato che un bruco gli camminava 
  sulla schiena: capirete, gli ho quasi salvato la vita. - 
</p>
<p>
  La casina fu sistemata accanto al tronco di una quercia: 
  Cipollino, Fagiolino e Pero Pera aiutarono il sor 
  Mirtillo a portarsi in casa tutte le sue ricchezze, poi lo
  
<pb n='36' />
  
  salutarono e se ne andarono, promettendogli di tornare 
  presto con buone notizie. 
</p>
<p>
  Appena rimasto solo, il sor Mirtillo cominciò ad 
  avere paura dei ladri. 
</p>
<p>
  - Adesso che ho una grande casa - si diceva -
  verranno certamente a derubarmi. Chissà, forse mi ammazzeranno 
  nel sonno credendo che io abbia chissà quali 
  tesori. - 
</p>
<p>
  Pensa e pensa, decise di mettere un campanello sulla 
  porta e sotto il campanello un cartellino sul quale scrisse, 
  in stampatello, queste parole: 
</p>
<p>
  «I signori ladri sono pregati di suonare questo campanello. 
  Saranno fatti accomodare e vedranno con i loro 
  occhi che qui non c'è niente da rubare». - 
</p>
<p>
  Una volta scritto il cartello, si sentì più tranquillo 
  e, essendo già tramontato il sole, andò a dormire. 
</p>
<p>
  Verso mezzanotte fu svegliato da una scampanellata. 
</p>
<p>
  - Chi va là? - domandò, affacciandosi al finestrino. 
</p>
<p>
  - Siamo i ladri - rispose un vocione. 
</p>
<p>
  - Vengo subito, abbiano pazienza che mi infilo la 
  vestaglia. - fece il sor Mirtillo, premuroso. 
</p>
<p>
  Si infilò la vestaglia, andò ad aprire la porta e li 
  invitò a guardare in tutta la casa. I ladri erano due giganti 
  grandi e grossi, con certe barbacce scure che facevano 
  paura. Cacciarono la testa in casa - uno per volta, 
  per non darsi delle zuccate - e si convinsero presto che 
  non c'era niente da portar via. - 
</p>
<p>
  - Avete visto, signori? Avete visto? - gongolava 
  il sor Mirtillo, fregandosi le mani. 
</p>
  
<pb n='37' />
  
    <figure>
      <head>la casetta non pesava più di una gabbia per i passeri... (pag. 35)</head>
    </figure>
  
<pb n='38' />

<p>
  - Hm hm... - grugnirono i due ladri, piuttosto 
  scontenti. 
</p>
<p>
  - Dispiace anche a me, mi credano - continuò 
  Mirtillo - Intanto, se posso favorirli in qualche cosa. 
  Vogliono farsi la barba? Ho una lametta, qui. Un po' 
  vecchia, si capisce: è un'eredità del mio bisnonno. Ma 
  credo che tagli ancora. - 
</p>
<p>
  I due ladri accettarono. Si tagliarono alla meglio la 
  barba con la lametta arrugginita e se ne andarono con 
  molti ringraziamenti. In fondo, erano due brave persone: 
  chissà perchè facevano il ladro di mestiere! 
</p>
<p>
  Il sor Mirtillo tornò a letto e si riaddormentò. 
</p>
<p>
  Verso le due di notte fu svegliato da una seconda 
  scampanellata. C'erano altri due ladri; e lui li fece 
  entrare, a turno, si capisce, per non sfondare la casa. 
  Questi non avevano la barba, però uno di loro aveva 
  perso tutti i bottoni della giacca: il sor Mirtillo gli regalò 
  l'ago e il filo e gli raccomandò di guardare sempre 
  per terra, quando andava in giro. 
</p>
<p>
  - Sapete, a guardare in terra si trovano tanti bottoni. - spiegò. 
</p>
<p>
  E anche quei ladri se ne andarono per i fatti loro. 
</p>
<p>
  Così ogni notte il sor Mirtillo era svegliato dai ladri, 
  che suonavano il campanello, gli facevano una visita e 
  se ne andavano senza bottino ma contenti di aver conosciuto 
  una persona così per bene e gentile. 
</p>
<p>
La casa del sor Zucchina era dunque in buone mani: 
noi ve la lasciamo e andiamo a vedere che cosa succede 
dalle altre parti.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Sesto' type='capitolo'>
  <head>Il barone Melarancia ha dei guai con la sua pancia, e il duchino Mandarino minaccia di saltare dall'armadio</head>
<div type='sezione'>
<p>
  
<pb n='39' />
  
  È tempo ormai che diamo un'occhiata al Castello 
  delle Contesse del Ciliegio, le quali, come avrete già capito, 
  erano le padrone di tutto il villaggio, delle case, 
  della terra, della chiesa e del campanile. 
</p>
<p>
  Il giorno che Cipollino fece trasportare nel bosco la 
  casa del sor Zucchina, al castello c'era una gran confusione, 
  perchè erano arrivati i parenti. 
</p>
<p>
  Ne erano arrivati esattamente due: il barone Melarancia 
  e il duchino Mandarino. Il barone Melarancia era 
  cugino del povero marito di donna Prima. Il Duchino 
  Mandarino, invece, era cugino del povero marito di 
  Donna Seconda. Il barone Melarancia aveva una pancia 
  fuori del comune: cosa logica, del resto, perchè non faceva 
  altro che mangiare dalla mattina alla sera e dalla sera 
  alla mattina, prendendosi giusto un'oretta per fare un pisolino. 
</p>
<p>
  Quando era giovane, il barone Melarancia dormiva 
  tutta la notte per digerire quello che aveva mangiato di 
  giorno, ma poi si era detto: 
</p>
<p>
  - Dormire è tutto tempo perso: mentre dormo, infatti, 
  non posso mangiare. - 
</p>
<p>
  E così aveva deciso di mangiare anche di notte e di
  
<pb n='40' />
  
  ridurre a un'ora il tempo destinato alla digestione. Da 
  tutti i suoi possedimenti, che erano molti e sparsi in tutta 
  la provincia, partivano continuamente delle carovane cariche 
  di cibarie di ogni genere per saziare la sua fame. I 
  poveri contadini non sapevano più cosa mandargli: 
  uova, polli, maiali, buoi, mucche, conigli, frutta, verdura, 
  pane, biscotti, torte, il barone mangiava tutto 
  quanto in un momento. Aveva due servitori incaricati di 
  ficcargli in bocca tutto quello che arrivava, e altri due 
  che davano il cambio ai primi quando erano stanchi. 
</p>
<p>
  Alla fine i contadini gli mandarono a dire che non 
  c'era più niente da mangiare. 
</p>
<p>
  - Mandatemi gli alberi? - ordinò il barone. 
</p>
<p>
  I contadini gli mandarono gli alberi, e lui mangiò 
  anche quelli, con le foglie e le radici, intingendoli nell'olio 
  e nel sale. 
</p>
<p>
  Quando ebbe finito anche gli alberi, cominciò a vendere 
  le sue terre e con il ricavato comprava altra roba 
  da mangiare. Quando ebbe venduto le terre e fu diventato 
  povero in canna, scrisse una lettera alla Contessa 
  Donna Prima e si fece invitare al Castello. 
</p>
<p>
  Donna Seconda, a dire la verità, non era tanto contenta: 
</p>
<p>
  - Il barone, con la sua fame, darà fondo alle nostre 
  ricchezze: si mangerà il nostro castello come se fosse 
  un piatto di pasta asciutta. - 
</p>
<p>
  Donna Prima cominciò a piangere: 
</p>
<p>
  - Tu non vuoi ricevere i miei parenti. Povero baroncino, 
  tu non gli vuoi bene. - 
</p>
<p>
- D'accordo - disse allora Donna Seconda - invita 
pure il barone. Io inviterò il duchino Mandarino, 
cugino del mio povero marito. - 
</p>
<p>
  
<pb n='41' />
  
  - Invitalo pure - rispose sprezzante Donna Prima 
  - quello non mangia nemmeno quanto un pulcino. 
  Il tuo povero marito, pace al suo nocciolo, aveva dei 
  parenti piccoli e magri, che quasi non si vedevano a occhio 
  nudo. Il mio povero marito invece, pace al suo nocciolone, 
  aveva dei parenti grandi e grossi, visibili a 
  grande distanza. - 
</p>
<p>
  Il barone Melarancia era davvero visibile a grande 
  distanza: a distanza di un chilometro si poteva scambiarlo 
  per una collina. 
</p>
<p>
  Si dovette subito provvedere per un aiutante che lo 
  aiutasse a portare la pancia, perchè da solo non ce la 
  faceva più. Pomodoro mandò a chiamare il cenciaiolo 
  del paese, ossia Fagiolone, perchè portasse il suo carretto. 
  Fagiolone non trovò il carretto, perchè lo aveva 
  preso suo figlio Fagiolino, come sapete, e così si portò 
  dietro una carriola a mano, di quelle che adoperano i 
  muratori per portare la calcina. 
</p>
<p>
  Pomodoro diede una mano al barone a sistemare la 
  sua pancia dentro la carriola, poi gridò: 
</p>
<p>
  - Arrì, là! - 
</p>
<p>
  Fagiolone afferrò i manici della carriola e tirò con 
  tutte le sue forze, ma non la spostò di un centimetro. 
</p>
<p>
  Furono chiamati altri due servitori e tutti insieme 
  riuscirono a far fare al barone una passeggiatina nei 
  viali del Castello. Da principio non stavano attenti ai 
  sassi: la ruota della carriola andava a cercare i sassi più 
  grossi e puntuti del viale, come se lo facesse apposta, e il 
  povero barone riceveva nella pancia certi colpi che lo facevano 
  sudare. 
</p>
<p>
  - State attenti ai sassi! - si raccomandava giungendo 
  le mani. 
</p>
<p>
  
<pb n='42' />
  
  Fagiolone e i due servitori stavano attenti ai sassi e 
  la carriola andava a finire nelle buche. 
</p>
<p>
  - State attenti alle buche, per l'amor del cielo! -
  supplicava il barone. 
</p>
<p>
  Mentre lo portavano a spasso, però, non dimenticava 
  la sua occupazione preferita e sgranocchiava un 
  tacchino arrosto che sua cugina Donna Prima gli aveva 
  fatto preparare come antipasto. 
</p>
<p>
  Anche il Duchino Mandarino diede un bel daffare 
  al Castello. 
</p>
<p>
  La povera Fragoletta - la cameriera di Donna Seconda - 
  non finiva mai di stirargli le camice. Quando 
  gliele riportava, il Duchino torceva il naso, si metteva 
  a piangere e balzava in cima all'armadio gridando: 
</p>
<p>
  - Aiuto! Aiuto! - 
</p>
<p>
  Accorreva Donna Seconda con le mani nei capelli: 
</p>
<p>
  - Mandarino, che cosa ti fanno? - 
</p>
<p>
  - Non mi stirano bene le camice, ed io voglio
  morire! - 
</p>
<p>
  Per convincerlo a restare in vita Donna Seconda gli
  regalò tutte le camice di seta del suo povero marito. 
</p>
<p>
  Il duchino Mandarino saltò giù dall'armadio e cominciò 
  a provarsi le camice. 
</p>
<p>
  Dopo un poco, lo si sentì nuovamente gridare: 
</p>
<p>
  - Aiuto! Aiuto! - 
</p>
<p>
  Donna Seconda accorse con il batticuore: 
</p>
<p>
  - Cugino Mandarino, che cosa ti fanno? - 
</p>
<p>
  - Ho perso il bottone del colletto e non voglio più 
  stare al mondo! - 
</p>
<p>
  Questa volta si era arrampicato in cima allo specchio 
  e minacciava di buttarsi a capofitto sul pavimento.  
</p>
<p>
  Per farlo chetare Donna Seconda gli regalò tutti i
  
<pb n='43' />
  
  bottoni del suo povero marito, che erano d'oro, d'argento 
  e di pietre preziose. 
</p>
<p>
  Prima di sera Donna Seconda non aveva più gioielli
  e il duchino Mandarino aveva ammassato parecchi 
  bauli di roba e si fregava le mani soddisfatto. 
</p>
<p>
  Le contesse cominciavano ad essere molto preoccupate 
  per quei loro parenti così voraci, e sfogavano la 
  loro irritazione sul povero Ciliegino, il loro nipotino 
  orfano di padre e di madre. 
</p>
<p>
  - Mangiapane a tradimento! - lo sgridava Donna 
  Prima - Vai subito a fare i compiti. - 
</p>
<p>
  - Li ho già fatti. - 
</p>
<p>
  - Fanne degli altri! - ordinava severamente Donna 
  Seconda. 
</p>
<p>
  Ciliegino, ubbidiente, andava a fare degli altri compiti: 
  ogni giorno ne faceva dei quaderni intieri, in una 
  settimana ne faceva una montagna di quaderni. 
</p>
<p>
  Quel giorno, le Contesse non finivano mai di fargli 
  fare dei nuovi compiti. 
</p>
<p>
  - Che cosa fai in giro, bighellone? - 
</p>
<p>
  - Vorrei fare una passeggiata nel parco. - 
</p>
<p>
  - Nel parco ci passeggia il barone Melarancia, 
  non c'è posto per i fannulloni come te. Va subito a studiare 
  la lezione. - 
</p>
<p>
  - L'ho già studiata. - 
</p>
<p>
  - Studiane un'altra. - 
</p>
<p>
  Ciliegino, ubbidiente, andò a studiare un'altra lezione: 
  ogni giorno ne studiava centinaia e centinaia. 
  Aveva già letto tutti i libri della Biblioteca del Castello. 
</p>
<p>
  Quando lo vedevano con in mano un libro, però, le 
  Contesse lo sgridavano severamente: 
</p>
<p>
  
<pb n='44' />
  
  - Posa quei libri, monellaccio. Non vedi che li consumi? - 
</p>
<p>
  - Ma come posso studiare le lezioni senza toccare 
  i libri? - 
</p>
<p>
  - Studiale a memoria. - 
</p>
<p>
  Ciliegino si chiudeva in camera sua e studiava, studiava, 
  studiava. Sempre senza libri, si capisce. Aveva 
  tutto in testa e continuava a pensare nuove cose. A pensare 
  gli veniva il mal di testa e le contesse lo sgridavano: 
</p>
<p>
  - Sei sempre ammalato perchè pensi troppo. Non 
  pensare e ci farai risparmiare i soldi delle medicine. - 
</p>
<p>
  Insomma, tutto quello che faceva Ciliegino, per le 
  Contesse era malfatto. 
</p>
<p>
  Ciliegino non sapeva da che parte voltarsi per non 
  prendersi dei rabbuffi e si sentiva veramente infelice. 
</p>
<p>
  In tutto il Castello, aveva un solo amico, ed era Fragoletta, 
  la servetta di Donna Seconda. Fragoletta aveva 
  compassione di quel povero piccolo ragazzo con gli occhiali, 
  a cui nessuno voleva bene: era gentile con lui e 
  e di sera, quando andava a letto, gli portava qualche 
  pezzo di dolce. 
</p>
<p>
  Ma quella sera, a tavola, il dolce se lo mangiò il 
  barone Melarancia. 
</p>
<p>
  Il duchino Mandarino ne voleva un pezzo anche 
  lui. Per farselo dare saltò in cima alla credenza e cominciò 
  a strillare: 
</p>
<p>
  - Aiuto! Aiuto! Tenetemi, se no mi butto! - 
</p>
<p>
  Ma ebbe un bello strillare: il barone si mandò giù
  tutto il dolce senza dargli retta. 
</p>
<p>
  Donna Seconda, in ginocchio davanti alla credenza,
  pregava il suo cuginetto di non ammazzarsi. Per convincerlo
  
<pb n='45' />
  
    <figure>
      <head>- Non mi stirano bene le camice, ed io voglio morire!... (pag. 42)</head>
    </figure>
  
<pb n='46' />
  
  a scendere a terra gli doveva promettere qualcosa, 
  ma non aveva più niente. 
</p>
<p>
Finalmente, quando capì che non c'era più niente da 
prendere, il duchino Mandarino si rassegnò e calò a terra, 
aiutato da Pomodoro che sudava sette camice. 
</p>
<p>
Proprio in quel momento Pomodoro fu avvertito 
che la casa del sor Zucchina era scomparsa. Il Cavaliere 
non ci pensò sù due volte; mandò un messaggio al Governatore 
e gli chiese in prestito una ventina di poliziotti, 
ossia di Limoncini. 
</p>
</div>
<div type='sezione'>
<p>
  I Limoncini arrivarono il giorno dopo e fecero piazza 
  pulita. Questo vuol dire che fecero il giro del paese e 
  arrestarono tutti quelli che trovarono. 
</p>
<p>
  Arrestarono Mastro Uvetta, naturalmente. Il ciabattino 
  prese una lesina per grattarsi la testa e li seguì 
  brontolando. I Limoncini gli sequestrarono la lesina. 
</p>
<p>
  - Non potete portare armi con voi - dissero severamente 
  a Mastro Uvetta. 
</p>
<p>
  - E io con che cosa mi gratto? - 
</p>
<p>
  - Quando vi volete grattare, avvisate il comandante 
  e ci penserà lui. - 
</p>
<p>
  Così Mastro Uvetta, quando aveva bisogno di grattarsi 
  la testa per riflettere, avvisava il comandante dei Limoncini 
  e subito un Limoncino gli grattava la testa con 
  la sciabola. 
</p>
<p>
  Anche il professor Pero Pera fu arrestato: gli lasciarono 
  prendere solo il violino e una candela. 
</p>
<p>
  - Che cosa ne volete fare della candela? - 
</p>
<p>
  - Mia moglie me l'ha messa in tasca, perchè dice 
  che le prigioni del castello sono molto scure. - 
</p>
<p>
  
<pb n='47' />
  
  Insomma, furono arrestati tutti gli abitanti del villaggio, 
  eccetto il sor Pisello, perchè era un avvocato, e 
  Pirro Porro, perchè non lo trovarono. 
</p>
<p>
  Pirro Porro non si era mica nascosto, anzi: se ne 
  stava tranquillo tranquillo sul balcone, con i baffi tirati 
  come due corde, e sui baffi il bucato steso ad asciugare. 
  Le guardie lo scambiarono per un palo e non gli badarono. 
</p>
<p>
  Zucchina seguì i Limoncini sospirando secondo il 
  suo solito. 
</p>
<p>
  - Perchè sospirate tanto? - gli domandò severamente 
  il comandante. 
</p>
<p>
  - Perchè ho tanti sospiri. Ho lavorato tutta la vita 
  e ogni giorno mettevo da parte un sospiro: adesso ne 
  ho migliaia e migliaia e bisogna pure che li adoperi. - 
</p>
<p>
  Fra le donne, fu arrestata solamente la sora Zucca 
  e siccome essa si rifiutava di camminare, le guardie la rovesciarono 
  e la fecero rotolare fin sulla porta della prigione. 
  Era così rotonda. 
</p>
<p>
  Siccome erano molto furbi, i Limoncini non arrestarono 
  nemmeno Cipollino, che se ne stava tranquillamente 
  seduto su un muricciolo a vederli passare, in 
  compagnia di una bambina che si chiamava Ravanella. 
</p>
<p>
  I Limoncini domandarono proprio a loro se avessero 
  visto da quelle parti un pericoloso sovversivo di 
  nome Cipollino. 
</p>
<p>
  Essi risposero che l'avevano visto nascondersi sotto 
  il berretto del comandante e scapparono sghignazzando. 
</p>
<p>
Quel giorno stesso, però, andarono a fare un giro 
d'ispezione al Castello. Cipollino aveva deciso che si 
dovevano liberare i prigionieri e Ravanella naturalmente 
era stata subito d'accordo. 
</p>
</div>
</div>
  
<div n='Capitolo Settimo' type='capitolo'>
  <head>Dove Ciliegino non tiene conto dei cartelli di Don Prezzemolo</head>
<p>
  
<pb n='49' />
  
  Il Castello era un po' in cima alla collina ed era circondato 
  da un immenso parco. C'era un cartello che da 
  una parte diceva: vietato l'ingresso - e dall'altra parte 
  diceva invece: vietata l'uscita. 
</p>
<p> 
  Una parte era destinata ai ragazzi del villaggio, perchè 
  non gli venisse la tentazione di scavalcare l'inferriata 
  per andare a giocare sotto gli alberi del parco; l'altra era 
  per Ciliegino, perchè non gli venisse la tentazione di 
  andarsene a fare quattro passi nel villaggio. 
</p>
<p>
  Ciliegino passeggiava tutto soletto lungo un viale, 
  stando bene attendo a non calpestare le aiuole e a non 
  rovinare i fiori. Difatti il suo precettore, Don Prezzemolo, 
  aveva fatto mettere dappertutto dei cartelli, su 
  cui c'era scritto quello che Ciliegino poteva fare e quello 
  che non poteva fare. 
</p>
<p>
  Per esempio, vicino alla vasca dei pesci rossi c'era 
  questo cartello: - E' vietato a Ciliegino mettere le 
  mani nella vasca. - 
</p>
<p>
  E c'era anche quest'altro: 
</p>
<p>
  «E' vietato ai pesci rivolgere la parola a Ciliegino.» 
</p>
<p>
  In mezzo alle aiuole fiorite c'erano cartelli come 
  questo: 
</p>
<p>
  
<pb n='50' />
  
  «Ciliegino non deve toccare i fiori, altrimenti resterà 
  senza frutta». 
</p>
<p>
  Oppure come questo: 
</p>
<p>
  «Guai a Ciliegino se calpesta l'erba: dovrà scrivere 
  duemila volte - io sono un ragazzo bene educato». 
</p>
<p>
  Questi cartelli erano un'idea di Don Prezzemolo, 
  che non era un prete, ma il precettore di Ciliegino. 
</p>
<p>
  Il nostro visconte aveva chiesto alle nobili zie il permesso 
  di andare alla scuola del villaggio, insieme a tutti 
  i ragazzi che vedeva andare e tornare dalla scuola, agitando 
  gloriosamente le cartelle come bandiere. Ma Donna 
  Prima era inorridita: 
</p>
<p>
  - Un Conte del Ciliegio nello stesso banco di un
  contadino! Giammai. - 
</p>
<p>
  E Donna Seconda aveva ribadito: 
</p>
<p>
  - I pantaloni di un conte del Ciliegio sul legno di 
  un volgare banco di scuola: non sarà mai. - 
</p>
<p>
  Così era stato preso un maestro privato, appunto 
  Don Prezzemolo, chiamato così perchè saltava sempre 
  fuori da tutte le parti. Per esempio, se Ciliegino, mentre, 
  faceva il compito, osservava una mosca che era entrata 
  in una macchia d'inchiostro e voleva imparare a scrivere, 
  saltava fuori da chissà dove Don Prezzemolo, si 
  soffiava il naso in un fazzolettone a quadri rossi e azzurri 
  e cominciava: 
</p>
<p>
  - Guai a quei ragazzi che guardano le mosche! Si 
  comincia sempre così. Poi una mosca tira l'altra, si comincia 
  a guardare anche il ragno, poi il gatto, poi tutti 
  gli altri animali e ci si dimentica di studiare la lezione. 
  Chi non studia la lezione non può diventare un bravo 
  bambino. Chi non diventa un bravo bambino non diventa 
  
<pb n='51' />
  
  un brav'uomo. E chi non è un brav'uomo va in 
  prigione. Ciliegino, se non vuoi finire in prigione, smettila 
  di guardare quella mosca. -  
</p>
<p>
  Un'altra volta, se Ciliegino apriva il suo albo con 
  il proposito di disegnare qualche bella figura, saltava 
  fuori chissà da dove Don Prezzemolo, si soffiava il naso 
  e cominciava: 
</p>
<p> 
  - Guai a quei ragazzi che perdono il tempo a disegnare 
  le belle figure. Che cosa potranno diventare da 
  grandi? Al più al più degli imbianchini, cioè persone 
  sudice e malvestite che girano giorno e notte a insudiciare 
  i muri e perciò finiscono in prigione come si meritano. 
  Ciliegino, vuoi tu finire in prigione? - 
</p>
<p>
  Per paura della prigione, Ciliegino non sapeva a che 
  santo votarsi. 
</p>
<p>
  Per fortuna qualche volta Don Prezzemolo non poteva 
  saltar fuori da nessuna parte, perchè era andato a 
  fare un pisolino o perchè indugiava a tavola davanti
  alla bottiglia della grappa. In quei pochi istanti Ciliegino 
  era finalmente libero. Don Prezzemolo però se 
  n'era accorto, ed ecco perchè aveva fatto mettere tutti 
  quei cartelli: con questo sistema, poteva dormire una 
  oretta di più, sicuro che intanto il suo pupillo non perdeva 
  tempo e, passeggiando per il parco, imparava utili 
  lezioni. 
</p>
<p>
  Ma Ciliegino, quando passava vicino ai cartelli, si 
  toglieva gli occhiali, così non vedeva quel che c'era scritto 
  e poteva continuare tranquillamente a pensare ai casi 
  suoi. 
</p>
<p>
  Mentre dunque Ciliegino passeggiava nel parco, sentì 
  una vocetta che lo chiamava: 
</p>
<p>
  
<pb n='52' />
  
  - Signor Visconte! Signor Visconte! - 
</p>
<p>
  Si voltò e vide un ragazzo della sua età, piuttosto 
  malvestito ma dal viso intelligente e simpatico, ed una 
  ragazzina di forse dieci anni, coi capelli raccolti in un 
  codino che le stava sempre in piedi sulla testa come la 
  coda di un gatto. 
</p>
<p>
  Ciliegino si inchinò educatamente e disse: 
</p>
<p>
  - Buongiorno, signori. Io non ho l'onore di conoscerli, 
  ma farei volentieri la loro conoscenza. - 
</p>
<p>
  - Allora perchè non viene più vicino? - 
</p>
<p>
  - Non posso. Il cartello mi vieta di parlare con i 
  ragazzi del villaggio. - 
</p>
<p>
  - Ma noi siamo ragazzi del villaggio, e lei ci sta 
  già parlando. - 
</p>
<p>
  - Quand'è così, vengo subito. - 
</p>
<p>
  Ciliegino era timido e bene educato, ma nei momenti 
  decisivi sapeva prendere decisioni eroiche. Entrò decisamente 
  nell'erba, calpestandola con tutta la forza delle 
  sue gambe e si avvicinò all'inferriata. 
</p>
<p>
  - Io mi chiamo Ravanella - si presentò la bambina 
  - E questo è Cipollino. - 
</p>
<p>
  - Molto piacere, signorina. Molto piacere, signor 
  Cipollino. Ho già sentito parlare di lei. - 
</p>
<p>
  - E da chi, di grazia? - 
</p>
<p>
  - Dal cavalier Pomodoro. - 
</p>
<p>	
  - Allora non ne avrà certamente detto bene. - 
</p>
<p>
  - No, certamente. Appunto per questo mi sono figurato 
  che lei doveva essere una simpaticissima persona. 
  E vedo che non mi sono sbagliato. - 
</p>
<p>
  Cipollino sorrise: 
</p>
<p>
  - Benissimo. Allora perchè ci stiamo facendo tanti
  
<pb n='53' />
  salamelecchi e ci parliamo col lei come se fossimo dei 
  vecchi gentiluomini di corte? Diamoci del tu. - 
</p>
<p>
  Ciliegino si ricordò improvvisamente di un cartello 
  che stava sulla porta della cucina, e dove Don Prezzemolo 
  aveva fatto scrivere «Non si deve dar del tu a 
  nessuno», perchè aveva sorpreso Ciliegino e Fragoletta 
  che conversavano amichevolmente. Tuttavia decise di 
  passar sopra anche a quel cartello, com'era passato sopra 
  all'erba e rispose: 
</p>
<p>
  - D'accordo. Diamoci del tu. - 
</p>
<p>
  Ravanella era raggiante. 
</p>
<p>
  - Che cosa ti avevo detto, Cipollino? Il visconte 
  è un ragazzo molto simpatico. - 
</p>
<p>
  - La ringrazio, signorina - disse Ciliegino inchinandosi. 
  Poi arrossì e disse soltanto: - Grazie, Ravanella. - 
</p>
<p>
  Risero tutti e tre allegramente. Sulle prime Ciliegino 
  rideva appena appena con un angolo della bocca, ricordandosi 
  di un cartello di Don Prezzemolo che gli 
  proibiva di ridere se voleva diventare un ragazzo serio. 
  Ma poi, vedendo Cipollino e Ravanella ridere senza ritegno, 
  si lasciò andare e rise di cuore. 
</p>
<p>
  Una risata così lunga e così allegra, al Castello non 
  si era mai sentita. Le nobili Contesse, in quel momento, 
  sedevano nella veranda a bere il te. 
</p>
<p>
  Donna Prima udì la risata ed osservò: 
</p>
<p>
  - Sento uno strano rumore. - 
</p>
<p>
  Donna Seconda accennò col capo: 
</p>
<p>
  - Lo sento anch'io. Dev'essere la pioggia. - 
</p>
<p>
  - Ti faccio notare che non piove affatto - disse 
  Donna Prima, con aria sentenziosa. 
</p>
<p>
  
<pb n='54' />
  
  - Se non piove, pioverà, - ribattè Donna Seconda 
  con decisione, alzando il capo per trovare conferma 
  nel cielo. Il cielo però era limpido come se fosse stato 
  scopato e lavato dalla nettezza urbana cinque minuti 
  primi: non si vedeva una nuvola a pagarla a peso d'oro. 
</p>
<p>
  - Io dico che è la fontana - ricominciò Donna 
  Prima. 
</p>
<p>
  - La fontana non può essere: è rotta e non da 
  acqua. - 
</p>
<p>
  - Si vede che il giardiniere l'ha riparata. - 
</p>
<p>
  Ma il giardiniere non si era nemmeno accorto che la
  fontana era rotta. 
</p>
<p>
  Anche Pomodoro aveva sentito quello strano rumore, 
  e non era per niente tranquillo. 
</p>
<p>
  - Nelle prigioni del castello - pensava - ci sono 
  molti prigionieri. Bisogna vigilare, se non si vogliono 
  avere sorprese. - 
</p>
<p>
  Decise di fare un giretto d'ispezione nel parco e dietro 
  il Castello, dove passava la strada del villaggio, scoprì 
  i tre ragazzi in allegra conversazione. 
</p>
<p>
  Se il cielo si fosse aperto, e gli angeli fossero rotolati 
  giù l'uno sull'altro la sorpresa di Pomodoro non sarebbe 
  stata maggiore. Ciliegino che calpestava l'erba! 
  Ciliegino che parlava amichevolmente con due straccioni! 
</p>
<p>
  In uno di quei due straccioni, poi, Pomodoro ravvisò 
  subito il monello che lo aveva fatto piangere abbondantemente. 
  Montò in furore e diventò così rosso 
  che se fossero passati di lì i pompieri avrebbe creduto 
  che fosse scoppiato un incendio. 
</p>
<p>
- Signor Visconte! - chiamò con voce terribile. 
</p>
<p>
  
<pb n='55' />
  
  Ciliegino si volse, impallidì, si strinse all'inferriata. 
</p>
<p>
  - Amici - bisbigliò - scappate via, prima che 
  Pomodoro possa farvi del male. A me non oserà far 
  nulla. Arrivederci. - 
</p>
<p>
  Cipollino e Ravanella scapparono a gambe levate 
  inseguiti dalle urla del cavaliere. 
</p>
<p>
  - Per questa volta - osservò Ravanella - la nostra 
  spedizione non è riuscita. - 
</p>
<p>
  Ma Cipollino sorrise: - Chi te l'ha detto? Abbiamo 
  conquistato un amico, e questo non è poco. - 
</p>
<p>
  Il loro nuovo amico, intanto, si preparava a sorbirsi 
  le lavate di capo di Pomodoro, di don Prezzemolo, 
  di Donna Prima, di Donna Seconda, del barone Melarancia 
  e del duchino Mandarino: i due illustri parenti, 
  infatti, avevano ben presto scoperto che per far piacere 
  alle contesse bastava tormentare Ciliegino, e non ne perdevano 
  l'occasione. 
</p>
<p>
  Stavolta, però, sentiva un nodo alla gola. Non gli 
  importava nulla delle sgridate, dei rimproveri e dei castighi. 
  Non gli importava nulla degli strilli delle Contesse, 
  delle prediche di don Prezzemolo e dei sarcasmi 
  del duchino Mandarino. E tuttavia si sentiva molto infelice. 
  Per la prima volta aveva trovato due amici, per 
  la prima volta in vita sua aveva riso di cuore, ed ecco 
  che doveva perdere tutto di nuovo: Cipollino e Ravanella 
  erano scappati giù per la collina e forse non li 
  avrebbe più rivisti. Quanto avrebbe dato per essere al 
  loro posto! Quanto avrebbe dato per essere con loro, là 
  fuori, dove non c'erano cartelli, dove si potevano calpestare 
  i prati e cogliere i fiori! 
</p>
<p>
  
<pb n='56' />
  
  Per la prima volta nel cuore di Ciliegino c'era quella 
  cosa strana e terribile che si chiama dolore. Era una cosa 
  troppo grande per lui, e Ciliegino sentì che non l'avrebbe 
  potuta sopportare. Si gettò a terra e cominciò a singhiozzare 
  disperatamente. 
</p>
<p>
  Pomodoro lo raccolse, se lo mise sotto il braccio come 
  un fagottello, e si incamminò su per il viale. 
</p>
</div>
<div n='Capitolo Ottavo' type='capitolo'>
  <head>Il dottor Marrone viene cacciato dal Castello</head>
<p>
    
<pb n='57' />

  Ciliegino continuò a piangere tutta la sera. Il duchino 
  Mandarino lo scherniva crudelmente: 
</p>
<p>
  - Il nostro Ciliegino si consumerà tutto in lagrime - 
  diceva - ne resterà solamente il nocciolo. 
</p>
<p>
  Il barone Melarancia, come certi grassi molto grassi,
  aveva qualche cosa di dolce in fondo al cuore. Per consolare 
  Ciliegino gli offrì addirittura un pezzetto della
  sua parte di torta. Mica tanto, però: un cucchiaino, ecco.
  Ma conoscendo il vizio del barone, quella generosità non
  era da disprezzare. 
</p>
<p>
  Le contesse invece erano inviperite: 
</p>
<p>
  - Nostro nipote doveva scegliere di suonare il piffero - 
  osservava Donna Prima. 
</p>
<p>
  - Sarebbe riuscito benissimo anche senza il piffero 
  a fare un ottimo concerto - rincarava Donna Seconda. 
</p>
<p>
  - Domani - minacciava Don Prezzemolo - domani 
  ti farò scrivere tremila volte: non devo piangere a 
  tavola perchè disturbo la digestione ai miei commensali. - 
</p>
<p>
  Quando però fu chiaro che Ciliegino non avrebbe 
  smesso di piangere, lo mandarono a letto. 
</p>
<p>
  
<pb n='58' />
  
  Fragoletta fece del suo meglio per consolare il povero 
  visconte, ma non c'era verso. La ragazza si commosse 
  tanto che cominciò a piangere pure lei. 
</p>
<p>
  - Smetti subito di piangere - ordinò Donna Prima 
  - altrimenti ti licenzio. - 
</p>
<p>
  Per farla breve, Ciliegino si ammalò gravemente. 
  Aveva un febbrone che faceva tremare il letto, e una 
  tosse che faceva tremare i vetri. 
</p>
<p>
  Nel delirio chiamava continuamente: 
</p>
<p>
  - Cipollino! Cipollino! - 
</p>
<p>
  Pomodoro fece osservare che certamente il ragazzo 
  era stato spaventato dal pericoloso delinquente che circolava 
  nella zona. 
</p>
<p>
  - Domani lo farò arrestare. - disse al malato, per 
  confortarlo. 
</p>
<p>
  - No, no, per favore! Arrestate me, gettatemi in 
  fondo alla prigione, ma non arrestate Cipollino. Cipollino 
  è buono, Cipollino è il mio unico amico. - 
</p>
<p>
  Don Prezzemolo si soffiò il naso: 
</p>
<p>
  - Il ragazzo sta delirando. Il caso è molto 
  grave. - 
</p>
<p>
  Mandarono a chiamare i medici più famosi. 
</p>
<p>
  Venne prima il dottor Fungosecco e ordinò un decotto 
  di funghi secchi. 
</p>
<p>
  Ma il decotto non fece nessun effetto. Anzi, il dottor 
  Nespolino fece osservare che i funghi erano molto 
  pericolosi per quel genere di malattia, e che sarebbe stato 
  meglio un impacco di sugo di nespole del Giappone. 
</p>
<p>
  Col sugo delle nespole del Giappone imbrattarono 
  le lenzuola, ma Ciliegino non dava segni di miglioramento. 
</p>
  
<pb n='59' />
  
    <figure>
      <head>«Ciliegino si volse, impallidì, si strinse all'inferriata...» (pag. 55)</head>
    </figure>
  
<pb n='60' />
  
<p> 
  - Secondo me - sentenziò il dottor Carciofo - 
  bisognerebbe fare una medicazione a base di carciofi 
  crudi. - 
</p>
<p>
  - Con le spine? - domandò Fragoletta spaventata. 
</p>
<p>
  - Per forza, altrimenti non fa effetto. - 
</p>
<p>
  Medicarono Ciliegino con i carciofi crudi, appena 
  colti: il povero ragazzo saltava per le punture come 
  se lo scorticassero. 
</p>
<p>
  - Vedete? - disse lietamente il dottor Carciofo 
  - Il signor Visconte manifesta una maggiore vivacità. 
  Continuate nella cura. - 
</p>
<p>
  - Tutto sbagliato - esclamò il professor Delle 
  Lattughe, inorridendo - Chi è quel somaro che ha ordinato 
  una cura di carciofi? Provate invece con la lattuga. - 
</p>
<p>
  Fragoletta mandò a chiamare in segreto il dottore 
  dei poveri, ossia il dottor Marrone, che abitava nei boschi, 
  sotto un castagno. Lo chiamavano il dottore dei 
  poveri perchè ordinava pochissime medicine, e quelle poche 
  che ordinava le pagava lui di tasca sua. 
</p>
<p>
  Quando il dottor Marrone si presentò alla porta del 
  castello, i servitori volevano mandarlo via, perchè era 
  arrivato senza carrozza. 
</p>
<p>
  - Un dottore senza carrozza - essi dicevano 
  - è un dottore senza medicina. - 
</p>
<p>
  - Ma la medicina non sta nella carrozza - fece 
  osservare pazientemente il dottor Marrone. 
</p>
<p>
  - Un dottore senza carrozza non può essere che 
  un ciarlatano. - conclusero i servitori, e volevano sbattergli 
  la porta in faccia, ma proprio in quel momento 
  passava di lì Don Prezzemolo, che come sapete si trovava 
  
<pb n='61' />
  
  sempre dappertutto e ordinò che lasciassero passare 
  il dottore. 
</p>
<p>
  Il dottor Marrone visitò il malato di sotto e di sopra, 
  gli guardò la lingua e gli occhi, gli tastò il polso, gli 
  fece qualche domanda a bassa voce poi si lavò le mani e 
  disse soltanto: 
</p>
<p>
<hi rend='italic'>
 <lg>
  <l>- O che brutta malattia</l>
  <l>essere senza compagnia. -</l>
 </lg>
</hi> 
</p>
<p>
  - Cosa volete insinuare? - domandò bruscamente 
  il Cavalier Pomodoro. 
</p>
<p>
  - Io non insinuo nulla, io dico la verità, se la volete 
  sentire. Questo ragazzo non ha nulla. Ha un po' 
  di malinconia. - 
</p>
<p>
  - Che malattia è? - domandò Donna Prima che 
  non l'aveva mai avuta. Donna Prima, infatti, aveva un 
  debole per le malattie: quando ne sentiva nominare una 
  nuova se la faceva subito venire per provarla. Del resto 
  era tanto ricca che la spesa delle medicine non le importava 
  nulla. 
</p>
<p>
  - Non è una malattia, signora Contessa. E' una 
  tristezza. Il ragazzo ha bisogno di compagnia. Perchè 
  non lo mandate a giocare qualche volta con gli altri ragazzi. - 
</p>
<p>
  Non l'avesse mai detto: si levò un coro di proteste. 
  Il povero dottore fu coperto di insulti. 
</p>
<p>
  - Se ne vada - ordinò Pomodoro - se ne vada 
  prima che io la faccia cacciar fuori dai miei servi. - 
</p>
<p>
  - E si vergogni - aggiunse Donna Seconda - si 
  vergogni di avere abusato della nostra fiducia. Lei si è 
  introdotto nella nostra casa con l'inganno. Se io volessi
  
<pb n='62' />
  
  potrei farla denunciare per violazione di domicilio: non
  è vero avvocato? - 
</p>
<p>
  E si volse a chiedere il parere del sor Pisello, che
  quando c'era bisogno di un suo parere era sempre presente. 
</p>
<p>
  - Certamente, signora Contessa. - 
</p>
<p>
  E tratto il suo taccuino segnò subito, nel conto delle
  Contesse Del Ciliegio: «Parere circa la denuncia del
  dottor Marrone per violazione di domicilio, lire diecimila». 
</p>
<p>
  Avendo così guadagnato la sua giornata, si affrettò
  a togliere l'incomodo.
  </p>
  </div>
<div n='Capitolo Nono' type='capitolo'>
  <head>Il Generale in capo dei Topi costretto a battere in ritirata</head>
<div type='sezione'>  
<p>
  
<pb n='63' />
  
  Sarete certamente curiosi di avere notizie dei prigionieri, 
  ossia del sor Zucchina, del professor Pero Pera, 
  di Mastro Uvetta, della sora Zucca e degli altri abitanti 
  del villaggio che Pomodoro aveva fatti arrestare e gettare 
  nei sotterranei del Castello. 
</p>
<p>
  Per fortuna Pero Pera aveva portato un pezzetto di 
  candela, perchè i sotterranei erano scuri scuri e pieni di 
  topi. Per tenere lontani i topi il professore cominciò a 
  suonare il violino: i topi non amano la musica e scappavano 
  via maledicendo quel dannato strumento che 
  impediva loro di avvicinarsi. 
</p>
<p>
  A lungo andare però, anche Mastro Uvetta fu stufo 
  di quella musica: Pero Pera era di temperamento malinconico 
  e suonava solamente canzoni malinconiche, 
  che facevano venir voglia di piangere. 
</p>
<p>
  Così pregarono il professore di stare zitto. 
</p>
<p>
  I topi, potete figurarvi, appena tornato il silenzio 
  marciarono all'attacco su tre colonne. Il Capo-topo ordinò 
  la manovra: 
</p>
<p>
  - La prima colonna convergerà da sinistra sulla 
  candela e se ne impadronirà. Ma guai a voi se la rovinate: 
  i denti per il primo ce li devo mettere io che sono 
  il generale. La seconda colonna marcerà sul violino: è
  
<pb n='64' />
  
  fatto con una mezza pera butirrosa e dev'essere squisito. 
  La terza colonna avanzerà frontalmente e avrà il compito 
  di distrarre il nemico. - 
</p>
<p>
  I capitani delle tre colonne spiegarono il loro compito 
  ai singoli topi di fanteria. Il Capo-topo prese posto 
  su un carro armato, ossia su una vecchia tegola sbrecciata, 
  adagiata sulla pancia di un topone che altri dieci 
  topi tiravano per la coda. I trombettieri suonarono la carica 
  e in pochi minuti la battaglia era decisa: Pero Pera 
  riuscì a salvare il violino, sollevandolo al di sopra della 
  mischia: ma la candela sparì come se le avessero soffiato 
  sopra e i nostri amici rimasero al buio. 
</p>
<p>
  Sparì anche qualche altra cosa, ma non è ancora il 
  momento di dirlo. 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina non si dava pace: 
</p>
<p>
  - Tutto per colpa mia! - 
</p>
<p>
  - E perchè mai sarebbe colpa vostra? - borbottò 
  Mastro Uvetta. 
</p>
<p>
  - Se io non mi fossi intestardito ad avere quella 
  casa, non saremmo nei guai. - 
</p>
<p>
  - Ma state un po' zitto - esclamò la sora Zucca
  - Non siete mica voi che ci avete messo in prigione. - 
</p>
<p>
  - Io sono vecchio, che cosa me ne faccio di una casa? - 
  continuava Zucchina - Posso andare ad abitare 
  sotto una panchina ai giardini pubblici, là non darò 
  fastidio a nessuno. Amici, per favore, chiamate le guardie 
  e dite loro che regalerò la casina a Pomodoro e gli dirò 
  anche dove può andarla a prendere. - 
</p>
<p>
  - Tu non gli dirai un bel niente - sbottò Mastro 
  Uvetta. 
</p>
<p>
  Il professor Pero Pera pizzicò tristemente una corda 
  del suo violino: 
</p>
<p>
  
<pb n='65' />
  
  - Si metterebbe nei pasticci anche il sor Mirtillo. - 
</p>
<p>
  - SST! - fece la sora Zucca - non fate nomi. 
  Qui anche i muri hanno orecchie. - 
</p>
<p>
  Si guardarono in giro, spaventati, ma senza la candela 
  era così buio che non poterono vedere se la prigione 
  avesse davvero le orecchie. 
</p>
<p>
  E invece ce le aveva. Ne aveva uno solo, per la verità: 
  un orecchio rotondo, dal quale partiva un canale, 
  una specie di telefono segreto, che portava tutte le parole 
  che si dicevano in cella dritto dritto nella camera del 
  cavalier Pomodoro. Per fortuna in quel momento Pomodoro 
  non era in ascolto, perchè aveva troppo da fare 
  al capezzale di Ciliegino. 
</p>
<p>
  Nel silenzio che seguì, si sentirono degli squilli di 
  tromba: erano i topi che tornavano all'attacco, più che 
  mai decisi a conquistare il violino di Pero Pera. 
</p>
<p>
  Per spaventarli, il professore si accinse a suonare: 
  appoggiò lo strumento al mento, brandì l'archetto con 
  aria ispirata e tutti trattennero il fiato. Lo tennero per 
  un bel pezzo, ma poi lo lasciarono andare e si decisero a 
  respirare, perchè dallo strumento non usciva alcun 
  suono. 
</p>
<p>
  - Qualcosa che non va? - domandò Mastro 
  Uvetta. 
</p>
<p>
  - I topi mi hanno mangiato l'archetto. - esclamò 
  Pero Pera con le lagrime in gola. 
</p>
<p>
  L'avevano rosicchiato quasi tutto, lasciandone soltanto 
  pochi centimetri. Senza archetto non si poteva far 
  musica e l'esercito dei topi avanzava, lanciando terribili 
  grida di guerra. 
</p>
<p>
  
<pb n='66' />
  
  - Tutto per colpa mia - sospirava il sor Zucchina. 
</p>
<p>
  - Smettetela di sospirare e dateci una mano - ordinò 
  Mastro Uvetta - O piuttosto, dal momento che
  sospirate così bene, provatevi anche a miagolare. - 
</p>
<p>
  - Ho giusto voglia di miagolare - si lamentò 
  Zucchina. - Mi meraviglio di voi che siete una persona 
  seria e vi mettete a scherzare in questa situazione. - 
</p>
<p>
  Mastro Uvetta non gli rispose nemmeno e accennò 
  un miagolio così bene imitato che l'esercito dei topi 
  si arrestò. 
</p>
<p>
  - Miao, miao - miagolava il ciabattino. 
</p>
<p>
  - Miao, miao - gli faceva eco il professore, senza 
  cessare di piangere per la fine ingloriosa del suo archetto. 
</p>
<p>
  - Per l'anima di mio nonno Topazzo Terzo, re 
  di tutte le cantine e di tutte le fogne: qui c'è un gatto 
  - esclamò il Capo-topo, frenando bruscamente il carro 
  armato. 
</p>
<p>
  - Generale, siamo stati traditi - gridò uno dei 
  tre capitani giungendo di corsa. - Le mie truppe hanno 
  avvistato una colonna di gatti di solaio, armati di tutto 
  punto. - 
</p>
<p>
  Le sue truppe non avevano visto un bel niente. Avevano 
  solamente avuto paura, ma la paura fa vedere anche 
  quello che non c'è. 
</p>
<p>
  - Miao, miao - facevano disperatamente i nostri 
  prigionieri. 
</p>
<p>
  Il Capo Topo si lisciò la coda. Quando era preoccupato 
  si lisciava la coda a quel modo e a forza di lisciamenti 
  la coda era tutta consumata tanto che i soldati 
  avevano soprannominato segretamente il loro generale 
  Mezza-coda. 
</p>
<p>
  
<pb n='67' />
  
  - Per l'anima del mio trisavolo Topazzo Primo, 
  Imperatore di tutti i granai, i traditori la pagheranno. 
  Intanto suonate la ritirata. - 
</p>
<p>
  I capitani non se lo fecero ripetere. Le trombe suonarono 
  la ritirata e l'intiero esercito si ritirò più in fretta 
  che potè, con in testa Mezza-coda, che dall'alto del suo 
  carro armato frustava senza pietà i topi da tiro. 
</p>
<p>
  Così i nostri respinsero vittoriosamente l'assalto.  
</p>
<p>
  Stavano ancora congratulandosi per la bella vittoria, 
  quando si udì una vocina che chiamava: 
</p>
<p>
  - Sor Zucchina! Sor Zucchina! - 
</p>
<p>
  - Mi avete chiamato, professore? - 
</p>
<p>
  - Io no - rispose Pero Pera - io non vi ho 
  chiamato. - 
</p>
<p>
  - Eppure mi sembrava di avervi sentito chiamare. 
</p>
<p>
  - Sora Zucca, sora Zucca! - fece ancora la vocina. 
</p>
<p>
  La Sora Zucca si rivolse a Mastro Uvetta: 
</p>
<p>
  - Mastro Uvetta, perchè fate quella vocina? - 
</p>
<p>
  - Ma cosa vi piglia? Io non faccio nessuna vocina. 
  Mi sto grattando la testa, perchè ho dentro un'idea che 
  mi prude. - 
</p>
<p>
  - Sono io - continuò la vocina - sono Fragoletta. - 
</p>
<p>
  - E dove sei? - 
</p>
<p>
  - Sono nella camera del cavalier Pomodoro e vi 
  sto parlando col suo telefono segreto. Mi sentite? - 
</p>
<p>
  - Si, ti sentiamo. - 
</p>
<p>
- Anch'io vi sento benissimo. Pomodoro sarà qui 
tra poco. Ho un messaggio per voi. - 
</p>
<p>
  - Chi lo manda? - 
</p>
<p>
  
<pb n='68' />
  
  - Lo manda Cipollino. Dice che non dovete darvi 
  pensiero, che penserà lui a farvi uscire di prigione. Non 
  rivelate a Pomodoro il segreto della casina, non sottomettetevi: 
  penserà lui a tutto. - 
</p>
<p>
  Mastro Uvetta rispose: 
</p>
<p>
  - Non diremo niente e aspetteremo con fiducia. 
  Dì a Cipollino che faccia presto, perchè qui siamo assediati 
  dai topi e non sappiamo quanto tempo potremo 
  resistere. E un'altra cosa: vedi se puoi procurarci una 
  candela e degli zolfini. Quella che avevamo, i topi se la 
  sono mangiata. - 
</p>
<p>
  - Aspettate lì, torno subito. - 
</p>
<p>
  - Certo che aspettiamo: dove vuoi che andiamo? - 
</p>
<p>
  Dopo un poco si sentì nuovamente la voce di Fragoletta: 
</p>
<p>
  - Attenzione, ora vi mando giù la candela. -  
</p>
<p>
  Difatti si udì un fruscio poi qualcosa battè sul naso 
  del sor Zucchina. 
</p>
<p>
  - Eccola, eccola - esclamò felice il pover'uomo. 
  In un pacchettino c'era una bella candela di sego 
  e una bustina di cerini. 
</p>
<p>
  - Grazie, Fragoletta. - 
</p>
<p>
  - Addio, devo scappare perchè sta per arrivare 
  Pomodoro. - 
</p>
<p>
  Difatti Pomodoro entrava proprio in quel momento 
  nella sua camera. Alla vista di Fragoletta che armeggiava 
  attorno al suo telefono segreto, il cavaliere 
  montò su tutte le furie. 
</p>
<p>
  - Che cosa fai tu lì? - 
</p>
<p>
  - Pulisco questa trappola. - 
</p>
  
<pb n='69' />
  
    <figure>
      <head>Oh che brutta malattia essere senza compagnia... (pag. 61)</head>
    </figure>
  
<pb n='70' />

<p>
  - Quale trappola? - 
</p>
<p>
  - Questa: non è una trappola per i topi? - 
</p>
<p>
  Pomodoro tirò un respiro di sollievo: meno male - 
  pensò - è tanto stupida che ha scambiato il mio orecchio 
  segreto per una trappola da topi. - 
</p>
<p>
  Si sentì subito più allegro e regalò perfino a Fragoletta 
  una carta di caramella. 
</p>
<p>
  - Ecco, per te - disse generosamente - succhia 
  questa cartina. E' dolcissima: un anno fa c'era dentro  
  una caramella al ratafià. - 
</p>
<p>
  Fragoletta ringraziò il Cavaliere con un inchino, 
  dicendo: 
</p>
<p>
  - In sette anni di servizio, questa è la terza carta 
  di caramelle che Vossignoria mi regala. - 
</p>
<p>
- Vedi dunque - rispose Pomodoro - che io sono 
un buon padrone: comportati bene e ti troverai contenta. - 
</p>
<p>
  - Chi si contenta gode - concluse Fragoletta, e 
  con un nuovo inchino scappò via per le sue faccende.  
</p>
<p>
  Pomodoro si fregò le mani, pensando: 
</p>
<p>
  - Ora mi metto in ascolto al mio telefono segreto. 
  Parlando tra loro i prigionieri certamente si diranno 
  delle cose molte interessanti, e forse forse verrò a conoscere 
  il nascondiglio di quella maledetta casina. - 
</p>
<p>
  I prigionieri invece, avvertiti da Fragoletta, avevano 
  udito l'avvicinarsi di Pomodoro, e figurandosi che  
  lui si sarebbe messo ad ascoltare i loro discorsi, gliene 
  dissero di tutti i colori. 
</p>
<p>
  Pomodoro avrebbe voluto gridare: - Ora vi aggiusto 
  io. - Ma non voleva scoprirsi, e per non sentite 
  più quei discorsi, tappò la cornetta del suo telefono, che
  
<pb n='71' />
  
  era poi un comune imbuto di quelli che si adoperano per 
  infiascare il vino e andò a dormire. 
</p>
<p>
  Mastro Uvetta accese la candela nuova. Per prima 
  cosa guardarono in alto, e in un angolo del soffitto scopersero 
  l'apertura del telefono segreto e fecero una bella 
  risata, figurandosi la faccia paonazza del Cavaliere. 
</p>
<p>
  La loro allegria, però, fu di breve durata. Infatti 
  un topo di vedetta, vedendo la luce nella cella, si affacciò 
  per esplorare la situazione e, data un'occhiata in giro, 
  corse subito a riferire al comandante. 
</p>
<p>
  - Generale - disse lietamente - i gatti si sono
  ritirati. I prigionieri hanno una candela nuova. - 
</p>
<p>
  Mezza-coda inghiottì mezzo litro di acquolina e si 
  leccò i baffi, dove era rimasto un poco di sapore di quell'altra 
  candela. 
</p>
<p>
  - Fate suonare l'adunata. - ordinò seduta stante.  
</p>
<p>
  Quando l'esercito fu schierato, il Capo-topo fece un 
  altro discorso infiammato: 
</p>
<p>
  - Miei prodi, la patria è in pericolo. Perciò affrettatevi 
  al combattimento e portatemi quella candela. La 
  candela naturalmente la mangerò io, con l'aiuto dei miei 
  capi, ma prima di mangiarla ve la lascerò leccare un pochino 
  a turno. - 
</p>
<p>
  I topi gridarono d'entusiasmo, imbracciarono le armi 
  e marciarono nuovamente all'attacco. 
</p>
<p>
  Stavolta, però, Mastro Uvetta era stato previdente, 
  ed aveva appeso la candela in alto, dove il muro era un 
  poco sbrecciato e c'era un piccolo vano tra due mattoni. 
  I topi ebbero un bel saltare con tutte le loro forze: non 
  poterono raggiungere la candela. I più furbi si accontentarono 
  di rosicchiare un poco il violino di Pero Pera, 
  poi dovettero ritirarsi anche loro perchè il Capo-topo,
  
<pb n='72' />
  
  irritatissimo per l'insuccesso, voleva fare la decimazione.
  Infatti, la fece. Mise tutti suoi soldati in fila e ne 
  fece fucilare uno ogni dieci. 
</p>
</div>
<div type='sezione'>
<p>
  Quella sera, in giardino, ci fu consiglio di guerra. 
</p>
<p>
  Cipollino, Fragoletta e Ravanella si trovarono dietro 
  una siepe per discutere la situazione, e discussero con 
  tanto calore che non si accorsero di nulla. Ossia non si 
  accorsero del cane Mastino, che facendo il suo giro di 
  ispezione piombò loro addosso come una furia. Mastino 
  non degnò di un'occhiata le due ragazze: si sedette tranquillamente 
  sul petto di Cipollino e abbaiò fin che Pomodoro 
  non venne ad arrestarlo. 
</p>
<p>
  Figuratevi la gioia del Cavaliere. 
  - Per darti una prova della mia benevolenza - 
  esclamò - ti rinchiuderò nella Fossa Segreta. La prigione 
  non è degna di te. - 
</p>
<p>
  - Faccia pure - rispose Cipollino senza scomporsi. 
  Che cosa volevate che rispondesse? O preferivate 
  forse che si mettesse a piangere per essere stato catturato? 
</p>
</div>
</div>
  
<div n='Capitolo Decimo' type='capitolo'>
  <head>Viaggio con una Talpa da una prigione all'altra</head>
<p>
<pb n='73' />
  Cipollino si svegliò in piena notte con l'idea che 
  qualcuno avesse bussato alla porta. Ma quest'idea gli 
  parve così stupida che gli venne da ridere. 
</p>
<p>
  - Eppure qualcosa ho sentito. - 
</p>
<p>
  Mentre rifletteva per capire da che cosa fosse stato 
  svegliato, il rumore si ripetè. Era un rumore sordo e 
  continuo, come se qualcuno stesse picchiando con un piccone 
  a poca distanza. 
</p>
<p>
  - Qualcuno sta scavando una galleria - concluse 
  Cipollino dopo aver posto l'orecchio alla parete della 
  Fossa, dalla parte da cui sentiva giungere il rumore. 
</p>
<p>
  Aveva appena finito di fare questa constatazione 
  che dalla parete si staccò del terriccio, poi un mattone 
  cadde e dietro il mattone qualcuno o qualcosa saltò sul 
  pavimento della Fossa. 
</p>
<p>
  - Dove diavolo sono capitata? - cominciò a dire 
  una voce piuttosto nasale. 
</p>
<p>
  - Nella Fossa Segreta -, rispose Cipollino - ossia 
  nella prigione più scura del Castello. Mi scusi dunque 
  se non posso riconoscerla e salutarla come si deve. - 
</p>
<p>
  - E lei chi è? Mi scusi tanto, sa, ma io sono abituata 
  allo scuro, e questo posto è troppo chiaro per me. 
  Io alla luce non ci vedo. - 
</p>
<p>
  
<pb n='74' />
  
  - Ho capito, non può essere che la talpa. -
</p>
<p>
  - Per l'appunto - riprese la Talpa - era un 
  pezzo che volevo scavare in questa direzione, ma non 
  ne avevo mai trovato il tempo. Sa, ho decine di chilometri 
  di gallerie da sorvegliare, da ripulire. C'è sempre 
  qualche infiltrazione d'acqua (è per questo che mi sono 
  presa il raffreddore) - poi ci sono quei benedetti vermiciattoli 
  che non sanno mai dove andare a battere il capo 
  e non hanno nessun rispetto per il lavoro degli altri. 
  Sicchè, di settimana in settimana, avevo sempre rimandato. 
  Ma questa mattina mi sono detta: "Signora Talpa, 
  se lei è una persona di giudizio e desiderosa di conoscere 
  il mondo, è tempo che scavi in una nuova direzione". 
  Così mi sono messa in cammino e... - 
</p>
<p>
  Cipollino interruppe quella chiacchierata per presentarsi: 
</p>
<p>
  - Mi chiamo Cipollino e sono prigioniero del Cavalier 
  Pomodoro. -  
</p>
<p>
  - Oh non si preoccupi - disse la Talpa - l'avevo 
  riconosciuto all'odore. Però la compiango sinceramente. 
  Dover stare giorno e notte in un posto così chiaro 
  dev'essere una tortura. - 
</p>
<p>
  - Io per me lo trovo un posto abbastanza
  scuro. - 
</p>
<p>
  - Non lo dica nemmeno per ridere. La compiango 
  sinceramente. Eh, il mondo è cattivo. Dico io: se volete 
  mettere qualcuno in prigione, mettetelo almeno in un posto 
  scuro, dove possa riposarsi la vista. Ma dal giorno 
  che i cartaginesi hanno esposto Attilio Regolo ai raggi del 
  sole dopo avergli strappato le ciglia, l'umanità è diventata 
  sempre più crudele. - 
</p>
<p>
  Cipollino comprese che non valeva la pena di fare
  
<pb n='75' />
  
  una discussione sulla luce e sul buio con una talpa, che 
  essendo abituata alle sue gallerie doveva avere sulla questione 
  un'opinione molto diversa dalla sua. 
</p>
<p>
  - Ammetto che la luce mi dà molta noia - sospirò. 
</p>
<p>
  - Lo vede? Cosa le dicevo? - La Talpa era tutta 
   commossa. 
</p>
<p>
  - Se lei non fosse tanto grande... - cominciò a 
  dire. 
</p>
<p>
  - Io? Sono piccolissimo, gliel'assicuro. Potrei passare 
  per un buco di talpa. - 
</p>
<p>
  - Può darsi, può darsi, giovanotto. Ma se vuol 
  farmi un piacere non chiami buchi le mie gallerie. Ecco, 
  forse io potrei accompagnarla per un pezzo di strada. - 
</p>
<p>
  - Potrei infilarmi nella galleria che lei ha finito 
  adesso di scavare. - propose Cipollino - Semprechè 
  lei mi faccia da guida, perchè da solo avrei paura di perdermi: 
  ho sentito dire che le sue gallerie sono molto 
  complicate. - 
</p>
<p>
  - O senta - rispose la Talpa - io mi annoio 
  molto a fare sempre la stessa strada. Sa che cosa le dico? 
  Scaveremo una galleria nuova. - 
</p>
<p>
  - Da che parte? - domandò subito Cipollino. 
</p>
<p>
  - Da una parte qualunque - rispose la Talpa - 
  purchè si possa andare a finire in qualche posto scuro e 
  non in un'altra terribile caverna luminosa come 
  questa. - 
</p>
<p>
  Cipollino pensò subito alla prigione nella quale si 
  trovavano Zucchina, Uvetta e gli altri. Sarebbe stata 
  una bella sorpresa, per loro, vederselo arrivare di sottoterra. 
</p>
<p>
  
<pb n='76' />
  
  - Credo che si debba scavare verso destra - propose 
  alla Talpa. 
</p>
<p>
  - Destra o sinistra per me fa lo stesso. Se lei preferisce 
  la destra, andiamo a destra. - 
</p>
<p>
  E senza pensarci sopra due volte la Talpa ficcò il 
  muso nella parete e cominciò a scavare così furiosamente 
  che Cipollino si trovò coperto di terriccio. 
</p>
<p>
  Gli venne un accesso di tosse che gli durò un quarto 
  d'ora. Quando ebbe finito di tossire e di starnutire udì 
  la voce della Talpa che lo chiamava: 
</p>
<p>
  - Allora, si decide a venire, si o no? - 
</p>
<p>
  Cipollino si ficcò nell'imboccatura della galleria, 
  che era abbastanza larga per permettergli di strisciare in 
  avanti: la Talpa aveva già percorso parecchi metri, ad 
  una velocità fulminea. 
</p>
<p>
  - Eccomi, eccomi, signora Talpa - farfugliò sputando 
  il terriccio che la Talpa, continuando a scavare, 
  gli cacciava in gola. 
</p>
<p>
  Prima di proseguire, però, si fermò a tappare l'ingresso 
  della galleria: 
</p>
<p>
  - Quando scopriranno la mia fuga - pensò - 
  non sapranno da che parte me ne sono andato. - 
</p>
<p>
  - Come si sente? - domandò la Talpa continuando 
  a scavare. 
</p>
<p>
  - Benissimo, grazie - rispose Cipollino - qui 
  c'è buio perfetto. - 
</p>
<p>
  - Glielo dicevo io che si sarebbe trovato subito 
  meglio. Vuole che ci fermiamo un momentino? Io preferirei 
  di no, perchè ho una certa fretta, ma forse lei non 
  è abituato a correre nelle gallerie. - 
</p>
<p>
  - Proseguiamo pure - disse Cipollino, pensando
  
<pb n='77' />
  
  che a quell'andatura, in poche ore sarebbero stati nelle 
  vicinanze della prigione. 
</p>
<p>
  - D'accordo - La Talpa ripartì a gran velocità. 
  Scavando produceva un rumore simile a quello di un 
  martello pneumatico. Cipollino faticava a tenerle 
  dietro. 
</p>
<p>
  Un quarto d'ora dopo la fuga di Cipollino e della 
  Talpa, la porta della Fossa si aperse e Pomodoro entrò 
  con un sorriso trionfale. 
</p>
<p>
  Come aveva assaporato quel momento, il prode Cavaliere! 
</p>
<p>
  Mentre si dirigeva verso la prigione, gli pareva di 
  essere diventato più leggero di una ventina di chili. 
</p>
<p>
  - Cipollino è nelle mie mani - si diceva gongolando 
  - gli farò confessare tutto, dall'a alla zeta, e poi 
  lo farò impiccare. Quando questo sarà fatto, lascerò in 
  libertà Mastro Uvetta e quegli altri stupidi: da quella 
  gente non ho niente da temere. Ecco la porta della Fossa 
  Segreta. Ah ah, come me la godo a pensare a quel marmocchio 
  che certamente là dentro si starà struggendo 
  dalle lagrime. Scommetto che mi cadrà ai piedi e mi supplicherà 
  di perdonargli. Scommetto che mi luciderà le 
  scarpe con la lingua. E io lo lascerò fare, dandogli qualche 
  speranza di salvezza; poi gli toglierò ogni speranza 
  e gli comunicherò le mie decisioni: morte per impiccagione. - 
</p>
<p>
  Quando però ebbe aperto la porta e accesa una lampadina 
  tascabile, non trovò nessuna traccia del prigioniero. 
  La cella era vuota, assolutamente vuota. 
</p>
<p>
  Pomodoro non credeva ai suoi occhi. Le guardie che 
  gli stavano vicino lo videro diventare giallo, arancione, 
  verde, azzurro, indaco e violetto.
  
<pb n='78' />
  
  - Dove può essersi cacciato? Cipollino, dove ti 
  nascondi? - 
</p>
<p>
  La domanda era abbastanza stupida: dove avrebbe 
  potuto nascondersi Cipollino? 
</p>
<p>
  Pomodoro guardò sotto il tavolaccio, guardò nella 
  brocca dell'acqua, guardò sul soffitto, ispezionò il pavimento 
  e le pareti centimetro quadrato per centimetro 
  quadrato: nulla. Il prigioniero era scomparso, si era volatilizzato. 
</p>
<p>
  - Chi lo ha fatto fuggire? - domandò il Cavaliere 
  con voce terribile rivolgendosi alle sue guardie. 
</p>
<p>
  Il capo delle guardie gli fece notare: - Cavaliere, le 
  chiavi della Fossa le aveva lei. - 
</p>
<p>
  Pomodoro si grattò in testa: anche questo era vero.  
</p>
<p>
  Per risolvere il mistero si sedette in mezzo alla Fossa, 
  pensando: 
</p>
<p>
  - Comincerò col sedermi. A stare seduti si riflette 
  meglio che in piedi. - 
</p>
<p>
  Ma anche a stare seduto non gli veniva in mente nessuna 
  soluzione. 
</p>
<p>
  In quel momento si levò un soffio di vento e la porta 
  fu richiusa bruscamente. 
</p>
<p>
  - Aprite, buoni a nulla! - strillò Pomodoro.  
</p>
<p>
  - Eccellenza, non si può, è scattata la serratura. - 
</p>
<p>
  Pomodoro provò ad aprire con la chiave: ma la
  serratura era fatta in maniera che si poteva aprire solamente 
  dal di fuori. 
</p>
<p>
  A vedersi prigioniero nella sua stessa prigione, Pomodoro 
  voleva scoppiare. 
</p>
<p>
  Diventò violetto, indaco, azzurro, verde, arancione 
  e giallo e minacciò di far fucilare sui due piedi tutte le

<pb n='79' />
  
  guardie se non avessero aperto la porta, tempo di contare 
  fino a cento. 
</p>
<p>
  A farla corta, per aprire la prigione bisognò far saltare 
  la porta con la dinamite. Lo scoppio mandò Pomodoro 
  a gambe all'aria e lo ricoperse di terra da capo a 
  piedi. Le guardie scavarono febbrilmente e alla fine tirarono 
  fuori Pomodoro come si estrae una patata dal 
  solco. Lo portarono fuori e lo esaminarono ben bene per 
  vedere se non avesse per caso qualcosa di rotto. 
</p>
<p>
  Difatti Pomodoro si era rotto il naso. Gli misero 
  un cerotto e il Cavaliere corse a nascondersi a letto. Si 
  vergognava troppo a farsi vedere in giro con quel cerotto 
  al posto del naso, in mezzo alla faccia. 
</p>
<p>
  Cipollino e la Talpa erano già molto lontani, ma 
  udirono l'eco dello scoppio. 
</p>
<p>
  - Che sarà mai? - domandò il ragazzo. 
</p>
<p>
  - Oh, non si preoccupi - lo rassicurò la Talpa 
  - deve trattarsi di esercitazioni militari. Il Governatore 
  Principe Limone crede di essere un grande condottiero, 
  e non ha pace se non può fare qualche guerra, magari 
  finta. - 
</p>
<p>
  La Talpa, continuando a scavare alacremente, non 
  finiva mai di fare gli elogi del buio e di dire quanto 
  odiasse la luce. 
</p>
<p>
  - Ricordo che una volta - raccontava la Talpa -
  mi capitò di dare un'occhiata a una candela. Vi giuro 
  che dovetti fuggire a gambe levate: non resistevo a 
  quella vista. - 
</p>
<p>
  - Eh, sì - approvava Cipollino - certe candele 
  fanno una luce abbagliante. - 
</p>
<p>
  - Ma si figuri - riprese la Talpa - che quella
  candela era spenta. Guai a me se fosse stata accesa. - 
</p>
<p>
  
<pb n='80' />
  
  Cipollino si domandò come potesse dar noia agli 
  occhi una candela spenta, ma la Talpa si fermò improvvisamente: 
</p>
<p>
  - Odo delle voci - disse. 
</p>
<p>
  Cipollino tese l'orecchio: gli giungeva un lontano
  brusio, ma non riusciva a distinguere in esso alcuna voce. 
</p>
<p>
  - Sente? - proseguì la Talpa. - Dove ci sono 
  voci c'è gente. Dove c'è gente c'è luce. Sarà meglio che andiamo 
  in un'altra direzione. - 
</p>
<p>
  Cipollino tese di nuovo l'orecchio, e stavolta gli 
  giunse distinta la voce di Mastro Uvetta: non poteva 
  capire che cosa stesse dicendo, ma non c'era da sbagliarsi, 
  conosceva benissimo la voce del ciabattino. Avrebbe voluto 
  gridare, farsi sentire, farsi riconoscere, ma pensò: 
</p>
<p>
  - E' bene che la Talpa non sappia troppo presto 
  che si tratta di miei conoscenti. Devo pensare prima a 
  convincerla a scavare in direzione della prigione, altrimenti 
  tutti i miei progetti andranno in fumo. - 
</p>
<p>
  - Signora Talpa - disse - ho sentito parlare di 
  una caverna molto buia, che secondo i miei calcoli dovrebbe 
  trovarsi appunto da queste parti. - 
</p>
<p>
  - Più buia di questa galleria? - domandò la Talpa 
  in tono dubbioso.  
</p>
<p> 
  - Infinitamente più buia - mentì Cipollino -  
</p>
<p>
  Immagino che le voci che udiamo appartengano a persone 
  che si riposano la vista in quella caverna. - 
</p>
<p>
  - Hm... - brontolò la Talpa. - Questa storia 
  non mi persuade molto. Ma se lei ci tiene proprio a visitare 
  la caverna. A suo rischio e pericolo s'intende. - 
</p>
<p>
  - Le sarei proprio riconoscente - pregò Cipolino 
  - Si vive per imparare, non le sembra? - 
</p>
  
<pb n='81' />
  
    <figure>
        <head>«Mezza Coda prese posto su un carro armato...» (pag. 64)</head>
    </figure>
  
<pb n='82' />

<p>
  - E sia - concluse la Talpa - ma se si farà male 
  agli occhi sarà peggio per lei. - 
</p>
<p>
  Dopo pochi minuti le voci erano vicinissime.  
</p>
<p>
  Cipollino poteva perfino udire il sor Zucchina che 
  sospirava: 
</p>
<p>
  - Tutta colpa mia... tutta colpa mia... almeno venisse 
  Cipollino. - 
</p>
<p>
  - Mi sbaglio - disse la Talpa - o è stato fatto 
  il suo nome? - 
</p>
<p>
  - Il mio nome? - domandò Cipollino fingendosi 
  molto stupito - Io non ho inteso. - 
</p>
<p>
  A questo punto si udì la voce di Mastro Uvetta: - 
  Cipollino ha dato la sua parola che sarebbe venuto a liberarci, 
  e verrà. Io non ho alcun dubbio in proposito. - 
</p>
<p>
  La Talpa fece: 
</p>
<p>
  - Ha sentito? Parlano di lei. No, non mi dica che 
  non ha sentito. Mi dica piuttosto con quali intenzioni mi 
  ha fatto venire fin qui. - 
</p>
<p>
  - Signora Talpa - confessò Cipollino - forse 
  avrei dovuto dirle subito la verità. Gliela dirò ora, 
  tutta in una volta. Le voci che noi sentiamo vengono 
  dalla prigione del Castello del Ciliegio, e in essa sono 
  rinchiusi alcuni miei amici ai quali ho promesso di liberarli. - 
</p>
<p>
  - E ha pensato che col mio aiuto... - 
</p>
<p>
  - Appunto. Signora Talpa, Ella è stata tanto 
  buona da scavare una galleria fin qui. Sarebbe disposta 
  a scavarne un'altra per far fuggire i miei amici? - 
</p>
<p>
  La Talpa, riflettè un momentino, poi disse: 
</p>
<p>
  - Va bene, accetto. Per me tutte le direzioni sono 
  buone. Scaverò una galleria per i suoi amici. -  
</p>
<p>
  Cipollino l'avrebbe baciata, se non avesse avuto il
  
<pb n='83' />
  
  muso così sporco di terra che non si capiva più dove
  stava la bocca. 
</p>
<p>
  - La ringrazio di cuore, signora Talpa. Le sarò 
  riconoscente fin che avrò vita. - 
</p>
<p>
  - E ora - esclamò la Talpa, commossa - non 
  perdiamo tempo in chiacchiere e raggiungiamo subito i 
  suoi amici. - 
</p>
<p>
  Si rimise al lavoro e in pochi secondi perforò la parete 
  che ancora li divideva dalla prigione. Sfortuna volle 
  che proprio mentre la Talpa si affacciava nella prigione 
  Mastro Uvetta accendesse uno zolfino per guardare le 
  ore. 
</p>
<p>
  La fiammella impressionò talmente la povera Talpa 
  che essa si ritirò come se le avessero schiacciato il naso, 
  fece dietro front e filò via per la galleria a tutto vapore, 
  lasciando Cipollino con un palmo di naso: 
</p>
<p>
  - Arrivederla, signor Cipollino - gridava fuggendo 
  - lei è un bravo ragazzo ed io avrei voluto 
  aiutarla. Ma mi doveva avvisare che saremmo piombati 
  in un inferno con quella terribile luce. Non avrebbe dovuto 
  mentire su questo punto. - 
</p>
<p>
  Scappava così in fretta che dietro a lei la galleria 
  rovinava, le pareti franavano e il cunicolo si riempiva di 
  terriccio. Ben presto Cipollino non udì più la sua voce. 
  La salutò tristemente in cuor suo: - Addio, vecchia 
  Talpa! Il mondo è piccolo, forse un giorno ci ritroveremo 
  e ti potrò chiedere scusa di averti ingannata. - 
</p>
<p>
  Congedatosi così dalla sua compagna di viaggio, 
  Cipollino si pulì alla meglio il viso col fazzoletto e saltò 
  nella prigione, allegro e vispo come un pesce. 
</p>
<p>
  - Buongiorno, amici miei - trillò con una voce 
  che pareva uno squillo di tromba. 
</p>
<p>
  
<pb n='84' />
  
  Figuratevi quei poveretti! Gli saltarono addosso e 
  volevano mangiarlo di baci: in un momento lo ripulirono 
  di tutto il terriccio che aveva ancora indosso, e chi 
  lo abbracciava, chi gli dava un affettuoso pizzicotto, 
  chi gli batteva una mano sulla spalla. 
</p>
<p>
  - Piano, piano! - si raccomandava Cipollino - 
  volete farmi in pezzi? - 
</p>
<p>
  Ci volle del bello e del buono per calmarli. E l'allegria 
  si cambiò in disperazione quando Cipollino ebbe 
  raccontato la sua avventura. 
</p>
<p>
  - Sicchè, tu sei prigioniero tal quale come noi? - 
  domandò Mastro Uvetta. 
</p>
<p>
  - Nè più nè meno - disse Cipollino. 
</p>
<p>
  - E quando verranno le guardie ti vedranno. - 
</p>
<p>
  - Questo non è necessario - disse Cipollino - 
  posso sempre nascondermi nel violino del professore Pero 
  Pera. - 
</p>
<p>
  - Ma intanto, chi ci farà uscire di qui? - brontolò 
  la sora Zucca. 
</p>
<p>
  - Tutta colpa mia... tutta colpa mia... - sospirò 
  Zucchina. 
</p>
<p>
  Cipollino avrebbe voluto rincuorare la compagnia 
  ma con tutta la buona volontà e tutti gli sforzi non ci 
  riuscì. Anche lui, del resto, vedeva piuttosto nero. 
  </p>
  </div>
<div n='Capitolo Undicesimo' type='capitolo'>
  <head>Dove si vede che Pomodoro va a letto con le calze</head>
  <p>
    
    <pb n='85' />

  Pomodoro naturalmente, si guardò bene dal confessare 
  che Cipollino era fuggito: disse invece che l'aveva 
  trasferito nella cella comune. Poi col cerotto sul naso, se 
  ne stava continuamente a letto. Fragoletta lo spiava con 
  tutta la sua buona volontà, ma era impossibile scoprire 
  dove tenesse la chiave della prigione. Decise di consigliarsi 
  con Ciliegino che, come sapete, era sempre ammalato e 
  piangeva giorno e notte. 
</p>
<p>
  Appena Fragoletta gli ebbe narrato tutto quel che 
  era successo, Ciliegino smise di piangere: 
</p>
<p>
  - Cipollino in prigione? Non deve restarci più 
  di un minuto. Dammi subito i miei occhiali. - 
</p>
<p>
  - Che cosa vuoi fare? - 
</p>
<p>
  - Andare a liberarlo - dichiarò decisamente il
  Visconte. - Lui e tutti gli altri. - 
</p>
<p>
  - Ma le chiavi le ha Pomodoro, come farai a 
  procurartele? - 
</p>
<p>
  - Gliele ruberò. Tu prepara una bella torta e mettici 
  un poco di polverina di quella che fa russare. La 
  porti a Pomodoro, che è molto goloso di torte, e quando 
  è addormentato mi vieni ad avvisare. Intanto io farò 
  un giro d'ispezione. - 
</p>
<p>
  
<pb n='86' />
  
  Fragoletta non finiva mai di meravigliarsi per la 
  energia del piccolo Visconte. 
</p>
<p>
  - Com'è cambiato! Mamma mia, com'è cambiato! - 
</p>
<p>
  La stessa cosa dissero tutti quelli che incontrarono 
  Ciliegino nella sua passeggiata esplorativa. Le Contesse, 
  Don Prezzemolo, il duchino Mandarino, guardavano 
  stupefatti il ragazzo. 
</p>
<p>
  - Ma è guarito! osservò Donna Prima, con 
  una punta di contentezza nella voce. 
</p>
<p>
  - Io dico che non è mai stato ammalato - sentenziò 
  il duchino - Era tutta finta. -  
</p>
<p>
  Donna Seconda si affrettò a dar ragione al suo capriccioso 
  cugino, per paura che saltasse su qualche armadio 
  e minacciasse di ammazzarsi fin che gli dessero 
  soddisfazione. 
</p>
<p>
  Ciliegino venne a sapere da una guardia che
  Cipollino era scappato dalla Fossa Segreta e ne fu molto contento, 
  ma decise di agire ugualmente per liberare gli altri 
  prigionieri: 
</p>
<p>
  - Gli amici di Cipollino sono i miei amici - si 
  disse. 
</p>
<p>
  Interrogando abilmente le guardie, scoprì che Pomodoro 
  portava la chiave della prigione in una tasca 
  cucita in una calza. 
</p>
<p>
  - Il fatto è molto grave - riflettè Ciliegino - 
  Pomodoro va a letto con le calze. Sarà necessario lasciarlo 
  addormentare per bene, per potergliele togliere 
  senza che si svegli. - 
</p>
<p>
  E ordinò a Fragoletta di mettere nella torta doppia 
  dose di polverina. 
</p>
<p>
  Scesa la notte, la servetta portò a Pomodoro una
  
<pb n='87' />
  
  squisita torta di cioccolata. Pomodoro ne fece un boccone: 
</p>
<p>
  - Non avrai a lamentarti del tuo padrone - le 
  promise in cambio - quando sarò guarito ti regalerò la 
  carta di un cioccolatino che ho mangiato l'hanno scorso. 
  Sentirai com'è profumata. - 
</p>
<p>
  Fragoletta si inchinò fino a terra per ringraziare. 
  Quando si sollevò dall'inchino, Pomodoro era bell'e 
  addormentato, e russava come una intiera orchestra di 
  contrabbassi. 
</p>
<p>
  Andò a chiamare Ciliegino e tenendosi per mano si 
  misero in viaggio attraverso i corridoi del Castello verso 
  l'appartamento del Cavaliere. 
</p>
<p>
  Passarono davanti alla camera del duchino Mandarino, 
  che stava facendo esercizi di salto. Per continuare 
  a balzare sù e giù dai mobili, ogni volta che doveva presentare 
  qualche richiesta importante, ci voleva un bell'allenamento. 
</p>
<p>
  Mandarino si allenava di notte: mettendo l'occhio 
  a turno presso il buco della chiave Fragoletta e Ciliegino 
  lo videro saltare come un gatto dall'armadio al 
  lampadario, dalla spalliera del letto allo specchio. Si 
  arrampicava sù per i tendaggi ad una velocità incredibile. 
  Era diventato un acrobata perfetto. 
</p>
<p>
  La camera di Pomodoro non era del tutto oscura: 
  Fragoletta aveva provveduto a lasciar aperte le imposte, 
  di modo che attraverso i vetri filtrava un bel chiaro di 
  luna. 
</p>
<p>
  Il cavaliere russava della grossa. Stava appunto sognando 
  che Fragoletta gli portava un'altra torta di cioccolata, 
  grande come una ruota da bicicletta. Ed ecco che 
  nel sogno gli veniva incontro il barone Melarancia con
  
<pb n='88' />
  
  fare minaccioso, pretendendo metà della torta. Pomodoro, 
  pronto a difendere i suoi diritti, estraeva la spada. 
  Il barone fuggiva, frustando il povero Fagiolone che sudava 
  sotto il peso della carriola. Ma fuggito il barone, 
  si avvicinava il duchino Mandarino, il quale saliva di 
  corsa su un pioppo altissimo e gridava: - O mi dai 
  metà della torta o mi butto a capofitto. - 
</p>
<p>
  Insomma, Pomodoro non aveva sonni tranquilli: 
  tutti gli volevano portare via quella maledetta torta, e 
  alla fine anche la torta si metteva a dargli dei fastidi. 
  Invece che di cioccolata, eccola diventata di cartone: 
  Pomodoro ci affonda i denti senza sospetto e si trova la 
  bocca piena di un cartone spesso e duro come il legno. 
</p>
<p>
  Mentre Pomodoro si dibatteva in questi sogni, Fragoletta 
  gli scopriva i piedi, Ciliegino gli sfilava delicatamente 
  le calze e ne toglieva il mazzo delle chiavi. 
</p>
<p>
  - Ecco, è fatta - sussurrò a Fragoletta. 
</p>
<p>
  La ragazza diede un'occhiata a Pomodoro. 
</p>
<p>
  - Chissà che faccia, quando se ne accorgerà. - 
</p>
<p>
  - Andiamo prima che si svegli. - 
</p>
<p>
  - Eh, non c'è pericolo, per questo. Ho messo tanta 
  polverina che sarebbe bastata per addormentare tutto 
  l'esercito nemico. 
</p>
<p>
  Uscirono cautamente dalla stanza, richiusero la porta, 
  e giù per le scale, con il cuore in gola. 
</p>
<p>
  Ciliegino si arrestò di botto: 
</p>
<p>
  - E le guardie? - 
</p>
<p>
  Ecco, non avevano pensato alle guardie. 
</p>
<p>
  Fragoletta si succhiò un dito: le idee lei le cercava 
  sempre nelle dita. Ne succhiava uno, ed ecco pronta 
l'idea. 
</p>
<p>
  - Ho trovato - disse - Io andrò dietro la casa
  
<pb n='89' />
  
  e mi metterò a gridare aiuto con tutte le mie forze. Tu 
  chiamerai le guardie e me le manderai incontro. Quando 
  sei solo apri la prigione e tutto è fatto. - 
</p>
<p>
  E così fecero. L'inganno funzionò a meraviglia. Fragoletta 
  chiamò <hi rend='italic'>aiuto!</hi> con tanta passione nella voce che 
  perfino le piante si sarebbero scrollate dalle loro radici 
  per andarla ad aiutare. Le guardie corsero via come palle 
  di schioppo, incoraggiate da Ciliegino che gridava loro 
  dietro: 
</p>
<p>
  - Correte, per carità. Ci sono i banditi? -  
</p>
<p>
  Rimasto solo Ciliegino aprì la prigione e quale non 
  fu la sua sorpresa nel vedere tra gli altri prigionieri anche 
  Cipollino. 
</p>
<p>
  - Cipollino, tu qui! Non eri fuggito? - 
</p>
<p>
  - Ti racconterò un'altra volta. Non c'è tempo da 
  perdere adesso. - 
</p>
<p>
  - Per di qua. - fece segno Ciliegino. E indicò loro
  un sentiero che portava dritto dritto nella foresta. - Le 
  guardie sono andate da quell'altra parte. - 
</p>
<p>
  La sora Zucca, che era troppo grassa per correre, fu 
  fatta rotolare a tutta velocità. 
</p>
<p>
  Cipollino rimase per ultimo: salutò affettuosamente 
  il visconte, che aveva le lagrime agli occhi. 
</p>
<p>
  - Sei stato bravo - gli disse - io non ho mai 
  creduto che tu fossi malato. - 
</p>
<p>
  - Ora scappa, altrimenti ti riprenderanno. - 
</p>
<p>
  - Ci rivedremo presto, e ti prometto che per Pomodoro 
  ci saranno delle belle sorprese. - 
</p>
<p>
  In due salti raggiunse gli altri, ed aiutò a far rotolare 
  la sora Zucca. Ciliegino, invece, andò a rimettere la 
  chiave al suo posto, ossia nella calza destra di Pomodoro.
  
<pb n='90' />
  
  Le guardie intanto avevano trovato Fragoletta in 
  lagrime. La servetta si era tagliuzzata il grembiule e si 
  era graffiata in faccia per far credere di essere stata aggredita 
  dai banditi. 
</p>
<p>
  - Da che parte sono scappati? - domandarono 
  le guardie, trafelate. 
</p>
<p>
  - Di là - rispose Fragoletta indicando la strada 
  del villaggio. 
</p>
<p>
  Le guardie, giù di corsa. Fecero due o tre volte il 
  giro del villaggio e arrestarono un gatto, malgrado le sue 
  vivaci proteste. 
</p>
<p>
  - Questo è un paese libero - miagolava il Gatto, 
  in tono risentito. - Non avete il diritto di arrestarmi. 
  E poi, siete arrivati proprio nel momento in cui il topo 
  che stavo spiando da un paio d'ore si decideva ad uscire 
  dal suo nascondiglio. - 
</p>
<p>
  - In prigione potrete trovare tutti i topi che vorrete 
  - rispose il comandante delle guardie. 
</p>
<p>
  Dopo una mezz'ora tornarono al castello e figuratevi 
  come rimasero quando trovarono la prigione vuota. 
</p>
<p>
  Chiusero in fretta il gatto nella cella, si tolsero spade 
  e fucili e ne fecero un mucchio, lasciarono lì tutto e se la 
  diedero a gambe per paura delle ire di Pomodoro. 
</p>
<p>
  Il quale il mattino dopo si alzò e si guardò allo 
  specchio. 
</p>
<p>
  - Il naso è guarito - constatò - posso togliermi 
  il cerotto. Andrò ad interrogare i prigionieri. - 
</p>
<p>
  Prese con sè il sor Pisello, come avvocato, e Don 
  Prezzemolo per fargli scrivere le risposte dei prigionieri 
  e tutti e tre in fila indiana, con aspetto grave, come si 
  addice a dignitosi magistrati, si diressero verso la prigione. 
  Pomodoro tirò fuori la chiave dalla calza destra,
  
<pb n='91' />
  
  aprì la porta e diede un balzo indietro, mandando a rotolare 
  per terra Don Prezzemolo che gli stava attaccato alla 
  schiena. Dalla prigione uscì un lamentoso - Miao! 
  Miao! - che avrebbe mosso le pietre a compassione. 
</p>
<p>
  - Che cosa fate qui? - domandò Pomodoro al 
  Gatto, quando si fu rimesso dalla sorpresa. 
</p>
<p>
  - Ho il mal di pancia! - si lamentava il Gatto. -
  Per favore, fatemi trasportare all'infermeria, o almeno 
  mandatemi un dottore. - 
</p>
<p>
  Il Gatto aveva passato la notte a dar la caccia ai topi, 
  e ne aveva fatto una tale scorpacciata che tra i denti gli 
  uscivano di bocca non meno di duecento code di topo. 
</p>
<p>
  Il Cavaliere rimise il Gatto in libertà, dandogli però 
  il permesso di tornare in prigione quando voleva a caccia 
  di topi, anzi gli disse: 
</p>
<p>
  - Se lei avrà la cortesia di tener da parte le code 
  dei topi catturati, per poter documentare la sua benefica 
  attività, l'Amministrazione del Castello le passerà una 
  piccola pensione, un tanto a coda. - 
</p>
<p>
  Subito dopo, Pomodoro mandò al Governatore un 
  telegramma, che diceva così: «Al Castello del Ciliegio, 
  situazione gravissima. Urge vostra presenza con un battaglione 
  di Limoncini.-»
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Dodicesimo' type='capitolo'>
  <head>Pirro Porro si ride delle torture</head>
  <p>
  <pb n='93' />
  Il Governatore principe Limone fece il suo ingresso 
  nel villaggio la mattina seguente, accompagnato da quaranta 
  Limoni di corte e da un battaglione di Limoncini. 
  Come sapete, alla corte del Principe Limone portavano 
  tutti un campanello in cima al berretto, e facevano un 
  concerto straordinario. 
</p>
<p>
  Sentendo quel fracasso, Pirro Porro, che si stava 
  pettinando i baffi davanti allo specchio, si affacciò alla 
  finestra, lasciando a mezzo la sua operazione. Così fu 
  arrestato e condotto via, con un baffo all'in sù e un 
  baffo all'in giù. 
</p>
<p>
  - Lasciatemi almeno il tempo di pettinare anche 
  il baffo sinistro! - chiedeva Porro alle guardie mentre 
  lo portavano in prigione. 
</p>
<p>
  - Fate silenzio, altrimenti vi taglieremo il baffo 
  sinistro e poi anche quello destro, risparmiandovi la fatica 
  di pettinarli. - 
</p>
<p>
  Pirro Porro se ne stette zitto per paura di perdere la 
  sua unica ricchezza. Fu arrestato anche il sor Pisello. 
  L'avvocato strillava e si dibatteva: 
</p>
<p>
  - C'è un errore. Io sono un avvocato, sono al servizio 
  del cavaliere Pomodoro. C'è un equivoco, lasciatemi 
  subito in libertà. -
  
<pb n='94' />
  
  Ma era come parlare col muro. 
</p>
<p>
  I Limoncini si accamparono nel parco. Per un bel 
  pezzo si divertirono a leggere i cartelli di don Prezzemolo, 
  poi per non annoiarsi cominciarono a strappare i 
  fiori, a pescare i pesci rossi, a tirare al bersaglio contro i 
  vetri delle serre e a prendersi ogni altro spasso di questo 
  genere. 
</p>
<p>
  Le Contesse andavano da un comandante all'altro 
  con le mani nei capelli: 
</p>
<p>
  - Per favore, signori, preghino i loro uomini di 
  limitarsi. Essi ci stanno rovinando tutto il parco. - 
</p>
<p>
  I comandanti si irritarono moltissimo: 
</p>
<p>
  - I nostri eroi - essi risposero - hanno bisogno 
  di svago dopo le fatiche belliche, e voi dovreste essere più 
  riconoscenti. - 
</p>
<p>
  Le Contesse fecero osservare che arrestare Pirro Porro 
  e il sor Pisello non poteva essere stata una grande fatica. 
  Allora il comandante rispose: 
</p>
<p>
  - Benissimo. Faremo arrestare pure voi, così guadagneranno 
  meglio il loro salario. - 
</p>
<p>
  Alle Contesse non rimase che scappare via a lamentarsi 
  col Principe Limone. Il quale, naturalmente, aveva 
  preso alloggio al Castello con tutti i quaranta Limoni 
  di corte, scegliendo le camere più belle e trattando senza 
  complimenti Pomodoro, il barone, il duchino, Don 
  Prezzemolo e le stesse Contesse. 
</p>
<p>
  Il barone era preoccupatissimo. 
</p>
<p>
  - Vedrete - diceva sottovoce - mangeranno 
  tutte le provviste e noi morremo di fame. Se ne staranno 
  qui fin che avranno mangiato tutto, poi se ne andranno 
  lasciandoci nelle peste. E' una sciagura, è una 
  catastrofe. - 
</p>

  <pb n='95' />
  
    <figure>
      <head>«Ciliegino gli sfilava delicatamente le calze e ne toglieva 
        il mazzo delle chiavi» (pag. 88)</head>
    </figure>
  
<pb n='96' />
  
<p>
  Il Governatore fece chiamare alla sua presenza Pirro 
  Porro e cominciò ad interrogarlo, mentre Don Prezzemolo, 
  dopo essersi soffiato il naso nel suo fazzolettone 
  a quadri, si accingeva a scrivere le risposte e Pomodoro 
  sedeva alla destra del Governatore per fargli da suggeritore. 
</p>
<p>
  Bisogna sapere, infatti, che il principe Limone, benchè 
  avesse in testa il campanello d'oro, non era molto 
  intelligente, e soprattutto era distratto. Per esempio, appena 
  il prigioniero fu condotto alla sua presenza, 
  esclamò: 
</p>
<p>
  - Ma che bei baffi. In fede mia, in tutto il Governatorato 
  non ho mai visto un paio di baffi così belli, 
  così lunghi e così ben pettinati. - 
</p>
<p>
  Pirro Porro, stando in prigione, non aveva altro da 
  fare che pettinarsi baffi.
  - Grazie, Eccellenza - disse umilmente. 
</p>
<p>
  - Anzi, - riprese il Governatore - giacchè ci
  siamo, vi voglio nominare cavaliere del baffo d'argento. 
  Olà, miei Limoni. - 
</p>
<p>
  I dignitari accorsero subito alla chiamata. 
</p>
<p>
  - Portatemi una corona di cavaliere del baffo d'argento. - 
</p>
<p>
  Gli portarono la corona, che raffigurava un baffo che 
  girava tutt'attorno alla testa: però era d'argento, si 
  capisce. 
</p>
<p>
  Pirro Porro era molto confuso: credeva di essere 
  stato chiamato per venire interrogato, e invece si vedeva 
  decorare con un'altissima onorificenza. 
</p>
<p>
  Si inchinò davanti al Principe il quale, tutto soddisfatto, 
  gli mise in testa la corona, lo abbracciò e lo baciò
  
<pb n='97' />
  
  sui due baffi, prima a destra poi a sinistra, infine si alzò 
  per andarsene perchè era piuttosto distratto. 
</p>
<p>
  Allora Pomodoro si curvò e gli mormorò qualche 
  cosa nell'orecchio. 
</p>
<p>
  - Altezza - bisbigliò Pomodoro - vi faccio rispettosamente 
  osservare che avete nominato Cavaliere 
  un infame delinquente. - 
</p>
<p>
  - Dal momento che l'ho nominato cavaliere - 
  rispose con sussiego - non è più un delinquente. Tuttavia 
  interroghiamolo pure. - 
</p>
<p>
  E rivolgendosi a Pirro Porro, gli domandò se sapesse 
  dove si erano rifugiati i prigionieri. Pirro Porro 
  rispose che non sapeva niente. Poi gli domandò se sapeva 
  dove fosse stata nascosta la casa del sor Zucchina, e Pirro 
  Porro gli rispose ancora che non sapeva niente. 
</p>
<p>
  Pomodoro montò su tutte le furie: 
</p>
<p>
  - Altezza, quest'uomo mente. Propongo che sia 
  messo alla tortura fin che non dica la verità, tutta la verità, 
  nient'altro che la verità. - 
</p>
<p>
  - Benissimo, benissimo - fece il Principe Limone 
  fregandosi le mani: aveva già completamente dimenticato 
  di aver decorato Pirro Porro un minuto prima ed 
  era tutto contento all'idea della tortura, perchè era di 
  animo cattivo e crudele. 
</p>
<p>
  - Che tortura gli possiamo fare? - domandò il 
  boia, arrivando con tutti i suoi strumenti, ossia forche, 
  scuri, picche e fiammiferi per accendere eventualmente 
  anche il rogo. 
</p>
<p>
  - Strappategli i baffi. - ordinò il Governatore. 
  Il boia cominciò a tirare i baffi del signor Porro, ma
  con tutto l'esercizio che avevano fatto a sostenere il peso 
  della biancheria erano diventati così resistenti che il boia
  
<pb n='98' />
  
  ebbe un bel faticare e sudare: i baffi non si staccavano. 
  Pirro Porro non sentiva assolutamente nessun dolore e 
  se la rideva di gusto. Il boia si stancò tanto che cadde 
  svenuto. Pirro Porro fu riportato in una cella segreta 
  dove fu dimenticato. Dovette nutrirsi di topi crudi e i 
  baffi gli crebbero tanto che fecero due rotoli come quelli 
  dei fili della luce. 
</p>
<p>
  Venne la volta del Sor Pisello. L'avvocato si buttò 
  subito ai piedi del Governatore e cominciò a baciarglieli 
  affettuosamente, supplicando: 
</p>
<p>
  - Perdonatemi, Altezza: sono innocente. - 
</p>
<p>
  - Male, avvocato mio, molto male. Se foste colpevole, 
  vi libererei subito. Ma se siete innocente, le cose 
  per voi si mettono molto male. Sapete dirci dove sono 
  scappati i prigionieri? - 
</p>
<p>
  - No, Altezza - rispose tremando il sor Pisello. 
  - E di fatti non lo sapeva. 
</p>
<p>
  - Vedete? - esclamò il Principe Limone - Come 
  faccio a liberarvi, se non sapete niente? - 
</p>
<p>
  Il sor Pisello lanciò uno sguardo supplichevole dalla 
  parte di Pomodoro, ma il Cavaliere finse di essere occupato 
  a mettersi le dita nel naso e tenne gli occhi fissi al 
  soffitto. 
</p>
<p>
  Il sor Pisello si sentì perduto, e nello stesso tempo 
  provò una rabbia atroce, a vedersi così abbandonato dal 
  suo protettore e padrone. 
</p>
<p>
  - Sapete dirmi - continuava il Principe Limone 
  - dove è stata nascosta la casa del sor Zucchina? -  
</p>
<p>
  Questo il sor Pisello lo sapeva, perchè aveva scoperto 
  la conversazione di Cipollino con i suoi compaesani 
  quella famosa mattina. 
</p>
<p>
- Se io rivelo il nascondiglio - pensava - sarò
  
<pb n='99' />
  
  libero. Ma che cosa ci guadagnerò? Adesso li ho conosciuti, 
  gli amici: fin che c'era da sfruttare il mio titolo e 
  la mia abilità di avvocato per imbrogliare il prossimo, 
  mi invitavano a cena e mi facevano un sacco di salamelecchi. 
  No, non voglio aiutarli. Se la sbrighino loro. 
  Vada come vuole, da me non sapranno niente. - 
</p>
<p>
  E ad alta voce rispose, seccamente: 
</p>
<p>
  - No, non lo so. - 
</p>
<p>
  - Mentite - urlò Pomodoro - lo sapete benissimo 
  e non lo volete dire. - 
</p>
<p>
  A questo punto il sor Pisello non si tenne. Si levò 
  sulla punta dei piedi per sembrare più alto, fissò Pomodoro 
  con uno sguardo di fuoco e gridò: 
</p>
<p>
  - E' vero, lo so. So benissimo dov'è nascosta la
  casetta. Ma non ve lo dirò mai e poi mai. - 
</p>
<p>
  Il Principe Limone lo guardò sbalordito. 
</p>
<p>
  - Riflettete - gli disse - se non rivelate il vostro 
  segreto, sarò costretto ad impiccarvi. - 
</p>
<p>
  Il sor Pisello si sentì tremare le gambe per la paura 
  e si toccò il collo: gli sembrava già di sentirsi la corda 
  che lo stringeva. Ma ormai aveva deciso. 
</p>
<p>
  - Impiccatemi pure - rispose fieramente. - Impiccatemi 
  subito. - 
</p>
<p>
  Finito di dire queste parole, diventò bianco, cosa
  molto strana per un pisello, e cadde a terra svenuto.
  Don Prezzemolo scrisse nel verbale. 
</p>
<p>
  - L'imputato sviene per la vergogna. - 
</p>
<p>
  Poi si soffiò il naso nel fazzolettone e chiuse il libro:
  l'interrogatorio era finito.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Tredicesimo' type='capitolo'>
  <head>Senza volerlo Pisello salva la vita al Cavaliere</head>
<p>
<pb n='101' />
  Il sor Pisello si svegliò al buio e credeva di essere già 
  stato impiccato. 
</p>
<p>
  - Sono morto - pensò - e questo è certamente 
  l'inferno. Mi stupisco solo che ci sia così poco fuoco. 
  Anzi, non ce n'è del tutto. Strano: un inferno tutto 
  buio e senza fuoco. - 
</p>
<p>
  In quel momento sentì girare la chiave nella serratura. 
  Si rannicchiò in un angolo, dimenticando che non 
  avrebbe potuto fuggire, e guardò ansiosamente la porta 
  che si apriva, aspettandosi di vedere comparire i Limoncini 
  di guardia ed il boia. 
</p>
<p>
  I Limoncini comparvero, ma in mezzo a loro, invece 
  del boia, c'era... il Cavaliere Pomodoro in persona, 
  legato come un salame. 
</p>
<p>
  Il sor Pisello balzò in piedi e fece per avventarglisi 
  addosso, ma poi si arrestò: 
</p>
<p>
  - Che sto facendo? E' un prigioniero come me. - 
  E sebbene non sentisse nessuna simpatia per il cavaliere, 
  gli domandò gentilmente: 
</p>
<p>
  - Siete stato arrestato anche voi? - 
</p>
<p>
  - Arrestato? Dite pure che sono stato condannato 
  a morte. Sarò impiccato domattina all'alba, dopo di
  
<pb n='102' />
  
  voi. Forse voi non sapete che questa è appunto la Stanza 
  degli Impiccati. 
</p>
<p>
  L'avvocato era molto sorpreso. 
</p>
<p>
  - Il Principe Limone - continuò Pomodoro - 
  è molto irritato perchè non gli riesce di trovare il bandolo 
  della matassa. Sapete cos'ha fatto? Mi ha accusato 
  davanti alle Contesse di essere il capo della cospirazione
  contro il Castello e mi ha fatto condannare all'impiccagione. - 
</p>
<p>
  Il sor Pisello non sapeva se rallegrarsi o compatirlo. 
  Infine esclamò: 
</p>
<p>
  - Quand'è così, cavaliere, fatevi coraggio: moriremo 
  insieme. - 
</p>
<p>
  - Magra consolazione, - osservò il Cavaliere - 
  permettete comunque che vi domandi scusa se al vostro 
  processo non mi sono molto interessato di voi. Capirete, 
  ne andava della mia vita. - 
</p>
<p>
  - Oh, ormai è acqua passata, non parliamone più 
  - propose gentilmente il sor Pisello. - Siamo compagni 
  di sventura, cerchiamo di aiutarci l'un l'altro. -
  - Sono anch'io di questo parere - concluse Pomodoro, 
  evidentemente sollevato - E sono contento 
  che non mi abbiate serbato rancore. - 
</p>
<p>
  Trasse di tasca una fetta di torta e la divise fraternamente 
  con il sor Pisello, che davanti a tanta generosità 
  non credeva ai suoi occhi. 
</p>
<p>
  - E' tutto quello che mi hanno lasciato - disse 
  Pomodoro, crollando il capo con aria triste. 
</p>
<p>
  - Eh, così vanno le cose di questo mondo. Fino a 
  ieri eravate praticamente il padrone del Castello, ed oggi 
  non siete che un prigioniero. - 
</p>
<p>
  
<pb n='103' />
  
  Pomodoro continuò a mangiare la torta senza rispondere. 
</p>
<p>
  - Sapete - disse poi - sono quasi contento che 
  quel Cipollino me l'abbia fatta. In fondo, è un ragazzo 
  furbo, e quel che ha fatto, lo ha fatto per nobiltà di 
  cuore, per aiutare i poveri. - 
</p>
<p>
  - Già - approvò il sor Pisello. 
</p>
<p>
  - Chissà - proseguì Pomodoro - chissà dove si 
  nascondono adesso i prigionieri evasi. Mi piacerebbe poter 
  fare qualcosa per loro. - 
</p>
<p>
  - Che cosa potreste fare, nelle vostre condizioni? - 
</p>
<p>
  - Avete ragione. Del resto non lo so. - 
</p>
<p>
  - Nemmeno io lo so - disse il sor Pisello, che a 
  vedersi trattare da Pomodoro con tanta gentilezza diventava 
  loquace - però so dove hanno nascosto la casa 
  del sor Zucchina. - 
</p>
<p>
  A sentire queste parole, il cuore del Cavaliere cessò 
  di battere. 
</p>
<p>
  - Pomodoro - si disse subito - fai bene attenzione 
  a ciò che dirà questo tonto: forse per te c'è ancora 
  speranza di salvezza. - 
</p>
<p>
  - Davvero lo sapete? - continuò a voce alta, rivolgendosi 
  all'avvocato. 
</p>
<p>
  - Lo so, certo, ma non lo dirò mai. Non voglio 
  più far del male a quella povera gente. - 
</p>
<p>
  - Questi sentimenti vi onorano moltissimo, avvocato. 
  Anch'io, se lo sapessi non lo direi: non voglio 
  che per colpa mia quei poveracci passino altri guai. 
</p>
<p>
  - Quand'è così - disse il sor Pisello - sono contento 
  di stringervi la mano. - 
</p>
<p>
  
<pb n='104' />
  
  Pomodoro gli tese la mano e se la lasciò stringere a 
  lungo. Il sor Pisello ormai era in vena di chiacchierare. 
</p>
<p>
  - Sapete - disse allegramente - hanno nascosto 
  la casetta a due passi dal Castello e siamo stati tutti così 
  stupidi da non pensarci. - 
</p>
<p> 
  - E dove l'hanno nascosta? - domandò Pomodoro 
  con aria di niente. 
</p>
<p>
  - A voi ormai lo posso dire - rise il sor Pisello 
  - domani morrete con me e porteremo il segreto nella 
  tomba. - 
</p>
<p>
  - Certo, sapete benissimo che moriremo all'alba 
  e le nostre ceneri saranno disperse al vento. - 
</p>
<p>
  A questo punto il sor Pisello si accostò ancora di 
  più al suo compagno di prigionia e, bisbigliandogli nelle 
  orecchie, gli rivelò che la casa del sor Zucchina era nascosta 
  nel bosco, ed era affidata alle cure del sor Mirtillo. 
</p>
<p>
  Pomodoro lo lasciò finire di parlare, poi gli prese la 
  mano, gliela strinse calorosamente ed esclamò: 
</p>
<p>
  - Mio caro amico, vi ringrazio molto di avermi 
  confidato questa importante notizia. Voi mi salvate la 
  vita. - 
</p>
<p>
  - Io vi salvo la vita? Avete voglia di scherzare. - 
</p>
<p>
  - Niente affatto - rispose Pomodoro, alzandosi. 
  Andò alla porta e battè coi pugni fin che i Limoncini di 
  guardia gli vennero ad aprire: 
</p>
<p>
  - Portatemi subito alla presenza del Principe Limone 
  - ordinò con il suo solito tono arrogante - gli
  devo fare importanti rivelazioni. - 
</p>
<p>
  Difatti il Cavaliere rivelò ogni cosa al Principe, che 
  non stava nella pelle dalla contentezza. Fu deciso che 
  il mattino seguente subito dopo l'esecuzione del sor Pisello, 
  sarebbero andati nel bosco a prendere la casa.
  </p>
  </div>
  
<div n='Capitolo Quattordicesimo' type='capitolo'>
  <head>Il sor Pisello sale il patibolo</head>
<p>
    
<pb n='105' />
  
  In mezzo alla piazza del villaggio fu alzata una 
  bella forca, con la sua brava botola che si apriva quando 
  il boia schiacciava il bottone, e quando il boia schiacciava 
  il bottone il sor Pisello cadeva nella buca e ci restava 
  finchè era morto. 
</p>
<p>
  Quando lo andarono a chiamare per impiccarlo il 
  sor Pisello fece di tutto per guadagnare tempo: prima 
  disse che non si era ancora fatta la barba, poi volle lavarsi 
  la testa, poi trovò che gli erano cresciute troppo le 
  unghie dei piedi e disse che le voleva tagliare. 
</p>
<p>
  Il boia protestava perchè si perdeva tempo ma il desiderio 
  di un condannato a morte è sacro, e così bisognò 
  cercare un paio di forbicine: il sor Pisello ci mise due 
  ore a tagliarsi le unghie ma alla fine dovette rassegnarsi 
  a partire. 
</p>
<p>
  Mentre saliva i gradini della forca gli venne una 
  grande paura. Doveva morire. Così piccolo, così grasso, 
  così verde, con la testa lavata e le unghie tagliate, e 
  doveva morire. 
</p>
<p>
  Difatti cominciarono a rullare i tamburi. Il boia mise 
  il cappio al collo dell'avvocato, contò fino a tredici
  
<pb n='106' />
  
  perchè era superstizioso, poi schiacciò il bottone. La 
  botola si aprì, il sor Pisello precipitò nel buio pensando: 
</p>
<p>
  - Stavolta sono morto davvero. -  
</p>
<p>
  Invece sentì una voce piuttosto nasale che diceva: 
</p>
<p>
  - Tagli lei, signor Cipollino. Con questa luce io 
  ci vedo troppo poco. - 
</p>
<p>
  Qualcuno tagliò il laccio che stringeva il collo del 
  sor Pisello e la voce disse di nuovo: 
</p>
<p>
  - Gli dia un sorso di questo ottimo sciroppo di 
  patate: noi talpe non andiamo mai in giro senza la nostra 
  bottiglietta medicinale. - 
</p>
<p>
  Cosa diavolo era successo? 
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Quindicesimo' type='capitolo'>
  <head>Spiegazione del capitolo precedente</head>
<p>

<pb n='107' />
  
  Era successo semplicemente questo: Fragoletta aveva 
  avvisato Ravanella del pericolo che correva il sor Pisello; 
  Ravanella era corsa ad avvisare Cipollino, il quale 
  insieme a tutti gli altri prigionieri liberati si era accampato 
  in una grotta, non lontano dalla casetta del sor 
  Zucchina.  
</p>
<p>
  Cipollino si era fatto prestare una lesina da Mastro 
  Uvetta per grattarsi in testa, perchè la situazione era 
  disperata ed esigeva una bella grattatina. 
</p>
<p>
  Finita la grattatina, Cipollino restituì la lesina a 
  Mastro Uvetta e disse semplicemente: 
</p>
<p>
  - Grazie, ho trovato. - 
</p>
<p>
  E si allontanò correndo. Nessuno gli domandò che
  cosa avesse trovato. 
</p>
<p>
  Il sor Zucchina si accontentò di sospirare: 
</p>
<p>
  - Se dice che ha trovato, ha trovato. - 
</p>
<p>
  Cipollino vagò un bel pezzo per i campi, prima di 
  trovare quello che cercava. Infine capitò in un prato 
  disseminato di monticelli di terra: e ogni tanto un nuovo 
  monticello spuntava sù come un fungo. La Talpa 
  era al lavoro. 
</p>
<p>
  Cipollino non ebbe che da aspettare e quando uno
  
<pb n='108' />
  
  di quei funghi di terra gli spuntò proprio sotto i piedi, 
  si inginocchiò e cominciò a chiamare: 
</p>
<p>
  - Signora Talpa! Signora Talpa! Sono Cipollino. - 
</p>
<p>
  - Ah è lei - rispose seccamente la Talpa - sono 
  ancora mezza cieca per l'altra volta. Ha intenzione di 
  propormi qualche altro viaggetto sottoterra per andare 
  in cerca di caverne luminose? - 
</p>
<p>
  - Non parli così, signora Talpa: grazie al suo 
  aiuto io mi sono ricongiunto con i miei amici. Abbiamo 
  potuto liberarci ed ora abitiamo provvisoriamente in 
  una grotta qui vicino. - 
</p>
<p>
  - Grazie delle informazioni, ma a me non interessano 
  un bel niente. Arrivederla. - 
</p>
<p>
  - Signora Talpa! Signora Talpa! - chiamò di 
  nuovo Cipollino - Mi stia a sentire. - 
</p>
<p>
  - Dica pure, ma si tolga dalla testa che io abbia 
  voglia di aiutarla ancora. - 
</p>
<p>
  - Non si tratta di me. Si tratta dell'avvocato Pisello. 
  Lo devono impiccare domattina. - 
</p>
<p>
  - Buon pro gli faccia - rispose la Talpa - andrei 
  volentieri ad aiutare a fargli il nodo. Gli avvocati 
  non mi sono simpatici, e i piselli non mi piacciono. - 
</p>
<p>
  Insomma, ci volle del bello e del buono a convincere 
  la Talpa, ma Cipollino era sicuro del fatto suo: sotto 
  le sue apparenze brusche, la Talpa aveva un cuore d'oro 
  e non avrebbe rifiutato i suoi servigi per una giusta 
  causa. 
</p>
<p>
  Così fu: la Talpa ad un certo punto si commosse 
  ed esclamò: 
</p>
<p>
  - La finisca di chiacchierare, signor Cipollino. Lei
  
<pb n='109' />
  
  ha una lingua che non finisce mai. Mi dica piuttosto da 
  che parte devo scavare. - 
</p>
<p>
  - Direzione nord-nord-ovest - rispose pronto 
  Cipollino, spiccando un salto per la gioia. 
</p>
<p>
  In men che non si dica la Talpa scavò una larga galleria 
  fin sotto la forca, poi lei e Cipollino si appostarono 
  là sotto. Quando la botola si aprì e il sor Pisello 
  piombò giù attaccato alla sua corda, che pareva il peso 
  del filo a piombo, Cipollino tagliò la corda in un baleno, 
  fece bere all'avvocato lo sciroppo di patate che la 
  Talpa aveva portato con sè e gli diede anche dei piccoli 
  schiaffi per farlo rinvenire, perchè era tanto stordito, 
  come potete immaginare, che credeva di essere già morto 
  e di trovarsi in Paradiso. 
</p>
<p>
  - Oh, signor Cipollino - esclamò - è morto 
  anche lei? Che combinazione, ritrovarci tutti e due in 
  paradiso. - 
</p>
<p>
  - Avvocato, si svegli - intervenne la Talpa - 
  questo non è il Paradiso e nemmeno l'inferno. E io non 
  sono nè San Pietro nè il diavolo: sono una vecchia Talpa 
  e ho fretta di andarmene per i fatti miei. Sicchè fate 
  presto a uscire di qui e cercate di capitare di rado sulla 
  mia strada. Tutte le volte che incontro Cipollino mi 
  prendo l'insolazione. - 
</p>
<p>
  La botola era scura, difatti, ma per la Talpa era 
  così chiara che le era venuto il mal di testa. 
</p>
<p>
  Finalmente il sor Pisello capì che l'aveva scampata 
  bella, per merito di Cipollino e della Talpa: non finiva 
  più di ringraziare i suoi salvatori. Abbracciava prima 
  l'uno poi l'altro, poi li voleva abbracciare tutti e due 
  insieme, ma aveva le braccia corte e non ci riusciva. 
  Quando si fu calmato, si avviarono sù per la galleria,
  
<pb n='110' />
  
  anzi, la Talpa scavò addirittura una nuova galleria che 
  finiva proprio all'interno della grotta dove abitavano 
  Mastro Uvetta, il sor Zucchina, Pero Pera, e tutti gli 
  altri. 
</p>
<p>
  L'avvocato fu accolto con grandi feste: tutti avevano 
  già dimenticato che in passato Pisello era stato un 
  loro nemico. 
</p>
<p>
  La Talpa si accomiatò dai suoi amici con le lagrime 
  agli occhi, dicendo: 
</p>
<p>
  - Se aveste un po' di buon senso, verreste ad abitare 
  con me sottoterra: là non ci sono forche, non ci 
  sono Pomodori, non ci sono Limoni e Limoncini. Si 
  sta quieti e al buio, questo è il più importante. Ma in 
  ogni modo, se avete bisogno di me, gettate un biglietto 
  in questa buca: io passerò di quando in quando a prendere 
  vostre notizie. E adesso, arrivederci. - 
</p>
<p>
  La salutarono tutti con effusione e ancora non avevano 
  finito di salutarla quando Pisello si diede una 
  grande manata sulla fronte, così forte che andò a finire 
  a gambe all'aria. 
</p>
<p>
  - Che sbadato! Che distratto! La distrazione sarà 
  la mia rovina. - 
</p>
<p>
  - Avete dimenticato qualcosa? - domandò gentilmente 
  la sora Zucca, raccogliendolo da terra e rinettandogli 
  i vestiti. 
</p>
<p>
  Pisello raccontò l'avventura con Pomodoro, e concluse 
  dicendo: 
</p>
<p>
  - A quest'ora certamente le guardie saranno venute 
  nel bosco a prendere la casa. - 
</p>
<p>
  Cipollino schizzò via come un topo e in due salti fu 
  sotto la quercia del sor Mirtillo. La casa non c'era più. 
</p>
<p>
  
  <pb n='111' />
  
  Il sor Mirtillo, nascosto tra due radici della quercia, 
  piangeva sconsolatamente: 
</p>
<p>
  - Ah, la mia bella casa! Ah, la mia bella casetta. 
</p>
<p>
  - Sono stati i Limoncini? - si informò Cipollino. 
</p>
<p>
  - Hanno portato via tutto: la mezza forbice, la 
  lametta per la barba, il cartello e il campanello. - 
</p>
<p>
  Cipollino si grattò in testa: stavolta ci sarebbero 
  volute due lesine, per tirar fuori un'idea, e Cipollino non 
  ne aveva nemmeno una. Posò affettuosamente una mano 
  sulla spalla del sor Mirtillo e lo accompagnò alla 
  grotta. 
</p>
<p>
  Quando li videro arrivare, nessuno fece domande. 
  Avevano tutti compreso che Pomodoro aveva voluto 
  prendersi la rivincita, e che per questa volta il colpo gli 
  era andato bene.
  </p>
  </div>
<div n='Capitolo Sedicesimo' type='capitolo'>
  <head>Le avventure di Mister Carotino e del cane Segugio</head>
<p>
    
<pb n='113' />
  
  Mister Carotino...
</p>
<p>
  Un momento, Mister Carotino chi è? Di questo 
  personaggio non si è ancora sentito parlare: da dove salta 
  fuori? Che cosa vuole? E' alto o piccolo, grasso o 
  magro? Ora vi spiego subito. 
</p>
<p>
  Visto che i prigionieri non si trovavano, il Principe 
  Limone ordinò un rastrellamento generale delle campagne 
  circostanti. I Limoncini, armati di rastrelli, rastrellarono 
  per bene i campi ed i prati, i boschi e le siepi 
  per trovare i nostri eroi. Lavorarono giorno e notte e 
  raccolsero un mucchio di cartacce, di sterpi e di pelli di 
  bisce, ma di Cipollino e dei suoi amici neppure l'ombra. 
</p>
<p>
  <q>- Buoni a nulla! -</q> tuonava il governatore <q>- 
  Tutto quello che avete combinato è di aver rovinato i 
  rastrelli. Quasi tutti i rastrelli hanno i denti rotti. Meritereste 
  che facessi rompere i denti anche voi. -</q> 
</p>
<p>
  Le guardie batterono i denti per la paura, e per un 
  quarto d'ora si sentì un tic-tic-tic che pareva la grandine. 
</p>
<p>
  Un Limone di corte che andava qualche volta al 
  cinema osservò: 
</p>
<p>
  <q>- Credo che sia il caso di chiamare un investigatore. -</q> 
</p>
<p>
<pb n='114' />
  <q>- Che cos'è un investigatore? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Uno che fa le ricerche. Se voi avete perduto un 
  bottone, per esempio, lui ve lo trova in quattro e quattr'otto. 
  Lo stesso se perdete un battaglione di guardie o 
  se vi scappano i prigionieri: lui non ha che da mettersi 
  gli occhiali e ve li scova seduta stante. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Quand'è così, mandate a chiamare un investigatore. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ne conosco uno che fa al caso nostro -</q> propose 
  il dignitario <q>- si chiama Mister Carotino. -</q> 
</p>
<p>
  Ecco, adesso sapete anche chi era Mister Carotino. 
  Appena arriva vi dico anche com'era vestito e di che 
  colore erano i suoi baffi. 
</p>
<p>
  No, questo non ve lo posso dire, perchè Mister Carotino 
  non aveva i baffi. Invece aveva un cane, un cane 
  da caccia, di nome Segugio, che lo aiutava a portare gli 
  strumenti. Mister Carotino infatti non andava mai in 
  giro senza una dozzina di cannocchiali e di binoccoli, 
  un centinaio di bussole, una decina di macchine fotografiche, 
  un microscopio, una rete per prendere le farfalle 
  e un sacchettino di sale. 
</p>
<p>
  <q>- Del sale che cosa ve ne fate? -</q> gli domandò il 
  Governatore. 
</p>
<p>
  <q>- Col permesso di Vostra Eccellenza, io metto il 
  sale sulla coda dei prigionieri fuggiti poi li prendo con
  la rete per le farfalle. -</q> 
</p>
<p>
  Il Governatore sospirò: 
</p>
<p>
  <q>- Ho paura che questa volta il sale non vi servirà: 
  i prigionieri fuggiti non hanno la coda. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Il caso è molto grave -</q> osservò severamente 
  Mister Carotino <q>- se non hanno la coda come faccio a 
  prenderli? Dove glielo metto il sale? Col permesso di vostra Eccellenza:</q>
  
  
<pb n='115' />
  
    <figure>
      <head>«Il boia mise il cappio al collo all'avvocato...» (pag. 105)</head>
    </figure>

<pb n='116' />
  
  <q> non si dovrebbero mai lasciar fuggire 
  i prigionieri dalla prigione. O almeno, prima di lasciarli 
  fuggire bisognerebbe attaccargli una coda, così si 
  possono riprendere. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ho visto al cinema -</q> intervenne quel tale dignitario 
  che vi ho detto prima <q>- che qualche volta gli 
  evasi si prendono mettendo loro il sale sulla testa. -</q> 
</p>
<p>
 <q>- E' un sistema sorpassato -</q> ribattè con aria 
  spregiativa Mister Carotino. 
</p>
<p>
  <q> - E' un sistema molto, molto sorpassato -</q> ripetè 
  Segugio. 
</p>
<p>
  Il cane dell'investigatore aveva questa particolarità: 
  che ripeteva spesso le parole del suo padrone, aggiungendovi 
  alcune osservazioni personali, ossia, in genere, 
  le parole «molto, molto». 
</p>
<p>
  <q>- Ho un'altra idea -</q> disse Mister Carotino. 
</p>
<p>
  <q>- Noi abbiamo molte, molte idee -</q> ripetè Segugio, 
  dondolando le orecchie con aria d'importanza. 
</p>
<p>
  <q>- Si potrebbe adoperare il pepe, invece del sale. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Giusto, giusto -</q> approvò entusiasticamente il 
  Governatore <q>- Voi gli gettate il pepe negli occhi e 
  quelli si arrendono subito. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Lo credo anch'io -</q> osservò Pomodoro <q>- ma 
  per gettargli il pepe negli occhi prima bisogna trovarli. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Questo è più difficile -</q> ammise Mister Carotino 
  <q>- ma con l'aiuto dei miei strumenti, mi ci proverò. -</q> 
</p>
<p>
  Mister Carotino era un investigatore come si deve: 
  non faceva mai nulla senza i suoi strumenti. Per esempio, 
  per andare a dormire adoperò tre bussole: una per
  
<pb n='117' />
  
  trovare la scala, una per trovare la porta della sua camera, 
  e una per trovare il letto. 
</p>
<p>
  Ciliegino passò di lì per dare un'occhiata e vide Mister 
  Carotino e il suo cane Segugio, sdraiati sul pavimento, 
  che consultavano la bussola discutendo animatamente. 
</p>
<p>
  <q>- Che cosa fanno, lor signori, per terra? Forse 
  cercano i buchi nel tappeto, che per caso i prigionieri non 
  siano scappati di lì? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Cerco il mio letto, signor Visconte. Tutti sono 
  capaci di trovare il loro letto a occhio nudo. Ma un 
  investigatore deve agire scientificamente. Il mio dovere 
  professionale è di consultare prima di tutto gli strumenti 
  tecnici del caso. La bussola, come lei mi insegna, 
  è dotata di un ago magnetico sempre puntato verso il 
  nord. Andando in quella direzione io troverò infallibilmente 
  il mio letto. -</q> 
</p>
<p>
  Accadde invece che andando in quella direzione l'investigatore 
  andò a sbattere la testa contro lo specchio 
  dell'armadio e siccome aveva la testa dura mandò lo 
  specchio in mille pezzi. Il Cane Segugio si tagliò la coda, 
  e glie ne rimase solo un mozzicone. 
</p>
<p>
  <q>- I nostri calcoli devono essere sbagliati -</q> disse 
  Carotino. 
</p>
<p>
  <q>- Devono essere molto, molto sbagliati -</q> rincarò 
  Segugio. 
</p>
  <p>
<q>- Cerchiamo un'altra strada. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Cerchiamo molte altre strade -</q> approvò Segugio, 
  <q>- e possibilmente che non vadano a finire contro 
  gli specchi. -</q> 
</p>
<p>
  Questa volta invece della bussola Mister Carotino
  
<pb n='118' />
  
  usò uno dei suoi potentissimi cannocchiali da marina. 
  Ci ficcò l'occhio e cominciò a girarlo a destra e a sinistra. 
</p>
<p>
  <q>- Che cosa vedete, principale? -</q> domandò Segugio. 
</p>
<p>
  <q>- Vedo una finestra: è chiusa, ha le tende rosse ed 
  ha quattordici vetri per parte. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- La scoperta è molto importante -</q> esclamò Segugio 
  <q>- quattordici e quattordici fa ventotto: se andiamo 
  in quella direzione possiamo produrci ventotto 
  tagli in testa e quanto a me non so che cosa mi resterà 
  ancora della mia coda. -</q> 
</p>
<p>
  Carotino girò il cannocchiale in un'altra direzione. 
</p>
<p>
  <q>- Che cosa vedete, principale? -</q> domandò Segugio, 
  preoccupato. 
</p>
<p>
  <q>- Vedo una costruzione in ferro battuto. E' una 
  costruzione molto interessante: ha tre gambe, legate 
  insieme da un giro di ferro. In cima alla costruzione 
  c'è un tetto bianco, apparentemente smaltato. -</q> 
</p>
<p>
  Segugio era sbalordito per l'abilità del suo padrone. 
</p>
<p>
  <q>- Principale -</q> osservò <q>- se non sbaglio, nessuno 
  fino a questo momento aveva scoperto tetti smaltati. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Noi saremo i primi -</q> continuò Carotino <q>- 
  Un investigatore deve saper trovare ogni sorta di cose 
  misteriose in una semplice camera da letto. -</q> 
</p>
<p>
  Marciarono nella direzione della costruzione in 
  ferro battuto con il tetto bianco smaltato, non prima di 
  essersi sdraiati per terra e di aver ascoltato con l'orecchio 
  il pavimento, per essere sicuri che nessun cavallo si 
  aggirasse nelle vicinanze. Dopo una marcia di una decina 
  di passi arrivarono sotto la costruzione di ferro, e ci 
  arrivarono tanto sotto che il tetto si rovesciò. 
</p>
<p>
  
<pb n='119' />
  
  Quale non fu la meraviglia e la sorpresa del valente 
  investigatore e del suo valentissimo cane Segugio quando 
  dal tetto piovve sulle loro teste e sulle loro spalle una 
  doccia freddissima. Rimasero immobili per timore di 
  altri danni, e lasciarono colare pazientemente l'acqua sui 
  capelli, sul viso, nel collo e nella schiena. 
</p>
<p>
  <q>- Penso -</q> borbottò Carotino, scontento <q>- penso 
  che si tratti di un catino. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Penso -</q> aggiunse Segugio <q>- che si tratti di un 
  catino con molta, molta acqua, destinata alle abluzioni 
  del mattino. -</q> 
</p>
<p>
  Carotino si alzò, imitato dal suo fedele aiutante. 
  Scoprì senza difficoltà il letto, da cui distava circa un 
  metro e mezzo, e vi si diresse dignitosamente, continuando 
  a fare profonde osservazioni come questa: 
</p>
<p>
  <q>- Nella nostra professione bisogna affrontare dei 
  rischi: ci siamo lavati la testa con l'acqua del catino, ma 
  in compenso abbiamo trovato il letto. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ci siamo molto, molto lavati la testa -</q> osservò 
  per conto suo il cane. - 
</p>
<p>
  Al quale, del resto, non arrise la fortuna: gli toccò 
  di dormire sul tappeto, con la testa appoggiata alle 
  pantofole del suo padrone. Carotino russò invece tutta 
  notte e si svegliò solamente col primo raggio di sole. 
</p>
<p>
  <q>- Segugio, al lavoro -</q> chiamò affettuosamente. 
</p>
<p>
  <q>- Padrone, sono pronto -</q> rispose il cane, balzando 
  a sedere sul mozzicone di coda che gli era rimasto 
  dopo il disastro dello specchio. 
</p>
<p>
  Non si poterono lavare la faccia perchè tutta l'acqua 
  si era rovesciata. Segugio si accontentò di leccarsi i baffi, 
  poi diede una leccatina anche alla faccia del suo padrone.
  
<pb n='120' />
  
  Indi scesero entrambi in giardino e cominciarono le loro 
  ricerche per trovare gli evasi. 
</p>
<p>
  L'investigatore estrasse prima di tutto un sacchetto 
  di quelli che si adoperano per giocare a tombola, con
  dentro i novanta numeri del lotto.	 
</p>
<p>
  Pregò il cane di dargli un numero. Segugio introdusse 
  la zampa nel sacchetto e tirò fuori il numero sette. 
</p>
<p>
  <q>- Dobbiamo fare sette passi a destra -</q> concluse 
  l'indagatore, dopo aver riflettuto per qualche minuto. 
</p>
<p>
  Fecero sette passi a destra e andarono a finire in un 
  cespuglio di ortiche. 
</p>
<p>
  Segugio si punse quel povero rimasuglio di coda che 
  gli era rimasto. Carotino si punse il naso che in pochi 
  minuti divenne rosso come un peperone. 
</p>
<p>
  <q>- Ci dev'essere un errore -</q> ammise l'investigatore. 
</p>
<p>
  <q>- Ci devono essere molti, molti errori -</q> approvò 
  tristemente Segugio. 
</p>
 <p>
  <q>- Proviamo un altro numero. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Proviamo molti molti altri numeri. -</q>
</p> 
<p>
  Questa volta uscì il numero ventotto e Mister Carotino 
  ne dedusse che si dovevano fare ventotto passi a sinistra. 
</p>
<p>
  Fecero i ventotto passi e andarono a cadere nella 
  vasca dei pesci rossi. 
</p>
<p>
  <q>- Aiuto! Affogo! -</q> gridava il celebre poliziotto 
  privato. 
</p>
<p>
  <q>- Eccomi, padrone -</q> rispose volonterosamente 
  Segugio, e afferratolo per la collottola con i denti, in 
  poche bracciate lo trasse in salvo. 
</p>
<p>
  Si sedettero sull'orlo della vasca a farsi asciugare gli 
  abiti.
</p>

<pb n='121' />
 
<p>
  <q>- Ho fatto una scoperta preziosa -</q> disse Carotino. 
</p>
<p>
  <q>- Molto, molto preziosa -</q> approvò Segugio <q>- 
  ma anche abbastanza umida. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Immagino che i prigionieri siano fuggiti attraverso 
  la vasca dei pesci rossi. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Forse essi hanno scavato una galleria proprio 
  sotto la vasca. -</q> 
</p>
<p>
  Fecero chiamare Pomodoro e gli chiesero di dare disposizioni 
  perchè si scavasse sotto la vasca: c'erano gravi 
  indizi che facevano supporre che i prigionieri se la 
  fossero svignata da quella parte. Ma Pomodoro si rifiutò 
  recisamente di rovinare la vasca. Disse che lui personalmente 
  credeva che gli evasi avessero scelto una strada 
  più facile e pregò Mister Carotino di dirigere altrove 
  le sue indagini. 
</p>
<p>
  Carotino sospirò e crollò il capo: 
</p>
<p>
  <q>- Ecco la gratitudine del mondo -</q> disse <q>- io 
  sto sudando sette camice, anzi mi sto addirittura prendendo 
  un bagno dopo l'altro, e invece di aiutarmi nel 
  mio lavoro le autorità locali mi ostacolano con ogni 
  mezzo. -</q> 
</p>
<p>
  Per fortuna passava di lì Ciliegino, come per caso, e 
  l'investigatore gli chiese se conoscesse un'altra uscita dal 
  parco che non fosse una galleria scavata sotto la vasca 
  dei pesci rossi. 
</p>
<p>
  <q>- Certamente -</q> rispose Ciliegino <q>- il cancello. -</q> 
</p>
<p>
  Mister Carotino riflettè rapidamente e concluse che 
  l'idea poteva essere buona. Ringraziò con calore il Visconte 
  e, seguito da Segugio che non finiva di scrollarsi 
  l'acqua di dosso, si diresse verso il cancello.
</p>
  
<pb n='122' />

<p>
  Ciliegino lo seguì, fingendo di essere un ragazzetto 
  curioso, e quando lo vide uscire dal cancello e imboccare 
  la strada del bosco, si mise due dita in bocca e lanciò un 
  fischio. 
</p>
<p>
  Carotino si voltò di scatto. 
</p>
<p>
  <q>- Dite a me? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- No, no, signor Carotino. Stavo avvertendo un 
  passero che gli ho messo delle briciole sul davanzale. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Che animo gentile, signor Visconte. -</q> Mister 
  Carotino fece un inchino e proseguì la sua passeggiata. 
</p>
<p>
  Al fischio di Ciliegino, come potete immaginare, rispose 
  un altro fischio, non così sonoro, naturalmente, 
  ma soffocato e discreto, e un cespuglio si agitò proprio 
  a destra dell'investigatore, sulla soglia del bosco: Ciliegino 
  sorrise, i suoi amici vegliavano. Egli li aveva avvisati 
  dell'arrivo di Mister Carotino e aveva preparato con 
  loro un piccolo piano di battaglia. 
</p>
<p>
  Anche l'investigatore vide il cespuglio agitarsi. Si 
  buttò a terra, subito imitato da Segugio e rimase immobile. 
</p>
<p>
  <q>- Siamo circondati -</q> bisbigliò l'investigatore 
  sputando la polvere che gli era entrata in bocca e nel 
  naso. 
</p>
<p>
  <q>- Siamo molto, molto circondati -</q> sussurrò il 
  cane, di rimando. 
</p>
<p>
  <q>- Il nostro compito -</q> proseguì Carotino <q>- diviene 
  di minuto in minuto più difficile. Ma noi dobbiamo 
  trovare i prigionieri ad ogni costo. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Noi dobbiamo trovare molti, molti prigionieri. -</q> 
</p>
<p>
  Carotino si concentrò per riflettere, e poi scrutò il
  cespuglio con un binocolo da montagna. 
</p>
<p>

<pb n='123' />

  <q>- Non c'è più nessuno -</q> osservò. <q>- I pirati si 
  sono ritirati. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- I pirati? -</q> domandò Segugio <q>- abbiamo a
  che fare anche con i pirati? -</q>  
</p>
<p>
  <q>- Certo! -</q> esclamò severamente Carotino <q>- 
  chi si nasconde dietro i cespugli e provoca il loro agitarsi 
  discreto ma misterioso, se non i pirati? Abbiamo a 
  che fare con una terribile banda di pirati. Non ci resta 
  che seguire le loro tracce: essi ci porteranno sicuramente 
  nel nascondiglio degli evasi. -</q> 
</p>
<p>
  Segugio non finiva di meravigliarsi per l'acutezza 
  del suo padrone. 
</p>
<p>
  I pirati intanto si ritiravano, muovendosi abbastanza 
  visibilmente tra i cespugli. Ossia non si vedevano 
  i pirati, ma si vedevano i cespugli che si muovevano e 
  Carotino sapeva che là dietro si nascondevano i pirati, i 
  quali si ritiravano certamente per sottrarsi alle sue ricerche 
  ed all'inevitabile cattura. 
</p>
<p>
  I pirati non si vedevano anche per un'altra ragione, 
  che poi vi dirò. 
</p>
<p>
  Dopo un centinaio di metri la strada penetrava nel 
  bosco. Carotino e Segugio la imboccarono senza esitazioni, 
  fecero qualche passo, poi si fermarono all'ombra 
  di una quercia per riposarsi e per fare il punto sulla situazione. 
</p>
<p>
  L'investigatore trasse dal sacco dei suoi strumenti il 
  microscopio e cominciò ad esaminare accuratamente la 
  polvere del sentiero. 
</p>
<p>
  <q>- Nessuna traccia, padrone? -</q> domandava con 
  ansia Segugio. 
</p>
<p>
  <q>- Nessuna traccia. -</q> 
</p>
<p>

<pb n='124' />
  
  Proprio in quel momento si udì di nuovo un fischio 
  prolungato, poi una voce lanciò un grido soffocato: 
</p>
<p>
  <q>- Ooooh! Ooooh! -</q> 
</p>
<p>
  Carotino e Segugio si gettarono a terra di nuovo. 
</p>
<p> 
  Il grido si ripetè due o tre volte. Non c'era dubbio, 
  ormai. I pirati si facevano dei segnali. 
</p>
<p>
  <q>- Siamo in pericolo -</q> constatò Carotino, senza 
  battere ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle. 
</p>
<p>
  <q>- Siamo molto, molto in pericolo -</q> gli fece eco 
  il cane. 
</p>
<p>
  <q>- I pirati, hanno interrotto la ritirata ed hanno 
  iniziato una manovra di aggiramento per prenderci alle 
  spalle. Tieniti pronto con il pepe. Appena essi si faranno 
  vedere, tu lancerai loro il pepe negli occhi, ed io li catturerò 
  con la rete. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Il piano è molto audace -</q> disse Segugio con 
  ammirazione <q>- ma ho sentito dire che i pirati sono armati 
  di colubrine. Che cosa succederebbe se essi, una 
  volta catturati, fuggissero sparando? -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Maledizione! -</q> ammise Carotino <q>- A questo 
  non ci avevo pensato. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Io credo -</q> propose il cane, gongolando per essere 
  riuscito a mettere in difficoltà il celebre poliziotto 
  privato <q>- io credo che possiamo usare il sistema lepre e 
  cacciatore. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Ossia? -</q> domandò Carotino. 
</p>
<p>
  <q>- E' un sistema che viene usato all'estero per la 
  caccia alla lepre. Si tende una corda molto resistente da 
  un albero all'altro, in un punto dove presumibilmente 
  la lepre si troverà a passare in giornata. Accanto alla corda 
  si pone un coltello che non taglia. Quando la lepre, 
  inseguita dai cacciatori, giunge presso la corda, esclama:</q> 
</p>
<p>

<pb n='125' />
  
  <q>Maledizione! - Ma subito vede il coltello e dice: Meno 
  male, mi posso servire di questo coltello. Afferra il 
  coltello e comincia a tagliare. Ma, come vi ho detto, i 
  cacciatori hanno scelto un coltello che non taglia. La 
  lepre suda, si affanna, bestemmia e inveisce ma non c'è 
  verso: non riesce a tagliare la corda e i cacciatori le sono 
  addosso. - </q>
</p>
<p>
  <q>- E' un sistema molto ingegnoso -</q> ammise Carotino 
  <q>- Ma sfortunatamente io non ho con me un 
  coltello che non taglia. Ho solamente lame affilatissime, 
  di primordine, di marca spagnola. E a pensarci bene non 
  ho con me nemmeno la corda. -</q> 
</p>
<p>
  <q>- Allora non c'è niente da fare. -</q> concluse Segugio. 
</p>
<p>
  In quel momento una voce soffocata gridò, a pochi 
  passi dai due poliziotti sdraiati nell'erba:
</p>
<p>
  <q>- Mister Carotino! Mister Carotino! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Una voce di donna. -</q> fece l'indagatore, stupito.
</p>
<p>
  <q>- Mister Carotino! Mister Carotino! -</q> continuò
  la voce in tono supplichevole.
</p>
<p>
  Segugio arrischiò un'osservazione personale.
</p>
<p>
  <q>- A mio parere -</q> disse <q>- si tratta di una donna 
  in pericolo. Forse essa si trova nelle mani dei pirati, che 
  la vogliono usare come ostaggio. Credo che dobbiamo 
  fare il possibile per liberarla. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non possiamo -</q> disse Carotino, seccato della 
  invadenza del suo aiutante <q>- Dobbiamo catturare degli 
  evasi, non liberare dei prigionieri. Siamo stati assunti 
  con un compito preciso, non possiamo fare proprio il 
  contrario di quello che siamo pagati per fare. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='126' />
  
  La voce intanto, a brevi intervalli, pregava, in tono 
  supplichevole:
</p>
<p>
  <q>- Mister Carotino! Aiutatemi, per favore! Aiutatemi! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Una donna chiede il mio aiuto -</q> rifletteva intanto 
  l'investigatore <q>- ed io mi rifiuterei di prestarglielo? 
  Che cos'ho al posto del cuore? -</q>
</p>
<p>
  Preoccupatissimo si tastò sotto la giacca e respirò di 
  sollievo costatando che il cuore batteva ancora.
</p>
<p>
  La voce si allontanava verso nord. In quella direzione 
  i cespugli si agitavano violentemente, veniva di là 
  un fruscio di passi, il rumore di una lotta soffocata e 
  selvaggia.
</p>
<p>
  Carotino balzò in piedi e, seguito da Segugio, si mise 
  a correre verso nord, non perdendo di vista la bussola.
</p>
<p>
  Alle sue spalle echeggiò una risata.
</p>
<p>
  Carotino si arrestò, indignato, si volse verso l'ignoto 
  personaggio che rideva alle sue spalle e gridò, con 
  tutta la nobiltà d'animo di cui era capace:
</p>
<p>
  <q>- Ridi! Ridi pure, perfido pirata! Ride bene chi 
  ride ultimo! -</q>
</p>
<p>
  Il pirata rise di nuovo, poi gli venne un accesso 
  di tosse.
</p>
<p>
  Infatti, Ravanella gli aveva dato una robusta manata 
  sulle spalle per farlo cessare di ridere. Fagiolino - 
  il pirata non era altri che lui, il piccolo figlio del cenciaiolo 
  Fagiolone - si mise il fazzoletto in bocca per 
  poter continuare a ridere a suo agio.
</p>
<p>
  <q>- Proprio adesso che gliel'abbiamo fatta -</q> bisbigliò 
  severamente Ravanella <q>- vuoirovinare tutto.  -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='127' />
  
  <q>- Ma lui crede che siamo i pirati! -</q> disse Fagiolino 
  per scusarsi.
</p>
<p>
  <q>- Vieni -</q> fece Ravanella <q>- cerchiamo di non 
  perdere le sue tracce. -</q>
</p>
<p>
  Carotino e Segugio avevano ripreso a correre verso 
  nord, inseguendo il rumore di passi e di lotta soffocata 
  che continuava a venire da quella direzione, ossia continuando 
  ad inseguire due ragazzetti, ossia Tomatino e 
  Patatina, che fingevano di lottare tra di loro. Patatina 
  si fermava di quando in quando e con la sua vocina aggraziata 
  chiamava, per essere sicura che Carotino non 
  perdesse le sue tracce:
</p>
<p>
  <q>- Aiuto! Aiuto, signor investigatore! Sono prigioniera 
  dei pirati! Venite a liberarmi. -</q>
</p>
<p>
  Come potete immaginare, i ragazzi erano già riusciti 
  ad attirare il poliziotto ben lontano dalla grotta 
  nella quale si rifugiavano Cipollino e gli altri nostri 
  amici. Ma il loro piano non si limitava a questo.
</p>
<p>
  Se ne accorse ben presto Carotino, e se ne accorse anche 
  Segugio, poveretto, anzi, se ne accorse per primo. Ad 
  un certo punto, quando gli pareva di essere lì lì per azzannare 
  i pirati e si preparava a dare loro una solenne 
  lezione, gli successe qualcosa di strano.
</p>
<p>
  <q>- O cielo, sto volando! -</q>	ebbe il tempo di esclamare.
</p>
<p>
  E stava effettivamente volando, appeso ad una trappola 
  che lo scaraventò in cima ad una quercia e lo tenne 
  imprigionato contro il tronco, legato come un salame.
</p>
<p>
  Carotino era rimasto indietro di qualche passo, e 
  quando girò l'angolo non vide più il suo fedele aiutante.
</p>
<p>
  <q>- Segugio! -</q> chiamò.
</p>
<p>
  Nessuna risposta.
</p>
<p>
  
<pb n='128' />
  
  <q>- Certamente si sarà fermato per via a inseguire 
  qualche lepre. Da dieci anni è al mio servizio ma non sono 
  ancora riuscito a fargli perdere il vizio di distrarsi. -</q>
</p>
<p>
  Non sentendo alcun rumore chiamò di nuovo: <q>- 
  Segugio! Segugio! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Sono qui, padrone. -</q> gli rispose una voce lamentosa, 
  irriconoscibile.
</p>
<p>
  La voce sembrava venire dall'alto. L'investigatore 
  guardò in sù, tra i rami, e proprio lassù, aggrappato al 
  ramo più alto della quercia, vide Segugio.
</p>
<p>
  <q>- Che cosa fai lì? -</q> domandò severamente <q>- Ti 
  sembra questo il momento di andarti ad arrampicare 
  sugli alberi? Ti sembra questo il momento di giocare?
  Faresti meglio a scendere subito. I Pirati non sono lì che 
  ci aspettano, e se perdiamo le loro tracce, chi libererà la 
  bella prigioniera? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Padrone, lasciate che vi spieghi -</q> supplicava Segugio, 
  tentando invano di liberarsi dalla trappola.
</p>
<p>
 <q>- Non c'è niente da spiegare -</q> proseguì indignatissimo 
  Mister Carotino <q>- Mi spiego benissimo da solo, 
  senza bisogno delle tue bugie, che non ti piace dar la caccia 
  ai pirati, e preferisci inseguire gli scoiattoli tra i rami. 
  Ma io sono un investigatore serio, il più celebre d'Europa 
  e d'America, e non posso tenere al mio servizio un 
  buffoncello che non può vedere un albero senza cedere
  alla tentazione di arrampicarvisi sopra. Bella posizione,
  per l'aiutante di un investigatore pari mio. Basta così: 
  sei licenziato. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Padrone, padrone, lasciatemi parlare. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Parla quanto vuoi, ma io non mi fermerò certo
  ad ascoltarti. Ho ben altro da fare. Ho un dovere da 
  compiere e niente mi arresterà sulla mia strada. Addio,</q>

<pb n='129' />
  
  <q>Segugio, ti auguro di trovare una professione più allegra 
  e un padrone meno severo. Ed auguro a me stesso 
  di trovare un aiutante più serio. Giusto ho adocchiato 
  ieri, nel parco del Castello, un Mastino che fa al fatto 
  mio: onesto, modesto e dignitoso. Certo non gli passa 
  nemmeno per la testa di mettersi a dar la caccia ai bruchi 
  su per le querce. Addio, dunque, o cane infedele. -</q>
</p>
<p>
  A sentirsi insultare a quel modo, il povero Segugio 
  scoppiò a piangere.
</p>
<p>
  <q>- Padrone, padrone, state attento, padrone, altrimenti 
  finirete come me. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Mi fai ridere. Non mi sono mai arrampicato su 
  una pianta in vita mia, e non sarà il tuo esempio a distrarmi 
  dalla mia professione per farmi abbracciare tronchi 
  di quercia. -</q>
</p>
<p>
  Ma proprio mentre pronunciava queste nobili parole, 
  Mister Carotino si sentì afferrare alla vita da qualcosa 
  che lo stringeva fino a farla soffocare; udì il rumore 
  di una molla che scattava e si accorse che stava volando 
  tra i rami degli alberi. Anzi, stava proprio costatando 
  che si trattava della stessa quercia sulla quale si era 
  arrampicato Segugio, quando il volo finì, e lui si trovò 
  a due palmi dalla coda del suo cane, bene assicurato al 
  tronco da una solida fune.
</p>
<p>
  <q>- Ve l'avevo detto -</q> disse il cane, nel suo solito 
  tono lamentoso.
</p>
<p>
  Carotino faceva degli sforzi terribili per mantenere 
  la sua dignità in quella scomoda posizione. 
</p>
<p>
  <q>- Tu non mi avevi detto un bel niente.  Il tuo
  dovere sarebbe stato di avvertirmi che stavo per cadere 
  in una trappola, invece di farmi perdere il tempo in 
  chiacchiere. -</q><q></q>
</p>
<p>
  
<pb n='130' />
  
  Segugio si morse la lingua per non rispondere. Capiva 
  benissimo lo stato d'animo del suo padrone, e non 
  desiderava procurargli altri dispiaceri.
</p>
<p>
  <q>- Eccoci dunque in trappola -</q> costatò Carotino. 
  <q>- Pensiamo ora come uscirne. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non vi sarà tanto facile -</q> disse una vocina ai 
  loro piedi.
</p>
<p>
  <q>- Ma questa -</q> pensò Carotino <q>- questa è la
  voce della bella prigioniera. -</q>
</p>
<p>
  Guardò in basso, aspettandosi di veder comparire 
  una schiera di terribili pirati col coltello fra i denti, e 
  in mezzo a loro una principessa in lagrime: invece vide 
  un gruppetto di ragazzini che si rotolavano per terra 
  dalle risa.
</p>
<p>
  Ravanella, Patatina, Fagiolino e Tomatino si abbracciavano 
  ridendo e fecero lì per lì un bel girotondo 
  attorno alla quercia:
</p>
<p>
  <hi rend='italic'>
  <q> <lg>
    <l>- Giro giro tondo,</l>
    <l>com'è allegro il mondo, </l>
    <l>con Segugio, poverino, </l>
    <l>intrappolato è Carotino.</l>
   </lg></q>
  </hi>
</p>
<p>
  <q>- Lor signori -</q> cominciò con aria severa l'investigatore 
  <q>- lor signori avranno la bontà di spiegarmi 
  che scherzo è questo. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Noi non siamo signori -</q> rispose Fagiolino <q>- 
  siamo pirati. -</q><q></q>
</p>
<p>
  <q>- E noi siamo principesse prigioniere. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Mi facciano subito scendere di qui, altrimenti 
  sarò costretto a prendere dei severi provvedimenti. -</q>
</p>
  
<pb n='131' />
  
    <figure>
      <head>«Guardò in basso, aspettandosi di veder comparire una 
        schiera di terribili pirati...» (pag. 130)</head>
    </figure>
  
<pb n='132' />
  
<p> 
  <q>- Prenderemo molti, molti provvedimenti -</q> aggiunse 
  il cane, agitando rabbiosamente il suo mozzicone 
  di coda.
</p>
<p>
  <q>- Non credo che potrete prendere molti provvedimenti 
  fin che starete in quella posizione -</q> disse Ravanella.
</p>
<p>
  <q>- E noi cercheremo di lasciarvi lassù il più a lungo 
  possibile. -</q> rincarò Tomatino.
</p>
<p>
  Mister Carotino tacque, non sapendo che dire. La 
  situazione era molto grave, ma abbastanza chiara.
</p>
<p>
  <q>- La situazione mi sembra chiara -</q> bisbigliò nell'orecchio 
  di Segugio.
</p>
<p>
  <q>- Molto, molto chiara  -</q> approvò tristemente Segugio.
  <q>- Siamo prigionieri di una banda di ragazzi. -</q>
  continuò l'investigatore. <q>- Quale disonore, per me. 
  Inoltre, si tratta quasi certamente di ragazzi assoldati 
  dagli evasi per farci perdere le loro tracce. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Si tratta molto, molto certamente di ragazzi assoldati. 
  -</q> ammise il cane <q>- Solo mi meraviglio della 
  bravura con cui hanno preparato questa trappola. -</q>
</p>
<p>
  Segugio si sarebbe meravigliato anche di più se 
  avesse saputo che la trappola era stata preparata da 
  Ciliegino in persona. Il Visconte aveva letto molti libri 
  di caccia grossa e conosceva ogni sorta di avventure di 
  viaggio. Una volta tanto, aveva deciso di risolvere da 
  solo la situazione, senza ricorrere come sempre all'aiuto 
  di Cipollino e c'era riuscito brillantemente.
</p>
<p>
  Nascosto dietro un cespuglio, osservava la scena, 
  soddisfatto del suo lavoro.
</p>
<p>
  
<pb n='133' />
  
  <q>- Ecco due avversari -</q> pensava <q>- immobilizzati 
  per un pezzo. -</q>
</p>
<p>
  E fregandosi le mani si allontanò.
</p>
<p>
  Ravanella e gli altri si diressero verso la grotta per 
  dar l'annuncio dell'impresa a Cipollino. Ma giunti alla 
  grotta non trovarono più nessuno. La grotta era deserta. 
  Le ceneri del focolare erano fredde: da almeno due 
  giorni non vi era stato acceso il fuoco.
  </p>
  </div>
  
<div n='Capitolo Diciassettesimo' type='capitolo'>
  <head>Cipollino fa amicizia con un simpatico Orso</head>
<p>
  
<pb n='135' />
  
  Torniamo, come si dice, un passo indietro, ossia due 
  giorni indietro, altrimenti non riusciremo a sapere che 
  cosa è accaduto nella grotta.
</p>
<p>
  Zucchina e Mirtillo non si potevano dar pace per 
  la perdita della casetta. Si erano tanto affezionati a quei 
  centodiciotto mattoni, che li consideravano come centodiciotto 
  figli. La sventura li aveva fatti diventare 
  amici, anzi, Zucchina aveva perfino promesso al sor 
  Mirtillo:
</p>
<p>
  <q>- Se riusciremo a rientrare in possesso della nostra 
  casina, verrete ad abitare con me. -</q>
</p>
<p>
  Mirtillo aveva accettato con le lagrime agli occhi. 
  Ormai Zucchina, come avete visto, non diceva più la 
  «mia» casina, ma la «nostra» casina, e altrettanto 
  faceva Mirtillo. Il quale però rimpiangeva molto anche 
  la sua mezza forbice, la lametta arrugginita avuta in 
  eredità dal suo bisnonno e le altre ricchezze. 
</p>
<p>
  Una volta litigarono perfino per stabilire chi dei 
  due volesse più bene alla casina. Il sor Zucchina sosteneva 
  che Mirtillo non poteva volerle bene come lui:
</p>
<p>
  <q>- Io ho sudato tutta la vita per costruirla. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Ma ci avete abitato così poco: io invece ci ho 
  abitato quasi una settimana. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='136' />
  
  Questi litigi però finivano presto. Presto infatti 
  scendeva la sera e c'era troppo da pensare a tenere indietro 
  i lupi per litigarsi.
</p>
<p>
  In quel bosco c'erano lupi, orsi ed altri animali selvaggi, 
  ed ogni sera bisognava accendere un gran 
  fuoco attorno alla grotta per tenerli lontani. Così 
  c'era il pericolo che il fuoco fosse visto al Castello, ma 
  insomma, non si poteva mica lasciarsi mangiare dai lupi.
</p>
<p>
  I lupi venivano fino a pochi metri dalla grotta e 
  lanciavano occhiate terribili alla sora Zucca, che essendo 
  tonda e grassa prometteva di essere un bel boccone.
</p>
<p>
  <q>- E' inutile che mi guardiate tanto -</q> gridava 
  indignata la sora Zucca <q>- non avrete mai da me nemmeno 
  una mano. -</q>
</p>
<p>
  Alla fine i lupi avevano tanta fame che si facevano 
  supplichevoli.
</p>
<p>
  <q>- Sora Zucca -</q> dicevano, girando largo attorno 
  al fuoco per non scottarsi <q>- ci dia almeno un dito. 
  Che cos'è un dito per lei? Ne ha dieci alle mani e dieci 
  ai piedi, e in tutto fanno venti. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Per essere dei lupi selvaggi -</q> rispondeva la 
  sora Zucca <q>- sapete bene l'aritmetica. Ma questo non 
  vi servirà a niente. -</q>
</p>
<p>
  I lupi brontolavano un poco, poi si allontanavano 
  e per consolarsi sbranavano tutte le lepri di passaggio.
  Più tardi arrivava l'Orso, e anche lui gettava occhiate 
  languide alla sora Zucca:
</p>
<p>
  <q>- Quanto mi piacete, signora Zucca -</q> diceva 
  l'Orso.
</p>
<p>
  <q>- Anche voi mi piacete, signor Orso, ma mi piacereste 
  di più in salmì. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Che cosa dite mai, signora Zucca. Io invece vi
  
<pb n='137' />
  
  mangerei arrostita, con qualche patatina fresca, e naturalmente 
  ben condita col rosmarino, l'erba salvia, uno 
  spicchio d'aglio e un pizzico di pepe. -</q>
</p>
<p>
  E l'Orso allargava le narici: gli sembrava già di 
  avere sotto il naso il profumo di quell'arrosto. 
</p>
<p>
  Cipollino gli gettò una patata cruda:
</p>
<p>
  <q>- Provate intanto a saziarvi, con questa. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Ho sempre odiato le cipolle -</q> rispondeva 
  l'Orso, montando su tutte le furie <q>- non sono capaci 
  che di far piangere. Non capisco come certa gente 
  possa mangiare cipolle. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Sentite -</q> propose Cipollino <q>- invece di venire 
  tutte le sere a darci la caccia, e sapete benissimo che non 
  serve a niente, perchè abbiamo moltissimi fiammiferi, e 
  almeno per un paio di mesi potremo accendere il fuoco 
  alla sera e tenervi abbastanza lontano dalle nostre ossa, 
  invece di essere nemici, vi stavo dicendo, perchè non proviamo 
  a diventare amici? -</q>
</p>
<p>
  <q>- S'è mai visto -</q> brontolava l'Orso <q>- s'è mai 
  visto un Orso amico di una cipolla? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Perchè? -</q> riprese Cipollino <q>- E perchè no? 
  Si può essere amici, su questa terra. C'è posto per tutti, 
  per gli Orsi e per le Cipolle. -</q>
</p>
<p>
  <q>- C'è posto per tutti, quest'è vero. Ma allora 
  perchè gli uomini quando ci prendono ci mettono in 
  gabbia? Dovete sapere che mio padre e mia madre sono 
  chiusi nel giardino zoologico, nel palazzo del Governatore. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Anche mio padre è prigioniero del Governatore. -</q>
</p>
<p>
  A sentire che anche Cipollino aveva il padre in prigione, 
  l'Orso cominciò ad intenerirsi.
</p>
<p>
  
<pb n='138' />
  
  <q>- Ci sta da molto tempo? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Da molti mesi, e per di più è condannato all'ergastolo, 
  ossia non uscirà nemmeno dopo morto, perchè 
  nelle prigioni del Governatore c'è anche il cimitero. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Anche mio padre e mia madre sono stati condannati 
  all'ergastolo e non usciranno di gabbia nemmeno 
  dopo la morte, perchè saranno sepolti nel giardino 
  del Governatore, con tutti gli onori. -</q>
</p>
<p>
  L'Orso sospirò.
</p>
<p>
  <q>- Se vuoi -</q> propose <q>- possiamo essere amici. In 
  fondo non c'è nessuna ragione perchè ci vogliamo male. 
  Il mio bisnonno, il celebre Orso Macchiato, mi raccontava 
  di aver sentito dire dai suoi vecchi che una volta si 
  stava tutti in pace, nella foresta. Gli uomini e gli orsi 
  erano amici e nessuno faceva male all'altro. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Quei tempi potrebbero ritornare -</q> disse Cipollino <q>- 
  Un giorno tutti saremo amici. Gli uomini e gli 
  orsi saranno gentili gli uni con gli altri, e quando si incontreranno
  si caveranno il cappello. -</q>
</p>
<p>
  L'Orso apparve molto imbarazzato.
</p>
<p>
  <q>- Allora -</q> disse <q>- dovrò comprarmi un cappello, 
  perchè non ne possiedo uno. -</q>
</p>
<p>
  Cipollino rise:
</p>
<p>
  <q>- Era un modo di dire. Potrete salutare alla vostra 
    maniera, inchinandovi o dondolandovi graziosamente. -</q>
</p>
<p>
  L'Orso si inchinò e si dondolò graziosamente, come 
  aveva suggerito Cipollino. Mastro Uvetta corse a prendere 
  la lesina per grattarsi la testa.
</p>
<p>
  <q>- Non ho mai visto un orso tanto gentile -</q> ripeteva 
  sbalordito.
</p>
<p>
  Il sor Pisello, come avvocato, non si fidava tanto.
</p>
<p>

<pb n='139' />
  
  <q>- Io non mi fiderei tanto -</q> badava a dire <q>- l'Orso 
  può fingere. -</q>
</p>
<p>
  Ma Cipollino non gli diede retta: fece un passaggio  
  in mezzo al fuoco ed aiutò l'Orso a raggiungere la grotta 
  senza bruciarsi il pelo. Poi lo presentò come suo amico 
  ai compagni e in suo onore il professor Pero Pera, che 
  aveva finito proprio allora di accomodare il suo strumento, 
  improvvisò un concerto di violino.
</p>
<p>
  L'Orso si prestò gentilmente a ballare per i suoi 
  ospiti. Si trascorse così una serata piacevolissima.
</p>
<p>
  Quando l'Orso salutò per andarsene a letto, Cipollino 
  lo accompagnò per un tratto di strada. Vedete, 
  Cipollino era fatto così: non gli piaceva di parlare tanto 
  dei suoi guai; ma ci pensava spesso, e spesso, senza farlo 
  vedere a nessuno, era molto triste.
</p>
<p>
  Quella sera, per esempio, gli era tornato in mente il 
  suo povero babbo prigioniero e voleva sfogarsi un poco 
  con l'Orso.
</p>
<p>
  <q>- Che cosa faranno -</q> diceva Cipollino <q>- che 
  cosa faranno in questo momento i nostri genitori? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Io lo so -</q> rispose l'Orso <q>- Non sono mai stato 
  in città, ma un fringuello mio amico vola spesso da quelle 
  parti e mi porta notizie di mio padre e di mia madre. 
  Dice che non dormono mai, e giorno e notte sognano la 
  libertà.
  Io poi non so che cosa sia, questa libertà. Preferirei 
  che sognassero di me. Dopotutto sono loro figlio. -</q>
</p>
<p>
  <q>- La libertà significa non avere padroni -</q> rispose 
  Cipollino.
</p>
<p>
  <q>- Il Governatore non è un cattivo padrone. Il fringuello 
  mi ha riferito che mio padre e mia madre mangiano 
  a sazietà e si divertono a veder passare la gente</q>
  
<pb n='140' />
  
  <q>davanti alla loro gabbia. Il Governatore è gentile, li ha 
  messi in un posto dove possono veder passare moltissime 
  persone. Tuttavia essi desiderano tornare al bosco. Ma 
  lo stesso fringuello mi ha detto che la cosa è impossibile, 
  perchè le gabbie sono di ferro, e le sbarre sono solidissime. -</q>
</p>
<p>
  Cipollino sospirò a sua volta.
</p>
<p>
  <q>- A chi lo dici? Quando sono stato a trovare il 
  mio babbo prigioniero ho osservato molto attentamente 
  le pareti: è assolutamente impossibile fuggire. Eppure 
  ho promesso al mio babbo di liberarlo, e un giorno o 
  l'altro, quando sarò pronto, tenterò l'impresa. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Tu sei un ragazzo coraggioso -</q> fece l'Orso <q>- 
  vorrei anch'io andare a liberare i miei genitori. Ma non 
  so la strada della città, ed ho paura di perdermi. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Senti -</q> disse Cipollino all'improvviso <q>- la 
  notte è appena cominciata. Se tu mi prendi in groppa, 
  possiamo essere in città prima di mezzanotte. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Che cosa vuoi fare? -</q> domandò l'Orso, con un 
  leggero tremito nella voce.
</p>
<p>
  <q>- Andiamo a trovare i tuoi genitori. Mi sembrerà 
  di andare a trovare il mio babbo. -</q>
</p>
<p>
  L'Orso non se lo fece dire due volte: si curvò in 
  modo che Cipollino potesse salirgli in groppa, e cominciò 
  a correre a tutta velocità.
</p>
<p>
  Cipollino gli indicava la strada: A destra! diceva 
  - oppure - a sinistra! - Oppure: <q>- Passiamo dietro 
  quella casa. Attento ora, siamo alle porte della città. 
  Il Giardino zoologico è da quella parte. Cerchiamo di 
  far piano. -</q> 
  </p>
  </div>
  
<div n='Capitolo Diciottesimo' type='capitolo'>
  <head>Una Foca con la lingua lunga</head>
<p>
  
<pb n='141' />

  Il giardino zoologico era immerso nel più profondo 
  silenzio.
</p>
<p>
  Il guardiano dormiva nella stalla dell'elefante, con 
  la testa sulla sua proboscide. Aveva il sonno profondo 
  e non si svegliò quando Cipollino e l'Orso bussarono 
  discretamente alla porta della stalla.
</p>
<p>
  L'Elefante scostò con delicatezza la testa del guardiano 
  e la posò su una balla di paglia, poi senza muoversi 
  allungò il naso ed aprì la porta, borbottando:
</p>
<p>
  - Avanti. -
</p>
<p>
  I nostri due amici entrarono con circospezione.
</p>
<p>
  <q>- Buona sera, signor Elefante -</q> disse Cipollino 
  <q>- Scusi tanto se siamo venuti a disturbarla a quest'ora. -</q>
</p>
<p>
  <q>- O niente, niente -</q> rispose l'Elefante <q>- non 
  mi ero ancora addormentato. Stavo cercando di indovinare 
  che cosa potesse sognare il mio guardiano. Cerco 
  sempre di indovinare i suoi sogni, mentre dorme. Dai 
  sogni si può capire se un uomo è buono o cattivo. -</q>
</p>
<p>
  L'Elefante era un vecchio filosofo indiano, e aveva 
  sempre dei pensieri strampalati.
</p>
<p>
 <q>- Siamo ricorsi al suo aiuto -</q> disse Cipollino <q>- 
  perchè conosciamo la sua saggezza.</q> <q>Ci saprebbe indicare
  
<pb n='142' />
  
  la maniera di far fuggire dallo Zoo il babbo e la mamma 
  di questo Orso mio amico? -</q>
  </p>
<p>
  <q>- Si -</q> borbottò l'Elefante tra le zanne <q>- forse 
  saprei indicarvi questa maniera, ma poi a che pro? Nel 
  bosco non si sta meglio che nella gabbia, e nella gabbia 
  non si sta peggio che nel bosco. Tutto sommato, dunque, 
  mi sembra che ognuno dovrebbe rimanere al suo 
  posto. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Se proprio ci tenete, però -</q> aggiunse subito, <q>- 
  vi dirò che la chiave della gabbia degli orsi è nella tasca 
  del mio guardiano. Vedrò di togliergliela senza svegliarlo. 
  Ha il sonno duro, non sentirà. -</q>
</p>
<p>
  Cipollino e l'Orso dubitavano assai che fosse possibile 
  compiere un'operazione così difficile servendosi di 
  una proboscide, ma l'Elefante manovrò così delicatamente 
  con quel lunghissimo arnese che il guardiano non 
  si accorse di nulla.
</p>
<p>
  <q>- Ecco la chiave -</q> disse l'Elefante, estraendo la 
  proboscide dalla tasca del guardiano <q>- Vedete di riportarmela, 
  dopo. - </q>
</p>
<p>
  <q>- Stia tranquillo -</q> disse Cipollino <q>- e accetti 
  intanto i nostri ringraziamenti. Lei proprio non vuole 
  seguirci nella fuga? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Se avessi mai avuto l'intenzione di fuggire non 
  avrei certo aspettato che arrivaste voi due ad aiutarmi. 
  Buona fortuna. -</q>
</p>
<p>
  E riprendendo la testa del guardiano sulla proboscide, 
  cominciò a cullarlo con dolcezza per farlo dormire 
  più profondamente mentre i nostri due amici tentavano 
  il colpo.
</p>
<p>
  Cipollino e l'Orso sgusciarono fuori della stalla e
  
<pb n='143' />
  
  si diressero verso la gabbia degli orsi. Non avevano
  fatto che pochi passi quando una voce li chiamò: 
</p>
<p>
  <q>- Ehi! Ehi! -</q>
</p>
<p>
  <q>- SST! -</q> fece Cipollino spaventato. <q>- Chi chiama? -</q>
</p>
<p>
  <q>- SST! SST -</q> rispose la voce in tono canzonatorio <q>- Chi chiama? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Smettila di far fracasso, sveglierai il guardiano. -</q>
</p>
<p>
  E la voce:
</p>
<p>
  <q>- Smettila di fare il guardiano, sveglierai il fracasso.
  O che stupido -</q> aggiunse poi <q>- mi sono confuso. -</q>
</p>
<p>
  <q>- E' il Pappagallo -</q> bisbigliò Cipollino all'Orso 
  <q>- ripete tutto quello che sente. Ma siccome non 
  capisce nulla di quello che sente e di quello che dice, 
  così spesso gli capita di parlare a rovescio. -</q>
</p>
<p>
  L'Orso volle essere gentile con il Pappagallo e gli 
  domandò:
</p>
<p>
  <q>- Si va bene di qui per andare alla gabbia degli 
  orsi? -</q>
</p>
<p>
  Il Pappagallo ripetè: <q>- Si va bene con gli orsi 
  per andare in gabbia? O che stupido, mi sono confuso 
  di nuovo. -</q>
</p>
<p>
  Visto che da lui non c'era da cavar nulla, i nostri 
  due amici procedettero con cautela. Una scimmia, dalla 
  gabbia, li chiamò con un leggero fischio.
</p>
<p>
  <q>- Sentite, signori, sentite! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non abbiamo tempo -</q> rispose l'Orso <q>- siamo
  molto occupati. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Datemi retta solo un minuto: sono due giorni 
  che cerco di sgusciare questa nocciolina e non ci riesco. 
  Datemi una mano. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='144' />
  
  <q>- Quando torniamo indietro. -</q> disse Cipollino.
</p>
<p>
  <q>- Eh, dite per dire -</q> fece la scimmia crollando il 
  capo <q>- Anch'io del resto dicevo per dire. Non me ne 
  importa nulla di questa nocciolina e di tutte le noccioline 
  della terra. Vorrei essere ancora nella mia foresta a 
  saltare qua e là tra i rami, tirando noci di cocco sulle 
  teste degli esploratori. A che cosa servono le noci di 
  cocco se non ci sono scimmie per tirarvele in testa? No, 
  io mi domando a che cosa servono gli esploratori se nessuno 
  li può prendere per bersaglio per un buon tiro di 
  noci. Non ricordo quant'è che ho tirato l'ultima noce. 
  L'esploratore aveva una testa rasata e tutta rossa che
  era un piacere prenderla di mira. Ricordo anche che... -</q>
</p>
<p>
  Ma Cipollino e l'Orso erano già lontani e non la 
  sentivano più.
</p>
<p>
  <q>- Le scimmie -</q> spiegava Cipollino all'Orso <q>- 
  sono animali stupidi, che si perdono in chiacchiere. Cominciano 
  a parlare di una cosa e non puoi mai sapere 
  come finirà il loro discorso. Tutto sommato, però, 
  quella poveretta mi fa una certa compassione. Perchè 
  non dorme? Forse perchè non riesce a sgusciare la nocciolina? 
  No, no, non dorme perchè sogna la sua foresta 
  lontana. -</q>
</p>
<p>
  Nemmeno il Leone dormiva: li guardò passare con 
  la coda dell'occhio e non si voltò nemmeno per vedere 
  dove fossero diretti. Era un animale nobile e saggio, e 
  non lo interessava l'andirivieni della gente.
</p>
<p>
  Così Cipollino e l'Orso giunsero senza ostacoli alla 
  gabbia degli orsi.
</p>
<p>
  I due poveri vecchi riconobbero subito il loro figliolo 
  e gli tesero le braccia attraverso le sbarre.
</p>
  
<pb n='145' />
  
      <figure>
        <head>«Cipollino gli indicava la strada...» (pag. 140)</head>
      </figure>
  
<pb n='146' />

<p>
  Cipollino lasciò che si abbracciassero e si salutassero, 
  provvedendo intanto ad aprire la gabbia. Poi disse:
</p>
<p>
  <q>- Volete smetterla con i piagnistei? La porta è 
  aperta, ma se non ne approfittate, si sveglierà il guardiano, 
  e addio libertà. -</q>
</p>
<p>
  Quando i due prigionieri furono usciti dalla gabbia, 
  ricominciarono gli abbracci e i saluti, perchè adesso non 
  c'erano più le sbarre a dividerli dal loro piccolo.
</p>
<p>
  Anche Cipollino era abbastanza commosso.
</p>
<p>
  <q>- Povero babbo -</q> pensava <q>- anch'io non finirò 
  mai di abbracciarvi, il giorno che riuscirò a togliervi 
  di prigione. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Adesso però bisogna andare -</q> disse ad alta voce.
</p>
<p>
  I due vecchi vollero passare prima a salutare una 
  famiglia di orsi bianchi che viveva presso un laghetto 
  poi vollero dare un'occhiata alla gabbia della giraffa, 
  che a quell'ora però dormiva. Intanto, nei giardini si 
  era creata una certa animazione, e la notizia della partenza 
  degli orsi era subito trapelata in ogni angolo. Cosa 
  volete, gli orsi erano abbastanza benvoluti, ma avevano  
  anche loro dei nemici. Una Foca che non li poteva vedere 
  (c'era tra loro un antico odio di famiglia) cominciò 
  a lanciare dei ruggiti così alti che il guardiano, nonostante 
  avesse il sonno duro, si svegliò.
</p>
<p>
  <q>- Che cosa succede? -</q> domandò all'elefante.
</p>
<p>
  <q>- Non saprei proprio -</q> rispose il vecchio filosofo 
  <q>- ma che cosa volete che succeda? Non succede mai 
  nulla di nuovo, e nulla di nuovo accadrà stanotte. Credete
  forse di essere al cinema, dove ogni dieci minuti 
  succede qualche cosa di avventuroso?  -</q>
</p>
<p>
  <q>- Forse hai ragione -</q> ammise il guardiano - ma 
  voglio dare un'occhiata in giro. -
</p>
<p>
  
<pb n='147' />
  
  Nell'uscire dalla stalla cadde quasi addosso al terzetto 
  dei fuggitivi.
</p>
<p>
  <q>- Aiuto! -</q> cominciò a gridare <q>- Aiuto! -</q>
</p>
<p>
  I suoi aiutanti si svegliarono e circondarono il giardino. 
  La fuga era diventata del tutto impossibile.
</p>
<p>
  Cipollino e i tre orsi si erano tuffati in un laghetto 
  e si tenevano nascosti a fior d'acqua. Per sfortunata combinazione, 
  però, erano andati a finire proprio nel laghetto 
  della Foca.
</p>
<p>
  <q>- Ah! Ah! -</q> ridacchiò qualcuno alle loro spalle. 
</p>
<p>
  Era la Foca in persona.
</p>
<p>
  <q>- Lor signori mi permetteranno di ridere. -</q> fece <q>- Ah! Ah! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Signora -</q> pregò Cipollino, che tremava per il 
  freddo <q>- capisco la sua allegria. Ma le sembra bello ridere 
  alle nostre spalle proprio mentre ci stanno cercando? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Altrochè, se mi sembra bello. Anzi, ora avvertirò 
  subito il guardiano perchè venga a catturarvi. -</q>
</p>
<p>
  E non lo disse due volte, ma andò dritta a chiamare 
  il guardiano e i suoi aiutanti. In men che non si dica gli 
  orsi vennero ripescati, anzi il guardiano ebbe la sorpresa 
  di pescarne tre mentre gliene mancavano due soli. In più, 
  catturò anche quel nuovo animale, di una specie sconosciuta 
  e che parlava come un uomo, dicendo: 
</p>
<p>
  <q>- Signor guardiano, come lei vede c'è un equivoco: 
  io non sono un orso. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Lo vedo da me: ma che cosa facevi nel laghetto? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Prendevo un bagno. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Come minimo, dunque, ti prenderai una multa, 
  perchè è proibito fare il bagno ai giardini pubblici. -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='148' />
  
  <q>- Io non ho soldi, con me, ma se lei vuol essere 
  così gentile... -</q>
</p>
<p>
  <q>- Io non sono gentile, e in attesa che tu mi paghi 
  la multa, ti metterò nella gabbia con le scimmie. Passerai 
  la notte là, e domattina si vedrà. -</q>
</p>
<p>
  La scimmietta di prima accolse molto allegramente 
  il nuovo venuto e ricominciò senz'altro il suo bislacco 
  racconto:
</p>
<p>
  <q>- Le stavo raccontando -</q> disse, accoccolandosi 
  sulla coda <q>- di quell'esploratore con la testa rossa. Ma 
  se le dico rossa, era rossa. Io non dico mai bugie salvo 
  nei casi di necessità, s'intende. Però mi piacciono, sa? Le 
  bugie hanno un sapore straordinario. Quando dico le 
  bugie, sento in bocca un dolce, ma un dolce, come se...</q>
</p>
<p>
  <q>- Senta -</q> la pregò Cipollino <q>- non potrebbe 
  rimandare le sue confidenze a domani mattina? Vorrei 
  fare una buona dormita, perchè ho bisogno di ricuperare 
  le mie forze. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Posso almeno cantarle la ninna-nanna? -</q> propose 
  la scimmia.
</p>
<p>
  <q>- No, grazie, ne faccio volentieri a meno. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Posso rincalzarle le coperte? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Ma non vede da sola che non ci sono coperte? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Dicevo per dire -</q> brontolò la scimmia <q>- Io 
  chiedo solo di poter essere gentile. Ma se lei vuole che io 
  sia sgarbata, la servo subito. -</q>
</p>
<p>
  Così dicendo, la scimmia gli voltò la schiena, offesissima. 
  Cipollino sorrise e ne approfittò per addormentarsi. 
  La scimmia aspettava che Cipollino la pregasse di 
  voltarsi di nuovo, ma non udendo nessun rumore, pensò 
  di prendere l'iniziativa. Vide così che il ragazzo si era
  
<pb n='149' />
  
  già addormentato e, più offesa che mai, si ritirò in un 
  angolo e si accucciò per spiarlo.
</p>
<p>
  Cipollino rimase due giorni nella gabbia delle scimmie, 
  con gran divertimento dei bambini che andavano 
  allo zoo con le bambinaie e non avevano mai visto una 
  scimmia vestita come loro.
</p>
<p>
  Il terzo giorno potè mandare un biglietto a Ciliegino, 
  che venne in città col primo treno, pagò la multa 
  e lo fece finalmente uscire.
</p>
<p>
  Cipollino gli chiese prima di tutto notizie dei suoi 
  amici e rimase molto preoccupato quando sentì che erano 
  scomparsi senza lasciar traccia.
</p>
<p>
  <q>- Non riesco a capire -</q> diceva, crollando il capo 
  <q>- Nella grotta stavano al sicuro. Che cosa può 
  averli convinti ad abbandonarla? -</q>
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Diciannovesimo' type='capitolo'>
  <head>Descrizione di un trenino straordinario</head>
<p>
  
<pb n='151' />
  
  Per tornare al Castello, Ciliegino e Cipollino presero 
  il treno.
</p>
<p>
  Già, di questo treno non vi ho ancora detto niente. 
  Un treno straordinario, sapete! Aveva una sola carrozza, 
  e tutti i posti erano vicino al finestrino, così nessuno 
  doveva litigare per ammirare il panorama. I bambini, 
  figurarsi, era una manna.
</p>
<p>
  Ma quel trenino era una manna anche per gli uomini 
  grassi. Infatti, nelle pareti della carrozza avevano fatto 
  dei rigonfi apposta per loro. I grassi salivano e vi accomodavano 
  la pancia, così stavano comodi.
</p>
<p>
  Proprio mentre stavano per montare in treno, Ciliegino 
  e Cipollino sentirono la voce di Fagiolone che 
  diceva: 
</p>
<p>
  - Coraggio, signor barone. Ancora una spinta e 
  siamo a posto. -
</p>
<p>
  Il barone Melarancia stava salendo in treno e naturalmente, 
  data la sua pancia, faceva una tremenda fatica. 
  Fagiolone, da solo, non ce la faceva a spingerlo 
  sul predellino. Chiamò due facchini per farsi aiutare, 
  ma anche in tre non riuscirono che a farlo salire di un 
  gradino. Finalmente accorse il capo stazione e si mise a 
  spingere anche lui. Spingeva senza togliersi dalle labbra
  
<pb n='152' />
  
  il fischietto, e per la fatica gli scappò un sonorissimo
  fischio.
</p>
<p>
  Il macchinista credette che fosse il segnale di partenza, 
  abbassò la manovella. Il treno si mosse. 
</p>
<p>
  - Ferma! Ferma! - gridava il capostazione.
</p>
<p>
  - Aiuto! Aiuto! - gridava il barone Melarancia.
</p>
<p>
  Ma per lui fu una fortuna, perchè il treno, partendo, 
  gli diede una scossa che lo spinse in carrozza. Il barone 
  tirò un respiro di sollievo, accomodò la pancia nell'apposito 
  rigonfio e aprì subito il pacco delle provviste 
  dove c'era un intero montone arrostito.
</p>
<p>
  Tutti quegli incidenti aiutarono Ciliegino e Cipollino 
  a salire inosservati.
</p>
<p>
  Durante il viaggio il barone fu troppo occupato a 
  mangiare per vederli. Fagiolone invece li scorse, ma Ciliegino 
  si pose un dito sulle labbra per raccomandargli 
  il silenzio, e il cenciaiolo rispose con un cenno che aveva 
  capito, e che non avrebbe aperto bocca.
</p>
<p>
  Dunque, vi stavo parlando del treno, quando è arrivato 
  il barone.
</p>
<p>
  Un'altra specialità di questo treno era il macchinista.
</p>
<p>
  Era molto bravo, come macchinista, questo sì. Però 
  era anche un pò poeta. Se passava vicino ad un prato 
  fiorito fermava subito la macchina e scendeva a cogliere 
  un mazzolino di margherite o di violette.
</p>
<p>
  La gente protestava:
</p>
<p>
  - Partiamo, si o no? -
</p>
<p>
  - Questa è una truffa. Dateci indietro i soldi del 
  biglietto. -
</p>
<p>
  - La fate andare con i fiori invece che con il carbone 
  la vostra locomotiva? - domandava qualcuno che 
  aveva voglia di scherzare.
</p>
<p>
  
<pb n='153' />
  
  Poi il controllore. Era una persona gentilissima. 
  Quando scendeva la nebbia la gente si lamentava perchè 
  non si vedeva il paesaggio:
</p>
<p>
  - Che ferrovia è questa? - protestavano gli 
  amanti del paesaggio - si guarda dai finestrini e non 
  si vede assolutamente nulla. E' come viaggiare in un 
  baule. -
</p>
<p>
  - Ci avete preso per un treno merci? -
</p>
<p>
  Allora il controllore, gentile e paziente, si metteva 
  dietro le spalle dei viaggiatori e indicava loro il paesaggio 
  con il dito. Lo sapeva tutto a memoria, non aveva 
  bisogno di vederlo per raccontarlo.
</p>
<p>
  - Qui a destra - diceva - c'è un passaggio a livello, 
  con una casellante bionda che saluta con la bandiera 
  rossa. E' una bella ragazza, vestita di giallo e di 
  turchino. -
</p>
<p>
  La gente guardava, non vedeva che nebbia ma sorrideva 
  ugualmente, soddisfatta.
</p>
<p>
  - Qui proprio davanti a noi - continuava il controllore 
  - c'è il lago. E' un grande lago, c'è perfino 
  un'isola e una barca. La barca ha la vela rossa, quadrata 
  e in cima in cima alla vela sventola una bandiera turchina 
  con tante stelle gialle. Le onde sono tranquille i 
  pesci vengono alla superficie e gli uccelli li beccano. Il 
  colore delle onde è azzurro. -
</p>
<p>
  La gente guardava e non vedeva che grigie ondate 
  di nebbia, ma sorrideva ugualmente soddisfatta.
</p>
<p>
  Il barone Melarancia, appunto, prendeva il treno 
  solo per sentirsi raccontare il paesaggio a quel modo. Era 
  troppo pigro e troppo occupato a mangiare per guardare 
  con i suoi occhi dal finestrino. Gli piaceva invece 
  mangiare il montone arrostito, assaporandone il sugo
 
<pb n='154' />
  
  con gli occhi chiusi, mentre la voce mite e gentile del 
  controllore spiegava:
</p>
<p>
  -  Qui a sinistra c'è un gregge di pecore. Sono bianche 
  bianche, c'è solo un agnellino nero che saltella allegramente 
  e bruca solo le margherite: l'erba verde non 
  gli piace ancora. Il cane ha un campanello, sentite? -
</p>
<p>
  Difatti, si sentiva il campanello suonare: dlin.. dlin..
</p>
<p>
  Così la gente aveva la prova che il controllore 
  diceva la verità.
</p>
<p>
  Ciliegino e Cipollino ascoltarono tranquilli il racconto 
  del controllore, dimenticando per un poco i loro 
  pensieri.
</p>
<p>
  Chi non dimentica le sue preoccupazioni, quando il 
  treno ci culla dolcemente e fuori del finestrino corrono 
  gli alberi, le colline, le case ed anche quando non si vedono 
  correre, perchè c'è la nebbia, però si sa che sono là, e 
  che nessuno le può rubare?
</p>
<p>
  Figurarsi poi quando la voce gentile e bene informata 
  di un controllore vi spiega tutto, palmo per palmo, 
  facendo scomparire la nebbia per incanto!
</p>
<p>
  Lasciamo dunque i nostri due amici comodamente 
  sprofondati nelle poltroncine del trenino, quasi sotto il 
  naso del barone Melarancia, ubriacato dal profumo dell'arrosto 
  di montone e andiamo invece a dare un'occhiata 
  altrove.
</p>
<p>
  Difatti, proprio nel momento in cui il treno passava 
  davanti alla foresta, Mister Carotino e Segugio vennero 
  liberati da un boscaiolo, dopo essere rimasti quasi tre 
  giorni in cima alla quercia.
</p>
<p>
  I due investigatori si sgranchirono le gambe e ripartirono 
  subito di corsa per continuare le loro ricerche.
</p>
<p>
  Il boscaiolo, dopo essere rimasto ad osservarli stupito, 
  
<pb n='155' />
  
  si preparava ad abbattere la quercia, quando vide 
  passare un intiero plotone di Limoncini, comandati da 
  un Limone di secondo grado.
</p>
<p>
  - Attenti! - comandò il Limone di secondo grado. 
  Il boscaiolo lasciò cadere la scure e si mise sull'attenti. 
  - Riposo. - ordinò ancora il Limone di secondo 
  grado.
</p>
<p>
  Il boscaiolo assunse la posizione di riposo.
</p>
<p>
  - Avete visto passare di qui due persone, ossia un 
  cane e il suo padrone? -
</p>
<p>
  Dovete sapere che al Castello erano molto impensieriti 
  per la scomparsa di Carotino e di Segugio, e avevano 
  deciso di inviare un plotone di guardie alla loro ricerca. 
  Il boscaiolo, come tutta la povera gente, non si fidava 
  molto della polizia. I due tipi che aveva trovato legati 
  alla quercia e che, appena liberati, si erano gettati a terra 
  ad ascoltare se arrivavano gli indiani, gli erano sembrati 
  due pazzi. Ma per nulla al mondo avrebbe dato un'informazione 
  ai poliziotti.
</p>
<p>
  - Se i Limoncini li cercano per arrestarli - disse 
  fra sè - devono essere due brave persone. -
</p>
<p>
  - Sono andati di là - disse poi ad alta voce, indicando 
  la direzione opposta a quella presa da Carotino.
</p>
<p>
  - Benissimo - esclamò il Limone di secondo grado 
  - li raggiungeremo subito. Attenti! -
</p>
<p>
  Il boscaiolo si mise sull'attenti, fece il saluto, e li 
  guardò filar via a tutta velocità. Poi si asciugò il sudore 
  e si rimise a tagliare la sua quercia.
</p>
<p>
  Era passato forse un quarto d'ora quando sentì un 
  gran rumore di passi e vide comparire Mastro Uvetta, 
  Zucchina, Mirtillo, Pisello, Pero Pera e la sora Zucca,
 
<pb n='156' />
  
  e tutti insieme gli domandarono se aveva visto passare 
  Cipollino.
</p>
<p>
  - Io non lo conosco - rispose il boscaiolo stupito - 
  ma non ho visto passare nessun ragazzo. -
</p>
<p>
  - Se lo vedete avvertitelo che lo stiamo cercando 
  da tre giorni - disse Mastro Uvetta, che aveva tutta 
  l'aria di essere il comandante della spedizione.
</p>
<p>
  E la spedizione ripartì a tutta velocità.
</p>
<p>
  Non era passata un'ora, e la quercia era quasi abbattuta, 
  quando passarono di lì Cipollino e Ciliegino. 
  Il Visconte aveva deciso di non tornare a casa, per quel 
  giorno, e di aiutare il suo amico a rintracciare gli scomparsi. 
  Il boscaiolo narrò l'arrivo e la partenza della 
  spedizione, così Cipollino potè capire che anche i suoi 
  amici lo stavano cercando. Il mistero della loro scomparsa 
  era così risolto.
</p>
<p>
  Prima di sera il boscaiolo vide passare molt'altra 
  gente.
</p>
<p>
  Innanzitutto Ravanella e gli altri ragazzi, anche 
  loro in cerca di Cipollino. Infine nientemeno che Pomodoro 
  e Don Prezzemolo, che andavano in cerca di 
  Ciliegino, persuasi che fosse stato rapito dagli evasi.
</p>
<p>
  Ma per il povero boscaiolo le sorprese della giornata 
  non erano ancora finite. Al tramonto, infatti, un 
  gran concerto di campanelli gli fece alzare la testa. Sul 
  momento credette che si trattasse ancora delle guardie 
  che aveva visto al mattino, ma stavolta si trattava del 
  Governatore Principe Limone in persona, il quale, 
  preoccupato perchè le sue guardie non tornavano, si era 
  messo in campagna per rintracciarle. Le contesse del Ciliegio 
  lo seguivano nel loro calesse: erano contente e 
  allegre come se andassero a caccia.
</p>
  
<pb n='157' />
  
      <figure>
        <head>«Il barone Melarancia stava salendo in treno...» (pag. 151)</head>
      </figure>
  
<pb n='158' />

<p>
  Il boscaiolo tentò di nascondersi: difatti sapeva 
  che i poveri non devono mai farsi vedere dal Principe, 
  altrimenti il Principe non può digerire bene.
</p>
<p>
  Ma un Limone di primo grado, che sedeva alla destra 
  del principe sulla carrozza, lo vide e lo chiamò:
</p>
<p>
  - Olà, pezzente! -
</p>
<p>
  - Comandi, Eccellenza - balbettò il boscaiolo.
</p>
<p>
  - Avete visto passare un plotone di guardie? -
</p>
<p>
  Il boscaiolo, come sapete, aveva visto altro che un 
  plotone di guardie. Ma quando si parla con il Principe 
  Limone, è sempre meglio non sapere niente.
</p>
<p>
  E così rispose che non sapeva niente. Se avesse detto:
</p>
<p>
  - Sì, le ho viste - gli avrebbero fatto delle altre 
  domande, e magari lo avrebbero punito e messo in prigione.
</p>
<p>
  Siccome non sapeva niente, non gli poterono far 
  niente. Il corteo del principe si allontanò nella stessa 
  direzione presa dalle guardie.
</p>
<p>
  La sera scendeva rapidamente, anzi, nell'interesse 
  della nostra storia facciamola scendere di colpo, così abbiamo 
  subito il buio. Al buio le storie sono molto più 
  divertenti. E non solo le storie, ma anche gli inseguimenti.
</p>
<p>
  In questo momento, infatti, mentre il buio scende 
  sulla foresta, la nostra storia è diventata una corsa a 
  inseguimento, nella quale i campioni ciclisti ci potrebbero 
  fare una bellissima figura: che peccato che non ci 
  possono essere anche loro!
</p>
<p>
  Invece abbiamo: Carotino che investiga; le guardie 
  che cercano Carotino; il Principe che cerca le sue guardie; 
  Mastro Uvetta che guida la spedizione in cerca di Cipollino; 
  Cipollino e Ciliegino che vanno in cerca di Mastro
  
<pb n='159' />
  
  Uvetta; Ravanella che va in cerca di Cipollino; Pomodoro 
  e Don Prezzemolo che vanno in cerca di Ciliegino.
</p>
<p>
  E sottoterra, per chi non lo avesse ancora immaginato, 
  la Talpa che va in cerca di tutti. La Talpa, il 
  giorno prima, aveva fatto una capatina alla grotta nella 
  quale si erano rifugiati i prigionieri e vi aveva trovato 
  un biglietto che diceva: - Cipollino scomparso. Andiamo 
  alla sua ricerca. Se avete notizie, comunicatecele. -
</p>
<p>
  Subito dopo aver letto il biglietto, la Talpa si era 
  messa febbrilmente a scavare in tutte le direzioni. Sopra 
  il suo capo, sentiva passare continuamente della gente: 
  isolata, a piccoli gruppi, a gruppi numerosi. E passavano 
  a una tale velocità, che quando la Talpa risaliva alla 
  superficie per osservarli, erano già scomparsi.
</p>
<p>
  - Sembra l'isola di Peter Pan - osservò la Talpa, 
  che aveva sentito parlare di quel celebre personaggio e 
  della sua isola, dove tutti si rincorrevano, come se si 
  mordessero la coda.
</p>
<p>
  Mancavano solo i lupi.
</p>
<p>
  I lupi non si fecero vedere: credevano che ci fosse 
  una battuta di caccia grossa, e se ne stettero rintanati 
  nei loro rifugi. 
  </p>
  </div>
  
<div n='Capitolo Ventesimo' type='capitolo'>
  <head>Il duchino Mandarino e la bottiglia gialla</head>
<p>
  
<pb n='161' />
  
  Con la partenza delle contesse, in vena di avventure 
  di caccia, il barone Melarancia e il duchino Mandarino 
  erano rimasti padroni assoluti del campo. In tutto il 
  Castello non c'erano che loro due, oltre, naturalmente 
  la servitù.
</p>
<p>
  Il primo ad accorgersi della solitudine in cui il Castello 
  era stato lasciato fu il duchino. Il quale, secondo 
  il suo solito, ad un certo punto si arrampicò su una finestra 
  e minacciò di gettarsi nel vuoto e di sfracellarsi 
  sul pavimento se... Ma il se, non c'era nessuno a sentirlo.
</p>
<p>
  - Strano - meditò il duchino mettendosi un dito 
  nel naso - a quest'ora dovrebbero essere già accorsi. 
  Possibile che nessuno si faccia vivo? Forse non ho gridato 
  abbastanza forte. -
</p>
<p>
  Il duchino gridò ancora un paio di volte, senza 
  convinzione, poi andò a trovare il barone.
</p>
<p>
  - Cugino carissimo - disse entrando.
  - Hm - mugolò il barone, sputando un'ala di 
  pollo che gli era andata per traverso.
</p>
<p>
  - Sapete una novità? -
</p>
<p>
  - Hanno messo delle galline nuove nel pollaio? -
</p>
<p>
  domandò il barone, che il giorno prima aveva constatato
  
<pb n='162' />
  
  di avere ormai dato fondo alle riserve di pennuti del 
  castello e del villaggio.
</p>
<p>
  - Macchè galline - rispose il duchino - siamo 
  soli. Siamo stati abbandonati. Il Castello è deserto. - 
</p>
<p>
  Il barone fu molto preoccupato.
</p>
<p>
  - Chi preparerà la cena? -
</p>
<p>
  - Voi vi preoccupate per la cena. Se invece approfittassimo 
  dell'assenza delle nostre amate cugine per 
  fare un'ispezione alle cantine del Castello? Ho sentito 
  dire che sono molto fornite di vini di marca pregiata. - 
</p>
<p>
  - Impossibile - rispose il barone - a tavola non 
  servono che vini di terz'ordine, che mi danno l'acidità 
  di stomaco. -
</p>
<p>
  - Appunto - disse il duchino - a voi danno i 
  vini cattivi, e in cantina tengono le bottiglie buone per 
  bersele quando sarete partito. -
</p>
<p>
  Il duchino non ci teneva molto alle buone bottiglie: 
  gli premeva invece di dare un'occhiata ai sotterranei, 
  senza essere disturbato, perchè aveva sentito dire che in 
  una delle pareti le Contesse avevano murato il tesoro 
  del conte Ciliegione, per non doverlo spartire con 
  nessuno.
</p>
<p>
  - Se le cose stanno come voi dite - ammise il barone, 
  colpito - sarebbe bene andare a dare un'occhiata. 
  Le nostre cugine commettono un grave peccato, nascondendoci 
  i buoni vini della loro cantina. Dobbiamo 
  aiutarle a salvare la loro anima. Questo almeno, secondo 
  me, è il nostro dovere. -
</p>
<p>
  - Però - continuò il duchino chinandosi all'orecchio 
  del barone - sarebbe meglio licenziare per oggi 
  Fagiolone. Andremo soli nei sotterranei. Vi porterò io 
  stesso la carriola. -
</p>
<p>

<pb n='163' />
  
  Il barone fu subito d'accordo e Fagiolone si ebbe 
  una mezza giornata di libertà.
</p>
<p>
  Ma perchè, domanderete voi, il duchino non scendeva 
  da solo nei sotterranei se gli premevano i tesori? 
  Perchè se fossero stati scoperti, egli avrebbe potuto 
  gettare la colpa su Melarancia. Aveva già la risposta 
  pronta:
</p>
<p>
  - Ho dovuto per forza accompagnarlo: aveva 
  sete e cercava una bottiglia. -
</p>
<p>
  Fregandosi mentalmente le mani, il duchino le 
  adoperò invece per trascinare la carriola sulla quale il 
  barone aveva posato la pancia. Trovò la carriola pesantissima, 
  ma per fortuna non c'era che da scendere 
  qualche rampa di scale.
</p>
<p>
  Al ritorno il duchino non ci pensava ancora. - In 
  qualche modo farò - si disse. Il peso della pancia lo 
  spingeva in basso a una tale velocità che se la porta dei 
  sotterranei fosse stata chiusa vi si sarebbe spiaccicato 
  contro come una mosca. Per fortuna invece la porta 
  era aperta: il duchino infilò il corridoio e in men che 
  non si dica ebbe percorso tutta la cantina, tra due file di 
  botti enormi, sormontate da milioni di bottiglie di vino 
  dalle etichette polverose.
</p>
<p>
  - Ferma! Ferma! - gridava il barone - Guardate 
  quanta grazia di Dio! -
</p>
<p>
  - Più avanti - rispondeva il duchino - più 
  avanti ce n'è del migliore. -
</p>
<p>
  Il barone, a vedersi scivolare a destra e a sinistra 
  quegli eserciti di botti, quei battaglioni schierati di bottiglie, 
  bariletti, barilotti, fiaschi e fiaschette, si struggeva 
  dalla passione e stava per piangere.
</p>
<p>
  
<pb n='164' />
  
  - Addio, addio, poverine - diceva sospirando alle 
  bottiglie - Addio, mai più vi rivedrò. -
</p>
<p>
  Finalmente il duchino sentì che la pressione della 
  carriola diminuiva e potè fermarsi. Proprio in quel punto, 
  nella fila di sinistra delle botti si apriva un varco, 
  e in fondo al varco si vedeva una porticina.
</p>
<p>
  Il barone, sedendosi comodamente per terra, allungava 
  le mani a destra e a sinistra, afferrando due bottiglie 
  alla volta, le stappava con i denti, che per 
  l'allenamento erano diventati fortissimi, e se ne rovesciava 
  il contenuto nello stomaco, interrompendosi solo 
  per lanciare qualche sospiro di soddisfazione. Il duchino 
  lo stette a guardare per un poco, poi si inoltrò nel varco.
</p>
<p>
  - Dove andate, amatissimo cugino? Perchè non 
  approfittate anche voi di tutto questo ben di dio? -
</p>
<p>
  - Vado a cercarvi una bottiglia di marca molto 
  fina, che vedo laggiù in fondo. -
</p>
<p>
  - Il cielo vi renderà merito delle vostre premure -
  gorgogliava il barone, negli intervalli tra un sorso e 
  l'altro - avete dissetato un assetato, non morirete mai 
  di sete. -
</p>
<p>
  La porticina era senza serratura.
</p>
<p>
  - Strano - mormorò tra i denti Mandarino - 
  Forse è una porta che si apre per mezzo di un congegno 
  segreto. -
</p>
<p>
  Cominciò a tastare la porticina centimetro per centimetro, 
  cercando il congegno segreto, ma per quanto 
  tastasse, la porticina rimaneva immobile.
</p>
<p>
  Frattanto il barone, che aveva dato fondo alle bottiglie 
  che si trovavano nelle sue vicinanze, si era trascinato 
  a sua volta nel varco tra le botti ed era giunto alle
  
<pb n='165' />
  
  spalle di Mandarino, che sudava ed armeggiava, sempre 
  più nervoso.
</p>
<p>
  - Che fate, cugino carissimo? -
</p>
<p>
  - Cerco di aprire questa porta. Credo che qua dietro 
  si trovino i vini più pregiati. Sarei contento di riuscire ad 
  aprirla. -
</p>
<p>
  - Non preoccupatevi. Porgetemi invece, voi che 
  siete agile nei movimenti, quella bottiglia con l'etichetta 
  gialla. Dev'essere un vino cinese, ed io non ne ho mai 
  assaggiato. -
</p>
<p>
  Il duchino stentò un poco a vedere la bottiglia che 
  il barone gli indicava. Finalmente la scorse. Era una 
  bottiglia di formato comune, assolutamente simile alle 
  altre bottiglie. La sua stranezza consisteva solo nel 
  colore. Tutte le altre bottiglie, infatti, avevano l'etichetta 
  rossa. Questa invece l'aveva gialla. Il duchino, maledicendo 
  in cuor suo alla gola del barone, allungò 
  distrattamente la mano per prendere la bottiglia.
</p>
<p>
  Strano. La bottiglia pareva incastrata nello scaffale. 
  Il duchino dovette far forza per staccarla.
</p>
<p>
  - Sembra piena di piombo - osservò stupito. 
</p>
<p>
  Ma quando essa si staccò dallo scaffale, la porticina 
  si mosse dolcemente, silenziosamente sui cardini. Il barone 
  la guardava meravigliatissimo.
</p>
<p>
  - Mandarino! Mandarino! - chiamò - Quella 
  non era una bottiglia. Era una chiave. Osservate: avete 
  aperto la porticina. -
</p>
<p>
  - Ecco dunque dov'era il congegno segreto - 
  pensò il duchino - Ma non ebbe il tempo di terminare 
  il pensiero. La porticina si era spalancata, e sulla soglia 
  era comparso un piccolo personaggio che si inchinava 
  con molta compitezza ed esclamava con voce argentina:
  
<pb n='166' />
  
  - Buongiorno, signori. Vi ringrazio molto di 
  avermi usato questa cortesia. Da tre ore stavo tentando 
  di aprire questa porta senza riuscirvi. Come avete fatto 
  a indovinare che sarei capitato da queste parti? -
</p>
<p>
  - Ciliegino! - esclamarono ad una voce il duchino 
  ed il barone. - Ciliegino caro! - aggiunse il barone, 
  che era già piuttosto alticcio e si sentiva affettuoso. 
</p>
<p>
  - Ciliegino caro! Vieni che ti abbraccio! -
</p>
<p>
  Il duchino non era così entusiasta.
</p>
<p>
  - Che cosa fa qui questo piccolo guastafeste? -
  si domandava rodendosi il fegato per la rabbia. Ma per 
  fare buon viso a cattiva sorte, disse con gentilezza:
</p>
<p>
  - Cugino carissimo, è un piacere per noi prevenire 
  i tuoi desideri. -
</p>
<p>
  - Siccome però - ribattè pronto Ciliegino - 
  siccome io non vi ho informato che sarei tornato al Castello 
  da questa parte, e al Castello in questo momento 
  non ci siete che voi, immagino che vi abbia guidati fin 
  qui l'idea di qualche marachella. Ma giudicheremo più 
  tardi. Per il momento ho il piacere di presentarvi i miei 
  amici. -
</p>
<p>
  E scostandosi, Ciliegino fece passare, uno dopo 
  l'altro, tutti i suoi amici: Cipollino, Ravanella, Mastro 
  Uvetta, il sor Zucchina, l'avvocato eccetera eccetera.
</p>
<p>
  - Ma questa è un'invasione! - osservò sbalordito 
  Mandarino.
</p>
<p>
  Era proprio un'invasione, e l'idea era stata di Ciliegino. 
  Girando attorno alla foresta i nostri amici avevano 
  finito col ricongiungersi e avevano anche potuto constatare 
  che tutti i loro avversari, ad eccezione del duca 
  e del barone, si trovavano fuori del castello. Ciliegino, 
  che conosceva la galleria segreta che portava dalla foresta
  
<pb n='167' />
  
  alla cantina, aveva proposto di impadronirsi della 
  fortezza nemica.
</p>
<p>
  E come avete visto, l'impresa era perfettamente riuscita. 
  Il duchino fu rinchiuso nella sua camera e Fagiolino 
  fu messo a fargli da guardiano.
</p>
<p>
  Il barone invece restò in cantina, perchè nessuno 
  aveva voglia di portarlo sù per le scale. 
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventunesimo' type='capitolo'>
  <head>Mister Carotino nominato consigliere militare straniero</head>
<p>
  
<pb n='169' />
  
  Quando la sera scese e fasciò di buio il Castello, 
  qualcuno cominciò a preoccuparsi.
</p>
<p>
  - Ma che cosa faremo? - domandava la sora 
  Zucca - Non potremo mica restare qui per sempre! 
  Questa non è casa nostra. Abbiamo le nostre case, il 
  nostro lavoro. -
</p>
<p>
  - Non vogliamo restare qui per sempre - rispose 
  Cipollino - vogliamo trattare con i nostri nemici. 
  Chiediamo solo libertà per tutti. Quando saremo certi 
  che non sarà fatto del male a nessuno, usciremo dal 
  Castello. -
</p>
<p>
  - Ma come ci difenderemo? - interloquì il sor 
  Pisello - La difesa di un castello come questo è una 
  operazione bellica assai difficile. Occorre la conoscenza 
  della strategia, della tattica e della balistica. -
</p>
<p>
  - Che cos'è la balistica? - domandò la sora Zucca - 
  Avvocato, non cominciate ad imbrogliarci con le 
  parole difficili. -
</p>
<p>
  - Voglio dire - concluse l'avvocato arrossendo - 
  che tra noi non c'è nessun generale. Senza un generale 
  come si fa a difendersi? -
</p>
<p>
  - Nel bosco ci sono almeno quaranta generali -
  
<pb n='170' />
  
  disse Cipollino - eppure non sono stati capaci di 
  prenderci. -
</p>
<p>
  - Insomma, vedremo - brontolò il sor Pisello. 
</p>
<p>
  L'idea di sostenere un lungo assedio senza un generale 
  che si intendesse di strategia, di tattica e di balistica, gli 
  metteva in corpo una terribile tremarella.
</p>
<p>
  - Non abbiamo cannoni - intervenne prudentemente 
  il sor Zucchina.
</p>
<p>
  - Non abbiamo mitragliatrici - aggiunse Pirro 
  Porro.
</p>
<p>
  - Non abbiamo fucili - rincarò Mastro Uvetta.
</p>
<p>
  - Avremo tutto quello che ci serve - disse Cipollino 
  - Non preoccupatevi. Anzi, dal momento che la 
  cena è finita, perchè non andate a dormire. -
</p>
<p>
  Andarono a dormire. Nel letto del barone Melarancia 
  ci entrarono in sette e c'era ancora posto. Il sor 
  Mirtillo e il sor Zucchina, invece, andarono a dormire 
  nella loro casina, giù vicino al cancello.
</p>
<p>
  Il Mastino che vi era stato insediato li accolse piuttosto 
  male, ma siccome era un cane che rispettava la 
  legge, quando gli fu dimostrato che quella casa non gli 
  apparteneva si rassegnò ad andare a dormire nel suo 
  vecchio canile.
</p>
<p>
  Zucchina si mise seduto e si affacciò al finestrino, 
  mentre il sor Mirtillo gli si sdraiava sui piedi.
</p>
<p>
  - Che bella notte - diceva Zucchina - che notte 
  tranquilla. Ci sono perfino i fuochi artificiali. -
</p>
<p>
  Nel bosco difatti, il principe Limone faceva i fuochi 
  artificiali per far divertire le Contesse. Come faceva? 
  Legava un paio di Limoncini davanti alla bocca dei cannoni 
  e li lanciava nel cielo. I Limoncini volanti facevano 
  un bellissimo vedere.
</p>
<p>
  
<pb n='171' />
  
  Ad un certo punto, tuttavia, Pomodoro si accostò 
  al Principe e gli bisbigliò all'orecchio:
</p>
<p>
  - Altezza! State consumando tutto l'esercito. - 
</p>
<p>
  Allora il Principe fece sospendere i fuochi, dicendo: 
</p>
<p>
  - Che peccato! -
</p>
<p>
  - Ecco - disse Zucchina guardando dal suo finestrino 
  - i fuochi artificiali sono finiti. -
</p>
<p>
  Il Principe contò i soldati che gli rimanevano per 
  continuare nella caccia ai prigionieri. Gliene restavano 
  sempre abbastanza, ma era prudente aspettare il mattino.
</p>
<p>
  Fece preparare una bella tenda per le Contesse, che 
  per la curiosità e per l'eccitazione non riuscirono a 
  dormire.
</p>
<p>
  Verso mezzanotte Pomodoro fece una passeggiatina 
  per calmare i nervi. (Ah, già, non vi ho detto che i fuochi 
  artificiali gli avevano fatto venire i nervi. - Che 
  stupidaggine - pensava il Cavaliere - sciupare nei 
  fuochi artificiali tanti buoni Limoncini. -) Salì su una 
  collinetta pensando che di lì avrebbe scorto il fuoco di 
  bivacco degli evasi, se per caso ne avessero fatto uno. 
  Invece, con sua grande sorpresa, vide le finestre del Castello, 
  illuminate.
</p>
<p>
  - Il barone e il duchino fanno baldoria - pensò 
  contrariato. - Quando gli evasi saranno catturati e sarà 
  risolto l'affare Cipollino, bisognerà pensare anche a quei 
  due mangiapane a ufo. -
</p>
<p>
  Rimase per un pezzo ad osservare il Castello, e la 
  rabbia gli cresceva di minuto in minuto.
</p>
<p>
  - Fannulloni - pensava irritato - banditi da 
  strada. Ridurranno alla malora queste due vecchie 
  sciocche delle Contesse, e a me non resteranno che gli 
  ossi da leccare. -
</p>
<p>
  
<pb n='172' />
  
  Una dopo l'altra le finestre del castello si andavano 
  spegnendo. Alla fine ne restò accesa una sola.
</p>
<p>
  - Il duchino Mandarino non può dormire al buio 
  - sibilò Pomodoro tra i denti - gli fa troppa paura. 
  Ma cosa fa adesso? Guarda che razza di imbecille. Si 
  diverte a spegnere e ad accendere la luce. Spegne, riaccende. 
  Finirà col guastare l'interruttore. Provocherà un 
  corto circuito e il Castello andrà in fiamme. Finiscila! 
  Finiscila dunque! -
</p>
<p>
  Pomodoro non si accorgeva nemmeno di gridare. 
  Di lontano sembrava proprio che il Duchino si divertisse 
  a fare la gibigianna con la lampadina, con grande 
  rabbia di Pomodoro. Il quale però ad un certo punto 
  cominciò ad insospettirsi.
</p>
<p>
  - E se fossero dei segnali? - riflettè, colpito dall'insistenza 
  del gioco.
</p>
<p>
  - Già, ma segnali di che? A che scopo? E diretti 
  a chi? Darei un soldo bucato per sapere che cosa possano 
  mai significare. Tre colpi brevi... tre lunghi... altri tre 
  colpi brevi... Buio. Ed ora ricomincia; tre colpi brevi... 
  tre colpi lunghi... tre colpi brevi... Scommetto che ha 
  la radio accesa e accompagna la musica spegnendo, e 
  accendendo la luce. Divertimenti da mangiapane a tradimento. -
</p>
<p>
  Tornò verso l'accampamento e, incontrato un dignitario 
  di corte che aveva l'aria di essere un uomo 
  istruito, gli domandò se conosceva il linguaggio dei 
  segnali.
</p>
<p>
  - Naturalmente - rispose il Limone - sono 
  dottore in segnalazioni, laureato all'università di 
  Camerino. -
</p>
<p>
  - E che cosa significa un segnale così e così? - E
  
<pb n='173' />
  
      <figure>
        <head>«Nel bosco , il principe Limone faceva i fuochi artificiali 
          per far divertire le Contesse...» (pag. 170)</head>
      </figure>
  
<pb n='174' />
  
  Pomodoro gli descrisse il segnale che veniva dalla finestra 
  del duchino Mandarino.
</p>
<p>
  - S... 0... S... Significa Salvate le nostre anime. 
  Significa: aiuto! insomma. -
</p>
<p>
  - Aiuto? - riflettè Pomodoro sorpreso - Ma 
  allora non è un gioco. Il duchino sta cercando di farci 
  sapere qualcosa. Dev'essere in pericolo, per trasmettere 
  quel segnale. -
</p>
<p>
  E senza pensarci sopra due volte si diresse a grandi 
  passi al Castello.
</p>
<p>
  Giunto presso il cancello, fischiò per chiamare 
  Mastino. Si aspettava di vederlo sbucare dalla elegante 
  casina, ma con sorpresa lo vide uscire a orecchie basse 
  dal suo vecchio canile.
</p>
<p>
  - Che succede? - gli domandò.
</p>
<p>
  - Io rispetto la legge - rispose il cane di malumore 
  - I legittimi proprietari mi hanno mostrato documenti 
  di indubbio valore, e non ho potuto far altro 
  che cedere loro il passo. -
</p>
<p>
  - Quali proprietari? -
</p>
<p>
  - Un certo Zucchina ed un certo Mirtillo. -
</p>
<p>
  - E adesso dove sono? -
</p>
<p>
  - Nella loro casa, e dormono. Almeno lo spero, 
  per quanto non riesca a capire come potrà dormire il 
  signor Zucchina, che nella casetta ci può stare solamente 
  seduto. -
</p>
<p>
  - E al Castello chi c'è? -
</p>
<p>
  - Oh molta gente, un sacco di invitati. Gente di 
  basso rango, come ciabattini, professori d'orchestra, cipolle 
  e via dicendo. -
</p>
<p>
  - Vuoi dire Cipollino? -
</p>
<p>
  - Si, credo che si chiami così. Da quello che mi è
  
<pb n='175' />
  
  sembrato di capire il duchino Mandarino è offesissimo: 
  si è rinchiuso nei suoi appartamenti e non si è fatto vivo 
  per tutta la serata. -
</p>
<p>
  - Questo vuol dire che è prigioniero - riflettè 
  Pomodoro, che passava da una sorpresa all'altra. 
</p>
<p>
  - Dal canto suo - proseguì Mastino - il barone 
  Melarancia si è rinchiuso, ma non nei suoi appartamenti, 
  bensì in cantina. Da diverse ore si sente da quella 
  parte un bombardamento di bottiglie stappate che mette 
  allegria. -
</p>
<p>
  - Maledetto ubriacone - pensò Pomodoro.
</p>
<p>
  - Quello che non mi spiego - continuò il cane - 
  è che il visconte Ciliegino faccia comunella con gente di 
  così bassa lega, dimenticando i doveri del suo grado.
</p>
<p>
  Pomodoro corse subito a svegliare il Principe e le 
  Contesse e diede loro la terribile notizia. Le Contessine 
  avrebbero voluto tornare subito al Castello, ma il Principe 
  osservò:
</p>
<p>
  - I divertimenti di questa notte hanno molto menomato 
  l'efficienza del mio esercito. Non abbiamo un 
  numero di soldati sufficiente per tentare un assalto notturno. 
  Attenderemo l'alba. -
</p>
<p>
  Fece chiamare invece Don Prezzemolo, che era forte 
  in aritmetica e gli fece fare il conto delle forze che rimanevano, 
  dopo il salasso provocato dai fuochi artificiali. 
  Don Prezzemolo si armò di gesso e lavagna e fece 
  il giro delle tende, segnando una croce per ogni soldato 
  e una doppia croce per ogni dignitario di corte o generale. 
  Risultò che restavano diciassette Limoncini e quaranta 
  generali circa, più Pomodoro, Don Prezzemolo 
  stesso, il Principe Limone, le Contesse, Carotino, Segugio 
  e i cavalli.
</p>
<p>
  
<pb n='176' />
  
  Pomodoro non vedeva l'utilità dei cavalli, ma Don 
  Prezzemolo fece osservare che negli assedi i reparti di 
  cavalleria sono molto utili. Si accese una discussione 
  strategica, alla fine della quale il Principe Limone, intieramente 
  conquistato, affidò a Don Prezzemolo il comando 
  di un reparto di cavalleria.
</p>
<p>
  Il piano di battaglia fu studiato con l'aiuto di Mister 
  Carotino, elevato per l'occasione al rango di consigliere 
  straniero.
</p>
<p>
  Per prima cosa consigliò che tutti si tingessero le 
  facce di nero, per spaventare gli assediati. Il Principe 
  fece stappare molte bottiglie e, con i turaccioli bruciacchiati 
  si divertì egli stesso a tingere le facce dei suoi 
  generali.
</p>
<p>
  - Quale onore per noi! - dicevano i generali inchinandosi. 
  Il Principe approfittava di quell'inchino 
  per tingergli anche il collo.
</p>
<p>
  Allo spuntar del sole l'operazione di tintura era felicemente 
  ultimata. Il Principe appariva molto soddisfatto 
  e insistette per tingere di nero anche Pomodoro e le 
  Contesse.
</p>
<p>
  - La situazione è molto grave - ammonì - ed 
  inoltre non abbiamo adoperato ancora tutti i turaccioli. -
</p>
<p>
  Le Contesse si rassegnarono con le lagrime agli occhi. 
</p>
<p>
  L'attacco cominciò alle sette precise.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventiduesimo' type='capitolo'>
  <head>Il barone schiaccia venti generali 
senza volerlo</head>
<p>
  
<pb n='177' />
  
  La prima parte del piano d'attacco consisteva in 
  questo: che il cane Segugio, approfittando dell'amicizia 
  naturale che lo legava al cane Mastino, avrebbe dovuto 
  farsi aprire da quest'ultimo il cancello del parco: e dietro 
  a lui sarebbero penetrati, alla carica, gli squadroni di 
  cavalleria comandati da Don Prezzemolo.
</p>
<p>
  Questa prima parte, però, fallì in pieno, perchè il 
  cancello non era per niente chiuso, anzi, era spalancato, 
  e Mastino, in posizione di attenti sulla soglia, presentava 
  le armi, ossia la coda.
</p>
<p>
  Segugio tornò indietro spaventatissimo e riferì lo 
  strano avvenimento.
</p>
<p>
  - Quì gatta ci cova - disse Mister Carotino, 
  usando un'espressione cara ai consiglieri militari stranieri.
</p>
<p>
  - Molte, molte gatte ci covano - rinforzò Segugio.
</p>
<p>
  - Dove le avranno prese? - domandò il Principe.
</p>
<p>
  - Che cosa? -
</p>
<p>
  - Tutte queste gatte. -
</p>
<p>
  - Altezza, non si tratta di gatti. Se hanno lasciato
  aperto il cancello, ci dev'essere un trabocchetto. -
</p>
<p>
  
<pb n='178' />
  
  - Allora entreremo dal di dietro. - decise il 
  Principe.
</p>
<p>
  Ma anche il cancello posteriore era aperto. Gli strateghi 
  del Principe non sapevano che pesci pigliare. Il 
  Principe cominciava a essere stufo di quella guerra.
</p>
<p>
  - Dura troppo - diceva, lamentandosi con Pomodoro 
  - è troppo lunga e troppo difficile. Se l'avessi 
  saputo prima, non l'avrei nemmeno cominciata. -
</p>
<p>
  Infine decise di compiere un atto di valore personale. 
  Mise in fila i suoi quaranta generali e ordinò:
</p>
<p>
  - Att-tenti! -
</p>
<p>
  I quaranta generali scattarono come un sol uomo.
</p>
<p>
  - Avanti, march! - Unò, duè, unò, duè... -
</p>
<p>
  Il cancello fu oltrepassato e l'eroico plotone marciò 
  verso il castello, che, come sapete, si trovava un pò in 
  cima alla collina. La salita era abbastanza faticosa. Il 
  Principe cominciò a sudare e tornò indietro, lasciando 
  il comando a un Limone di prima classe.
</p>
<p>
  - Continuate voi - disse - io vado a preparare 
  l'attacco generale. Ormai la prima linea, grazie al mio 
  intervento personale, è stata sfondata. -
</p>
<p>
  Il Limone di prima classe gli presentò le armi e 
  prese il comando. Fatti dieci passi, ordinò cinque minuti 
  di riposo. Stava per ordinare l'attacco finale - ormai 
  il castello distava si e no cento metri - quando si udì un 
  boato tremendo e un proiettile di proporzioni mai viste 
  cominciò a rotolare giù per la china, in direzione dei 
  quaranta generali. I quali, senza aspettare il comando 
  del Limone di prima classe, fecero dietro front e si ritirarono 
  verso il basso a tutta velocità. La loro velocità 
  però, era molto inferiore a quella della misteriosa valanga, 
  che in pochi secondi fu loro sopra, ne schiacciò una
  
<pb n='179' />
  
  ventina come se fossero prugne mature e continuò a 
  precipitare a valle, attraversò il cancello, respinse la cavalleria 
  di Don Prezzemolo che si preparava all'attacco 
  e rovesciò il calesse delle Contesse del Ciliegio.
</p>
<p>
  Quando si arrestò, si vide che non si trattava di una 
  mina magnetica o di una botte di dinamite, ma dello 
  sventurato barone Melarancia.
</p>
<p>
  - Cugino carissimo! - gridò affettuosamente 
  Donna Prima, accorrendo verso di lui impolverata e 
  scarmigliata come si era sollevata dalla caduta.
</p>
<p>
  - Signora, non ho l'onore di conoscervi. Non sono 
  mai stato in Africa. -
</p>
<p>
  - Ma sono io, sono Donna Prima. -
</p>
<p>
  - O cielo, ma che cosa vi è saltato in mente di 
  mascherarvi a quel modo? -
</p>
<p>
  - E' stato per ragioni strategiche. Ma voi piuttosto, 
  come mai siete piombato giù a quel modo? -
  - Sono venuto in vostro soccorso. In un modo un 
  po' violento, lo ammetto. Ma non avevo scelta. Ci ho 
  messo tutta la notte a liberarmi dalla cantina, dove 
  quei banditi mi avevano rinchiuso. Figuratevi che ho 
  rosicchiato la porta con i denti. -
</p>
<p>
  - Avrete rosicchiato una mezza dozzina di botti 
  - borbottò Pomodoro, livido.
</p>
<p>
  - Una volta giunto all'aperto, mi sono lasciato 
  rotolare giù per la china, travolgendo una tribù di negri, 
  certamente assoldata da quei briganti per occupare il 
  Castello. -
</p>
<p>
  Quando Donna Prima gli spiegò che si trattava di 
  quaranta generali, il povero barone non riusciva a darsi 
  pace, ma in fondo si sentiva orgoglioso della propria 
  forza.
</p>
<p>
  
<pb n='180' />
  
  Il Principe Limone, che aveva finito di prendere il 
  bagno nella sua tenda proprio in quel momento, nel 
  constatare le perdite del suo esercito credette che il nemico 
  avesse fatto una sortita e fu molto contrariato 
  quando gli fecero osservare che il disastro era stato prodotto 
  da un alleato pieno di buone intenzioni.
</p>
<p>
  - Io non ho firmato alleanze con nessuno. Le mie 
  guerre le combatto da solo - disse sdegnosamente. E 
  radunate le truppe che gli restavano - tra generali soldati 
  e generi diversi una trentina di uomini - fece questo 
  discorso:
</p>
<p>
  - Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi 
  guardo io. -
</p>
<p>
  I Principi non apprezzano l'amicizia. Così riescono 
  sempre ad avere amici pericolosi, e allora si consolano 
  citando proverbi che non hanno nè capo nè coda.
</p>
<p>
  Dopo un quarto d'ora fu lanciato un secondo attacco. 
  Dieci uomini scelti marciarono di corsa sù per la 
  salita, lanciando urla selvagge per spaventare almeno 
  i bambini e le donne che si trovavano tra gli assediati. 
</p>
<p>
  Essi furono accolti con molta cortesia. Perfino troppa, 
  direi. Cipollino aveva fatto applicare delle pompe da 
  incendio ai tini più panciuti della cantina. Quando gli 
  assalitori furono a tiro ordinò:
</p>
<p>
  - Vino! -
</p>
<p>
  (Avrebbe dovuto ordinare fuoco! - osserveranno 
  i soliti critici - ma quelle erano pompe per spegnere 
  il fuoco, non per accenderlo).
</p>
<p>
  Gli assalitori furono innaffiati dai robusti getti 
  rossi e profumati. Il vino entrava loro nella bocca e nel 
  naso, minacciando di affogarli.
</p>
<p>
  Fecero dietro-front piuttosto a malincuore e cominciarono 
  
<pb n='181' />
  
  a ridiscendere, inseguiti dagli zampilli delle
  pompe, che non cessavano di perseguitarli.
</p>
<p>
  Giunsero in basso completamente ubriachi, con
  grande scandalo delle Contesse.
</p>
<p>
  Figuratevi gli strilli del Principe:
</p>
<p>
  - Vergogna! Meritereste di essere tutti bastonati 
  per bene. Quale volgarità, bere vino rosso a digiuno! 
  Ecco altri dieci uomini fuori combattimento. -
</p>
<p>
  I dieci guerrieri, infatti, uno dopo l'altro, si sdraiarono 
  ai piedi di Sua Altezza e cominciarono a russare 
  della grossa.
</p>
<p>
  La situazione diventava di minuto in minuto più 
  tragica.
</p>
<p>
  Pomodoro si metteva le mani nei capelli e tempestava 
  Mister Carotino:
</p>
<p>
  - Consigliate qualche cosa! Siete, si o no, il consigliere 
  militare straniero? -
</p>
<p>
  Al Castello invece come potete facilmente immaginare, 
  l'entusiasmo era al colmo.
</p>
<p>
  Una buona metà dei nemici era ormai liquidata. 
  Forse tra poco si sarebbe vista spuntare una bandiera 
  bianca laggiù tra i due pilastri rossi del cancello.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventitreesimo' type='capitolo'>
  <head>Cipollino fa la conoscenza di un ragno portalettere</head>
<p>

<pb n='183' />
  
  No, è inutile che io tenti di ingannarvi: tra i pilastri 
  del cancello non spuntò mai la bandiera bianca. Spuntò 
  invece un'intera divisione di Limoncini appena arrivata 
  dalla capitale, e ai nostri non restò che la resa o la fuga.
</p>
<p>
  Cipollino tentò la fuga dalla parte della cantina: 
  ma la galleria che conduceva al bosco risultò occupata 
  dalle truppe del Principe.
</p>
<p>
  Chi aveva svelato loro il segreto della galleria?
</p>
<p>
  Anche questo non ve lo posso nascondere: era stato 
  Pisello. Vista la mala parata, l'avvocato era passato al 
  nemico, per paura di essere impiccato una seconda volta.
</p>
<p>
  La gioia di Pomodoro per la cattura di Cipollino fu 
  tanta, che tutti gli altri prigionieri furono lasciati liberi 
  e tornarono alle loro case, mentre Ciliegino fu messo 
  in castigo in soffitta.
</p>
<p>
  Cipollino fu accompagnato all'ergastolo da una 
  intera compagnia di Limoncini, e rinchiuso in una cella 
  sotterranea.
</p>
<p>
  Due volte al giorno un Limonaccio di guardia gli 
  portava una zuppa di pane ed acqua in una ciotola. Cipollino 
  la mandava giù senza nemmeno vederla, un po' 
  perchè aveva fame, un po' perchè in carcere non accendevano
  
<pb n='184' />
  
  mai la luce. Il resto della giornata Cipollino 
  restava sdraiato sul tavolaccio a pensare.
</p>
<p>
  - Se potessi incontrare il mio babbo - pensava 
  se almeno potessi fargli sapere che sono qui anch'io. -
</p>
<p>
  Giorno e notte una pattuglia di Limoncini passeggiava 
  davanti alla porta della cella, battendo forte 
  i tacchi.
</p>
<p>
  - Mettetevi almeno i tacchi di gomma! - gridava 
  Cipollino, che non riusciva a dormire. Ma quelli non si 
  voltavano nemmeno.
</p>
<p>
  Dopo una settimana lo vennero a prendere.
</p>
<p>
  - Dove mi conducete? - domandò Cipollino, che 
  credeva lo portassero al patibolo. Invece lo portarono 
  in cortile per fare una passeggiatina. Cipollino dovette 
  sgridare le sue gambe perchè non erano più abituate a 
  portarlo, poi dovette prendersela con gli occhi perchè 
  non erano più abituati alla luce e non riuscivano ad 
  aprirsi.
</p>
<p>
  Il cortile era rotondo, e gli ergastolani, vestiti tutti 
  di una divisa a strisce bianche e nere, passeggiavano in 
  fila indiana, in tondo in tondo.
</p>
<p>
  Era severamente proibito di parlare. Al centro del 
  circolo un Limonaccio segnava il passo con il tamburo:
  - Unò... duè.. unò... duè... -
</p>
<p>
  Cipollino entro' nella fila e si trovo' a camminare 
  dietro un vecchio prigioniero dalle spalle curve e dai 
  capelli grigi. Di quando in quando tossiva, e le sue 
  spalle sussultavano dolorosamente.
</p>
<p>
  - Povero vecchio - pensava Cipollino - se non 
  fosse tanto vecchio assomiglierebbe al mio babbo. - Ad 
  un tratto il prigioniero fu colto da un accesso di tosse 
  così forte che comincio' a barcollare e dovette appoggiarsi 
  
<pb n='185' />
  
  al muro per non cadere. Cipollino accorse al suo 
  fianco per sorreggerlo e fissò il suo volto solcato da 
  mille rughe. Anche il prigioniero lo guardo' con gli occhi 
  semispenti, poi lo afferrò per le spalle e sussurro':
</p>
<p>
  - Cipollino, figlio mio! -
</p>
<p>
  - Babbo, come siete invecchiato. -
</p>
<p>
  Padre e figlio si abbracciarono piangendo. 
</p>
<p>
  - Cipollino, non piangere - mormorava il vecchio 
  - fatti coraggio. -
</p>
<p>
  - Io non piango, babbo. Mi dispiace di vedervi 
  così vecchio e malato. Io che avevo promesso di venirvi 
  a liberare! -
</p>
<p>
  - Non ti crucciare. Torneranno anche per noi i 
  giorni felici. -
</p>
<p>
  Ma proprio in quel momento il Limonaccio che 
  batteva il passo picchio' un terribile colpo sul suo 
  tamburo:
</p>
<p>
  - Ehi, là, voi due! Non vedete che mi scompaginate 
  tutta la fila? In marcia! -
</p>
<p>
  Cipollone si staccò vivamente dal figlio e riprese a 
  camminare. Fecero ancora due giri del cortile, poi la 
  fila cominciò a rientrare nel corridoio che portava alle 
  celle.
</p>
<p>
  - Ti farò sapere mie notizie - bisbiglio' Cipollone.
</p>
<p>
  - Ma come? -
</p>
<p>
  - Vedrai. Sta di buon animo, Cipollino. - 
</p>
<p>
  - Arrivederci, babbo. -
</p>
<p>
  E il vecchio sparì nella sua cella. La cella di Cipollino 
  era due piani più sotto, nel sotterraneo. Adesso che 
  aveva rivisto il suo babbo, non gli sembrava più tanto 
  buia. Del resto, a guardarci bene, dal finestrino che dava
  
<pb n='186' />
  
  sul corridoio un pochino di luce veniva. Ma un pochino 
  tanto pochino, abbastanza per veder sfilare avanti e indietro 
  le baionette dei Limoncini.
</p>
<p>
  Il giorno dopo, mentre si divertiva a contare e ricontare 
  quelle baionette per far passare il tempo, Cipollino 
  si sentì chiamare da una vocina strana, che non si 
  capiva da che parte venisse.
</p>
<p>
  - Chi mi chiama? - domandò stupito.
</p>
<p>
  - Guarda sul muro. -
</p>
<p>
  - Ho un bel guardare, non vedo nemmeno il
  muro. -
</p>
<p>
  - Guarda vicino al finestrino. -
</p>
<p>
  - Ora ti ho visto. Ma tu sei un ragno. Che vuoi 
  mai prendere qua sotto? Alle mosche non piace stare 
  all'umido. -
</p>
<p>
  - Sono Ragno Zoppo e ho anche la mia rete, al 
  piano di sopra. Quando ho fame ci vado a guardare e 
  qualcosa ci trovo sempre. -
</p>
<p>
  Un Limonaccio picchiò violentemente la porta.
</p>
<p>
  - Silenzio, lì dentro. Si può sapere con chi parli? -
</p>
<p>
  - Sto dicendo le orazioni che mi ha insegnato la 
  mia mamma - rispose Cipollino.
</p>
<p>
  - Dille sottovoce - ribattè la guardia - ci fai 
  sbagliare il passo. -
</p>
<p>
  I Limoncini erano tanto stupidi che appena sentivano 
  un rumore non erano più capaci di marciare al 
  passo.
</p>
<p>
  Ragno Zoppo scese più in basso e bisbigliò, con la 
  sua vocina vellutata:
</p>
<p>
  - Ho un messaggio per te, da parte del tuo 
  babbo. -
</p>
  
<pb n='187' />
  
      <figure>
        <head>«...un proiettile di proporzioni mai viste cominciò a rotolare 
          giù per la china...» (pag. 178)</head>
      </figure>
  
<pb n='188' />

<p>
  Difatti lasciò cadere un biglietto, che Cipollino 
  stupefatto aprì e lesse d'un fiato. Diceva solamente:
</p>
<p>
  - Cipollino caro, sono al corrente di tutte le tue 
  avventure. Non te la prendere se le cose non ti sono andate 
  come volevi. Al tuo posto avrei fatto lo stesso. Un 
  po' di prigione non ti farà poi tanto male: potrai continuare 
  i tuoi studi ed avrai tempo per rimettere ordine 
  nei tuoi pensieri. La persona che ti recapita questo 
  messaggio è il nostro portalettere. Abbi fiducia in lui 
  e mandami notizie per suo mezzo. Ti abbraccio affettuosamente: 
  tuo padre Cipollone. -
</p>
<p>
  - Hai finito di leggere, - domandò il ragno.
</p>
<p>
  - Sì, ho finito. -
</p>
<p>
  - Bene, allora metti in bocca il biglietto, masticalo 
  e inghiottilo. Le guardie non lo devono trovare. -
</p>
<p>
  - Ecco fatto - disse Cipollino, masticando il 
  foglietto.
</p>
<p>
  - E adesso - disse il ragno - arrivederci.
</p>
<p>
  - Dove vai? -
</p>
<p>
  - Vado a distribuire la posta. -
</p>
<p>
  Cipollino si accorse che il ragno aveva al collo una
  borsa come quelle dei portalettere, gonfia di biglietti.
</p>
<p>
  - A chi porti tutte quelle lettere? -
</p>
<p>
  - Da cinque anni faccio questo mestiere: tutte le 
  mattine faccio il giro delle celle e raccolgo la posta, poi 
  la distribuisco. Le guardie non mi hanno mai scoperto, 
  e non hanno mai trovato nemmeno un bigliettino. Così 
  i prigionieri possono scambiarsi le notizie. -
</p>
<p>
  - Ma come si procurano la carta? -
</p>
<p>
  - Non scrivono mica sulla carta, scrivono su un 
  pezzetto della loro camicia. -
</p>
<p>
  
<pb n='189' />
  - Adesso mi spiego lo strano sapore di quel biglietto. 
  - fece Cipollino.
</p>
<p>
  - L'inchiostro - proseguì il ragno - si fa con 
  l'acqua della zuppa, grattandoci dentro qualche briciola 
  di mattone dal muro. -
</p>
<p>
  - Ho capito - disse Cipollino - domattina passa 
  dalla mia cella. Avrò della posta da consegnarti. -
</p>
<p>
  - Senz'altro - promise il ragno. E si avviò. Cipollino 
  si accorse solo allora che zoppicava.
</p>
<p>
  - Ti sei fatto male? -
</p>
<p>
  - Macchè, sono i reumatismi. Stare all'umido non 
  mi fa bene affatto. Sono vecchio, avrei tanto bisogno di 
  andare un poco in campagna. Ho un fratello che abita 
  in un campo di granturco: stende la sua rete tutte le mattine 
  tra due fili d'erba e tutto il giorno si gode il sole e 
  l'aria pura. Mi ha scritto tante volte invitandomi ad andarlo 
  a trovare, ma ormai mi sono preso questo incarico. 
  Io dico che quando uno si prende un incarico lo deve 
  mantenere. Io poi ce l'ho sù col Principe Limone, perchè 
  un suo servitore ha ucciso mio padre. Lo ha schiacciato 
  sul muro della cucina, povero vecchio.
</p>
<p>
  C'è ancora la macchia su quel muro. Ogni tanto la 
  vado a rivedere e dico così: Spero che un giorno anche 
  il Principe finisca su un muro, e che non resti nemmeno 
  la sua macchia. Dico bene? -
</p>
<p>
  - Non ho mai trovato un ragno così generoso - 
  disse Cipollino, gentilmente.
</p>
<p>
  - Si fa quello che si può - rispose modestamente 
  il ragno. E zoppicando raggiunse il finestrino, passò 
  sotto il naso di un Limonaccio che si era fermato a guardar 
  dentro per vedere se tutto era in regola, e continuò 
  il suo giro.
</p>
</div>

<div n='Capitolo Ventiquattressimo' type='capitolo'>
  <head>Cipollino perde ogni speranza</head>
<p>

<pb n='191' />
  
  Cipollino si strappò un lembo di camicia e lo ritagliò 
  in tanti pezzettini.
</p>
<p>
  - Ecco pronta la carta da lettere - pensò soddisfatto. 
  - E adesso aspettiamo che ci portino l'inchiostro. -
</p>
<p>
  Quando il Limonaccio di guardia gli porto' la zuppa, 
  non ne mangiò nemmeno un boccone. Graffiò dal 
  muro un poco di mattone, servendosi del cucchiaio, e lo 
  versò nell'acqua. Mescolò un poco, poi, servendosi del 
  manico del cucchiaio, scrisse le lettere che aveva pensato.
</p>
<p>
  - Caro babbo - diceva la prima lettera - ricordate 
  che vi ho promesso di venirvi a liberare? Ebbene, il 
  momento si avvicina. Ho in mente un piano che ci permetterà 
  di fuggire. Vi abbraccio, vostro figlio Cipollino. -
</p>
<p>
  La seconda lettera, indirizzata alla Talpa, diceva:
  - Vecchia Talpa del mio cuore, non credere che ti 
  abbia dimenticata.
</p>
<p>
  In prigione non ho niente da fare e continuo a 
  pensare ai vecchi amici.
</p>
<p>
  Pensa e pensa, ho pensato che forse tu puoi aiutarmi 
  ad uscire di qui e a liberare il mio babbo. L'impresa 
  è un po' difficile, lo riconosco. Ma se tu sei in grado di

<pb n='192' />
  
  radunare un centinaio di Talpe e di farti aiutare, da loro, 
  non sarà impossibile. Aspetto una tua pronta risposta, 
  ossia aspetto il momento in cui sbucherai nella mia cella. 
  Il tuo vecchio amico Cipollino.
</p>
<p>
  Poscritto - Questa volta non ti farai male agli 
  occhi. L'ergastolo è più buio di un pozzo d'inchiostro. -
</p>
<p>
  La terza lettera era per Ciliegino, e diceva così:
</p>
<p>
  - Caro Ciliegino, sono senza tue notizie, ma sono 
  sicuro che non ti sarai perso di coraggio per la nostra 
  sconfitta. Ti prometto che metterò a posto, una volta 
  per sempre, il Cavalier Pomodoro. In prigione ho pensato 
  tante cose che fuori non avrei avuto il tempo di 
  pensare. Tu devi aiutarmi a uscire di qui. Consegna alla 
  Talpa la mia lettera, nel posto che tu sai. Ti manderò 
  altre istruzioni. Saluti a tutti. Cipollino. -
</p>
<p>
  Nascose le tre lettere sotto il guanciale, versò l'inchiostro 
  che gli rimaneva in una piccola buca sotto il 
  letto, rese la ciotola al Limonaccio, quando passò per la 
  ispezione serale, e si addormentò.
</p>
<p>
  Il mattino dopo Ragno Zoppo gli portò un'altra 
  lettera del babbo. Il povero Cipollone era ansioso di 
  ricevere notizie da Cipollino, ma gli raccomandava di 
  non consumare troppo presto la camicia.
</p>
<p>
  Cipollino si strappò quasi mezza camicia, la 
  distese per terra, intinse il dito nel calamaio, ossia, nella
  buchetta sotto il letto e cominciò a scrivere.
</p>
<p>
  - Che fai? - domando il postino, indignato - 
  se usi dei fogli così grandi tra una settimana non avrai 
  più carta per scrivere. -
</p>
<p>
  - Non ti preoccupare - rispose Cipollino - tra 
  una settimana non sarò più qui. -
</p>
<p>
  
<pb n='193' />
  
  - Figliuolo, tu ti illudi. -
</p>
<p>
  - Puo' darsi. Ma intanto, invece di stare a farmi
  delle prediche, non potresti darmi una mano? -
</p>
<p>
  - Ti do anche tutte le mie otto zampe. Che cosa 
  hai in mente? -
</p>
<p>
  - Voglio disegnare su questa mezza camicia una 
  pianta della prigione, segnando al posto giusto i diversi 
  piani, il muro di cinta, il cortile e tutto il resto. -
</p>
<p>
  - Oh, non è difficile. Conosco le prigioni centimetro 
  quadrato per centimetro quadrato. -
</p>
<p>
  Con l'aiuto di Ragno Zoppo, Cipollino stese in un 
  momento la carta della prigione e segnò con una croce 
  il cortile.
</p>
<p>
  - Perchè hai segnato quella croce? - domando' 
  il ragno.
</p>
<p>
  - Te lo spiegherò un'altra volta. - rispose Cipollino, 
  evasivamente - Ora ti consegno una lettera 
  per il mio babbo; queste altre due lettere e la pianta invece 
  dovresti recapitarla a un mio amico. -
</p>
<p>
  - Fuori della prigione? -
</p>
<p>
  - Si, al visconte Ciliegino. -
</p>
<p>
  - Abita lontano? -
</p>
<p>
  - Abita al Castello del Ciliegio. -
</p>
<p>
  - So dov'è. Ho un cugino impiegato nel solaio 
  del Castello. Mi ha mandato a dire tante volte di andarlo 
  a trovare ma non ho mai avuto tempo. Dice che si sta 
  una bellezza. Ma se io vado fin laggiù, chi farà il servizio 
  postale? -
</p>
<p>
  - Tra andare e venire ti ci vorranno due giorni, 
  con quella gamba zoppa. Per due giorni, si potrà fare a 
  meno della posta. - 
</p>
<p>
  - Non mi assenterei dal mio servizio - disse Ragno
  
<pb n='194' />
  
  Zoppo - ma dal momento che non si tratta di un 
  viaggio di piacere... -
</p>
<p>
  - Tutt'altro - disse Cipollino - si tratta di un 
  viaggio molto importante, di una missione delicatissima. 
  Pensa che dall'esito del tuo viaggio può dipendere 
  la libertà per i prigionieri. -
</p>
<p>
  - Per tutti? -
</p>
<p>
  - Per tutti - promise Cipollino.
</p>
<p>
  - In questo caso, appena terminato il giro mi metto 
  in viaggio. -
</p>
<p>
  - Non so come ringraziarti. - 
</p>
<p>
  - Oh non ci pensare nemmeno, - rispose Ragno 
  Zoppo - se la prigione si vuota potrò finalmente andare 
  a starmene in campagna. -
</p>
<p>
  Mise le tre lettere nella borsa, se la gettò a tracolla 
  e si avviò zoppicando verso il finestrino.
</p>
<p>
  - Arrivederci - bisbigliò Cipollino, mettendo il 
  naso tra le sbarre per seguire il postino che si arrampicava 
  verso il soffitto per viaggiare più comodamente. 
  - E buon viaggio. -
</p>
<p>
  Dal momento che lo vide sparire nel buio, Cipollino 
  cominciò a contare le ore e i minuti della sua assenza. 
  Dopo ventiquattrore pensò:
</p>
<p>
  - A quest'ora dev'essere nelle vicinanze del Castello. 
  Lì troverà certamente qualcuno che gli indicherà la 
  strada. Se poi sapranno che è cugino di quel famoso Ragno 
  del solaio, può darsi perfino che qualcuno lo accompagni. -
</p>
<p>
  Gli pareva di vedere il piccolo vecchio ragnetto 
  arrampicarsi zoppicando fino al solaio, farsi indicare la 
  camera di Ciliegino, scendere giù per la parete, avvicinarsi 
  
<pb n='195' />
  
  al letto del Visconte e svegliarlo con un bisbiglio 
  per consegnargli i messaggi.
</p>
<p>
  Poi Cipollino non ebbe più pace. Da un'ora all'altra 
  ormai il Ragno poteva essere di ritorno. Ma passa un 
  giorno, ne passano due, il ragno non si vede comparire. 
  Passarono tre giorni. I prigionieri erano preoccupati per 
  la mancanza di posta. Siccome il Ragno non aveva svelato 
  a nessuno il segreto della sua missione, ma aveva 
  detto che si prendeva qualche giorno di ferie, più di un 
  ergastolano pensava in cuor suo che il Ragno li avesse 
  ormai abbandonati al loro destino per andare a starsene 
  in campagna, come aveva sempre sognato. Cipollino 
  non sapeva che pensare.
</p>
<p>
  Il quarto giorno era giorno di passeggiata, ma Cipollino 
  non vide suo padre e nessuno seppe dargliene 
  notizia. Rientrò nella cella piuttosto scoraggiato e si 
  gettò sul tavolaccio. Aveva quasi perso ogni speranza. 
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Venticinquesimo' type='capitolo'>
  <head>Le avventure di Ragno Zoppo e Sette e mezzo</head>
<p>
  
<pb n='197' />
  
  Che cos'era successo al Ragno postino?
</p>
<p>
  Vi narrerò in due parole la sua storia.
</p>
<p>
  Appena uscito dal carcere si avviò giù per il corso, 
  camminando rasente al marciapiede per non essere travolto 
  dalle carrozze. La ruota di una bicicletta lo sfiorò, 
  minacciando di schiacciarlo miseramente. Fece appena 
  in tempo a scansarsi.
</p>
<p>
  - Mamma mia - pensò spaventato - a momenti 
  il mio viaggio finisce prima di cominciare. -
</p>
<p>
  Per fortuna trovò un tombino e si calò nella fogna. 
  Non aveva messo dentro tutta la testa che si sentì 
  chiamare.
</p>
<p>
  Era un suo vecchio conoscente, un po' parente di suo 
  padre, che anche lui viveva nella cucina del Castello, una 
  volta. Si chiamava Sette e mezzo, perchè aveva sette zampe 
  e mezza: l'altra metà l'aveva perduta in un incidente,
  ossia per un colpo di scopa male assestato.
</p>
<p>
  Ragno Zoppo lo salutò con molto rispetto e Sette 
  e mezzo gli si mise al fianco, cominciando a parlare dei 
  bei tempi.
</p>
<p>
  Ogni tanto si fermava, per spiegare come erano andate 
  le cose quella volta della scopa, ma Ragno Zoppo 
  tirava via, senza cedere alla tentazione di una bella 
  chiacchierata.
</p>
<p>
<pb n='198' />
  - Ma dove vai con tanta fretta? - chiese infine 
  Sette e mezzo.
</p>
<p>
  - Vado a trovare mio cugino - rispose evasivamente 
  Ragno Zoppo, che non voleva stare a raccontargli 
  tutta la storia di Cipollino, del Visconte e della Talpa.
</p>
<p>
  - Quello che sta al Castello del Ciliegio? Mi ha 
  giusto invitato a passare una settimana nel suo solaio. 
  Quasi quasi ti ci accompagno: in questo momento non 
  ho affari urgenti. -
</p>
<p>
  Ragno Zoppo non sapeva se essere contento o no 
  della compagnia. Ma poi pensò che in due il tempo 
  passa prima, e ci si aiuta se succede qualche inconveniente.
</p>
<p>
  - Ben volentieri - rispose - se siete disposto a 
  camminare un poco più in fretta, perchè ho una commissione 
  da fare e non vorrei arrivare in ritardo. -
</p>
<p>
  - Fai sempre il postino in prigione? - domandò 
  Sette e mezzo.
</p>
<p>
  - Oh, adesso mi sono licenziato - rispose Ragno 
  Zoppo. Sette e mezzo era un amico, ma certe cose non 
  le devono sapere nemmeno gli amici.
</p>
<p>
  Così chiacchierando, giunsero finalmente fuori di 
  città e poterono uscire dalla fogna. Ragno Zoppo tirò 
  un respiro di sollievo, perchè là sotto c'era un cattivo 
  odore che gli dava il voltastomaco. In breve furono tra 
  il verde dei campi. Era una bella giornata, e il vento 
  agitava dolcemente l'erba profumata. Sette e mezzo 
  spalancava la bocca come se volesse respirare tutto il vento 
  in una volta.
</p>
<p>
  - Che delizia - esclamava - da tre anni non 
  mettevo il naso fuori della mia fogna, ma adesso credo 
  che non ci tornerò mai più e mi stabilirò in campagna.
</p>
<p>
  
<pb n='199' />
  
  - La campagna è già molto popolata - osservò 
  Ragno Zoppo, indicando al suo compagno una lunga 
  fila di formiche, affaccendatissime a trasportare un bruco 
  nel formicaio.
</p>
<p>
  - A lor signori non piace la compagnia della gente - 
  malignò un grillo, affacciato sulla soglia del suo 
  buco.
</p>
<p>
  Sette e mezzo volle a tutti i costi fermarsi a spiegare 
  al grillo la sua opinione sulla campagna. Il grillo rispose, 
  Sette e mezzo ribattè, il grillo esclamò. Sette e mezzo 
  gridò, non la finivano più di chiacchierare, e il tempo 
  passava.
</p>
<p>
  Molta gente si era intanto radunata ad ascoltare i 
  grilli, cocciniglie, e, a debita distanza, perfino qualche 
  moscerino temerario. Un passero che fungeva da vigile 
  urbano notò l'assembramento e si abbassò per disperderlo, 
  adocchiando subito Sette e mezzo.
</p>
<p>
  - Ecco un buon boccone per i miei piccoli - borbotto' 
  tra sè. Fu il moscerino a dare l'allarme:
</p>
<p>
  - Attenzione, la polizia! -
</p>
<p>
  In un attimo non si vide più nessuno, sembrava 
  che la terra li avesse inghiottiti. Ragno Zoppo e Sette e 
  mezzo si rifugiarono nella tana del Grillo, che chiuse 
  precipitosamente la porta e rimase di guardia.
</p>
<p>
  Sette e mezzo tremava come una foglia, e Ragno 
  Zoppo cominciava a pentirsi di aver preso con sè un 
  compagno così chiacchierone, che gli faceva perdere del 
  tempo e attirava su di loro l'attenzione della polizia.
</p>
<p>
  - Eccomi segnalato - pensava tra sè il vecchio 
  postino - il passero ha certamente preso nota della mia 
  presenza nel suo registro. E quando si è segnati là sopra 
  è facile finir male. -
</p>
<p>
  
<pb n='200' />
  
  Si rivolse a Sette e mezzo e gli disse:
</p>
<p>
  - Compare, come vedete, il viaggio è pericoloso. 
  Che ne direste se a questo punto ci dividessimo? -
</p>
<p>
  - Mi meraviglio molto di te - esclamò Sette e 
  mezzo - prima mi convinci a seguirti per mare e per 
  terra, poi mi vuoi lasciare nelle peste. Bell'amico, in fede 
  mia. -
</p>
<p>
  - Siete stato voi a volermi seguire. Ma il punto 
  non è questo. Io ho una commissione da fare al Castello 
  e non intendo passare la giornata in questo buco, pur 
  ringraziando il Grillo per la sua ospitalità. -
</p>
<p>
  - Ed io verrò con te - dichiarò Sette e mezzo - 
  ho promesso a tuo cugino di andarlo a trovare e voglio 
  tener fede alle mie promesse. -
</p>
<p>
  - Allora andiamo - fece Ragno Zoppo.
</p>
<p>
  - Aspettate un minuto che guardo se c'è la polizia - 
  fece il Grillo.
</p>
<p>
  Aprì cautamente la porta: il passero era ancora lì 
  sopra. Volava basso, scrutando diligentemente l'erba 
  filo per filo.
</p>
<p>
  Sette e mezzo tirò un lungo sospiro preoccupato e 
  dichiarò che in quelle condizioni non avrebbe mosso un 
  passo, ed avrebbe impedito anche a Ragno Zoppo di 
  muoversi.
</p>
<p>
  - Non ti permetterò di arrischiare la vita - disse 
  - ho conosciuto tuo padre e mi sento responsabile 
  verso di lui della tua salvezza. -
</p>
<p>
  Non restò che aspettare. E siccome il Passero non 
  mollò per un istante, tutta la giornata se ne andò in 
  quella vana attesa. Solo al tramonto la polizia si ritirò 
  nelle sue caserme, ossia sui cipressi accanto al cimitero, 
  
<pb n='201' />
  
  e i nostri due viaggiatori poterono rimettersi la strada 
  fra le zampe.
</p>
<p>
  Ragno Zoppo era molto contrariato per aver perso 
  tutta la giornata.
</p>
<p>
  Durante la notte poterono compiere un bel po' di 
  strada, ma ad un certo punto Sette e mezzo dichiarò 
  che era stanco e desiderava riposare.
</p>
<p>
  - Non possiamo - protestò Ragno Zoppo 
  - non possiamo assolutamente. Io non mi fermerò. -
</p>
<p>
  - Vorresti dunque lasciarmi a mezza strada, e per 
  di più di notte. Così tratti i vecchi amici di tuo padre? 
  Ah, come vorrei che quel povero vecchio fosse qui per 
  poterti rimproverare come ti meriti. -
</p>
<p>
  Tanto disse e tanto fece che Ragno Zoppo dovette 
  rassegnarsi. Si cercarono un posticino sotto la grondaia 
  di una chiesa e si accomodarono per riposare.
</p>
<p>
  Ragno Zoppo, è inutile dirlo, non potè chiudere 
  occhio e passò il tempo a guardare con rabbia il suo 
  vecchio compagno di viaggio che russava beatamente.
</p>
<p>
  - Se non fosse per lui a quest'ora sarei già arrivato
  e forse sarei già sulla strada del ritorno. -
</p>
<p>
  Appena il cielo cominciò a schiarirsi ad oriente, lo
  destò senza tanti complimenti.
</p>
<p>
  - In cammino - ordinò.
</p>
<p>
  Ma dovette ancora aspettare che Sette e mezzo si facesse 
  un'accurata pulizia. Il vecchio chiacchierone si 
  ripulì coscienziosamente le sue sette zampe e mezza, e 
  solo dopo queste operazioni dichiarò che era pronto a 
  proseguire.
</p>
<p>
  La mattina passò senza ulteriori incidenti. Verso 
  mezzogiorno, per nascondersi alla vista di un altro passero 
  che si avvicinava minacciosamente da quella parte
  
<pb n='202' />
  
  si infilarono in una specie di galleria. Quando ne uscirono, 
  dopo essersi assicurati che il pericolo era passato, 
  si trovarono in un largo piazzale senz'erba, pesticciato 
  in tutti i sensi da impronte irriconoscibili.
</p>
<p>
  - Strano posto - osservò Sette e mezzo - si direbbe 
  che un intiero esercito sia passato da questi 
  parti. -
</p>
<p>
  Da un lato del piazzale si ergeva una costruzione 
  bassa, dalla quale venivano voci sospette.
</p>
<p>
  - Io non sono curioso - dichiarò ancora Sette e 
  mezzo - ma darei un pezzetto della mia ottava zampa 
  per sapere dove ci troviamo, e che gente abita là dentro. -
</p>
<p>
  Ragno Zoppo tirava via di buon passo, senza guardarsi 
  attorno. Era stanco morto, perchè non aveva chiuso 
  occhio durante la notte, e gli doleva il capo a causa 
  di un principio di insolazione. Aveva lo strano presentimento 
  che non sarebbe arrivato mai al Castello, 
  - come se il Castello, invece di avvicinarsi, si allontanasse 
  sempre più. Chissà poi se avevano conservato la direzione 
  giusta: ormai avrebbero dovuto essere in vista 
  almeno della torre più alta. E' vero che erano tutt'e due 
  vecchi e senza occhiali, perchè non si è mai visto un ragno 
  con gli occhiali, e può anche darsi che fossero passati 
  accanto al Castello senza accorgersene.
</p>
<p>
  Ragno Zoppo era assorto in questi pensieri quando 
  un piccolo bruco verde passò accanto a loro a tutta 
  velocità, gridando:
</p>
<p>
  - Si salvi chi può! Arrivano le galline. -
</p>
<p>
  - Siamo perduti - esclamò terrorizzato Sette e 
  mezzo, che aveva sentito parlare di questi terribili nemici. 
  E cominciò a correre con tutta la forza delle sue sette 
  zampe, saltellando sul moncone dell'ottava.
</p>
<p>
  
<pb n='203' />
  
  Ragno Zoppo non fu così pronto, un po' perchè 
  era distratto, un po' perchè non aveva mai sentito parlare 
  delle galline. Quando una di quelle bestiacce enormi 
  gli fu sopra, ebbe appena la presenza di spirito di staccarsi 
  la bisaccia dal collo, di gettarla sulle spalle del 
  vecchio amico, e di gridargli:
</p>
<p>
  - Porta il messaggio a... -
</p>
<p>
  Ma non fece in tempo a dire a chi doveva essere portato 
  il messaggio.
</p>
<p>
  La gallina ne aveva fatto un solo boccone. Povero 
  Ragno Zoppo, non avrebbe più portato la posta di cella 
  in cella, non si sarebbe più fermato a chiacchierare con i 
  prigionieri. Nessuno l'avrebbe più visto arrampicarsi 
  zoppicando su per i tetri umidi muri del carcere.
</p>
<p>
  La sua fine fu la salvezza di Sette e mezzo, che potè 
  raggiungere la rete del pollaio - ecco cos'era quel gran 
  piazzale - e mettersi in salvo prima che la gallina si 
  voltasse dalla sua parte. Poi, per lo sforzo sostenuto e 
  per la paura, svenne.
</p>
<p>
  Quando rinvenne, non si ricordava più dove fosse. 
  II sole stava per tramontare, dunque era rimasto svenuto
  parecchie ore.
</p>
<p>
  A pochi passi di distanza vide il profilo minaccioso
  della gallina, che per tutto quel tempo non lo aveva perso 
  di vista, ed aveva continuato a spennarsi il collo contro 
  la rete.
</p>
<p>
  La vista del terribile becco gli ricordò improvvisamente 
  la triste fine di Ragno Zoppo. Sette e mezzo versò 
  una lagrima alla sua memoria, poi fece per alzarsi e 
  allora si accorse che la sua mezza zampa era rimasta 
  sotto un peso che la schiacciava. Scoprì la bisaccia che
  
<pb n='204' />
  
  Ragno Zoppo gli aveva gettato prima di morire, e che 
  non aveva avuto il tempo di osservare prima. Gli vennero 
  in mente anche le ultime parole del valoroso postino: 
  - Porta il messaggio a... -
</p>
<p>
  - A chi? - si domandò Sette e mezzo - E quale 
  messaggio? Non farei meglio a gettare questa bisaccia 
  nel primo fosso e a tornarmene nella mia fogna?
</p>
<p>
  Là non vi sono passeri, non vi sono galline. Ci sarà 
  un brutto odore, ma almeno non ci sono pericoli. Guarderò 
  nella bisaccia, ma soltanto per curiosità. -
</p>
<p>
  Cominciò a leggere i messaggi e mano a mano che 
  procedeva nella lettura gli venivano le lagrime agli occhi 
  e doveva asciugarsele per poter continuare a leggere.
</p>
<p>
  - E non mi aveva detto niente! E io che gli facevo 
  perdere tempo con le mie chiacchiere mentre aveva una 
  missione così importante da portare a termine. No, no, 
  è chiaro: per colpa mia Ragno Zoppo è morto, tocca 
  ora a me recapitare i suoi ultimi messaggi. E se io pure 
  dovrò morire, avrò almeno fatto qualcosa per onorare 
  la memoria di un fedele amico. Ho conosciuto suo padre 
  nelle cucine del palazzo del Governatore: gran brava 
  persona! Ho pianto sulla sua macchia, a metà strada tra 
  il pavimento e il soffitto! -
</p>
<p>
  Si mise dunque in istrada, senza nemmeno ricordarsi 
  di dormire, e verso l'alba giunse al Castello. Trovò 
  facilmente la strada del solaio e lì fu accolto con molte 
  feste da Ragno Cugino, a cui narrò tutte le sue avventure. 
  Insieme recapitarono i messaggi a Ciliegino, che 
  viveva sempre in soffitta per castigo. Poi Ragno Cugino 
  propose a Sette e mezzo di passare tutta l'estate al Castello 
  e il vecchio chiacchierone accettò volentieri: la 
  strada del ritorno gli metteva troppa paura.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventiseesimo' type='capitolo'>
  <head>Dove si parla di un Limonaccio che non sapeva l'aritmetica</head>
<p>
  
<pb n='205' />
  
  Una mattina il Limonaccio che portava a Cipollino 
  la zuppa di pane ed acqua dopo aver deposto per terra 
  la ciotola si fermò, fissò un momento Cipollino con 
  aria severa e disse:
</p>
<p>
  - Tuo padre sta male. E' molto ammalato. -
</p>
<p>
  - Cipollino avrebbe voluto saperne qualcosa di più, 
  fare delle domande. Ma il Limonaccio gli disse solo che 
  Cipollone non si poteva muovere dalla sua cella. E aggiunse 
  anche: 
</p>
<p>
  - Bada bene di non dire a nessuno che te l'ho fatto 
  sapere. Potrei perdere il posto, e ho una famiglia da 
  mantenere. -
</p>
<p>
  Cipollino non rifiatò. Evidentemente non bastava 
  la divisa a fare un Limonaccio, e quel vecchio dalla faccia 
  feroce era in fondo un padre di famiglia che non 
  aveva trovato un mestiere migliore per mantenere i suoi 
  figli.
</p>
<p>
  Quello stesso giorno era giorno di passeggiata. I prigionieri 
  uscirono nel cortile e cominciarono a girare in 
  tondo in tondo, mentre un Limonaccio segnava il passo 
  battendo il tamburo:
</p>
<p>
  Unò... duè... unò... duè...
</p>
<p>
  
<pb n='206' />
  
  - Unò... - pensava Cipollino - il Ragno postino 
  è scomparso senza dar notizie di sè. Sono passati 
  dieci giorni dalla sua partenza e ormai è certo che non 
  ritornerà più. Non ha consegnato il messaggio, altrimenti 
  la Talpa sarebbe già arrivata. Unò... duè... il babbo 
  è malato e non c'è da pensare di fuggire. Come trasportarlo? 
  Come curarlo? Chissà per quanto tempo ci toccherebbe 
  di vivere alla macchia, senza medici e senza 
  medicine. Caro Cipollino, lascia ogni speranza e rassegnati 
  a passare tutta la tua vita in prigione. -
</p>
<p>
  - E a restarci anche dopo morto - aggiunse mentalmente, 
  dando un'occhiata al cimitero della prigione 
  che si vedeva da una finestrina nel muro del cortile.
</p>
<p>
  Quel giorno la passeggiata sembrava anche più triste 
  del solito. I detenuti, nelle loro divise a strisce bianche 
  e nere, camminavano con le spalle curve, e nessuno 
  tentava nemmeno di bisbigliare qualche parola al suo 
  vicino, come si faceva di solito. Tutti sognavano la libertà, 
  ma quel giorno la libertà sembrava lontana, più 
  lontana del sole, più lontana del sole nascosto tra le nubi 
  in una giornata piovosa. Come per accompagnare la 
  tristezza generale cominciò anche a piovere e i detenuti 
  si strinsero nelle spalle, continuando a camminare: infatti 
  la passeggiata si doveva fare con qualunque tempo.
</p>
<p>
  Ad un tratto Cipollino si sentì chiamare:
</p>
<p>
  - Cipollino! - sussurrò una ben nota voce nasale 
  - al prossimo giro rallenta. -
</p>
<p>
  - La Talpa - fece tra sè Cipollino, mentre il 
  sangue gli dava un tuffo per la gioia. - E' arrivata 
  E' qui! -
</p>
<p>
  Subito dopo pensò al babbo, chiuso nella sua cella. 
  Aveva tanta fretta di tornare al punto del circolo
  
<pb n='207' />
  in cui aveva sentito la voce della Talpa che urtò col 
  piede il detenuto che gli stava davanti. Questi si volse 
  e protestò:
</p>
<p>
  - Sta attento dove metti i piedi. -
</p>
<p>
  - Non te la prendere - bisbigliò Cipollino - 
  passa subito la voce che tra un quarto d'ora saremo tutti 
  fuori della prigione. -
</p>
<p>
  - Ma sei matto? - fece di rimando il prigioniero.
</p>
<p>
  - Fa come ti dico. Passa la voce di star pronti. Si 
  fugge durante la passeggiata. -
</p>
<p>
  Il detenuto pensò che a passare questa voce non ci 
  perdeva niente.
</p>
<p>
  Prima che il giro fosse terminato, il passo dei prigionieri 
  era diventato più energico, più vivace. Le spalle 
  si erano raddrizzate. Perfino il Limonaccio che suonava 
  il tamburo se ne accorse, e credette bene di elogiare 
  gli ergastolani:
</p>
<p>
  - Così va bene - gridò - fuori il petto, dentro 
  la pancia, indietro quelle spalle... Uno'... duè... uno'... 
  duè... -
</p>
<p>
  Non sembrava più la passeggiata di un gruppo di 
  detenuti, ma la marcia di una compagnia militare.
</p>
<p>
  Quando Cipollino giunse al punto in cui aveva udito 
  la voce della Talpa rallentò.
</p>
<p>
  - La galleria è pronta. L'imboccatura si trova un 
  passo a sinistra dei tuoi piedi. Non hai che da saltare 
  e la terra sprofonderà sotto i tuoi piedi, perchè ne abbiamo 
  lasciato solo una crosta sottilissima. -
</p>
<p>
  - Cominceremo dal prossimo giro - rispose Cipollino.
</p>
<p>
  La Talpa disse ancora qualcosa, ma Cipollino era 
  già passato avanti.
</p>
<p>
  
<pb n='208' />
  
  Urtò di nuovo col piede il detenuto che gli stava 
  davanti e bisbigliò:
</p>
<p>
  - Al prossimo giro, quando ti urto col piede, gettati 
  un passo a sinistra e salta battendo forte per terra. -
</p>
<p>
  Il prigioniero voleva fare delle domande, ma in quel 
  momento il Limonaccio che suonava il tamburo guardava 
  proprio dalla loro parte.
</p>
<p>
  Bisognava far qualcosa per distrarlo. Fu passata la 
  voce e ad un certo punto un prigioniero esclamò:
</p>
<p>
  - Ahi! -
</p>
<p>
  - Che cosa succede? - gridò il Limonaccio voltandosi 
  di scatto.
</p>
<p>
  - Mi hanno pestato un callo. - rispose il prigioniero.
</p>
<p>
  Mentre il Limonaccio scrutava minacciosamente la 
  fila da quella parte, dall'altra parte la fila era arrivata 
  presso l'imbocco della galleria.
</p>
<p>
  Cipollino urtò col piede il prigioniero che gli stava 
  davanti: questo balzò a sinistra, saltò con forza e sprofondò 
  sotto terra. Rimase un buco abbastanza largo 
  perchè ci potesse passare un uomo e Cipollino fece correre 
  la voce:
</p>
<p>
  - Ad ogni giro fuggirà un prigioniero, quello che 
  io urterò col piede. -
</p>
<p>
  Così fu. Ad ogni giro un prigioniero balzava a sinistra, 
  saltava nel buco e scompariva. Per prevenire il 
  pericolo che il Limonaccio se ne accorgesse, dall'altra 
  parte c'era sempre qualcuno che strillava forte forte:
</p>
<p>
  - Ahi! Ahi! -
</p>
<p>
  - Che succede? - tuonava il Limonaccio.
</p>
<p>
  - Mi hanno pestato un callo! - rispondeva una 
  voce lamentosa.
</p>

<pb n='209' />
  
      <figure>
        <head>«A ogni giro un prigioniero balzava a sinistra, saltava 
          nel buco e scompariva...» (pag. 208)</head>
      </figure>
  
<pb n='210' />

<p>
  - Questa mattina non fate altro che darvi pedate. 
  State più attenti. -
</p>
<p>
  Dopo cinque o sei giri, il Limonaccio cominciò a 
  guardare il cerchio dei prigionieri che gli giravano attorno 
  con una certa preoccupazione - Strano - pensava 
  - giurerei che la fila si è accorciata. -
</p>
<p>
  Ma poi trovava che la sua era proprio una stupida 
  fissazione. - Eppure, eppure - diceva tra sè - mi 
  sembrano di meno. -
</p>
<p>
  Per convincersi che la sua impressione era sbagliata 
  cominciò a contare i prigionieri; ma siccome questi giravano 
  in tondo, gli capitò di non ricordarsi da quale 
  aveva cominciato a contare e li contò due volte.
</p>
<p>
  Così il conto non tornava, perchè i prigionieri erano 
  aumentati.
</p>
<p>
  - Com'è possibile che siano cresciuti di numero! 
  Non possono mica essersi moltiplicati. Che stupida cosa 
  l'aritmetica. -
</p>
<p>
  Come avrete già capito, il Limonaccio non era troppo 
  forte in quella materia. Ricominciò il conto da capo, 
  ed ogni volta che li contava i prigionieri crescevano di 
  numero. Infine decise di non contarli più, per non confondersi 
  le idee. Guardò la fila, si fregò gli occhi: possibile! 
  I prigionieri erano diventati la metà!
</p>
<p>
  Alzò gli occhi al cielo sforzandosi di vedere se 
  qualche prigioniero veleggiasse tra le nuvole e proprio 
  in quel momento un altro prigioniero saltò nella galleria 
  e scomparve.
</p>
<p>
  Ormai ne restavano ventotto. Cipollino non aveva 
  cessato tutto quel tempo di pensare a suo padre. Ogni 
  volta che un prigioniero, davanti a lui, saltava a sinistra 
  e si infilava nella galleria, gli si stringeva il cuore:
</p>
<p>
  
<pb n='211' />
  - Oh, se fosse il mio babbo! -
</p>
<p>
  Ma Cipollone era chiuso nella sua cella e non c'era 
  da pensare a liberarlo. Cipollino decise in cuor suo che 
  avrebbe fatto fuggire tutti i prigionieri e lui sarebbe 
  rimasto con suo padre. Non voleva la libertà, se non 
  poteva goderne anche il vecchio Cipollone.
</p>
<p>
  Ecco, ora non restavano che quindici prigionieri 
  dieci, nove, otto, sette.
</p>
<p>
  Il Limonaccio, sbalordito, continuava meccanicamente 
  a suonare il tamburo.
</p>
<p>
  - Qui il diavolo ci ha messo la coda - pensava 
  sgomento fra sè - ad ogni giro ne scompare uno. Che 
  devo fare? Mancano ancora sette minuti a finire la passeggiata. 
  Il regolamento è il regolamento. E se prima 
  della passeggiata sono scomparsi tutti? Ecco, ora ne restano 
  solo sei. Ma che dico, ne restano solo cinque. -
</p>
<p>
  Cipollino aveva la morte nel cuore. Provò a chiamare 
  la Talpa, ma non ottenne risposta: avrebbe voluto 
  salutarla, dirle perchè non poteva fuggire.
</p>
<p>
  In quel momento il Limonaccio, finalmente deciso a 
  porre termine all'incantesimo che gli aveva fatto sparire 
  sotto il naso tutti i prigionieri, gridò:
</p>
<p>
  - Alt! -
</p>
<p>
  Restavano quattro prigionieri e Cipollino.
</p>
<p>
  Si fermarono sull'attenti e si guardarono in faccia. 
  - Via, presto - gridò Cipollino - prima che il 
  Limonaccio dia l'allarme. -
</p>
<p>
  I prigionieri non se lo fecero ridire: uno dopo l'altro 
  si tuffarono nella galleria. Cipollino li stava a guardare 
  tristemente, ma ad un tratto si sentì afferrare per 
  le gambe. I suoi compagni avevano indovinato il suo
  
<pb n='212' />
  
  pensiero e senza tanti complimenti lo tirarono giù per
  la galleria.
</p>
<p>
  - Non fare lo stupido - gridavano - fuori di
  prigione potrai essere utile al tuo babbo. Vieni via,
  presto! -
</p>
<p>
  - Aspettatemi, aspettatemi - faceva piangendo il
  Limonaccio, che aveva finalmente scoperto il trucco 
  - vengo anch'io. Non abbandonatemi! Il Principe mi farebbe 
  impiccare. Fatemi venire con voi. -
</p>
<p>
  - Aspettiamolo - ordinò Cipollino - dobbiamo 
  un poco anche a lui se siamo riusciti a fuggire. -
  - Però facciamo presto - disse una voce nasale 
  al suo fianco - qui c'è una luce che non vorrei prendermi 
  un'insolazione. -
</p>
<p>
  - Vecchia Talpa - esclamò Cipollino - non
  possiamo fuggire. Il mio babbo è malato e chiuso nella
  sua cella. -
</p>
<p>
  La Talpa si grattò in testa.
</p>
<p>
  - Ho visto dov'è la sua cella - disse poi - ho
  studiato molto bene la pianta del carcere che mi hai mandata. 
  Ma faremo in tempo? Avresti dovuto avvisarmi
  prima. -
</p>
<p>
  Lanciò un richiamo, ed ecco in men che non si dica
  un centinaio di talpe radunarsi davanti a Cipollino.
</p>
<p>
  - Dobbiamo scavare un'altra piccola galleria -
  disse la Vecchia Talpa.
</p>
<p>
  - Questione di un quarto d'ora. -
</p>
<p>
  Le Talpe non stettero nemmeno a pensarci, e si lanciarono 
  nella direzione indicata. In pochissimi minuti la 
  cella di Cipollone fu raggiunta. Cipollino vi balzò dentro 
  per il primo: il suo babbo era ancora là, sdraiato 
  sul tavolaccio e delirava.
</p>
<p>
  
<pb n='213' />
  
  Fecero appena in tempo a portarlo nella galleria, 
  mentre nelle celle irrompevano le guardie, che stavano 
  facendo il giro del carcere per cercare i prigionieri, non 
  riuscendo a spiegarsi la loro scomparsa.
</p>
<p>
  Quando si resero conto che i prigionieri erano fuggiti, 
  pensarono spaventati alle terribili punizioni che 
  avrebbero ricevute dal Principe e tutti d'accordo gettarono 
  le armi e si infilarono a loro volta nella galleria 
  scavata dalle talpe.
</p>
<p>
  Giunti in aperta campagna, entrarono nelle case dei 
  contadini, si spogliarono delle divise e indossarono abiti 
  da lavoro.
</p>
<p>
  Gettarono via anche i campanelli che avevano sul 
  berretto: raccogliamoli noi, e diamoli ai bambini da 
  giocare.
</p>
<p>
  Come dite? Cipollino?
</p>
<p>
  Ah, la Talpa e Cipollino, credendosi inseguiti dalle 
  guardie, avevano fatto scavare un'altra galleria, abbandonando 
  il condotto che portava in campagna. Ecco 
  perchè le guardie non li avevano raggiunti.
</p>
<p>
  «Ma adesso, dove si trovano?».
</p>
<p>
  Pazienza, lo saprete.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventisettesimo' type='capitolo'>
  <head>Il Principe Limone alle corse dei carri frenati </head>
<p>
    
<pb n='215' />
  
  Il Principe Limone aveva dato una grande festa.
</p>
<p>
  - Bisogna che i miei sudditi si divertano - pensava 
  il Principe Limone - così non avranno tempo di 
  pensare ai loro guai. -
</p>
<p>
  Aveva organizzato una grande corsa di cavalli, a 
  cui partecipavano tutti i Limoni di corte, di primo, di 
  secondo e di terzo grado, naturalmente nella parte di 
  cavaliere, non in quella di cavallo.
</p>
<p>
  La specialità di quella corsa, era che i cavalli dovevano 
  correre tirando i carri frenati. Prima della partenza 
  i Limoni misero dei pesantissimi e robustissimi 
  freni alle ruote dei carri e il Principe passò lui stesso la 
  ispezione ai freni, per vedere se funzionavano.
</p>
<p>
  Funzionavano tanto, che le ruote non giravano 
  nemmeno: i cavalli facevano perciò dieci, cento volte più 
  fatica a tirare i carri.
</p>
<p>
  Quando il Principe diede il via, i poveri cavalli puntarono 
  gli zoccoli, inarcarono le zampe, cominciarono a 
  tirare con tutta la loro forza, perdendo bava dalla bocca. 
  Ma i carri non si muovevano di un palmo. Allora i Limoni 
  misero in azione le loro lussuosissime fruste, battendoli 
  ferocemente.
</p>
<p>
  Qualche carro si mosse di pochi centimetri, e il Principe,

<pb n='216' />
  
  soddisfatto, battè le mani. Poi scese lui stesso nell'arena 
  e cominciò a frustare i cavalli a destra e a sinistra, 
  divertendosi un mondo.
</p>
<p>
  - Frustate il mio, Altezza - gridavano i Limoni
  per fargli piacere.
</p>
<p>
  Il Principe frustava a più non posso.
</p>
<p>
  I cavalli, impazziti dal terrore, piegavano le zampe
  che pareva si dovessero spezzare.
</p>
<p>
  Quel gioco crudele era stato inventato dal Principe,
  perchè, diceva lui:
</p>
<p>
  - Tutti i cavalli sono capaci di correre se gli sciogliete 
  la briglia! Io voglio vedere quelli che sono capaci 
  di correre se li tenete fermi. -
</p>
<p>
  In verità, gli piaceva frustare i cavalli, e organizzava 
  quelle feste per sfogarsi.
</p>
<p>
  La gente inorridiva, ma era costretta ad assistere al 
  feroce spettacolo, perchè se il Principe aveva deciso che 
  la gente si divertisse, la gente doveva divertirsi per forza.
</p>
<p>
  Ad un tratto rimase con la frusta alzata, mentre gli 
  occhi gli si spalancavano che pareva volessero uscirgli 
  dalla testa. Le gambe cominciarono a tremargli, il viso 
  divenne più giallo che mai, e sotto il berretto giallo i 
  capelli gli si rizzarono, tanto che il campanello d'oro 
  squillò disperatamente.
</p>
<p>
  Il povero Principe aveva visto la terra aprirsi davanti 
  ai suoi piedi.
</p>
<p>
  Prima si era formata una crepa, poi un'altra, poi 
  era apparsa una gobba in mezzo al pavimento della 
  strada, una gobba di terra come quelle che in campagna 
  le Talpe innalzano in un batter d'occhio. In fine la gobba 
  si spaccò, la spaccatura si allargò, comparve una testa, 
  due spalle, e un piccolo vivace personaggio balzò
  
<pb n='217' />
  
  fuori dalla terra, aiutandosi con i gomiti e con i ginocchi: 
  Cipollino!
</p>
<p>
  Si udì la voce nasale della Talpa che gridava spaventata: 
  - Cipollino torna indietro, abbiamo sbagliato 
  strada! -
</p>
<p>
  Ma Cipollino non l'udiva nemmeno. A trovarsi davanti 
  la faccia sudata e spaventata del Principe Limone, 
  che brandiva la frusta col braccio alzato, immobile come 
  una statua di sale, il cuore gli aveva dato un balzo.
</p>
<p>
  Senza riflettere a quel che faceva, si avvicinò al Governatore 
  e gli strappò di mano la frusta. La brandì e la 
  fece schioccare per aria un paio di volte, come per provarla, 
  poi l'abbassò con violenza sulle spalle del Principe 
  Limone, che era troppo atterrito per scansarsi, e si 
  prese la frustata sulla schiena.
</p>
<p>
  - Ahi! - gridò il Governatore.
</p>
<p>
  Cipollino alzò la frusta e l'abbassò di nuovo. Allora 
  il Governatore si voltò e fuggì via a gambe levate.
</p>
<p>
  Quello fu il segnale. Dietro a Cipollino comparvero 
  come per incanto i prigionieri fuggiti dall'ergastolo e la 
  folla li riconobbe una dopo l'altro con grida di gioia. Il 
  padre riconosceva il figlio, la sposa riconosceva il marito.
</p>
<p>
  In un momento i cordoni di polizia furono sopraffatti, 
  la folla si riversò nel corso e prese sulle spalle i 
  prigionieri per portarli in trionfo.
</p>
<p>
  I Limoni di corte, spaventatissimi, tentarono di scappare. 
  Ma i carri, come sapete, erano frenati, e non si 
  muovevano di un palmo: così i Limoni furono presi e 
  legati come salami.
</p>
<p>
  Il Principe Limone invece aveva fatto in tempo a 
  balzare sulla sua carrozza, che, non partecipando alla
  
<pb n='218' />
  
  corsa, non era frenata, e potè allontanarsi velocemente. 
  Non pensò nemmeno di recarsi al suo Palazzo, e prese 
  invece la strada dei campi, picchiando i cavalli con un 
  bastone per farli galoppare più in fretta. I cavalli, obbedienti, 
  galopparono tanto in fretta che la carrozza si 
  rovesciò, e il Principe Limone andò a ficcarsi a testa in 
  giù in un letamaio.
</p>
<p>
  - Un posto adatto per lui - avrebbe detto Cipollino 
  se l'avesse potuto vedere.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventottesimo' types='capitolo'>
  <head>Pomodoro mette una tassa sul cattivo tempo</head>
<p>
 
<pb n='219' />
  
  Proprio mentre in città si svolgevano le grandi corse 
  dei cavalli frenati, in una sala del Castello del Ciliegio, 
  che fungeva da sala del Tribunale, Pomodoro aveva 
  fatto convocare tutti gli abitanti del villaggio per decidere 
  una causa molto importante.
</p>
<p>
  Presidente, manco a dirlo, era lo stesso Pomodoro. 
  Avvocato, il sor Pisello. Don Prezzemolo fungeva da 
  uscere, e scriveva le risposte in un registrone con la mano 
  sinistra, per poter continuare a soffiarsi il naso con 
  la destra.
</p>
<p>
  La gente era abbastanza spaventata, perchè ogni volta 
  che si radunava il Tribunale erano guai. L'ultima 
  volta, per esempio, il Tribunale aveva deciso che l'aria 
  era proprietà delle Contesse del Ciliegio, e che quindi si 
  doveva pagare l'affitto per quella che si respirava alla 
  amministrazione del Castello. Una volta al mese Pomodoro 
  faceva il giro delle case, faceva respirare profondamente 
  in sua presenza i cittadini e prendeva le misure del 
  loro respiro: poi faceva alcune moltiplicazioni e concludeva 
  fissando la cifra che doveva pagare per respirare.
</p>
<p>
  Il sor Zucchina, che come sapete sospirava continuamente, 
  era stato tassato di un affitto altissimo.
</p>
<p>
  
<pb n='220' />
  
  Il cavalier Pomodoro prese per primo la parola e 
  disse, nel più profondo silenzio:
</p>
<p>
  <q>- Negli ultimi tempi le entrate del Castello sono 
  state piuttosto scarse. Come sapete, le due povere vecchie 
  signore, orfane di padre e di madre, sono nella più 
  squallida miseria, e si trovano nella triste necessità di 
  mantenere anche il duchino Mandarino e il barone Melarancia, 
  per non lasciarli morire di fame. -</q>
</p>
<p>
  Mastro Uvetta lanciò un'occhiataccia al barone, che 
  sedeva in un angolo con gli occhi chiusi, e assaporava 
  una lepre in salmì con contorno di passerotti.
</p>
<p>
  <q>- Qui non si danno occhiatacce -</q> ammonì severamente 
  Pomodoro <q>- smettetela di guardare a quel 
  modo altrimenti faccio sgombrare l'aula. -</q>
</p>
<p>
  Mastro Uvetta si affrettò a guardare la punta delle 
  proprie scarpe.
</p>
<p>
  <q>- Le nobili Contesse, nostre amate padrone, hanno 
  dunque presentato richiesta scritta in carta da bollo 
  per ottenere il riconoscimento di un loro importante diritto. 
  Avvocato, date lettura del documento. -</q>
</p>
<p>
  Il sor Pisello si alzò, si schiarì la voce, gonfiò il petto
  con aria d'importanza e cominciò a leggere:
</p>
<p>
  <q>- Le qui segnate Donna Prima e Donna Seconda 
  Del Ciliegio ritengono che, essendo padrone dell'aria, 
  devono essere riconosciute anche padrone della pioggia. 
  Esse chiedono perciò a tutti i cittadini il pagamento di 
  una tassa di cento lire per un acquazzone semplice, di 
  duecento lire per un temporale con tuoni e lampi, di trecento 
  lire per una nevicata e di quattrocento lire per una 
  grandinata. Seguono le firme. -</q>
</p>
<p>
  Il sor Pisello si sedette.
</p>
<p>
  
<pb n='221' />
  
  Il Presidente domandò:
</p>
<p>
  <q>- Sono in regola le carte da bollo? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Si, signor presidente -</q> rispose il sor Pisello, 
  balzando nuovamente in piedi.
</p>
<p>
  <q>- Benissimo -</q> concluse Pomodoro <q>- se le carte 
  da bollo sono in regola le Contesse hanno ragione, e 
  questo Tribunale si ritira per pronunciare la sentenza. -</q>
</p>
<p>
  Il Cavaliere si alzò, raccolse la toga nera che gli era 
  scivolata dalle spalle e si ritirò in uno stanzino per stendere 
  la sentenza del Tribunale.
</p>
<p>
  Pero Pera diede una leggera gomitata al suo vicino, 
  Pirro Porro, e gli bisbigliò timidamente:
</p>
<p>
  <q>- Trovate giusto che si debba pagare anche per la 
  grandine? Capisco per la pioggia e per la neve, che recano 
  vantaggio alla campagna. Ma una grandinata è 
  già una bella sventura da sola, ed ecco che proprio sulla 
  grandine mettono la tassa più alta. -</q>
</p>
<p>
  Pirro Porro non rispose. Continuava a lisciarsi nervosamente 
  i baffi, aiutato dalla moglie che così sfogava 
  la bile.
</p>
<p>
  Mastro Uvetta si cercò in tasca una lesina per grattarsi 
  la testa, ma si ricordò che prima di entrare nell'aula 
  aveva dovuto consegnare le armi. Don Prezzemolo non 
  perdeva d'occhio l'aula e segnava continuamente: 
</p>
<p>
  <q>- Pero Pera ha bisbigliato. Pirro Porro si liscia i 
  baffi. Sora Zucca sbuffa. Il sor Zucchina sospira due 
  volte. -</q>
</p>
<p>
  Faceva proprio come quegli scolari che la maestra 
  manda alla lavagna per scrivere i nomi dei cattivi, mentre 
  lei è in corridoio a parlare con le sue colleghe.
</p>
<p>
  Nella colonna dei buoni, Don Prezzemolo scrisse:
</p>
<p>
  <q>- Il duchino Mandarino è buono. Il barone Melarancia
  
<pb n='222' />
  
  è buonissimo. Sta mangiando il trentaquattresimo 
  passerotto. - </q>
</p>
<p>
  <q>- Ah -</q> pensava Mastro Uvetta <q>- se ci fosse qui
  Cipollino, certe cose non succederebbero. Da quando 
  Cipollino è in prigione, siamo trattati come schiavi, senza 
  mai poter aprir bocca, per paura che Don Prezzemolo 
  ci segni nel suo libraccio. -</q>
</p>
<p>
  Difatti quelli che Don Prezzemolo segnava nella 
  colonna dei cattivi, dovevano poi pagare la multa. Mastro 
  Uvetta pagava quasi una multa al giorno, e certi 
  giorni perfino due multe.
</p>
<p>
  Finalmente la Corte, ossia Pomodoro, rientrò nell'aula 
  delle udienze.
</p>
<p>
  <q>- In piedi! -</q> ordinò Don Prezzemolo, il quale 
  però rimase seduto.
</p>
<p>
  <q>- Vi do lettura della sentenza -</q> disse il Cavaliere 
  <q>- Eccola: Il Tribunale riconosce che le Contesse hanno 
  il diritto di far pagare l'affitto sulla pioggia e sulle altre 
  intemperie celesti. Perciò stabilisce quanto segue: ogni 
  cittadino dovrà versare all'Amministrazione del Castello 
  il doppio di quanto le Contesse hanno chiesto. -</q>
</p>
<p>
  La sala fu percorsa da un mormorio.
</p>
<p>
  <q>- Silenzio! -</q> strillò Pomodoro <q>- altrimenti faccio 
  sgombrare l'aula. Non ho finito. Il Tribunale decide 
  anche che dovrà essere pagato l'affitto per la rugiada, 
  la brina, la nebbia e ogni altra forma di umidità. La 
  sentenza andrà in vigore fin da questo momento. -</q>
</p>
<p>
  Tutti guardarono spaventati fuori dalle finestre, 
  sperando di vedere il cielo sereno. Purtroppo invece, videro 
  che si stava avvicinando un temporale. <q>- Mamma 
  mia -</q> pensò Mastro Uvetta - ecco quattrocento lire 
  da pagare. - 
</p>
<p>
  
<pb n='223' />
  
  <q>- Maledizione alle nuvole. -</q>
</p>
<p>
  Anche Pomodoro guardò fuori della finestra, e la 
  sua faccia grassa e rossa si spianò ad un bellissimo sorriso.
</p>
<p>
  <q>- Eccellenza -</q> gridò, il sor Pisello <q>- siamo fortunati. 
  Il barometro si abbassa. Avremo certamente cattivo 
  tempo. -</q>
</p>
<p>
  Tutti gli lanciarono un'occhiata d'odio, meritandosi 
  un brutto segno da Don Prezzemolo, che non ne 
  perdonava una.
</p>
<p>
  Quando il temporale scoppiò davvero, di lì a qualche 
  minuto il sor Pisello si mise addirittura a saltare sul 
  banco del Presidente, e Mastro Uvetta, con tutta la sua 
  rabbia, dovette accontentarsi di guardare più fissamente 
  la punta delle proprie scarpe per non beccarsi un'altra 
  multa.
</p>
<p>
  La povera gente del villaggio guardava la pioggia 
  che cadeva come avrebbe guardato il finimondo. I tuoni 
  gli parevano altrettante cannonate. I lampi, era come 
  se gli scoppiassero tutti nel cuore.
</p>
<p>
  Don Prezzemolo si bagnò la matita copiativa sulla 
  lingua e cominciò rapidamente a calcolare quanto ci guadagnava, 
  con tutta quella grazia di Dio, l'amministrazione 
  del Castello. Ne venne fuori una bella cifra, e 
  contando anche le multe addirittura un piccolo patrimonio.
</p>
<p>
  La sora Zucca cominciò a piangere, e la moglie di 
  Pirro Porro la imitò subito, bagnando da cima a fondo 
  i baffi di suo marito, perchè li adoperava per asciugarsi 
  gli occhi.
</p>
<p>
  Pomodoro si arrabbiò moltissimo e li cacciò tutti 
  fuori dell'aula.
</p>
<p>
  
<pb n='224' />
  
  Quei poveretti uscirono sotto l'acqua e s'incamminarono 
  giù per la discesa senza nemmeno affrettare il 
  passo. Non gli importava niente di bagnarsi e di prendersi 
  il raffreddore. Quando uno ha un male grosso, 
  quelli piccoli non li sente nemmeno.
</p>
<p>
  Prima di arrivare al villaggio c'era un passaggio a 
  livello, e i nostri dovettero fermarsi, perchè stava per arrivare 
  il treno. Veder passare il treno al passaggio a livello 
  è sempre uno spettacolo interessante. Si vede la 
  macchina venire avanti sbuffando e gettando fumo dai 
  fumaioli. Nella sua cabina il macchinista, con un fiore 
  in bocca, tira allegramente la cordicella del fischio. Ai finestrini 
  si affaccia la gente che è stata alla fiera, i contadini 
  col tabarro, le contadine col fazzoletto nero in testa. 
  Sull'ultimo vagone...
</p>
<p>
  <q>- Giusto cielo -</q> esclamò la sora Zucca <q>- guardate 
  un po' sull'ultimo vagone. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Si direbbe -</q> arrischiò timidamente il sor Zucchina 
  <q>- si direbbe che sono orsi. -</q>
</p>
<p>
  Tre orsi stanno affacciati ai finestrini e guardavano 
  con interesse il paesaggio.
</p>
<p>
  <q>- Questa non si è mai vista -</q> dichiarò Pirro Porro, 
  mentre i baffi gli si sollevavano per l'indignazione.
  Uno dei tre orsi ebbe addirittura la sfacciataggine di 
  salutarli.
</p>
<p>
  <q>- Villano screanzato -</q> gli gridò dietro Mastro 
  Uvetta <q>- hai anche la faccia tosta di prenderci in 
  giro. -</q>
</p>
<p>
  Macchè, l'orso continuava a salutarli, e anche quando 
  il treno fu passato, si sporgeva dal finestrino agitando 
  la zampa e si sporse tanto che fu per cadere. Per fortuna 
  
<pb n='225' />
  
  gli altri due orsi lo afferrarono per la coda e lo tirarono 
  dentro.
</p>
<p>
  I nostri amici giunsero davanti alla stazione proprio 
  mentre il treno si fermava. Ed ecco di nuovo i tre orsi, 
  che uscivano dondolandosi gravemente. Il più vecchio 
  dei tre consegnò i biglietti al facchino.
</p>
<p>
  <q>- Sono tre orsi saltimbanchi -</q> disse con disprezzo 
  Mastro Uvetta <q>- sono venuti certamente con l'intenzione 
  di dar spettacolo. Ora si vedrà il domatore. 
  Sono sicuro che si tratta di uno di quei vecchi tedeschi 
  con la barba rossa e con un piffero di legno. -</q>
</p>
<p>
  Il domatore invece aveva un berrettino verde, un 
  paio di pantaloni blù pezzati sul ginocchio... un visino 
  vispo e intelligente... l'espressione di chi ne sta pensando 
  una bella.
</p>
<p>
  <q>- Cipollino! -</q> gridò Mastro Uvetta mettendosi a 
  correre.
</p>
<p>
  Era proprio Cipollino, che prima di tornare in campagna 
  era passato allo Zoo ed aveva liberato la famiglia 
  degli orsi. Il guardiano era tanto contento di rivederlo, 
  che gli avrebbe regalato anche l'Elefante, se lo avesse 
  voluto.
</p>
<p>
  Ma l'Elefante non volle credere che c'era stata la Rivoluzione, 
  e rimase nella sua stalla, a scrivere le sue memorie.
</p>
<p>
  Figuratevi gli abbracci, i baci, i racconti, eccetera eccetera.
</p>
<p>
  E tutto sotto la pioggia, questo è il bello: quando 
  uno è contento, i piccoli guai non gli importano niente, 
  e non gli importa niente se si prende il raffreddore.
</p>
<p>
  Pero Pera continuava a stringere la mano all'orsacchiotto 
  più giovane, balbettando commosso:
</p>
<p>

<pb n='226' />
  
  <q>- Vi ricordate quando avete ballato al suono del
  violino? -</q>
</p>
<p>
  L'orsacchiotto se ne ricordava e cominciò subito a 
  ballare, mentre i ragazzi battevano le mani.
</p>
<p>
  Naturalmente Ciliegino fu subito avvisato del ritorno 
  di Cipollino: figuratevi gli abbracci dei due amici.
</p>
<p>
  <q>- Adesso basta con le feste -</q> disse ad un certo 
  punto Cipollino <q>- devo esporvi un piccolo piano... -</q>
</p>
<p>
  Mentre Cipollino espone il suo piano, andiamo un 
  po' a vedere che ne è stato del Principe Limone.
</p>
</div>
  
<div n='Capitolo Ventinovesimo' types='capitolo'>
  <head>Un temporale che non finisce mai</head>
<p>
  
<pb n='227' />
  
  Abbiamo lasciato il Governatore con la testa infilata 
  in un letamaio, con la scusa che ci stava comodo.
</p>
<p>
  <q>- Qui si sta caldi e tranquilli -</q> diceva il Governatore, 
  sputando il letame che gli entrava in bocca.
</p>
<p>
  <q>- Resterò qui fin che le mie guardie avranno ripristinato 
  l'ordine pubblico. -</q>
</p>
<p>
  Essendo scappato senza voltarsi indietro, non sapeva 
  nemmeno che le sue guardie avevano tagliato la corda 
  e che i suoi Limoni riempivano le prigioni e che era 
  stata proclamata la Repubblica.
</p>
<p>
  Quando la pioggia cominciò ad innaffiargli abbondantemente 
  il di dietro, il Principe cambiò idea:
</p>
<p>
  <q>- Questo posto è umido -</q> disse <q>- è meglio che 
  me ne cerchi uno più asciutto. -</q>
</p>
<p>
  Raddoppiò gli sgambettamenti e infine gli riuscì di 
  tirarsi fuori dal letamaio.
</p>
<p>
  Allora si accorse di essere a pochi passi dal Castello 
  del Ciliegio.
</p>
<p>
  <q>- Come diavolo sono venuto a finir qui? -</q> si domandò, 
  nettandosi gli occhi dal letame che glieli aveva 
  tappati come due finestre.
</p>
<p>
  Si nascose dietro un pagliaio per lasciar passare una 
  specie di processione di gente - e voi sapete di chi si
  
<pb n='228' />
  
  trattava - poi si avviò sù per la salita. Suonò il campanello 
  e Fragoletta gli venne ad aprire.
</p>
<p>
  <q>- Le Contesse non ricevono mendicanti -</q> disse 
  la fanciulla, sbattendogli la porta sul muso.
</p>
<p>
  <q>- Macchè mendicante, io sono il Governatore! -</q> 
</p>
<p>
  Fragoletta lo guardò con compassione:
</p>
<p>
  <q>- Pover'uomo -</q> disse <q>- la miseria vi ha fatto 
  impazzire. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Macchè miseria, io sono ricchissimo! -</q>
</p>
<p>
  <q>- A vedervi non si direbbe -</q> aggiunse Fragoletta, 
  pulendogli la faccia col fazzoletto.
</p>
<p>
  <q>- Lasciatemi stare con quel moccichino, e annunciatemi 
  invece alle contesse. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Che cosa succede? -</q> domandò Don Prezzemolo, 
  che passava di lì soffiandosi il naso.
</p>
<p>
  <q>- C'è un poveretto che crede di essere il Governatore. -</q>
</p>
<p>
  A Don Prezzemolo bastò un'occhiata per riconoscere 
  il Principe.
</p>
<p>
  <q>- Mi sono travestito così per conoscere da vicino 
  il mio popolo -</q> dichiarò Limone, che si vergognava 
  dello stato in cui si trovava.
</p>
<p>
  <q>- Altezza si accomodi -</q> fece Don Prezzemolo, 
  inchinandosi fino a terra.
</p>
<p>
  Il Governatore entrò, fulminando con un'occhiata 
  Fragoletta.
</p>
<p>
  Le Contesse non finivano mai di lodare la premura 
  del Governatore verso il popolo.
</p>
<p>
  <q>- Vedete quali disagi gli tocca di affrontare. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Tutto per il bene del popolo. -</q> rispondeva il 
  Governatore, senza neanche arrossire, perchè non si è 
  mai visto un limone arrossire.
</p>
<p>
  
<pb n='229' />
  
  <q>- E vostra Altezza come ha trovato il suo popolo? -</q>
</p>
<p>
  <q>- Felice e contento -</q> dichiarò il Principe <q>- Non 
  conosco un popolo più felice del mio. -</q>
</p>
<p>
  E non sapeva di dire la verità: il suo popolo era 
  difatti felice in quel momento, ma solo perchè si era 
  sbarazzato di lui.
</p>
<p>
  <q>- Vostra Altezza desidera un cavallo per tornare 
  al Palazzo? -</q> domandò Pomodoro.
</p>
<p>
  <q>- No, no -</q> rispose vivacemente il Principe  
  <q>- aspetterò che passi la bufera. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Faccio rispettosamente osservare -</q> disse il Cavaliere, 
  stupito <q>- che il temporale è finito, e che splende
  di nuovo il sole. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Avete il coraggio di contraddirmi? -</q> strillò il 
  Principe battendo i piedi.
</p>
<p>
  <q>- Veramente non capisco la vostra audacia -</q> osservò 
  il barone Melarancia <q>- se Sua Altezza dice che c'è 
  un temporale, per me questa è la verità. -</q>
</p>
<p>
  Cominciarono tutti a parlare del tempo.
</p>
<p>
  <q>- Che brutto tempo! -</q> diceva Donna Prima, 
  guardando dalla finestra nel giardino, in cui il sole faceva 
  brillare come gemme i fiori bagnati dal temporale di 
  poco prima.
</p>
<p>
  <q>- Che acquazzone orribile! Guardate come viene 
  per traverso! -</q> disse Donna Seconda, guardando un 
  raggio di sole che scendeva obliquamente da una nube 
  a riflettersi nel laghetto dei pesci rossi.
</p>
<p>
  <q>- Sentite che tuoni! -</q> disse il duchino Mandarino 
  tappandosi le orecchie e fingendo di essere spaventatissimo.
</p>
<p>
  <q>- Fragoletta -</q> gridò Donna Prima, con una trovata
 
<pb n='230' />
  
  geniale <q>- corri subito a chiudere tutte le imposte! -</q>
</p>
<p>
  Fragoletta si affrettò a chiudere tutte le imposte del 
  Castello, e in breve in tutte le camere regnò il buio assoluto.
</p>
<p>
  Nel salone accesero la luce, e Donna Seconda sospirò:
</p>
<p>
  <q>- Che notte terribile! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Io ho paura -</q> disse il Principe Limone in un 
  momento di sincerità.
</p>
<p>
  Tutti quanti, per fargli coraggio, si misero a tremare 
  come canne.
</p>
<p>
  Pomodoro, ad un certo punto, si avvicinò ad una 
  finestra, scostò l'imposta e arrischiò timidamente:
</p>
<p>
  <q>- Mi pare che il temporale stia cessando. -</q>
</p>
<p>
  <q>- No, no, non cessa! -</q> strillò il Principe, gettando 
  un'occhiata di traverso al raggio di sole che era 
  entrato gloriosamente nella stanza.
</p>
<p>
  Pomodoro si affrettò a richiudere, ammettendo che, 
  di fatti, continuava a piovere a dirotto.
</p>
<p>
  <q>- Altezza -</q> sospirò il barone che non vedeva 
  l'ora di mettersi a tavola <q>- non vorreste gradire un boccone? -</q> 
</p>
<p>
  No, il Principe non voleva gradire.
</p>
<p>
  <q>- Con questo tempo -</q> disse, <q>- non ho punta 
  fame. -</q>
</p>
<p>
  Il barone non vedeva che cosa c'entrasse il tempo 
  con la cena, ma siccome tutti avevano cominciato a dire 
  che il temporale gli aveva fatto perdere l'appetito, anche 
  lui dichiarò:
</p>
<p>
  <q>- Io dicevo per dire, Altezza. A me i lampi mi</q>

<pb n='231' />
  
      <figure>
        <head>«Il sindaco del villaggio è Mastro Uvetta...» (pag. 240)</head>
      </figure>
  
<pb n='232' />
  
  <q>danno un tale mal di stomaco che non potrei mandar giù 
  nemmeno un brodino. -</q>
</p>
<p>
  In verità, se avesse potuto avrebbe sgranocchiato 
  volentieri un paio di sedie, ma non era il caso di contraddire 
  il Governatore.
</p>
<p>
  Il quale finalmente, stanco per le emozioni della 
  giornata, si addormentò sulla sedia. Gli gettarono addosso 
  una coperta e andarono a cena.
</p>
<p>
  Pomodoro mangiò pochissimo, poi si alzò in fretta 
  e disse che andava a coricarsi. Invece scivolò in giardino 
  e si diresse verso il villaggio.
</p>
<p>
  <q>- Voglio un po' dare un'occhiata di persona. La 
  paura del Principe è molto sospetta. Non mi meraviglierei 
  che fosse scoppiata la Rivoluzione. -</q>
</p>
<p>
  Quella parola gli fece venire i brividi nella schiena. Si 
  proibì di pensarla ancora, ma più se lo proibiva e più la 
  pensava. La paroletta maledetta gli ballava davanti agli 
  occhi in tutte le lettere: R come Roma, I come Imola. 
  V come Venezia eccetera eccetera.
</p>
<p>
  Ad un tratto gli parve che qualcuno lo seguisse. Si 
  appiattò dietro una siepe ed attese. Dopo qualche minuto 
  gli passò davanti il sor Pisello, che si muoveva con 
  prudenza come se camminasse sulle uova. L'avvocato 
  era molto sospettoso: avendo visto il Cavaliere che 
  sgattaiolava nel parco, si era messo sulle sue tracce. -
</p>
<p>
  <q>- Qui gatta ci cova -</q> si era detto <q>- non perdiamolo 
  d'occhio. -</q>
</p>
<p>
  Pomodoro stava per uscire dal suo nascondiglio 
  quando apparve un'altra ombra.
</p>
<p>
  Si rincantucciò dietro la siepe per lasciarla passare. 
  Stavolta era Don Prezzemolo, che aveva deciso di spiare 
  l'avvocato.
</p>
<p>
  
<pb n='233' />
  
  Col suo nasone aveva fiutato che stava succedendo
  qualcosa di grosso, e non voleva essere lasciato all'oscuro.
</p>
<p>
  Il duchino Mandarino, invece, aveva fiutato odore
  di Prezzemolo, perciò eccolo poco dopo sulle tracce dell'istitutore.
</p>
<p>
  <q>- Non mi meraviglierei che comparisse anche il barone -</q> 
  mormorò Pomodoro, trattenendo il fiato per 
  non farsi scoprire.
</p>
<p>
  Difatti, ecco anche il barone. Avendo visto uscire il 
  duchino aveva pensato che si recasse a qualche cenetta di 
  nascosto e aveva deciso di non perdere l'occasione per 
  una bella scorpacciata. Fagiolone ansava, tirando la carriola, 
  ma al buio non poteva vedere nè i sassi nè le buche, 
  così il barone riceveva uno dopo l'altro tali colpi 
  nella pancia che lo facevano guaire come un cagnolino.
</p>
<p>
  Dopo il barone non passò più nessuno. Pomodoro 
  uscì dal suo nascondiglio e si dispose a seguirlo.
</p>
<p>
  Così passarono la notte a pedinarsi: il sor Pisello 
  cercava invano di raggiungere Pomodoro, che invece era 
  diventato l'ultimo della fila; don Prezzemolo pedinava 
  il sor Pisello; il duchino inseguiva Don Prezzemolo; 
  il barone non perdeva di vista il duchino e Pomodoro 
  camminava sulle tracce del barone. Ciascuno studiava 
  attentamente i movimenti di quello che gli stava davanti, 
  senza sospettare di essere a sua volta spiato. Qualche 
  volta, nel pedinarsi, invertivano l'ordine degli addendi, 
  ossia il sor Pisello, che era il primo, diventava il 
  secondo perchè don Prezzemolo, prendendo per un vicolo, 
  gli aveva tagliato la strada. Allora non avevano 
  pace fin che non avevano ristabilito l'ordine di partenza. 
  Passando la notte a spiarsi l'un l'altro, non ebbero
  
<pb n='234' />
  
  tempo di spiare altre cose, e all'alba ne sapevano 
  come prima. In più, erano stanchi morti.
</p>
<p>
  Si decisero a tornare al Castello. Incontrandosi nei 
  viali del parco, si salutavano e si informavano della propria 
  salute, raccontandosi un sacco di bugie.
</p>
<p>
  <q>- Dove siete stato? -</q> domandava il sor Pisello,
  a Pomodoro.
</p>
<p>
  <q>- Sono stato a far da testimone a mio fratello che 
  si è sposato. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Strano, in genere i matrimoni non si celebrano 
  di notte. -</q>
</p>
<p>
  <q>- Mio fratello è piuttosto stravagante - rispose 
  l'avvocato, arrossendo.</q>
</p>
<p>
  Pomodoro sogghignò: dovete sapere infatti che il 
  sor Pisello non aveva fratelli.
</p>
<p>
  Don Prezzemolo disse che era andato alla posta, il 
  duchino e il barone dissero tutti e due che erano andati 
  a pescare e si meravigliarono assai perchè non si erano 
  incontrati.
</p>
<p>
  Erano così stanchi che camminavano con gli occhi 
  chiusi, così uno solo di loro vide che sulla torre del Castello 
  sventolava la bandiera della Repubblica. 
</p>
<p>
  L'avevano piantata Cipollino e Ciliegino quella 
  stessa notte, e adesso stavano lassù in attesa degli eventi.
</p>
</div>
  
<div n='Epilogo' type='capitolo'>
  <head>Dove Pomodoro piange per la seconda volta</head>
<p>
  
<pb n='235' />
  
  Quell'uno solo che aveva visto la bandiera della Repubblica 
  piantata sulla torre, pensò che si trattasse di 
  uno scherzo di Ciliegino, e arrabbiatissimo decise di fare 
  subito due cose: primo, strappare quell'orribile bandiera; 
  secondo, dare un paio di sculacciate al visconte, perchè 
  questa volta «aveva passato il segno».
</p>
<p>
  Eccolo dunque, quell'uno, che sale i gradini a quattro 
  a quattro, e ad ogni passo si gonfia dalla rabbia. Si 
  gonfia sempre più, ho perfino paura che quando sarà arrivato 
  in cima non riuscirà a passare per la porticina che 
  dà sul terrazzo della torre. Sento i suoi passi terribili 
  che rimbombano nel silenzio come martellate. Tra poco 
  sarà in cima. Passerà, non passerà? Quanto scommettiamo?
</p>
<p>
  Ecco, è arrivato. Avete scommesso?
</p>
<p>
  Bene, vi dico subito che hanno vinto quelli che hanno 
  scommesso che non ci passava. Per la rabbia, difatti, 
  Pomodoro - era lui che saliva le scale, non l'avevate 
  ancora riconosciuto? - si è gonfiato tanto che la porticina 
  è troppo stretta.
</p>
<p>
  E adesso lui è lì, a due passi dalla terribile bandiera 
  che sventola al sole, e non può strapparla, non può nemmeno
  
<pb n='236' />
  
  sfiorarla con le dita. E accanto all'asta della bandiera, 
  accanto al visconte che si pulisce nervosamente 
  gli occhiali, chi vede se non Cipollino in persona, l'odiato 
  nemico che lo ha fatto piangere per la prima volta?
</p>
<p>
  <q>- Buongiorno, signor Cavaliere -</q> dice Cipollino 
  inchinandosi.
</p>
<p>
  Attento, Cipollino! Peccato, quel bell'inchino ha 
  portato la sua testa alla distanza giusta: Pomodoro non 
  ha che da allungare le mani e il nostro eroe è afferrato 
  per i capelli, come il giorno del suo arrivo.
</p>
<p>
  Pomodoro è talmente arrabbiato che non si ricorda 
  più dell'effetto che gli fece quella tiratina di capelli e 
  tira con tanta forza che va a finire allo stesso modo: 
  una ciocca gli resta in mano e subito Pomodoro sente 
  quel terribile pizzicorino agli occhi e le lagrime gli cadono 
  dalle palpebre, grosse come noci e sul pavimento 
  fanno tac... tac...
</p>
<p>
  Questa volta però Pomodoro non piangeva solo per 
  effetto dei capelli di Cipollino. Piangeva anche di rabbia, 
  perchè aveva compreso tutto.
</p>
<p>
  <q>- E' la fine! E' la fine! -</q> pensava amaramente il 
  Cavaliere, annegando nelle proprie lagrime.
</p>
<p>
  E noi lo lasceremmo annegare volentieri ma Cipollino 
  è generoso e lo salva, così Pomodoro può scappare 
  giù per la torre e andare a chiudersi nella sua stanza a 
  piangere.
</p>
<p>
  Che babilonia, allora, ragazzi.
</p>
<p>
  Si sveglia il Principe, corre fuori, vede la bandiera e 
  senza dire nè uno nè due infila un viale e va a gettarsi 
  di nuovo a capofitto in un letamaio, nella speranza che 
  non lo trovino.
</p>
<p>
  Si sveglia il barone e chiama Fagiolone. Fagiolone
  
<pb n='237' />
  
  non si sveglia, ma comincia a tirare la carriola ad occhi 
  chiusi. Quando però arrivano nel cortile del Castello, la 
  luce del sole lo sveglia. Ma si vede un'altra luce, oltre 
  quella del sole. Che cos'è? Fagiolone alza gli occhi e 
  vede la bandiera, e appena la vede è come se avesse ricevuto 
  la scossa elettrica.
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  <q>- Tieni la carriola! Tieni la carriola! -</q> urla il 
  barone spaventato.
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  Ma Fagiolone non tiene la carriola, e il barone rotola 
  vergognosamente giù per la china, come quella volta 
  che schiacciò una ventina di generali, e va a finire 
  nella vasca dei pesci rossi, e ci vuole del bello e del buono 
  per ripescarlo.
</p>
<p>
  Si sveglia il duchino Mandarino, corre alla vasca, 
  balza sulle ali dell'angelino che getta acqua dalla bocca 
  e grida:
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  <q>- Togliete subito la bandiera altrimenti mi affogo! -</q>
</p>
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  <q>- Vediamo se è vero! -</q> dice Fagiolone, e gli da 
  una spinta.
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<p>
  Poco dopo ripescano il duchino con un pesce rosso 
  in bocca. Povero pesce rosso, credeva di andare ad esplorare 
  qualche nuova caverna: è l'unico che ci rimette la 
  vita. Pace alle sue pinne gloriose.
</p>
<p>
  Da questo momento gli avvenimenti precipitano e 
  noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono uno sull'altro 
  come i foglietti di un calendario, passano le settimane 
  a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere 
  niente, come quando al cinema la macchina impazzisce 
  e quando torna a girare abbastanza piano perchè noi si 
  possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato.
</p>
<p>
  
<pb n='238' />
  
  Il Principe e le Contesse sono andati in esilio. Per 
  il Principe, la cosa è chiara, ma le contesse perchè se ne 
  sono andate? Nessuno voleva far loro del male. In fin 
  dei conti, però, se sono andate in esilio, buon pro gli 
  faccia.
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<p>
  Il barone è diventato magro come uno stecco.
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<p>
  I primi tempi della Repubblica, siccome non trovava 
  nessuno che gli portasse la carriola, non poteva 
  andare in giro a procurarsi da mangiare e gli toccò di 
  vivere sulle sue riserve di grasso, consumandole rapidamente. 
  In due settimane perse quasi metà del suo peso, 
  ossia alcuni quintali.
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<p>
  Quando fu in grado di camminare cominciò a chiedere 
  l'elemosina agli angoli delle strade, ma gli sputavano 
  nella mano e non gli davano niente.
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  <q>- Tu non sei un povero, sei un finto povero: và 
  piuttosto a lavorare. -</q>
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  <q>- Non trovo un impiego! -</q>
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  <q>- Va' alla stazione a portare le valigie. -</q>
</p>
<p>
  Così fece il barone, e a forza di portare valige divenne 
  affilato come un coltellino da tasca. Di un vestito 
  solo ne ha fatto fuori una mezza dozzina. Un vestito 
  però lo ha conservato allo stato naturale: quando lo 
  andate a trovare, ve lo mostra in gran segreto.
</p>
<p>
  <q>- Guardate! -</q> dice <q>- Guardate com'ero grasso
  una volta! -</q>
</p>
<p>
  <q>- Non è possibile! -</q> dite voi stupiti.
</p>
<p>
  <q>- Non ci credete, eh? -</q> sogghigna il barone, 
  trionfante <q>- Informatevi; informatevi! Ah, quelli 
  erano tempi! Mangiavo in un giorno quello che adesso 
  mi basta per tre mesi. Guardate che pancia, che schiena, 
  che sedere! -</q>
</p>
<p>
  
<pb n='239' />
  
  Il duchino? Ah, lui non muove un dito, e campa 
  alle spalle del barone. Ogni volta che il barone gli nega 
  qualcosa, sale in cima ai pali della luce e minaccia di 
  uccidersi, se non sarà soddisfatto. E il barone, che di 
  quando era grasso ha conservato soltanto il cuore, lo 
  accontenta sospirando.
</p>
<p>
  Il sor Zucchina non sospira più, invece: è diventato 
  giardiniere capo del Castello, e Pomodoro è ai suoi 
  ordini. Vi dispiace che Pomodoro sia ancora in circolazione? 
  Poveretto, è stato in prigione un pezzo, ma alla 
  fine gli hanno perdonato. Adesso pensa solo a piantar 
  cavoli e a falciare l'erba. Qualche volta si lamenta, è 
  vero, ma solo di nascosto, quando incontra don Prezzemolo, 
  che è diventato il bidello del Castello.
</p>
<p>
  Un Castello col bidello? Vi sembrerà strano, ma è 
  così. Il Castello non è più un castello, ma una casa da 
  gioco. Per ragazzi, si capisce: c'è la sala del ping-pong, 
  la sala del disegno, la sala dei burattini, quella del cinema 
  eccetera eccetera. Naturalmente c'è anche il gioco più 
  bello, ossia la scuola: Cipollino e Ciliegino siedono uno 
  accanto all'altro, nello stesso banco, e studiano l'aritmetica, 
  la lingua, la storia, e tutte le altre materie che bisogna 
  conoscere bene per difendersi dai birbanti e per tenerli 
  lontani.
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  <q>- Perchè -</q> dice sempre Cipollone a suo figlio - 
  <q>i birbanti al mondo sono molti. E quelli che abbiamo 
  cacciato potrebbero tornare. -</q>
</p>
<p>
  Ma io sono sicuro che non torneranno. Non tornerà 
  nemmeno il sor Pisello, che è scappato senza farsi vedere, 
  perchè aveva troppi peccati sulla coscienza.
</p>
<p>
  Dicono che faccia l'avvocato in un paese straniero, 
  ma a me non me ne importa. Sono contento che sia uscito
  
<pb n='240' />
  
  dalla nostra storia prima che la storia sia finita. Mi 
  sarebbe seccato trascinarmelo dietro proprio fino in fondo. 
  Dimenticavo di dirvi che il Sindaco del villaggio è 
  Mastro Uvetta, il quale, per essere all'altezza della sua 
  nuova posizione, ha completamente perso il vizio di 
  grattarsi in testa con la lesina. Solo nei casi più gravi si 
  da una grattatina con la matita, ma roba da poco.
</p>
<p>
  Una mattina si sono trovati i muri del villaggio tappezzati 
  di grosse parole che dicevano: Viva il Sindaco.
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<p>
  La sora Zucca ha sparso la voce che gli evviva siano 
  stati scritti proprio da Mastro Uvetta.
</p>
<p>
  <q>- Bel sindaco -</q> dice la comare <q>- che va in giro 
  di notte a scrivere sui muri. -</q>
</p>
<p>
  Ma questa è una bugia. Le scritte sono di mano di 
  Pirro Porro. Anzi, non di mano, ma di baffo. Pirro 
  Porro, infatti, ha scritto sui muri coi baffi, dopo averli 
  intinti nell'inchiostro. Questo ve lo posso dire perchè 
  siccome non avete ancora i baffi non vi verrà in mente di 
  imitare Pirro Porro, e non potrete fare disastri. Adesso 
  la storia è proprio finita. E' vero che ci sono altri castelli 
  e altri birbanti al mondo, oltre i Limoni. Ma uno 
  per volta se ne andranno e nei loro parchi ci andranno 
  i bambini a giocare. E così sia.
  Fine
</p>
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  <p>
    FINITO DI STAMPARE NELL'OTTOBRE 
1951 A ROMA CON I TIPI DELLO 
STABILIMENTO TIPOGRAFICO 
ITALGRAF S. A. PER CONTO DELLE 
«EDIZIONI DI CULTURA SOCIALE» 
VIA QUATTRO VENTI N. 57 - ROMA
  </p>
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